"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 14 settembre 2017

Immigrati, cresce la paura: il 46% si sente in pericolo. E' il dato più alto da dieci anni




L'immigrazione, ormai, è "l'emergenza". Che divide la società. Ma anche la politica. Tanto da indurre Luigi Zanda, presidente dei senatori Pd, a rinviare il voto del Senato sullo "Ius soli". A data da destinarsi. Sul Ddl, la maggioranza di governo oggi non ha la maggioranza. Domani si vedrà. Il diritto dei figli di immigrati nati in Italia: negato. Per paura. Per paura delle paure. Che, certo, in Italia, sono diffuse. Ma, forse, non quanto in Parlamento. Un segno, l'ultimo, dell'impotenza della politica in Italia. Incapace di decidere. Tanto più, in attesa delle prossime elezioni.
L'indagine dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato da Demos (con la Fondazione Unipolis e l'Osservatorio di Pavia) rileva, d'altronde, come la percezione di insicurezza, suscitata dagli immigrati, nelle ultime settimane, abbia raggiunto gli indici più elevati, da 10 anni a oggi: il 46%. Bisogna risalire all'autunno del 2007 per trovare un indice più elevato: 51%. Mentre nel 1999, quasi vent'anni fa, il timore degli immigrati risultava altrettanto diffuso. In entrambi i casi, si trattava di stagioni elettorali molto "calde".
Nel 1999: elezioni amministrative ed europee. Ma anche vigilia delle elezioni regionali, che si sarebbero svolte l'anno seguente. Il 2007: passaggio fra due elezioni politiche di svolta. Quelle del 2006, vinte dal Centro-sinistra guidato da Prodi. Di misura. Le consultazioni del 2008, vinte dal Polo di Centro-destra, costruito intorno a Silvio Berlusconi (accanto alla Lega e ad An). In entrambe le occasioni, l'immigrazione ha costituito un tema di scontro. Nel 2007, in particolare, collegato alla paura della criminalità. Immigrazione e criminalità: un binomio quasi inscindibile. Ha segnato il dibattito pubblico e favorito il Centro-destra. E, parallelamente, compromesso i consensi al Centro-sinistra. Da allora, solo in questa fase la questione migratoria ha ripreso altrettanto rilievo. Certo: le misure e le vicende contano. L'afflusso dei migranti dall'Africa verso le nostre coste, i fatti di violenza che hanno suscitato sdegno e paura.
A Rimini, in particolare. Ma non bisogna dimenticare il calendario politico. In primavera si vota. Per eleggere il nuovo Parlamento. E il rapporto con gli "altri", che vengono da "fuori", e ci invadono: diventa una questione importante. "La" questione. Amplificata dai "media", come mostrano con efficacia i dati dell'Osservatorio di Pavia (per l'Associazione Carta di Roma). I picchi nel numero di notizie proposte dai principali TG nazionali di prima serata coincidono, non per caso, con i cicli e gli anni elettorali: 2008-2009, poi 2013. Fino agli anni recenti. Visto che dal 2015 ad oggi viviamo tempi di campagna elettorale permanente. D'altronde, l'Osservatorio di Pavia rileva come, nell'ultimo mese e mezzo, nel 10% dei servizi dei telegiornali si parli di immigrazione, mentre nel 2016 la percentuale era dell'8%.
Nel mese di agosto e nella prima decade di settembre, inoltre, nel 38% dei servizi incontriamo notizie di crimini compiuti da immigrati. Un anno fa, invece la media dei 7 telegiornali era del 24%. Lo stupro di Rimini, in particolare, ha ottenuto una visibilità record: una media di 5 notizie a edizione in quattro giorni. Così la "pìetas" che, negli ultimi anni, aveva caratterizzato l'atteggiamento mediale e, al tempo stesso, sociale, verso gli sbarchi dei disperati sulle nostre coste, di recente, ha cambiato di segno. È divenuta distacco. Paura. A dispetto dei "numeri". Perché gli sbarchi dei migranti in Italia, di recente, si sono dimezzati: da più di 23 mila nel luglio 2016 a circa 11 mila, nell'ultimo mese (dati Unhcr, confermati dal Quirinale, agosto 2017).
Così, non sorprende il grado elevato di inquietudine verso gli immigrati rilevato da questo sondaggio. Né il sensibile calo di consenso verso la concessione della cittadinanza ai figli di immigrati, nati in Italia. Il cosiddetto "Ius Soli". Condiviso dall'80% degli italiani nel 2014. E da circa il 70% alla fine del 2016 e nei primi mesi del 2017. Mentre negli ultimi mesi il sostegno sociale allo "Ius Soli" è si è ridotto: al 57%, nello scorso giugno, e ancora, fino al 52%, negli ultimi giorni. Così si spiegano le paure della politica che invece di governare la società la inseguono. Ne riflettono ed enfatizzano i ri-sentimenti.
D'altronde l'impronta sociale della xeno-fobia - letteralmente: paura dello straniero - appare evidente, dai dati del sondaggio. Cresce fra le persone più anziane, soprattutto: con un grado di istruzione più basso. Ma è la posizione politica a marcare le divisioni più evidenti. Gli immigrati: generano "paura" e "paure" più marcate a destra. Fra gli elettori della Lega (3 su 4), ma anche dei FdI e di Fi (64 -69%). All'opposto, il senso di insicurezza scende sensibilmente a Sinistra, in primo luogo nella base del Pd. Mentre l'elettorato del M5s, politicamente trasversale, è diviso a metà: fra accoglienza e paura. La paura verso gli immigrati, infine, si associa all'apertura ai diritti di figli (nati in Italia) degli immigrati. Fra chi non ha paura, il consenso allo Ius soli sale fino al 77%. Mentre fra chi ha più paura degli altri si riduce a poco più del 27%.
Per questo, non ho "paura" di dire che ieri al Senato ha vinto la "paura". Degli altri. Perché non crediamo nella nostra capacità di integrare. Non ci fidiamo degli altri. Ma neppure di noi. Tanto meno della politica. Anche perché la politica, in Italia, oggi: è emigrata...

