"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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domenica 27 gennaio 2019

Un benessere che appaga in tutto e per tutto senza alcuna necessità di qualsivoglia, ulteriore esigenza.



In questo particolare momento storico che registra tanti eventi che facciamo finta di non vedere, con un crescendo di turbolenze socio-politiche anche nell'ovattato "nostro habitat occidentale" e che annuncia avvisaglie di nuovi interventismi nel mondo, camuffati sotto maschere e cartelli "in nome dei diritti umani", mi piace pubblicare il bell'articolo dell'amico Giuseppe che induce a riflettere. 

"Al mio amico Toti che mi ha saputo trasmettere un input particolare per scrivere una personale riflessione su un Artefice, Autore musicale che disdegna il termine di “Maestro”, che seguo fin dal 1979 quando cantavo a perdifiato l’Era del cinghiale bianco: Franco Battiato.
Ovviamente, non sono in grado di accennare degnamente l’imponente opera artistica di Franco Battiato, quindi mi soffermerò a condividere una delle più belle emozioni che ho provato e che ancora sento quando rivedo e ascolto l’evento musicale registrato al Teatro nazionale di Baghdad il 4 dicembre 1992, davanti a un pubblico non pagante, trasmesso da Videomusic, per rilevare all’attenzione il dramma di milioni di bambini di un Paese martoriato dalla guerra e dall’embargo economico e commerciale. 
Un evento artistico e umanitario senza scopi politici che secondo me rimane tutt’ora unico nel panorama mondiale: “un ponte per Baghdad, per l’infanzia irachena per il piano di vaccinazione progettato dall’Unicef per due milioni di donne e bambini a rischio in tutto il territorio iracheno e per la campagna acqua pulita con il ripristino del depuratore di Bassora.
Ricordo che in quell’occasione Battiato fu anche criticato, ma la Sua musica sublime è andata ben oltre le parole, fino ad arrivare a commuovere affermando le Sue idee sull’ingiustizia di far soffrire per colpe non proprie, che ci sia sempre la possibilità di redimersi e che se si tenta di salvare qualcuno non si deve pensare che un giorno questi potrà farci del male; lo si salva e basta. 
Battiato ha condiviso le Sue idee con il Suo potente mezzo musicale e con questo straordinario momento di aggregazione in terra irachena pretendendo che nessuno si presentasse con una divisa militare o in armi, “non essendoci niente che impedisca ad una persona di aiutare chi la pensa in un modo diverso”.
Anche adesso, mentre tento di mettere insieme qualche riga di parole che abbiano un senso compiuto, risento nell’aria l’eco di quell’Oceano di silenzio, in tutt’uno con l’Orchestra dei virtuosi italiani e in duetto con l’Orchestra sinfonica nazionale irachena, che avvolge in un misticismo esclusivo. Ci si sente come rapiti dalla fantastica melodia che solo Lui riesce a creare; rievocando, al mio sentire, sensazioni che da un piccolo microcosmo portano a un magico universo che si contamina con il mondo orientale. 
Ascoltando L’ombra della luce, in arabo, Il re del mondo, Fisiognomica, Prospettiva Nevskij, I treni di Tozeur, Mesopotamia, E ti vengo a cercare, Gilgamesh, Schmerzen di R. Wagner, Plaisir d’amour di J.P.A.Martin, Gestille Sensucht di J.Brahms, Oh sweet were the hours di L.V.Beethoven, Come un cammello in una grondaia e Fog an Nakhal, brano tradizionale iracheno in arabo, sono portato a riflettere sul magico mistero di combinazioni liriche che regalano un indescrivibile, infinito, profondo benessere. Un benessere che appaga in tutto e per tutto senza alcuna necessità di qualsivoglia, ulteriore esigenza.
Tale status, grazie a Battiato alimenta la mia diuturna tensione a uno stile di vita e di pensiero che mi porta alla ricerca di un essere migliore di quel che attualmente sono e che mi plasma, regalandomi evasioni uniche ed inimitabili che sono impossibilitato a vivere nella mediocre quotidianità circostante. 
Grazie a Battiato riesco pure a essere orgoglioso nel rivendicare il mio senso di appartenenza alla mia terra e nel coltivare l’antica, attuale lezione di Publio Terenzio Afro ( 185 A.C. / 159 A.C.) nell’Heautontimorumenos ( il punitore di se stesso) : “homo sum, humani nihil a me alienum puto” (sono un uomo, niente di ciò che è umano ritengo estraneo a me)."

F.to Giuseppe La Grua 

P.S. - La foto che accompagna l'articolo è stata scattata in occasione della cerimonia di consegna del "Premio Mario Francese", avvenuta al Teatro Santa Cecilia di Palermo il 26 gennaio 2019


 

