"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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martedì 25 giugno 2019

"E quando mangeremo gli spaghetti toglieremo la bottiglia del latte dal tavolo"



Nei tanti anni, nell’arco di una vita si ha modo di incontrare moltitudini di genti. Tante, ma proprio tante persone.
Ci si rapporta con molti e le eventuali frequentazioni portano a conoscere più approfonditamente umanità diverse.
Forse anche per necessità di sopravvivenza, in qualche modo tentiamo di evitare e possibilmente rimuovere dai ricordi, i personaggi negativi che inevitabilmente s’incrociano. 
Taluni poi, sembra che la negatività se la portino dentro e inducono a temere il rischio di un possibile contagio.
Come tanti, ho avuto anche modo di conoscere - e fortunatamente continuo ancora a incontrare - bella gente, di spessore, dotata di umanità a tutto tondo, splendide figure (usando un aggettivo qualificativo del quale spesso abuso), che racchiudono nell’intimo grandi positività, che, spesso, sanno pure comunicare e trasmettere - con semplicità ed in modo diretto - il loro modo d’essere e di intendere la vita.
Soggetti generosi che con la loro intelligenza ogni volta sanno sempre ben leggere i referenti di turno, per porsi davanti a loro senza in alcun modo atteggiarsi, ostentare borie, supponenze, cialtronerie o altri strani stupidi diffusi atteggiamenti.
Individui che si adattano all'interlocutore cercando di metterlo a proprio agio, aiutandolo nel caso ad esprimersi nel dialogo, perché sanno che le fonti di conoscenza sono infinite e che nell'altro, fosse anche il più umile dei soggetti, ci sarà sempre qualcosa da carpire e magari da poter apprendere.
La prolissa premessa è utile per introdurre quanto si vuole proporre nel voler mettere l’attenzione su email recentemente incrociate fra amici.
Anche se sarà facile individuare i soggetti  della corrispondenza preventivamente autorizzata da entrambi i mittenti, si vuole semplicemente renderne pubblico il gradevole contenuto.
Un'ultima cosa rimane da precisare e cioè che l'argomento in oggetto era imperniato sul: “cazzeggio”. Volando liberi nel mondo delle idee e delle parole. Buona lettura.


“In gergo, s’incassano i pugni e le mie parole tali non possono e non devono essere considerate. 
Carezze, semmai, come le definizioni che Walker Evans dava alle sue realizzazioni fotografiche: “carezze fatte al mondo”.
Caro Toti,
proprio tu mi provochi per uscire dal “cazzeggio”?
Il sottoscritto non è mai uscito da quel recinto. 
Sarebbe come uscire dalla poesia e fare prosa, dalla religione e fare teologia, dal vagabondare  e restare ad un semplice camminare, dal vedere e capire solo il guardare, dall’errare e ringraziare qualcuno o qualcosa per aver sbagliato strada.
Questa progressione di “infiniti presenti” (e sottolineo se non bastassero le virgolette) me la impongo per mascherare la presunzione intellettuale del mio “personalissimo cazzeggio”. 
Se così non mi comportassi non potrei sorridere serenamente davanti al tuo: e tu mi scrivi perchè io sorrida.
Quasi due secoli di fotografia non sono stati sufficienti a rispondere alle tue domande. Questo accade perchè l’accumulo di cultura (inteso come crescita e curiosità) non è altro che un laboratorio inarrestabile di produzione di domande. E allora?
Proverò quando avrò un’idea “cazzeggiante” per risponderti. Per ora accontentati di un consiglio di lettura (che magari hai già accolto e digerito):
- Geoffrey Batchen, “Un desiderio ardente, Alle origini della fotografia”, 2014, ed. Johan Levi. 
Attento a quelle parole: Desiderio, ardente, origini (libro senz’altro bello ma dalla fortuna editoriale spropositata.
Per quanto mi riguarda, per adesso, e per il nostro futuro epistolare, ne attenzione solo una riflettendo sull’etimo: PRO – VOCARE.
by pip
N.B.: e quando mangeremo gli spaghetti toglieremo la bottiglia del latte dal tavolo.”

L’email a cui l’amico risponde è:

“Nel film un Americano a Roma ad un certo punto Alberto Sordi davanti ad un piatto di spaghetti, dopo aver scartato con disgusto cibarie all’americana, dice più o meno “spaghetti, mi avete provocato e mò ve magno”.
Alla stessa maniera, visto che mi hai provocato con la tua ultima risposta ….. io non te posso magnà, ma provocare si!
E allora ti lancio un insieme di dubbi, ipotesi, teorie, che sicuramente susciteranno in te una certa ilarità per l’ingenuità con la quale vengono proposte, ma che certamente ti attrarranno e susciteranno un effetto “rimbalzo”.
Sono curioso di leggere la tua risposta. Ciao e una buona giornata.

Essere o non essere, questo è il problema.
Perché fotografiamo? Qual’è la molla che ci spinge? Cosa vogliamo veramente fare attraverso uno scatto? Qual è l’attesa che ci pervade, cosa vorremmo vedere nell’immagine catturata? Quanto è importante la fotografia per noi stessi? Quanto c’è di autonomia/emulazione nei nostri scatti fotografici? Quanto vogliamo, al di là della estetica vanesia, che gli altri leggano di noi stessi nelle nostre proposte fotografiche? Come raccontare/trasmettere le emozioni che ci pervadono nelle letture fotografiche immortalate in un click? Perché la partecipazione alle competizioni fotografiche possono diventare perversione o una forma di dipendenza? Com’è da intendere un successo fotografico e vivere l’eventuale occasionalità come un fatto normale. Come evitare ubriacature vivendo nella stratosfera degli intellettuali o presunti tali? Come accorgersi di voler dire qualcosa ricorrendo, in questo caso, alle opportunità che può offrire la fotografia? Quanto voglia di possesso c’è nel nostro modo di fotografare? Quanta poesia può esprimersi in uno scatto? Cosa manca in una immagine che non dice nulla? Quanto l’umore incide nel modo di fotografare? Che ruolo ha il caso? Perché la concentrazione non è indispensabile nel fare reportage? Quante letture presuppongono metodologia consolidate di racconto? Chi è il fotografo? Chi è un artista? Rapporto tempo e spazio nell’arte fotografica. Quali i limiti e i confini?”


