"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 28 maggio 2026

"Ho individuato alcuni temi particolarmente cari a Nino"

Ricevo e riporto con piacere dei pensieri di oggi della moglie Enza per ricordare Nino.

Buona luce a tutti!

© Essec

“Due anni oggi Nino se n’è andato, silenziosamente, una mano a sorreggere una guancia, come un bambino che finalmente si è acquietato nel sonno. Silenziosamente, come quando doveva scattare una foto, noto o poco noto che fosse il posto in cui si trovava.
Si muoveva con passi felpati, per non turbare la normalità, il consueto vivere degli abitanti del posto, l’equilibrio della consuetudine. Perché anche nello svolgimento di un rito tribale o nella caciara di una festa popolare o nel vociare di una manifestazione c’è un equilibrio specifico.
Era silenzioso Nino, ma aveva tanto da dire. E lo faceva con le foto e con gli scritti, ma anche a viva voce: non le mandava certo a dire!
In questi due anni, conquistata una parvenza di pace, mi sono dedicata alla ricerca di Nino attraverso la rilettura di alcuni suoi lavori e l’osservazione attenta di alcune sue foto; operazione non facile, viste le migliaia di scatti e le centinaia di pagine scritte. Ho trovato racconti brevi e poesie e articoli ….. e centinaia di metri di pellicole già sviluppate, contenitori stracolmi di diapositive e schede schede schede con foto digitali.
Non è giusto che tanta vita – perché tale è – rimanga chiusa e taciuta. Cercherò di diffondere alcuni suoi lavori affinché Nino possa essere conosciuto e apprezzato come merita, senza i freni imposti dalla sua modestia e dalla sua onestà. Intanto, per quanto riguarda la 'comunicazione non verbale', ho individuato alcuni temi particolarmente cari a Nino e sto realizzando dei power point destinati o ad una mostra o a qualche pubblicazione. Per gli scritti, il lavoro è molto più complesso e richiede tanto tempo. Ma anche in questo campo, andrà a buon fine!” (f.to Enza Bertuglia)

Buona luce a tutti!

© Essec

“Obiettivo Kalsa – Viaggio fotografico nel quartiere attraverso gli occhi di Luigi Cocuzza”



Due anni oggi era venuto a mancare Nino Giaramidaro. Un giornalista acuto che amava muoversi nell’ombra ma che è riuscito a lasciare evidenti tracce anche nel mondo siciliano della fotografia.
Nel continuare a viaggiare nel tempo, mi accorgo – come capita a molti della mia età – di ritrovarmi oggi in compagnia di tanti passeggeri, seduto nello scomparto di una delle carrozze dello stesso convoglio, con assegnato un mio numero di posto e una data d’arrivo (o di fermata, per chi non resta allergico al termine “morte”) definita ma, fortunatamente, come per gli altri, anche a me sconosciuta.
Con l’avanzare di anni inevitabilmente non si può non accorgersi dei vuoti che aumentano nei vagoni, per i molti che intanto hanno evidentemente raggiunto la meta coerente al biglietto.
Come capita in tutti i viaggi, anche in quelli organizzati, sono sempre disparate le personalità presenti nei gruppi, ma accade pure che con alcuni si scoprono vicinanze di pensiero, che generano aperture e confronti che si sviluppano maggiormente attraverso eventuali naturali empatie.
Ripercorrendo a ritroso il proprio viaggio, ciascuno avrà modo di scoprire come sono tanti i personaggi incontrati, che hanno influenzato comunque la nostra crescita, come pure anche paradossalmente, talvolta, le negatività hanno aiutato nella decisiva scelta della strada ritenuta più coerente al nostro credo.
Ieri ho partecipato alla inaugurazione di una mostra, presso la nuovissima struttura “ORBITA - Casa della Partecipazione – Kalsa” di via Alloro, dal titolo “Obiettivo Kalsa – Viaggio fotografico nel quartiere attraverso gli occhi di Luigi Cocuzza” che consiglio ai palermitani di andare a visitare.
Un’operazione espositiva che, ancora una volta, conferma la valenza della testimonianza e della memoria.
L’esigenza di valorizzare le tracce sociali e urbanistiche del quartiere hanno indirizzato gli organizzatori a ricercare testimonianze, in breve sfociate nella valorizzazione della passione dell’architetto Cocuzza per la fotografia.
Una passione che è stata complementare alla sua naturale propensione all’insegnamento, che lo ha portato a far divenire anche la fotografia un oggetto di didattica rivolta ai giovani altri. Quelli che, a prescindere dall’età anagrafica, erano interessati a osservare e raccontare il loro tempo attraverso una particolare osservazione da congelare con la produzione d’immagini.
Nei suoi oltre ottanta anni di vita Luigi Cocuzza ha coltivato tante anime docili e ribelli, aiutandole nel loro sviluppo e facendone emergere i potenziali talenti.
Nell’orbita cittadina è stato una istituzione e i molti presenti all’inaugurazione, di cui molti con i capelli bianchi ma che comunque rappresentavano un ampio arco generazionale, ne sono stata palese dimostrazione.
Ognuno avrebbe potuto raccontare un proprio aneddoto, perché Luigi aveva molta attenzione al rispetto a alla cura dei suoi allievi.
Al di là della profonda confessione politica era un esempio di quella rara “onestà intellettuale” che si richiede a molti e che si sposava in modo coerente con le sue costanti aperture al dialogo, anche se in presenza di posizioni contrapposte.
La cosa più bella che ho sempre visto in Luigi era la freschezza e la spontaneità quasi ingenua del fanciullo che si portava dentro; che riusciva a far conoscere e trasmettere a chi gli stava vicino.

Buona luce a tutti!

© Essec

sabato 20 febbraio 2021

Progetto di recupero dei resti della Chiesa Madre di Santa Margherita Belice, che nel 1968 venne quasi totalmente rasa al suolo.



