"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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domenica 18 gennaio 2015

Falso in bilancio: è da ridere, se non ci fosse da piangere

Ma perché nessuno glielo dice Renzi che il suo ministro della Giustizia di Giustizia non capisce niente? Ha senso assumersi orgogliosamente la paternità degli inciuci? Per di più affrontando con superba faciloneria questioni tecniche di cui sfuggono significato e conseguenze. Prendiamo l’ultima schifezza, il falso in bilancio riveduto, corretto e rimasto tale quale. Orlando e Renzi lo sanno cosa sono le soglie di punibilità e a che servono? Evidentemente no, però – se hanno pazienza – leggendo qui lo possono capire.
Queste soglie nascono nel 1982, con i reati tributari: sono talmente tanti che è impossibile celebrare tutti i processi. Attenzione, tutti i processi per i reati che si scoprono; che sono una piccola parte (il 10 %) di quelli che si commettono. Sicché si decide di alleggerire lo strumento penale: sarà utilizzato solo per le evasioni più rilevanti quelle al di sopra di una certa “soglia” (fissa, uguale per tutti, non percentuale); per quelle più piccole, sotto la “soglia”, se ne occuperà l’Agenzia delle Entrate che oltre a riscuotere le imposte dovute, irrogherà sanzioni amministrative, le multe.
Il sistema dunque sanziona tutta l’evasione fiscale (scoperta): parte con la Giustizia penale e parte con quella amministrativa. Ma le “soglie fantasiosamente immaginate dall’avv. Ghedini in Tribuna le a Milano, mentre difende va B. imputato di falso in bi lancio, respinte con perdite perché non previste dalla legge, quindi introdotte con legge dallo stesso B., oggi riproposte dal duo dinamico, semplicemente depenalizzano questo reato. In altre parole se la posta falsificata è inferiore al 5 % del risultato di esercizio, o all’ 1 % del patrimonio netto, il bilancio è falso sì; ma è un falso lecito; nessuna sanzione, penale o amministrativa è prevista.
La cosa più assurda è che tanto più è ricco il falsificatore, tanto più è elevato il falso; ma, purché inferiore alle soglie, non costituisce reato. Invece un piccolo falsificatore, che però superi le soglie lui sì che può essere condannato. Orlando e Renzi non lo sanno (ma Renzi dovrebbe, laureato in Legge, ha studiato Diritto penale) ma stanno applicando a rovescio una vituperata teoria giuridica nazista: la colpa d’autore (Tater schuld). Secondo questa teoria ciò che merita punizione non è tanto il delitto ma il modo di essere di chi lo ha commesso: si punisce qualcuno perché è molto cattivo indipendentemente dalla gravità del reato.
Ovviamente è un’aberrazione: la legge punisce il reato in funzione della sua gravità; e prevede una pena variabile tra un minimo e un massimo; entro questi limiti si tiene conto della personalità del reo e si determina la misura della pena, più o meno alta. Con le soglie previste da Orlando (e prima ancora e non a caso da B) succede che, quanto più è ricca una persona, tanto meno è meritevole di pena. Sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. La riforma copia carbone ha mantenuto la procedibilità a querela: vuol dire che non si può procedere (tranne si tratti di società quotate) anche per un falso gravissimo, se i soci della società o i creditori non sporgono querela.
I soci: avete mai visto un ladro che si autodenuncia? I soci che non fanno parte del Consiglio di Amministrazione e che nulla sanno della gestione della società; e i creditori: come fanno a sapere che il bilancio è falso? Magari lo scoprono dopo un anno o due: con una prescrizione di 7 anni e mezzo, meglio che risparmino i soldi dell’avvocato, non ce la faranno mai. Soprattutto il falso in bilancio riformato (!) mantiene la natura (inventata da Ghedini, lui sa benissimo ciò che fa) di reato di danno: occorre, perché sia reato, che il falso abbia cagionato un danno ai soci o ai creditori.
Che siano danneggiati i soci che lo hanno fatto è da escludere: il falso gli serviva per procurarsi un vantaggio: ottenere finanziamenti, distribuire dividendi, pagare meno imposte. Restano i soci eventualmente fregati e i creditori. Ma siamo sempre lì: chi glielo dice che il bilancio è falso? E quando se ne accorgono? Insomma: avrà qualche significato il fatto che, dal 2000 (legge Ghedini / B), di processi per falso in bilancio non se ne sono fatti più? Questa è la non contestabile dimostrazione che una legge del genere di fatto lo depenalizza.
E, tanto per concludere con un’ovvietà: il falso in bilancio è la mamma di tutti i reati contro l’economia. Procura i soldi “neri” per pagare la corruzione e il voto di scambio; e senza di lui non si può commettere evasione fiscale. Stando così le cose, le vanterie di Orlando (l’avevamo previsto proprio così, siamo noi che lo vogliamo così) equivalgono a spararsi in un piede. Se proprio devi fare le porcate, falle di nascosto e spera che non ti scoprano. Ma forse hanno ragione loro. Forse alla gggente di tutto ciò non gliene importa nulla: sperano solo che, un giorno, un bel falso in bilancio capiti di farlo anche a loro.