Venezuela: il solito tic degli imperialisti



Noi lo avevamo scritto sul Fatto del 15 agosto 2017: “Il prossimo obbiettivo è Nicolàs Maduro”. Ieri, dopo che il leader dell’opposizione parlamentare venezuelana Juan Guaidò si era autoproclamato presidente del Paese, Donald Trump è subito intervenuto non solo incoraggiando l’opposizione ma pronunciando la sinistra frase “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Il che significa: intervento militare. Del resto erano mesi che altri importanti esponenti del governo americano, da Mike Pompeo a James Mattis, auspicavano un intervento armato in Venezuela in nome dei “diritti umani”, che in quel Paese sarebbero violati, e sobillando le forze armate venezuelane perché si ribellassero a Maduro. Quando sento parlare di “diritti umani” metto, metaforicamente, mano alla pistola. Perché, come la storia recente insegna, vuol dire che si sta per aggredire qualcuno.
Il metodo per eliminare leader sgraditi all’Impero americano, in genere socialisti, come per esempio Slobodan Milosevic, è sempre lo stesso, con qualche variante: prima si comminano sanzioni al Paese indesiderato, lo si strangola economicamente, nasce così uno scontento popolare e con esso un’opposizione che, sempre incoraggiata da fuori, si dà a manifestazioni più o meno violente. Prima di quelli degli ultimi giorni gli scontri fra sostenitori dell’opposizione e sostenitori di Maduro avevano causato in tutto 147 morti, equamente divisi fra le due fazioni. Si badi bene: non erano stati scontri con polizia o esercito, ma scontri fra fazioni politiche opposte. La reazione del governo venezuelano non deve essere poi, a differenza di quello che avviene nelle dittature propriamente dette o mascherate come quella di Putin in Russia, così truce se il leader dell’opposizione Juan Guaidò, sequestrato qualche giorno fa mentre era in auto con la moglie, dai servizi segreti venezuelani, è stato liberato dopo poche ore e il governo ha affermato che “è stata un’iniziativa non autorizzata” e che punirà i responsabili. 
Maduro è stato rieletto per la seconda volta a maggio del 2018, col 70% dei consensi, e si è reinsediato due settimane fa. L’opposizione sostiene che si sia trattato di elezioni taroccate, perché in lizza non c’erano validi oppositori di Maduro, perché si sospetta di gravi brogli e perché sarebbero stati violati alcuni articoli della Costituzione venezuelana che danno potere di intervento al presidente dell’Assemblea nazionale, il Parlamento,” in caso di necessità e vuoto di potere”. Che ci sia un vuoto di potere in Venezuela ci par dubbio, quello che è vero è che Maduro ha svuotato il Parlamento delle sue funzioni. Se di golpe si tratta è un golpe istituzionale (alla Napolitano), non un golpe con le armi. Il golpe con le armi, cioè un golpe propriamente detto, lo ha realizzato Abd al-Fattah al-Sisi rovesciando nel luglio 2013 il governo dei Fratelli Musulmani, usciti vincitore, con tutti i crismi della legalità, dalle prime elezioni libere in Egitto, mettendo in galera, non per due ore ma a vita, il presidente legittimamente eletto Mohamed Morsi e tutta la dirigenza dei Fratelli, assassinando in varie riprese 2.500 oppositori (ma potrebbero essere molti di più perché dall’Egitto non viene, e non viene ripresa, alcuna notizia) e facendone sparire altri 2.500 che, anche in questo caso, e per le stesse ragioni, potrebbero essere molti di più.  Eppure nella cosiddetta comunità internazionale, una gran parte della quale ora si scandalizza e si scaglia contro Maduro definendolo “un usurpatore”, non si levò una sola protesta. Una disparità di trattamento che salta agli occhi di tutti, almeno per chi li abbia conservati. 
Il fatto è che quello di Maduro è un socialismo, un socialismo largamente imperfetto, ma un socialismo, che ha due obbiettivi di fondo:  il tentativo di una maggior perequazione sociale in un Paese dove un migliaio di famiglie detiene la maggior parte della ricchezza e tutto il resto della popolazione vive in povertà, e il tentativo di prendere le distanze dall’inquietante vicino americano. È la cosiddetta ‘linea bolivariana’, che fu ripresa da Chavez, il predecessore di Maduro, e di cui Maduro è il continuatore. Linea che per parecchi anni ha avuto un certo successo coinvolgendo molti altri Paesi sudamericani. Ma adesso la situazione è cambiata. Perché molti di questi Paesi, ad eccezione della Bolivia e  del Messico, sono governati dalle destre e in qualche caso da destre estreme, vedi Bolsonaro. 
Se una previsione l’avevo azzeccata, un’altra l’ho sbagliata. Avevo scritto che con Trump non ci sarebbero più state guerre ideologiche, ma solo economiche. A quanto pare –speriamo di sbagliarci e che The Donald torni sui suoi passi- non è così. 
Due osservazioni per finire. Fa ridere, fa ridere amaro, che gli Stati Uniti si scaglino contro la presunta ‘dittatura’ di Maduro quando per decenni hanno sostenuto i più feroci e sanguinari dittatori sudamericani, da Noriega a Somoza a Batista a Pinochet solo per fare i primi nomi che ci vengono in mente. 
Certi esponenti europei, da Tusk a Tajani, hanno affermato che in Venezuela alcuni oppositori sono in galera, sono quindi “prigionieri politici”, una situazione inaccettabile. Ma in Spagna Puigdemont, che dopo un referendum si era proclamato Presidente della Catalogna, senza che ci fosse stata alcuna violenza da parte dell’Indipendentismo catalano, è stato costretto all’esilio, mentre altri esponenti del governo catalano, l’ex vicepresidente Oriol Junqueras, Jordi Turull, Josep Rull, Carles Mundò, Raul Romeva, Joaquim Forn, Meritxell Borras e Dolors Bassa, sono in galera da più di un anno con l’accusa di “sedizione”.  Questi sì veri detenuti politici nel mezzo della democratica Europa. 
Due pesi e due misure. Come al solito, come sempre. Maduro è un golpista, Al Sisi no, gli oppositori di Maduro, dopo manifestazioni violente, sono “detenuti politici”, Junqueras e gli altri, dopo un referendum, e senza violenze, sì. Ma ora, per usare un linguaggio feltriano, ci siamo proprio rotti i coglioni. Saremo probabilmente i soli, in un panorama occidentale tutto allineato all’imperialismo americano, che in Sudamerica si riassume con la famosa frase di Henry Kissinger dedicata al Brasile, definito “satellite privilegiato degli Usa”, a difendere Nicolàs Maduro e quel che resta del socialismo, che non è il comunismo, internazionale.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2019)



mercoledì 23 gennaio 2019

Il direttore del MOMA, Peter Galassi approverebbe ogni parola dei due filmati





Pubblico con molto piacere la email appena ricevuta dall'amico Pippo, al quale avevo segnalato la visione di due interessanti video, postati nel suo spazio web di You Tube, dal pittore Luca Alinari.

"Ho rivisto con piacere gli interventi di Luca Alinari (ndr. Vedi i due links indicati in calce).
Me li aveva già segnalati una mia allieva.
Per quanto utili (specialmente come dimostrazione dell’efficacia della lettura strutturale dell’immagine) ritengo che non aggiungano niente di nuovo all’infinita letteratura sui rapporti e sulle contiguità tra pittura e fotografia.
A titolo esemplificativo - e ti ricordo che il dibattito sulle relazioni e sui “contagi” tra i due linguaggi c’è sempre stato e non poteva essere diversamente – ti rinvio a Palazzoli-Carluccio, Un combattimento per l’immagine, Bompiani (un testo epocale e definitivo nonostante sia assai datato); i due preziosissimi Aaron Scharf, Arte e fotografia,Einaudi, e Heinrich Schwarz, Arte e fotografia, Boringhieri; occorre leggere anche l’amico Claudio Marra, Fotografia e pittura del 900, Bruno Mondadori, anche in relazione al testo della Palazzoli.
Il direttore del MOMA, Peter Galassi approverebbe ogni parola dei due filmati; vedere in tal senso il suo “Prima della fotografia”, Bollati Boringhieri. E siccome il nostro Alinari ha ricordato la scuola toscana gli farebbe piacere ritrovare echi delle sue intuizioni nel testo pubblicato da Alinari (guarda un pò) “i macchiaioli e la fotografia”.
Credo che, per cominciare, queste letture siano un buon inizio (dimenticavo Augusto Pieroni e, naturalmente, Rosalind Krauss).
Ritengo opportuno, però, soffermarmi sul fatto che noi siamo fotografi (almeno io) cioè uomini e donne che, senza desiderio alcuno di essere chiamati artisti, raffigurano il mondo con l‘articolo determinativo.
Io non fotografo un cane ma quel cane, non un albero ma quell’olmo, in quel giardino, in quell’ora ed a quell’età.
Io ho bisogno di chiamare le cose per nome ed attribuirgli i loro contorni reali e veri. Non posso mentire, devo essere vero.
Altrimenti farò metafotografia che in virtù della maggiore libertà di linguaggio godrà di giustificati quozienti artistici e potrà mentire come vuole, col consenso e con l’approvazione di chi guarda e compra. Il resto è filosofia per la qual sono attrezzato ma che non mi riguarda.
Ma se proprio vogliamo rimanere in campo filosofico allora tornerei sulla benedetta e medievale “disputa sugli universali” ricordata da Eco e dall’amico Ferdinando Scianna che ne riporta, applicata alla fotografia, un’importante derivazione che puoi trovare all’inizio del libro “obiettivo ambiguo” Contrasto.
Buona lettura e congratulazioni all’amico Alinari per tanta chiarezza espositiva e precisione di linguaggio."  

