"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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martedì 12 gennaio 2010

Miglio proclamò: i veri barbari siamo noi della Lega


La mattina del 23 febbraio 1993, Arnaldo Forlani aveva i nervi a fior di pelle. Si sentiva il mondo contro. l'ex segretario della Dc. Dopo aver messo al tappeto Bettino Craxi, il ciclone di Mani Pulite sembrava addensarsi su di lui. Un inquisito lo aveva tirato in ballo. E il suo addetto stampa, Enzo Carra, era stato arrestato per falsa testimonianza. Adesso, il povero Enzo stava rinchiuso a San Vittore in attesa del processo. Come poteva non alzarsi dal letto nervoso il pur compassato Coniglio Mannaro? Così, quando a Montecitorio s'imbatté in Augusto Minzolini, valente cronista parlamentare in forza alla Stampa diretta da Ezio Mauro, Forlani non ci pensò due volte a sfogarsi con lui. E, tra le tante cose, gli disse: Si è creata un'atmosfera irrespirabile in cui la giustizia non c'entra per niente. E come la calata dei barbari che non risparmia nessuno . Il 24 febbraio La Stampa presentò l'intervista di Forlani con il titolo: Sì, arrivano i barbari . L'occhiello spiegava di quali barbari si trattasse: Dopo l'arresto di Carra, l'ex segretario attacca i giudici . Lo stesso giorno, però, Forlani ripudiò le parole offerte a Minzolini negli ambulacri della Camera. L'annuncio del ripudio comparve sul quotidiano della Dc, Il Popolo, la mattina del 25 febbraio. Il titolo strillava: Tangentopoli barbara? Forlani smentisce l'intervista sulla Stampa . Ma quell'immagine forlaniana ( i barbari ) era troppo nuova e troppo forte per essere seppellita nella fossa comune del non detto. E anche per essere destinata a un utilizzo un po' misero, anzi, un po' miserando: quello di dipingere soltanto l'incalzare inquisitorio del dottor Antonio Di Pietro e degli altri magistrati della procura della repubblica di Milano. E difatti la sorte, nelle vesti di un giornalista intelligente, s'incaricò di salvarla. Accadde due giorni dopo, il 27 febbraio, quando, sempre sulla Stampa, comparve un bell'articolo di Pierluigi Battista, intitolato: Nuovi barbari, aiutateci voi . Qui entrava in scena un personaggio terribilmente diverso da Forlani e che aveva già fatto parlare di sé: il professor Gianfranco Miglio, senatore della Lega Nord, di solito definito da noi cronisti sbrigativi l'ideologo di Bossi . Colto e astuto, Miglio s'impossessò alla brava di quel barbari che Forlani aveva coniato per i magistrati di Mani Pulite. E ne rovesciò il senso e il segno: da immagine negativa, accusatoria, in immagine positiva, di vittoria. Miglio proclamò: i veri barbari siamo noi della Lega. Poi tracciò due arditi paralleli storici. La fine del regime tra le rovine di Tangentopoli venne paragonata al tramonto del mondo classico. E il ceto politico della Prima Repubblica a quell'immenso strato di parassiti che avevano tentato d'abbarbicarsi ai resti dell'impero romano, mentre i barbari civilizzatori si preparavano a spazzare via tutto senza pietà. Spiegò Miglio: Solo grazie ai barbari abbiamo conosciuto la civiltà industriale moderna. Fosse stato per i difensori della classicità, l'Europa non avrebbe saputo riprendersi da un declino inesorabile e devastante , infine, con un'acrobatica virata sull'Italia di oggi e sulla Lega, il senatore concluse: Prima l'Impero Romano. Poi il mondo comunista. Adesso è il nostro turno: non resta che sperare nei barbari! Insomma, viva i barbari della Lega! Fu questo che ci invitò a gridare Miglio, nel febbraio 1993. Da allora, molti italiani hanno accolto il suo invito. Tanti lo hanno fatto votando leghista. Tanti altri dicendo e scrivendo: viva i barbari di Bossi! E anche: grazie, barbari! Lo stesso Umberto Bossi si è invaghito di quest'immagine. E nel luglio 1993 ha detto a Roberto Di Caro, dell'Espresso: Io vengo dalla gavetta. Io sono un