"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
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mercoledì 30 giugno 2021
Varianti e altro in tempi di Covid - In Asia i grilli fritti, in Italia c’è quello bollito
Qualche giorno fa, in un suo editoriale, Marco Travaglio ha associato Mario Draghi a risapute caratteristiche del cuculo che ama impossessarsi dei nidi altrui. Altre specie di volatili si distinguono per queste caratteristiche furbesche anche nel far covare proprie uova ad altri. Poi c’è anche chi si ciba di carogne: il mondo animale è vario. In ogni caso sono leggi di natura a cui rispondono per un loro DNA e forse Travaglio voleva enfatizzare le caratteristiche che identificano anche taluni presunti abili strateghi della razza umana.
Nella vita la nobiltà d’animo e la purezza di sentimenti presuppongono che chi si propone come illuminato statista riconosca i propri confini umani, con limiti e difetti, ma impongono altresì che si abbia il riconoscimento delle capacità altrui o quantomeno si dia pubblicamente atto a chi ha preparato il campo dei tuoi raccolti.
Con un’operazione edile che prefigura molte ombre sull’iter che ha portato all’attuale “Governo dei Migliori”, che hanno visto certamente la compartecipazione di rappresentanze sia interne che favoreggiamenti non convenzionali. Ne è riprova l’assistere oggi a una gestione del Governo della Repubblica senza che ci siano adeguati e chiari collegamenti con le forze politiche. L’opacità che ha accompagnato l’incarico dall’alto, non riferendoci solo al ruolo esercitato dal Capo dello Stato, determina il permanere della confusione in un’ammucchiata politica poco eterogenea, che proietta l’immagine di un’orgia politica dove i protagonisti sembrano assumere ruoli mutevoli e posizioni ambigue, promiscue e ambivalenti.
Al di là di ogni possibile dietrologia, che tuttavia può risultare pertinente, appare chiaro che l’obiettivo principale in Italia era ed è stato quello di esautorare e cercare di annientare quella rivoluzione pacifica che aveva dato adito alla crescita e alla materializzazione di un Movimento utopico costituito dal M5S. Alle solite oligarchie trasversali che hanno sempre mantenuto salde le leve del potere non poteva neanche star bene che un “Avvocato del Popolo” venisse a fare pure il Masaniello, senza nemmeno porsi prono o disponibile ad assecondare dialoghi e desiderata dei soliti padroni del vapore.
Oggi l’Italia, e forse tutto l’occidente capitalista, è pure pervaso da imprenditorie che amano solo il profitto, rimettendo le regole del classico rischio economico in capo al pubblico per tesaurizzare solo guadagni. Non solo, paradisi fiscali e finte nazionalità off shore consentono pure di continuare ad accumulare e occultare ricchezze che condizionano i mercati e le caratteristiche socio politiche dei vari paesi.
In tutto questo si confondono strategie nazionaliste, improntate talvolta a sopravvivenze ideologiche, con altre più lucide e ciniche strategie monopoliste, volte essenzialmente ad assecondare l’ingordigia di potere che ha sempre contraddistinto una larga fetta della razza umana (eternamente distinta in “metinculi e pianculi”).
Lobbies e interessi che accomunano delle caste simili indirizzano pertanto le politiche locali, nazionali e internazionali. E creano, a tale scopo, delle montagne di norme e codicilli volte a confondere per garantire al meglio privilegi a pochi. Premi Nobel ed altri riconoscimenti rappresentano solo piccole concessioni simboliche per dar parvenza di una democrazia, che non esiste in nessun angolo del mondo.
Quanto fin qui detto non costituisce nè una premessa generica e neanche un corollario colorato su quanto sta accadendo in questi giorni in Italia. E la perseveranza che si sta attuando per cercare di cancellare e magari trovare un modo per inchiodare l’ex Premier Giuseppe Conte costituisce, al riguardo, quasi un classico caso da scuola.
Lasciando perdere ogni ideologia e punto di vista personale, è indubbia e nota a tutti l’autonomia che ha palesato l’ex Primo Ministro rispetto alla burocrazia consolidata e gli interessi forti che da decenni indirizzano le sorti del Paese. Il modo più raffinato in uso in certi ambienti è sempre quello di ridicolizzare o squalificare il più possibile le figure di successo (o che riscuotono di molta popolarità) rappresentano in qualche modo ostacolo.
In questo scenario, come se non bastasse, s’insinua l’invidia/gelosia di chi, avendolo quasi inventato, scopre come si stia ormai ridimensionato il proprio ruolo. E’ questo il caso di Beppe Grillo, generatore del fenomeno Cinque stelle. Da sempre, del resto, le emancipazioni autonome dei seguaci hanno procurano fastidio.
A un osservatore esterno il cofondatore del Movimento appare oggi confuso e contraddittorio rispetto al lucido stratega. Il personaggio metaforico che in lui si rappresenta potrebbe, quindi, essere un “Grillo Bollito”, per distinguersi dalle prelibatezze asiatiche che, nella variante fritta, arricchisce i banchetti del cibo di strada commercializzato in Asia. Il richiamo/ricatto oggi pubblicato da Beppe Grillo su FB ne è una chiara riprova.
Il popolo grillino è in subbuglio e, salvo indottrinati, comprende bene tutto quel che sta accadendo. Capisce le paturnie che opprimono il Garante, capiscono la fragilità della sua posizione personale che precarizza anche una certa lucidità di pensiero.
Paradossalmente, poi, come sottolinea spesso lo stesso Travaglio nel suo editoriale di oggi – e non solo lui – più cercano di abbattere Giuseppe Conte e più cresce la sua popolarità fra la gente; alimentata dall’empatia che ha ingenerato in molti, anche perché espressione del mondo civile più genuino.
Di contro la figura del Primo Ministro attuale stenta a crescere, mantenuto in auge da media che lo sostengono e adulano per rispondere ai tanti loro padroni che pregustano la loro fetta di miliardi di un PNRR calato dal cielo e pronto da spartire.