F.to Pippo Pappalardo




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Magistrati corrotti, Nazione infetta




Mentre i più importanti giornali erano impegnati a scovare anche il più piccolo granello di sabbia nell’ingranaggio dell’alleanza fra Cinque Stelle e Lega e poi a fare le pulci al ‘decretone’ del governo, di cui Conte, Di Maio, Salvini si dimostravano giustamente orgogliosi, a me il fatto più grave, e anche impressionante, è sembrato l’incriminazione di 15 magistrati calabresi (15) da parte della Procura di Salerno per reati che vanno dalla corruzione alla corruzione in atti giudiziari al favoreggiamento mafioso.
Durante il Fascismo la Magistratura ordinaria fu incorruttibile. Tanto che il Regime dovette inventarsi i Tribunali Speciali per giudicare i reati politici, soprattutto quelli di opinione di cui il Codice di Alfredo Rocco, che era un grande giurista ma pur sempre un fascista, era zeppo. Nel dopoguerra, dopo gli anni dello slancio della ricostruzione e una classe politica che si era temprata in quel conflitto, cominciò a insinuarsi nelle nostre élites, chiamiamole così, il tarlo della corruzione. E la Magistratura, o almeno una parte di essa, fu connivente. Il Tribunale di Roma veniva chiamato “il porto delle nebbie” per la sua abilità nell’insabbiare le inchieste che avrebbero potuto rivelarsi insidiose per ‘lorsignori’. E a Milano, col Procuratore generale Carmelo Spagnuolo, gran frequentatore di bische, le cose non andavano tanto meglio. Ai Procuratori generali o ai Procuratori capo era facile tagliare le unghie ai Pm fastidiosi: avocavano a sé le inchieste e non se ne sapeva più nulla. Successivamente, con il Pci che si era consociato col Potere, divenne praticamente impossibile indagare sulla corruzione dilagante e sistematica fra i politici e gli imprenditori. Perché mancava l’opposizione.
Il crollo dell’Urss, nel 1989, cambiò completamente la prospettiva. Il pericolo sovietico non esisteva più, la DC divenne meno indispensabile in funzione anticomunista (il “turatevi il naso” di Montanelli) e molti voti in libera uscita andarono alla Lega, che sarà stata anche ‘brutta, sporca e cattiva’ (per me non lo era affatto) ma era una vera forza di opposizione con la quale bisognava fare i conti e non si poteva più dilapidare allegramente, a proprio uso e consumo, il denaro dei cittadini (Giuliano Cazzola ha calcolato che la corruzione fino al 1992 ci è costata circa un quarto dell’attuale debito pubblico, stima abbondantemente per difetto perché tiene conto solo dei reati corruttivi scoperti che sono in genere, come per tutti gli altri reati, un decimo di quelli effettivamente commessi). La presenza della Lega liberò le mani alla Magistratura e nacque Mani Pulite con lo straordinario pool dei Pm di Milano, alcuni dei quali ricordati da Marco Travaglio nel suo editoriale del 17/1. Non capisco però perché Marco si sia dimenticato nei polpastrelli Antonio Di Pietro che di Mani Pulite fu il motore e che nel biennio 1992-94 veniva osannato da tutti, soprattutto da chi aveva la coda di paglia (famoso e imperituro, mi dispiace per lui, rimane un editoriale del direttore del Corriere, Paolo Mieli, intitolato “Dieci domande a Tonino” come se ci avesse mangiato insieme, fin da ragazzo, a Montenero di Bisaccia). Io distinguo le persone fra quelle che hanno una percezione positiva di Di Pietro e quelle che lo hanno odiato fin dall’inizio (“Di Pietro è un uomo che mi fa orrore”, Berlusconi) e tuttora lo odiano, perché si può star certi, o quasi, che questi ultimi hanno qualcosa di losco da nascondere. Parlo naturalmente del Di Pietro magistrato, il politico, ingenuo, pare aver smarrito quella furbizia contadina (“che ci azzecca?”) che gli permise a suo tempo di mettere nel sacco gli indagati e il loro truffaldino politichese. Mi spiace comunque che oggi i magistrati o gli ex magistrati di Mani Pulite, con l’eccezione di quel gran signore che è Francesco Saverio Borrelli, abbiano isolato umanamente Di Pietro. Mi pare una brutta storia di razzismo sociale.
Passarono pochissimi anni e, con tutti i testimoni del tempo ancora in vita, ‘lorsignori’, sostenuti da quasi tutta la stampa, riuscirono, con un gioco delle tre tavolette, a capovolgere le carte in tavola: i veri colpevoli divennero i giudici, le vittime i ladri, assurti, spesso, a giudici dei loro giudici.
Era ovvio che con un simile, incoraggiante, precedente la corruzione esplodesse coinvolgendo tutti i settori della vita pubblica e privata, normali cittadini compresi. Ma se le inchieste della Procura di Salerno dovessero essere confermate l’effetto sarebbe devastante. Una corruzione così ampia all’interno della Magistratura, massimo organo di garanzia in uno Stato di diritto, minerebbe alla radice la fiducia dei cittadini di essere uguali almeno davanti alla legge e significherebbe che questo Paese è marcio fino al midollo. E si potrebbe dire, parafrasando un antico e famoso titolo dell’Espresso: “Magistratura corrotta, Nazione infetta”.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2019)