 

I risultati di questa indagine verranno presentati, venerdì prossimo, nell'ambito del XXXI Convegno Sisp - Società Italiana di Scienza Politica (Università di Urbino Carlo Bo, 14-16 Settembre) dal titolo Democrazia e democrazie in tempi di cambiamento (#SISP2017). L'iniziativa richiama circa 400 studiosi italiani e stranieri che discuteranno sulle sfide che interessano i sistemi democratici. Oltre alle 13 sezioni tematiche sono previste diverse tavole rotonde, tra cui quella per ricordare un maestro della Scienza politica recentemente scomparso: Giovanni Sartori.
La lectio magistralis sarà tenuta da Marc Lazar (SciencesPo, Parigi) su Democrazie europee in mutamento: i casi francese e italiano. Scarica il programma completo



martedì 13 giugno 2017

Il paradosso 5Stelle: sconfitti ma radicati. Darli per finiti sarebbe un errore




Meglio essere prudenti prima di dare per “finito” il M5S. Prima di leggere il risultato delle amministrative di ieri come segno, inatteso, di un’inversione di rotta. Il primo passo di un declino inarrestabile. Conviene attendere altri test elettorali. Perché le elezioni amministrative costituiscono un passaggio politico importante, soprattutto quando hanno l’ampiezza di questa consultazione. Ma sono, più di ogni altra elezione, condizionate da ragioni e fattori “locali”. Tanto più dopo il 1993, quando la nuova legge sull’elezione diretta dei sindaci ha “personalizzato” il voto, per restituire legittimità allo Stato e alle istituzioni, dopo il crollo della Prima Repubblica e le inchieste sulla corruzione dei partiti e della classe politica della Prima Repubblica. In effetti, anche l’affermazione del M5S riflette la crisi dei partiti e della classe politica, dopo il crollo del “muro di Arcore”, che aveva segnato i confini della cosiddetta Seconda Repubblica, fondata “da” e “su” Berlusconi. L’ascesa del M5S era avvenuta proprio cinque anni fa, alle amministrative del 2012.