domenica 4 gennaio 2015

Regali di Natale: Con viva e vibrante soddisfazione, reciterebbe Crozza, eccovi "IL LODO NAZARENO"



IL LODO NAZARENO 

Per dire quanto poco siamo prevenuti, ieri avevamo deciso di pubblicare per oggi su questa colonna un articolo intitolato: “Renzi ha ragione”, o “Bravo Renzi”, o ancora “Forza Matteo”. Non per i suoi virtuosismi sciistici sulle nevi di Courmayeur, già magnificati a dovere dall’agenzia Ansa-Stefani, ma per la battaglia contro l’assenteismo nel pubblico impiego, annunciata su twitter con i toni giusti, senza la petulanza offensiva di Brunetta, che provò a far qualcosa ma rovinò tutto con le solite scalmane demagogiche. Poi ci ha chiamati un amico e ci ha messo una pulce nell’orecchio, a proposito del nostro titolone di ieri sulla denuncia del sottosegretario Zanetti riguardo al codicillo salva-evasori infilato da una manina di Palazzo Chigi (all’insaputa del ministero dell’Economia) nel decreto fiscale varato alla vigilia di Natale: “Ma lo sai perché e per chi lo fanno?”. Ma per il solito, per Berlusconi.
Tenetevi forte, perché questa è strepitosa. Il Caimano è stato condannato il 1° agosto 2013 a 4 anni per frode fiscale. Una sentenza che gli è costata pochissimo sul piano penale (mezza giornata a settimana a Cesano Boscone per nove mesi e 10 milioni di euro da rifondere all’Agenzia delle Entrate), ma moltissimo da quello politico: 2 anni di interdizione dai pubblici uffici, 6 anni di ineleggibilità e decadenza immediata da senatore in base alla legge Severino. Che cosa prevede la nuova legge penale tributaria, in base al codicillo-colpo di spugna (art. 19-bis)? Che i reati fiscali di evasione e frode sono depenalizzati se l’Iva o l’imposta sul reddito evasa non supera “il 3% rispettivamente dell’imposta sul valore aggiunto o dell’imponibile dichiarato”. Una vastissima area di franchigia regalata a evasori e frodatori al riparo da procure e tribunali. Ora, B. è stato condannato per aver frodato il fisco per 7,3 milioni: 4,9 sul bilancio Mediaset del 2002 e 2,4 su quello del 2003. Tutto il resto della monumentale frode fiscale (368 milioni di dollari) con film comprati dalle major americane a prezzi gonfiati e rimbalzati su una serie di società offshore occultamente controllate da lui o da prestanome fra il 1995 e il ’98, si è prescritto. Ma, alla mannaia del fattore-tempo, accelerata da varie leggi ad suam personam (falso in bilancio, condoni fiscali ed ex-Cirielli), sono scampati gli effetti fiscali “spalmati” sugli ammortamenti delle due annualità contabili.
Ora che Renzi, o chi per lui (a proposito: di chi è la manina?), ha inventato il salvacondotto del 3%, la domanda è semplice: quella frode residua è sopra o sotto il nuovo tetto? La risposta, nell’era del Patto del Nazareno, è scontata: sotto, e di parecchio. Il calcolo è presto fatto. Negli anni 2002 e 2003 Mediaset dichiara un imponibile di 397 e di 312 milioni e B. ne froda 4,9 e 2,4. Che corrispondono all’1,2 e allo 0,7%, ben al di sotto della soglia del 3% di non punibilità. Ergo, in base alla retroattività delle norme penali più favorevoli (favor rei, art.2 Codice penale), “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”. Grazie a una legge fascista, la n. 4/1929, il favor rei in materia fiscale e finanziaria non valeva: ma il centrosinistra, con la norma fiscale n.507/1999, la cancellò 15 anni fa. È già accaduto a Romiti, De Benedetti e Passera, condannati definitivamente per falso in bilancio: nel 2003, dopo la controriforma berlusconiana che lo depenalizzava, chiesero un “incidente di esecuzione” alla Corte d’appello, che non potè che revocare le loro condanne. Anche B. dunque potrà ottenere la cancellazione della sua, per una frode che non è più reato. E, se evapora la condanna, spariscono anche decadenza, ineleggibilità e interdizione. Così alle prossime elezioni potrà ricandidarsi, lindo come giglio di campo. Quando ce l’hanno raccontato, stentavamo a credere che Renzi potesse arrivare a tanto. Ma, come diceva Montanelli, di certi politici non si riesce mai a pensare abbastanza male. 