domenica 20 gennaio 2019

Letizia Battaglia a Livorno dal 19 gennaio al 15 marzo 2019


Letizia Battaglia, classe 1935, è una donna dal carisma irresistibile, una di quelle figure che mentre raccontano la storia, la scrivono. Dal 19 gennaio a Livorno, nei Granai di Villa Mimbelli-Museo Civico Giovanni Fattori, cinquanta dei suoi storici scatti - raccolti in una mostra che ha per titolo il suo nome - permettono di approfondire il lavoro e il ruolo di Letizia Battaglia, annoverata tra le protagoniste assolute della fotografia contemporanea.
Promossa dalla Fondazione Carlo Laviosa nell’ambito del progetto Fotografia e Mondo del Lavoro e realizzata in collaborazione con il Comune di Livorno, la mostra, di grande impatto, per le caratteristiche intrinseche al lavoro di Battaglia apre finestre su temi molto diversi tra loro, ma complementari: dalla storia della fotografia a quella del giornalismo, passando per la storia sociale e politica d’Italia, giungendo ad interrogare, implicitamente, i musei di oggi.
Abbiamo posto tre domande a Serafino Fasulo, curatore della mostra e direttore della Fondazione Carlo Laviosa, per conoscere più da vicino la figura di Letizia Battaglia e questo ente.
Quali aspetti del lavoro di Letizia Battaglia vuole approfondire la mostra? 
«Quando nel 1970 Letizia Battaglia si trasferisce a Milano da Palermo, scrive per varie testate. I giornali le chiedono fotografie a corredo dei suoi articoli ed è dunque per necessità che diventa fotografa. Letizia è la prima donna a lavorare ufficialmente in una redazione giornalistica e fotografa di tutto: matrimoni, bambini, manicomi. Non viene da una scuola professionale e non ha una conoscenza approfondita della macchina fotografica. Tuttavia ha una grande consuetudine con le arti figurative che ha sempre seguito fino a farne una costante del suo universo culturale e sa esattamente come costruire un’immagine. Una fotografia rivela molto anche dell’autore e per Letizia Battaglia scattare significa darsi al mondo. La sua capacità di registrare la realtà con lucidità, anche se in situazioni estreme ed in maniera asciutta, non priva in alcun caso i suoi scatti di una forte ed intensa portata emozionale. Dietro ad una fotografia importante ci sono un pensiero ed una predisposizione empatica ad incontrare l’altro, sia che si tratti di una persona, di un paesaggio o di un oggetto. La mostra non segue pertanto né un andamento cronologico né tematico ma vuol sottolineare come un grande fotografo non si forma sui manuali d’istruzione ma su altri presupposti che sono l’empatia, il suo bagaglio culturale e la capacità di mettersi in gioco».
Quali elementi del suo lavoro l'hanno resa una delle fotografe più rilevanti della scena contemporanea?
«Il lavoro di Letizia Battaglia, una giovane di 83 anni, è stato spesso sommariamente etichettato come testimonianza sugli omicidi di Mafia ma ciò è riduttivo. La Battaglia è stata sì una fotografa di trincea (nomen omen) ma ci ha illuminati ed arricchiti anche con la sua incessante ricerca della bellezza e della dignità: le sue foto restituiscono il pathos delle tragedie greche, il dolore ed il sublime. Le linee guida dell’inquadratura conducono il suo occhio verso gli elementi più importanti della scena ma non le impediscono di andare a scoprire, nelle zone d’ombra, dettagli che aggiungono significato, mistero e inquietudine per una realtà incerta e dolorosa. Tutto questo è presente anche nelle foto che non riguardano direttamente la Mafia e che ritraggono le donne e soprattutto le bambine, le feste religiose, l’aristocrazia siciliana immobilizzata in tableaux gattopardeschi, la Palermo che "puzza”, quella che lei ama. Un’epopea dei vinti. Non si può comunque negare che le foto dei morti di Mafia l’abbiano resa celebre ma bisogna chiedersi come mai le sue foto siano rimaste impresse nella memoria collettiva mentre quelle di una miriade di giornalisti che hanno fotografato gli stessi eventi siano finite nel dimenticatoio. La sua è una foto di cronaca che attiene all’evento e al contempo lo trascende per raccontare la lotta eterna tra il bene e il male.
Letizia Battaglia è divenuta una delle figure più rappresentative del reportage, prima donna europea ex aequo con l'americana Donna Ferrato ad essere insignita a New York nel 1985 del Premio Eugene Smith per il fotogiornalismo (assegnato annualmente a fotografi che si siano distinti per un punto di vista innovativo in ambito sociale, economico, politico o ambientale). Da tempo non è più considerata una giornalista ma è stata inserita tra le figure più rappresentative dell’arte fotografica».
 (Silvia Conta) 



venerdì 18 gennaio 2019

Torna Che Guevara, le élite non capiscono



Quelli che stanno cambiando profondamente in questi anni, sotto i nostri occhi ma senza che noi quasi ce ne si accorga, sono gli assetti internazionali, e non solo, usciti dalla Seconda guerra mondiale. Grandi Paesi, come Cina e India, che a quella guerra non avevano partecipato, e quindi, a differenza dei vincitori, non ne avevano potuto cogliere i frutti, si sono affacciati con prepotenza sull’arengo mondiale accogliendo il modello di sviluppo occidentale che è riuscito a sfondare in culture antichissime che gli erano antitetiche, come appunto quella cinese e indiana. Ma se ciò ha aperto all’Occidente enormi mercati prima preclusi, praterie ancor più sterminate si sono presentate davanti a Cina e India che proprio in quell’Occidente una volta egemone si abbeverano mettendolo in gravi difficoltà.
Donald Trump, che è molto meno sprovveduto di quanto lo si faccia fermandosi alle sue ‘mise’ stravaganti, ha capito, e lo ha anche detto, che gli Stati Uniti non possono, e non vogliono, più essere i ‘gendarmi del mondo’. The Donald non farà mai guerre ideologiche, tipo Afghanistan o Iraq, per raddrizzare le gambe ai cani, per convincere, con le armi, certi Paesi riottosi ad adottare la democrazia, l’uguaglianza fra uomo e donna, il rispetto dei ‘diritti umani’ che sono da sempre, almeno a partire dalla Rivoluzione francese, il ‘core’ del pensiero occidentale. Ciò che interessa a Trump è conservare il primato economico o condividerlo con la Cina che al momento appare, su questo piano, l’avversario più pericoloso.
I tedeschi, con la copertura dei francesi, stanno cercando di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu o quantomeno un seggio per l’Ue che sostituirebbe quello attualmente occupato dalla Francia. Cosa che era impensabile fino a pochissimi anni fa. E verrà anche il momento in cui sarà tolto alla Germania democratica il divieto di possedere l’Atomica, perché è fuori da ogni logica che quest’Arma, che è un deterrente decisivo per non essere spazzati via come fuscelli (Kim Jong-un insegna), ce l’abbiano oltre a Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna anche India, Pakistan, Israele, Corea del Nord e non il più importante Paese europeo. Del resto la Nato, che in teoria avrebbe dovuto garantire la sicurezza agli Stati membri, è in crisi come ha ammesso lo stesso Trump e l’Europa ha urgente bisogno di una difesa che non sia affidata solo alle armi convenzionali, che oggi stanno all’Atomica come un tempo la spada al fucile o la cavalleria ai carri armati. E l’Unione europea avrebbe dovuto cogliere al volo le incertezze di Trump sulla Nato per togliersi finalmente di dosso la pesante e pelosa tutela americana.
Ma, al di là di questo, il vero pericolo, per tutti, è un altro e si chiama Isis, ulteriore fenomeno nuovo che non era presente alla fine della Seconda guerra mondiale, che sconfitto a Raqqa e a Mosul risorge ovunque come un’Idra dalle mille teste, in Egitto, in Libia, in Mali, in Somalia, in Kenya, in Nigeria, in Pakistan, in Afghanistan e, sporadicamente, in alcuni centri nevralgici dell’Europa. Perché Isis è un’epidemia ideologica che potrebbe anche contagiare occidentali che non hanno alle spalle alcun retaggio islamico. Tutto il fenomeno dei foreign fighters è un segnale dell’angoscia di vivere in un modello di sviluppo che non è in grado di dare alla vita un senso che non sia puramente materiale.
Sono state le democrazie a uscire vincitrici dalla Seconda guerra mondiale. Si pensava quindi che questa forma di governo fosse non solo la più giusta ma anche la più efficiente. Così non è stato. Perché, salvo rari casi, le democrazie non sono mai state democrazie ma oligarchie o, come le chiamava pudicamente Sartori, poliarchie (“Democrazia e definizioni”). E queste élite, soprattutto economiche, non sono state all’altezza, come ha sottolineato Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere (“Gli errori delle élite globali”, 10/1/19), facendo innanzitutto e soprattutto i propri interessi ai danni di quelli della popolazione. Tutti i cosiddetti ‘populismi’, pur così variegati e diversi fra loro, sono una rivolta contro le élite economiche e partitiche affinché il popolo si riprenda i propri diritti e la propria sovranità. Fino all’altroieri queste rivolte avevano calcato i solchi tradizionali, con ideologie riconoscibili e leader riconoscibili. Ma adesso queste rivolte sono diventate trasversali, non sono individuabili come appartenenti alla destra o alla sinistra, e tendono alla violenza. Non ci sono solo i gilet gialli francesi ma anche i serbi che hanno dato vita a una rivolta contro il presidente Vucic, che non ha ancora un nome e che mette insieme categorie eterogenee. Siamo all’alba di un nuovo mondo? Siamo alla rivincita postuma di Ernesto Che Guevara che non era né di sinistra né di destra ma uno che si è sempre battuto per il riscatto degli “umiliati e offesi” di tutto il mondo?

