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domenica 29 settembre 2013
giovedì 12 settembre 2013
IN RICORDO DI ENRICO BERLINGUER: “UN PARTITO SERIO NON TRADISCE LA LINEA”
Prima di incontrarlo ho dato un’occhiata ai ritagli; poche notizie. Cinquant’anni, sembra che ami la musica classica: preferenze Wagner e Bach. Appassionato di vela e soprattutto di calcio, qualche domenica va all’Olimpico ed è tifoso del Cagliari, e d’estate, durante la villeggiatura a Stintino, si diverte ad arbitrare partite di ragazzi. Dice di lui un amico: “Se gli viene da ridere pare quasi che se ne vergogni”. L’esercizio, penso, non sarà facile. Allegri. Nella portineria di Botteghe Oscure c’è il ritratto di Togliatti, dietro la sua scrivania quello di Gramsci. L’ufficio è piccolo, tranquillo. Enrico Berlinguer ha l’aspetto gracile e il volto segnato: la politica è il suo mestiere, la sua vita. Casa, famiglia, ad esempio, non debbono entrare nella cronaca. E, tutto sommato, è un suo diritto.
È una domanda d’obbligo: com’è diventato comunista?
Dicono che lei è stato il delfino di Togliatti. Quando l’ha conosciuto?
La Sardegna ha il suo peso nel vostro partito.
Già. Togliatti e Gramsci erano molto bravi a scuola, vinsero una borsa dell’Università di Torino , e là s’incontrarono. Togliatti si licenziò con tutti otto e qualche nove. Hanno ritrovato la pagella. Bravissimo. Ma una sorella lo batteva.
E il liceale Berlinguer come se la cavava?
Io? Normale. In mezzo. Molti sei, qualche sette, pochi otto. Ma non dimentichi che tra i sardi c’è anche Velio Spano, antifascista e costituente. Togliatti era figlio di un economo dei convitti nazionali, trasferito nell’isola; c’è ancora chi lo ha in mente come un giovanottino studioso, riservato, che non si occupava di faccende politiche. Rimasero sbalorditi quando seppero che Ercoli era lui.
Sono accadute molte cose da allora. C’è chi sostiene che, pur di andare al potere, adesso vi accontentereste anche di un sottosegretariato alle Poste.
No, chiederemmo di sicuro qualcosa di più. Ma che bisogno c’è di entrare in un governo? Potremmo anche appoggiarlo standone fuori. I comunisti italiani devono trovare una loro strada, completamente diversa da quella dei partiti del-l’Est.
E non avete più insistito nel proporre i vecchi modelli: l’Ungheria, la Polonia o l’Unione Sovietica, che era sempre il paese al di sopra di ogni sospetto.
È quasi una confessione.
Sono queste affermazioni, forse, che hanno provocato la nascita del Manifesto. Cosa è stata per lei questa frattura?
Non una sorpresa, ma un fatto doloroso. Sono compagni coi quali abbiamo vissuto tante esperienze. Nel Congresso di Bologna, che mi nominò vicesegretario, Rossanda, Natoli e Pintor rimasero inizialmente all’interno del Comitato centrale, la destra del partito era per l’immediata espulsione. Ero convinto che lo strappo potesse creare una specie di “tribuna d’opinione”, abbiamo discusso per alcuni mesi: la rottura è stata inevitabile, non sul piano personale con loro mi confronto ancora.
Come spiega la sfiducia di fondo che c’è per i vostri programmi? Forse scontate anche i fallimenti e gli sbagli di alcune Repubbliche socialiste.
Alle politiche del maggio scorso abbiamo preso nove milioni di voti, il 27 per cento, un milione e mezzo di iscritti, non sono poi un bilancio che denuncia una grande diffidenza nei nostri confronti. Un partito serio non può permettersi di enunciare una linea e poi di comportarsi in maniera opposta.
Veramente c’è una casistica che potrebbe dimostrarlo.
Ma poi, non saremmo mai soli, saremmo sempre con gli altri. La gente ci crede, e noi offriamo garanzie alla gente anche contro di noi. Non siamo, bisogna intendersi, disposti a collaborare con tutti, ma con coloro che si riconoscono in alcuni obiettivi comuni.