Quando Federico Pizzarotti, allora sconosciuto ai più, era divenuto sindaco di Parma, nella sorpresa generale. Anche a Parma. Tuttavia, in seguito, il rendimento elettorale del M5s ha seguito un modello preciso. Forte e competitivo in ambito nazionale, molto meno alle elezioni amministrative. 


Per due ragioni, fra le altre. Perché a livello locale contano i candidati. E, in secondo luogo, occorre disporre di tradizioni e di basi organizzative. Per questo il M5S ha alternato risultati importanti, alle elezioni nazionali – ed europee – con esiti più deludenti, alle elezioni amministrative. Soprattutto in quelle comunali. Dove più della protesta conta la proposta.

Per dare un’idea e una misura di questa tendenza bastano poche cifre. Nel 2013, alle elezioni politiche, con oltre il 25% dei voti validi, il M5S diventa primo partito in Italia. Ma, solo due mesi dopo, alle elezioni comunali vince in 2 soli comuni “maggiori” (con oltre 15 mila abitanti) sui 92 nei quali si vota. Successivamente, questo trend si ripete, talora amplificato. Nel 2014 si rinnovano le amministrazioni in 243 comuni maggiori: il M5S ne conquista solo 3. Eppure, alle – concomitanti – elezioni europee, aveva ottenuto il 21% dei voti validi. Secondo, a distanza, dietro al Pd di Renzi (oltre il 40%). La tendenza non cambia neppure nel 2015, quando il M5S vince in 5 comuni, fra i 108 nei quali si vota. Oggi, infine, è al ballottaggio in 9 fra i 160 comuni maggiori al voto.

Così, la vera discontinuità con la breve storia elettorale del M5S, è costituita dalle elezioni amministrative di un anno fa. Nel 2016. Quando il MoVimento ispirato da Grillo conquista la guida di 19 comuni, fra i 143 al voto. Ma, soprattutto, vince a Roma e Torino. Due capitali. Che danno a quel voto un chiaro significato “nazionale”. Anche allora, dunque, il M5S riproduce l’impronta di “partito senza territorio”, apparsa evidente fin dalle elezioni politiche del 2013. Quando risultò primo o secondo partito praticamente in tutte le province italiane. Mentre gli altri partiti maggiori, nella storia della Repubblica, hanno ri-proposto una geografia specifica. La DC e, in seguito, i Forza-leghisti: “impiantati” nella periferia produttiva del Nordest e del Nord, ma anche in molte aree del Mezzogiorno. Mentre le basi elettorali dei partiti della Sinistra – a partire dal Pci e dai suoi eredi – sono sempre state “forti” nelle zone definite, non per caso, “rosse” dell’Italia Centrale. Il M5S, invece, non ha radici né tradizioni territoriali. O meglio: sfrutta quelle degli altri. Perché intercetta i propri elettori dal rifiuto verso i partiti e la politica tradizionali. Canalizza e amplifica il ri-sentimento. Politico e sociale. Contro tutti. Così, spesso, allarga i suoi consensi nei ballottaggi, quando si vota non per il “più vicino”, ma per il “meno lontano”.