Quella dimenticanza "morale" di Berlinguer


Sull’onda della corruzione della Magistratura –perfino della Magistratura- è tornata all’onor del giorno la “questione morale” e si dice e si scrive che Enrico Berlinguer, allora segretario del Pci, fu il primo a porla, legandola allo strapotere assunto dai partiti, nella famosa intervista del luglio 1981 a Scalfari. Per la verità Berlinguer non fu il primo. Già nel 1960, cioè vent’anni prima di Berlinguer, Cesare Merzagora in un vibrante discorso al Senato, di cui era presidente, aveva denunciato che la democrazia stava trasformandosi in partitocrazia, con annessa e inevitabile corruzione, e lo stesso aveva fatto nel medesimo anno il grande giurista Giuseppe Maranini. Cosa diceva Berlinguer in quell’intervista a Scalfari? “I partiti… sono macchine di potere e di clientela…Gestiscono interessi, i più disparati, i più contradditori, talvolta anche loschi…sono federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un ‘boss’ e dei ‘sotto-boss’…i partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni, a partire dal governo”. E ancora: ”Hanno occupato gli enti locali, gli enti previdenziali, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali”. E concludeva: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, con la guerra per bande”. Un discorso ineccepibile. All’apparenza. 
Nel 1983 in una “Lettera aperta a Claudio Martelli”, allora il più importante leader socialista dopo Bettino Craxi, scrivevo sul Giorno, che non poteva certamente essere accusato di ostilità nei confronti dei partiti di governo, Dc e Psi in testa: “Non c’è angolo della nostra vita pubblica e privata che non sia occupato dai partiti i quali, debordando dalla loro sede naturale, il Parlamento, hanno lottizzato, oltre al governo, alla presidenza della Repubblica, alle Regioni, alle Province, ai Comuni, anche l’industria pubblica, il parastato, la burocrazia, le forze armate, la magistratura, le banche, gli ospedali, l’università, le grandi compagnie di assicurazione, le camere di commercio, gli appalti, la Rai Tv, i giornali, le aziende municipalizzate, le Spa comunali, gli enti culturali, gli Iacp, i porti, le terme, le mostre, le aziende di soggiorno, gli acquedotti, i teatri, i conservatori, le casse mutue, le unità sanitarie locali, i tranvieri, i vigili urbani, gli spazzini, gli urbanisti, gli architetti, gli ingegneri e, infine, anche i corpi di ballo, le soliste e i primi ballerini”. Uno scritto che sembra pantografato sulle parole di Berlinguer. Ma fra i due discorsi, a parte l’importanza dei personaggi in campo, corre una differenza. Sostanziale. Quale? Berlinguer dimenticava disinvoltamente, molto disinvoltamente, di essere segretario di un partito, il Pci, che era parte integrante di quella partitocrazia di cui denunciava il clientelismo e la corruzione, a cui partecipava come tutte le altre formazioni politiche, ma le riferiva solo alla Dc, al Psi, alle frattaglie repubblicane e liberali (“occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi”). Insomma si tirava fuori, sorvolando tra l’altro che il Pci riceveva cospicui finanziamenti dall’Unione Sovietica (la Dc e il Psdi dagli americani) uno Stato apertamente nemico delle democrazie occidentali e che ricevere quattrini dall’Urss poteva essere considerato “alto tradimento”. Il buon Zingaretti è quindi figlio di quel Pci, partitocratico e clientelare come tutti gli altri, e non può perciò essere accusato di proseguirne, sia pur con qualche resistenza, se non la politica certamente la stessa immorale moralità.  

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 21 giugno 2019)

lunedì 24 giugno 2019

Lettera ad un giovane fotografo di Pippo Pappalardo


In risposta a una mia email, Pippo riesce sempre a sorprendere, quindi pubblico un articolo che appare sempreterno e che ho riletto con sempre vivo interesse.

Il solo nuovo testo aggiunto in risposta è ....... Quand’ero saggio e equilibrato; “e meno gonfio”:

Lettera ad un giovane fotografo di Pippo Pappalardo
 
Egregio Signore,
la vostra lettera mi ha raggiunto solo qualche giorno fa. Voglio ringraziarvi per la sua grande e cara fiducia. Poco più posso. Non posso entrare e diffondermi sulla natura delle vostre fotografie; ché ogni intenzione critica è troppo remota da me. Nulla può tanto poco toccare un’opera d’arte quanto un discorso critico: si arriva per quella via a sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono afferrare o dire tutte come ci si vorrebbe di solito far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutte sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura.

Premesso questo punto, vi posso ancora soltanto dire che le vostre fotografie non hanno un loro proprio stile, ma sommessi e coperti avvii a un accento personale. Più chiaro che altrove l’avverto nell’ultima fotografia “la mia anima”. Ivi qualcosa di proprio vuol giungere ad una sua espressione. E nella bella fotografia “a Leopardi” cresce forse una sorta di affinità con quel grande solitario. Tuttavia non sono ancora le vostre fotografie cose per sé, indipendenti, neppure l’ultima né quella al Leopardi. La vostra benevola lettera, che le ha accompagnate, non manca di chiarirmi qualche difetto, ch’io ho sentito guardando le vostre fotografie, senza tuttavia poterlo designare per nome.

Voi domandate se le vostre fotografie siano buone. Lo domandate a me. L’avete prima domandato ad altri. Le spedite a riviste. Le paragonate con altre fotografie e v’inquietate se talune redazioni rifiutano i vostri tentativi. Ora (poiché voi mi avete permesso di consigliarvi) vi prego di abbandonare tutto questo. Voi guardate fuori, verso l’esterno e questo soprattutto voi non dovreste ora fare. Nessuno vi può consigliare ed aiutare, nessuno. C’è una sola via. Penetrare in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a fotografare; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di fotografare.

Questo anzitutto: domandatevi nell’ora silenziosa della vostra notte: “devo” io fotografare? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice “debbo”, allora edificate la vostra vita secondo questa necessità.

La vostra vita fin dentro la sua più indifferente e minima ora deve farsi segno e testimonio di questo impulso. Poi avvicinatevi alla natura. Tentate come un primo uomo al mondo di dire quello che vedete e vivete e amate e perdete.

Non fotografate volti e paesaggi, evitate all’inizio le forme troppo correnti e abituali: sono esse le più difficili, perché occorre una grande e già matura forza a dar qualcosa di proprio dove si offrono in gran numero buone tradizioni, anzi splendide in parte. Perciò salvatevi dai motivi generali in quelli che la vostra vita quotidiana vi offre; raffigurate le vostre tristezze, e nostalgie, i pensieri passeggeri e la fede in qualche bellezza, raffigurate tutto questo con intima, tranquilla, umile sincerità e usate, per esprimervi, le cose che vi  circondano, le immagini dei vostri sogni e gli oggetti della vostra memoria. Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate; accusate voi stesso, che non siete assai fotografo da evocarne la ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà  né luoghi poveri e indifferenti.