Non è un riferimento a testi classici, tutt’altro. Ricordo una scenetta che recitava, nel primo dopoguerra, Totò. Gli annunciavano l’arrivo di un russo; e lui aveva paura. “Ma è un russo buono”, diceva l’attore che gli faceva da spalla. E lui: “Sempre russo è”. E l’altro insisteva: “Ma un russo bianco”. E Totò: “Sempre russo è”. E così molti pensano del Partito comunista italiano.
Scusi, ma perché la Democrazia cristiana, avendone la possibilità, non ha instaurato la sua dittatura? Non esiste nessun partito che, per definizione, sia alieno dal prendere tutto il potere. Vedi Tambroni, vedi la “legge truffa”. Noi chiediamo una leale intesa con gli altri. Vorrei poter dire che Dio mi è testimone, sa che sono sincero, ma non posso dirlo.
Lo dica, perché no?
Perché non sono credente.
Sua moglie lo è?
Sì. Lei crede.
E i suoi quattro figli sono battezzati?
Non mi va di parlare di loro, devono restar fuori, devono poter fare, liberamente, le loro scelte, senza alcun pregiudizio.
Perdoni l’insistenza. Sono, anche loro, nella fase anarchica?
La maggiore ha tredici anni; sarebbe troppo precoce.
Nel primo discorso da segretario ha detto che lei non sarà né Togliatti né Longo, cosa significa?
Il discorso continuava così: “Non aspettatevi da me quello che non posso dare”. Io non appartengo a quella generazione eroica di chi mi ha preceduto, non ho il passato di Terracini, Amendola, Pajetta e tanti altri, farò del mio meglio e con passione. È il momento di cercare, insieme, di trasformare la società, lavorando con l’obiettivo di unire tutti gli strati sociali e le forze politiche di ogni orientamento. Dobbiamo raggiungere l’unità per il bene del paese, però senza cedere all’estremismo.
Cosa ha rappresentato per il suo partito il Sessantotto, il movimento studentesco?
Il segretario Longo, che si era recato a Praga ad abbracciare Dubcek, non va dimenticato, volle incontrare una delegazione di studenti, e dopo scrisse su Rinascita: “Il movimento studentesco peccherà magari di estremismo, ma si batte contro il sistema capitalistico”. Noi siamo stati loro alleati. Il Pci è sempre stato presente in tutte le lotte contadine, operaie e anche nel movimento studentesco.
La bomba di piazza Fontana a Milano, la morte dell’anarchico Pinelli, il recente omicidio del commissario Calabresi…
Le bombe e la violenza hanno un solo scopo: quello di creare nel popolo un sentimento di paura, esasperare gli animi, un clima di grande confusione, per innestare un tentativo di soluzioni autoritarie.
È passata un’ora e alle quattordici Berlinguer ha l’abitudine di andare a casa, mi dice: “Vado per scrivere, per studiare, in casa mi trovo meglio”. Togliatti aveva alle spalle l’Albergo Lux di Mosca, il Comintern, Dimitroff e la Pasionaria, le “purghe” e Stalin; Longo la guerra di Spagna e le brigate partigiane. Enrico Berlinguer esce da una biblioteca di buoni borghesi antifascisti, da una scuola di partito, dalle conversazioni che faceva, in un paese della provincia di Sassari, con pastori e marinai. Un pescatore che l’aveva conosciuto a quei tempi ha raccontato a un cronista che inutilmente cercava un po’ di “colore”: “Sin da bambino era serio, molto chiuso. Non rideva mai”.
Già. È la stessa osservazione che un monsignore avrebbe fatto a Paolo VI: “Molti si chiedono perché è così raro vedere Vostra Santità sorridere”. “Che motivo ne avrei?”, rispose il Papa.
martedì 7 maggio 2013
O IMBROGLIONI O TARTASSATI
lunedì 22 ottobre 2012
Senza tessere di Enzo Biagi; scritto sonnecchiando
A questo punto avrei finito tutti gli argomenti a disposizione, se non mi tornasse in mente, con emozione e gratitudine, un altro mio lontano parente, un anziano e probo maestro elementare di San Lazzaro di Savena, mazziniano e a tempo perso traduttore in bolognese della Divina Commedia. Prima di emigrare in Argentina mi lasciò un piccolo gruzzolo (poche centinaia di lire, con le quali acquistai la mia prima penna a biro bicolore, grigio e maròn) e un grande insegnamento. "Ricordati," disse "che chi fa da sé fa per tre."