Con la depressione che pervade un pò tutti quanti, a causa dei frequenti lokdown che ci obbligano a clausure, scegliere una escursione fotografica fra amici per rivisitare i ruderi dei paesi siciliani terremotati del sessantotto non è il massimo per migliorare l’umore. Ma questo si era deciso al volo, approfittando della temporanea “finestra” che consentiva adesso le escursioni intercomunali, grazie al passaggio del nostro territorio pandemico da zona arancione a zona gialla.
In qualche modo, già nel passato avevo fatto un’escursione similare in abruzzo e precisamente a L’aquila. Quella volta per verificare a che punto stavano le opere di ricostruzione a distanza di quattro anni dal sisma.
Qui l’intento era diverso. I paesi di Poggioreale e Montevago che ci apprestavamo a visitare erano ruderi di contesti urbani sostanzialmente abbandonati, avendo deciso le relative amministrazioni pubbliche di edificare secondo nuovi piani regolatori che prevedevano edificazioni completamente nuove, ubicate in aree prossime ai comuni storici collassati.
Per i ruderi di Poggioreale c’era stato anche un momento in cui si era dati da fare per trasformare il vecchio sito un luogo monumentale. Tanti erano stati i propositi e le buone intenzioni che in breve però, almeno fino ad ora, sono rimaste idee fumose, sogni nel cassetto e niente di più. Solo qualche troupe di cineasti e sparuti fotografi ne hanno fatto sporadicamente un set per delle loro riprese.
Per la sua costante spettralità il sito si mantiene ancora affascinante e ogni stradina e edificio annesso porta a immaginare scene di una vita che fu. La manutenzione è però ridotta al minimo, per far sì che almeno un certo tipo delle erbacce, le più invasive, siano mantenute a bada, per non far scomparire completamente l’identità dei luoghi.
Il Comune di Montevago, sotto l’egida di una amministrazione più illuminata e che vuol tenacemente mantenere radicata la sua storia a un territorio quasi totalmente raso al suolo, ha avviato invece di recente un'azione di recupero di alcuni resti e che sta cercando di valorizzare. Anche se queste iniziative restano delle piccole azioni in un territorio martoriato, emulando delle scelte operate nel vicino comune attiguo di Santa Margherita Belice ci si sta avviando ad attuare interventi artistici che abbracciano anche forme innovative moderne, come è la streetart.
Lungo un vecchio muro di cemento che delimita l’area del vecchio paese è in qualche modo già stata sintetizzata la narrazione della storia locale, mitizzata anche un poco, con un lungo murales commissionato nel 2018 e realizzato a più mani da graffitari isolani che si firmano: Luogo Comune, Collettivo FX, Mangiatori di Patate e Zeno.
Di recente, all'artista siciliano Ligama è stato affidato un nuovo compito creativo, con l’intento di allestire e simulare scene rappresentative di ricordi di vita reale; destinando per l'operazione i pochi resti di edifici che hanno mantenuto, seppur parzialmente, in piedi solo le mura.
Certamente il risultato è frutto di un connubio felice per cercare di valorizzare un territorio che, diversamente, documenterebbe soltanto tracce di desolazione.
Le radici umanistiche del Sindaco La Rocca stanno pure ispirando l'Amministrazione comunale di Montevago, nell'avvio di un progetto volto al recupero possibile dalle macerie - partendo da quanto potrà essere ripristinato - dell’edificio settecentesco che fu la Chiesa Madre del paese, che nel 1968 venne quasi totalmente rasa al suolo.
Una bella avventura anche questa che si svilupperà con un work in progress, secondo quanto sarà possibile riutilizzare.
C’è già un esempio cui forse ci si potrebbe ispirare. Quello costituito dall’analogo edificio terremotato di Santa Margherita che, riedificato anche con la creazione di protesi metalliche integrate alla vecchia struttura, ha dato vita all’attuale sito museale dedicato alla memoria del terremoto di quegli anni; che custodisce al suo interno documenti e tante fotografie dei vari fotografi che, per la cronaca, immortalarono scene dell’evento Scafidi, Minnella e altri.
Nel cinquantenario del Terremoto della Valle del Belice, che ha interessato molti dei piccoli paesi del comprensorio, anche il foto-giornalista Nino Giaramidaro ebbe ad allestire una mostra che ha raccolto molti dei suoi scatti realizzati a quel tempo come inviato del giornale L’Ora. Le sue fotografie, che sono state esposte in diversi dei Comuni della Valle del Belice terremotati, e le foto sono tuttora visionabili su You Tube https://youtu.be/BF_qFEbmMmE.
Per chi volesse fare una gita fuori porta, lockdown e colori vari zonali permettendo, ci si potrà ora recare a visitare la sola Montevago. Per vedere le installazioni di Street Art di cui si è fatto cenno e dare un’occhiata, ma solo da lontano, ai ruderi della Chiesa Madre che costituiscono oggi un cantiere aperto.
Il sito di Poggioreale Vecchia è inibito al turismo e l’accesso ai luoghi rimane tuttora vietato a improbabili visitatori. Uno slide show consente di avere di una visione recente dei ruderi del vecchio paese.
Rimanendo nella zona, per pranzare si consiglia il Ristorante-Pizzeria Genco, dove Marcello saprà soddisfare i desideri di una cucina genuina, mentre per un dolcino o una più veloce tavola calda alla vicina Pasticceria Sant’Angelo avreste solo l’imbarazzo della scelta.
Buona luce a tutti!