E se anche foste in un carcere, le cui pareti non lasciassero filtrare alcuno dei rumori del mondo fino ai vostri sensi, non avreste ancora sempre la vostra infanzia, questa ricchezza preziosa, regale, questo tesoro dei ricordi?

Rivolgete in quella parte la vostra attenzione. Tentate di risollevare le sensazioni sommerse di quel vasto passato; la vostra personalità si confermerà, la vostra solitudine s’amplierà e diverrà una dimora avvolta in un lume di crepuscolo, oltre cui passa lontano il rumore degli altri. E se da questo viaggio all’interno, da quest’immersione nel proprio mondo giungono immagini fotografiche, allora non penserete ad interrogare alcuno se siano buone immagini fotografiche; né tenterete d’interessare per questi lavori le riviste: ché in loro vedrete il vostro caro possesso naturale, una parte ed una voce della vostra vita.

Un’opera d’arte è buona, s’è nata da necessità. In questa maniera della sua origine risiede il suo giudizio: non ve n’è altro.

Perciò, egregio signore, io non vi so dare altro consiglio che questo: penetrare in voi stesso e provare le profondità in cui balza la vostra vita; alla sua fonte troverete voi la risposta alla domanda se “dobbiate” creare. Accoglietela come suona, senza perdervi in interpretazioni.

Forse si dimostrerà che siete chiamato all’arte. Allora assumetevi tale sorte e portatela, col suo peso e la sua grandezza, senza mai chiedere il compenso, che potrebbe venir di fuori. Ché il  creatore dev’essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura, cui s’è alleato.

Ma forse anche dopo questa discesa in voi stesso e nella vostra solitudine dovrete rinunciare a divenire fotografo; (basta come ho detto, sentire che si potrebbe vivere senza fotografare, per non averne più il diritto). Ma anche allora questa immersione, di cui vi prego, non sarà stata invano.

La vostra vita di lì innanzi troverà senza dubbio vie proprie, e che vogliano essere buone, ricche, e vaste, questo io ve lo auguro più che non possa dire.
Che vi debbo ancora dire?

A me tutto sembra accentuato secondo il suo merito; e infine volevo consigliarvi ancora solo di sostenere lo sviluppo calmo e serio; non lo potete disturbare più violentemente che se guardate fuori ed attendete di fuori risposta a domande, cui può forse rispondere solo il vostro più intimo sentimento nella vostra ora più sommessa. (Omissis)

Vi rimando insieme le fotografie che amichevolmente m’avete voluto confidare. E vi ringrazio ancora per la grandezza e cordialità della vostra fiducia, di cui ho tentato di rendermi un po’ più degno di quello che io, come estraneo, realmente non sia, con questa risposta sincera, data secondo la migliore coscienza.

Con ogni devozione e simpatia

        Rainer Maria Rilke
 
Il superiore testo riporta fedelmente la prima delle lettere che Rilke inviò al giovane scrittore Kappus. Io, Pippo Pappalardo, mi sono ignobilmente permesso una modesta parafrasi sostituendo soltanto le parole versi, poesia o scrivere, con fotografia, fotografare. Chiedo perdono a tutti gli amanti della poesia ma ho pensato di far cosa utile ai fotografi."

(Pubblicato su ACAF - Associazione Catanese Amatori Fotografia)


sabato 8 giugno 2019

Massimo Fini. "Giustizia: il "marasma senile" rovina una storia anche buona".


Il Fatto ha dato un grande spazio allo scandalo che per comodità chiameremo “Palamara” ma che in realtà coinvolge l’intero sistema giudiziario. Ed è comprensibile per l’importanza che hanno in uno Stato di diritto l’indipendenza e la credibilità della Magistratura che la nostra Costituzione, dopo l’esperienza fascista, volle indipendente da ogni altro potere. Per non farne però un organo lontano dalla società i nostri Padri costituenti vollero che il Csm, da cui dipendono “le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”,  fosse composto per due terzi da giudici ‘togati’, cioè  da magistrati, e per un terzo dai cosiddetti ‘laici’ scelti dal Parlamento fra “professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio”. Furono ingenui i nostri Padri costituenti perché non potevano immaginare la presa che i partiti avrebbero assunto nella società per cui questi stessi partiti immisero nel Csm ‘laici’ non per la loro esperienza in campo giudiziario ma per la loro dipendenza da l’una o dall’altra formazione politica. E questo è stato il primo tarlo che ha cominciato a corrodere la Magistratura italiana nell’era repubblicana. 
E qui bisogna fare un passo indietro. La storia della nostra Magistratura dopo l’unificazione del Paese è, sostanzialmente, una buona storia. I magistrati erano talmente gelosi della propria indipendenza, considerando il loro lavoro più che una professione una vocazione, che il fascismo non riuscì a piegarli ai suoi fini e dovette ricorrere ai Tribunali Speciali. Erano altri tempi. Altri uomini. Mi ricordo un bell’articolo di Salvatore Scarpino dove raccontava l’isolamento dei magistrati nella cittadina dove era nato, Cosenza, che limitavano al massimo le proprie frequentazioni sociali per non dare adito a dubbi sulla loro attività. 
Nel dopoguerra, dopo una prima fase di euforia generale dovuta alla ricostruzione e con uomini politici di notevole spessore perché forgiati da quel conflitto, la nostra classe dirigente comincia a corrompersi e per uscire indenne dalle proprie malefatte cerca di mettere le mani anche sulla Magistratura. Tentativo in buona parte riuscito. Tutti ricordiamo che il Tribunale di Roma, cui erano affidati i processi più scottanti, era chiamato “il porto delle nebbie” per la sua abilità nell’insabbiarli. Ma attraverso l’istituto dell’avocazione, cioè la possibilità del Procuratore capo da cui dipendono i Pubblici ministeri, molte istruttorie venivano tolte ai titolari perché non ficcassero troppo il naso in vicende delicate. E questo accadeva non solo a Roma ma in Procure di città anche meno importanti. Di fatto la classe dirigente, politica e imprenditoriale, si era assicurata, salvo rari casi, l’impunità. Il momento del riscatto venne con Mani Pulite. Mani Pulite è frutto di un avvenimento storico estraneo al nostro Paese ma che vi ha inciso profondamente: il collasso dell’Unione Sovietica. I voti dei cittadini non più costretti a votare Democrazia cristiana perché il pericolo comunista non esisteva più (il “turatevi il naso” di Montanelli) si diressero verso un movimento nuovo e sostanzialmente antipartitocratico, la Lega di Umberto Bossi. Cioè nasceva finalmente un vero partito di opposizione, in quanto quello ufficiale, rappresentato dal Pci, si era consociato con la Dc e ne condivideva sostanzialmente gli interessi, anche nell’ambito dell’autodifesa della classe dirigente dalla Magistratura. 
Con la Lega in campo simili sporchi giochetti non erano più possibili. La Lega liberò le mani ai magistrati milanesi che per la prima volta nella storia repubblicana poterono richiamare la classe dirigente, politica e imprenditoriale, al rispetto di quella legge cui noi cittadini, diciamo così, normali, siamo obbligati. Non ci furono e non ci sono ombre sui componenti di quel formidabile pool, dal Procuratore capo Francesco Saverio Borrelli a Ilda Boccassini a Piercamillo Davigo a Gherardo Colombo e allo stesso Antonio Di Pietro, particolarmente bersagliato, soprattutto dal mondo berlusconiano allora vincente, e sottoposto a sette processi da cui è uscito regolarmente assolto. Fu l’ultima stagione in cui noi cittadini, perlomeno quelli, diciamo così, normali, potemmo avere piena fiducia nella Magistratura. Ma l’illusione durò poco. Nel giro di pochissimi anni, con l’appoggio dell’intera stampa nazionale, e non solo di quella berlusconiana, i magistrati divennero i veri colpevoli e i ladri le vittime e spesso, proprio attraverso il Csm zeppo di politici mascherati da professionisti dello ‘iure’, giudici dei loro giudici. Fu un segnale. Decisivo per la nostra storia successiva. Era un ‘liberi tutti’ per la corruzione di lorsignori che poi, discendendo giù per gli rami, ha finito per coinvolgere anche noi cittadini, diciamo così, normali. Inoltre la corruzione, morale e non solo, si è incistata negli altri corpi istituzionali, non solo nella Magistratura, finendo per sfiorare anche le Forze Armate dove circola un’aria di insubordinazione. Non si era mai visto che un ministro della Difesa, in questo caso Elisabetta Trenta, fosse messo sotto accusa da importanti generali che sia pur da poco pensionati evidentemente respirano qualche cosa che bolle in pentola nelle nostre Forze Armate. Non si capisce come il nostro Paese possa uscire da una simile confusione generale che assomiglia molto a quello che in termini psichiatrici si chiama “marasma senile”. 