È difficile farsi credere, in un'Italia che ormai non crede nemmeno ai preti e ai dottori: ma seguendo quei pochi consigli, e aggiungendoci una robusta dose di vieto buon senso, sono diventato un famoso giornalista. Mi bastano tre giorni in Francia, senza tessere e con un cameraman, e torno a casa avendo realizzato uno special televisivo a puntate; quattro documentari radiofonici; quattordici articoli per i maggiori quotidiani italiani; due libri-inchiesta; una Storia di Francia a fumetti, una a fascicoli, una fatta con le parole crociate, una da distribuire attraverso le figurine Mira Lanza; la voce "bouganville" per l'Enciclopedia Botanica; un reportage per il Club di Topolino; una Storia del Pernod da pubblicare a puntate sulla rivista dell'Automobil Club; una serie completa di cartoline "Saluti dalla Loira" corredate da motti e proverbi francesi; un album di figurine Panini intitolato "La Francia di Biagi" tutte raffiguranti il sottoscritto che saluta dalle piazze delle principali città transalpine; e infine una bottiglia di Anisette.
A parte la bottiglia di Anisette, che regalo alla mia vecchia levatrice di Ozzano nell'Emilia (fu lei a insegnarmi che nella vita bisogna avere rispetto per chi ti rispetta), tutto il resto è per i miei lettori, che sono il mio unico credo, la sola tessera che ho in tasca. E vi assicuro che non esiste tessera di partito in grado di farvi guadagnare la stima del pubblico e una sfraccata di milioni semplicemente passando un week-end a Parigi.
mercoledì 11 gennaio 2012
Arte
André Chastel è uno dei grandi specialisti del Rinascimento italiano. Insegna al Collège de France.
A un intervistatore ha raccontato qualche segreto dei grandi della pittura, gli aneddoti, la petite histoire che in qualche caso contiene più verità dell'altra, quella importante e ufficiale. E se ne ricava, ovviamente, oltre alla certezza che le miserie umane non hanno stagione, anche qualche ammonimento.
Così si impara che un maestro della critica, Adolfo Venturi, battezza “La derelitta” una figura prostrata esposta alla Galleria Pallavicini di Roma e l'attribuisce al Botticelli: più tardi si scopre che l'autore è Filippo Lippi e che il ritratto non rappresenta una donna, ma Mardocheo.
E, poi, le irrefrenabili rivalità: Raffaello che consiglia al papa Giulio Il di far dipingere la volta della Sistina a Michelangelo, che dimostrerà così di essere un incapace, e il Bramante è al centro dell'intrigo; e poi lo stesso Michelangelo è così di cuore tenero che disprezza Leonardo e non può trattenersi dal dirgli: E quegli imbecilli di milanesi che han creduto in te; e ancora Michelangelo ingiuria il Perugino, maestro nelle pubbliche relazioni, definendolo goffo nell'arte, e finiscono davanti a un tribunale, per un processo per diffamazione.
E il Pordenone e Tiziano, che si amavano poco, tanto che l'artista friuliano dorme con una spada accanto, temendo qualche iniziativa sgradevole dell'autore della Venere di Urbino.
Niente di nuovo.
Come diceva il mio amico Luciano Minguzzi, guardando le opere degli etruschi: Ci hanno copiato.
Enzo Biagi (I Come Italiani - Rizzoli - 1993)
martedì 18 gennaio 2011
Casanova Giacomo (1725-1798)
Enzo Biagi (I come italiani - 1993 - Rizzoli)
mercoledì 20 ottobre 2010
Cattolici e Cognomi
Ottanta italiani su cento credono in Dio. Saremmo, dunque, il popolo più devoto d'Europa: ma solo un terzo è convinto che, dopo la morte, ci sia una possibilità di dannazione. La colpa più grave è la violenza: seguono bestemmia, calunnia e droga. Lievissimi peccati per questi religiosi sono l'evasione fiscale e l'assenteismo dal lavoro. Al servizio dei fedeli funzionano quasi 26.000 parrocchie, governate da 226 diocesi. C'è un sacerdote per ogni 972 abitanti e nei conventi pregano 150.000 suore.
