"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che raccoglie i testi completi dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (se disponibili).

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venerdì 15 febbraio 2019

Matteo Renzi è fermo al 4 dicembre


Anche la presentazione del libro diventa uno spettacolo populista, che affoga la riflessione nei decibel di un comizio. L'Altra strada di Matteo Renzi è questo. Ciò che abbiamo visto finora: il Capo, un popolo sempre più stretto come una setta, nulla in mezzo. L'altra strada è l'opposizione come invettiva più che come alternativa, un progetto politico che non c'è, affogato in una acritica e parossistica riproposizione di sé, nel mito di un passato mitizzato e mai analizzato. Perché "l'autocritica" la fanno i comunisti. Ci mancava solo un bel vaffa: opposizione urlata, "cialtroni", "incompetenti", ancora "cialtroni", battutismo esasperato – massì, diciamolo – quasi grillina del metodo, compiaciuta che l'ululato sia sinonimo di forza. Che denuncia lo sfascio, e lì si ferma, nella saccente presunzione di avere il monopolio della competenza.
Sembra forza, in verità è una grande debolezza. Una debolezza grande quanto la rimozione di ciò che è stato. Non c'è niente da fare: l'orologio biologico e politico del renzismo è fermo al 4 dicembre, lutto mai elaborato che, come insegna Freud, alimenta reazioni sempre più rabbiose, perché la realtà, con i suoi complessi principi, è dolorosa da elaborare quanto l'entità di una sconfitta storica con cui Renzi non vuole fare i conti. Sconfitta che è una gigantesca rottura sentimentale tra Pd e paese, perdita di senso, smarrimento identitario. La rabbia, nel corso della presentazione del libro, esplode tra il pubblico, quando il direttore di questo giornale, pone la domanda sul punto dolente: "Ma se è andato tutto bene e questi sono incompetenti e cialtroni, come te lo spieghi che li ha votati la metà del paese?". La sala non gradisce, critica, qualcuno si alza, rumoreggia, contesta.
È l'istantanea di un legame settario col proprio popolo, perché il popolo, nel renzismo, non è una costruzione politica che si alimenta a pane e consapevolezza, ma è il pubblico di un talk, o se preferite una curva, una setta sempre più stretta che si nutre del culto del Capo e, per dirla col poeta, della favola bella che ieri ci illuse e che oggi ci illude. Per i pochi che restano, ovviamente. C'erano una volta i grandi partiti di massa che trasformarono le plebi in popolo, grandi protagonisti dell'alfabetizzazione democratica del paese. Ci sono oggi, nell'Italia del presentismo senza memoria, i partiti personali, che giocano a trasformare il popolo in plebi, grandi protagonisti di un analfabetismo di ritorno. È evidente, in un gioco di detti e non detti, smentite fatte apposta per alimentare l'attesa, che Renzi si appresta, dopo le Europee a farsi il suo, perché la separazione emotiva col Pd si è già consumata. Del tre, quattro, cinque per cento, quel che sarà. Perché, vuoi mettere, un ego così deve sentirsi padrone in casa sua. Ed è meglio comandare in una casa piccola che costruire, con gli altri, una casa più grande.
La domanda, in questa circostanza, l'ha posta Lucia Annunziata sul "perché" della sconfitta. L'avrebbe posta qualunque persona con i piedi piantati e per terra e la testa lucida, non alterata dal pregiudizio o dalla sbornia dell'adorazione fideistica. Resta, e resterà, senza riposta il perché cotanto pericolo al governo è stato vissuto dal paese come un vettore di cambiamento col Pd percepito come establishment e travolto. C'è un passaggio, del discorso di Renzi, che dice tutto, accompagnato dal boato di chi, nel mito di quegli anni, punta sul fallimento di questo Pd: "Mi si dice che noi non abbiamo fatto l'analisi della sconfitta. Noi non abbiamo fatto l'analisi della vittoria. Il 41 per cento che la sinistra ha perso alle europee, non l'ha mai visto nemmeno in cartolina. L'analisi di quel miracolo non è mai stata fatta. E noi il Pd lo abbiamo lasciato al 40 per cento col referendum". Sic!. Dunque è colpa di Mattarella che non ha concesso il voto anticipato, colpa di chi ha voluto e sostenuto il governo Gentiloni, di quegli "amici che hanno fatto carte false perché rimanessi in campo tranne poi fare di tutto per non mandarmi a votare", colpa sempre degli altri se, negli anni del renzismo, la sinistra ha perso il suo popolo, le periferie di Roma, Torino, o le tante periferie sociali che si sono rivoltate a un blairismo di maniera, negli anni della rivolta del ceto medio schiantato dalla grande crisi. E Renzi continua a riproporlo, in un discorso che, assieme alla sconfitta, rimuove la gigantesca domanda di protezione sociale che ha portato il Sud a votare per il reddito di cittadinanza, banalizzandolo come un aiuto ai fannulloni, a chi non vuole "studiare, faticare, perché tanto un modo si trova".
L'unica proposta concreta, nell'ambito di questo déjà vu, è – udite, udite – una commissione parlamentare d'inchiesta sulle fake news. Proposta che rivela l'essenza del ragionamento renziano e cioè che la sconfitta è dovuta non ad una incomprensione politica di ciò che è accaduto in questi anni, ma alla comunicazione, terreno sottovalutato e lasciato arare dalla macchina della propaganda leghista e pentastellata. Solito Renzi, ormai incapace di stupire, di cambiare passo, di crescere nell'elaborazione e nella consapevolezza, come un cantante che resta inchiodato alla canzone con cui vinse un Sanremo da giovane, di quelli che poi finiscono nei programmi sulle "meteore". L'aspettativa, che pure in alte epoche suscitò, è affogata nel reducismo. Non c'è, in due ore di comizio, un solo messaggio che non sia contro qualcuno, sia esso il governo, siano essi i "compagni" che "chiedono autocritica" e non c'è uno straccio di capacità di comprensione delle ragioni degli altri che poi, diceva quel comunista di Gramsci, è la chiave per costruire una egemonia. Altrimenti, la politica, racchiusa nella dimensione del potere, crolla con esso. Il film è stato già visto, il libro è stato già letto, tutto questo avvenire è già avvenuto e dimenticato dai più. Dalla sera del 4 dicembre.