- o -


VIOLANO LA CARTA : SE SEI RICCO PUOI EVADERE

Che si tratti di un regalo a B è fuor di dubbio. Perché, a certi livelli, l’ignoranza non è credibile. Si tratta del decreto attuativo della delega fiscale che arricchisce di una nuova soglia i reati fiscali: per commetterli bisogna che l’imposta evasa sia superiore al 3 % dell’imponibile o dell’IVA dovuta.
E che problema c’è, la legge penale tributaria già prevede soglie di punibilità al di sotto delle quali il reato non c’è. Soglia più, soglia meno… Invece il problema c’è, eccome. Perché le soglie sono differenti a seconda della gravità dei reati cui si riferiscono: la dichiarazione infedele ha una soglia di 50.000 euro, la frode fiscale di 30.000. Insomma, quanto più astute e pericolose sono le modalità con cui si evade, tanto più è giusto che l’evasore sia assoggettato a processo penale. Ma, nel progetto di Renzi&C, non si distingue tra i diversi reati: la nuova soglia li riguarda tutti, chi si limita a mentire e chi fa uso di fatture o altri documenti falsi.
E poi perché le soglie hanno uno scopo preciso, reso necessario dalla ferma determinazione degli italiani a frodare il Fisco: evitare di dover celebrare un numero sterminato di processi, anche per evasioni di modesta entità. Ma siccome tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, l’ammontare dell’evasione oltre la quale si è assoggettati a processo penale è uguale per tutti. Per questo le soglie esistenti sono oggettive, anche nel caso della soglia parametrata agli elementi attivi conseguiti nell’anno: i ricavi non sono reddito, debbono essere diminuiti dei costi. Vero, i costi possono variare da contribuente a contribuente, ma ad alti ricavi corrispondono in genere alti costi. E la percentuale della mancata indicazione di elementi attivi è uguale per tutti. Il sistema non è perfetto, ma non si è trovata soluzione migliore per evitare il processo penale a fattispecie di minima rilevanza.
Ma la nuova soglia è diversa: qui la percentuale è calcolata sul reddito. Più si è ricchi, più si può evadere senza correre il rischio del processo penale. Nel 2002 B ha evaso 4,9 milioni e, nel 2003, 2,4; ma, nel 2002, ha dichiarato un reddito imponibile di 397 milioni e, nel 2003, di 312. Per essere punito avrebbe dovuto evadere 11,9 milioni nel 2002 e 9,36, nel 2003. Un “poveretto”, che avesse evaso le stesse somme ma guadagnando “solo” 150 milioni nel 2002 e 200 nel 2003, sarebbe invece condannato e marcirebbe in prigione (si fa per dire). Invece B, in applicazione dell’art. 673 del codice di procedura, sarà solennemente riabilitato . L’irragionevolezza di considerare penalmente irrilevante l’evasione fiscale quanto più è ricco quello che la commette si commenta da sola. La stupidità di progettare una legge che dovrebbe essere bocciata in Commissione Affari Costituzionali, che non dovrebbe essere firmata dal Presidente della Repubblica e che, siccome queste due eventualità non si verificheranno certamente, la Corte Costituzionale scoperà via dall’ordinamento per flagrante violazione dell’art. 3 della Costituzione, è manifesta. L’arroganza di perseguitare i cittadini con una pressione fiscale micidiale e di processarne alcuni per evasioni che sono 10, 100, 1000 volte inferiori ad altre che si “perdonano” è intollerabile. Eppure questa gente sfrutta il potere che hanno conquistato per favorire amici e amici degli amici. Si chiama abuso d’ufficio; ma non se ne ricorda nessuno.