© ESSEC

domenica 31 maggio 2020

I caffè di Nino



Finalmente, dopo un prolungato e angoscioso lockdown, il passaggio alla fase due veniva oggi ad allentare la morsa claustrofobica che ci aveva attanagliato tutti. Le nuove regole introducevano delle progressive libertà volte ad un lento risveglio dal letargo imprevisto. 
Nel periodo penitenziario restrittivo, il ricorso alle incombenze prima noiose - come quella dell’andare a buttare la spazzatura fuori casa - paradossalmente erano riuscite ad assurgere fra le poche opportunità premianti e che, ora, in famiglia erano pure contese, in assenza di cani da accompagnare per i compiti igienici collegati che per decreto legge venivano permessi.
Un felino presente in famiglia, infatti, nel caso non era contemplato dalla normativa e dai pcm governativi tutti, non creava le opportunità per una occasionale possibile fuoriuscita. I gatti amano stare in casa e sanno ben gestirsi, anche nelle loro necessità quotidiane. 
Certo era stato brutto questo tempo di Corona Virus per chi aveva raccolto in certi rituali delle abitudini, ancor di più se lo status di pensionato non forniva alcuna possibile scappatoia praticabile per  potenziali escursus giustificabili come compiti lavorativi. 
La fase due aveva ora portato fortunatamente, anche se vigilate, opportunamente bendati con la mascherina e forniti di guanti, una certa libertà di movimento e questa possibilità di uscite dai nocosomiali luoghi di coprifuoco, riconsegnò nuovamente a Nino la possibilità di riassaporare una delle usanze di un tempo, quella di riavvicinarsi ai bar. 
La normalizzazione ricomiciò con il baretto vicino a casa, seduto al tavolino posto all’aperto però, così come le norme di riapertura avevano previsto.  La degustazione del caffè avvenne in un secondo momento, nel bicchierino di carta: occorreva applicare ancora misure di prudenza. Per allargare il suo raggio di azione ci sarebbero state altre occasioni. 
Alcuni bar per Nino costituivano - e da qualche tempo - una specie di rifugio ove tendere ad appartarsi in solitario. 
Anche per potere fumare in santa pace, ove consentito dal luogo, il pezzo del suo amato sigaro, che nel rituale veniva acceso, spento e poi riacceso in tante riprese. Gustarne il sapore e il fumo e accompagnarlo con un bel caffè era una delle godurie rimaste. 
Ogni specifico locale da lui individuato rispondeva ai potenziali test per il suo esame, caffè compreso; avendo poi superato la prova di gradimento dell’aroma, con piena approvazione veniva annoverato fra i locali frequentabili e corrispondente ai suoi gusti. 
Riguardo alle abitudini e alle scelte, se per Nino l’intento era quello d’evadere, in un luogo che, seppur frequentato, costituisse la sua isola felice, dal suo caratteristico zainetto di color viola fuori uscivano ben presto un paio di numeri della “Settimana Enigmistica” (la rivista che lo appassiona sempre e che ritiene necessaria per continuare rendere efficienti e giovani le reattività delle sue sinapsi). L’esercizio dell’impegno intellettuale era collegato alla teoria riprovata da Rita Levi Montalcini e che rimane attuale. Diversamente dalla struttura fisica portante decadente che caratterizza l’individuo anziano, con un idoneo allenamento quotidiano, attraverso quell'esercizio, l’efficienza della mente umana può mantenersi infatti longeva. 
Nel nuovo locale che veniva accettato, avrebbero poi trovato posto sul tavolino il suo particolare e penamente funzionante telefonino “vintage”, l’immancabile penna e il suo mini taccuino, ricco di appunti di nomi e idee nonchè dei numeri di telefono dei tanti amici. 
I bar cittadini ai quali Nino fa di regola sempre riferimento sono variegati, ma non tanti e di ambiente estetico diverso. Talvolta s’avventura in locali occasionali, per testare magare dei nuovi ambienti o per cambiare e collaudare sue nuove tecniche di prova.
Nella maggior parte dei casi le scelte però restano condizionate dalla località in cui si ritrova, dai componenti della compagnia e dalle intenzioni/esigenze del momento. 
Il gruppo principale formato da soggetti con cui s’incontra più di frequente è “quello del cuore”, che vede coinvolti coloro che si sono anche auto-soprannominati i “parenti”.
L’insieme è costituito da amici-colleghi, quasi tutti degli ex della carta stampata. Questi incontri hanno una composizione variabile che risponde alla logica del “cu c’è c’è”, anche perché non tutti, essendo oggi dei pensionati, risiedono stabilmente a Palermo. 
Una seconda cerchia è più ristretta ed è formata da quattro o cinque elementi a secondo della disponibilità momentanea di ciasciuno. Questo gruppo è costituito da amici del mondo fotografico a lui sempre stati vicini e formato pressochè da soggetti coetanei. 
Un terzo convivio, che include anche il sottoscritto - e che sua moglie Enza ha ribattezzato dei “tuttologi” - viene convocato ogni volta senza alcun preavviso, per discutere di argomenti disparati. Nell’occasione si alimentano confronti e talvolta si focalizzano propositi realizzativi che lasciano ampio spazio alla fattibilità e a una possibile vera attuazione. 
Un quarto gruppo, forse fra tutti quello a lui preferito, è goliardico e castelvetranese, dove prevale una presenza di parenti, diretti, indiretti o acquisiti, che si riunisce quasi sempre accompagnando il tutto con dei “baccanali”. 
Un ultimo gruppetto potrebbe proprio definirsi come quello “occasionale e di studio” semiologico, semantico o antropologico (fate voi). E’ un gruppetto estivo, dalla composizione improbabile e sempre combinatoria, che lo vede seduto nei lunghi e sonnolenti pomeriggi agostani al solito tavolino, sito nel solito baretto della località balneare che ama frequentare. 
Nell’ombra che lo protegge dalla calura estiva prevale questa volta la predisposizione all’apparente passività, concentrata però all’ascolto attento. Lo affascinano - e da sempre - i discorsi degli avventori indigeni, che ancor oggi presentano aspetti pittoreschi. Spesso nelle discussioni emergono espressioni desuete ma sempre colorite, che riescono a portarlo indietro nel tempo e a recuperare molti dei tanti ricordi. 
In conclusione e per una sintesi, può dirsi che in ogni caso, a comune denominatore dei vari gruppi, permane in Nino sempre l’interesse per gli argomenti di conversazione che, con i differenti convitati, adatta alle specificità dei partecipanti. 
Le gerarchie fra i narratori nei vari incontri si disciplinano automaticamente, in relazione all’ascendente del conferenziere di turno, ma anche ai contenuti di quanto si viene a dire. 
La partecipazione assicura in ogni caso a Nino momenti di continuo “acculturamento” e “crescita”, che possono anche presentarsi nei bizzarri casi magari improntati in origine al puro cazzeggio. 
In quelle circostanze talvolta, però, riaffiora chiaro in lui il famelico dubbio sull’opportunità concessa a tutti: quello del suffragio universale. Molto spesso, infatti, tocca con mano quanto possa rivelarsi pericolosa la libertà di di voto accordata indistintamente e a prescindere erga omnes. 
Sono quei rari casi in cui traballano i suoi sacri ideali del socialismo e della democrazia ai quali si è sempre ispirato e in cui ancor oggi crede.

© Essec


lunedì 6 gennaio 2020

Diceva sempre “Quello”, volere è potere …… occorre prendere coscienza e mettersi all’opera per scrivere un po’ di storia



Di tanto in tanto mi piace accomunarmi, seduto al tavolino di un bar o nel visitare una mostra o altro ancora, con un caro amico per discutere di qualche particolare idea o, in assenza di progetti in cantiere, argomentare sul più e sul meno senza un tema o uno scopo prefissato.
Da questa buona abitudine, per quanto mi riguarda, nascono ulteriori e sempre nuovi accrescimenti cognitivi di qualunque specie, in ogni campo e genere. L’amico con il quale ho il piacere di intrattenermi costituisce infatti una miniera di scienza e conoscenze, come usiamo dire dalle nostre parti: “unni u tocchi sona” (dove lo tocchi suona).
Noto nel comprensorio per essere stato un brillante giornalista nei quotidiani locali conosce, come usiamo dire, mezza Sicilia e non solo per questioni di cronaca. Si accompagna peraltro con personaggi altrettanto qualificati e, un eventuale coinvolgimento improvvisato in un loro “concistorio”, è un’ulteriore occasione per ascoltare chi ha certamente da dire e molte cose da raccontare.
Le conoscenze dell’amico abituale si allargano anche alla fotografia, che ha praticato e pratica ancora. E’ anche questo uno dei motivi che m’inducono a coinvolgerlo in iniziative che capita di organizzare, nelle quali, oltre a pareri specifici legati all’evento, tira fuori aneddoti personali e citazioni attinenti al caso.
Come tutti quelli che hanno avuto un vissuto pieno da giornalista, sono infiniti i personaggi su cui potrebbe disquisire, dal famoso fotografo, artista o scrittore siciliano ai tantissimi adombrati collaboratori che li hanno affiancati e che spiccavano per specifiche peculiarità dimenticate.
Quest’ultimo è uno dei motivi che m’inducono a spingerlo a scrivere sulle tante cose e i tanti soggetti che si sono, in ogni modo, distinti nel suo tempo.
Basterebbe fare una semplice scaletta e mettere di seguito negli anni avvenimenti e soggetti di ogni tempo, senza aggiungere altro: costituirebbe un indice in premessa.
Nei capitoli successivi saprà certamente esplicitare i tanti contenuti, i personaggi e le rispettive anedottiche.
Questo breve scritto l’ho indirizzato a Nino, sperando che voglia raccogliere il mio invito.
Sarebbe un regalo gradito non solo a me che lo sollecito da tempo, ma a tutti coloro che lo conoscono e che amorevolmente lo circondano.
Diceva sempre “Quello”, volere è potere …… occorre prendere coscienza e mettersi un po’ all’opera per scrivere un po’ di storia (o storie, come meglio aggrada).
Per una volta, provo ad invertire le parti e propongo questo testo come prologo al tuo racconto.
Toti 

giovedì 27 settembre 2018

Nino Giaramidaro (giornalista e fotografo o, a piacimento, viceversa)