Un aspetto non secondario nella vicenda è anche il vincolo del secondo mandato. Parte dell'elettorato 5 Stelle è infatti andato avanti e non vede più il vincolo come un tabù insormontabile. Che ne saranno di coloro che hanno maturato conoscenze e professionalità durante l’esercizio dei due mandati, ora che sono ridotti anche il numero dei parlamentari che comporranno Camera e Senato ridotte nei componenti. Atteso che con Draghi in cabina di regia non potrebbero in alcun modo trovare spazi in futuri incarichi di sottogoverno? Anche questo è un fatto concreto che porta a riflettere. L’elettorato grillino ha anche avuto modo di osservare come taluni onorevoli abili, durante la legislatura, si sono sempre mossi come quella figura della pubblicità Michelin di un tempo che rappresentava una sorta di Ercolino sempre in piedi. Molti di coloro che hanno votato il movimento hanno saputo apprezzare le politiche coerenti e potuto valutare opportunamente le scelte di campo, in verità mai apparse contraddittorie rispetto ai principi di base rivendicati.
La regola costante, infatti, è sempre stata quella di aderire agli “imparentamenti politici variegati” seguendo percorsi perseguibili ovvero che consentissero il raggiungimento degli scopi e mai di coltivare tout court solo il potere in quanto tale.
Per altri aspetti che riguardano la vicenda può anche tornare utile la lettura di un precedente colorito post, in cui si parla anche di democrazia.
Non occorre aggiungere altro, occorrerà solo aspettare l’evoluzione naturale degli eventi. Non ultimo, i sondaggi riproposti ad ogni settimana, prospettano percentuali di gradimento per i partiti che appaiono mutevoli e accennano a affiancamenti e sorpassi, senza mai mettere bene in vista quel 39% che non manifesta mai alcuna preferenza e che, in qualche caso, comporta – alle elezioni vere – anche risultati sorprendenti.
Così come nel 2018 il M5S costituì una bomba, sono anche convinto che un’elezione politica fatta oggi non produrrebbe dei risultati conformi ai sondaggi.
Buona luce a tutti!
© ESSEC
P.S. - A completamento del discorso si rimanda all’editoriale di oggi del solito Travaglio che, come sempre, non le manda a dire e – lasciando a ciascun lettore la facoltà di condividere o meno – esprime in modo chiaro e trasparente il suo pensiero.
giovedì 12 gennaio 2017
Grillo, la setta dell'altrove - L'infortunio europeo conferma una mancanza di sostanza, di qualità e addirittura di significato politico
Non è
esattamente una passeggiata di salute quella che Grillo e Casaleggio si sono fatti
sulla Grand Place di Bruxelles. Nel breve, ridicolo e clamoroso avanti e indietro tra gli antieuropeisti di
Farage e i liberali di Verhofstadt si radunano infatti tutti i demoni irrisolti
di un movimento perennemente allo stato gassoso che non riesce a consolidare
alcunché, perché non avendo storia e tradizione (il che non è certo una colpa)
non ha nemmeno saputo costruirsi un deposito culturale di riferimento a cui
ancorare le trovate estemporanee del leader, abituato ad uscire da una quinta
per cambiarsi d'abito e ricomparire dall'altra con uno sberleffo.
La politica
è un po' più complicata, a lungo andare, soprattutto negli intervalli tra una
campagna elettorale e l'altra: per fortuna non tutto è performance, blog,
comizio, una volta ogni tanto bisogna trasmettere l'idea che oltre a
distruggere si è capaci anche di costruire qualcosa. L'Europa, poi, è
complicata ancor di più. Esistono famiglie politiche, perché esistono vicende
storiche e civili che hanno selezionato interessi, valori e persino personalità
producendo cultura politica (mi scuso per l'espressione fuori moda): e da
quella cultura, semplicemente, sono nate le costituzioni e le istituzioni nelle
quali viviamo - potremmo dire - nelle difficoltà degli uomini ma nella libertà
del sistema, in questo nostro lungo dopoguerra europeo di pace.
Bene, se
questa è la cornice, il quadro non è solo un infortunio senza precedenti, da
inserire per anni nei repertori comici in teatro, per far ridere la platea. È
la conferma di una mancanza di sostanza, di qualità e addirittura di
significato politico. Qui succede che un movimento nasce contro l'euro e contro
l'Europa, oltre che contro tutte le inefficienze, le disfunzioni e le
corruzioni della nostra democrazia indigena. Entra nel gruppo antieuropeista di
Farage, campione della Brexit e dell'insularità britannica. Poi, dopo uno stage
sul bordo-piscina di Briatore a Malindi, ecco la rivelazione keniota del
fondatore, l'idea che per prepararsi a governare conviene abbandonare alleati
così radicali, e spostarsi in un'area più tranquillizzante. I liberali? Perché
no, vanno bene come qualsiasi opzione che non costringa a scegliere davvero tra
destra e sinistra, per non dividere il fascio di consensi. La post-modernità
della post-politica è questa: mani libere, destra e sinistra sono superate, il
nuovo vive in un altrove indistinto che si può manipolare a piacere e abitare
con comodo, interpretandolo come una pièce che si aggiorna di piazza in piazza,
secondo l'estro del capocomico.
Il fatto di
aver ironizzato sui liberali per anni e di aver polemizzato ripetutamente con
loro non conta, perché tanto nell'altrove non esiste un'opinione pubblica
interna, cui rendere conto. Anzi, la giravolta è diversità, la diversità è
libertà, e libertà significa semplicemente che il Capo fa quel che vuole.
Nessuna discussione, nessun dibattito, soprattutto nessuna passione: politica,
storica, culturale, capace di dare anima e corpo ai diversi apparentamenti
europei del movimento, di delineare una visione, una prospettiva identitaria,
qualcosa di riconoscibile e riconosciuto, un modello di riferimento. L'altrove
non ha modelli, se non l'idea originaria del leader, soggetta a colpi di vento
o di sole africani, ma per definizione esatta, innocente, intatta nel cerchio
perfetto del carisma perenne e soprattutto autosufficiente per spiegare ogni
cosa.
Poi
naturalmente c'è il referendum, strumento perfetto di ogni meccanismo sommario.