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 17 gennaio 2018)

domenica 13 gennaio 2019

Arti e mestieri: "L'Opinionista"




In un panorama che tende a confondere ruoli e mestieri, la figura dell'opinionista intriga e inquieta per il ruolo assurto nella società moderna.
Fino a ieri giornalisti, scrittori, poeti, professori e, comunque, gente di cultura, con un pensiero articolato alimentato da studi, erano chiamati a esternare loro punti di vista su questioni meritevoli di riflessioni e approfondimenti. 
Unico presupposto richiesto per la loro credibilità, indipendentemente dalle idee politiche e dai posizionamenti partitici eventuali, era quello di avere in dote una “onestà intellettuale” riconosciuta e ampiamente collaudata.
Con la figura dell'opinionista, oggi, sono anche coinvolti personaggi provenienti dalla cronaca e per i più svariati motivi; soggetti spesso faziosi non necessariamente qualificati e attendibili per arricchire culturalmente con i loro interventi.
Centinaia di figuri si alternano nei talk per esprimere pareri non sempre qualificanti, in qualche caso tendenti al fake, magari allo scopo di accendere dibattiti stralunati, strabilianti, strampalati, improvvisati, spesso pure pecorecci.
Il web e i media in genere di questi “malati di protagonismo senza se e senza ma” ne fanno merce preziosa, per invogliare le masse a visionare i "contenuti", allo esclusivo scopo di canalizzare curiosi e maniaci di scoop e lucrare sulle pubblicità che precedono i servizi e che remunerano i tanti canali in concorrenza.
Ne derivano anche spedizioni e visualizzazioni parallele sui social, dove prosperano video incontrollati riguardo alle fonti, alla attendibilità dei contenuti e qualifica degli stessi interlocutori. Da questo non rimangono purtroppo escluse anche quelle che dovrebbero costituire delle fonti qualitativamente alte dell'editoria moderna.
Ma è l'intera fabbrica delle fake news e non solo delle esibizioni che nasconde spesso tanta ignoranza.
Ne consegue che, lo spettatore generico, piuttosto che porre attenzione sui contenuti, si concentra sulla spettacolarizzazione, sulle diatribe suscitate provocatoriamente, nel caso, da quella che può essere una Mussolini, una Taverna, un Gasparri,  un Sallusti, un Salvini, un Grillo o da un qualsiasi altro avente le stesse caratteristiche dialettiche, trascurando il verosimile loro intento di voler assurgere più a “personaggi con delle parti in commedia”.
Con i loro argomentare, questi specialisti naturali della comunicazione, tendono ad allontanare sempre dall'essenza delle questioni specifiche non gradite, distraendo possibilmente lo spettatore dai veri contenuti che emergono o tendono ad affiorare, indirizzando - all’occorrenza - anche allo spettacolo becero.
In tutto questo la vera colpa non è comunque dei personaggi in questione che oggi calcano, padroneggiando, le tavole del “teatrino perenne” e che sono sempre esistiti pure in assenza dei media, ma degli spettatori “ebeti”, ormai assuefatti e condizionati da queste dosi di droghe sempre più pesanti che inducono a una progressiva “dipendenza”.
Al riguardo mi piace riportare le tesi sostenute dal mio amico P. il quale scrive che "l’argomento, ovviamente, è di grande attualità. In un mondo dominato dai media e dai social in maniera sempre più pervasiva, a tutti indistintamente è data la possibilità di dire la propria in pubblico. Un modo formidabile di dar voce al proprio ego. Solo che sui social, come nella vita reale, quelli veramente che hanno qualcosa di interessante da dire sono pochi. Per cui per molti ciò fa aumentare il senso di frustrazione e si pensa che per farsi sentire bisogna urlare di più (inteso anche in senso metaforico). Ne consegue una sorta di “facite ammuina “ globale nel quale le competenze non sono riconosciute, anzi chi tenta di fare qualche ragionamento più articolato basato sulle proprie conoscenze viene spesso travolto da insulti e aggressioni verbali. Insomma la voce data alla folla e suoi portavoce urlatori di professione porta sempre a salvare Barabba e a crocifiggere Gesù."
Ancor peggio appare l’aspetto politico della questione, allorchè dei personaggi provenienti da questo mondo ovvero assurti alla notorietà anche per dei fortunati - per loro - scoop occasionali (quali “Schettino, vada a bordo, c…..” o altre boutade d’effetto similari alla “Adinolfi and Co” per intenderci) vanno ad approdare in ruoli istituzionali.
In questi casi non ci si riferisce esclusivamente o principalmente ai titoli di studio accademici posseduti (Orlando al Ministero della Giustizia o Fedeli alla Pubblica Istruzione docet) ma alla qualità umana e al connesso “background” culturale ed etico intrinseco ai soggetti, necessario, se non indispensabile, per l’efficace e pieno assolvimento del delicato ruolo "occasionalmente" ricoperto.
Patetica appare anche la comunicazione politica fatta attraverso pezzi mandati a memoria e sparati in tv da figuranti (In questo le donne risultano generalmente più brave degli uomini, avendo da sempre la lingua più lunga!).
Per quanto ovvio, tutto quello fin qui scritto costituisce anch’essa una “opinione” assoggettabile ad esame, che potrebbe ben abbracciare qualunque campo del nostro vivere sociale e potrebbe alimentare - nel caso esclusivamente - un "sano e pacato" confronto.
Buona luce a tutti!

© Essec

P.S. Le citazioni di personaggi pubblici in vita sono utilizzate come esempio per cercare di rendere più chiaro lo scritto.