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2019)


domenica 2 giugno 2019

Fotografie




Quante volte ci capita di camminare distratti per strada, ripensando ad accadimenti appena occorsi, ripercorrendo la dinamica di fatti per gestire decisioni. In questi casi i passi si susseguono normalmente in forma automatica, con il pensiero che vaga, e succede di procedere senza guardare, senza riuscire quasi a vedere, camminando per l’appunto senza particolare attenzione. 
Ma l’occhio della mente però è sempre attento e cattura le particolarità anche in una forma inconscia e succede che, dopo aver registrato un’immagine appena vista, una elaborazione del cervello ci induce a tornare indietro, per porre maggiore attenzione a un segnale che ha catturato. 
L’atro giorno mi è capitato di trovarmi in uno stato d’animo come quello sopra descritto e procedendo per il mio percorso lo sguardo è caduto su una piccola immagine abbandonata per terra, probabilmente caduta distrattamente, forse nella necessità di prendere affrettatamente un qualcosa da un portafogli durante una interlocuzione con altri. 
Nello specifico la foto in argomento è quella che introduce a questo scritto e l’ho raccattata lungo un marciapiede assai transitato, nei pressi di un mercato popolare di Palermo, quasi adiacente al palazzo di giustizia. 
Si tratta della fototessera che ritrae un soggetto a me del tutto sconosciuto e rappresentato da un volto giovanile. 
Era un po’ malridotta, poiché era stata in precedenza calpestata da altri passanti – forse anch’essi distratti come me - che magari non l’avevano neanche notata o che, come avevo in un primo momento fatto anch’io, l’avevano intravista ma erano passati oltre indifferenti, non ritenendo utile soffermarsi a raccoglierla. 
Tornando sui miei passi l’ho sollevata dalla polvere per il rispetto che, secondo me, merita ogni fotografia che ritrae qualcuno, in quanto testimonianza del tempo, perché rappresenta comunque una traccia fissata nella storia, che merita di rivivere comunque in un album che raccoglie ricordi. 
Osservandola con maggiore attenzione, mi ritrovo ora fra le mani la fotografia di un giovane che immagino oggi assai più maturo e così mi ripassa nella mente uno vecchio scritto che recitava ……. “Fotografie: l’immagine di un momento che nel tempo muta fissa un reale destinato al ricordo. Paesaggi, volti, avventure, scene di vita, tante tessere destinate al domani per riportare alla mente la tua vita vissuta. E rivivrai quei momenti colorati col tempo con tinte diverse di colori pastello, forse dissimili da ciò che le immagini fanno intuire e ti accorgerai che la vita è piena di ricordi, anche se la mente ti sembra vuota del tutto”. 

Buona luce a tutti!

© Essec


Massimo Fini: "Col M5S perde la politica sociale"


A furia di osservare il mostro si finisce per assomigliargli. Lo notavo nei commenti che ieri Il Fatto ha affidato ad alcuni intellettuali noti per la loro indipendenza e nello stesso editoriale del direttore, Marco Travaglio. Tutti, a parte Daniela Ranieri, parlavano in stretto politichese con un linguaggio estrapolato dalla politique politicienne, elaboravano strategie. Più che intellettuali o giornalisti sembravano dei segretari di partito. Nessuno, mi pare, ha notato che queste elezioni europee hanno segnato l’ennesima sconfitta del socialismo, in Italia ma anche in Europa. Nel nostro Paese gli unici ad avere un programma sociale erano e sono i grillini (poiché nel Pd, abbia il 18 o il 20 o il 40 % di sociale non c’è più nulla- “D’Alema di’ qualcosa di sinistra. Di’ qualcosa”, Nanni Moretti). Naturalmente, per sua natura, un programma sociale per realizzarsi ha bisogno di tempo, non ha l’immediatezza delle facili invettive contro gli immigrati e le immigrazioni. E questo programma i Cinque Stelle avevano provato a metterlo in atto con alcune misure, solamente iniziali ma già piuttosto concrete. Ma sono stati stoppati sul posto. La loro ostilità nei confronti delle grandi opere delle infrastrutture ha un doppio significato. E’ notorio, anzi è storico, che più un Paese si modernizza più si allarga la forbice fra i ceti ricchi e quelli poveri. Inoltre per salvare l’ambiente non bisogna aumentare, ma diminuire la produttività e con essa i consumi. Le manifestazioni per l’ambiente con ragazzette tipo Greta Thunberg hanno un significato solo folcloristico se non si è disposti a pagarne i duri prezzi nel campo della produzione e del consumo. Non si può avere nello stesso tempo la botte piena e la moglie ubriaca. 
Ma, a parte la Spagna, queste elezioni hanno mostrato che il socialismo arretra in tutta Europa. Fuori dal Vecchio Continente, attraverso Donald Trump, il bolivarismo chavista, cioè la forma che il socialismo aveva preso in Sudamerica, verrà spazzato via dal Venezuela, dalla Bolivia, dopo aver subìto la stessa sorte nel Brasile di Lula e della Rousseff. E’ l’ora dei Bolsonaro. E così continueremo a vivere in un modello di sviluppo che ho definito “paranoico” che oltraggia sempre di più gli “umiliati e offesi”, senza più alcuna difesa, e riesce anche nell’impresa di far viver male, esistenzialmente, chi sta economicamente bene (negli Stati Uniti, il Paese per ora ancora dominante e più ricco, oltre il 60% degli abitanti fa uso abituale di psicofarmaci, cioè è gente che non vive bene nella propria pelle). Le parole del Papa cattolico, che in qualche modo cerca di opporsi a questa deriva, non contano più nulla. E il crocefisso esibito da Matteo Salvini ne è la clamorosa e penosa dimostrazione.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2019)