Come chiamarlo? Confermativo? Plebiscitario? Laudativo? Io direi gregario. Un
sistema di acquiescenza e ratifica che governa meccanicamente un surrogato di
consenso, richiesto e ottenuto in automatico ogni volta che c'è bisogno di dare
una vernice comunitaria postuma alle improvvisazioni solitarie del Supremo
Garante. Un referendum convocato in quattro e quattr'otto, svolto su due piedi
come al circolo nautico o al club degli scacchi, attorno alla trovata di uno
solo. Senza una discussione preparatoria, un confronto di idee, un dibattito
aperto che consenta agli interni e agli esterni di conoscere non solo l'esito e
il saldo finale, ma le ragioni di una proposta, il percorso di una scelta,
rischi e opportunità, alternative possibili e i riflessi che tutte queste
diverse opzioni possono avere sulla fisionomia pubblica del movimento.
Tutto questo
in nome di un altro demone originario: il segreto, figlio del complotto e della
grande congiura, che naturalmente è sempre in atto e con tutto quel che succede
nel mondo è concentrata sempre e solamente su Raggi e su Di Maio, e li fa
perfidamente inciampare sui frigoriferi, sul Cile e il Venezuela. L'ultima
invenzione è la congiura dell'"establishment" che
Grillo ha evocato per dargli la colpa del trappolone europeo, in realtà
fabbricato in casa. Come se in Italia esistesse una classe dirigente capace di
coniugare gli interessi particolari legittimi con l'interesse generale, invece
di singoli network gregari, concessionari e autogarantiti. Ma la congiura e il
segreto fortificano lo spirito, trasformano la politica in fede, il movimento
in setta, la trasparenza in confisca. Il referendum avviene su una piattaforma
software privata di una società privata che gestisce la cosa più pubblica che
c'è, vale a dire la proposta politica di un movimento, e conserva nomi e
password degli iscritti nella mitica fondazione Rousseau come in uno scrigno
segreto. Il segreto giustifica il vulnus di trasparenza, le decisioni europee
prese in Kenya alle spalle dei deputati europei, perché gli eletti nel
movimento hanno nei fatti un preciso e anticostituzionale vincolo di mandato,
nei confronti del partito-moloch. Lo dice su Facebook l'eurodeputato
Tamburrano: "Hanno preparato un accordo schifoso sulla testa della
maggioranza di noi portavoce (di chi?) europei facendo piombare una domenica
mattina una votazione farlocca, prendendo per i fondelli noi, milioni di
elettori e lo stesso Beppe Grillo". E la senatrice Nugnes denuncia
"la scarsità della partecipazione" ai referendum, "che si
attesta intorno al 30 per cento, di solito al di sotto". "Dovevamo
essere il popolo dell'intelligenza critica e della democrazia diretta - spiega
- invece è successo qualcosa che per il momento ha bloccato completamente il
processo". Cosa? "Una democrazia carismatica con affettività
malata". Naturalmente la miseria impaurita e impotente del dibattito
interno al Pd dopo la clamorosa sconfitta al referendum non è una
giustificazione per il M5S: se mai poteva essere uno stimolo e un'occasione
politica di diversità.
Invece
direttorio, garanti, portavoce: tutta un'intercapedine procedurale che è il
contrario della democrazia diretta, e che consente alla Casaleggio di veicolare
contenuti a piacere dall'alto al basso, come memorandum aziendali, e al leader
di rivoltare il calzino a piacere dalla terrazze dell'Hotel Forum ogni volta
che gli serve. Nell'altrove, tutti gli eletti, tutti i dirigenti, tutti gli
uomini nuovi sono in realtà semplicemente dei fiduciari del Capo: in altre
epoche li avremmo chiamati portaborse, sottopancia, boiardi minori e
periferici, con in più la sovrastruttura burocratico-statutaria della multa di
250 mila euro per chi dissente, come fanno le società di calcio con un
qualsiasi centravanti chiacchierone o indisciplinato.
Questo
evidente pasticcio che parla di democrazia e pratica la teocrazia ha portato al
capitombolo europeo con la ribellione dei liberali, convinti che la "cheap
politics" di Grillo cozzi con tutto il loro armamentario ideale, visto che
loro ne hanno uno, a cui tengono. Segue il ritorno a Canossa da Farage, le
condizioni umilianti del leader Ukip per riammetterli in casa dalla porta di
servizio, la velocità di Di Maio che un minuto dopo il ritorno nel gruppo
antieuropeista si dice pronto a votare contro l'euro, senza nemmeno togliersi
il vestito liberale che il movimento aveva indossato da due giorni per
l'occasione. Ma la brutta figura davanti all'intera Europa non è ciò che conta
davvero. Conta l'anomalia del grillismo, rivelata da questa vicenda.
Attenzione, non la diversità, benvenuta in un sistema politico stagnante: ma
l'anomalia. In sostanza, la strozzatura di un meccanismo chiuso in sé, che come
rivela questa storia non è contendibile, prima e suprema condizione della
trasparenza, della libertà e della democrazia. Il resto purtroppo è
chiacchiera. Tanto che in Europa basta evocare un minimo di cultura liberale
per scioglierla come una bolla di sapone.
Ezio Mauro
(La Repubblica, 12 gennaio 2017)
lunedì 18 agosto 2014
ISIS: Che fare?
"Dagli
anni '20 ai '60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i
possedimenti mediorientali dell'ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla
Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e
l'odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e,
probabilmente, sotto l'influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti
come ci si potrebbe spiegare l'invenzione folle del Regno dell'Iraq, uno stato
abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente
diverse tra loro: i curdi, gli sciiti
e i sunniti?
La
drammatica storia dell'Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte
autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo
petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si
sono fatti mancare nulla fuorché la pace.
La
CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante
la crisi di Suez Baghdad divenne la
principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche
in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l'allora premier
iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l'assegnazione di
nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra
deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto
all'ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della
CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del
Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre
inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai
contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.
Mi
domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e
non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni
interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di
favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?
L'Iraq,
come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle
risorse. I poveri hanno
il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il
peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della
deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato
l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere
delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così
chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell'ENI
di quegli anni.
Mattei
e la sovranità nazionale in Medio Oriente
Una
digressione su Mattei è d'obbligo, se non altro per capire quanto,
dall'invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato
sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale
abbia fatto una brutta fine. E' successo a brave persone e a delinquenti, a
politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento
di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del
grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l'Iran, si
stata avvicinando a Qasim quest'ultimo alla ricerca di un nuovo partner
commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi.
