Ricevo e riporto con piacere dei pensieri di oggi della moglie Enza per ricordare Nino.
Buona luce a tutti!
© Essec
“Due anni oggi Nino se n’è andato, silenziosamente, una mano a sorreggere una guancia, come un bambino che finalmente si è acquietato nel sonno. Silenziosamente, come quando doveva scattare una foto, noto o poco noto che fosse il posto in cui si trovava.
Si muoveva con passi felpati, per non turbare la normalità, il consueto vivere degli abitanti del posto, l’equilibrio della consuetudine. Perché anche nello svolgimento di un rito tribale o nella caciara di una festa popolare o nel vociare di una manifestazione c’è un equilibrio specifico.
Era silenzioso Nino, ma aveva tanto da dire. E lo faceva con le foto e con gli scritti, ma anche a viva voce: non le mandava certo a dire!
In questi due anni, conquistata una parvenza di pace, mi sono dedicata alla ricerca di Nino attraverso la rilettura di alcuni suoi lavori e l’osservazione attenta di alcune sue foto; operazione non facile, viste le migliaia di scatti e le centinaia di pagine scritte. Ho trovato racconti brevi e poesie e articoli ….. e centinaia di metri di pellicole già sviluppate, contenitori stracolmi di diapositive e schede schede schede con foto digitali.
Non è giusto che tanta vita – perché tale è – rimanga chiusa e taciuta. Cercherò di diffondere alcuni suoi lavori affinché Nino possa essere conosciuto e apprezzato come merita, senza i freni imposti dalla sua modestia e dalla sua onestà. Intanto, per quanto riguarda la 'comunicazione non verbale', ho individuato alcuni temi particolarmente cari a Nino e sto realizzando dei power point destinati o ad una mostra o a qualche pubblicazione. Per gli scritti, il lavoro è molto più complesso e richiede tanto tempo. Ma anche in questo campo, andrà a buon fine!” (f.to Enza Bertuglia)
Buona luce a tutti!
© Essec
"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
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giovedì 28 maggio 2026
“Obiettivo Kalsa – Viaggio fotografico nel quartiere attraverso gli occhi di Luigi Cocuzza”
Due anni oggi era venuto a mancare Nino Giaramidaro. Un giornalista acuto che amava muoversi nell’ombra ma che è riuscito a lasciare evidenti tracce anche nel mondo siciliano della fotografia.
Nel continuare a viaggiare nel tempo, mi accorgo – come capita a molti della mia età – di ritrovarmi oggi in compagnia di tanti passeggeri, seduto nello scomparto di una delle carrozze dello stesso convoglio, con assegnato un mio numero di posto e una data d’arrivo (o di fermata, per chi non resta allergico al termine “morte”) definita ma, fortunatamente, come per gli altri, anche a me sconosciuta.
Con l’avanzare di anni inevitabilmente non si può non accorgersi dei vuoti che aumentano nei vagoni, per i molti che intanto hanno evidentemente raggiunto la meta coerente al biglietto.
Come capita in tutti i viaggi, anche in quelli organizzati, sono sempre disparate le personalità presenti nei gruppi, ma accade pure che con alcuni si scoprono vicinanze di pensiero, che generano aperture e confronti che si sviluppano maggiormente attraverso eventuali naturali empatie.
Ripercorrendo a ritroso il proprio viaggio, ciascuno avrà modo di scoprire come sono tanti i personaggi incontrati, che hanno influenzato comunque la nostra crescita, come pure anche paradossalmente, talvolta, le negatività hanno aiutato nella decisiva scelta della strada ritenuta più coerente al nostro credo.
Ieri ho partecipato alla inaugurazione di una mostra, presso la nuovissima struttura “ORBITA - Casa della Partecipazione – Kalsa” di via Alloro, dal titolo “Obiettivo Kalsa – Viaggio fotografico nel quartiere attraverso gli occhi di Luigi Cocuzza” che consiglio ai palermitani di andare a visitare.
Un’operazione espositiva che, ancora una volta, conferma la valenza della testimonianza e della memoria.
L’esigenza di valorizzare le tracce sociali e urbanistiche del quartiere hanno indirizzato gli organizzatori a ricercare testimonianze, in breve sfociate nella valorizzazione della passione dell’architetto Cocuzza per la fotografia.
Una passione che è stata complementare alla sua naturale propensione all’insegnamento, che lo ha portato a far divenire anche la fotografia un oggetto di didattica rivolta ai giovani altri. Quelli che, a prescindere dall’età anagrafica, erano interessati a osservare e raccontare il loro tempo attraverso una particolare osservazione da congelare con la produzione d’immagini.
Nei suoi oltre ottanta anni di vita Luigi Cocuzza ha coltivato tante anime docili e ribelli, aiutandole nel loro sviluppo e facendone emergere i potenziali talenti.
Nell’orbita cittadina è stato una istituzione e i molti presenti all’inaugurazione, di cui molti con i capelli bianchi ma che comunque rappresentavano un ampio arco generazionale, ne sono stata palese dimostrazione.
Ognuno avrebbe potuto raccontare un proprio aneddoto, perché Luigi aveva molta attenzione al rispetto a alla cura dei suoi allievi.
Al di là della profonda confessione politica era un esempio di quella rara “onestà intellettuale” che si richiede a molti e che si sposava in modo coerente con le sue costanti aperture al dialogo, anche se in presenza di posizioni contrapposte.
La cosa più bella che ho sempre visto in Luigi era la freschezza e la spontaneità quasi ingenua del fanciullo che si portava dentro; che riusciva a far conoscere e trasmettere a chi gli stava vicino.
Buona luce a tutti!
© Essec
sabato 20 febbraio 2021
Progetto di recupero dei resti della Chiesa Madre di Santa Margherita Belice, che nel 1968 venne quasi totalmente rasa al suolo.
Con la depressione che pervade un pò tutti quanti, a causa dei frequenti lokdown che ci obbligano a clausure, scegliere una escursione fotografica fra amici per rivisitare i ruderi dei paesi siciliani terremotati del sessantotto non è il massimo per migliorare l’umore. Ma questo si era deciso al volo, approfittando della temporanea “finestra” che consentiva adesso le escursioni intercomunali, grazie al passaggio del nostro territorio pandemico da zona arancione a zona gialla.
In qualche modo, già nel passato avevo fatto un’escursione similare in abruzzo e precisamente a L’aquila. Quella volta per verificare a che punto stavano le opere di ricostruzione a distanza di quattro anni dal sisma.
Qui l’intento era diverso. I paesi di Poggioreale e Montevago che ci apprestavamo a visitare erano ruderi di contesti urbani sostanzialmente abbandonati, avendo deciso le relative amministrazioni pubbliche di edificare secondo nuovi piani regolatori che prevedevano edificazioni completamente nuove, ubicate in aree prossime ai comuni storici collassati.
Per i ruderi di Poggioreale c’era stato anche un momento in cui si era dati da fare per trasformare il vecchio sito un luogo monumentale. Tanti erano stati i propositi e le buone intenzioni che in breve però, almeno fino ad ora, sono rimaste idee fumose, sogni nel cassetto e niente di più. Solo qualche troupe di cineasti e sparuti fotografi ne hanno fatto sporadicamente un set per delle loro riprese.
Per la sua costante spettralità il sito si mantiene ancora affascinante e ogni stradina e edificio annesso porta a immaginare scene di una vita che fu. La manutenzione è però ridotta al minimo, per far sì che almeno un certo tipo delle erbacce, le più invasive, siano mantenute a bada, per non far scomparire completamente l’identità dei luoghi.