sabato 18 ottobre 2014

BENEDETTI RAGAZZI, STUDIATE OGNI TANTO



Il problema di Renzi & C. è l’ignoranza. Vogliono fare; ma non sanno quello che fanno. Almeno, in materia di giustizia non lo sanno.
Prendiamo le ferie dei magistrati: 45 giorni sono troppi, si capisce che la giustizia sia in crisi con magistrati che lavorano così poco, si devono ridurre a 30; e i Tribunali non devono “chiudere” per 45 giorni, basta un mese, dall’1 al 30 agosto. Fatto. E adesso cominciano i guai.  
Renzi non lo sa ma i Tribunali non “chiudono”; sarebbe impossibile visto che reati, arrestati e conseguenti processi ci sono anche d’estate. E non sta bene dire a chi sta in prigione di starsene tranquillo perché adesso si va in vacanza. È sospesa solo tutta l’attività che richiede l’intervento degli avvocati: appelli, ricorsi, udienze. Non fosse così, gli avvocati (non i giudici) non potrebbero mai andare in vacanza. Sicché i processi definiti urgenti dalla legge (tra questi quelli riguardanti i detenuti) si fanno. 
Le ferie dei magistrati non hanno niente a che fare con i Tribunali “chiusi” per 45 giorni o 30 che siano. Coincidono, in genere, con il periodo di “chiusura” (si chiama sospensione dei termini), quando i processi da fare sono di meno e bastano pochi magistrati in servizio; così, quando la macchina girerà a pieno regime, tutti saranno presenti. Ma possono essere prese anche in altri periodi dell’anno; per esempio, i giudici che hanno lavorato in estate dovranno pur andare in ferie nei mesi successivi. Ora, il lavoro di un magistrato può essere paragonato a una catena di montaggio. Udienze, testimoni, perizie, memorie degli avvocati; alla fine la sentenza. Naturalmente di processi ce ne sono tanti, ognuno in un diverso stadio di lavorazione. E quindi capita che le sentenze arrivino in gruppetti, 3 oggi, 6 domani, nessuna fra tre giorni… 
Ogni sentenza deve essere depositata entro un termine: se non rispettato, per il giudice c’è il processo disciplinare. Succede quindi che, quando arriva il fatidico giorno di andare in ferie, il giudice ha ancora da scrivere un certo numero di sentenze “incassate” nei giorni precedenti; e le deve scrivere entro un mese, altrimenti sono… guai. Ecco perché i giudici avevano 45 giorni di ferie: nei primi 15 (se gli bastavano) scrivevano sentenze. Adesso che ne hanno solo 30, in realtà gliene restano 15 o meno. 
Naturalmente si potrebbe adottare un meccanismo simile a quello usato per gli avvocati. Durante le ferie i “termini” sono sospesi: una sentenza “incassata” il 20 luglio dovrà essere depositata non il 20 agosto, ma il 20 settembre. Ma questo presuppone che tutti i giudici vadano in ferie dal 1 agosto al 30 agosto; che significherebbe chiudere davvero i Tribunali. 
E siccome questo non si può fare, qualcuno dovrà restare in servizio e andare in ferie successivamente. E con la sospensione dei termini delle sentenze di questi giudici come la mettiamo? Si calcola, giudice per giudice, in funzione del momento in cui va in ferie? Con termini sospesi ad agosto, settembre, ottobre… Impossibile. Naturalmente a questo punto Renzi ha un problema. Ha fatto l’annuncio sbagliato, lo ha anche realizzato e adesso fare marcia indietro gli costa. Solo che, per salvare la faccia, non può ammazzare quello che resta della giustizia italiana. Facciamo così: tutti ci impegniamo a non dirgli “te l’avevo detto” e lui si rimangia tutto e torna ai 45 giorni di ferie. 
  