Per questo, come abbiamo mostrato in un Atlante Politico di pochi giorni fa, ha basi forti fra i più giovani, fra gli operai, fra gli stessi imprenditori. I più esposti alla globalizzazione. E per questo fatica a rendere stabili le proprie basi elettorali. D’altronde, ha rimpiazzato il territorio con la rete e con il digitale. O meglio: il suo territorio è digitale. E dunque fluido. La sua azione è ispirata alla contro-democrazia, come la definisce Pierre Rosanvallon. La democrazia del controllo e della sorveglianza. Che stenta a sedimentare. A costruire un “popolo” di riferimento. Anche per questo il M5S fatica a “stare sul territorio”, a selezionare e presentare candidati conosciuti e autorevoli. La Rete, a questo fine, non basta. Tanto più perché, a sua volta, è sorvegliata dal Garante. In modo non sempre comprensibile ai “suoi” stessi elettori. Com’è avvenuto a Parma, dove Pizzarotti oggi è un avversario.

Mentre nei “luoghi amici” del fondatore, come a Genova, gli elettori preferiscono rivolgersi altrove. Perché il M5S appare in bilico. Canale di critica e mobilitazione. Ma anche soggetto politico che mira a governare. Visto che nei sondaggi contende il primato al Pd, con quasi il 30% dei consensi. A livello nazionale. Questo è il vero rischio per il M5s. Di apparire, agli occhi degli elettori, un partito come gli altri. E di perdere la sua “diversità”. Mentre per la classe politica dei partiti nazionali il rischio è di considerare la battuta d’arresto del M5S in questo primo turno una svolta.

Irreversibile. Sul piano nazionale. Salvo scoprire, alle prossime elezioni politiche, una realtà molto diversa. Dai propri desideri. Perché, come recita un antico proverbio, è meglio non vendere la pelle di Grillo prima di averlo catturato davvero…



sabato 29 aprile 2017

I delusi del lavoro: la flessibilità non ha vinto, torna la richiesta del posto fisso




Il "lavoro" rimane un riferimento importante per la nostra società. Così la "Festa del lavoro" del Primo maggio suscita sempre grande consenso. Lo conferma il sondaggio condotto, nei giorni scorsi, dall'Osservatorio sul Capitale sociale di Demos-Coop per Repubblica. Più di due italiani su tre ritengono, infatti, che "celebrare" il Primo Maggio abbia ancora senso. È un sentimento diffuso in tutta la popolazione. Senza chiare "esclusioni" ideologiche. E quindi anche fra gli elettori di centro-destra e di destra. Celebrare il lavoro, a questi italiani, appare tanto più significativo perché si tratta di una risorsa sempre più scarsa e dequalificata. Una larga parte degli intervistati, oltre 7 su 10, afferma di non aver percepito la ripresa. Secondo loro, l'occupazione non è mai ripartita. E se le statistiche dicono cose diverse, loro non se ne sono accorti. Semmai, pensano che si sia allargato il lavoro "nero". E, ancor più, il lavoro "precario". Ne sono convinti 3 italiani su 4. D'altra parte non c'è fiducia nella politica e nelle politiche. Nei risultati delle leggi approvate negli ultimi anni. Meno di 1 italiano su 10 pensa che il Jobs Act abbia prodotto effetti. Mentre l'abolizione dei voucher ha convinto quasi tutti gli intervistati. Ma del contrario: allargherà ancor più il lavoro nero e precario. Il "reddito di inclusione sociale", invece, per ora, lo conoscono in pochi.