La maggioranza dei seguaci della Chiesa di Roma non condanna il sesso fuori dal matrimonio: incerta è la valutazione dell'omosessualità, che molti però assolvono. Il papa non ha divisioni, Stalin voleva sapere: quante?, ma comanda quasi 39.000 preti e 238 vescovi, che dispongono per l'apostolato di giornali, case editrici, radio e anche di 54 tv. C'è anche una Associazione cristiana dei lavoratori (Acli). Nessun segno apparente di anticlericalismo: i giovani non sanno nulla dell'Asino di Podrecca, un giornale che difendeva il popolo, paragonato al somaro utile, paziente e bastonato, dagli inganni dei frati, delle monache e del pontefice, o del Don Basilio, che sparì dalle edicole dopo le elezioni del 1948. Solo trenta pecorelle, come le chiama il Vangelo, sulle cento che dovrebbero formare il gregge, si ritrovano alla messa della domenica. Le altre sono smarrite e non rispondono neppure più all'appello del pastore, quando le esorta a votare per la Dc.
Una volta, alla radio, un bravissimo giomalista, Gigi Marsico, fece una esilarante intervista con un brav'uomo che dalla nascita viveva un dramma: si chiamava Pernacchio. Cercava disperatamente una soluzione. Ricordo che nell'elenco telefonico di Milano alla lettera C figurava una signora dall'identità imbarazzante: Culin Rosa.
Da un articolo di Andrea Lambertini imparo che in base alle norme di legge contenute nel Regio Decreto 1238 c'è un ripiego per i cognomi ridicoli, vergognosi, o che denotano origine illegittima. Sembra che il maggior numero di richieste di un cambiamento si registri in Puglia, dove si segnalano diversi Pisciavino, Cacchio e Chiappa, mentre in Campania sono in imbarazzo, al momento delle presentazioni, i signori Muoio e Mastronzo, e in Sicilia hanno qualche problema le famiglie Ficarotta. Attenti i coniugi Vacca a non battezzare la figlia Vera. Anche il Nord ha i suoi Contacessi, Bastardi, Maiale, Pissarotti, Finocchi, Figuccio e Purgato, e non potevano mancare i Puzzone. Ogni anno più di mille cittadini di questo Paese cercano dunque di sottrarsi al sorriso ironico, o alla battuta allusiva: e penso alla soddisfazione del signor Cacchio quando ha potuto cambiare con una sola lettera - diventando Lacchio un triste destino, cominciato magari sui banchi di scuola C'era già, ai miei tempi, qualche maestro spiritoso che rifacendosi a una canzonetta di moda mi diceva: Adagio, Biagio. Che risate.
Enzo Biagi (I Come Italiani - 1993)
sabato 14 agosto 2010
Avvenire
Ha dato ordine di riproporre agli onori e alle preghiere dei fedeli una venerata immagine della Madonna che, fin dal Medioevo, viene portata in processione quando Roma è minacciata dai disastri: pestilenze, carestie, invasioni di lanzichenecchi o di presunti liberatori.
Non credo che papa Wojtyla abbia ascoltato i discorsi del senatore Bossi, che considera non azzardata una seconda marcia sulla capitale: andò bene al maestro di Predappio, ma non intravedo grandi possibilità per un collega di Cassano Magnago (Varese).
Non ritengo che il pontefice patisca a vedere la cittadella del potere assediata; anche secondo i vescovi è ora di cambiare compagnia.
Nessuno sa però se la salvezza verrà dai Popolari per la riforma, dalla sinistra di govemo, dalla Rete o dai miglioristi, ma è certo che nel mondo c'è un profondo senso di commiserazione per le vicende della nostra Repubblica.
Il successore di Pietro parla cinque o sei lingue e segue con attenzione la stampa straniera; non gli sarà sfuggita la recente inchiesta di un autorevole quotidiano parigino, serenamento intitolata: La seconda caduta deIl'impero romano.