venerdì 16 maggio 2014

L’INSOPPORTABILE TRUFFA DEI TALK-SHOW TELEVISIVI

I talk-show: letteralmente, lo spettacolo della conversazione. E tuttavia di conversazione ce n’è pochissima: lo scopo dei cosiddetti ospiti è far fare una figura barbina agli altri, ognuno cercando di dimostrarsi più bravo, più spiritoso, più autorevole. E siccome, in queste trasmissioni, gli ospiti sono sempre tantissimi, il risultato è una rissa permanente, fatta di persone che si interrompono, si parlano addosso, qualche volta si insultano, sempre si deridono. Se poi si tratta di politici, il pronome io è quasi sempre sostituito dal pronome noi; quasi che una stupidaggine condivisa da molte persone (il partito, la corrente, il Parlamento, il governo, la giunta, etc. etc.) cessi di essere una stupidaggine. Tra questa gente, l’intellettuale, la persona colta, colui che sa e ha informazioni da condividere, è messo nell’impossibilità di intervenire. Non solo perché tutti gli altri lo soverchiano con il loro schiamazzo; ma anche perché lo stesso conduttore mal tollera un’argomentazione che superi i 2, 3 minuti. Sicché quando non sono gli altri a interrompere, è lui stesso a sollecitare un intervento pur che sia.  
E poiché, come ho detto, lo scopo dei partecipanti allo show non è quello di dibattere ma quello di apparire o, quantomeno, oscurare gli altri, il risultato è un cicaleccio assordante, privo di significato e molto irritante. Queste riflessioni si ripresentano puntuali ogni volta che, per via del mestiere che faccio adesso, mi forzo ad assistere a uno di questi show. E sempre mi chiedo se l’assurdità che mi stanno propinando tale sembri a così poche persone. 
Mi chiedo cioè come sia possibile che la cosiddetta audience raggiunga misure tanto elevate; che gli spettatori siano davvero interessati a queste esibizioni di superficialità e aggressività. La risposta me l’ha fornita un libro fantastico che, molto colpevolmente, non avevo ancora letto: La civiltà dello spettacolo di Mario Vargas Llosa. Secondo questo premio Nobel (l’attributo infastidirà i molti che non sono disposti a riconoscere le gerarchie intellettuali) il problema sta nel fatto che la cultura è stata mercificata. Nell’organizzazione sociale odierna (appunto la civiltà dello spettacolo) la cultura è assoggettata all’industria del divertimento: deve intrattenere, distrarre, illudere. Esattamente il contrario di quanto faceva prima che la maggioranza delle persone cominciasse a detestare di pensare. È per questo che parlare alla pancia della gente è molto più produttivo di consenso che parlare alle loro teste. Ed è per questo che chi propone banalità ossessivamente ripetute e progetti miracolistici garantisce alla tv commerciale (per tornare da dove sono partito) ascolti assai più alti rispetto a chi illustra realtà spesso poco piacevoli e che possono anche non avere soluzioni positive. 
Insomma, i talk-show sono una truffa: promettono un approfondimento che è – in realtà – una mistificazione. E sono anche pericolosi: perché chi li segue ne esce convinto di sapere. Vargas Llosa racconta di una persona di questo genere: un tassista peruviano ammiratore del dittatore Fujimori, gran brava persona che “aveva rubato solo il giusto”. Quando i difensori dei molti ladroni che funestano il nostro Paese troveranno impossibile sostenere che questi loro amici non hanno rubato, forse ricorreranno all’argomentazione del tassista. E, nel mezzo di un talk show ben confezionato, la cosa sembrerà plausibile.