Alessandro De Angelis (Huffingtonpost.it/2019/02/14)


giovedì 14 febbraio 2019

La Democrazia può morire pure di troppe elezioni



Mai come in questo periodo storico, in Italia ma non solo in Italia (si pensi a Donald Trump che sotto le elezioni di middle term è stato indotto a prendere decisioni che non riteneva le più efficaci ma le più popolari) la democrazia rappresentativa dimostra la propria debolezza e i propri limiti strutturali, come regime adatto a governare un Paese. 
Il politico, meglio l’uomo di Stato, dovrebbe pensare in grande stile, avere una visione che va al di là del proprio naso, lungimirante, che copra perlomeno i quattro o  i cinque anni del suo mandato. Ma anche se avesse queste doti non può esercitarle. Oggi oltre alle elezioni politiche ci sono quelle amministrative, comunali e regionali, quelle europee e, per non farci mancar nulla, i sondaggi più o meno a scadenza mensile. L’uomo politico, anche quello in teoria valido, in presenza di una qualsiasi di queste elezioni è quindi costretto a prendere decisioni  sull’“hic et nunc” che gli possano garantire maggior consenso anche nella prospettiva di quelle successive, ma che non è affatto detto che siano le più efficaci. 
C’è modo di limitare questa debolezza? In parte sì. Bisognerebbe accorpare le amministrative nello stesso giorno e non come ora per cui un mese si vota in Abruzzo, un mese dopo in Sardegna, un altro, poniamo, in Piemonte, un altro ancora in Lombardia, e farle svolgere negli stessi giorni in cui si tengono le elezioni politiche. Una cosa similare dovrebbe essere fatta per i singoli Stati dell’Unione europea, in cui almeno le elezioni politiche dovrebbero tenersi tutte nello stesso periodo. Perché un’elezione, poniamo in Polonia, può influenzare e condizionare le elezioni di altri Paesi, tanto più perché nel Parlamento europeo agiscono gruppi che non sono omogenei con quelli dello Stato di appartenenza. Infine bisognerebbe eliminare i sondaggi perché influenzano surrettiziamente l’elettorato e quindi anche l’uomo politico che all’elettorato deve rispondere. Inoltre i parlamentari che agiscono all’interno dei partiti, e questo in Italia lo vediamo benissimo, si spostano dall’uno all’altro gruppo non secondo una coerenza ideale o ideologica ma per la propria convenienza personale. Per cui per evitare che siano di fatto i segretari di partito o il loro entourage a imporre i candidati, con tanti saluti alla libertà dell’elettore, non era poi così strampalata la proposta di Beppe Grillo di ricorrere al sorteggio. 
La democrazia diretta eliminerebbe alcuni dei limiti e delle storture di quella rappresentativa? In teoria sì, nella pratica no. La democrazia diretta può essere esercitata solo in un ambito ristretto (non a caso Rousseau l’aveva immaginata a Ginevra che allora aveva circa 100.000 abitanti) dove l’elettore agisce sul suo, cioè sa su che cosa deve decidere. Ma in una democrazia diretta universale, globale, utilizzando gli strumenti della tecnologia digitale, come l’aveva immaginata Gianroberto Casaleggio, l’elettore sarebbe chiamato a decidere su cose di cui non sa nulla. 
Per la verità una democrazia diretta, ristretta a una comunità ben precisa, è esistita in epoca preindustriale. Nella società del villaggio l’assemblea dei capi famiglia, in genere uomini, ma anche donne se il marito era morto, decideva su tutto ciò che riguardava il villaggio. Scrive lo storico francese Soboul: “Le attribuzioni delle assemblee riguardavano tutti i punti che interessavano la comunità. Essa votava le spese e procedeva alle nomine; decideva della vendita, scambio e locazione dei boschi comuni, della riparazione della chiesa, del presbiterio, delle strade e dei ponti. Riscuoteva ‘au pied de la taille’ (cioè proporzionalmente) i canoni che alimentavano il bilancio comunale; poteva contrarre debiti ed iniziare processi; nominava, oltre ai sindaci, il maestro di scuola, il pastore comunale, i guardiani di messi, gli assessori e i riscossori di taglia”. Un’altra importante attribuzione dell’assemblea si aveva in materia di tasse reali, era infatti l’assemblea che ne fissava la ripartizione all’interno della comunità e la riscossione. Insomma la democrazia è esistita quando non sapeva di essere democrazia. 
Questo sistema, che aveva funzionato benissimo per secoli, s’incrinerà in Francia proprio alle soglie della Rivoluzione francese  quando sotto la spinta degli interessi e della smania di regolamentazione dell’avanzante borghesia un decreto reale del 1787 introdurrà il principio secondo il quale non era più l’assemblea del villaggio a decidere direttamente ma attraverso l’elezione di suoi rappresentanti. Era nata la democrazia rappresentativa. Quella che viviamo attualmente e che democrazia non è e non è mai stata ma è formata da oligarchie o poliarchie, come le chiama pudicamente Sartori, in cui delle minoranze dominano sulla maggioranza dei cittadini e che, in linea di massima, non sono legittimate da nulla se non dalla potenza del denaro.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2019)



mercoledì 13 febbraio 2019

Combinazione/coincidenza d’incontri, luoghi, fatti e persone.