Scrivere su un fotografo che nasce e si afferma principalmente come giornalista costituisce per tutti un azzardo, ma voglio correre questo rischio perché in alcuni casi vale la pena osare.
Dotato di una naturale e raffinata ironia, ha sempre avuto un occhio attento verso personaggi ed eventi, riuscendo a classificare, caratterizzandole in sintesi, le umanità che ha avuto modo di incrociare. 
Dialogare con Nino presuppone una dilatazione infinita del tempo, svariando in argomenti che, seppur partendo dalla fotografia, si sviluppano e si orientano verso aneddoti mai banali.
Bastano piccoli accenni per perdersi in discipline diverse, cronache ed eventi di ieri e di oggi. 
Ci si ritrova per un caffè e il tavolino resta occupato per ore; meno male che basta una piccola ordinazione al tavolo e non facciano ancora pagare con consumazioni a tempo.
Il dottor Giaramidaro a Palermo rappresenta una “istituzione” conosciuta da tutti; disponibile e affabile, riesce a rapportarsi con tutti nel giusto modo.
Con altri illustri soggetti, più o meno a lui coetanei, costituisce un serbatoio della cultura cittadina; negli incontri non disdegna però di aggregare anche curiosi ed appassionati.
Partecipare a convivi insieme a loro diventa occasione di conoscenza che consentono di scoprire personalità locali curiose, quale ad esempio il signor Patricolo, che visse relegato nell’ombra del famoso Studio Cappellani; che sicuramente appartiene alla storia, per le peculiarità e le caratterizzanti uniche specializzazioni nei ritocchi, sicuramente meritevoli oggi di ricordo e attenzione.
Per me l’occasione di conoscerlo nacque da una telefonata per un concorso fotografico interbancario da me organizzato (cosa che già facevo da alcuni anni); volle incontrarmi di persona e mi dedicò anche in seguito spazi di visibilità nella cronaca culturale cittadina del Giornale di Sicilia.
Diversamente da altri non fui mai invadente, lasciando che fosse lui a prendere eventualmente l’iniziativa; forse questo  ha contribuito a creare un rapporto empatico estremamente trasparente e di reciproca stima.
Nel tempo mi ha ripagato con interventi in tavole rotonde e presentazioni, regalandomi anche una sagace prefazione all’unico libro che ho realizzato con la collaborazione - nei testi “originali” - del mio amico Michele (Un'immagine, un racconto).
Recentemente ha proposto una bellissima mostra sul terremoto del Belice. Presente alla inaugurazione, ho avuto il coraggio pretenzioso o l'incoscienza di ribaltare per una volta i ruoli, azzardando a scrivere di lui e dell'evento nel mio blog, documentando il tutto. Il grande successo ricevuto ha fatto si che la mostra avesse un seguito e fosse ripetuta in diverse altre location siciliane.
Un aneddoto emblematico che ama raccontare su quell’esperienza del terremoto è questo: a un certo punto, viaggiando con la sua Fiat Cinquecento tra le tortuose strade di Montevago e Gibellina, non riuscì più a governare il veicolo ed ebbe l’impressione di avere bucato. Fermò la macchina e scese: si accorse che la terra stava continuando a tremare. Quindi, non aveva forato una ruota, bensì stava direttamente vivendo gli effetti, ondulatori o sussultori che fossero, del terremoto. Di quella esperienza resta una foto molto particolare che immortala il “mosso” di quei terribili momenti. La prima foto sul terremoto del ’68 diffusa dai giornali fu proprio una foto scattata da lui in quell’occasione e pubblicata sulla prima pagina del giornale L’Ora.
Quest’ultima è stata la sua testata d’inizio come giornalista, dove ha avuto modo di lavorare a fianco di colleghi diversamente assurti alla celebrità, tra i tanti, ad esempio Mauro De Mauro, Salvo Licata e Letizia Battaglia.
Fra le molteplici attività che lo gratificano ci sono gli interventi nelle presentazioni di eventi fotografici, nel corso dei quali intrattiene, con il suo innato acume critico e la sua sottile ironia, un pubblico sempre attento.
La collaborazione alla rivista web Dialoghi Mediterranei lo vede oggi attivo con i suoi articoli e impegnato alla ricerca di collaborazioni di “fotografi” che sappiano rappresentare, senza preclusione di genere, con fotografie e testi, argomenti e storie originali.
Fra i suoi "racconti" pubblicati in questo spazio spicca, per i miei gusti, la poetica “Mazara forever” (Dieci anni nella memoria), dove i tanti personaggi del tempo della sua infanzia, sapientemente dipinti, rivivono nella piacevole narrazione. Ma anche "Con tanto di barba. Da Sparta ad oggi", piccolo gioiello, emblema letterario del saper raccontare mescolando insieme sapienza e spumeggiante ironia.
La sua ricerca di macchine fotografiche è continua e costante; quando lo incontri, ti esibisce un nuovo storico cimelio che ha appena acquistato su Ebay o attraverso un'altro dei tanti canali “ecommerce”.
Un limite è costituito dalla sua istintiva avversione al computer, forse dovuta alle tante giornate che lo hanno visto in passato inchiodato, nella ordinaria attività lavorativa al giornale, al “maledetto marchingegno”. Questo, però non è un vero problema perché sopperisce in ciò la sua “Enza” che, diversamente, trova interesse e divertimento nel leggere navigando su internet. Unica concessione che si regala è l’utilizzo di Photoshop, al quale ricorre “traducendo in digitale” la maestria precedentemente sviluppata con le tanks in camera oscura.
Nino, serbatoio di ricordi di una infinità di personaggi, è lui stesso un “personaggio” di cui tutti dicono un gran bene e che trova o si inventa sempre spunti per curiosare e divertirsi, oggi come ieri.
Non si decide però ad annodare i tanti fili in uno scritto, per raccontare e regalare a tutti noi le infinità di storie che custodisce nell’album dei ricordi. 
Sollecitato al riguardo, ti dice comunque si, che ci sta pensando, ma intanto rimanda ancora.

Buona luce a tutti! 


© Essec


Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora poi al Giornale di Sicilia – nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista. Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una selezione delle sue fotografie scattate in occasione del terremoto del 1968  nel Belice.

