Antonio Caprarica (Gli italiani la sanno lunga …. O no? – 2008 – Sperling & Kupfer)
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giovedì 3 settembre 2009
L’italiana-tipo dovrebbe avere fianchi ampi, belle gote rosse e seno abbondante per rispondere alla sua missione di “fattrice”.
Antonio Caprarica (Gli italiani la sanno lunga …. O no? – 2008 – Sperling & Kupfer)
Quando nel 1949 la senatrice Merlin presenta la sua prima proposta di legge per la chiusura dei bordelli, cita anche qualche dato che fa rabbrividire
Nel 2008 l’Italia ha ricordato, senza fanfare, anzi con qualche dubbio, il cinquantennio della Legge Merlin: sancì, nel 1958, la fine delle “case chiuse”. Istituzione, se così si può dire, nata assieme all’Unità d’Italia. I bordelli regolati dallo Stato sono in effetti un’invenzione di Napoleone Bonaparte, che li adopera per tener buona la truppa. Quando il nipote Napoleone III si prepara a scendere in Italia, nel 1859, per dar man forte ai Savoia contro gli austriaci, esige che per i suoi soldati si renda disponibile un esercito parallelo di prostitute. Il governo piemontese provvede. Nascono i postriboli di stato. Sottoposti a un regolamento del Regno di Sardegna ripreso pari pari dal modello francese e trasmesso in eredità al Regno d’Italia. Il decreto che istituisce le case di tolleranza è approvato con la benedizione di Camillo Benso di Cavour il 15 gennaio 1861 – un mese prima della proclamazione dell’Unità – e ha il dichiarato obiettivo di “proteggere la salute e la morale della nuova nazione”. Con ammirevole puntigliosità piemontese, si stabiliscono perfino le tariffe che il gestore può richiedere ai clienti: “Case di 1° classe lire 5; Case di 2° classe da lire 5 a lire 2; Case di 3° classe al di sotto delle lire 2”. Come si può notare, manca però un dettaglio importante: il tempo. Morto Cavour, il ministro Rattazzi provvede nel 1862 a colmare la lacuna. “Tali tariffe vanno, com’è naturale, riferite ad un semplice trattamento. Ove l’intrattenentesi chiedesse di prolungare il colloquio, s’intende che il suo esborso crescerebbe in proporzione alle unità di tempo consumate. L’unità di tempo media, per un colloquio semplice, è da calcolarsi in minuti 20 circa”. La tabella dei tempi stabilisce una produttività la cui infamia non sembra turbare nessuno. Quando nel 1949 la senatrice Lina Merlin presenta la sua prima proposta di legge per la chiusura dei bordelli, cita anche qualche dato che fa rabbrividire. Nella città di Modena, 130.000 abitanti, funzionano quattro case e venti “signorine” che effettuano mediamente sessanta prestazioni al giorno per ciascuna. A Roma, pare, il ritmo è più “fordista”. E se la prostituta si attarda con il cliente al di là di quanto convenuto, la maìtresse ha il diritto di multarla. La metà dell’incasso finisce in tasca al proprietario, il 6 per cento va al fisco, il resto – detratte però le spese di vitto, alloggio e vestiario – resta alla ragazza. Una miseria. “La mia non è una legge per cancellare la prostituzione”, dirà la Merlin a quanti la accusano di essere una visionaria, “ma per abolire la schiavitù”. Ma questa non è la fine della storia. All’inizio il successo è immediato: tanto che, a caccia di denaro – come tutti i governi italiani fino ai giorni nostri -, Agostino De Pretis già nel 1880 aumenta il prelievo fiscale sulle case di piacere. Ma guai a chiamarle così, secondo la vulgata ufficiale. Nell’ottica positivista dell’epoca, le puttane di Stato servono solo a garantire l’igiene sessuale maschile, a offrire insomma una valvola di sfogo a istinti altrimenti capaci di turbare l’ordine costituito. E’ la logica conseguenza della distinzione stabilita dal perbenismo ottocentesco tra il sesso destinato alla procreazione, e pertanto benedetto, e il sesso considerato come vizio: il primo si fa in famiglia, il secondo con le donne che si comprano.
Antonio Caprarica (Gli italiani la sanno lunga …. O no? – 2008 – Sperling & Kupfer)
L’invidia? E’ il vizio clericale per eccellenza.
Il Cardinale Carlo Maria Martini, di ritorno da Gerusalemme nel giugno scorso, ha predicato gli esercizi spirituali nella casa dei gesuiti di Ariccia, vicino Roma. L’invidia? E’ il vizio clericale per eccellenza, è stata la sua risposta: “L’invidia ci fa dire: Perché un alto ha avuto quel che spettava a me? Ci sono persone logorate dall’invidia che dicono: Che cosa ho fatto di male perchè il tale fosse nominato vescovo e io no? E devo dirvi anche della calunnia: beate quelle diocesi dove non esistono lettere anonime”.
Non è stato uno spettacolo edificante nemmeno l’Armageddon fiscale scatenato a maggio 2008 dalla messa on line delle dichiarazioni dei redditi. In pochi minuti il sito WEB dell’Agenzia delle Entrate è andato in tilt sotto la marea irresistibile dei milioni di accessi. Tutti lì spulciare i guadagni del vicino di casa, del cugino che c’è l’ha fatta, del collega che “furbo lui, passa sempre davanti”. Per il critico d’arte Philippe Daverio l’invidia oggi “è il fondamento della nostra vita. Gli artisti nostrani, per esempio. Uno vede la robina del giapponese o di Jeff Koons e la vede andare all’asta a cifre incredibili, e io perché non rieco a vendere alla signora Brambrilla, si chiede? Risultato: gli italiani si dividono in due, gli invidiosi e i rassegnati. La maggioranza invidiosa ha votato Berlusconi, la minoranza rassegnata la sinistra”.
Magari come analisi dei flussi elettorali è un po’ tagliata con l’accetta, ma del resto come politologo Daverio non raggiunge la finezza che mostra come critico d’arte. Scuote la testa il Nobel Dario Fo: “siamo un paese dove si esaspera l’invidia. Ma è l’approdo di un’epoca grossolana, dove devi fare vedere quante case hai, quante amanti hai, quanto ce l’hai lungo e roderti per quante case ha il vicino, quante amanti ha e quanto ce l’ha lungo. Quando ero ragazzo io, subito dopo la liberazione, una delle cose buttate nel cesso, allora, era proprio l’invidia”. Forse anche perché in un paese distrutto c’era poco da invidiare? E poi si sa, le stagioni eroiche – come quella – sono sempre animate da impulsi generosi, dalla solidarietà. Tutto sommato è nel tran tran quotidiano che è più difficile mantenersi virtuosi.
Antonio Caprarica (Gli italiani la sanno lunga …. O no? – 2008 – Sperling & Kupfer)
domenica 30 agosto 2009
La colpa, insomma, è sempre degli altri
Antonio Caprarica (Gli italiani la sanno lunga …. O no? – 2008 – Sperling & Kupfer)
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