Nel dramma gli stranieri vedono anche gli aspetti comici: e ridono della vicenda del bollo che nello spazio di un mese d'estate, per la brillante iniziativa di un ministro, ha cambiato il prezzo tre volte: e poi i tabaccai non lo avevano.
Mentre esplode la rabbia dei commercianti, un diligente cronista è andato in visita a Cusano, un paesone, per rendersi conto di come i cittadini pagano le imposte: i salariati, secondo le denunce rese pubbliche dal sindaco, figurano con 30 milioni di imponibile, i gioiellieri con 13, i poveri parrucchieri, in media, con 4.
Sghignazzano gli osservatori all'idea che, con la lottizzazione, alla testa di una Usl è finito magari un macellaio. E forse anche del fatto che l'erario sarà severissimo con chi possiede elicotteri, riserve di caccia e yacht lunghi 18 metri.
Onestamente: che cosa pensare di una nazione dove la polizia deve proteggere dall'assalto dei camorristi i camion che trasportano pomodori? Che ha 300.000 falsi invalidi e 15.000 automobili blu e mille uffici postali sottoutilizzati, mentre in Sicilia, alla vigilia delle elezioni, hanno assunto 3000 portalettere?
E che dire delle ferrovie? Stesso personale di quelle francesi, metà traffico. Non si taglia il numero dei dipendenti, si riducono i binari.
La mafia incombe, ma 700 Vip (?) impongono la scorta di 3700 poliziotti.
Di 25 dighe in costruzione, 10 sono inutili.
Un amico di ritorno da un viaggio in Belgio ha sostato in un luogo di grande suggestione mistica, a Bruges: le suore benedettine alloggiano nelle casette che si specchiano sul canale, immerse nel verde e nel silenzio e, come le antiche beghine, pregano per la salvezza delle anime. Ma ci sono anche le esigenze del corpo: e una latrina pubblica è a disposizione dei pellegrini. Però c'è una tariffa: si accettano marchi, franchi, sterline e via dicendo; dove stava scritto lira, una striscia di adesivo copre la cifra. Non la vogliono: e l'italiano o possiede altre valute o se la fa addosso.
A Luxor i ragazzetti assalgono i turisti: se gli dai qualche dollaro, ti riempiono della nostra poco apprezzata moneta.
«Salvi chi può l'Italia» è l'intestazione di una corrispondenza da Roma.
E l'analisi è crudele: evasione fiscale, lavoro nero, carenza dei servizi pubblici, ambiguità dello Stato, ostaggio di Cosa Nostra, e bisogna risparmiare sulle pensioni, sulla salute, sulle paghe, e i sindacalisti che interpretano il malcontento non si salvano con le promesse, ma con gli scudi di plexiglas.
Ed è così che a Torino, a piazza San Carlo, tra i manifestanti, hanno visto una donna incinta che sventolava una bandiera sulla quale aveva scritto: Perché nascano tanti Di Pietro.
Ogni giorno la tv trasmette, con le previsioni del tempo, il bollettino degli arresti di politici, di burocrati e di imprenditori.
Ce la faremo? E gli altri, come se la passano? Sono forse migliori di noi?
L'ho chiesto a uno che viaggia, e conosce tante piazze e tanti pubblici: Luciano Pavarotti. Secondo il critico Rodolfo Celletti rappresenta la tenorilità, secondo il grande Karajan è superiore anche al mitico Caruso.
Ogni volta che si presenta in televisione richiama più spettatori di quanti ne ebbe in tutta la vita lo straordinario cantante napoletano. Time gli ha dedicato la copertina. Negli Stati Uniti è sempre in cartellone: a San Francisco, a Chicago, al Metropolitan di New York.
Ci salveranno, dice, un'immensa fantasia e una storia che ci fa essere filosofi veri. A un italiano non gliela racconti: anche il contadino ha alle spalle millenni che lo rendono scaltro. Siamo una Nazione giovane. In Inghilterra alcuni anni fa era proibito uscire dal Paese con più di venti sterline. Dissi ad alcuni amici: "Non preoccupatevi, vi darò io dei soldi, poi me li restituirete.” Nessuno accettò. A Londra ho tenuto un concerto al parco, decine di migliaia di persone. Uno ha detto al microfono: "Per favore, chiudere gli ombrelli.” Lo hanno fatto subito, tutti insieme. Più si è latini e meno c'è solidarietà.