Il Comune di Montevago, sotto l’egida di una amministrazione più illuminata e che vuol tenacemente mantenere radicata la sua storia a un territorio quasi totalmente raso al suolo, ha avviato invece di recente un'azione di recupero di alcuni resti e che sta cercando di valorizzare. Anche se queste iniziative restano delle piccole azioni in un territorio martoriato, emulando delle scelte operate nel vicino comune attiguo di Santa Margherita Belice ci si sta avviando ad attuare interventi artistici che abbracciano anche forme innovative moderne, come è la streetart.
Lungo un vecchio muro di cemento che delimita l’area del vecchio paese è in qualche modo già stata sintetizzata la narrazione della storia locale, mitizzata anche un poco, con un lungo murales commissionato nel 2018 e realizzato a più mani da graffitari isolani che si firmano: Luogo Comune, Collettivo FX, Mangiatori di Patate e Zeno.
Di recente, all'artista siciliano Ligama è stato affidato un nuovo compito creativo, con l’intento di allestire e simulare scene rappresentative di ricordi di vita reale; destinando per l'operazione i pochi resti di edifici che hanno mantenuto, seppur parzialmente, in piedi solo le mura.
Certamente il risultato è frutto di un connubio felice per cercare di valorizzare un territorio che, diversamente, documenterebbe soltanto tracce di desolazione.
Le radici umanistiche del Sindaco La Rocca stanno pure ispirando l'Amministrazione comunale di Montevago, nell'avvio di un progetto volto al recupero possibile dalle macerie - partendo da quanto potrà essere ripristinato - dell’edificio settecentesco che fu la Chiesa Madre del paese, che nel 1968 venne quasi totalmente rasa al suolo.
Una bella avventura anche questa che si svilupperà con un work in progress, secondo quanto sarà possibile riutilizzare.
C’è già un esempio cui forse ci si potrebbe ispirare. Quello costituito dall’analogo edificio terremotato di Santa Margherita che, riedificato anche con la creazione di protesi metalliche integrate alla vecchia struttura, ha dato vita all’attuale sito museale dedicato alla memoria del terremoto di quegli anni; che custodisce al suo interno documenti e tante fotografie dei vari fotografi che, per la cronaca, immortalarono scene dell’evento Scafidi, Minnella e altri.
Nel cinquantenario del Terremoto della Valle del Belice, che ha interessato molti dei piccoli paesi del comprensorio, anche il foto-giornalista Nino Giaramidaro ebbe ad allestire una mostra che ha raccolto molti dei suoi scatti realizzati a quel tempo come inviato del giornale L’Ora. Le sue fotografie, che sono state esposte in diversi dei Comuni della Valle del Belice terremotati, e le foto sono tuttora visionabili su You Tube https://youtu.be/BF_qFEbmMmE.
Per chi volesse fare una gita fuori porta, lockdown e colori vari zonali permettendo, ci si potrà ora recare a visitare la sola Montevago. Per vedere le installazioni di Street Art di cui si è fatto cenno e dare un’occhiata, ma solo da lontano, ai ruderi della Chiesa Madre che costituiscono oggi un cantiere aperto.
Il sito di Poggioreale Vecchia è inibito al turismo e l’accesso ai luoghi rimane tuttora vietato a improbabili visitatori. Uno slide show consente di avere di una visione recente dei ruderi del vecchio paese.
Rimanendo nella zona, per pranzare si consiglia il Ristorante-Pizzeria Genco, dove Marcello saprà soddisfare i desideri di una cucina genuina, mentre per un dolcino o una più veloce tavola calda alla vicina Pasticceria Sant’Angelo avreste solo l’imbarazzo della scelta.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
domenica 31 maggio 2020
I caffè di Nino
Finalmente,
dopo un prolungato e angoscioso lockdown, il passaggio alla fase due veniva
oggi ad allentare la morsa claustrofobica che ci aveva attanagliato tutti. Le
nuove regole introducevano delle progressive libertà volte ad un lento risveglio dal letargo
imprevisto.
Nel
periodo penitenziario restrittivo, il ricorso alle incombenze prima noiose - come quella dell’andare
a buttare la spazzatura fuori casa - paradossalmente erano riuscite ad assurgere
fra le poche opportunità premianti e che, ora, in famiglia erano pure contese, in assenza
di cani da accompagnare per i compiti igienici collegati che per decreto legge venivano permessi.
Un felino presente in famiglia, infatti, nel caso non era contemplato dalla normativa e
dai pcm governativi tutti, non creava le opportunità per una occasionale possibile fuoriuscita.
I gatti amano stare in casa e sanno ben gestirsi, anche nelle loro necessità quotidiane.
Certo
era stato brutto questo tempo di Corona Virus per chi aveva raccolto in certi rituali delle abitudini,
ancor di più se lo status di pensionato non forniva alcuna possibile scappatoia praticabile per potenziali escursus giustificabili come compiti lavorativi.
La
fase due aveva ora portato fortunatamente, anche se vigilate, opportunamente bendati con la mascherina e forniti di guanti, una
certa libertà di movimento e questa possibilità di uscite dai nocosomiali luoghi di
coprifuoco, riconsegnò nuovamente a Nino la possibilità di riassaporare una delle usanze di
un tempo, quella di riavvicinarsi ai bar.
La
normalizzazione ricomiciò con il baretto vicino a casa, seduto al
tavolino posto all’aperto però, così come le norme di riapertura avevano
previsto. La degustazione del caffè
avvenne in un secondo momento, nel bicchierino di carta: occorreva applicare
ancora misure di prudenza. Per allargare il suo raggio di azione ci sarebbero
state altre occasioni.
Alcuni
bar per Nino costituivano - e da qualche tempo - una specie di rifugio ove tendere ad
appartarsi in solitario.
Anche per potere fumare in santa pace, ove consentito dal luogo, il pezzo del suo amato sigaro, che nel rituale veniva acceso, spento e poi riacceso in tante riprese. Gustarne il sapore e il fumo e accompagnarlo con un bel caffè era una delle godurie rimaste.
Ogni specifico locale da lui individuato rispondeva ai potenziali test per il suo esame, caffè compreso; avendo poi superato la prova di gradimento dell’aroma, con piena approvazione veniva annoverato fra i locali frequentabili e corrispondente ai suoi gusti.
Anche per potere fumare in santa pace, ove consentito dal luogo, il pezzo del suo amato sigaro, che nel rituale veniva acceso, spento e poi riacceso in tante riprese. Gustarne il sapore e il fumo e accompagnarlo con un bel caffè era una delle godurie rimaste.
Ogni specifico locale da lui individuato rispondeva ai potenziali test per il suo esame, caffè compreso; avendo poi superato la prova di gradimento dell’aroma, con piena approvazione veniva annoverato fra i locali frequentabili e corrispondente ai suoi gusti.
Riguardo
alle abitudini e alle scelte, se per Nino l’intento era quello d’evadere, in un luogo che, seppur frequentato, costituisse la sua isola felice, dal suo caratteristico zainetto di color viola fuori uscivano ben
presto un paio di numeri della “Settimana Enigmistica” (la rivista che lo
appassiona sempre e che ritiene necessaria per continuare rendere efficienti e
giovani le reattività delle sue sinapsi). L’esercizio dell’impegno intellettuale era collegato alla teoria riprovata da Rita Levi Montalcini e che rimane
attuale. Diversamente dalla struttura fisica portante decadente che
caratterizza l’individuo anziano, con un idoneo allenamento quotidiano, attraverso quell'esercizio, l’efficienza
della mente umana può mantenersi infatti longeva.