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P.S. - Un sentito ringraziamento va alla Professoressa Enza, sua compagna di vita, preziosa nell'avermi aiutato a rettificare parecchi strafalcioni e a inserire alcuni aspetti di Nino che sconoscevo, meritevoli anche essi di essere annotati per il completamento di questo sintetico quadro.


mercoledì 26 settembre 2018

Con tanto di barba. Da Sparta ad oggi



Non si può più dire. Diventa rischioso lasciarsi scappare l’antica locuzione-sfogo che tanti malcapitati ha salvato da severe crisi di nervi. Ma che barba! Attenzione, meglio mordersi la lingua, assediati come siamo da barbe molteplici, dalle più innocue e scadenti a quelle che mal celano ferocie insospettate, e barbarie assonanti con l’ammasso di peli dell’ideologia della moda.
Premessa autocritica. C’era una volta la voga dei capelloni. Sì, imperversavano molti capelli, con un diavolo per ciascuno, un po’ sporchi e politicizzati, e nessuno pensava di raparsi a zero perché un fantasma calvo, quasi nuovo, aleggiava. E coloro i quali ancora conservavano la piega dei pantaloni e avevano doppiato il Capo di Buona Speranza dell’anagrafe, non li vedevano bene, forse memori delle chiome di Assalonne, figlio di David, e del fatale ramo di terebinto.
Mentre il tempo “goes by” – cantava Sam – i pantaloni sembra vadano perdendo la loro distinzione. Venivano sottoposti a miracolosa “sarcitura” quando l’oltraggio della sedia si faceva evidente; le suore delle clausure riuscivano a rendere invisibile l’accidentato percorso dell’ago. Se vivessero ancora, però, dovrebbero affrontare la condizione di disoccupate, perché a danneggiare i pantaloni non è più Crono ma le stesse fabbriche, e chi vuole risparmiare deve infierire da sé  con forbici, pietre e altri utensili perforanti.
Conclusione: ogni generazione da protagonista finisce per infilarsi nel freddo inverno dello scontento, rischiando la condizione di Jean Des Esseintes,  che voleva andare “a ritroso” (nel libro À rebours di Joris Karl Huysmans) sino a raggiungere una dorata e micidiale nevrosi.
Meglio puntare sulla Scienza dell’incertezza, suggerita dallo studio della Statistica che, simile agli oracoli, dà risposte prive di certezze. Oppure studiare il Futuro, prossima materia scolastica, che non contempla il presente, la vita grigio scuro e arrabattata di tutti i giorni, bensì quella colorata rosata aurea e fortunata che verrà. E farsi crescere la barba.
Ogni tanto l’uomo si ricorda che discende dalla scimmia, e si fa crescere la barba. Gli italiani discendono di più, a quanto pare, e scimmiottano tutto, soprattutto le idiozie, specie se sono usa e getta.
Nella velocità della giornata, 15/20 minuti al mattino per farsi la barba con le fortezze rasanti a tre e quattro lame, sono un notevole deterrente a favore della crescita della peluria e così non perdere velocità. E si può guadagnare anche in immagine: uno che ha un mento da quattro soldi, con la barba può “posticciare” quell’appeal sempre vagheggiato, oppure coloro il cui volto fa pensare ad altre parti anatomiche, con una barba “a coda d’anatra” potrebbero fingere un aspetto decente.
È lunga la nomenclatura pelosa: alla Garibaldi, alla Forca francese, Hollywoodiana, alla Van Dyke o a Costoletta di montone. Ci sono anche esiguità barbine quali il pizzetto alla Dottor Occultis, amico di Blek Macigno, ma anche alla Richelieu o Mazzarino e alla  risorgimentale del “barone di ferro” Bettino Ricasoli con Goffredo Mameli e Michele Novaro. Eccetera. E alla Barbudos dei rivoluzionari della Cuba di Fidel e del mitico Che, e dei Barbutos spietati della camorra, copiate dalle sanguinarie barbe dell’Isis. E le altre, modeste e appuntite, di Lev Davidovich Bronshtein, alias Trotskj, e  Vladimir Il’ič Ul’janov, ovvero Lenin. Ma anche all’arruffata o alla elemosinante.
Felice Cavallotti, “il bardo della democrazia”, autorevole leader della Sinistra Storica dell’ultimo Ottocento, non aveva la barba, e per il suo 33esimo duello scelse un avversario di venti anni più giovane, propugnatore infiammato delle Destra Storica e munito di acuminato pizzo. Troppa cabala e molte ombre d’intrigo sul terreno. Cavallotti al terzo assalto fu colpito alla bocca. Morì quasi subito. Una pesante sconfitta dalla quale la Sinistra meglio sbarbata non si è mai più riavuta.
Da non trascurare le barbe sontuose degli sportivi, che rischiano entusiasmate tirate di compagni nella concitazione dei festeggiamenti per il gol. I nuotatori che si rapano a sottozero e depilano il torace per opporre meno attrito, ora mettono a repentaglio il record con la remora irsuta.
Pelame correntemente accompagnato da estesi tatuaggi che rendono quasi impossibile identificare la nuda e indifesa epidermide. Cambiare pelle è un imperativo che distrae dalle gare su stadi e campi a favore della competizione su chi resiste di più sul lettino del tattoo.
La barba ha effetti collaterali: non consente più di incarnare antiche locuzioni della nostra lingua che descrivevano moti di quell’anima divenuta fievole e cangiante. Come si può dire “a viso aperto” per significare “senza timore” di fronte a uno che sembra la reincarnazione di Barbanera, sia l’astrologo sia il pirata inglese dalla barba intorcinata. Buio in viso, viso lungo, viso duro, volto pulito e, soprattutto, viso d’angelo: tutte emozioni non più rivelabili, sepolte come rimangono sotto la villosa coltre.