A molti, quando mi chiedono che fai oggi nella vita rispondo con convinzione: “cazzeggio”.
A tanti la risposta suscita immediata ilarità, altri ritengono inadeguata l’espressione usata, ma quando vado a spiegare meglio cosa intendevo dire veramente, riscontro in loro un cambiamento e un certo interesse; spesso vedo anche nascere un po’ d’invidia.
“Cazzeggio”, nel caso, è poter scegliere liberamente e decidere ogni momento del tuo tempo; rendendo facoltativo il dover cogliere occasioni o rimanere tranquilli a osservare, aspettare e magari rinunciare a qualcosa che presuppone un eccessivo inutile impegno che, in fondo, non vale la pena.
Analoghe considerazioni emergono quando, nella mia passione per la fotografia, esalto il “Fattore C”. Un elemento che ci accompagna con costanza e condiziona, in ogni campo, le nostre brevi esistenze.
Non mi dilungo sulle mie dissertazioni ma certo è che per raggiungere ogni traguardo ci vuole una buona dose di fortuna; nelle opportunità, nella salute, nel lavoro, negli incontri e chi più ne ha più ne metta.
Paradossalmente, se ci pensiamo per un attimo, occorre già partire dal fatto che c’è già voluta tanta fortuna a quell’inconscio spermatozoo che, tra milioni, è riuscito a fecondare, a consentirci la trasmissione del “dna” familiare, a continuare la missione di perpetuare la specie.
Occorre pertanto avere sempre consapevolezza di tutto quanto c’è nel nostro bicchiere mezzo pieno; forse basterebbe a far comprendere e meglio valutare lo status di ciascuno; specie ai più fortunati.
Mi rendo conto di come in campo artistico la maggior parte della gente così detta “impegnata”, che ha o ha avuto riconosciuti dei meriti, non accetta di buon grado la cosa, ritendendo la fortuna un fattore alquanto riduttivo.
Di regola questi sostengono che la casualità non c’entra per nulla con i loro traguardi, che la creatività che li contraddistingue li porta sempre ai risultati “voluti” e “certi”. Ciò può valere magari per creatività programmabili, per assemblaggi meccanici, per realizzazioni ingegneristiche, fotografie di marketing, di still life, ma mai nei casi che vanno a catturare attimi fuggenti.
Comunque, imbarcarsi in discussioni con soggetti “convinti”, che non potrai mai intaccare in confronti aperti, costituisce solo tempo sprecato.
Meglio tornare al più rilassante “cazzeggio” e continuare a cercare divertimento nelle cose che intrigano e che io pratico con diletto.
Capita quindi di avere segnalato un evento e quando l'indicazione arriva da una persona come Pippo Pappalardo è difficile non tenerne conto.
Nel caso in ispecie, si trattava dell’inaugurazione della mostra intitolata "Strade senza ritorno", una personale fotografica di Roberto Strano, arricchita con contributi di Pippo e incentrata su un tema inusuale e alquanto difficile.
Chi segnalava la mostra e la particolarità della tematica che riguardava tragicità connesse all'infortunistica stradale intrigava di per sé e per soddisfare la curiosità occorreva quindi partecipare all'inaugurazione.
Nella circostanza ho avuto modo di conoscere l'affabile autore che, con disponibilità, ha pure dedicato tempo ai visitatori intervenuti, raccontando curiosità e aneddoti sull'origine della sua mostra; riferiva anche dell'inaspettato contributo spontaneo pervenutogli da Pippo Pappalardo che, con dei suoi originali e intensi scritti, suscitati dalla preventiva visione delle foto che sarebbero state esposte, sottolineava il messaggio di certe immagini.
Le fotografie esposte, richiamavano le vecchie regole di stampa di un tempo, e l’ottima fattura rafforzava i contenuti intensi, crudi, tragici, mai speculativi e, soprattutto, belli: le fotografie non costituivano solo documenti rappresentativi d’incidenti, ma andavano ben oltre.
Le tragedie dell’infortunistica stradale, era rappresentata con efficacia in ogni sua forma, con evidenze esplicite di morti e con scene allusive che mantenevano la morte nascosta, latente.
L’osservazione evidenziava un certo parallelismo con delle scene di guerra, in questo caso non dichiarate, ma che ci accompagnano quotidianamente.
La sintesi dell'articolato scritto di Roberto Strano, in brevi frasi riportate in quarta di copertina, concettualizza al meglio il significato della difficile operazione.
Riporto di seguito i testi citati: 
"Ho sempre creduto nella forza delle immagini". "Mi sono sempre chiesto se fosse etico raccontare il dolore". "Ho sempre cercato di non spettacolarizzarlo, di raccontarlo con rispetto, con la speranza di scuotere la coscienza dell'uomo". "Il giorno che non crederò più in tutto ciò smetterò di fotografare". 
L’intero progetto è un esempio di come la fotografia può essere vissuta e come l’arte visiva può efficacemente raccontare, molto più di tante parole.
Una curiosità finale: lo spazio espositivo della mostra era Il “Centro internazionale di fotografia”, fortemente voluto e curato da Letizia Battaglia, lo stesso ambiente che aveva appena finito di accogliere la notevole mostra di Josef Koudelka incentrata sulla fine della “primavera" di Praga: “Invasion Prague '68”. I tanti lenzuoli che coprivano i cadaveri degli incidentati rappresentati da Strano richiamavano molto i morti ammazzati di mafia immortalati nei suoi scatti da Letizia.
Senza voler, in alcun modo, inficiare la valenza e lo spessore del progetto realizzato da Roberto Strano, con immagini prive di spettacolarizzazione ma proposte con un taglio altamente artistico, la strana (per l’appunto) combinazione/coincidenza d’incontri, luoghi, fatti e persone ……. mi ha portato a riflettere e a ripensare, qualora ne avessi avuto ancora bisogno, alla onnipresenza del famoso “Fattore”.