Bruno Tinti (Jack's Blog - Il Fatto Quotidiano - 16 maggio 2014)

 

martedì 19 novembre 2013

SE LA CANCELLIERI FOSSE UN GIUDICE (Bruno Tinti)


Il ministro Cancellieri ripete di non aver interferito in alcun modo con il procedimento a carico della famiglia Ligresti e sostiene che la segnalazione delle precarie condizioni di salute di Giulia Ligresti era motivata da ragioni umanitarie, proprio come negli altri 110 casi simili di cui si sarebbe occupata personalmente. Giustificazioni ipocrite e giuridicamente infondate. 

LA NON INTERFERENZA. Certamente non fu un’interferenza diretta; anche perché la Procura e i Gip di Torino l’avrebbero cacciata a scopate. Ma indiretta sì, eccome: a cosa altro sarebbero serviti gli accertamenti promossi dal Dap? Nessuno avrebbe potuto scarcerare Giulia Ligresti se non il Gip, previo parere della Procura; dunque la certificazione medica richiesta da Cancellieri avrebbe dovuto essere trasmessa alla magistratura per indurla a nuove valutazioni. Non è un’interferenza (tentata) questa? 
Ma, dice Cancellieri, si trattava di compiti istituzionali del ministero, veri e propri atti d’ufficio. Ne ha promossi altri 110 analoghi, dice. 110 errori. Perché il ministro non si occupa dei singoli cittadini ma dell’organizzazione del sistema; agli utenti, per i casi concreti, provvedono i funzionari. Se non fosse così, i cittadini sarebbero divisi in due categorie: quelli che sono in qualche rapporto con il ministro e di cui egli si occupa personalmente; e tutti gli altri, di cui si occupano i funzionari. Qualcuno ha dei dubbi circa il fatto che i primi si troverebbero in una condizione privilegiata? E questo indipendentemente dal fatto che i provvedimenti adottati siano giusti o meno; gli amici del ministro godrebbero comunque di una strada privilegiata. Per questo gli atti d’ufficio nell’interesse di amici, prima delle riforme pelose volute da tutta la classe politica, erano considerati reato: interesse privato in atti d’ufficio, si chiamava. 
Va bene, ma ormai… Però il dovere di astensione nei casi di “gravi ragioni di convenienza” rimane. E Cancellieri informazioni sul punto ce le aveva in casa: è il suo ministero a promuovere le azioni disciplinari nei confronti dei magistrati che non lo rispettano; le sentenze di condanna (in casi molto meno rilevanti del suo) gliele avrebbe potute fornire uno qualsiasi dei suoi ispettori.