uomo della strada. Io viaggio a cavallo come i miei avi, con la carne cruda tra il sedere e il cavallo. Certo, mi sento un barbaro. Ma non ho nessuna intenzione di fare la fine di Paolo Diacono che cantava le gesta dei suoi avi longobardi per tacere della sconfitta subita da parte dei bizantini. Noi siamo barbari che devono diventare generali dell'esercito bizantino. Traduco così: siamo barbari che debbono vincere e conquistare Roma. Ma esistono anche molti italiani che non amano i barbari, né quelli vecchi né quelli nuovi. E che non hanno nessuna intenzione di gridare evviva o di dire grazie. Tra questi italiani ci sono anch'io. Penso che l'orrore per i vecchi barbari (ossia le mummie del partitismo morente, mummie che ancora ingombrano il campo e ne stanno facendo di ogni colore pur di conservare un po' di potere) non debba farci accettare alla cieca quello che ci propongono i nuovi barbari della Lega. Penso che la voglia sacrosanta di liberarci delle mummie partitiche non ci obblighi a buttarci nelle braccia di Bossi. Penso, infine, che quanto è accaduto in questo anno dei barbari debba consigliare una via d'uscita diversa per la crisi italiana: rifiutare il vecchio che ancora ci opprime senza arrendersi al nuovo Alberto da Giusano che si staglia sull'orizzonte E un Frankenstein moderno, questo fantasma ripescato dalla storia e riciclato nella parte ambigua e allarmante di Salvatore della Patria. Un guerriero che, chissà perché, mi ricorda troppo un altro combattente in corazza e spadone: il Ghino di Tacco che ci aveva ossessionato negli ultimi anni dell'impero craxiano. E chiaro, a questo punto, come la penso? Proprio così: non voglio cascare dalla padella nella brace. E soprattutto non voglio che la repulsione per la padella del partitismo, e la rabbia e lo schifo per quanto si va scoprendo raschiandone il fondo, faccia sembrare accettabile a troppi di noi la brace leghista. E un rischio grave. Si sta male sulla brace. La brace è la madre del fuoco. E i fuochi non mi piacciono. Specialmente quando ci vengono proposti come l'unico mezzo per far piazza pulita di qualcuno o di qualcosa. E poi i fuochi, spesso, sono difficili da controllare. Possono nascerne roghi che distruggono tutto. Per lasciare intatto, soltanto, il nuovo dominio dei nuovi barbari. Al fine di rendere esplicito questo rischio, ho provato a raccontare come vecchi e nuovi barbari si siano presentati sulla scena in quest'anno cruciale per l'Italia. Spesso intrecciandosi e con somiglianze inquietanti. Nel senso che qualcosa delle vecchie mummie sembra essersi trasferito nel barbarismo leghista. Mi sembra di intuirlo da certe arroganze senza motivo che gonfiano i muscoli della Lega. Dalla voglia dichiarata di prendersi tutto il potere politico. Da un'aggressività verbale che non conosce limiti né di circostanze né di luoghi. Da una sprezzante pulsione punitiva nei confronti degli avversari sconfitti E, soprattutto, dall'intenzione che più mi fa rabbrividire: quella di restare da soli sulla piazza politica. Ha detto, nel luglio 1993, Roberto Maroni, deputato di Varese e capo del gruppo leghista alla Camera: La Lega sarà un partito che sostituirà, via via, centro, destra e sinistra. Quando e dove l'abbiamo già sentito un programmino così totalitario, persino grottesco nella sua sfrontatezza? Io lo so. Ma lo sapete di certo anche voi. Questo racconto del barbarismo vecchio e nuovo ho voluto scriverlo seguendo la pista di un mio diario. L'ho definito un diario cattivo nel senso di schietto, candido, fuori dai denti. Devo aggiungere che è anche un diario allarmato, però non privo di speranza. Del resto, in questi tempi da bruciastomaco, zeppi di rospi difficili da ingoiare, scrivere un racconto politico dove i rospi, perlomeno, vengono indicati per nome e cognome e messi alla berlina, è già di per sé un gesto di grande, forte, allegra speranza.