Prima di procedere alla pubblicazione, in quanto citato più volte, ho sottoposto l’articolo all’esame preventivo dell’amico Pippo, il quale mi ha risposto con le seguenti parole.

Ti ringrazio per l’apprezzamento del lavoro fotografico che hai rivolto all’amico Roberto Strano e che hai espresso in occasione della sua mostra al Centro della Fotografia di Palermo, formulando una recensione capace di tracciare letture parallele di quanto rappresentato, collegandole, peraltro, all’Eminenza BATTAGLIERA che tutto benevolmente sopraintende.
A nome mio, che vi ho collaborato, e a nome di Roberto ti ringrazio dell’attenzione che ti ha distratto dall’amato cazzeggio.
Colgo l’occasione per ricordare che tale nobile e proficuo atteggiamento ha radici antichissime, nobilissime se non addirittura “classiche” (nel senso che vi si può rivolgere ancora oggi).
Ne troviamo traccia nei Dialoghi di Platone, nel Vangelo, nel Decamerone, nei Racconti di Canterbury, nelle Mille e una notte, in Aulo Gellio, in San Francesco, nei cantastorie e nei trovatori; e non finirei mai di rimembrarti i tuoi confratelli di avventura.
Personalmente mi ritrovo nel cazzeggio e lo chiamo ERRARE laddove il dinamismo del procedere (il flusso del divenire) incontra la possibilità o necessità dell’errore.
E ancora più chiaramente mi ritrovo in quella esperienza che chiamano “serendipità” (C.Colombo cazzeggiava per l’oceano cercando le Indie e trova le Americhe; cerco l’ago nel fieno e vi scopro la figlia del mugnaio; ed altre amenità similari).
C’erano sempre state? Le abbiamo riconosciute dopo? Il nostro occhio fotografico era particolarmente allenato? O eravamo un fascio di nervi – HCB -pronti a formulare le immagini?
Io non so penetrare la vicenda perché tra determinismo e indeterminismo non so come giustificare il caso o il fattore C.
Ma devo confessare che poco mi tange, essendo sempre stato consapevole che ciò che non conosco non posso fotografarlo (la macchina invece si, ma io continuo a non riconoscerlo).
Ovviamente caro amico ti rivelo che Gastone mi era antipatico ma finivo per invidiarlo; con Paperino, invece, tutta la mia solidarietà, ma solo quella.

Buona luce a tutti!