Nel
nuovo locale che veniva accettato, avrebbero poi trovato posto sul tavolino il
suo particolare e penamente funzionante telefonino “vintage”, l’immancabile penna
e il suo mini taccuino, ricco di appunti di nomi e idee nonchè dei numeri di telefono dei tanti amici.
I
bar cittadini ai quali Nino fa di regola sempre riferimento sono variegati, ma non
tanti e di ambiente estetico diverso. Talvolta s’avventura in locali
occasionali, per testare magare dei nuovi ambienti o per cambiare e collaudare sue nuove tecniche di prova.
Nella
maggior parte dei casi le scelte però restano condizionate dalla località in
cui si ritrova, dai componenti della compagnia e dalle intenzioni/esigenze del
momento.
Il gruppo
principale formato da soggetti con cui s’incontra più di frequente è “quello del cuore”, che vede
coinvolti coloro che si sono anche auto-soprannominati i “parenti”.
L’insieme
è costituito da amici-colleghi, quasi tutti degli ex della carta stampata. Questi
incontri hanno una composizione variabile che risponde alla logica del “cu c’è
c’è”, anche perché non tutti, essendo oggi dei pensionati, risiedono stabilmente a
Palermo.
Una
seconda cerchia è più ristretta ed è formata da quattro o cinque elementi a secondo
della disponibilità momentanea di ciasciuno. Questo gruppo è costituito da amici
del mondo fotografico a lui sempre stati vicini e formato pressochè da soggetti coetanei.
Un
terzo convivio, che include anche il sottoscritto - e che sua moglie Enza ha
ribattezzato dei “tuttologi” - viene convocato ogni volta senza alcun preavviso, per discutere di
argomenti disparati. Nell’occasione si alimentano confronti e talvolta si
focalizzano propositi realizzativi che lasciano ampio spazio alla
fattibilità e a una possibile vera attuazione.
Un
quarto gruppo, forse fra tutti quello a lui preferito, è goliardico e castelvetranese, dove
prevale una presenza di parenti, diretti, indiretti o acquisiti, che si riunisce quasi sempre
accompagnando il tutto con dei “baccanali”.
Un
ultimo gruppetto potrebbe proprio definirsi come quello “occasionale e di
studio” semiologico, semantico o antropologico (fate voi). E’ un gruppetto
estivo, dalla composizione improbabile e sempre combinatoria, che lo vede seduto nei lunghi e
sonnolenti pomeriggi agostani al solito tavolino, sito nel solito baretto della località balneare che ama frequentare.
Nell’ombra
che lo protegge dalla calura estiva prevale questa volta la predisposizione all’apparente
passività, concentrata però all’ascolto attento. Lo affascinano - e da sempre - i discorsi degli
avventori indigeni, che ancor oggi presentano aspetti pittoreschi. Spesso
nelle discussioni emergono espressioni desuete ma sempre colorite, che riescono a portarlo indietro nel tempo e a recuperare molti dei tanti ricordi.
In
conclusione e per una sintesi, può dirsi che in ogni caso, a comune
denominatore dei vari gruppi, permane in Nino sempre l’interesse per gli argomenti di
conversazione che, con i differenti convitati, adatta alle specificità dei partecipanti.
Le gerarchie fra i narratori nei vari incontri si disciplinano automaticamente, in relazione all’ascendente del conferenziere di turno, ma anche ai contenuti di quanto si viene a dire.
Le gerarchie fra i narratori nei vari incontri si disciplinano automaticamente, in relazione all’ascendente del conferenziere di turno, ma anche ai contenuti di quanto si viene a dire.
La
partecipazione assicura in ogni caso a Nino momenti di continuo “acculturamento” e
“crescita”, che possono anche presentarsi nei bizzarri casi magari improntati in origine al puro cazzeggio.
In quelle circostanze talvolta, però, riaffiora chiaro in lui il famelico dubbio sull’opportunità concessa a tutti: quello del suffragio universale. Molto spesso, infatti, tocca con mano quanto possa rivelarsi pericolosa la libertà di di voto accordata indistintamente e a prescindere erga omnes.
Sono quei rari casi in cui traballano i suoi sacri ideali del socialismo e della democrazia ai quali si è sempre ispirato e in cui ancor oggi crede.
In quelle circostanze talvolta, però, riaffiora chiaro in lui il famelico dubbio sull’opportunità concessa a tutti: quello del suffragio universale. Molto spesso, infatti, tocca con mano quanto possa rivelarsi pericolosa la libertà di di voto accordata indistintamente e a prescindere erga omnes.
Sono quei rari casi in cui traballano i suoi sacri ideali del socialismo e della democrazia ai quali si è sempre ispirato e in cui ancor oggi crede.
© Essec
lunedì 6 gennaio 2020
Diceva sempre “Quello”, volere è potere …… occorre prendere coscienza e mettersi all’opera per scrivere un po’ di storia
Di tanto in tanto mi piace accomunarmi, seduto
al tavolino di un bar o nel visitare una mostra o altro ancora, con un caro
amico per discutere di qualche particolare idea o, in assenza di progetti in
cantiere, argomentare sul più e sul meno senza un tema o uno scopo prefissato.
Da questa buona abitudine, per quanto mi
riguarda, nascono ulteriori e sempre nuovi accrescimenti cognitivi di qualunque
specie, in ogni campo e genere. L’amico con il quale ho il piacere di
intrattenermi costituisce infatti una miniera di scienza e conoscenze, come
usiamo dire dalle nostre parti: “unni u tocchi sona” (dove lo tocchi suona).
Noto nel comprensorio per essere stato un
brillante giornalista nei quotidiani locali conosce, come usiamo dire, mezza
Sicilia e non solo per questioni di cronaca. Si accompagna peraltro con
personaggi altrettanto qualificati e, un eventuale coinvolgimento improvvisato
in un loro “concistorio”, è un’ulteriore occasione per ascoltare chi ha
certamente da dire e molte cose da raccontare.
Le conoscenze dell’amico abituale si
allargano anche alla fotografia, che ha praticato e pratica ancora. E’ anche
questo uno dei motivi che m’inducono a coinvolgerlo in iniziative che capita di
organizzare, nelle quali, oltre a pareri specifici legati all’evento, tira fuori
aneddoti personali e citazioni attinenti al caso.
Come tutti quelli che hanno avuto un vissuto
pieno da giornalista, sono infiniti i personaggi su cui potrebbe disquisire,
dal famoso fotografo, artista o scrittore siciliano ai tantissimi adombrati collaboratori
che li hanno affiancati e che spiccavano per specifiche peculiarità dimenticate.
Quest’ultimo è uno dei motivi che m’inducono
a spingerlo a scrivere sulle tante cose e i tanti soggetti che si sono, in ogni
modo, distinti nel suo tempo.
Basterebbe fare una semplice scaletta e
mettere di seguito negli anni avvenimenti e soggetti di ogni tempo, senza
aggiungere altro: costituirebbe un indice in premessa.
Nei capitoli successivi saprà certamente
esplicitare i tanti contenuti, i personaggi e le rispettive anedottiche.
Questo breve scritto l’ho indirizzato a
Nino, sperando che voglia raccogliere il mio invito.
Sarebbe un regalo gradito non solo a me che
lo sollecito da tempo, ma a tutti coloro che lo conoscono e che amorevolmente lo
circondano.
Diceva sempre “Quello”, volere è potere ……
occorre prendere coscienza e mettersi un po’ all’opera per scrivere un po’ di
storia (o storie, come meglio aggrada).
Per una volta, provo ad invertire le parti e
propongo questo testo come prologo al tuo racconto.