Giampaolo Pansa. (L'anno dei barbari...)


sabato 22 agosto 2009

La profezia

Nel 1943 la guerra devastava l'Europa. Il nazismo e il fascismo non avevano più la certezza di vincere, ma erano ancora molto forti. In quell'Europa, dentro una piccola città italiana, una città piemontese, lungo il Po, viveva Giovanni, un bambino di 7 anni e mezzo. Aveva una madre, Giovanna, di 36 anni. Aveva una nonna, Margherita detta Rita, di 60 anni. Aveva tre zie, sorelle di sua mamma: Ines, di 40 anni, Angiolina, di 38 anni, e Vanda, di 27 anni. Questa era la sua famiglia. C'erano poi degli uomini, anch'essi abbastanza giovani, attorno al bambino e alle cinque donne. Ma contavano poco.
Un giorno del gennaio 1943, la zia Vanda disse alla mamma di Giovanni: «Oggi pomeriggio vado da un'amica che sa fare le carte. Ci stai a fartele fare anche tu?». La mamma di Giovanni si scoprì combattuta. Il futuro la spaventava e la attraeva. È bene o male sapere quel che ci aspetta? Conviene farsi fare le carte o è meglio stare lontani da questa pratica magica?
La signora Giovanna finì con l'accettare e andò da quella donna. Che le fece le carte. Con i tarocchi. La signora Giovanna la vide rabbuiarsi. Chiese, ansiosa: «Che cosa vedete?». La donna non voleva parlare. Bisognò tirarle fuori le parole con le pinze.
Disse: «Vedo una brutta cosa che riguarda la tua famiglia. Una persona che ami toglierà la vita a un'altra persona che ami».
La signora Giovanna si sentì stringere il cuore: «Davvero vedete questo? Ne siete sicura?».
La donna ricontrollò le carte, poi confermò: «Vedo questo, purtroppo».
La mamma di Giovanni scappò da quella casa con il respiro che le mancava. L'aria fredda, un'aria di neve imminente, la rianimò. A parte la guerra, tutto sembrava normale. Il Po scorreva limpido. Le colline si preparavano all'arrivo della sera. Una tradotta militare passava sbuffando sul ponte ferroviario. Due fidanzati si baciavano in un portone. Da un caffè ancora aperto veniva il suono di una radio a tutto volume. Trasmetteva una canzone che a lei piaceva molto: "Ma l'amore no". E lei doveva tornare al suo negozio, dove l'aspettavano la nonna Rita e Giovanni.
La signora Giovanna corse col cuore in gola. Nel correre disse a se stessa: «Che stupida sono stata a farmi fare le carte! Non ci devo credere alla cosa che mi hanno detto». Ecco quello che era bene fare: non crederci. E dimenticare. Proprio così: dimenticare i tarocchi, la donna dei tarocchi, la predizione dei tarocchi.
Fu bravissima, la signora Giovanna. La mattina dopo aveva già dimenticato tutto. Nella sua memoria non rimase nemmeno una scheggia, nemmeno una briciola, nemmeno un puntino della cosa orribile che avrebbe potuto stregarla.

GIAMPAOLO PANSA (MA L'AMORE NO - STORIA DI GENTE COMUNE NELL'ITALIA DELLA GUERRA CIVILE)