Così, il lavoro resta un riferimento importante, per gli italiani. Almeno, per gran parte di essi. Che celebreranno il Primo Maggio con un sentimento di "attesa". L'attesa che il lavoro ritorni. D'altronde, si assiste a un mutamento sensibile dei progetti, professionali e di vita, tra gli italiani, rispetto agli ultimi anni. In particolare, ritorna, con forza, la richiesta del "posto fisso", soprattutto nel settore pubblico. Checco Zalone lo aveva colto - e narrato - con efficacia, nel suo film "Quo vado?", un anno e mezzo fa. Oggi quell'intuizione appare confermata dai dati di questo sondaggio. Che, a differenza del film di Zalone, non sono divertenti. L'indagine di Demos-Coop, infatti, ci racconta come, nell'ultimo anno, il clima d'opinione intorno alle professioni libere e liberali si sia sensibilmente raffreddato. La quota di persone che, per sé e i propri figli, vorrebbero un'attività in proprio o da libero professionista, infatti, è in calo. Di qualche punto. Mentre l'unica vera "ripresa" convinta, nell'ambito del lavoro e dei "lavori", riguarda, appunto, il "posto fisso". Sottolineato dalla crescente importanza attribuita agli Enti Pubblici. Tanto delegittimati (per non dire disprezzati), come soggetti e come istituzioni, quanto apprezzati, come sbocchi professionali. Si ripropone, dunque, uno scenario noto, in un passato recente. Quando il grado di attrazione di "un" lavoro, coincideva con il suo livello di "sicurezza". Intesa come "stabilità" e "continuità". Mentre la "flessibilità" piaceva agli imprenditori - e ai politici "liberisti". Ma non ai lavoratori. Per questa ragione è significativo il sostegno espresso, nel sondaggio Demos-coop, all'ipotesi di ripristinare l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, abrogando le modifiche apportate dal Jobs Act del governo Renzi. Questa proposta, avanzata dalla Cgil, come quesito da sottoporre a referendum, era stata bocciata dalla Corte costituzionale, lo scorso gennaio. Ma oggi, nel sondaggio, ottiene il consenso di 7 italiani su 10. È un indice ulteriore del livello di sfiducia e di incertezza che pervade la società nei confronti del lavoro. Soprattutto e tanto più, negli ultimi anni. 


Tuttavia, alcuni segnali muovono in direzione diversa. Espressi, però da chi ha un lavoro. Ne indichiamo due, fra gli altri.

Il primo: le aspettative nel futuro. Cresce, infatti, la quota di lavoratori che scommettono su una situazione personale migliore, "nei prossimi 2-3 anni". Oggi è circa il 30%. Tuttavia, quasi un lavoratore su due ritiene che la propria condizione non cambierà. E per il 18% potrebbe, perfino, peggiorare. L'altro segnale in controtendenza riguarda la soddisfazione del lavoro svolto. Molto elevata, per il 55% del campione intervistato da Demos-Coop. Ma, comunque, più che sufficiente, per un altro 27%. Solo il 18% degli italiani, in definitiva, si ritiene insoddisfatto del lavoro svolto. Tuttavia, il problema riguarda "gli altri". La componente "esclusa" dal mercato del lavoro. A questo proposito è interessante il tratto generazionale che impronta l'insoddisfazione. Particolarmente marcata fra i "giovani-adulti". Coloro che hanno fra 25 e 34 anni. Nati fra i primi anni 80 e 90. Le fasce "anziane" dei Millennials. Ancora "giovani" e non ancora "adulti". In una società nella quale la giovinezza si prolunga sempre più, ma riflette dipendenza, rinvio dell'autonomia. I "giovani-adulti": non riescono ad affrancarsi dalla famiglia (non conviene), né a mettersi davvero in proprio. Oggi, si sentono più precari di alcuni anni fa. Sicuri che, se mai riuscissero a raggiungere la pensione, questa non basterebbe per vivere.

A loro, il lavoro appare un'esperienza meno soddisfacente rispetto agli altri. Anche perché, più degli altri, ne sono esclusi. Per questo, come gran parte della popolazione, ritengono che i giovani, per fare carriera, se ne debbano andare dall'Italia. E molti di essi se ne vanno davvero. Spesso non ritornano.

La loro "insoddisfazione", peraltro, si è espressa anche politicamente, quando hanno bocciato, in massa, il referendum costituzionale.

I giovani-adulti: sono lo specchio di una società che invecchia senza accettarlo. Una società di finti-giovani.








venerdì 7 aprile 2017

Sartori: il maestro del tempo perduto



 

Quando se ne va un Maestro ti senti, inevitabilmente, un po' sperduto. E per coloro che si occupano di Politica, per ragioni scientifiche, di studio e di ricerca, Giovanni Sartori è stato "il" Maestro.