Toti
giovedì 27 settembre 2018
Nino Giaramidaro (giornalista e fotografo o, a piacimento, viceversa)
Scrivere su un fotografo che nasce e si afferma
principalmente come giornalista costituisce per tutti un azzardo, ma voglio
correre questo rischio perché in alcuni casi vale la pena osare.
Dotato di una naturale e raffinata ironia, ha sempre avuto
un occhio attento verso personaggi ed eventi, riuscendo a classificare,
caratterizzandole in sintesi, le umanità che ha avuto modo di
incrociare.
Dialogare con Nino presuppone una dilatazione infinita
del tempo, svariando in argomenti che, seppur partendo dalla fotografia, si
sviluppano e si orientano verso aneddoti mai banali.
Bastano piccoli accenni per perdersi in discipline
diverse, cronache ed eventi di ieri e di oggi.
Ci si ritrova per un caffè e il tavolino resta occupato per ore; meno male che basta una piccola ordinazione al tavolo e non facciano ancora pagare con consumazioni a tempo.
Il dottor Giaramidaro a Palermo rappresenta una “istituzione” conosciuta da tutti; disponibile e affabile, riesce a rapportarsi con tutti nel giusto modo.
Ci si ritrova per un caffè e il tavolino resta occupato per ore; meno male che basta una piccola ordinazione al tavolo e non facciano ancora pagare con consumazioni a tempo.
Il dottor Giaramidaro a Palermo rappresenta una “istituzione” conosciuta da tutti; disponibile e affabile, riesce a rapportarsi con tutti nel giusto modo.
Con altri illustri soggetti, più o meno a lui
coetanei, costituisce un serbatoio della cultura cittadina; negli incontri non disdegna però
di aggregare anche curiosi ed appassionati.
Partecipare a convivi insieme a loro diventa occasione di conoscenza che consentono di scoprire personalità locali curiose, quale ad esempio il signor Patricolo, che visse relegato nell’ombra del famoso Studio Cappellani; che sicuramente appartiene alla storia, per le peculiarità e le caratterizzanti uniche specializzazioni nei ritocchi, sicuramente meritevoli oggi di ricordo e attenzione.
Partecipare a convivi insieme a loro diventa occasione di conoscenza che consentono di scoprire personalità locali curiose, quale ad esempio il signor Patricolo, che visse relegato nell’ombra del famoso Studio Cappellani; che sicuramente appartiene alla storia, per le peculiarità e le caratterizzanti uniche specializzazioni nei ritocchi, sicuramente meritevoli oggi di ricordo e attenzione.
Per me l’occasione di conoscerlo nacque da una
telefonata per un concorso fotografico interbancario da me
organizzato (cosa che già facevo da alcuni anni); volle incontrarmi di persona
e mi dedicò anche in seguito spazi di visibilità nella cronaca culturale
cittadina del Giornale di Sicilia.
Diversamente da altri non fui mai invadente, lasciando
che fosse lui a prendere eventualmente l’iniziativa; forse questo ha
contribuito a creare un rapporto empatico estremamente trasparente e di reciproca stima.
Nel tempo mi ha ripagato con interventi in tavole rotonde e
presentazioni, regalandomi anche una sagace prefazione all’unico libro che ho realizzato con la
collaborazione - nei testi “originali” - del mio amico Michele (Un'immagine, un
racconto).
Recentemente ha proposto una bellissima mostra sul terremoto del Belice. Presente alla inaugurazione, ho
avuto il coraggio pretenzioso o l'incoscienza di ribaltare per una volta i
ruoli, azzardando
a scrivere di lui e dell'evento nel mio blog, documentando il tutto. Il grande successo
ricevuto ha fatto si che la mostra avesse un seguito e fosse ripetuta in
diverse altre location siciliane.
Un aneddoto emblematico che ama raccontare
su quell’esperienza del terremoto è questo: a un certo punto, viaggiando con la sua
Fiat Cinquecento tra le tortuose strade di Montevago e Gibellina, non riuscì
più a governare il veicolo ed ebbe l’impressione di avere bucato. Fermò la
macchina e scese: si accorse che la terra stava continuando a tremare. Quindi, non aveva
forato una ruota, bensì stava direttamente vivendo gli effetti, ondulatori o
sussultori che fossero, del terremoto. Di quella esperienza resta una foto
molto particolare che immortala il “mosso” di quei terribili momenti. La prima
foto sul terremoto del ’68 diffusa dai giornali fu proprio una foto scattata da
lui in quell’occasione e pubblicata sulla prima pagina del giornale L’Ora.
Quest’ultima è stata la sua testata d’inizio come giornalista,
dove ha avuto modo di lavorare a fianco di colleghi diversamente assurti alla
celebrità, tra i tanti, ad esempio Mauro De Mauro, Salvo Licata e Letizia Battaglia.
Fra le molteplici attività che lo gratificano ci sono gli
interventi nelle presentazioni di eventi fotografici, nel corso dei quali intrattiene, con il suo innato acume critico e la sua sottile ironia, un
pubblico sempre attento.
La collaborazione alla rivista web Dialoghi Mediterranei lo
vede oggi attivo con i suoi articoli e impegnato alla ricerca di collaborazioni di
“fotografi” che sappiano rappresentare, senza preclusione di genere, con
fotografie e testi, argomenti e storie originali.
Fra i suoi "racconti" pubblicati in questo spazio spicca,
per i miei gusti, la poetica “Mazara
forever” (Dieci anni nella memoria),
dove i tanti personaggi del tempo della sua infanzia, sapientemente dipinti, rivivono nella piacevole narrazione. Ma anche "Con
tanto di barba. Da Sparta ad oggi", piccolo gioiello, emblema
letterario del saper raccontare mescolando insieme sapienza e spumeggiante
ironia.
La sua ricerca di macchine fotografiche è continua e costante;
quando lo incontri, ti esibisce un nuovo storico cimelio che ha appena acquistato su Ebay
o attraverso un'altro dei tanti canali “ecommerce”.
Un limite è costituito dalla sua istintiva avversione al computer,
forse dovuta alle tante giornate che lo hanno visto in passato inchiodato, nella ordinaria attività lavorativa al giornale, al
“maledetto marchingegno”. Questo, però non è un vero problema perché sopperisce in ciò la sua “Enza” che,
diversamente, trova interesse e divertimento nel leggere navigando su internet.
Unica concessione che si regala è l’utilizzo di Photoshop, al quale ricorre “traducendo in
digitale” la maestria precedentemente sviluppata con le tanks in camera oscura.
Nino, serbatoio di ricordi di una infinità di
personaggi, è lui stesso un “personaggio” di cui tutti dicono un gran bene e
che trova o si inventa sempre spunti per curiosare e divertirsi, oggi come ieri.
Non si decide però ad annodare i tanti fili in uno
scritto, per raccontare e regalare a tutti noi le infinità di storie che
custodisce nell’album dei ricordi.
Sollecitato al riguardo, ti dice comunque si, che ci sta pensando, ma intanto rimanda ancora.
Sollecitato al riguardo, ti dice comunque si, che ci sta pensando, ma intanto rimanda ancora.
Buona luce a tutti!
© Essec
Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora poi al Giornale di Sicilia
– nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i
corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista.
Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria
visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una
selezione delle sue fotografie scattate in occasione del terremoto del
1968 nel Belice.