W Robert, abbasso i social



Robert Habeck, leader dei Verdi tedeschi, ha deciso di non utilizzare più né Twitter né Facebook: “Twitter mi disorienta e mi rende poco concentrato. Mi fa scattare qualcosa, sono più aggressivo, polemico, stridulo ed estremo, il tutto con una velocità che non lascia spazio alla riflessione”. Come ogni cosa buona questa decisione ha subito suscitato polemiche. Il segretario della Spd, Kingbeil, ha affermato: “Il posto dei politici è dove c’è il dibattito”. Altri hanno aggiunto che un politico deve stare al passo con i tempi anche nell’uso degli strumenti di comunicazione altrimenti finisce fuoricorso. Non mi pare che le cose stiano così. E proprio la Germania ne è un esempio. Sfido chiunque a trovare un solo tweet di Angela Merkel che pur ha governato la Repubblica federale per tredici anni con un consenso amplissimo. Merkel si è sempre espressa per note ufficiali o sue o del governo o dei suoi ministri. Al più ha concesso qualche intervista (ci mancherà Angela, con la sua visione politica ampia, il suo stile, portando anche, a differenza di Albright e Condoleezza Rice, un tocco di garbata femminilità in ruoli tradizionalmente maschili).
Da noi invece l’uso di Twitter e in generale dei social da parte dei rappresentanti politici, anche con importanti incarichi di governo, impazza. L’apristrada è stato Renzi. Dice: è giovane. Sì, ma non è che se un uomo politico è giovane deve comportarsi esattamente come i suoi coetanei e magari ciucciare il biberon. L’esempio di Renzi è stato seguito da tutti i suoi successori, con maggior o minor pudicizia a seconda delle rispettive personalità. Attualmente il più assatanato fra gli uomini di governo è Salvini, seguito affannosamente da Di Maio, che sempre gli arranca dietro, e più moderatamente da Conte. Il che crea pasticci inenarrabili soprattutto con un governo che è uno e trino. Esemplare è stato il caso della Sea Watch e della Sea Eye, con i suoi 49 migranti a bordo, che veleggiavano al largo di Malta in attesa di un ‘porto sicuro’. Salvini fa sapere via Twitter che non ne accoglierà alcuno. Fa seguire questa twittata da una miriade di interviste. E anche questa ideolipsìa - poiché la Treccani afferma che siamo in epoca di neologismi ne creiamo uno, modesto, anche noi- per le interviste spalmate giorno e notte sulla trentina di talk show in circolazione non è un buon uso della democrazia. Tu non puoi venire a sapere di una importante decisione politica da Maria Latella o dall’Annunziata. Nel frattempo Di Maio, twittante e intervistato, si dichiarava disposto ad accogliere le donne e i bambini, Conte ad andarli a prendere personalmente con un aereo (I bambini li capisco, ma perché le donne? Se son pari siano pari anche nei rischi e la classica frase, durante un naufragio, “prima le donne e i bambini” non vale più). Insomma per giorni non si è saputo, né in Italia né all’estero, quale fosse la reale posizione del governo italiano. La situazione alla fine la risolta Bruxelles, la disprezzatissima Bruxelles, impegnando otto Paesi, fra cui l’Italia, con un Conte rientrato nei suoi panni, ad accogliere, pro quota (per l’Italia 15 o 25, non si sa) non solo i 49 migranti delle due Ong ma anche altri sbarcati nei giorni precedenti a Malta.
Ma lasciando perdere per il momento il caso della Sea Watch e della Sea Eye, definito “vergognoso” dall’Avvenire, questo continuo e permanente twitteraggio, condito da una infinità di interviste, finisce per disorientare i cittadini. Un provvedimento è stato solo annunciato o è in corso di elaborazione o è stato approvato? Le cose in democrazia dovrebbero andare in tutt’altro modo. Dovrebbero andare come andavano anche da noi in un tempo poi non tanto lontano: il Consiglio dei ministri propone una legge, in casi urgenti emana un decreto, se il Parlamento approva, il testo viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e diventa legge dello Stato. Così ci eravamo abituati, noi pleistocenici. Male, evidentemente.



sabato 12 gennaio 2019

“La condizione umana, una mostra per i 40 anni della Legge Basaglia”



Al terzo piano del Palazzo Aiutamicristo di Palermo, palazzo nobiliare del XV secolo, fino al 31 marzo 2019 è visitabile - “e pure gratuitamente” – un’interessantissimo evento culturale curato da Helga Marsala - intitolato “La condizione umana, una mostra per i 40 anni della Legge Basaglia”.
La mostra espone tante bellissime e celebri fotografie che documentano soggetti e scorci degli ex ospedali psichiatrici italiani, con immagini forti, fascinose e umane che, ancora oggi, suscitano dibattiti e propongono diversità di vedute in materia; non ultimo, sulla valenza e le opportunità introdotte dalla Legge Basaglia.
Gli artisti presenti con loro opere sono: Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Massimiliano Carboni & Claudia De Michelis, Bruno Caruso, Fare Ala, Carla Cerati, Luciano D’Alessandro, Christian Fogarolli, Stefano Graziani, Eva Koťátková, Uliano Lucas, Federico Lupo, Domenico Mangano & Marieke van Rooy, Enzo Umbaca, Franco Zecchin.
L'allestimento, scientemente realizzato nella struttura fatiscente, costituita dai locali adibiti fino a tempi relativamente recenti ad attività scolastiche, arricchisce l'enfasi dell'operazione museale. Le tracce di molteplici scritti e disegni, infatti, ben si abbinano all'insieme delle installazioni sapientemente miscelate che, specie in taluni ambienti, riescono a costruire atmosfere suggestive che inducono ad immaginarle reali; confondendo scritte/grafiche goliardiche degli studenti che hanno frequentato la scuola con possibili esternazioni potenzialmente ascrivibili a dei “pazzi”.
Opere pittoriche e disegni di Bruno Caruso, in particolare, non costituiscono orpelli manieristici ma arricchiscono e completano l'intero costrutto.
Interessante anche l’enfasi che si può respirare lungo il percorso della mostra, specie per i rari visitatori che rappresentano un po' dei fantasmi che sembrano aleggiare e accompagnare nei diversi ambienti.
Chi conosce la materia avrà modo di costatare la ricchezza e completezza del materiale documentale proposto.
Alle splendide foto di affermatissimi autori che si sono cimentati a fotografare i "matti" nei tanti manicomi italiani, si associano ambientazioni parzialmente ricostruite - anche con la proposizione di filmati d’epoca - e molteplici prodotti editoriali.
In un angolo sono pure proposte copie di pagine del giornale L'Ora, con annesse fotografie realizzate dai loro fotografi (tra i quali: Battaglia, Petix, Zecchin).
Nell'occasione della visita non potrà trascurarsi l’ammirazione, al primo piano dell'edificio, del bellissimo e celeberrimo mosaico liberty - recentemente fatto oggetto di restauro - che fino a qualche tempo fa ha abbellito la facciata del "Panificio Morello" (quartiere Capo di Palermo), divenuto finalmente reperto museale da preservare.
Per maggiori ulteriori approfondimenti e dettagli si rimanda all’esaustivo articolo sulla mostra pubblicato su www.blogsicilia. 
Buona luce a tutti!

© Essec


martedì 8 gennaio 2019

SUCAAAAA!