venerdì 26 aprile 2019

ISTRUZIONI PER DIVENTARE FASCISTI - Fascista è chi il fascista fa.



Per chi ha generalmente verso la lettura un approccio aperto, le conclusioni del libro non lo prenderanno alla sprovvista.
Infatti, chi non ha mai optato o semplicemente pensato di applicare un “metodo fascista” per facilitare disciplina o accelerare una certa efficacia decisionale?
Con abilità eccelsa Michela Murgia, ha saputo realizzare con questo suo piccolo libro un gioiello che, con tante sfaccettature, rivela le variegate purezze presenti in un diamante.
Ciascuno potrà qui sicuramente riscontrare punti di vista personali e costatare come il fenomeno sia molto più comune e intrinseco al modo d’agire umano di quanto si possa solo lontanamente immaginare.
Non valgono, nel caso, le ideologie pubbliche professate per nascondere istinti complessi che caratterizzano il nostro modo di essere.
Nelle conclusioni, viene altresì proposto un questionario apparentemente “leggiadro” che, nella schematica valutazione dei risultati, analizza le nostre convinzioni dimostrando, senza sconto e con una buone dose di ironia, l’eterna verità che è quella che spesso “il re è nudo”.
Un’applicazione estesa offrirebbe la possibilità di far conoscere la radiografia nitida della propria anima.
La cosa alimenta un dubbio, cioè se la scarsa attenzione e il poco eco prodotto dal libro possa essere stato influenzato dalla singolare conclusione e dall’imbarazzo che potrebbe ingenerare in molti. Chissa?
Non so se sono riuscito a incuriosire abbastanza il potenziale lettore, per indurlo a procurarsene una copia.
Potrebbe risultare un modo utile per riconoscere, tanti personaggi, tanti soggetti vicini che ci accompagnano nel quotidiano o per rivedere, correggendoci, certi nostri inconsci modi di essere o, più semplicemente, occasione di pensosa ilarità.

 © Essec


venerdì 19 aprile 2019

Massimo Fini: "Ora che Berlusconi affonda, i topi fuggono"


Sul Fatto del 15/4 Antonello Caporale fa un divertente elenco dei transfughi di Forza Italia che lasciano ‘in articulo mortis’ Silvio Berlusconi cercando un approdo più o meno sicuro nella Lega o dalla Meloni. Fra i più noti ci sono Elisabetta Gardini, Denis Verdini, Vittorio Sgarbi, Paolo Bonaiuti, seguiti da una serqua di consiglieri regionali, comunali e altri che hanno incarichi di rilievo in quel partito. Caporale nota che fra coloro che hanno disertato e che si vergognano un po’ di questo voltafaccia, l’ipocrita formula di rito è: “Lascio Forza Italia dopo una lunga e dolorosa riflessione”. 
Una menzione speciale fra questi voltagabbana meritano Bonaiuti e Sgarbi. Quando lavoravo al Giorno negli anni 80, e Silvio Berlusconi non era ancora apparso sulla scena politica, il collega Bonaiuti era più a sinistra di Satanasso e io, per lui, naturalmente un “fascista”. Sotto le elezioni del 1996 la direttrice di Annabella mi chiese di fare un’intervista al Cavaliere. Gli accordi erano che avrei mandato delle domande scritte all’Ufficio stampa di Roma e poi mi sarei incontrato ad Arcore con Berlusconi. “Telefona al capo dell’Ufficio stampa”. Telefonai. Dall’altro capo del filo mi rispose proprio Paolo Bonaiuti. Ne rimasi un po’ stupito. “Ah, sei tu?” dissi un po’ sorpreso non avendo ancora percepito –siamo ancora all’inizio dell’esperienza berlusconiana- la slavina di trasformisti, di sinistra e di estrema sinistra, che in seguito sarebbe diventata una vera e propria valanga, che si stava attaccando alla giacca del Cavaliere. L’intervista poi non si fece perché Bonaiuti farfugliò su alcune domande che potevano mettere in imbarazzo il Cavaliere. Ma non fu questo che mi colpì, mi colpì l’assoluta disinvoltura di Bonaiuti che nemmeno con me, che conoscevo i suoi precedenti, si vergognava un po’. 
Comico è il pretesto preso da Vittorio Sgarbi per filarsela. Del resto in anni lontani Patrizia Brenner allora sua fidanzata e che lo conosceva bene mi aveva preavvertito: “Guarda che se Berlusconi dovesse vacillare di Vittorio si vedrà solo la polvere della sua fuga”. Qual è il pretesto preso da Sgarbi? Lo “schiaffo di Sutri” (parafrasando lo storico “schiaffo di Anagni”, noblesse oblige): aver disertato “per ben due volte” la cerimonia di intitolazione di un giardino alla madre dello stesso Berlusconi. Di Sutri Sgarbi, che come politico non ha mai combinato assolutamente nulla, è sindaco per meriti berlusconiani: l’aver attaccato per vent’anni, dalle tv del Biscione, nei modi più violenti e giuridicamente sgrammaticati, per star bassi, la Magistratura. Sutri è una cittadina di 6.000 abitanti. Come si può pretendere che un uomo di 83 anni, malato, che entra ed esce dagli ospedali, che ha ancora importanti impegni politici si sobbarchi un viaggio a Sutri per non offendere la ‘delicatezza’ di Sgarbi? 
I transfughi di oggi devono tutto a Silvio Berlusconi, onori, improbabili carriere, quattrini. A me fanno più ribrezzo di Berlusconi che nella sua più che ventennale avventura politica ha messo la propria enorme energia, gli altri sono solo dei parassiti che gli hanno succhiato il sangue. 
Sia chiaro che io non cambio una virgola di ciò che penso di Berlusconi, che proprio in questi giorni mi ha querelato per una dozzina di articoli che ho scritto su di lui, querela che se dovesse andare a buon fine mi ridurrebbe sul lastrico e forse al gabbio. Cosa, quest’ultima, che non mi dispiacerebbe poi tanto perché in un Paese dove Berlusconi è a piede libero il solo posto decente per una persona normalmente perbene è la galera. Ma i topi che lasciano la nave che affonda mi danno ancora più disgusto. Sto dalla parte di Alessandro Sallusti che da direttore del Giornale difende l’ultima ridotta berlusconiana, come i guerriglieri dell’Isis si sono difesi a Baghuz. Coraggio Alessandro, se si deve cadere, è molto più nobile e coraggioso cadere in piedi.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano,18 aprile 2019)