--
--
P.S. - Un sentito ringraziamento va alla Professoressa Enza,
sua compagna di vita, preziosa nell'avermi aiutato a rettificare parecchi strafalcioni e a
inserire alcuni aspetti di Nino che sconoscevo, meritevoli anche essi di essere annotati per il completamento di
questo sintetico quadro.
mercoledì 26 settembre 2018
Con tanto di barba. Da Sparta ad oggi
Non si può più dire. Diventa rischioso lasciarsi
scappare l’antica locuzione-sfogo che tanti malcapitati ha salvato da severe
crisi di nervi. Ma che barba! Attenzione, meglio mordersi la lingua, assediati
come siamo da barbe molteplici, dalle più innocue e scadenti a quelle che mal
celano ferocie insospettate, e barbarie assonanti con l’ammasso di peli dell’ideologia
della moda.
Premessa autocritica. C’era una volta la voga
dei capelloni. Sì, imperversavano molti capelli, con un diavolo per ciascuno,
un po’ sporchi e politicizzati, e nessuno pensava di raparsi a zero perché un
fantasma calvo, quasi nuovo, aleggiava. E coloro i quali ancora conservavano la
piega dei pantaloni e avevano doppiato il Capo di Buona Speranza dell’anagrafe,
non li vedevano bene, forse memori delle chiome di Assalonne, figlio di David,
e del fatale ramo di terebinto.
Mentre il tempo “goes by” – cantava Sam – i
pantaloni sembra vadano perdendo la loro distinzione. Venivano sottoposti a
miracolosa “sarcitura” quando l’oltraggio della sedia si faceva evidente; le
suore delle clausure riuscivano a rendere invisibile l’accidentato percorso dell’ago.
Se vivessero ancora, però, dovrebbero affrontare la condizione di disoccupate,
perché a danneggiare i pantaloni non è più Crono ma le stesse fabbriche, e chi
vuole risparmiare deve infierire da sé con forbici, pietre e altri
utensili perforanti.
Conclusione: ogni generazione da protagonista
finisce per infilarsi nel freddo inverno dello scontento, rischiando la
condizione di Jean Des Esseintes, che voleva andare “a ritroso” (nel
libro À rebours di Joris Karl Huysmans) sino a raggiungere una dorata e
micidiale nevrosi.
Meglio puntare sulla Scienza dell’incertezza,
suggerita dallo studio della Statistica che, simile agli oracoli, dà risposte
prive di certezze. Oppure studiare il Futuro, prossima materia scolastica, che
non contempla il presente, la vita grigio scuro e arrabattata di tutti i
giorni, bensì quella colorata rosata aurea e fortunata che verrà. E farsi
crescere la barba.
Ogni tanto l’uomo si ricorda che discende dalla
scimmia, e si fa crescere la barba. Gli italiani discendono di più, a quanto
pare, e scimmiottano tutto, soprattutto le idiozie, specie se sono usa e getta.
Nella velocità della giornata, 15/20 minuti al
mattino per farsi la barba con le fortezze rasanti a tre e quattro lame, sono
un notevole deterrente a favore della crescita della peluria e così non perdere
velocità. E si può guadagnare anche in immagine: uno che ha un mento da quattro
soldi, con la barba può “posticciare” quell’appeal sempre vagheggiato, oppure
coloro il cui volto fa pensare ad altre parti anatomiche, con una barba “a coda
d’anatra” potrebbero fingere un aspetto decente.
È lunga la nomenclatura pelosa: alla Garibaldi,
alla Forca francese, Hollywoodiana, alla Van Dyke o a Costoletta di montone. Ci
sono anche esiguità barbine quali il pizzetto alla Dottor Occultis, amico di
Blek Macigno, ma anche alla Richelieu o Mazzarino e alla risorgimentale
del “barone di ferro” Bettino Ricasoli con Goffredo Mameli e Michele Novaro.
Eccetera. E alla Barbudos dei rivoluzionari della Cuba di Fidel e del mitico
Che, e dei Barbutos spietati della camorra, copiate dalle sanguinarie barbe
dell’Isis. E le altre, modeste e appuntite, di Lev Davidovich Bronshtein, alias
Trotskj, e Vladimir Il’ič Ul’janov, ovvero Lenin. Ma anche all’arruffata
o alla elemosinante.
Felice Cavallotti, “il bardo della democrazia”,
autorevole leader della Sinistra Storica dell’ultimo Ottocento, non aveva la
barba, e per il suo 33esimo duello scelse un avversario di venti anni più
giovane, propugnatore infiammato delle Destra Storica e munito di acuminato
pizzo. Troppa cabala e molte ombre d’intrigo sul terreno. Cavallotti al terzo
assalto fu colpito alla bocca. Morì quasi subito. Una pesante sconfitta dalla
quale la Sinistra meglio sbarbata non si è mai più riavuta.
Da non trascurare le barbe sontuose degli
sportivi, che rischiano entusiasmate tirate di compagni nella concitazione dei
festeggiamenti per il gol. I nuotatori che si rapano a sottozero e depilano il
torace per opporre meno attrito, ora mettono a repentaglio il record con la remora
irsuta.
Pelame correntemente accompagnato da estesi
tatuaggi che rendono quasi impossibile identificare la nuda e indifesa
epidermide. Cambiare pelle è un imperativo che distrae dalle gare su stadi e
campi a favore della competizione su chi resiste di più sul lettino del tattoo.
La barba ha effetti collaterali: non consente
più di incarnare antiche locuzioni della nostra lingua che descrivevano moti di
quell’anima divenuta fievole e cangiante. Come si può dire “a viso aperto” per
significare “senza timore” di fronte a uno che sembra la reincarnazione di
Barbanera, sia l’astrologo sia il pirata inglese dalla barba intorcinata. Buio
in viso, viso lungo, viso duro, volto pulito e, soprattutto, viso d’angelo:
tutte emozioni non più rivelabili, sepolte come rimangono sotto la villosa
coltre.
«La barba essendo quasi una maschera – diceva
Schopenhauer - dovrebbe essere proibita dalla polizia». Un pensiero
veramente pessimista. «È sempre stata maschera», rafforza Umberto Eco. Diego
Abbatantuono con una delle sue più icastiche battute asserisce che «La barba
sono le mutande della faccia», un altro bastian contrario del quale non ricordo
il nome soggiunge che «Con questa moda della barba lunga non so più a chi fare
l’elemosina».
Credo sia vero che i volti di oggidì non
consentano più all’intimo di trasparire. Disperso fra il vello, il linguaggio
dell’anima, della stimata e deprecata mimica facciale che fece vincere al Blue
Team – Pietro Forquet, Giorgio Belladonna e Benito Garozzo – 13 campionati
mondiali, 3 Olimpiadi e 13 titoli europei di bridge. Nessuno di loro poteva
farsi crescere la barba.
Lo stesso può dirsi per i siciliani di Andrea
Camilleri, capaci di fare un intero discorso con una sola “musione” zigomatica.
Insomma, nelle nostre giornate, sembra si faccia largo l’uomo ad una
dimensione, con barba, tatuaggi, vestiti stretti e malridotti, e tagli di
capelli incredibili.
Per decenni ci siamo illusi che prima o poi la
fantasia sarebbe andata al potere, invece è rimasta intrappolata nei capelli.
Passata la fugace fascinazione per l’eleganza “melonistica”, frutto di
un’interpretazione fuorviata delle parole testa d’uovo, spregiative per
intellettuali e teorici che, persi nei cieli personali, non vedono il concreto.
Ma anche un inconscio soprassalto di imitazione del gran rapato del Novecento.
Ecco, allontanatasi la moda cucurbitacea si è scatenata la più grande fantasia
mai vista sui capelli. Della quale non mi sento capace di riferirne a parole.