lunedì 3 agosto 2009

Fine di un'amicizia

«Il motivo può essere uno soltanto», dissi al professor Pastorino. «Scano non aveva nessuna intenzione di partecipare alla nuova iniziativa di Bonelli. E non per sfiducia verso l'impresa in sé. Sono sicuro che ne comprendeva l'importanza e soprattutto la ragione profonda. Quella di non lasciar inghiottire dal buio una tragedia politica e umana che era stata anche la sua.» «Ma la ricerca, come abbiamo visto, non appariva per niente gradita ai piani alti delle Botteghe Oscure. Certo, esisteva, così sembra, un generico avallo di Berlinguer. Però il silenzio che la direzione del Pci aveva opposto alle lettere di Bonelli aveva un solo significato: sulla guerra fra Stalin e Tito, e sulla parte che vi avevano avuto i comunisti italiani, bisognava piazzarci una pietra sopra. E di quelle robuste. Una pietra tombale.» «Mi pare che la sua deduzione sia sensata», convenne Pastorino. «Scano si era reso conto di questo. E forse era stato anche messo sull'avviso da qualche compagno. Così decise di defilarsi.» «Sì. Proviamo a metterci nei suoi panni. Scano era legato a Bonelli. Sapeva di dovergli molto. E ricordava che era stato il solo a mandargli qualche aiuto a Fiume, dopo la fine della deportazione all'Isola del Male. Negli anni Sessanta si erano visti più volte, ad Alessandria e forse anche a Novi. L'ho saputo dalla vedova di Bonelli, la signora Favorita. Lei ricorda Scano così: piccoletto, claudicante, malandato, e soprattutto ancora choccato, spaventato, non soltanto da quel che aveva passato in Jugoslavia, ma dalle grandi difficoltà incontrate per rientrare nel partito e ottenere un lavoro.» «Poi, in un certo anno che la signora Bonelli non riesce a rammentare, Scano mutò atteggiamento. Non intendeva vedere più nessuno dei vecchi compagni di Fiume. E non voleva più parlare con Bonelli di quella storia. Anzi, rifiutava persino di incontrarlo. 'L'avevamo invitato a venirci a trovare a Milano', racconta sempre la signora Favorita, 'però lui non si fece mai vedere.'» «La conclusione della signora Bonelli», continuai, «è anche la mia. Scano,'ma non soltanto lui, aveva paura di raccontare della Jugoslavia. Se lavoravi per il partito, rischiavi di perdere il posto, dice sempre la signora. E con il posto perdevi i compagni, gli amici: insomma, non campavi più. Bonelli non aveva di questi problemi, perché si era tirato fuori dal Pci anni prima. Ma Scano sì. Possiamo dargli torto? Con quello che aveva sofferto», conclusi, «non mi sento di buttargli la croce addosso.» Pastorino sospirò: «La sua ipotesi mi convince. E le dirò di più. Ho avuto modo di leggere alcune lettere di Bonelli a Scano. Risalgono tutte al momento in cui l'uomo di Fiume aveva deciso di iniziare la ricerca sui cominformisti che si erano battuti contro Tito. Ossia all'estate del 1976, qualche mese prima di ricevere l'incarico della Fondazione Feltrinelli. Nella loro successione temporale, questi scritti, che Bonelli aveva conservato in copia com'era abituato a fare, servono a chiarire il tormento di Scano e la ragione della sua fuga dall'amico. Anzi, vorrei dire un nuovo tormento, che si aggiungeva ai tanti già vissuti da lui». «La prima lettera è del 14 giugno 1976. Bonelli scrisse a Scano da Milano. Esagerando, gli annunciò, o gli ricordò, che il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, aveva deciso che si scrivesse la storia del Cominform. Poi continuò: 'La vera storia del Cominform dobbiamo farla noi. E visto che tu sei stato l'organizzatore della prima cellula di Fiume e quello che ne sa di più, ti mando le mie schede affinchè tu possa leggerle e valutarle'.» «Ma Scano non si fece vivo con Bonelli», continuò il professore. «Tanto che lui, qualche settimana dopo, l'8 luglio 1976, gli scrisse di nuovo, chiedendogli: perché non mi rispondi? In questa lettera, Bonelli gli raccontava anche della propria famiglia, della scomparsa della prima moglie e del matrimonio con Favorita. Infine diceva di essere stato a Spalato per trovare il capitano Grgin Mijo, l'ufficiale dell'Udba che, durante il suo arresto a Fiume, era stato l'unico a trattarlo in modo umano.» «Tetragono, Scano non rispose neppure a questa lettera. Ma Bonelli era anche più tenace di lui. E il 1^ settembre 1976, tornò a scrivergli sempre da Milano. Gli rammentò il proprio vecchio incontro con i compagni di Tortona che ritenevano Scano un traditore, le minacce di espulsione ricevute dalle Botteghe Oscure, le sue dimissioni dal Pci. 