«La barba essendo quasi una maschera – diceva Schopenhauer -  dovrebbe essere proibita dalla polizia». Un pensiero veramente pessimista. «È sempre stata maschera», rafforza Umberto Eco. Diego Abbatantuono con una delle sue più icastiche battute asserisce che «La barba sono le mutande della faccia», un altro bastian contrario del quale non ricordo il nome soggiunge che «Con questa moda della barba lunga non so più a chi fare l’elemosina».
Credo sia vero che i volti di oggidì non consentano più all’intimo di trasparire. Disperso fra il vello, il linguaggio dell’anima, della stimata e deprecata mimica facciale che fece vincere al Blue Team – Pietro Forquet, Giorgio Belladonna e Benito Garozzo – 13 campionati mondiali, 3 Olimpiadi e 13 titoli europei di bridge. Nessuno di loro poteva farsi crescere la barba.
Lo stesso può dirsi per i siciliani di Andrea Camilleri, capaci di fare un intero discorso con una sola “musione” zigomatica. Insomma, nelle nostre giornate, sembra si faccia largo l’uomo ad una dimensione, con barba, tatuaggi, vestiti stretti e malridotti, e tagli di capelli incredibili.
Per decenni ci siamo illusi che prima o poi la fantasia sarebbe andata al potere, invece è rimasta intrappolata nei capelli. Passata la fugace fascinazione per l’eleganza “melonistica”, frutto di un’interpretazione fuorviata delle parole testa d’uovo, spregiative per intellettuali e teorici che, persi nei cieli personali, non vedono il concreto. Ma anche un inconscio soprassalto di imitazione del gran rapato del Novecento. Ecco, allontanatasi la moda cucurbitacea si è scatenata la più grande fantasia mai vista sui capelli. Della quale non mi sento capace di riferirne a parole. 
Da bambino, una volta andavo per via Garibaldi con mio padre, che si fermò a parlare con un barbuto. Io mi nascosi dietro le sue gambe, stringendo con tutta la forza che avevo una braca dei suoi pantaloni; forse era il riflesso del barbutissimo Mammaddauru che rapiva i piccoli, tramandata figura di spaventabambini, dalla corruzione del nome del pirata – e sì, barbaresco –  Mohamed Dragut.
Ma anche adesso vengo acciuffato da sgomenti mitigati dall’età. Frequento un bar di avarissimo metraggio dove, giorni fa, entrò un gruppetto veloce come una folata, chiacchierante e gesticolante: avevano tutti la barba, e nel fervore orale accompagnato da rapidi e volanti gesti intravvedevo sospesi occhi sanguigni, mascelle oscillanti, deformate dalla lente della mia diffidente prospettiva. Corruccio schiarite brevi e rapide come un giorno di gennaio. Insomma, quelle barbe mi apparvero unte e atre come quella di Cerbero. Mi misi di taglio e con passi semidanzanti guadagnai l’uscita, la libertà nella mattinata scura e intirizzita dal maestrale.
Naturalmente ci sono già numerosi studi sulla travolgente avanzata della barba nella difficile globalizzazione. Del resto si studia tutto, massimamente i fenomeni che sembrano insignificanti ma che custodiscono esiti forse vitali per noi inconsapevoli. Due professori francesi, per esempio, hanno pubblicato sulla Scientific Review i risultati della loro ricerca sull’origine del rumore dello schiocco delle articolazioni delle dita.
Le donne neozelandesi e polinesiane ritengono i barbuti «più maturi e di ceto più alto e più disponibili e affettuosi con i figli», sostengono sul Behavioral Ecology, giornale di Oxford, i dottori Barnaby Dixson e Pane Vasey. Il professor Cyril Gruetar dell’università Western Australia, invece, certifica che sentendosi l’uomo sotto pressione e perdente autorità, cerca di apparire più aggressivo facendosi crescere la barba. Secondo un team di microbiologi di Quest Diagnostics  con base ad Albuquerque, la barba cattura più batteri della tavoletta del WC.  La ricerca non possiede il rigore metodologico richiesto da un’analisi scientifica, tuttavia è comparabile con ricerche del passato.
Alcuni uomini di scienza, ricercatori e anche giudici hanno il gusto della trovata che assicura loro il maliardo quarto d’ora di notorietà. Un giudice statunitense, credo astemio e dedito alle tisane, ha rilevato che nel caffè c’è una sostanza cancerogena: in quella cosa nel bicchiere di carta soprannominata caffè. Certo, mettendosi di buzzo buono e avendo lucido in mente il detto siciliano “cu’ mancia fa muddichi”, le tracce letali si riuscirebbe a trovarle anche annidate nell’aglio, nel broccolo o fra i tannini del vino rosso siciliano.
Ovviamente ci sono altre confusioni. Un tizio insisteva col barbiere perché gli foggiasse il suo onor del mento a “barba di gatto”, cioè un tipo di ormeggio delle navi; alcuni credono tutt’ora che Barbisio sia un cappello dedicato ai soli barbuti; è in discussione la forma a barbacane. C’è chi sa che barbassore significa persona di gran conto o che si dà grande importanza, purtroppo non è più nota la corrispondente geometria della barba.
Un limite cogente alla fantasia, che non ha più ambizioni governative, è costituito dal monoguancia, cioè farsi crescere la barba su un solo lato della faccia. In questa foggia serissima e disciplinata con legge, nella Sparta antica dovevano portarla i codardi, in modo che fosse facile distinguerli anche a distanza (Plutarco, Vita di Agesilao) oppure mimetizzati fra gli ardimentosi.
Qui da noi, una simile proposta di legge chissà quali accordi trasversali riscuoterebbe per negarle una maggioranza, anche risicata.