Da bambino, una volta andavo per via Garibaldi
con mio padre, che si fermò a parlare con un barbuto. Io mi nascosi dietro le
sue gambe, stringendo con tutta la forza che avevo una braca dei suoi
pantaloni; forse era il riflesso del barbutissimo Mammaddauru che rapiva i
piccoli, tramandata figura di spaventabambini, dalla corruzione del nome del
pirata – e sì, barbaresco – Mohamed Dragut.
Ma anche adesso vengo acciuffato da sgomenti
mitigati dall’età. Frequento un bar di avarissimo metraggio dove, giorni fa,
entrò un gruppetto veloce come una folata, chiacchierante e gesticolante:
avevano tutti la barba, e nel fervore orale accompagnato da rapidi e volanti
gesti intravvedevo sospesi occhi sanguigni, mascelle oscillanti, deformate
dalla lente della mia diffidente prospettiva. Corruccio schiarite brevi e
rapide come un giorno di gennaio. Insomma, quelle barbe mi apparvero unte e
atre come quella di Cerbero. Mi misi di taglio e con passi semidanzanti
guadagnai l’uscita, la libertà nella mattinata scura e intirizzita dal
maestrale.
Naturalmente ci sono già numerosi studi sulla
travolgente avanzata della barba nella difficile globalizzazione. Del resto si
studia tutto, massimamente i fenomeni che sembrano insignificanti ma che
custodiscono esiti forse vitali per noi inconsapevoli. Due professori francesi,
per esempio, hanno pubblicato sulla Scientific Review i risultati della loro
ricerca sull’origine del rumore dello schiocco delle articolazioni delle dita.
Le donne neozelandesi e polinesiane ritengono i
barbuti «più maturi e di ceto più alto e più disponibili e affettuosi con i
figli», sostengono sul Behavioral Ecology, giornale di Oxford, i dottori
Barnaby Dixson e Pane Vasey. Il professor Cyril Gruetar dell’università Western
Australia, invece, certifica che sentendosi l’uomo sotto pressione e perdente
autorità, cerca di apparire più aggressivo facendosi crescere la barba. Secondo
un team di microbiologi di Quest Diagnostics con base ad Albuquerque, la
barba cattura più batteri della tavoletta del WC. La ricerca non possiede
il rigore metodologico richiesto da un’analisi scientifica, tuttavia è comparabile
con ricerche del passato.
Alcuni uomini di scienza, ricercatori e anche
giudici hanno il gusto della trovata che assicura loro il maliardo quarto d’ora
di notorietà. Un giudice statunitense, credo astemio e dedito alle tisane, ha
rilevato che nel caffè c’è una sostanza cancerogena: in quella cosa nel bicchiere
di carta soprannominata caffè. Certo, mettendosi di buzzo buono e avendo lucido
in mente il detto siciliano “cu’ mancia fa muddichi”, le tracce letali si
riuscirebbe a trovarle anche annidate nell’aglio, nel broccolo o fra i tannini
del vino rosso siciliano.
Ovviamente ci sono altre confusioni. Un tizio
insisteva col barbiere perché gli foggiasse il suo onor del mento a “barba di
gatto”, cioè un tipo di ormeggio delle navi; alcuni credono tutt’ora che
Barbisio sia un cappello dedicato ai soli barbuti; è in discussione la forma a
barbacane. C’è chi sa che barbassore significa persona di gran conto o che si
dà grande importanza, purtroppo non è più nota la corrispondente geometria
della barba.
Un limite cogente alla fantasia, che non ha più
ambizioni governative, è costituito dal monoguancia, cioè farsi crescere la
barba su un solo lato della faccia. In questa foggia serissima e disciplinata
con legge, nella Sparta antica dovevano portarla i codardi, in modo che fosse
facile distinguerli anche a distanza (Plutarco, Vita di Agesilao) oppure
mimetizzati fra gli ardimentosi.
Qui da noi, una simile proposta di legge chissà
quali accordi trasversali riscuoterebbe per negarle una maggioranza, anche
risicata.
venerdì 9 febbraio 2018
"Il terremoto nel Belice raccontato su L’Ora" di Nino Giaramidaro
I falò si vedevano uscendo dall’ultima curva
della Castelvetrano-Santa Ninfa. Lassù, sulla collinetta delle case Genco.
Vecchi col fasciacollo sulle orecchie, sotto la coppola, bambini imprigionati
nei plaid a quadri, nelle coperte e in qualsiasi altra lana. Uomini e donne con
pacchi e “trusce” tutt’intorno alla fiamma. Fuochi sempre più pallidi. Ed era
appena domenica sera.
Al bivio di Salemi della 119 c’era gente per
strada. Passando sotto Santa Ninfa, verso Gibellina, bisognava rallentare:
letti addossati ai muri a secco, sotto i fichidindia, masserizie sin sulla
carreggiata, gente che andava a zonzo col peso delle cose che aveva tolto da
casa e dello spavento.
Ogni tanto fermavo la 500 grigio topo,
scribacchiavo qualcosa, tentavo qualche foto alla luce dei fari dell’auto. Ero
partito nel tardissimo pomeriggio da Mazara, dopo aver saputo che il comizio
del deputato regionale del Pci, Salvatore Giubilato, a Santa Ninfa era stato
annullato a causa di una scossa di terremoto.
Ore 11 abbondanti, il via vai si calmava. I
bambini si erano assopiti nell’addiaccio degli sgoccioli del 14 gennaio. Bisognava
non far spegnere i fuochi. Temporeggiavo fra le curve dello stradone, poi me ne
tornai alle case Genco.
Alle tre di notte, guidavo sotto Salemi.
D’improvviso la macchina sbandò. A lungo. Ero solo sulla statale. Riuscii
a non uscire di strada. E arrivai a Palermo.
Al giornale L’Ora c’erano Sergio Buonadonna e la
famiglia De Mauro. Non si trovava nessuno. Nemmeno i fotografi. Poi arrivò
trafelato il direttore Vittorio Nisticò. Consegnai il rullino e, di fretta,
salii su un taxi coraggioso, con Mauro De Mauro sdraiato sul sedile posteriore.
Tra buio e chiarore di una giornata che si
annunciava brutta, De Mauro bisticciava con un capitano dei carabinieri che non
voleva farci avvicinare al bordo strada, panoramico su Gibellina. Vinse lui,
l’abile giornalista. E sarebbe stato meglio che avesse perso. Rovine a perdita
d’occhio, non un tetto all’impiedi, militari in divisa e in borghese che
scendevano verso il margine della distruzione. Sbattevi gli occhi per
cancellare quell’orribile miraggio, ma rimaneva lì. Col suo silenzio scalfito
dal rotolare di qualche tufo che aveva perso l’ultimo equilibrio. Un
poliziotto-fotografo mi diede un rullino Ferrania, e scattai le foto. De Mauro
guardava, si girava, dava una tirata alla sigaretta e tornava a guardare, io
ero preoccupato perché vedevo che non prendeva appunti. Bisognava che
ricordassi tutto a memoria, pietra per pietra.
Un ritorno silenzioso e circospetto, sulla
strada inzaccherata con oasi di gente morta di freddo e sgomenta ai margini
delle curve in quel residuo di alba, brumosa e carica di amari presagi, ogni
tanto qualche coperta sorretta da canne fingeva un riparo. La 1100 D zoppicava
fra pozze d’acqua, rughe d’asfalto e squarci profondi. A Borgetto erano le
dieci passate. A destra dello stradone De Mauro vide l’insegna di un bar. Era
aperto. Ci rifugiammo dentro per un caffè. De Mauro prese un whisky lungo e si
avvicinò al telefono. Chiamò il giornale e cominciò a dettare, con le virgole,
i punti, gli accapo, senza fermarsi a riprendere fiato.