'Se ho potuto salvarti al tuo ritorno da Goli Otok è perché non ero più nel partito', gli ricordò Bonelli. Poi gli parlò di nuovo di Berlinguer. E fu molto esplicito: la sua richiesta di ricostruire i rapporti del Pci con il Cominform ci permette di far conoscere la verità storica, di riabilitare le vittime e di mandare alla gogna i nostri carnefici. Infine, la solita, ansiosa domanda: come mai non rispondi?» «Di fronte al persistente silenzio di Scano, l'8 ottobre 1976 Bonelli si decise a scrivere al segretario della federazione comunista di Alessandria, Morando. Per prima cosa, gli citò l'invito di Berlinguer a raccogliere le memorie dei compagni che avevano lavorato per il Cominform. Poi si lamentò di non riuscire a comunicare con Scano, che non aveva mai risposto alle sue lettere. E infine chiese a Morando di intervenire su Andrea e di convincerlo a mettersi in contatto con lui.» «Che cosa replicò a Bonelli il segretario di Alessandria?» domandai al professore. «Questo non lo so. Ma da un accenno contenuto in una successiva missiva di Bonelli penso che Morando gli abbia risposto di stare tranquillo, perché Scano gli avrebbe telefonato. Quella telefonata a Bonelli non arrivò mai. Nell'ultima lettera che ho potuto vedere, sempre proveniente da Milano e datata 31 ottobre 1976, Bonelli si lamentava con Scano per non averlo sentito al telefono. Gli aveva anche chiesto dove poteva rintracciare la ragazza di Tortona incontrata nel 1950 e Scano si era ben guardato dal dirglielo. Per ultimo, invitò l'amico ad andare a trovarlo a Milano. Ecco il mio indirizzo, gli spiegò, e questa è la strada più rapida per arrivarci.» «E il seguito di questa inutile rincorsa di Bonelli alla ricerca di Scano, quale fu?» chiesi a Pastorino. «Non so dirle niente. Ma penso che Bonelli non sia riuscito a parlare con lui. E` soltanto una mia congettura, però credo che Scano non volesse più ritornare sul proprio passato in Jugoslavia. Come ha già immaginato lei, aveva visto e patito troppi orrori, troppa crudeltà. E poi valeva sempre l'ordine del partito: non raccontate nulla. Certo, nel 1975 c'era stato l'invito di Berlinguer, che a giudizio di Bonelli sembrava contraddire la linea del silenzio. Tuttavia, di questo so veramente troppo poco.» «Comunque», aggiunse il professore, «ho ancora da offrirle un reperto di quel tempo, che le suggerirà qualcosa sulla durezza di certi ricordi e sulla difficoltà di risuscitarli. E` il resoconto, steso da Bonelli, del colloquio con la famosa ragazza di Tortona, ormai diventata una donna adulta. L'uomo di Fiume, un vero cane da tartufi, era riuscito a rintracciarla. E un giorno si presentò da lei. Sempre allo scopo di raccogliere del materiale per la ricerca ormai avviata.» «Adesso siamo a due anni dopo le inutili lettere a Scano», mi avvertì Pastorino. «Ossia nel 1978, il 23 luglio. Bonelli andò a Tortona con la moglie. E qui incontrò la Luigina Perotti, che per prima gli aveva parlato della cartolina arrivata da Goli Otok. La donna si era fatta accompagnare dalla madre.» «Bonelli cominciò con il domandarle come aveva conosciuto Scano. Lei raccontò che l'incontro era avvenuto nel 1944, dopo che Andrea era rimasto ferito alla gamba. I partigiani lo avevano nascosto a casa dei Perotti. Per questo, fra Andrea, Luigina e sua madre era nato un grandissimo attaccamento.» «A quel punto, Bonelli prese in disparte Luigina e le spiegò: guardi che sono venuto da lei non per parlare di Scano durante la Resistenza, bensì dello Scano del Cominform! Sempre secondo il resoconto di Bonelli, la Luigina si spaventò. Disse di non sapere nulla. Cominform? Scano al bando? Goli Otok? Il funzionario di Tortona che considerava Andrea un traditore? Mai sentito niente di niente! Secondo Bonelli, la Luigina non ricordava neppure che loro due si erano già visti nel 1950 a Tortona: non ci siamo mai incontrati, lei si sbaglia...» «Poi la signora Luigina cercò di riportare il discorso sulla guerra partigiana. Ma Bonelli tornò a incalzarla. Lei allora gli replicò: sono invecchiata, stanca, soffro di amnesie, sono anche in menopausa, ne ho passate tante... Bonelli si rese conto che la Luigina era ancora piena di paura come ventotto anni prima e rifiutava di parlare.» «Allora decise di non insistere. Ma alla fine del resoconto, Bonelli aggiunse una riflessione: Luigina non aveva realizzato che erano trascorsi quasi trent'anni. Che molte cose erano cambiate. E che 'i poliziotti da Gulag che controllavano il partito non c'erano più'. Adesso si poteva e si doveva parlare. Invece la Luigina non voleva dir niente e si comportava come se fosse ancora nel 1950.» «Bonelli concluse il lungo appunto con un'osservazione che ci riconduce al nostro Andrea: la Luigina Perotti reagiva come Scano che rifiutava di testimoniare. A dimostrazione del clima repressivo e di paura che il Pci di allora aveva creato attorno ai cominformisti. Un clima davvero duro a morire.» «Molto interessante!» esclamai. «Peccato non avere più né Scano né Bonelli davanti a noi. Per sentirli e magari per metterli a confronto. Potremmo però cercare la Luigina.» «E` inutile che ci provi. Mi hanno detto che anche lei è morta.»

Giampaolo Pansa (Prigionieri del silenzio)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)