SENTENZA 114/2008 – “Configura illecito disciplinare la condotta del magistrato che ometta di astenersi in procedimenti in cui presti l’attività di difensore un avvocato con il quale il proprio figlio intrattenga rapporti di stabile collaborazione, e sebbene l’avvocato non abbia tratto alcun vantaggio dall’omessa astensione, poiché detta situazione mette in pericolo il requisito dell’imparzialità dell’esercizio della funzione giurisdizionale”. 
ORDINANZA N. 81/2010 – “Configura illecito disciplinare, per consapevole inosservanza dell’obbligo di astensione, la condotta del pm che proceda alla trattazione di un processo in cui il difensore di un imputato sia stato anche suo difensore. La previsione dell’astensione per ‘gravi ragioni di convenienza’ risponde all’esigenza di preservare il valore della imparzialità e di impedire che influenze personali possano alterare il corso della giustizia. Inoltre la situazione di conflitto di interessi rende plausibile sostenere, con conseguente discredito per il prestigio dell’ordine giudiziario e dello stesso magistrato, la volontà di compiacere o favorire il professionista, pur se le scelte processuali siano tecnicamente ineccepibili”.

Questi precedenti sono stati scelti tra moltissimi. Perché nel primo si fa riferimento al “figlio” del magistrato: il suo rapporto di lavoro con l’avvocato difensore avrebbe dovuto indurre il giudice ad astenersi. Proprio il caso di Cancellieri, il cui figlio aveva lavorato con Ligresti. E, nel secondo, si menziona un rapporto professionale con l’avvocato difensore, caso evidentemente molto meno coinvolgente di un rapporto di amicizia personale ventennale, come rivelato dallo stesso ministro. In entrambi i casi poi, si spiega chiaramente come non abbia nessuna importanza che l’interferenza abbia comportato conseguenze non illecite: è il valore dell’imparzialità e il prestigio del magistrato (quello di un ministro avrà almeno valore equivalente?) che l’astensione deve preservare; l’eventuale illecito – ci mancherebbe altro – è sanzionato a livello penale. 
C&C la smettano di ciurlare nel manico: i magistrati sono condannati disciplinarmente, il loro ministro si porti a casa quantomeno la sfiducia politica.



mercoledì 13 novembre 2013

VERITÀ O GIUSTIZIA: SBAGLIARE È UMANO (Bruno Tinti)



Fatevi un film. Due baroni litigano per la proprietà di un castello; lunga guerra senza vincitori, soldati morti in quantità e soldi finiti; i due decidono di rivolgersi al Re; e il Re dà ragione al barone X che è amico suo. Vi sembra una cosa giusta? Certo che no. Eppure, per centinaia di anni, le cose hanno funzionato così, anche se tutti sapevano che, in molti casi, questo “processo” non era giusto per niente. Ma che alternativa c’era? Guerre infinite con spreco di soldi e soldati? E poi i più deboli, quelli che non avevano soldi e soldati, lo preferivano di gran lunga: con il “processo” avevano una possibilità; in uno scontro violento avrebbero perso di sicuro.

Questo film dovrebbe far capire una cosa importante: “processo” e “giustizia” non sempre coincidono; però del “processo” non si può fare a meno, una soluzione ai conflitti diversa dal confronto fisico va trovata altrimenti la società si disgrega e muore. È per questo che è stato inventato il “processo”: i Tribunali distribuiscono torti e ragioni e irrogano sanzioni. Certo, quando questo lo faceva il Re, lo spazio per l’arbitrio e la sopraffazione era enorme; da quando lo fanno i Tribunali dei paesi democratici questo spazio è grandemente diminuito.

Ma questa evoluzione non ha fatto venir meno il problema di fondo: tra la “sentenza” e la “giustizia” non sempre c’è coincidenza. Una volta per via dell’arbitrio, ai nostri tempi anche (in qualche caso) e (talvolta) per via dell’errore di chi giudica. Però la necessità di risolvere i conflitti tra i cittadini e di perseguire i delitti con sistemi diversi dalla forza bruta è rimasta; e non è stata trovata una soluzione nuova. Abbiamo, oggi come ieri, bisogno del “processo”.