venerdì 9 febbraio 2018

"Il terremoto nel Belice raccontato su L’Ora" di Nino Giaramidaro




I falò si vedevano uscendo dall’ultima curva della Castelvetrano-Santa Ninfa. Lassù, sulla collinetta delle case Genco. Vecchi col fasciacollo sulle orecchie, sotto la coppola, bambini imprigionati nei plaid a quadri, nelle coperte e in qualsiasi altra lana. Uomini e donne con pacchi e “trusce” tutt’intorno alla fiamma. Fuochi sempre più pallidi. Ed era appena domenica sera.
Al bivio di Salemi della 119 c’era gente per strada. Passando sotto Santa Ninfa, verso Gibellina, bisognava rallentare: letti addossati ai muri a secco, sotto i fichidindia, masserizie sin sulla carreggiata, gente che andava a zonzo col peso delle cose che aveva tolto da casa e dello spavento.
Ogni tanto fermavo la 500 grigio topo, scribacchiavo qualcosa, tentavo qualche foto alla luce dei fari dell’auto. Ero partito nel tardissimo pomeriggio da Mazara, dopo aver saputo che il comizio del deputato regionale del Pci, Salvatore Giubilato, a Santa Ninfa era stato annullato a causa di una scossa di terremoto.
Ore 11 abbondanti, il via vai si calmava. I bambini si erano assopiti nell’addiaccio degli sgoccioli del 14 gennaio. Bisognava non far spegnere i fuochi. Temporeggiavo fra le curve dello stradone, poi me ne tornai alle case Genco.
Alle tre di notte, guidavo sotto Salemi. D’improvviso la macchina sbandò. A lungo. Ero solo sulla  statale. Riuscii a non uscire di strada. E arrivai a Palermo.
Al giornale L’Ora c’erano Sergio Buonadonna e la famiglia De Mauro. Non si trovava nessuno. Nemmeno i fotografi. Poi arrivò trafelato il direttore Vittorio Nisticò. Consegnai il rullino e, di fretta, salii su un taxi coraggioso, con Mauro De Mauro sdraiato sul sedile posteriore.
Tra buio e chiarore di una giornata che si annunciava brutta, De Mauro bisticciava con un capitano dei carabinieri che non voleva farci avvicinare al bordo strada, panoramico su Gibellina. Vinse lui, l’abile giornalista. E sarebbe stato meglio che avesse perso. Rovine a perdita d’occhio, non un tetto all’impiedi, militari in divisa e in borghese che scendevano verso il margine della distruzione. Sbattevi gli occhi per cancellare quell’orribile miraggio, ma rimaneva lì. Col suo silenzio scalfito dal rotolare di qualche tufo che aveva perso l’ultimo equilibrio. Un poliziotto-fotografo mi diede un rullino Ferrania, e scattai le foto. De Mauro guardava, si girava, dava una tirata alla sigaretta e tornava a guardare, io ero preoccupato perché vedevo che non prendeva appunti. Bisognava che ricordassi tutto a memoria, pietra per pietra.
Un ritorno silenzioso e circospetto, sulla strada inzaccherata con oasi di gente morta di freddo e sgomenta ai margini delle curve in quel residuo di alba, brumosa e carica di amari presagi, ogni tanto qualche coperta sorretta da canne fingeva un riparo. La 1100 D zoppicava fra pozze d’acqua, rughe d’asfalto e squarci profondi. A Borgetto erano le dieci passate. A destra dello stradone De Mauro vide l’insegna di un bar. Era aperto. Ci rifugiammo dentro per un caffè. De Mauro prese un whisky lungo e si avvicinò al telefono. Chiamò il giornale e cominciò a dettare, con le virgole, i punti, gli accapo, senza fermarsi a riprendere fiato.
Giungemmo in piazzetta Napoli intorno alle undici, e scendemmo nella tipografia: c’era il signor Manfrè, l’abilissimo proto, con il bozzone bagnato della prima pagina andava di corsa dal direttore; la rotativa girava di già per guadagnare un’oretta sulla stampa del giornale. Non scrissi una sola riga di tutte quelle che mi arruffavano la testa, corrette, concatenate con un bell’incipit e un nobile finale.
I cavalli e le mule correvano nei pantani di Montevago fra mute di randagi, e si imbizzarrivano davanti ai camion carichi di sterro, mobilio sconquassato, ferraglia. Gli autisti col fazzoletto sulla bocca, come nei film di Tom Mix e di Randolph Scott, per difendersi dai temuti contagi in quell’aria oramai fetida di roba andata a male, carogne di cani, asini, galline, topi. E di morti senza tomba. I volontari dai capelli lunghi, soldati, vigili del fuoco, parenti scavavano. Anche con le mani.  Dovevano trovare circa trecento vittime. Dovevano salvare Cudduredda dalle macerie mentre la televisione riprendeva e scattavano i flash dei fotografi. Troppo tempo perso. La bambina morì in braccio a un vigile del fuoco che piangeva.
C’è sempre lentezza nei soccorsi, c’è sempre un margine di vita e di morte fra le mani familiari sanguinanti e l’arrivo di tecnici sapienti ed estranei. Quello che accadeva in quei 14 ex paesi con i tetti di canne e gesso è difficile dirlo a parole. Bisogna immaginarlo, immaginare anche che vi erano sciacalli in mezzo a quelle povere pietre. Immaginare con che cuore i protagonisti della campagna elettorale del maggio futuro andassero a promettere mentre la gente salvava dalle ruspe in arrivo un cuscino, il bacile, un capezzale di carta, le scarpe screpolate del bambino.
Tutta L’Ora in uno stanzone rettangolare con scrivanie di ferro, verdi e sormontate dalle Diaspron quasi nuove, intorno alle pareti. A nord la cronaca, ad est la piccola postazione delle pagine regionali con Gianni Lo Monaco e il suo cane, a sud la grande scrivania di Aldo Costa, capo redattore e grande sforbiciatore di foto, ad ovest Kris Mancuso e i suoi incalzanti Interni ed Esteri, con il “biondino” Camillo Pantaleone sovrastato dai rotoli delle telescriventi. Nei primi del ’70 Aldo Costa mi chiamò all’hotel Capri, albergaccio di via Maqueda. Al giornale sedevo ai margini di una scrivania di cronaca o del regionale, a seconda del bisogno. Scrivevo a mano in attesa che si liberasse una Olivetti. Mi chiedevano “ma tu chi sei?” e io dicevo nome cognome e paese d’origine. Eravamo così pochi che non avevamo diritto alla settimana corta, e ci fu una gran festa quando Giuseppe Sottile diventò professionista: aveva fatto conquistare il giorno di riposo settimanale.
Un gruppetto di amici, uniti più dall’affetto e dalle convinzioni politiche che non dal mestiere. Ognuno diverso dall’altro, divisi soltanto dall’anagrafe e, di conseguenza, dalla scrittura: dal “tant’è” dei corsivi di Mario Farinella alle concitate cronache di Mario Genco, alle colte traduzioni dal gergo dei quartieri di Salvo Licata. Il plotoncino di ultimi arrivati – come me – venivano detti “biondini” da un copyright di Roberto Ciuni, cronista di seconda generazione poi passato al Giornale di Sicilia in uno dei primi esodi.
Italia-Germania 4-3, è quasi sera, la piazza Politeama è gremita di tifosi escandescenti, scatto alcune foto con una Fed, telemetro russa primordiale. L’indomani Nicola Scafidi mi portò le piccole stampe al giornale: si formò un gruppetto a guardarle, ritraevano una novità socio-sportiva. Passò Aldo Costa e volle vederle pure lui. Ne prese una e andò a sedersi alla sua scrivania. Vidi balenare le lunghe forbici. La foto apparve su cinque colonne in prima pagina a corredo di un articolo sulla festa azzurra al Politeama, durata tutta la notte.
Pioveva sulle tendopoli. E il freddo era da proverbio. Sul terriccio c’erano sporche tracce di neve. Sotto i teli si tossiva, e su ogni tenda c’era appollaiata la paura della meningite, del colera, delle polmoniti e delle altre malattie che accorrono sui luoghi dei disastri, come iene invisibili.
Le medicine, i vaccini, l’acqua, i viveri si impantanavano con i camion nelle fanghiglie. Ogni mezzo che arrivava a tiro, veniva assediato da denutriti, gente squassata dal catarro, volti provati pure nelle rughe della campagna. Si distribuiva pane, coperte, vitto militare. Roba che non bastava per i settantamila, forse novantamila, con le scarpe nel fango e sulla testa il sottile telo grigioverde delle tende. Qualche centinaio era ricoverato nei vagoni dei binari morti. Nei paesi rimasti in piedi, gli sfollati stipavano le scuole.
L’esercito passava il rancio delle sue cucine da campo, c’erano tende ospedale di lingua straniera, tende chiesa, tende scuola, tende barbiere. Distesa di tende congelate dalla pioggia e dalla gara fra  maestrale e tramontana. Impressionante, mai viste prima così tante.