Chi ha frequentato lo stadio della Favorita di Palermo conosce bene il rituale scaramantico e giocoso che i tifosi interpretano ogni qualvolta, in una partita di calcio, c’è una rimessa in gioco da fondo campo.
Le due curve accompagnano il rinvio lungo, generalmente con dei cori alternati che apparentemente si contrappongono.
In realtà rappresentano un non so chè di rituale scaramantico e giocoso, che si conclude con un applauso di tutti gli spettatori presenti allo stadio.
Dalla curva interessata al lungo rinvio del portiere avversario che riavvia il gioco parte un coro che grida all'altre curva di tifosi: "Sucaaaaa".
Calciato il pallone i tifosi della curva contrapposta rispondono "forte",  la contro risposta  dello scambio tennistico verbale è "ca pompa" (“ovvero con la pompa”, pratica volgare pure praticata, che costituisce invero un ulteriore rafforzativo del suca iniziale), il rimbalzo di contro finale è "Più' forte".
Come detto il tutto si chiude con un applauso spontaneo bene augurante che coinvolge e ricomprende anche gli spettatori delle due tribune dell’anello dello stadio.
Nel corso della diretta di una partita della Nazionale svoltasi a Palermo, il cronista Bruno Pizzul, non comprese per nulla il significato intrinseco delle parole utilizzate dai cori, ma riuscì - nella sua apparente gaffe - a cogliere l'essenza giocosa della cosa, paragonabile, in qualche modo, alla “ola” sugli spalti che coinvolge - indipendentemente dalle fazioni e tifoserie - tutti gli intervenuti ad assistere una partita di calcio.
Sempre meglio del "chi non salta ..... è", adattato in contrapposizione preconcetta al contendente di turno, vissuto esclusivamente come un nemico.
In conclusione, quindi, ho voluto raccontare l'aneddoto, da qualche tempo in uso anche in altri stadi, magari all’estero riveduto e corretto nei termini, perchè mi piace immaginare l'inizio di questo nuovo anno con un avvio di gioco secondo questo rito positivo, giocoso e, volendo, anche scaramantico.
Le tifoserie, del resto, amano assistere alle gare dalle curve, forse anche per identificarsi nell’appartenenza.
Nelle rare volte che vado, anch’io preferisco assistere da una curva, perchè mi consente di inquadrare sotto un unico sguardo l’intero campo e tutte le fasi di gioco.
Quindi nel nuovo anno partirei coralmente dalla mia curva per avviare un salutare "sucaaaa", invitando tutti gli altri spettatori dell’arena del mio tempo ad adeguarsi al gioco e unirsi comunque nel finale in un fragoroso lungo applauso positivamente propiziatorio.
Augurando pure che ogni competizione possa scorrere corretta, divertire e che, comunque e in ogni modo, veda prevalere sempre chi sarà stato meritevole.
Buona luce a tutti!

© Essec



Vi racconto la mia censura antropologica ai tempi di Berlusconi


A me va bene tutto. Mi sarebbe piaciuto però che nelle recenti rievocazioni delle censure perpetrate in Rai durante il ventennio berlusconiano, innescate dalla speranza che i 5Stelle riescano a spazzar via il regime partitocratico e familista che regna nella Tv pubblica dalla fine dell’epoca Bernabei, un cenno, almeno di sfuggita, fosse stato dedicato a quella che ho subìto io. Va da sé che le emarginazioni di Luttazzi, di Freccero, di Biagi e di altri protagonisti dello star system televisivo, sono molto più importanti per la notorietà di quei personaggi, ma la mia, dal punto di vista qualitativo, è la più grave. Perché non è stata una censura a un programma, ai suoi contenuti, ma a una persona in quanto tale, a prescindere. Una censura ‘antropologica’. Tanto che nel loro Regime Gomez e Travaglio le dedicarono il primo capitolo intitolato, appunto, “Massimo Fini, censura antropologica”. Cercherò qui di raccontare quegli antichi fatti, che hanno anche dei risvolti esilaranti.
Siamo agli inizi dell’autunno 2003. Un regista e produttore, Eduardo Fiorillo, direttore di una notevole struttura musicale, Match Music, propone al direttore di Rai Due, Antonio Marano, in quota Lega, un programma di costume che intende intitolare Cyrano, inspirato più a quello di Guccini che a Rostand. Conduttrice sarà Francesca Roveda, a me spetterà di cucire il filo fra i vari spezzoni del programma. Marano accetta: Cyrano andrà in onda in terza serata. Facciamo le prove negli studi Rai di corso Sempione a Milano. La prima puntata è pronta, ma deve essere ancora montata. Non è presente nessun dirigente o funzionario Rai. Insomma nessuno l’ha vista, tranne noi. In serata Fiorillo riceve una telefonata di Marano, da Roma. “Ci sono dei problemi” dice. “Sul programma?” chiede Fiorillo. “No, su un nome. Quello di Massimo Fini. Devi toglierlo di mezzo”. Fiorillo è basito. Conosce il mondo, anche nei suoi lati pericolosi e borderline, ma a violenze di questo tipo non è abituato. In fondo si è sempre occupato di musica. Comunque si rifiuta: “No, io una cosa del genere non mi sento di farla. Oltretutto il programma è centrato proprio su Fini”. Marano propone un incontro chiarificatore a tre (lui, Fiorillo ed io) per il lunedì pomeriggio, il giorno prima che il programma, ampiamente pubblicizzato dalla stessa Rai e anche dai giornali, incuriositi, vada in onda. In fondo la cosa dispiace anche a lui. In epoca di ‘reality show’ dar una patina un po’ più culturale alla sua Rete gli conviene. Nessuno dei due, né Fiorillo né Marano, si è reso conto di aver messo il piede su una merda. Io e Fiorillo decidiamo di portarci dietro un registratore, di nascosto. Non si sa mai. Marano, nella sua parte di Don Abbondio, è a suo modo onesto: “A questo punto la puntata l’ho vista. Potrei dirle che non funziona, che lei non ‘buca il video’. Ma non me la sento. Perché non è così. E’ che su di lei c’è un veto politico aziendale”. E mi propone di sparire dal video e di retrocedere ad autore. A parte che io non sono affatto autore del Cyrano, che è opera di Fiorillo, ritengo la proposta inammissibile e la rifiuto. “Non so se vi rendete conto della violenza che mi state usando. Perché mi avete avvicinato voi, mi avete contrattualizzato. Erano quindici puntate, ho dovuto modificare i miei programmi, per esempio lasciare quella poca roba che avevo su Odeon tv con Funari e cancellare un calendario di presentazioni di un mio libro Il vizio oscuro dell’Occidente. E adesso mi si dice: no, tu non puoi lavorare. Cioè, io non posso lavorare in questo Paese?”. Marano, quasi scandalizzato, farfuglia che non è così. “Diciamo allora che ci sono lavori che io non posso fare”. Marano: “Ecco, questo è più preciso”. “Va bene, dunque ci sono dei lavori che io non posso fare. Anche nel ’38 c’erano lavori che gli ebrei non potevano fare. Mi metterò una stella gialla sul petto”.  
Il programma andrà in onda con una settimana di ritardo e con un nuovo titolo, Borderline, senza di me. La vicenda suscita un po’ di scalpore, non tanto, il ‘minimo sindacale’.
La questione finisce davanti alla Commissione parlamentare di Vigilanza Rai presieduta dal diessino Claudio Petruccioli. E Petruccioli compie un autentico capolavoro: si fa inviare da me la cassetta con la registrazione, ne dà notizia in Commissione ma non la fa ascoltare. I consiglieri leghisti (Davide Caparini), gli ex missini ora An (Alessio Butti) e il forzista Giorgio Lainati, si scatenano subito contro di me: vogliono che sia denunciato alla Magistratura per violazione della privacy e radiato dall’Ordine. Da vittima divento il colpevole. Cornuto e mazziato (E pensare che ero stato uno dei pochissimi intellettuali italiani a difendere la prima Lega di Bossi quando era trattata peggio delle Br, un po’ come oggi i ‘populisti’ grillini, e l’unico, insieme a Mughini, a difendere il diritto di cittadinanza politica dei missini contro la truffa dell’ ‘arco costituzionale’). Un altro exploit lo fece Marcello Veneziani, uno dei leader di quella ‘nuova destra’ che pure, a suo tempo, avevo difeso, che scrisse sul Giornale: “Visto che Fini è tanto bravo e così necessario al video come mai la Rai dell’Ulivo non aveva pensato a offrirgli un programma?”. Insomma in Rai non potevo lavorare né se comandava la destra né se comandava la sinistra. Non potevo lavorare e basta. Ero (e sono rimasto) un meteco.
La mancata audizione della registrazione permise a Marano (che tuttora sverna in Rai) di cambiare completamente le carte in tavola, nonostante contro le sue menzogne ci fosse anche la testimonianza di Fiorillo: ero un incapace, uno che “non buca il video” e se non me lo aveva detto in faccia era solo per delicatezza.
Naturalmente non fui denunciato alla Magistratura, tantomeno da Marano, né radiato dall’Ordine. Sarò io a far causa alla Rai per i danni materiali e quelli morali portati alla mia immagine. E la vincerò. Ma il Tribunale riconobbe solo i danni materiali, non quelli morali con la singolare motivazione che ero stato io stesso a danneggiare la mia immagine parlando dell’accaduto con i giornali. Sarebbe come se una ragazza stuprata non venisse risarcita perché ha denunciato la violenza.
Ma come a volte avviene da un male può nascere un bene. Fiorillo decise di portare il Cyrano a teatro, ma non quello che avevamo immaginato per la Rai bensì centrato sul ‘Fini pensiero’ antimodernista. “Non ce la puoi fare, Edo” gli dissi. “Ne verrà fuori un polpettone indigeribile”. Invece Fiorillo, usando gli strumenti dello spettacolo non per distrarre gli spettatori dal ‘polpettone’ ma per supportarlo, mise in piedi una pièce che ha ottenuto un grande successo in teatri importanti come il Ciak di Milano, il Celebrazioni di Bologna, lo splendido Storchi di Modena, una piccola Scala, con i palchi, riempita fino all’inverosimile. E io ho ottenuto la mia rivincita personale. Altro che “non bucare il video”. Perché, caro Marano, a teatro, con il pubblico davanti a te, a differenza della tv o dallo scranno di un ufficio, non si può mentire.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 8 gennaio 2018)