giovedì 18 aprile 2019

Teoria e pratica - Risultati operativi univoci e convergenti



Capita spesso di avere in testa un’idea creativa e il desiderio di realizzarla in qualche modo.
La problematica nasce eventualmente sulla metodologia attuativa, dalla scelta che verrà fatta nell'operare.
Non sempre l'approccio teorico razionale aiuta nella trasformazione di un’intuizione in un risultato corrispondente.
Chi incentra la creatività su una base esclusivamente teorica dovrà necessariamente conoscere le tecniche praticabili, dovrà cioè avere di certo cognizioni e una padronanza concettuale tale che gli consenta di modellare le opportunità possibili, che possono essere scelte per il raggiungimento di un risultato prefissato, magari non perfettamente delineato in ogni suo dettaglio ma di certo lucidamente immaginato.
Ricercatori e scienziati costituiscono un facile esempio al riguardo e la tenacia del loro operare molto spesso li premia, ma quanta fatica.
Parallelamente vive e vegeta l'intuizione nel saper leggere più semplicemente la realtà che accade.
Altri, infatti, basano la loro ricerca principalmente sull'osservazione, ponendosi come spettatori attivi e pronti a cogliere accadimenti che risaltano e rispondono a fantasie immaginate, a ipotesi di lavoro che corrispondono a delle loro attese.
Quanto fin qui detto può facilmente connotare l'approccio e il metodo adottato anche in fotografia.
Chi si pone su una posizione, tra virgolette, più professionale in genere si muove su modelli "progettuali" abbastanza rigidi e predefiniti, altri che agiscono in maniera più “leggera” (almeno apparentemente) basano tutto sulla ricerca intuitiva e nell'osservazione.
Il secondo metodo, sicuramente è aperto a molte soluzioni e prefigura una disponibilità assoluta a raccogliere opportunità che, ancorchè in qualche modo prevedibili o pilotabili, rimangono spesso sostanzialmente condizionate dal “caso”.
Still life, ritrattistica e paesaggistica costituiscono un classico esempio della metodologia pragmatico/scientifica, mentre reportage e streetphotography appartengono decisamente alla fascia che si richiama alla "indisciplina" creativa.
In entrambi i casi, le conoscenze tecniche la faranno sempre un po’ da padrone e le scelte di base o le intuizioni operative aiuteranno e condizioneranno fortemente qualunque risultato.
Senza alcun dubbio la strada perseguita si lega all'indole e alla sensibilità di ciascuno.
Ogni pratica potrà essere utile allo scopo, purchè si abbia una piena coscienza e consapevolezza del percorso, con tutti gli annessi e connessi.
Comunque i primi, che si “autoproclamano” professionisti, continueranno a guardare con sufficienza l’attività dei secondi, questi ultimi, a loro volta, vedranno come “fanatici ortodossi” i primi.
La cosa curiosa potrà essere quella di poi scoprire, magari in occasione di un contesto che li accomuna, dei risultati operativi univoci e convergenti; e questo al di là delle teorie preconcette e delle tecniche realizzative adottate. 
Dimostrazione pratica di come tutto faccia parte delle contraddizioni dialettiche "aprioristiche", che si dimostrano spesso fumose e solo fini a se stesse.
Disquisendo sull’argomento, l’amico G. mi faceva notare come l’osservazione attraverso il mirino possa condizionare i risultati. 
In particolare, a suo dire, come l’occhio dx riversi le informazioni al lobo cerebrale sx e viceversa, con le dovute conseguenze legate alle caratteristiche distinte e le specificità funzionali dei due lobi. 
Osservava pure il fatto che in “trance performativa” l’individuo si esprime sempre attraverso uno stato ancestrale, ricorrendo cioè a tutte quelle informazioni culturali accumulate nella corteccia del suo cervello.
In conclusione, quindi, sarei portato a dire, lasciamo a ciascuno piena libertà nell'esprimersi.
Ci sarà sempre qualcuno, che per fare una torta, avrà bisogno di rileggersi passo passo la solita ricetta che conosce a memoria, di pesare i dosaggi, di maneggiare e amalgamare gli elementi con scrupolosa attenzione e anche chi, con pratica e fantasia, riuscirà a realizzarne una altrettanto fragrante, seppur inventandosi un assemblaggio nuovo, con l'utilizzo degli elementi disponibili in quel momento.

Buona luce a tutti!

 © Essec


domenica 14 aprile 2019

Nino Pillitteri: "Attìa, à ccù apparténi?"