Giungemmo in piazzetta Napoli intorno alle
undici, e scendemmo nella tipografia: c’era il signor Manfrè, l’abilissimo
proto, con il bozzone bagnato della prima pagina andava di corsa dal direttore;
la rotativa girava di già per guadagnare un’oretta sulla stampa del giornale.
Non scrissi una sola riga di tutte quelle che mi arruffavano la testa,
corrette, concatenate con un bell’incipit e un nobile finale.
I cavalli e le mule correvano nei pantani di
Montevago fra mute di randagi, e si imbizzarrivano davanti ai camion carichi di
sterro, mobilio sconquassato, ferraglia. Gli autisti col fazzoletto sulla
bocca, come nei film di Tom Mix e di Randolph Scott, per difendersi dai temuti
contagi in quell’aria oramai fetida di roba andata a male, carogne di cani,
asini, galline, topi. E di morti senza tomba. I volontari dai capelli lunghi,
soldati, vigili del fuoco, parenti scavavano. Anche con le mani. Dovevano
trovare circa trecento vittime. Dovevano salvare Cudduredda dalle macerie
mentre la televisione riprendeva e scattavano i flash dei fotografi. Troppo
tempo perso. La bambina morì in braccio a un vigile del fuoco che piangeva.
C’è sempre lentezza nei soccorsi, c’è sempre un
margine di vita e di morte fra le mani familiari sanguinanti e l’arrivo di
tecnici sapienti ed estranei. Quello che accadeva in quei 14 ex paesi con i
tetti di canne e gesso è difficile dirlo a parole. Bisogna immaginarlo,
immaginare anche che vi erano sciacalli in mezzo a quelle povere pietre.
Immaginare con che cuore i protagonisti della campagna elettorale del maggio
futuro andassero a promettere mentre la gente salvava dalle ruspe in arrivo un
cuscino, il bacile, un capezzale di carta, le scarpe screpolate del bambino.
Tutta L’Ora in uno stanzone rettangolare con
scrivanie di ferro, verdi e sormontate dalle Diaspron quasi nuove, intorno alle
pareti. A nord la cronaca, ad est la piccola postazione delle pagine regionali
con Gianni Lo Monaco e il suo cane, a sud la grande scrivania di Aldo Costa,
capo redattore e grande sforbiciatore di foto, ad ovest Kris Mancuso e i suoi
incalzanti Interni ed Esteri, con il “biondino” Camillo Pantaleone sovrastato
dai rotoli delle telescriventi. Nei primi del ’70 Aldo Costa mi chiamò
all’hotel Capri, albergaccio di via Maqueda. Al giornale sedevo ai margini di
una scrivania di cronaca o del regionale, a seconda del bisogno. Scrivevo a
mano in attesa che si liberasse una Olivetti. Mi chiedevano “ma tu chi sei?” e
io dicevo nome cognome e paese d’origine. Eravamo così pochi che non avevamo
diritto alla settimana corta, e ci fu una gran festa quando Giuseppe Sottile
diventò professionista: aveva fatto conquistare il giorno di riposo
settimanale.
Un gruppetto di amici, uniti più dall’affetto e
dalle convinzioni politiche che non dal mestiere. Ognuno diverso dall’altro,
divisi soltanto dall’anagrafe e, di conseguenza, dalla scrittura: dal “tant’è”
dei corsivi di Mario Farinella alle concitate cronache di Mario Genco, alle
colte traduzioni dal gergo dei quartieri di Salvo Licata. Il plotoncino di
ultimi arrivati – come me – venivano detti “biondini” da un copyright di
Roberto Ciuni, cronista di seconda generazione poi passato al Giornale di
Sicilia in uno dei primi esodi.
Italia-Germania 4-3, è quasi sera, la piazza
Politeama è gremita di tifosi escandescenti, scatto alcune foto con una Fed,
telemetro russa primordiale. L’indomani Nicola Scafidi mi portò le piccole
stampe al giornale: si formò un gruppetto a guardarle, ritraevano una novità
socio-sportiva. Passò Aldo Costa e volle vederle pure lui. Ne prese una e andò
a sedersi alla sua scrivania. Vidi balenare le lunghe forbici. La foto apparve
su cinque colonne in prima pagina a corredo di un articolo sulla festa azzurra
al Politeama, durata tutta la notte.
Pioveva sulle tendopoli. E il freddo era da
proverbio. Sul terriccio c’erano sporche tracce di neve. Sotto i teli si
tossiva, e su ogni tenda c’era appollaiata la paura della meningite, del colera,
delle polmoniti e delle altre malattie che accorrono sui luoghi dei disastri,
come iene invisibili.
Le medicine, i vaccini, l’acqua, i viveri si
impantanavano con i camion nelle fanghiglie. Ogni mezzo che arrivava a tiro,
veniva assediato da denutriti, gente squassata dal catarro, volti provati pure
nelle rughe della campagna. Si distribuiva pane, coperte, vitto militare. Roba
che non bastava per i settantamila, forse novantamila, con le scarpe nel fango
e sulla testa il sottile telo grigioverde delle tende. Qualche centinaio era
ricoverato nei vagoni dei binari morti. Nei paesi rimasti in piedi, gli
sfollati stipavano le scuole.
L’esercito passava il rancio delle sue cucine da
campo, c’erano tende ospedale di lingua straniera, tende chiesa, tende scuola, tende
barbiere. Distesa di tende congelate dalla pioggia e dalla gara fra
maestrale e tramontana. Impressionante, mai viste prima così tante.
Il giro dei pronto soccorso – Bandita, piazza
Marmi, Villa Sofia, Politeama, Civico e diversi altri – mattino pomeriggio e
sera, si ascoltava la radio della polizia, come un sottofondo che accompagnava
le giornate in redazione. E si andava sempre di corsa a vedere cosa fosse
accaduto. Il morto ammazzato dalla gelosia, l’omicidio di mafia, spesso
plurimo, coltellate attorno a un bicchiere di vino, occupazione di case allo
Zen, grande sciopero dei Cantieri Navali. Mezza redazione sul posto, anche
coloro che non dovevano scrivere, pure Walter Buzzoli, capocronista prestato da
Paese Sera, nemico degli attacchi e dei “pistolotti finali”; e i fotografi,
Nicola e Franco Scafidi, Gigi Petix, Letizia Battaglia e Santi Caleca.
La vita di redazione si svolgeva più sulle
strade che nello stanzone, dove c’era Etrio Fidora, giorno e notte, sempre con
qualche gatta da pelare, amante della scrittura esplicativa, dettagliata più
che delle frasi brevissime che evocavano immagini. L’asburgico, non solo perché
era nato a Trieste. Baffetti alla Errol Flynn, alla ussara secondo noi,
sorridente e ironico malgrado le decine di querele che lo assediavano in
qualità di direttore responsabile. Tutte per diffamazione, responsabilità
oggettiva delle dolorose verità che i giornalisti avevano descritto.
Ogni tanto qualcuno si assentava per settimane –
Marcello Cimino, Salvo Licata, Dante Angelini, Giuliana Saladino alias Giulia
Sala, Mario Genco, Orazio Barrese. – Scrivevano inchieste dedicate ai fascisti,
alla mafia, alla Democrazia cristiana, agli ospedali, al Comune. Tutta roba che
procacciava le querele a Fidora. E qualche bomba fascista, come quella del ’72
che rovinò un pezzo di redazione.