La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte
di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una
intraprendenza tipicamente italiana e dall'ambizione di fare gli interessi
dello Stato, ne scorgeva un'opportunità imperdibile.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l'indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l'affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l'indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l'affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.
Il
futuro è nero, come l'oro che fa scorrere il sangue
In “La verità nascosta sul petrolio” Eric Laurent scrive: “Il mondo del
petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le
tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni,
provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.
“Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”. Queste parole
sembrano descrivere perfettamente la storia dell'Iraq moderno. Saddam Hussein divenne
Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l'ex-leader del partito Ba'th
che qualche anno prima aveva nazionalizzato l'impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con
l'enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il
Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò
la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano
maggiori diritti alle donne. L'istruzione e la salute divennero gratuite per
tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam
divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo.
I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i
curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza
potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti,
discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non
abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche
fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense
parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam
era ancora un buon amico. L'amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e
Donald Rumsfeld, all'epoca inviato
speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni
alterni. Negli anni '80 Washington era preoccupata dall'intraprendenza
economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea
anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del '79.
Anni di guerre
Tuttavia,
sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli
USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre
denaro! Con i proventi della vendita di armi all'Iran gli USA finanziarono
tra l'altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la
destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente
gli USA (anche l'URSS - la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare
affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell'industria
bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato
realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a
scannarsi tra loro. Un milione di morti dell'epoca non valevano, evidentemente,
le migliaia di vittime provocate dall'avanzata dell'ISIS di questi giorni. Le
multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la
cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all'Iraq 200 carri armati
ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose
cambiarono quando l'esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per
espugnare Bassora quando gli USA, sedicenti
cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas
cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le
truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono
parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare
l'intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si
strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un
acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i
morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di
Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del
Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa
inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio.
L'operazione “Desert Storm” venne lanciata, il
Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un'eccessivo
indebolimento dell'Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato
intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma
erano “bombe a fin di bene”.
L'11
settembre
L'attentato alle Torri Gemelle fu una
panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle
3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde
dopo il terremoto a L'Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati
come pretesto per attaccare l'Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche
rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai
avuto a che fare, e l'Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il
pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare
il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di
distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè,
già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo. A questo punto mi domando
quanto un miliziano dell'ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un
prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che,
mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da
chissà chi per giustificare l'imminente attacco all'Iraq. Una guerra che ha
fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli
provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita
Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di
vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da
quel giorno in Iraq c'è l'inferno ma i responsabili fanno shopping sulla
Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L'avanzata violenta, sanguinaria, feroce
dell'ISIS è soltanto l'ultimo atto di una guerra innescata dai partiti
occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli
armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l'Italia muore di
fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni
collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato
del profitto sulla politica.
Cosa
fare adesso?
L'ISIS
avanza, conquista città
importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l'esercito iracheno,
creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è
liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il
totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza
diritto di parola. E' evidente che la comunità internazionale e l'Italia
debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se
delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più
fare.
1) Innanzitutto occorre mettere in
discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non
ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e
povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno
ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003,
manifestammo contro l'intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan
era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti
anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in
atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona
intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le
pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare
la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l'hanno spinta
ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba
al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno
sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di
dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano
oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan
con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno
soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA
del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq,
uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al
petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una
meraviglia per le tasche di qualcuno.
2) L'Italia, ora che ne ha le possibilità,
dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul
Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell'ALBA, della Lega araba, l'Iran, inserito
stupidamente da Bush nell'asse del male e soprattutto la Russia un attore
fondamentale che l'UE intende delegittimare andando contro i propri interessi
per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere
alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni
economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle
russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin
nell'abbattimento dell'aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di
Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull'Iraq.
3) L'Italia dovrebbe promuovere una
moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la
smetti di lucrare sugli armamenti. «L'economia ne risentirebbe» sostiene
qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della
guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 la Lockheed Martin, quella degli F35, ha
incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell'Etiopia, del Libano, del
Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell'ISIS è lo
stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi»
sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta
vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In
fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan
o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l'Italia ha colpevolmente
assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un
caos totale?
4) L'Italia dovrebbe trattare il
terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non
occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la
mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare
ogni anno i decessi. E' logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in
Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai
fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando
benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.
5) L'Italia dovrebbe porre all'attenzione
della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i
confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse
debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il
coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono
stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del '900.
L'obiettivo politico (parlo dell'obiettivo politico non delle assurde violenze
commesse) dell'ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione
imposti dall'occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. Il
processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio
Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori
coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.
6) Dovremmo smetterla di considerare il
terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione.
Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell'era dei droni e del totale
squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta
rimasta a chi si ribella. E' triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio
villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per
difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di
esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne
giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua
natura di soggetto che risponde ad un'azione violenta subita il terrorista non
lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito
difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il
fenomeno.
7) Occorre legare indissolubilmente il
terrorismo all'ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa
di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con
l'insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia
un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?
8) L'Italia dovrebbe cominciare a
pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la
causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire
una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima
finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in
uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L'energia è la civiltà. Lasciarla in
mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il
petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre»."
Alessadro Di Battista
Note:
*Allen Dulle, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”,
la commissione presidenziale sull'assassinio di JFK, fu contemporaneamente
direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l'attuale Chiquita.
Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si
era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti,
venne lanciata l'Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da
Mohammad Mossadeq, anch'egli colpevole di aver nazionalizzato l'industria
petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più
per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest'ottica va letta
l'invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di
un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che
stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie
all'intermediazione criminale di Dell'Utri.
---
---
Il terrorista
"Alessandro Di Battista è stato coperto di insulti per il suo post a proposito dell’Isis: l’accusa corrente è quella di “sdoganare terrorismo ed Isis” aprendo la strada ad un riconoscimento del “Califfato”.