Il giro dei pronto soccorso – Bandita, piazza Marmi, Villa Sofia, Politeama, Civico e diversi altri – mattino pomeriggio e sera, si ascoltava la radio della polizia, come un sottofondo che accompagnava le giornate in redazione. E si andava sempre di corsa a vedere cosa fosse accaduto. Il morto ammazzato dalla gelosia, l’omicidio di mafia, spesso plurimo, coltellate attorno a un bicchiere di vino, occupazione di case allo Zen, grande sciopero dei Cantieri Navali. Mezza redazione sul posto, anche coloro che non dovevano scrivere, pure Walter Buzzoli, capocronista prestato da Paese Sera, nemico degli attacchi e dei “pistolotti finali”; e i fotografi, Nicola e Franco Scafidi, Gigi Petix, Letizia Battaglia e Santi Caleca.
La vita di redazione si svolgeva più sulle strade che nello stanzone, dove c’era Etrio Fidora, giorno e notte, sempre con qualche gatta da pelare, amante della scrittura esplicativa, dettagliata più che delle frasi brevissime che evocavano immagini. L’asburgico, non solo perché era nato a Trieste. Baffetti alla Errol Flynn, alla ussara secondo noi, sorridente e ironico malgrado le decine di querele che lo assediavano in qualità di direttore responsabile. Tutte per diffamazione, responsabilità oggettiva delle dolorose verità che i giornalisti avevano descritto.
Ogni tanto qualcuno si assentava per settimane – Marcello Cimino, Salvo Licata, Dante Angelini, Giuliana Saladino alias Giulia Sala, Mario Genco, Orazio Barrese. – Scrivevano inchieste dedicate ai fascisti, alla mafia, alla Democrazia cristiana, agli ospedali, al Comune. Tutta roba che procacciava le querele a Fidora. E qualche bomba fascista, come quella del ’72 che rovinò un pezzo di redazione.
Scrivo a memoria, spezzoni di ricordi di amici e di un lavoro fatto non solo per vivere. Amici quasi tutti scomparsi, andati lasciando ferite di nostalgia che ogni tanto indolenzisce i Martini dry di uno sparuto gruppetto di superstiti, ognuno con i propri aneddoti di un passato che, a raccontarlo, appare surreale, inventato, onirico.
Le parole, le risate, le ire, le affettuosità, i rumori rimbalzavano tra i fogli di faesite, e si propagavano come un’onda impudica per tre quattro cinque baracche. A Rampinzeri, nel “villaggio” della Madonna delle Grazie e in tutti gli altri con i nomi oramai rifugiati nella memoria labile, che appare e disappare. A distesa nei terreni dove il “grado Babo” era stato schiaffeggiato da quello Mercalli. Montevago impressionante. Salaparuta, Poggioreale, Santa Margherita, sino a Salemi e Castelvetrano. Baraccopoli e case-hangar di lamiera col freddo e il caldo sbagliati, sole e pioggia che lavoravano all’infiacchimento. Dieci anni, venti anni. Gente che è morta chiedendo ancora quattro mura, ragazzini cresciuti senza immaginare che cos’è una casa.
Nel ’73, baracca numero 12. Un lettino, tre coperte, la portatile Olympia, la macchina fotografica Topcon. Il “Diario dalla baracca”, lunghi reportage che raccontavano quella vita dalla dignità trattenuta con le unghie. La baracca “ferramenta”, il bar baracca, le baracche scuole con le stufette elettriche dalla gittata di trenta centimetri, la baracca parrocchia di don Antonio Riboldi, e quella municipio di Vito Bellafiore. E Danilo Dolci, Lorenzo Barbera, Ludovico Corrao schierati contro i “sopralluoghi conoscitivi” di coloro i quali volevano ancora qualcosa da quella gente che non aveva più nulla.
Le proteste per l’acqua, i biglietti gratis a chi voleva emigrare, i viaggi a Roma con i vagoni alla stazione di Palermo pieni di coppole e scialli, e bambini che issavano cartelli più grandi di loro.
Era un mercoledì senza nessuna importanza quel 16 settembre del ’70, il cielo stentava a rabbuiarsi. D’improvviso qualcosa cominciò a mescolarsi al fumo delle sigarette. Abbassammo la radio clandestina, tutti i giovani rimasti in redazione con le orecchie tese per carpire qualche segnale dalla stanza di Nisticò nella quale, trafelati, si infilavano gli anziani del Giornale. Qualcosa che riguardava De Mauro, il quale non doveva essere molto contento del suo trasferimento a capo della redazione sportiva. Nella tardissima sera si capì che era qualcosa di più grave dello scontento: Mauro era stato prelevato sotto casa da alcuni sconosciuti.
Ognuno aveva elaborato una sua teoria sulla scomparsa, ma tutti credevamo che sarebbe tornato con una grande storia da raccontare, da scrivere su tutte le nove colonne della prima pagina. Ma i giorni si avvicendavano in un’attesa aggrappata alla speranza. Cominciarono ad arrivare gli inviati, ricordo l’addolorato Guido Nozzoli, inviato estero de Il Giorno, ex partigiano, uomo sbrigativo, abituato al rischio. Roberto Baudo, redattore della Giudiziaria, Mario Genco, il giovane Nino Sofia e altri con i nomi dispersi, facevano lunghe relazioni quotidiane a Nisticò sui progressi delle indagini, sulla biforcazione fra Carabinieri e Polizia.
Nel gennaio successivo fui inviato a Catania. Il giornale apriva redazioni nella città etnea e a Messina, dove fu mandato Giovanni Rizzuto. Un incarico difficile, modi di fare giornalismo diversi fra me e i collaboratori catanesi, fra i quali Agostino Sangiorgio, Ada Mollica, Placido Ventura, Guglielmo Troina. Non andavano sui luoghi dei fattacci. Telefonavano in Questura. Scrivevano “sulla parola”, senza sapere altro. Andavo io a vedere cos’era accaduto.
Ma arrivarono anche Felice Chilanti, afono per un’operazione alla trachea, con la moglie che traduceva i soffi del grande giornalista, Salvatore Costanza, che scriveva mirabili corsivi, Orazio Barrese, con la sua Alfa Romeo col “trucco” per non farsela rubare. Un anno sulla corda, a scrivere quello che gli altri giornali trascuravano: l’autostrada che non progrediva, i giovani e la droga, il lavoro senza protezione (quattro morti folgorati in un cantiere), un nugolo di morti ammazzati e la politica con i neofascisti che non disdegnavano di fare telefonate minacciose in redazione, la mafia a Catania.
Alla fine di novembre me ne tornai a Palermo da Giornalista Praticante (la lettera di assunzione mi era arrivata in luglio), sostituito da Antonio Calabrò. Alle pagine regionali con Salvo Licata. Venivo inviato dovunque non andasse l’inviato vero: nel Belice terremotato, a Licata per l’alluvione, fra i pescatori di Mazara che raccontavano le loro avventure, a cercare un sindaco di Acquaviva Platani, a constatare le orme degli ufo “atterrati” in una campagna del nord-est Trapanese dove trovai le transenne piantonate dai vigili urbani. Ma il cielo sulla piazzetta Napoli era ormai blu scuro.
Venne Cervetti, Gianni Cervetti della commissione per i bilanci del Pci. Il succo del suo discorso all’assemblea de L’Ora era che il partito non aveva più bisogno di giornali “collaterali” ma di giornalisti dentro grandi e piccole testate. Reagirono male ma inutilmente Giuliana Saladino e Mario Genco. Finiti i soldi, forse anche quelli sovietici. Scomparso l’editore Amerigo Terenzi che quando giungeva in redazione creava folate da spostamento d’aria al suo passaggio, e anche l’indomito Vittorio Nisticò era agitato da qualcosa che somigliava al timore. L’avventura de L’Ora entrava in un’altra dimensione già indirizzata verso la fine. Quel gruppetto di giornalisti fu imprigionato nella diaspora che sempre colpisce quando l’intelligenza non serve più.
Scandalo del Belice, malgoverno, spreco, intrallazzi e mafia. Parole, entità e categorie che si addicono alla lunga vicenda dei terremotati della Valle del Belice. Anche calcolato disinteresse. Nei primi giorni dopo la tragedia, un inviato chic con gessato e scarpe inglesi, in un albergo di Mazara del Vallo, chiedeva agli inviati infangati che cosa fosse successo. Poca cosa, fu la sua sintesi, qualche morto e casupole cadute: nessun danno serio all’economia.
«Un morto è una tragedia, un milione di morti una statistica», disse Iosif  Vissarionovich  Dzhugashvili, cioè Stalin. Le trecento o quattrocento vittime sotto le macerie e i 90 mila senza tetto (numeri incerti) sembra siano stati considerati come una pre-statistica, un elenco senza urgenza.
Alla fine degli anni ’70, incominciarono ad essere abitate le “new town”, innalzate su piani urbanistici definiti danesi, con circonlocuzioni architettoniche senza alcuna parentela con le “gost town” che le erbe di vento tentano di coprire. Con una verde, autoctona e ramificata trama di oblìo.


 

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)