Scrivo a memoria, spezzoni di ricordi di amici e
di un lavoro fatto non solo per vivere. Amici quasi tutti scomparsi, andati
lasciando ferite di nostalgia che ogni tanto indolenzisce i Martini dry di uno
sparuto gruppetto di superstiti, ognuno con i propri aneddoti di un passato
che, a raccontarlo, appare surreale, inventato, onirico.
Le parole, le risate, le ire, le affettuosità, i
rumori rimbalzavano tra i fogli di faesite, e si propagavano come un’onda
impudica per tre quattro cinque baracche. A Rampinzeri, nel “villaggio” della
Madonna delle Grazie e in tutti gli altri con i nomi oramai rifugiati nella
memoria labile, che appare e disappare. A distesa nei terreni dove il “grado
Babo” era stato schiaffeggiato da quello Mercalli. Montevago impressionante.
Salaparuta, Poggioreale, Santa Margherita, sino a Salemi e Castelvetrano.
Baraccopoli e case-hangar di lamiera col freddo e il caldo sbagliati, sole e
pioggia che lavoravano all’infiacchimento. Dieci anni, venti anni. Gente che è
morta chiedendo ancora quattro mura, ragazzini cresciuti senza immaginare che
cos’è una casa.
Nel ’73, baracca numero 12. Un lettino, tre
coperte, la portatile Olympia, la macchina fotografica Topcon. Il “Diario dalla
baracca”, lunghi reportage che raccontavano quella vita dalla dignità
trattenuta con le unghie. La baracca “ferramenta”, il bar baracca, le baracche
scuole con le stufette elettriche dalla gittata di trenta centimetri, la
baracca parrocchia di don Antonio Riboldi, e quella municipio di Vito
Bellafiore. E Danilo Dolci, Lorenzo Barbera, Ludovico Corrao schierati contro i
“sopralluoghi conoscitivi” di coloro i quali volevano ancora qualcosa da quella
gente che non aveva più nulla.
Le proteste per l’acqua, i biglietti gratis a
chi voleva emigrare, i viaggi a Roma con i vagoni alla stazione di Palermo
pieni di coppole e scialli, e bambini che issavano cartelli più grandi di loro.
Era un mercoledì senza nessuna importanza quel
16 settembre del ’70, il cielo stentava a rabbuiarsi. D’improvviso qualcosa
cominciò a mescolarsi al fumo delle sigarette. Abbassammo la radio clandestina,
tutti i giovani rimasti in redazione con le orecchie tese per carpire qualche
segnale dalla stanza di Nisticò nella quale, trafelati, si infilavano gli
anziani del Giornale. Qualcosa che riguardava De Mauro, il quale non doveva
essere molto contento del suo trasferimento a capo della redazione sportiva.
Nella tardissima sera si capì che era qualcosa di più grave dello scontento:
Mauro era stato prelevato sotto casa da alcuni sconosciuti.
Ognuno aveva elaborato una sua teoria sulla
scomparsa, ma tutti credevamo che sarebbe tornato con una grande storia da
raccontare, da scrivere su tutte le nove colonne della prima pagina. Ma i
giorni si avvicendavano in un’attesa aggrappata alla speranza. Cominciarono ad
arrivare gli inviati, ricordo l’addolorato Guido Nozzoli, inviato estero de Il
Giorno, ex partigiano, uomo sbrigativo, abituato al rischio. Roberto Baudo,
redattore della Giudiziaria, Mario Genco, il giovane Nino Sofia e altri con i
nomi dispersi, facevano lunghe relazioni quotidiane a Nisticò sui progressi
delle indagini, sulla biforcazione fra Carabinieri e Polizia.
Nel gennaio successivo fui inviato a Catania. Il
giornale apriva redazioni nella città etnea e a Messina, dove fu mandato
Giovanni Rizzuto. Un incarico difficile, modi di fare giornalismo diversi fra
me e i collaboratori catanesi, fra i quali Agostino Sangiorgio, Ada Mollica,
Placido Ventura, Guglielmo Troina. Non andavano sui luoghi dei fattacci.
Telefonavano in Questura. Scrivevano “sulla parola”, senza sapere altro. Andavo
io a vedere cos’era accaduto.
Ma arrivarono anche Felice Chilanti, afono per
un’operazione alla trachea, con la moglie che traduceva i soffi del grande
giornalista, Salvatore Costanza, che scriveva mirabili corsivi, Orazio Barrese,
con la sua Alfa Romeo col “trucco” per non farsela rubare. Un anno sulla corda,
a scrivere quello che gli altri giornali trascuravano: l’autostrada che non
progrediva, i giovani e la droga, il lavoro senza protezione (quattro morti
folgorati in un cantiere), un nugolo di morti ammazzati e la politica con i
neofascisti che non disdegnavano di fare telefonate minacciose in redazione, la
mafia a Catania.
Alla fine di novembre me ne tornai a Palermo da
Giornalista Praticante (la lettera di assunzione mi era arrivata in luglio),
sostituito da Antonio Calabrò. Alle pagine regionali con Salvo Licata. Venivo
inviato dovunque non andasse l’inviato vero: nel Belice terremotato, a Licata
per l’alluvione, fra i pescatori di Mazara che raccontavano le loro avventure,
a cercare un sindaco di Acquaviva Platani, a constatare le orme degli ufo
“atterrati” in una campagna del nord-est Trapanese dove trovai le transenne
piantonate dai vigili urbani. Ma il cielo sulla piazzetta Napoli era ormai blu
scuro.
Venne Cervetti, Gianni Cervetti della
commissione per i bilanci del Pci. Il succo del suo discorso all’assemblea de
L’Ora era che il partito non aveva più bisogno di giornali “collaterali” ma di
giornalisti dentro grandi e piccole testate. Reagirono male ma inutilmente
Giuliana Saladino e Mario Genco. Finiti i soldi, forse anche quelli sovietici.
Scomparso l’editore Amerigo Terenzi che quando giungeva in redazione creava
folate da spostamento d’aria al suo passaggio, e anche l’indomito Vittorio
Nisticò era agitato da qualcosa che somigliava al timore. L’avventura de L’Ora
entrava in un’altra dimensione già indirizzata verso la fine. Quel gruppetto di
giornalisti fu imprigionato nella diaspora che sempre colpisce quando
l’intelligenza non serve più.
Scandalo del Belice, malgoverno, spreco,
intrallazzi e mafia. Parole, entità e categorie che si addicono alla lunga
vicenda dei terremotati della Valle del Belice. Anche calcolato disinteresse.
Nei primi giorni dopo la tragedia, un inviato chic con gessato e scarpe
inglesi, in un albergo di Mazara del Vallo, chiedeva agli inviati infangati che
cosa fosse successo. Poca cosa, fu la sua sintesi, qualche morto e casupole
cadute: nessun danno serio all’economia.
«Un morto è una tragedia, un milione di morti
una statistica», disse Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, cioè
Stalin. Le trecento o quattrocento vittime sotto le macerie e i 90 mila senza
tetto (numeri incerti) sembra siano stati considerati come una pre-statistica,
un elenco senza urgenza.
Alla fine degli anni ’70, incominciarono ad
essere abitate le “new town”, innalzate su piani urbanistici definiti danesi,
con circonlocuzioni architettoniche senza alcuna parentela con le “gost town”
che le erbe di vento tentano di coprire. Con una verde, autoctona e ramificata
trama di oblìo.
Nino Giaramidaro (Dialoghi
Mediterranei, n.29, gennaio 2018)
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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari
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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)