Per quanto discusso. Tanto più per questo. Perché ha fatto - e continuerà a fare - discutere. Non solo gli studiosi e i ricercatori di Scienza Politica, della Politica come Scienza, che egli  ha contribuito, in modo determinante, a "fondare". Ma anche per gli attori politici e per i cittadini. Perché la voce di Sartori ha superato i confini della Scienza. È giunta, forte, fino agli ambienti nei quali si discute e si decide - di politica. Ma anche ai cittadini. Con cadenza regolare e quotidiana. Giovanni Sartori è intervenuto sui media, in primo luogo sul Corriere della Sera, dove scriveva con regolarità, per commentare e, spesso, sanzionare i diversi progetti di riforma del sistema istituzionale. Anzitutto e soprattutto: elettorale. Coniando formule suggestive, entrate nel linguaggio corrente. Dal Mattarellum al Porcellum. Mentre dell'Italicum si limitò a dire che era un "pasticcio" con un nome ridicolo che gli ricordava "un treno". La sua attenzione critica, peraltro, non ha sortito gli effetti sperati. E di ciò si rammaricava. Anche se è difficile verificare - e, ancor più, misurare - il contributo degli intellettuali in modo immediato e diretto.

Sartori, tuttavia, ha orientato la sua attenzione in diverse direzioni - della politica e della società. Perché la sua interpretazione dello scienziato politico era, sicuramente, "attiva". Da "attore politico". Di certo non delimitata e delimitabile agli ambienti scientifici. Così, dopo la "discesa in campo" di Silvio Berlusconi, Sartori dedicò un saggio alla "ascesa sociale" dell'Homo videns, il soggetto che aveva occupato il centro dello spazio occupato, prima,  dall'Homo sapiens. Allo stesso tempo, non perse occasione per stigmatizzare il deficit di "anticorpi della democrazia" che affliggeva gli italiani. Retroterra e causa "culturale" dell'affermazione del Cavaliere. Una formula suggestiva, oltre che acuminata, che, a mia volta, non esitai a riprendere e a riproporre.

Personalmente, ho dialogato con Sartori in diverse occasioni. Ne ho affrontato i testi e la lezione, anche in modo critico. Come nel saggio "Gramsci, Manzoni e mia suocera" (edito dal Mulino nel 2012). Dove ho sviluppato e tematizzato il mio approccio ibrido allo studio dei rapporti fra politica e società. D'altronde, la mia stessa biografia scientifica mi ha spinto a frequentare terreni disciplinari diversi. Senza stabilire gerarchie fra i piani. Come ha fatto Sartori. Secondo il quale, la scienza politica riconduce la politica "a un'attività di governo e, in sostanza, alla sfera dello Stato". Laddove la sociologia politica "parte, dunque dalla società ed esamina come essa eserciti influenza sullo Stato". Io, invece, attribuisco pari attenzione e interesse alla sfera delle relazioni sociali e al "senso comune". Che vincolano le scelte e gli orientamenti delle istituzioni e degli attori politici. Tanto più oggi, al tempo della comunicazione mediale, della Tv e del digitale. Che hanno allargato lo spazio della politica alla vita quotidiana delle persone. Rendendo difficile tracciare confini netti fra i luoghi e i centri della decisione e dell'azione politica.

Ho avuto la possibilità - e il privilegio - di discutere di questa e di altre questioni con Sartori. In sedi pubbliche e sui media. Infine, soprattutto, a "casa mia". In altri termini: all'Università di Urbino. Dove, nell'ottobre 2005, su mia proposta, gli venne conferita la Laurea ad Honorem.  Dopo un seminario, dedicato alla sua figura e ai suoi studi, al quale parteciparono Gianfranco Pasquino, Mauro Calise e Angelo Panebianco. Insieme a un politico "capace di leggere e scrivere" - secondo la definizione di Sartori - come Massimo D'Alema. Un'occasione importante. Per me, oltre che per Urbino. E io ne conservo e conserverò gelosamente la memoria. Come conservo e conserverò gelosamente la memoria di Giovanni Sartori. Un Maestro, per chi studia la politica. Uno dei pochi rimasti. Mentre il tempo della Politica sembra ormai perduto.