© Essec

martedì 12 febbraio 2019

Caracas, forza del diritto contro diritto della forza


Nella vicenda venezuelana dove i principali Paesi europei (ad eccezione del governo italiano nella sua versione 5Stelle – il muscolare Salvini, dopo tutte le sue smancerie con Putin, ha provveduto subito ad allinearsi ai voleri americani, ubi maior minor cessat) hanno preso partito per Guaidò, l’autoproclamatosi presidente del Venezuela, sia pure ad interim, è a dir poco curiosa la posizione della Spagna, fra i più accesi sostenitori di Guaidò. Non più di un anno e mezzo fa il governo spagnolo, appellandosi alla Costituzione, come in Venezuela fa Maduro, ha messo in galera tutti i più rappresentativi esponenti indipendentisti, da Junqueras a Turull a Rull, e costretto all’esilio il loro leader, Puigdemont, nonostante l’indipendentismo catalano fosse uscito vincitore da un regolare referendum. Adesso la Spagna sostiene la legittimità di Guaidò, contro Maduro, nonostante il “giovane e bell’ingegnere” non abbia ricevuto legittimità da alcun referendum, ma solo da un appoggio popolare, la cui quantità e qualità è tutta da verificare, e soprattutto da quello internazionale a guida americana. In un certo senso il governo spagnolo, avallando la legittimità di Guaidò, ha preso partito contro le logiche giuridiche che gli avevano permesso di mettere in galera gli indipendentisti catalani.
I governi europei che appoggiano Guaidò non si rendono conto di scavarsi la fossa da soli. Con la stessa logica un leader dei ‘gilets jaunes’ potrebbe autoproclamarsi presidente della Francia delegittimando Macron. Io ho molta simpatia per i ‘gilets’, un movimento popolare spontaneo e apartitico, ma qui non si tratta di simpatie per questo o per quello, per i ‘gilets’ piuttosto che per Macron, per Quaidò invece che per Maduro, qui sono in gioco princìpi di diritto internazionale indisponibili: 1.Il diritto all’’autodeterminazione dei popoli’ sancito nel 1975 a Helsinki da quasi tutti i Paesi del mondo. 2.Il principio della ‘non ingerenza’ negli affari interni di uno Stato sovrano.
Per la verità è da almeno vent’anni che questi diritti e questi princìpi, volti a garantire un minimo di convivenza fra i vari Stati del mondo, vengono sistematicamente  violati, soprattutto dagli americani, ma non solo. Si cominciò nel 1999 con l’aggressione americana alla Serbia in favore del Kosovo, terra serba da secoli, con l’appoggio e la complicità del governo D’Alema (gli aerei americani che andarono a bombardare per 72 giorni una grande capitale europea come Belgrado e che fecero 5.500 morti, partivano da Aviano). Si è proseguito nel 2003 con l’aggressione americana all’Iraq, contro la volontà dell’Onu, sotto l’ipocrito velo della Nato, un fantoccio nella piena disponibilità yankee. Nonostante contro quell’aggressione avesse tuonato Papa Wojtyla, vi parteciparono anche i cattolicissimi spagnoli sotto il governo del cattolicissimo Aznar. Ma con l’avvento al governo del socialista Zapatero, non lontanissimo per affinità elettive da quel chavismo di cui oggi Maduro è l’infelice erede, le truppe iberiche si ritirarono. Parteciparono invece gli italiani (governo Berlusconi) che non sapendo su cosa stavano mettendo i piedi subirono la tragedia di Nassiriya.  E’ accaduto nel 2011 con la Libia di Gheddafi per iniziativa franco-americana, ma con l’appoggio del pur recalcitrante Berlusconi, quindi doppiamente colpevole.
I risultati delle violazioni dei cardini del diritto internazionale sono sotto gli occhi di tutti. In Kosovo si è registrata la più grande ‘pulizia etnica’ dei Balcani, ed è tutto dire: dei 360 mila serbi che vi risiedevano ne sono rimasti solo 60 mila. Con la guerra a Saddam una metà dell’Iraq è stata gentilmente consegnata agli iraniani, senza che gli eredi di Khomeini abbiano dovuto sparare un solo colpo di kalashnikov. In Somalia gli Shabaab si sono alleati col Califfato, in Libia, dopo la defenestrazione di Gheddafi, la situazione è talmente caotica che persino i ‘mercanti di uomini’ debbono pagare una taglia all’Isis per poter fare il loro sporco mestiere. In Siria l’intervento americano contro Assad in favore dei rivoltosi ha incoraggiato la Russia a mettere le proprie mani armate nell’area e acceso gli appetiti delle potenze regionali della zona, dalla Turchia a Israele allo stesso Iran.
So per certo che la posizione a 5Stelle del governo italiano sta subendo fortissime pressioni, da Washington, da Bruxelles, dai Paesi sudamericani legati agli Usa, perché abbandoni la propria neutralità. Se credono nella validità delle proprie convinzioni i 5Stelle devono tener duro. Altrimenti daranno aggio ai loro avversari di ribadire quello che sempre, a torto o a ragione, dicono di loro: che promettono quello che non sono in grado di mantenere. Ma, in fondo, questa è una questione minore, tutta italiana. A Caracas si gioca qualcosa di un po’ più importante, il futuro del mondo moderno: se la forza del diritto deve cedere definitivamente al diritto della forza.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2019)

venerdì 8 febbraio 2019

Il ruolo da padrone



Fino a quando non avevo particolare interesse per la fotografia, i miei itinerari erano finalizzati al raggiungimento dei luoghi.
I miei percorsi, infatti, non prevedevano la contemplazione, seppur furtiva, di quanto potessi incontrare lungo il tragitto.
Con la nascita in me della passione per la fotografia, oggi forse anche corroborata dalla senilità che avanza, è cambiato tutto.
Come ho avuto modo di scrivere in altre circostanze, l’occhio del fotografo invidia quello delle mosche, perchè vorticosamente gira e ricerca con lo sguardo, magari sopperendo al limite fisico aiutandosi con l’esperienza e la propria fantasia.
Per muovermi in città prediligo sempre percorsi pedonali e lungo il tragitto lo sguardo si concentra a visionare con la mente tutto quello che incontro.
Nella limitata esperienza da sub, ad esempio, avevo appreso che certi resti di molluschi costituivano indizi per individuare la tana di un polipo, ovvero che in particolari anfratti si era certi di trovare murene, saraghi o cefali.
In fotografia è un pò la stessa cosa, perché ambientandosi nei luoghi si impara a capire cosa si potrebbe trovare dietro l’angolo, a leggere quello che ti sovrasta lungo il cammino, a ricercare dettagli e tracce che suscitino un qualche interesse, siano esse scritte, resti di cartelloni pubblicitari, personaggi ambientati in certi contesti; insomma tutto quanto può contribuire a sollecitare l’intima immaginazione creativa.
Certo, molto dipende anche dall’umore del momento, dallo stato d’animo con cui ti accingi ad approcciare a una battuta. Per questo, quando si è indisposti o di umore non buono, anche per il bene degli altri, è molto meglio restare a casa, magari dedicandosi alla “post produzione”.
Come è risaputo, la fotografia è un qualcosa di indefinito che coesiste con il nostro essere e che comprende tutto quanto incontriamo e ogni cosa o persona che ci circonda.
La sensibilità di ciascuno e l’esperienza di certo aiutano molto nel “mestiere” ………. ma resto fermamente convinto che il ruolo da padrone lo fa sempre il “Fattore C”.

Dopo che l'articolo è stato postato mi arriva il commento acuto del mio carissimo amico P. che mi piace condividere con chi sta leggendo: "L’articolo sulla fotografia si può commentare con delle citazioni: “Non è la meta quello che conta ma il viaggio “, “Il vero viaggio non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi “ oppure parafrasando “Ciò che fotografiamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo“, ferma restando naturalmente la famosa Fortuna con la C maiuscola!" 

Buona luce a tutti!