Una volta eliminato l’arbitrio, si è fatto il possibile per eliminare gli errori: leggi chiare e precise (bè…), più gradi di giudizio, garanzie processuali numerose (spesso efficaci solo per i cittadini ricchi che si possono permettere difese tecniche molto costose). Certo, tutto ciò non può garantire che errori non siano commessi. E quindi la diversità ontologica tra la “giustizia” e la “sentenza”, che poi vuol dire tra la “verità sostanziale” e la “verità processuale”, è rimasta. E però, più di questo non si può fare, un sistema diverso non c’è, le “sentenze”, “giuste” o “sbagliate” che siano, sono l’unico modo di regolamentare i rapporti tra i cittadini.

Naturalmente ci sono errori ed errori. Alcuni sono evidenti e incontestabili (Tizio è condannato per rapina perché, dice il giudice, il testimone X lo ha riconosciuto; ma non è vero, negli atti processuali non c’è traccia di questo testimone; oppure costui non ha mai detto di aver riconosciuto Tizio).

In questi casi il sistema è strutturato in modo da permettere l’eliminazione del-l’errore nei gradi successivi. Altre volte però l’errore è inevitabile: tre testimoni dicono di aver riconosciuto Tizio mentre faceva la rapina; si sbagliano tutti ma, in mancanza di altri elementi – un alibi, altri testimoni che dicono il contrario – come si fa a saperlo? E altre volte è opinabile: alcuni testimoni dicono una cosa e altri dicono il contrario, si tratta di valutare chi è credibile; un giudice crede ai primi (e motiva perché) e un altro crede ai secondi (e anche lui motiva perché); uno dei due sicuramente sbaglia, ma quale? Ecco, questi sono proprio i casi in cui “processo” e “giustizia” possono divergere; in cui la verità sostanziale e quella processuale non coincidono. E si può arrivare a una sentenza sbagliata.

CHE SI PUÒ FARE? Niente. Si seguono le regole, si va avanti in tutti i gradi di giudizio e si accetta la sentenza definitiva. Che, attenzione, può essere proprio quella sbagliata, magari l’errore lo commettono proprio gli ultimi giudici: assolvono un colpevole o condannano un innocente, danno ragione a chi non ce l’ha. Si sono sbagliati. Ma non c’è niente da fare, non ci sono alternative. Non si può eliminare il processo per evitare gli errori, non si può affidare la soluzione dei conflitti alla legge della forza.

NATURALMENTE si possono punire i giudici che commettono errori, così la prossima volta staranno più attenti. Anzi, se si tratta proprio di errori marchiani, li si caccia. Ma come si fa a sapere quali sono gli errori? Alcune volte si può (pensate al giudice che dice che il testimone X ha riconosciuto Caio e non è vero) ma la maggior parte delle volte è impossibile saperlo. Pensate a sentenze diverse sullo stesso caso: i giudici di primo grado hanno assolto, quelli di secondo grado hanno condannato (o viceversa). Uno dei due ha sbagliato: quale?

Ecco perché lo sdegno per Tortora arrestato, condannato in primo grado e assolto in appello; o per Scaglia, arrestato durante le indagini e assolto in primo grado (e non sappiamo che succederà nei gradi successivi), è irragionevole. Ognuno può avere le sue opinioni sulla “verità sostanziale” e quindi attribuire la responsabilità del-l’errore a quei giudici che l’hanno pensata diversamente da lui. Ma bisognerebbe avere buon senso e obiettività: e se sono io a sbagliarmi? Se avevano ragione i giudici di primo grado che condannarono Tortora? O i pm e i gip che arrestarono Scaglia? E torto quegli altri?

Accontentiamoci di escludere corruzione, inimicizie o amicizie con le parti del processo, stupidità totale (casi nei quali il giudice è rimosso e si ricomincia da capo); e, per il resto, accettiamo i limiti dell’uomo: la verità rivelata è per i credenti.



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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)