Avendo letto due volte il pezzo di Di Battista mi sono reso conto che ci sono molte forzature in queste reazioni basate spesso su estrapolazioni di frasi dal loro contesto. A proposito del terrorismo, Di Battista dice chiaramente che non lo “giustifica“ e manifesta apertamente la propria preferenza per le forme di lotta non violente. Si limita a dire che si può “capire” chi, avendo visto il suo villaggio e la sua famiglia sterminate dai droni americani, poi reagisce facendosi saltare in una metropolitana e facendo così una strage. Quel “capire” non sta per “approvare”(e lui dice chiaramente di non condividere questa scelta), ma è un modo per dire che certe reazioni sono il risultato di una logica di guerra come quella condotta dagli Usa. Si può discutere questo punto di vista, ma, nel suo lungo (forse troppo lungo) pezzo, questo è un aspetto marginale, un inciso, mentre il sugo politico è altro ed è così sintetizzabile :
a - occorre riconsiderare le ragioni della tempesta che investe il Medio Oriente a cominciare dal modo in cui venne spartito l’Impero Ottomano
b - la strategia antiterrorista americana è fallita
c - bisogna arrivare ad una conferenza di pace che metta al tavolo delle trattative Usa, Urss, Alba, Lega Islamica ed i principali paesi dell’area.
d - occorre aprire un confronto con “i terroristi” (l’Isis) capendone la logica politica ed aprendo un confronto con essi.
Sul primo punto bisogna riconoscere che storicamente c’è molto di vero nelle sue affermazioni: in effetti l’Iraq fu una invenzione di Churchill. il disegno dei nuovi stati venne fatto usando matita e squadra (noi diremmo “squadra e compasso”) modellandoli sulla base dell’esperienza dello stato-nazione europeo ecc. E questo ha prodotto buona parte degli esiti che abbiamo davanti, anche se questa è una spiegazione parziale e poi c’è anche molto altro, compresi gli errori delle leadership dei paesi arabi.
Sul secondo punto è difficile non riconoscere che abbia pienamente ragione: dopo 11 anni di guerra con cataste di morti e un diluvio di dollari spesi, gli americani si trovano con un paese in preda al caos, con un regime fantoccio che, per di più, sembra sull’orlo del colpo di stato e con un esercito che si è squagliato come un ghiacciolo, lasciando le proprie armi ai “terroristi”. Ma, soprattutto, dopo 13 anni di “crociata” contro Al Qaeda, dopo l’uccisione di Bin Laden e di molti altri leader dell’organizzazione, si ritrovano con una Al Qaeda più forte di prima che è sul punto di ingoiarsi l’intero Iraq. Bel risultato! E su questo, nessuno dei suoi critici fiata, fosse anche per contestare questa affermazione.
Sul terzo punto è ovvio che una conferenza di pace che risistemi tutta l’area è un punto di passaggio obbligato, perché le varie crisi dell’area (dal conflitto israelo-palestinese al problema curdo, dalla guerra civile siriana alla dittatura militare in Egitto, dal conflitto fra sunniti e sciiti alla situazione iraquena ed alla rivalità fra sauditi ed iraniani ecc.) sono tutte maledettamente collegate fra loro, per cui la soluzione di ogni conflitto presuppone quella dell’altro. Dunque una sistemazione complessiva dell’area è la strada maestra per una pacificazione non precaria di ciascun punto di crisi. Il che, però, non vuol dire che questo sia un risultato facile da perseguire: occorre precisare molto bene quali debbano essere i soggetti da invitare al tavolo delle trattative, come vincere le eventuali resistenze di alcuni di essi, quale debba essere lo spazio delle grandi potenze esterne all’area (come Usa e Russia) e molte altre cose. Ma mi pare che sia una proposta che meriti attenzione ed alla quale l’Italia potrebbe dare un suo contributo.
Perplessità mi suscita l’ultimo punto, il cosiddetto dialogo con i “terroristi”. Non perché io escluda in via di principio dei negoziati politici con “i terroristi”: al contrario, credendo nel realismo politico, sono convinto che in molte situazioni la strada per uscire dal conflitto sia proprio questa. Ed a riprova di questa mia antica convinzione, ripropongo, ai piedi di questo pezzo, la riduzione di un articolo che mi venne richiesto dalla rivista del Sisde “Gnosis” nel 2006 (n° 2), chi poi ne abbia la curiosità, potrà leggere il pezzo per intero sul mio blog.
E spero che la sede in cui il pezzo ebbe accoglienza valga a tacitare il cretino di turno che pensasse ad uno “sdoganamento” del terrorismo. Dunque, non è questo il motivo delle mie perplessità, ma due questioni fra loro intrecciate e di squisito carattere politico.
In primo luogo, non sono affatto convinto che l’Isis sia minimamente interessato ad accettare una qualsiasi forma di dialogo. L’Isis, ed occorrerà approfondire seriamente la questione, ha come suo obiettivo la costituzione della “grande potenza” di ispirazione islamica ed, a questo scopo, punta alla leadership dell’intero mondo islamico sunnita o, quantomeno, della più vasta area possibile nel mondo arabo. Sedersi ad un qualsivoglia tavolo di confronto (qualunque esso sia) non fa parte della sua strategia politica, almeno per ora, ma, al contrario è funzionale ad essa il conflitto più radicale con l’Occidente e chiunque sia assimilabile ad esso (come i cristiani caldei). E qui si inserisce il secondo ostacolo ad un dialogo nelle condizioni presenti: i massacri di curdi, sciiti e cristiani. I numeri non sono –ancora- quelli di un genocidio, ma i massacri ci sono e le “dichiarazioni di intenti” sono tutt’altro che rassicuranti. Con un soggetto genocidiario non ci si può sedere a discutere in ogni caso, perché il confronto possa avviarsi, prima di tutto, devono cessare i massacri. E questo comporta anche una decisione sul da farsi in presenza di stragi che continuano: un intervento militare americano (dopo quello che è accaduto) servirebbe solo a peggiorare le cose. Un intervento Onu? Ci si può pensare, a condizione che non diventi un intervento americano mascherato. Un intervento iraniano? Possibile ma bisognerebbe vedere le reazioni saudite e turche. Armare i curdi: certo una soluzione che comporta dei rischi, come quelli di rappresaglie dei curdi sui civili sunniti, ma è anche vero che non possiamo assistere inerti ad un massacro reale ed in atto, per evitarne uno possibile futuro. Di Battista sottolinea come l’Iraq sia uno stato inventato che mette insieme tre diverse popolazioni ed auspica che ciascuna, sunniti, curdi e sciiti, si dia un proprio stato. Ma perché questo sia possibile occorre che i curdi ci arrivino vivi e le loro terre non siano occupate.