 © Essec


giovedì 7 febbraio 2019

Per farsi levare un numero Tim, è meglio chiamare Kafka


Storie di ordinaria follia. Burocratica. Della Tim. Vicenda che è capitata a me, ma pure a molti altri utenti anche se non nelle forme kafkiane della mia. 
Ho due linee di telefono fisso, una collegata al fax, una risalente a quando era ancora vivo mio padre prima sotto Stipel poi diventata Sip poi Telecom infine l’attuale Tim. Insomma un numero che sta in casa mia da oltre 70 anni. Naturalmente gli apparecchi sono cambiati e modernizzati. Anche se il vecchio modello, tipo ‘telefoni bianchi’, che io tengo in un’altra stanza, fa il suo porco dovere. Tant’è che quando lascio la cornetta del telefono principale attaccata male, quello invece squilla. 
Il secondo numero, collegato al fax, non mi serviva più. A settembre ho chiesto alla Tim, con una certa fatica perché non si riusciva mai ad arrivare ad un umano, di toglierlo di mezzo. Finalmente la Tim mi informò che il giorno 30 novembre sarebbe arrivato il tecnico, senza peraltro dirmi a che ora. Sono quindi rimasto in casa tutto il giorno. Ma quello non si è fatto vedere.
Allora con la solita difficoltà delle nuove tecniche (devi schiacciare un’infinità di numeri, come il lettore sa bene) sono riuscito a fissare un nuovo appuntamento. Il tecnico non è arrivato. Alla Tim avevo fatto ben presente che volevo togliere il numero suppletivo ma lasciando ovviamente l’altro, quello di sempre. Il 15 gennaio, circa cinque mesi dopo la mia prima richiesta, si è alla fine presentato un tecnico in carne e ossa. Un vecchio operaio che aveva cominciato con la Sip e la cosa mi ha rassicurato. Anni prima infatti avevo avuto un incrocchio per cui se funzionava la segreteria telefonica non funzionavano il fax e il fisso. E viceversa. Era venuto un giovane tecnico, di ultima generazione, che quando, un po’ preoccupato, gli spiegai il problema si mise a ridere: “E’ cosa da nulla”. Non riuscì a combinare un picchio. Ne chiamai un altro, sempre giovane, col quale si ripeté la stessa scena. Ne chiamai un terzo e nulla cambiò. Mi rivolsi allora a un vecchissimo tecnico che risaliva addirittura alla Stipel. Risolse tutto. 
L’ultimo tecnico, quello ex Sip, operò molto bene. Sembrava tutto risolto. Il telefono principale funzionava, il numero collegato al fax era stato tolto di mezzo. Chiesi al tecnico una certificazione che documentasse la nuova situazione. Mi disse che ormai tutto avveniva per vie interne alla Tim, che quindi non ce n’era bisogno. Qualche giorno dopo ricevetti una telefonata della Tim. Una donna mi disse: “Lei ha lasciato Tim. Vorremmo quindi…”. “Io non ho mai lasciato Tim. Ho solo chiesto di togliere un numero suppletivo”. “Mi lasci controllare”. Poi mi richiamò confermando che le cose stavano come le avevo detto. Ricevetti però una seconda telefonata Tim che mi poneva la stessa questione. Diedi la stessa risposta. Ce ne fu poi anche una terza dello stesso tenore, stessa domanda, stessa risposta. A questo punto pensai che questa logorante interlocuzione con la Tim fosse finalmente chiusa. 
Bene. Domenica mattina, verso le undici, alzo il telefono, faccio un numero e una voce registrata mi dice: “Per ragioni amministrative il suo telefono è disattivato”. Aggiunge poi, la voce, di chiamare il numero di emergenza. Per un colpo di sfiga avevo rotto il cellulare. Ero quindi completamente isolato. Il cellulare però non è obbligatorio. Uno può non avercelo per ragioni sue. Per smaltire il nervosismo sono andato in piscina. Sono ritornato alle quattro e il telefono continuava a non funzionare, c’era sempre la stessa voce registrata che cominciava: “Per ragioni amministrative…”. 
Ritengo che in una società come questa, basata tutta sulle telecomunicazioni, e in una città come Milano, modernizzatissima ma dove uno non conosce nemmeno il suo vicino di pianerottolo, lasciare una persona per quattro o più ore senza la possibilità di comunicare sia un tantino criminale. Un vecchio, un single, può sentirsi male e non può nemmeno chiamare il 118. In ogni caso, anche se era la Tim che aveva sbagliato tutto, aveva almeno il dovere di informarmi qualche giorno prima che mi avrebbe disattivato il telefono. 
Verso le quattro e mezza del pomeriggio il telefono ha ripreso, misteriosamente, a funzionare. Erano passati cinque mesi dalla mia prima richiesta. Tim mi ha spiegato che c’erano stati dei difetti e degli equivoci nelle loro comunicazioni interne (che non è affatto detto che non si possano ripetere, e infatti l’altro giorno il telefono è rimasto disattivato per mezzora). Insomma la più importante società di telecomunicazioni, che è la proprietaria delle linee telefoniche, non sa comunicare al proprio interno. E il dottor Gubitosi che ieri ha rilasciato un’intervista trionfalistica al Corriere, dove è prospettata una serie di agganci internazionali con altri operatori, farebbe bene, prima, a sistemare un po’ meglio la propria organizzazione interna.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2019)