giovedì 2 febbraio 2017

Chi cerca l'uomo forte non vuole autoritarismo ma autorità





Ha sollevato dibattito e qualche polemica la Mappa pubblicata, nei giorni scorsi, dove ho segnalato quanto sia diffusa, fra i cittadini, la domanda di un "Uomo Forte". D'altronde, da oltre 10 anni (per la precisione: dal 2004), i sondaggi dell'Osservatorio Demos ricostruiscono la tendenza  di questo orientamento. Che è sempre apparso molto ampio. Ma, fino ad oggi, o meglio: fino a ieri (novembre 2016), non aveva mai raggiunto una misura tanto estesa: 8 italiani su 10. Otto su dieci significa, praticamente, (quasi) tutti i cittadini. Come (e forse più che) nelle precedenti occasioni, i dati del sondaggio hanno suscitato reazioni accese. Sono, infatti, stati considerati un segnale inquietante, che richiamerebbe una minaccia "autoritaria". Alcuni hanno evocato perfino Mussolini. In Italia, d'altronde, l'esperienza del ventennio non è così lontana. E pesa ancora nella memoria nazionale. Forse più della resistenza. 

Eppure, come (e forse più che) nelle precedenti occasioni, occorre essere chiari. L'Uomo Forte, che ottiene tanti consensi fra gli italiani, non è un nuovo Mussolini. Un Duce. Non manifesta una richiesta di "autoritarismo". Piuttosto: di "autorità". Cioè: di una leadership dotata di legittimità. Questa domanda, nel corso degli anni, si è progressivamente "personalizzata". Indirizzata sulle persone. Perché i partiti e le associazioni di rappresentanza hanno perduto i legami con la società. Mentre le istituzioni di governo - locale, centrale, e ancor più, europee - sono apparse sempre più lontane. "Ai" e "dai" cittadini. Burocrazie anonime. Distanti e indistinte. Così, fra i cittadini è cresciuto il distacco dalla dimensione pubblica. Al "senso civico" è subentrato il "senso cinico". Mentre - per citare Bauman - si è diffusa "la solitudine del cittadino globale". 

Così, la prospettiva di "un Uomo Forte al governo" è divenuta tanto "popolare". Che non significa "populista". Ma lo può diventare, se non trova risposta nei partiti. Nelle istituzioni democratiche, nelle organizzazioni di rappresentanza politica e sociale. Se i cittadini restano soli. Davanti agli schermi. E dialogano, interagiscono e reagiscono con il mondo soprattutto attraverso la rete. Mediante i PC, i tablet e, soprattutto, gli smartphone. Basta guardarsi intorno, nei luoghi pubblici, per trovarsi circondati da persone che camminano oppure stanno ferme, ma con gli occhi fissi sullo smartphone. Mentre le dita battono sui tasti. Una "folla solitaria" (per echeggiare il noto saggio di David Riesman, pubblicato nel 1950). 

"Affollata" di persone che sono sempre in comunicazione con gli altri, con il mondo. Ma sono sempre sole. 

Meglio non stupirsi, allora, se cresce la domanda di un Uomo Forte. "Autorevole" non "autoritario". Un "leader", non un "dittatore". Questa società è allergica ai vincoli e alle regole. Figurarsi se accetterebbe figure troppo "forti". Basta vedere che fine ha fatto Silvio Berlusconi. Le difficoltà che incontra Matteo Renzi. La "forza" del leader sta nella capacità di dare volto e voce ai cittadini. In cerca di valori, ma anche di persone in cui riconoscersi. Per non sentirsi deboli. E disorientati.


 

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)