Insomma se ne può discutere, ma entrando nel merito. Qui invece nessuno delle altre forze politiche si è sentito in obbligo di entrare nel merito delle questioni, ritenendo del tutto sufficiente il solito linciaggio del grillino per una frase o una parola. Il che fa capire come la politica estera sia una cosa troppo seria per farla trattare a questa classe politica." Aldo Giannuli
http://www.beppegrillo.it/2014/08/il_terrorista.html
Avendo letto due volte il pezzo di Di Battista mi sono reso conto che ci sono molte forzature in queste reazioni basate spesso su estrapolazioni di frasi dal loro contesto. A proposito del terrorismo, Di Battista dice chiaramente che non lo “giustifica“ e manifesta apertamente la propria preferenza per le forme di lotta non violente. Si limita a dire che si può “capire” chi, avendo visto il suo villaggio e la sua famiglia sterminate dai droni americani, poi reagisce facendosi saltare in una metropolitana e facendo così una strage. Quel “capire” non sta per “approvare”(e lui dice chiaramente di non condividere questa scelta), ma è un modo per dire che certe reazioni sono il risultato di una logica di guerra come quella condotta dagli Usa. Si può discutere questo punto di vista, ma, nel suo lungo (forse troppo lungo) pezzo, questo è un aspetto marginale, un inciso, mentre il sugo politico è altro ed è così sintetizzabile :
a - occorre riconsiderare le ragioni della tempesta che investe il Medio Oriente a cominciare dal modo in cui venne spartito l’Impero Ottomano
b - la strategia antiterrorista americana è fallita
c - bisogna arrivare ad una conferenza di pace che metta al tavolo delle trattative Usa, Urss, Alba, Lega Islamica ed i principali paesi dell’area.
d - occorre aprire un confronto con “i terroristi” (l’Isis) capendone la logica politica ed aprendo un confronto con essi.
Sul primo punto bisogna riconoscere che storicamente c’è molto di vero nelle sue affermazioni: in effetti l’Iraq fu una invenzione di Churchill. il disegno dei nuovi stati venne fatto usando matita e squadra (noi diremmo “squadra e compasso”) modellandoli sulla base dell’esperienza dello stato-nazione europeo ecc. E questo ha prodotto buona parte degli esiti che abbiamo davanti, anche se questa è una spiegazione parziale e poi c’è anche molto altro, compresi gli errori delle leadership dei paesi arabi.
Sul secondo punto è difficile non riconoscere che abbia pienamente ragione: dopo 11 anni di guerra con cataste di morti e un diluvio di dollari spesi, gli americani si trovano con un paese in preda al caos, con un regime fantoccio che, per di più, sembra sull’orlo del colpo di stato e con un esercito che si è squagliato come un ghiacciolo, lasciando le proprie armi ai “terroristi”. Ma, soprattutto, dopo 13 anni di “crociata” contro Al Qaeda, dopo l’uccisione di Bin Laden e di molti altri leader dell’organizzazione, si ritrovano con una Al Qaeda più forte di prima che è sul punto di ingoiarsi l’intero Iraq. Bel risultato! E su questo, nessuno dei suoi critici fiata, fosse anche per contestare questa affermazione.
Sul terzo punto è ovvio che una conferenza di pace che risistemi tutta l’area è un punto di passaggio obbligato, perché le varie crisi dell’area (dal conflitto israelo-palestinese al problema curdo, dalla guerra civile siriana alla dittatura militare in Egitto, dal conflitto fra sunniti e sciiti alla situazione iraquena ed alla rivalità fra sauditi ed iraniani ecc.) sono tutte maledettamente collegate fra loro, per cui la soluzione di ogni conflitto presuppone quella dell’altro. Dunque una sistemazione complessiva dell’area è la strada maestra per una pacificazione non precaria di ciascun punto di crisi. Il che, però, non vuol dire che questo sia un risultato facile da perseguire: occorre precisare molto bene quali debbano essere i soggetti da invitare al tavolo delle trattative, come vincere le eventuali resistenze di alcuni di essi, quale debba essere lo spazio delle grandi potenze esterne all’area (come Usa e Russia) e molte altre cose. Ma mi pare che sia una proposta che meriti attenzione ed alla quale l’Italia potrebbe dare un suo contributo.
Perplessità mi suscita l’ultimo punto, il cosiddetto dialogo con i “terroristi”. Non perché io escluda in via di principio dei negoziati politici con “i terroristi”: al contrario, credendo nel realismo politico, sono convinto che in molte situazioni la strada per uscire dal conflitto sia proprio questa. Ed a riprova di questa mia antica convinzione, ripropongo, ai piedi di questo pezzo, la riduzione di un articolo che mi venne richiesto dalla rivista del Sisde “Gnosis” nel 2006 (n° 2), chi poi ne abbia la curiosità, potrà leggere il pezzo per intero sul mio blog.
E spero che la sede in cui il pezzo ebbe accoglienza valga a tacitare il cretino di turno che pensasse ad uno “sdoganamento” del terrorismo. Dunque, non è questo il motivo delle mie perplessità, ma due questioni fra loro intrecciate e di squisito carattere politico.