sabato 2 febbraio 2019

Equivoci


“Presidente”, chiese pressante il giornalista, “ci può fare un breve resoconto degli sviluppi del suo settore e dei problemi ancora aperti?”
Di buon grado il Presidente cominciò:
”Qualche considerazione generale su un settore molto importante nel nostro paese (e non solo) è d’uopo. Si è infatti attenuata l’attenzione mediatica innescata dalle sofferte vicende vissute lo scorso anno. Esse hanno rappresentato l’epilogo annunciato di una situazione di difficoltà, protrattasi per lungo tempo.
Un settore che sul finire del secolo scorso, sfruttando nuovi canali di comunicazione e seguiti sempre più nutriti, ha registrato una crescita ragguardevole in termini di volumi e di ricavi (sostanzialmente triplicati in quel periodo). Ciò induceva a pensare a uno sviluppo inarrestabile, considerato pure il numero di operatori iscritti agli albi ufficiali, ben più alto della media degli altri paesi europei.
Il comparto, però, nella fase di maggior crescita, non ha effettuato i necessari interventi per rafforzare il grado di patrimonializzazione né realizzato idonei investimenti per migliorare la competitività anche nel confronto internazionale. Non ha rinnovato neanche gli assetti di governo societario (non rari i casi di nepotismo e familismo amorale), i modelli di business (talora condizionati da forme di campanilismo esasperato e altre turbolenze), le infrastrutture ivi comprese quelle tecnologiche, le competenze manageriali.
Inoltre non ha prestato attenzione all’aumento dei costi di funzionamento e al conseguente drastico effetto sulla redditività. Poco efficaci sono stati i richiami a una più prudente gestione finanziaria e le iniziative volte a limitare le conseguenze di una connaturata asimmetria informativa, derivanti anche dalla presenza in bilancio di asset di non immediata e facile valutazione, e fenomeni di “azzardo morale”.
La corsa è proseguita, nonostante alcune situazioni di difficoltà e contraccolpi sull’opinione pubblica rivenienti da ben noti episodi di cattiva gestione dei primi 2000, per certi incroci societari non proprio pertinenti. Il settore ha iniziato la sua parabola discendente a partire dal 2007. Le performance sono peggiorate progressivamente. I bilanci hanno registrato il forte degrado degli attivi e perdite significative. Piccoli e fedeli azionisti di società anche quotate in borsa, hanno visto la loro quota svalutarsi. I fruitori dei nostri servizi si sono allontanati delusi e arrabbiati. Non sono mancate condotte fraudolente di qualche Presidente con inchieste e procedimenti giudiziari.
Il numero di operatori in difficoltà è aumentato e alcuni di essi, anche di grandi dimensioni, sono stati acquisiti da soggetti esteri. Si è innescato un processo di colonizzazione e di marginalizzazione internazionale.
Lo stato di difficoltà è sotto gli occhi di tutti, soprattutto dopo le vicende meste e dolorose dello scorso anno. Queste ultime potremmo definirle una “esplosione di sofferenze”.
”E”, aggiunse, “forse anch’io avrei dovuto controllare meglio.”
“Presidente”, lo interruppe il giornalista con aria imbarazzata. “Ma…ma io non gli ho chiesto di parlare di banche. Perché mi sta parlando di banche? Non capisco!”
“Ma io, mio caro, non le sto affatto parlando di banche!” Replicò con prontezza il Presidente. “Che c’entrano le banche? Non ha capito che sto parlando di calcio? Provi a mettere nomi e riferimenti concreti alle mie generali affermazioni e si convincerà che io di calcio le ho parlato.  E anche della necessità di rivedere radicalmente un modello non più sostenibile, salvo che non si voglia assistere a nuovi fallimenti. Io di banche non so niente. Io sono l’ex Presidente della FIGC. Mica l’ex Presidente dell’ABI. Se poi anche l’altro settore è nel pallone, che cosa posso farci?”
Voi sapreste riconoscere i fallimenti del mercato sportivo ai quali allude l’intervistato? Quelli del mercato bancario sono fin troppo noti.

Luca Pitti (Economia & Finanza Verde)


domenica 27 gennaio 2019

Un benessere che appaga in tutto e per tutto senza alcuna necessità di qualsivoglia, ulteriore esigenza.



In questo particolare momento storico che registra tanti eventi che facciamo finta di non vedere, con un crescendo di turbolenze socio-politiche anche nell'ovattato "nostro habitat occidentale" e che annuncia avvisaglie di nuovi interventismi nel mondo, camuffati sotto maschere e cartelli "in nome dei diritti umani", mi piace pubblicare il bell'articolo dell'amico Giuseppe che induce a riflettere. 