Attìa, à ccù apparténi? Me l’avranno chiesto mille volte, in paese, sconosciuti. A chi appartieni? Una specie di domanda obbligatoria per i nuovi arrivati in un luogo, appena arrivati dalla città in un improbabile paesetto di Sicilia. Una signora con le mani ai fianchi,  arrotolata nel suo grembiule. Si chiede la genìa, la famiglia di appartenenza. Si capiscono tante cose, il ceto sociale, lo status. 
Il quartiere in cui si vive, la situazione economica. Spesso mi dava fastidio. Dire chi ero, come a serbare un anonimato fittizio, fatto di niente. Volevo starmene per i fatti miei. E poi qualcuno mi chiedeva sempre: Attìà veni ccà,  à ccù apparténi? 
Ho iniziato questo pezzo su una foto della costa Nord siciliana che rappresenta la foce del fiume Oreto, il suo arrivo al Tirreno. Un luogo spesso dimenticato, non ci si va a passeggiare: pensa come sarebbe bello farlo… Su questo tratto di costa sono sbarcati i fenici, i greci, gli arabi e via dicendo. Migranti. Viaggiatori per diritto di nascita, per appartenenza ad un gruppo etnico. I fenici ad esempio, commerciando in tessuti, spezie e coloranti sbarcarono tante volte li. Il problema era la lingua naturalmente. 
Le dita delle mani aiutarono la comunicazione delle trattative economiche. Tutti abbiamo dieci dita. Si gettarono quindi le basi per la costituzione del Sistema Metrico decimale. Grande fermento sulle orme della circuitazione nel bacino del Mediterraneo di lingue e culture. Siamo tutti migranti, lo siamo sempre stati. Prova a chiedere ad un gruppo di persone se hanno dei parenti in qualche paese interno o costiero. 
A parte i flussi migratori moderni, quelli con i barconi per intenderci, l’uomo ha da sempre avuto la necessità di spostarsi da un luogo ad un altro. 
La transumanza come abitudine di spostare greggi in aree più verdeggianti non è che un esempio. Oggi assistiamo a fenomeni migratori complessi. È abitudine dei nostri ragazzi che studiano all’Università di frequentare corsi triennali in giro per l’Italia e completare gli studi attraverso progetti europei per una formazione che guarda all’inserimento sul campo del lavoro anche alla luce di esperienze conseguite in altri Paesi. 
Tempo fa, una ventina d’anni circa, mi piaceva fermare lavavetri dell’Est Europa, rumeni, polacchi chiedendo loro che tipo di formazione avessero. Rimanevamo a parlare di teoremi, dimostrazioni, modelli teorici sia matematici che fisici. Parecchi erano ingegneri, diversi architetti, alcuni medici. I nuovi arrivati oggi non possiedono una grande formazione accademica, questo è assodato ma possiedono una energia volitiva nella forza lavoro che i giovani nostri probabilmente non hanno, forse secondati da famiglie che li hanno troppo protetti e cullati con quelli che chiamo i biberon del consumismo. 
La mia ricerca fotografica parte dalla costa Nord siciliana e passa dal mercato di Ballarò dove giovani africani aprono saloni di barbiere. Si improvvisano mercati nel mercato, Suq improvvisati. Intere aree vengono affittate a ghanesi, altre ai Bangla. 
Nella zona di via del Ponticello, che ha ripreso la nomenclatura trilingue araba., latina ed ebraica, sono i bangla che prendono in affitto case ed esercizi commerciali. L’odore del curry o del mango chutney è inconfondibile. 
Via via che ci addentra verso il mercato i figli dell’Africa nera hanno ormai soppiantato i residenti che sono migrati verso quartieri più moderni e dove la speculazione edilizia degli anni ’70 ha creato nuove aree di sviluppo urbano. 
I Rom, di varie etnie peraltro, sono i migranti per antonomasia. I Gitani, girovaghi e senza fissa dimora popolano la zona Stadio e di Romagnolo a Palermo. La Stazione Centrale è la nostra China Town. 
Scendo verso l’interno della Sicilia e assisto a sbarchi di clandestini tra Sciacca e Ribera. Fotografo uomini di mezza età che cercano un futuro migliore attratti anche dalle nostre TV e da ciò che viene promesso. Arrivano qui si rendono ben presto conto delle difficoltà a trovare lavori anche umili o come raccoglitori nei campi e ben presto si spostano verso il Nord Eurpa. 
Il mio viaggio finisce a Ponte di Ferro, la foce del Belice, su quella bellissima spiaggia dove sorge un hotel che sembra una cattedrale in un deserto. Il viaggio inizia a Nord su un fiume che trova il mare con le sue storie di partenza e si conclude a Sud con un altro fiume che trova un altro mare, un nuovo orizzonte, sulle cui rive hanno vissuto i miei padri, i miei giganti: Archimede, Ibn Battuta, Cervantes e tanti altri. Ma tu à ccù apparténi?


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Nino Pillitteri, ha studiato Matematica presso il Dipartimento di Scienze di Palermo. Nel periodo del Dottorato di Ricerca presso l’Institut Mittag Leffler – Stoccolma ha incontrato nel 1984 la fotografa Cecilia Ahlqvist con cui ha allestito una camera oscura. Altre camere oscure ha organizzato a Palermo con Biagio Lenzitti e Peppe Puntarello. Ha fondato e diretto dal 2009 la rivista on line https://photo.webzoom.it. Collabora con il fotografo Salvo Fundarotto e lavora come free-lance per varie testate giornalistiche italiane ed estere come Demotix, Corbis image, pacificpressagency.com , photojournale.com, witnessjournal.com, azsalute.it, blastingnews.com. Ha vinto numerosi premi per servizi e inchieste fotografiche.

sabato 13 aprile 2019

Giovani, il nuovo proletariato italiano. Lo dicono i dati inediti di Istat.



I nuovi proletari? Sono i giovani. Perché a decidere chi sale e chi scende nella scala sociale è, sempre di più, l’appartenenza a una generazione. E i nati dopo il 1970 hanno più probabilità dei loro padri di muoversi verso il basso, scivolando verso lavori a bassa qualificazione e poco pagati. Insomma: l’ascensore sociale fermo è una leggenda, ma quando i passeggeri sono trentenni e quarantenni funziona al contrario. Se ai baby boomer di famiglia operaia bastava una laurea per avere buone chance di approdare alla classe media, diventando liberi professionisti o colletti bianchi, per i loro figli è più facile scendere a un piano inferiore rispetto a quello di partenza. 
A rivelarlo sono i risultati di quattro indagini Istat, l’ultima delle quali ancora inedita, esaminati dai sociologi Marzio Barbagli e Maurizio Pisati. Ve li raccontiamo nel nuovo numero di Fq Millennium, il mensile diretto da Peter Gomez in edicola da domani, dedicato alla “fine della borghesia”. A sorpresa, questi studi mostrano che la mobilità non è in calo, anzi. La novità è che per i giovani – ma nella categoria sono compresi pure gli ultraquarantenni – prevale quella discendente. E anche rimanere ai piani alti della piramide è diventato più difficile. Le conseguenze sono tutt’altro che marginali, perché l’appartenenza di classe non è affatto che un cimelio buono per la soffitta: continua ad avere un impatto diretto sul livello di benessere economico, sul rischio di disoccupazione, ma anche su condizioni di salute e aspettativa di vita. 
“Padri e madri di classe alta e media non riescono più a garantire ai figli un destino uguale al proprio”, commenta Antonio Schizzerotto, docente di Sociologia all’Università di Trento. Un paradosso tutto italiano, perché negli altri Paesi avanzati i posti di lavoro ad alta specializzazione, quelli che garantiscono redditi alti e spalancano le porte della borghesia, sono aumentati di pari passo con quelli poco qualificati. Così l’età di per sé ha finito per diventare “un fattore generativo di disuguaglianza”. Ovvero? “Un over 50 con un’occupazione intellettuale ha avuto un primo stipendio che oggi nessun nuovo assunto riceve e ha fatto una carriera che un giovane entrato con il contratto a termine probabilmente non riuscirà mai a fare, perché avrà un percorso discontinuo”. 
Lo dimostrano le storie di professionisti precari raccolte da Fq Millennium: architetti, avvocati, medici che lavorano a partita Iva e a fine mese, quando va bene, portano a casa 1.500 euro lordi. Circa 5 euro netti all’ora. Il cardiochirurgo che campa con le guardie mediche arriva a 16 euro netti, poco più di una colf in nero. 
Gli effetti si vedono nei dati che descrivono lo stato di salute della società italiana. Sul mensile ci aiuta a ricostruirli Linda Laura Sabbadini, pioniera delle statistiche sociali e di genere, che ha diretto il Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat fino a quando nel 2016 l’allora presidente Giorgio Alleva lo ha cancellato. “Rispetto a prima della crisi, il tasso di occupazione dei 25-34enni è diminuito di quasi dieci punti mentre quello degli over 50 saliva di 14. E abbiamo 500 mila giovani adulti tra i 30 e i 34 anni che non hanno mai lavorato: rischiano di diventare degli esclusi permanenti non solo dal lavoro, ma anche dalla possibilità di costruirsi una vita”. 
Il risultato è che l’incidenza della povertà oggi è molto più alta tra bambini e giovani che tra gli anziani. Un milione e 200 mila minorenni fanno parte di famiglie che non sono in grado di comprare beni e servizi indispensabili per una vita accettabile. “Un bambino che vive per anni in povertà”, avverte Sabbadini, “ha molte probabilità di restare povero da grande: accumulando svantaggi fin da piccolo vede ridursi le proprie chance di mobilità sociale”. E il circolo vizioso non si spezza.