Siamo usciti da periodi peggiori.
Riccardo Muti racconta che la fatica più grande è stare lontano da casa: con quella sua bacchetta e le sue orchestre è sempre in giro - uno spartito dopo l'altro, le città, i teatri si inseguono, come nelle immagini di un film.
Gli ho chiesto chi è, oggi, che ci fa considerare con rispetto all'estero, che fa parlare di noi; oltre ai mafiosi, s'intende, e ai protagonisti degli scandali.
Fortunatamente, dice, Fellini è il simbolo di un'Italia che interessa gli americani: sono stato tanti anni a Filadelfia. Per la strada senti dire: Sembra una scena felliniana, il che significa che il gigante, nonostante l'ingratitudine dei compatrioti, è difficile da battere. E anche, naturalmente, la nostra arte: Michelangelo, pronunciato male, resiste ancora con Leonardo. Ce li invidiano. Poi l'opera è un messaggio che richiama fortemente l'idea del nostro Paese; più di una illustrazione. Anche per i tedeschi o a Vienna: il settanta per cento dei cartelloni è composto dal nostro repertorio. Senza voler tirare l'acqua al mio mulino, la Scala conserva un grandissimo carisma; ha detto di recente un critico: E’ il monte Everest.
E l'Italia più di colore: Capri, con l'accento sulla i, che fa pensare a un formaggio francese o all'isola dei sogni, la Grotta Azzurra, i vini. Certamente la moda, l'oreficeria. La pizza nel mondo è più famosa della Coca-Cola.
Io sono ottimista. Ci siamo sempre riusciti. Al di là di tutte le cose brutte che leggiamo e che effettivamente esistono, noi possediamo anticorpi straordinari. Ci vorrà pazienza, lavoro, serietà e più attenzione alle forze genuine, non ai litigiosi, agli arrabbiati, a quelli che ci stanno disabituando al dialogo. Io diffido di coloro che posseggono la verità, ma credo che nella natura dell'italiano esista, perché è millenaria, quella saggezza che ci salverà.
Enzo Biagi (I Come Italiani - 1993 - Rizzoli)
Istruzioni per l'uso
O nella Divina Commedia i versi scabrosi e scurrili: «E Taide è la puttana che rispose...»; «Ed egli avea del cul fatta trombetta»; «Ruffian, baratti e simile lordura».
Potete fare altrettanto, per comodità di lettura, o per curiosità, con questo piccolo dizionario che ha per tema uomini (e donne) e costumi del nostro Paese.
Sottoscrivo una affermazione di Ennio Flaiano: «Mi accorgo che siamo in pochi, ormai, a non conoscere l'Italia. Tutti ne sanno dire qualcosa».
Per cercare di rimediare alle mie lacune, ho cercato di raccogliere e di dare ordine ad alcuni fatti e ad alcune osservazioni che potrebbero aiutare a capire uno dei più straordinari e imprevedibili popoli della terra: il mio.
E il vostro.
Non mi considero giudice, ma testimone e anche coimputato: e condivido la spiegazione che diede la moglie di un grande scultore, quando le chiesero perché le piacevano le opere del marito: «Perché le ha fatte lui».
E qui che sono nato: e non ho mai sognato un'altra patria.
Scegliete da dove cominciare: amore, Lega, casino o Tangentopoli, Bongiorno o Togliatti? E poi c'è anche, ma sotto, cominciate a sfogliare.
Ogni riferimento ad avvenimenti e a persone è puramente voluto.
Enzo Biagi (I Come Italiani - 1993 - Rizzoli)
domenica 20 giugno 2010
Culo
Enzo Biagi (“I” come italiani 1993)
Donna
Enzo Biagi (“I” come italiani – 1993)
sabato 17 aprile 2010
Casino
Enzo Biagi (I come italiani - 1993 - Rizzoli)
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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari
Un'immagine, un racconto
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)