mercoledì 2 gennaio 2019

“Calati junco ca passa la china” ……



Immaginare per un momento di ritrovarsi con poteri divini o demoniaci e poter leggere con le lenti della verità la realtà che ci circonda, che si possa vedere attraverso muri, nebbie, parole non scritte e tutti i pensieri che scivolano in ogni mente; non so se questo potrebbe mai costituire vera conquista per noi uomini.
In fondo il nostro status attuale, quando anche non ci rendesse felici, non nega a alcuno illusioni, progettazione di nuove mire, non chiude mai le porte neanche alle più recondite speranze.
Così si riesce a costruire sempre un mondo proprio e lo si muta adattandolo, inconsapevolmente ogni giorno, scegliendo cosa mettere più in ombra o in luce, in relazione ai desideri del momento e alle opportunità percorribili.
Curiosità e fantasia rappresentano sempre e comunque il nutrimento di base che alimenta ogni crescita.
Col tempo le esperienze maturano e fanno vedere tonalità di grigio e nuovi colori, ma può anche capitare, in alcuni casi, di invecchiare male.
Non so se può reggere nel caso  un parallelismo con le annate dei vini, di certi feudi e contrade. Ovvero, se la cosa può dipendere dalle caratteristiche insite e combinate di ciò che siamo veramente.
Di certo con l’avanzare dell’età vengono meno quei freni inibitori che da giovani ci consentono di meglio districarci nelle imprevedibili complicazioni quotidiane.
Rimane duro, talvolta, dover cedere il passo a novità che, seppur intuibili, non possiamo ignorare. Ma tanto è, e per continuare occorre prendere atto del mutar delle cose, dell’avvento di idee diverse, dell’esistenza evidente di realtà che si vanno a trasformare.
“Calati junco ca passa la china” …… il vecchio detto siciliano presuppone flessibilità e adattamento che nella vecchiaia si perdono.
Intolleranza e rancore, qualora dovessero prendere il sopravvento, non costituiscono mai prova di saggezza e non rappresentano segni di avvedutezza, bensì evidenziano talvolta - tristemente - che non si è più al passo con i tempi, non più in linea con l’adattabilità necessaria ai naturali rinnovamenti.
Ogni cosa ha un suo tempo, ma non si rinnegherà comunque a nessuno il giusto valore che ha rappresentato. I nuovi percorsi che si andranno a intraprendere rimangono comunque impregnati nella sostanza da chi ha passato il testimone.
Quindi, sarà sempre naturale dar atto a chi ha contribuito all’oggi, come pure sarà necessario che tutti gli attori prendano coscienza del presente e chi è più avanti negli anni viva serenamente ciò che costituisce per tutti un nuovo tempo, anche se, pur sforzandosi, non si riesce a comprendere tutto pienamente.
Esperienza, sapienza e saggezza resteranno esempio e punti di riferimento a chi intanto si avventura a programmare il nuovo, indirizzando anche verso tratte differenti.
In molti, consapevoli, sapranno osservare e valutare le strategie delle nuove dirigenze e ciascuno, con un apporto costruttivo e benevolo, si accosterà positivamente per cercare di capire i nuovi linguaggi e per aiutare nel raggiungimento di intenti rinnovati.
Cambiamenti non assicurano sempre in automatico che il nuovo possa essere tutto positivo, ma in genere neanche le acque stagnanti garantiscono costanza nella limpidezza e occorre che nuove acque si rinnovino per consentire trasparenze sotto i ponti.
Tutto tornerà utile alla causa se ci si ritroverà sempre a confrontarsi nell'intento comune di crescere.
L'esperienza ci insegna che nell'associazionismo sano passione e interessi comuni cementificano e prevalgono sempre, così che, nel ricambio dei ruoli, si ravvivano gli entusiasmi, rinverdendo i tanti traguardi idealizzati.
Non tutti saranno spontaneamente disponibili al cambiamento, ma è naturale il ricambio e aiutare a rendere mutevoli, variegando sempre più gli scenari, con i tanti obiettivi possibili, dovrà essere sacrosanto per chi continua a credere.
Buona luce a tutti!

 © Essec

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