In primo luogo, non sono affatto convinto che l’Isis sia minimamente interessato ad accettare una qualsiasi forma di dialogo. L’Isis, ed occorrerà approfondire seriamente la questione, ha come suo obiettivo la costituzione della “grande potenza” di ispirazione islamica ed, a questo scopo, punta alla leadership dell’intero mondo islamico sunnita o, quantomeno, della più vasta area possibile nel mondo arabo. Sedersi ad un qualsivoglia tavolo di confronto (qualunque esso sia) non fa parte della sua strategia politica, almeno per ora, ma, al contrario è funzionale ad essa il conflitto più radicale con l’Occidente e chiunque sia assimilabile ad esso (come i cristiani caldei). E qui si inserisce il secondo ostacolo ad un dialogo nelle condizioni presenti: i massacri di curdi, sciiti e cristiani. I numeri non sono –ancora- quelli di un genocidio, ma i massacri ci sono e le “dichiarazioni di intenti” sono tutt’altro che rassicuranti. Con un soggetto genocidiario non ci si può sedere a discutere in ogni caso, perché il confronto possa avviarsi, prima di tutto, devono cessare i massacri. E questo comporta anche una decisione sul da farsi in presenza di stragi che continuano: un intervento militare americano (dopo quello che è accaduto) servirebbe solo a peggiorare le cose. Un intervento Onu? Ci si può pensare, a condizione che non diventi un intervento americano mascherato. Un intervento iraniano? Possibile ma bisognerebbe vedere le reazioni saudite e turche. Armare i curdi: certo una soluzione che comporta dei rischi, come quelli di rappresaglie dei curdi sui civili sunniti, ma è anche vero che non possiamo assistere inerti ad un massacro reale ed in atto, per evitarne uno possibile futuro. Di Battista sottolinea come l’Iraq sia uno stato inventato che mette insieme tre diverse popolazioni ed auspica che ciascuna, sunniti, curdi e sciiti, si dia un proprio stato. Ma perché questo sia possibile occorre che i curdi ci arrivino vivi e le loro terre non siano occupate.
Insomma se ne può discutere, ma entrando nel merito. Qui invece nessuno delle altre forze politiche si è sentito in obbligo di entrare nel merito delle questioni, ritenendo del tutto sufficiente il solito linciaggio del grillino per una frase o una parola. Il che fa capire come la politica estera sia una cosa troppo seria per farla trattare a questa classe politica." Aldo Giannuli
http://www.beppegrillo.it/2014/08/il_terrorista.html
lunedì 21 luglio 2014
6 punti: Renzie, gasteropode rispondi - #gasteropoderispondi
Sin dall'inizio degli incontri con il Pd, era
stata annunciata una consultazione on line che avrebbe approvato o
respinto un eventuale accordo finale. Pertanto, avremmo voluto
sottoporre a questa consultazione un testo preciso che, al contrario,
manca. Nell'incontro di giovedì 17 noi ci saremmo attesi che, con la
stessa chiarezza e disponibilità con la quale avevamo accettato le
esigenze del Pd in tema di governabilità, il Pd avesse manifestato
analoga apertura sui temi delle preferenze, delle clausole di
sbarramento e del premio di lista e non di coalizione, oltre che in tema
di "Parlamento pulito".
Al contrario, il Pd ha "incassato" l'apertura del M5s senza dare alcuna
risposta chiara ma buttando avanti generiche disponibilità a discutere
e subordinando, comunque, l'accordo alla disponibilità "degli altri"
(cioè di Forza Italia). Ci sarebbe dovuto essere un successivo incontro
per chiarire i troppi punti in sospeso, poi, l'assoluzione di Berlusconi
ed il conseguente rafforzamento del patto del Nazareno
- come è emerso anche dalle dichiarazioni dei dirigenti del Pd - hanno
gettato una diversa luce sulla tattica dilatoria attuata dal Pd dopo il
primo incontro. Vogliamo dare ai cittadini la possibilità di avere una
legge elettorale nata dal confronto tra le due principali forze
politiche del Paese, e non dagli accordi segreti presi con un
condannato. Per fare questo occorre che da parte del Pd ci sia trasparenza e serietà.
Quindi, onde evitare ulteriori perdite di tempo e spettacoli inconcludenti come l'ultimo streaming, ora è necessario che Renzi e il Pd rispondano per iscritto ai 6 punti del MoVimento 5 stelle di seguito riportati:
Quindi, onde evitare ulteriori perdite di tempo e spettacoli inconcludenti come l'ultimo streaming, ora è necessario che Renzi e il Pd rispondano per iscritto ai 6 punti del MoVimento 5 stelle di seguito riportati:
Premessa: il limite posto dalla Corte
Costituzionale; come dichiarato dall’inizio, il M5s accetta l’idea di un
premio di maggioranza (indirettamente previsto nello stesso
“democratellum”) solo a condizione che esso risulti compatibile con i
limiti di costituzionalità fissati dalla Corte Costituzionale che, con
la sua sentenza di gennaio, ha bocciato la Legge Calderoli (il
“Porcellum), ritenendo non ragionevole e lesivo del principio di
rappresentanza un premio che ha trasformato una quota elettorale del
29,5% in un 54% dei seggi. La Corte non ha precisato ulteriormente il
suo pensiero in materia, pur ritenendo che il Parlamento possa fissare
un ragionevole limite di disrappresentatività per favorire la
governabilità, ma, dalla sentenza si ricavano due indicazioni implicite:
a) il premio non è ragionevole se non è espresso in una
quota fissa (ad es. il 15%) e contemporaneamente non fissa una soglia
minima per ottenerlo (ad esempio il 40%), per cui può arrivare a
qualsiasi valore. Nel caso specifico il premio era stato di circa il
24,5% che possiamo assumere come valore limite al di là del quale esso
diventa irragionevole
b) il premio non è neppure ragionevole se equivale o,
addirittura supera la quota di seggi spettanti nella quota
proporzionale. Insomma, non è possibile che il partito A che abbia
ottenuto il 25% dei voti ottenga il doppio dei seggi o più.
Dunque, per restare nei limiti della sentenza della Corte, occorre preliminarmente stabilire o una soglia minima per ottenere il premio (ad esempio il 35%o 40%), oppure fissare il premio in una cifra fissa (ad esempio 95 o 100 seggi).
Dunque, per restare nei limiti della sentenza della Corte, occorre preliminarmente stabilire o una soglia minima per ottenere il premio (ad esempio il 35%o 40%), oppure fissare il premio in una cifra fissa (ad esempio 95 o 100 seggi).
1. La questione del doppio turno: in questo quadro
si comprende come il doppio turno, in sé manipolatorio della volontà
dell’elettorato (in quanto affida a quanti avevano votato per partiti
diversi dai due in lizza, il giudizio sul vincitore), diventa un
ulteriore elemento distorsivo, che aggrava la situazione. Infatti, per
definizione può accadere che il ballottaggio venga vinto da chi era
arrivato secondo nel primo turno, magari con percentuali molto basse,
come in molti comuni, dove ha vinto il ballottaggio un candidato che
aveva ottenuto solo il 18-19% dei voti al primo turno e si è visto
attribuire il 60% dei seggi, cioè più del triplo della sua quota
elettorale. Questo può essere accettabile per elezioni amministrative ma
non per elezioni politiche, dove il principio di rappresentatività deve
essere ben più rigido per le ben diverse attribuzioni di potere
dell’organo eletto.