venerdì 12 aprile 2019

Massimo Fini: "L'antifascismo snob contro i bis-bis-nipoti"


Nella sua rubrica L’Amaca, pubblicata da Repubblica, Michele Serra trova estremamente disdicevole, e quasi delittuoso, che Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia, abbia candidato alle Europee Caio Giulio Cesare Mussolini, bis-bis nipote del Duce. Il solo cognome lo manda in deliquio e anche sul nome arriccia il nasetto perché ricorda quella romanità cui il capo del fascismo si ispirava (se potesse, il Serra, metterebbe ai ceppi, riesumandolo, anche Cesare, quello vero di “alea iacta est!”). Più che steso tranquillamente su un’amaca Serra sembra seduto sui carboni ardenti e scrive: “Mussolini fu un dittatore, un razzista, un’icona del ridicolo e la rovina del suo popolo”. Che il fascismo sia stato una dittatura non è nemmeno il caso di ricordarlo, anche se meno spietata di quelle a lui contemporanee, ma portando pur sempre sulla coscienza il delitto Matteotti, l’assassinio, in Francia, dei fratelli Rosselli e lo spegnimento, intellettuale e fisico, in carcere di Antonio Gramsci, il fondatore del Partito comunista italiano.
Mussolini poi, a differenza di Francisco Franco, ebbe la gravissima responsabilità di entrare in guerra con un alleato con cui non ci saremmo dovuti alleare e di perderla con tutte le conseguenze che ciò ha comportato. Altrimenti sarebbe morto tranquillamente nel suo letto, come Franco, invece di essere giustamente fucilato e poi appeso per i piedi a Piazzale Loreto, insieme a Claretta Petacci, ai gerarchi, quelli responsabili, quelli meno responsabili e altri di nulla responsabili, in una delle pagine più vergognose della nostra Storia che fece orrore agli stessi vincitori americani che allora erano parecchio diversi da quello che sono oggi. Ma la potenza retorica dei discorsi di Mussolini, che affascinò decine di milioni di nostri progenitori, può apparire ridicola oggi che sono passati tre quarti di secolo dal suo apogeo, allora non lo era affatto (per vedere il ridicolo nella retorica di Michele Serra non dovremo aspettar tanto, ci basta leggerlo oggi). Né si può ridurre il Fascismo al ‘Male Assoluto’, come fa Michele Serra peraltro in degnissima compagnia. 
Il Fascismo, pur con tutti i suoi errori, e anche orrori, aveva in testa un’idea di Stato e di Nazione, che cercò di realizzare coerentemente. L’IRI, diventato nel dopoguerra un carrozzone democristiano, fu una risposta intelligente alla crisi del ’29, peraltro agevolata dal fatto che allora il mondo era molto meno ‘interconnesso’. La ‘battaglia del grano’ (che probabilmente Michele Serra trova ‘ridicola’) era il tentativo, lungimirante, di trovare un equilibrio fra l’avanzante industrialismo e l’agricoltura, suggestione che sarebbe di capitale importanza recuperare oggi che il capitalismo industriale e finanziario sta assassinando intere popolazioni. Del resto gli “anni del consenso” non me li sono inventati io. Michele Serra, che è un uomo colto, oltre che un uomo d’onore, avrà sicuramente letto Renzo De Felice e Denis Mack Smith. 
Scrivo queste cose con tranquilla coscienza perché mio padre, Benso Fini, si fece quindici anni di esilio a Parigi, soffrendo la fame e la povertà come gli altri, pochi, fuorusciti, in nome della libertà. Se avessi la mentalità da sbirro di Michele Serra andrei a controllare come si comportarono i suoi genitori e nonni durante il regime mussoliniano. Ma io non sono uno sbirro e l’obbiettivo del mio articolo è altro. Mi colpisce come a 75 anni dalla fine del regime fascista la sinistra radical chic e radical snob (“cuore a sinistra, portafoglio a destra”) si renda, essa sì, ridicola facendo il ponte isterico al solo sentir il nome di Mussolini, anche se di un bis-bis nipote. Vorrei ricordare a Michele Serra che nel dopoguerra, quando le lacerazioni del conflitto erano ancora sanguinanti, né Rachele Mussolini, né i figli del Duce, né Edda Ciano furono mai toccati, non solo per la generosa intercessione di quel grande uomo che è stato Pietro Nenni, ma perché la sinistra era ancora una cosa seria e, più in generale, la collettività italiana era meno imbarbarita di quanto lo sia oggi, nell’anno di grazia 2019. Fa specie che una persona che ha un passato e un presente professionale del tutto rispettabile (ufficiale di Marina e dirigente di Finmeccanica) come Caio Giulio Cesare Mussolini, sia messo alla gogna solo per il suo cognome, da Michele Serra e da tutti i Michele Serra che abitano il nostro Paese, dando così piena ragione a Mino Maccari: “I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2019)


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