2. La proposta attuale: Allo stato attuale,
l’Italicum prevede un premio del 15% al primo turno nel caso una
coalizione ottenga almeno il 37,5% (con che conquisterebbe il 52% dei
seggi) ed assegna il 52% dei seggi, comunque, a chi vinca il secondo
turno, attribuendo, quindi un premio sicuramente superiore al 15% e
potenzialmente molto maggiore anche al 24,5% che era parso eccessivo
alla Corte Costituzionale. Per cui siamo in piena incostituzionalità
della legge. Negli incontri (e nella prima lettera inviata dal Pd) la
delegazione del Pd, per bocca del suo segretario, ha ripetutamente
parlano di un premio non superiore al 15% sia per il primo che per il
secondo turno, pur volendo assicurare la maggioranza assoluta al
vincitore. Il punto non è chiaro ed i conti non tornano: se si vuole
assicurare la maggioranza assoluta in ogni caso, il premio non può
essere limitato al 15%, se, vice versa, non si vuole superare la quota
del 15% non si può garantire che il vincitore abbia la maggioranza
assoluta. E’ un punto che va chiarito. Il M5s è disponibile ad accettare
un premio di maggioranza in quota fissa (il 15% pari a 94-95 seggi)
oppure un premio finale che assicuri la maggioranza assoluta al
vincitore, ma a condizione che si stabilisca una soglia minima per
poterlo ottenere (cioè che il partito vincente abbia ottenuto almeno il
35% dei voti al primo turno).
3. L’entità del premio e le garanzie costituzionali:
strettamente in relazione all’entità del premio sono anche tre
questioni molto delicate: la maggioranza qualificata con la quale si può
modificare la Costituzione senza referendum popolare, l’elezione del
Presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali. Con una
maggioranza precostituita del 52-54% ed in presenza della riforma del
Senato che si prospetta, diventa concretissimo il rischio, che i
Costituenti avevano voluto evitare, dell’ “Asso prende tutto”. La
maggioranza, senza molto sforzo potrebbe appropriarsi dei 5 giudici
costituzionali di nomina parlamentare, poi del Presidente della
Repubblica che, a sua volta, potrebbe nominare 5 giudici dello stesso
indirizzo e, con questo, produrre una maggioranza precostituita anche
nella Corte. Dunque, per evitare questo rischio occorre “mettere in
sicurezza la Costituzione”: il premio di maggioranza è accettabile solo
se accompagnato a diversi meccanismi di garanzia costituzionale come
rivedere la titolarità del potere di elezione dei giudici costituzionali
o le maggioranze richieste, altrettanto per il Presidente della
repubblica e per il processo di revisione costituzionale.
4. Le preferenze: sin dalla sua fondazione il M5s
ritiene qualificante il ritorno all’elezione dei deputati attraverso il
metodo delle preferenze che è ritenuto qualificante anche dalla sentenza
della Corte Costituzionale. Si è fatta presente l’esigenza di evitare
la degenerazione del voto di preferenza in senso clientelare (anche se,
per la verità, questo metodo resta in vigore per il Parlamento Europeo,
per i comuni e per gran parte delle Regioni) ed il M5s si è fatto carico
di tale preoccupazione indicando un possibile rimedio nel sistema del
voto disgiunto fra voto di lista e voto di preferenza.
5. Coalizioni e clausole di sbarramento: il M5s ha
segnalato l’opportunità di assegnare l’eventuale premio di maggioranza
al singolo partito e non alle coalizioni, che spingono a grandi
ammucchiate prive di sostanziale unità politica che, dopo il voto, si
sciolgono rapidamente. Ma perché questa misura sia efficace, occorre
completarlo eliminando le soglie di sbarramento o, ridurle a valori
minimi (l’1%) perché diversamente, quello che è uscito dalla porta
rientrerebbe dalla finestra: i piccoli partiti a rischio quoziente si
vedrebbero costretti ad entrare nelle liste di quelli più grandi,
sacrificando la loro visibilità alla certezza di rientrare in
Parlamento. Ed, in questo modo, sarebbero le liste di partito a
diventare, di fatto, coalizioni. Abolire le clausole di sbarramento
significa assicurare a tutti la possibilità di accedere alla
rappresentanza senza sacrificare la propria visibilità, scongiurando,
quindi,. La formazione di liste omnibus.
6. Soglie di sbarramento ed effetto di sommatoria:
C’è poi un secondo aspetto da considerare, le soglie di sbarramento
diventano un modo surrettizio per accrescere il premio di maggioranza,
infatti, anche fissando al 2% la soglia, se ci fossero 7-8 partiti che
ottenessero in media l’1,5%, questo vorrebbe dire che ci sarebbe un
10-12% di seggi non assegnati che andrebbe ai partiti maggiori ed, in
primo luogo, al partito vincitore, il cui bottino elettorale si
accrescerebbe di un buon 5-6% avvicinandosi pericolosamente alla sogli
per la revisione costituzionale. Per di più lo sbarramento non avrebbe
alcun effetto ai fini della governabilità, in presenza di un sistema che
già garantisce una maggioranza di governo. Ed, infine, questo
aumenterebbe la disrappresentatività del sistema che più facilmente
andrebbe incontro ad una bocciatura da parte della Corte.
Torneremo al tavolo non appena avrete risposto ai nostri 6 punti.
Fate presto. Le riforme, come voi dite da sempre, non possono più
aspettare.
Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera
Danilo Toninelli, Portavoce M5S Camera
Paola Carinelli, capogruppo M5S Camera
Vito Petrocelli, capogruppo M5S Senato
Beppe Grillo
Gianroberto Casaleggio
Danilo Toninelli, Portavoce M5S Camera
Paola Carinelli, capogruppo M5S Camera
Vito Petrocelli, capogruppo M5S Senato
Beppe Grillo
Gianroberto Casaleggio
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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari
Un'immagine, un racconto
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)