"Al mio amico Toti che mi ha saputo trasmettere un input particolare per scrivere una personale riflessione su un Artefice, Autore musicale che disdegna il termine di “Maestro”, che seguo fin dal 1979 quando cantavo a perdifiato l’Era del cinghiale bianco: Franco Battiato.
Ovviamente, non sono in grado di accennare degnamente l’imponente opera artistica di Franco Battiato, quindi mi soffermerò a condividere una delle più belle emozioni che ho provato e che ancora sento quando rivedo e ascolto l’evento musicale registrato al Teatro nazionale di Baghdad il 4 dicembre 1992, davanti a un pubblico non pagante, trasmesso da Videomusic, per rilevare all’attenzione il dramma di milioni di bambini di un Paese martoriato dalla guerra e dall’embargo economico e commerciale. 
Un evento artistico e umanitario senza scopi politici che secondo me rimane tutt’ora unico nel panorama mondiale: “un ponte per Baghdad, per l’infanzia irachena per il piano di vaccinazione progettato dall’Unicef per due milioni di donne e bambini a rischio in tutto il territorio iracheno e per la campagna acqua pulita con il ripristino del depuratore di Bassora.
Ricordo che in quell’occasione Battiato fu anche criticato, ma la Sua musica sublime è andata ben oltre le parole, fino ad arrivare a commuovere affermando le Sue idee sull’ingiustizia di far soffrire per colpe non proprie, che ci sia sempre la possibilità di redimersi e che se si tenta di salvare qualcuno non si deve pensare che un giorno questi potrà farci del male; lo si salva e basta. 
Battiato ha condiviso le Sue idee con il Suo potente mezzo musicale e con questo straordinario momento di aggregazione in terra irachena pretendendo che nessuno si presentasse con una divisa militare o in armi, “non essendoci niente che impedisca ad una persona di aiutare chi la pensa in un modo diverso”.
Anche adesso, mentre tento di mettere insieme qualche riga di parole che abbiano un senso compiuto, risento nell’aria l’eco di quell’Oceano di silenzio, in tutt’uno con l’Orchestra dei virtuosi italiani e in duetto con l’Orchestra sinfonica nazionale irachena, che avvolge in un misticismo esclusivo. Ci si sente come rapiti dalla fantastica melodia che solo Lui riesce a creare; rievocando, al mio sentire, sensazioni che da un piccolo microcosmo portano a un magico universo che si contamina con il mondo orientale. 
Ascoltando L’ombra della luce, in arabo, Il re del mondo, Fisiognomica, Prospettiva Nevskij, I treni di Tozeur, Mesopotamia, E ti vengo a cercare, Gilgamesh, Schmerzen di R. Wagner, Plaisir d’amour di J.P.A.Martin, Gestille Sensucht di J.Brahms, Oh sweet were the hours di L.V.Beethoven, Come un cammello in una grondaia e Fog an Nakhal, brano tradizionale iracheno in arabo, sono portato a riflettere sul magico mistero di combinazioni liriche che regalano un indescrivibile, infinito, profondo benessere. Un benessere che appaga in tutto e per tutto senza alcuna necessità di qualsivoglia, ulteriore esigenza.
Tale status, grazie a Battiato alimenta la mia diuturna tensione a uno stile di vita e di pensiero che mi porta alla ricerca di un essere migliore di quel che attualmente sono e che mi plasma, regalandomi evasioni uniche ed inimitabili che sono impossibilitato a vivere nella mediocre quotidianità circostante. 
Grazie a Battiato riesco pure a essere orgoglioso nel rivendicare il mio senso di appartenenza alla mia terra e nel coltivare l’antica, attuale lezione di Publio Terenzio Afro ( 185 A.C. / 159 A.C.) nell’Heautontimorumenos ( il punitore di se stesso) : “homo sum, humani nihil a me alienum puto” (sono un uomo, niente di ciò che è umano ritengo estraneo a me)."

F.to Giuseppe La Grua 

P.S. - La foto che accompagna l'articolo è stata scattata in occasione della cerimonia di consegna del "Premio Mario Francese", avvenuta al Teatro Santa Cecilia di Palermo il 26 gennaio 2019


 

Venezuela: il solito tic degli imperialisti



Noi lo avevamo scritto sul Fatto del 15 agosto 2017: “Il prossimo obbiettivo è Nicolàs Maduro”. Ieri, dopo che il leader dell’opposizione parlamentare venezuelana Juan Guaidò si era autoproclamato presidente del Paese, Donald Trump è subito intervenuto non solo incoraggiando l’opposizione ma pronunciando la sinistra frase “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Il che significa: intervento militare. Del resto erano mesi che altri importanti esponenti del governo americano, da Mike Pompeo a James Mattis, auspicavano un intervento armato in Venezuela in nome dei “diritti umani”, che in quel Paese sarebbero violati, e sobillando le forze armate venezuelane perché si ribellassero a Maduro. Quando sento parlare di “diritti umani” metto, metaforicamente, mano alla pistola. Perché, come la storia recente insegna, vuol dire che si sta per aggredire qualcuno.
Il metodo per eliminare leader sgraditi all’Impero americano, in genere socialisti, come per esempio Slobodan Milosevic, è sempre lo stesso, con qualche variante: prima si comminano sanzioni al Paese indesiderato, lo si strangola economicamente, nasce così uno scontento popolare e con esso un’opposizione che, sempre incoraggiata da fuori, si dà a manifestazioni più o meno violente. Prima di quelli degli ultimi giorni gli scontri fra sostenitori dell’opposizione e sostenitori di Maduro avevano causato in tutto 147 morti, equamente divisi fra le due fazioni. Si badi bene: non erano stati scontri con polizia o esercito, ma scontri fra fazioni politiche opposte. La reazione del governo venezuelano non deve essere poi, a differenza di quello che avviene nelle dittature propriamente dette o mascherate come quella di Putin in Russia, così truce se il leader dell’opposizione Juan Guaidò, sequestrato qualche giorno fa mentre era in auto con la moglie, dai servizi segreti venezuelani, è stato liberato dopo poche ore e il governo ha affermato che “è stata un’iniziativa non autorizzata” e che punirà i responsabili. 
Maduro è stato rieletto per la seconda volta a maggio del 2018, col 70% dei consensi, e si è reinsediato due settimane fa. L’opposizione sostiene che si sia trattato di elezioni taroccate, perché in lizza non c’erano validi oppositori di Maduro, perché si sospetta di gravi brogli e perché sarebbero stati violati alcuni articoli della Costituzione venezuelana che danno potere di intervento al presidente dell’Assemblea nazionale, il Parlamento,” in caso di necessità e vuoto di potere”. Che ci sia un vuoto di potere in Venezuela ci par dubbio, quello che è vero è che Maduro ha svuotato il Parlamento delle sue funzioni. Se di golpe si tratta è un golpe istituzionale (alla Napolitano), non un golpe con le armi. Il golpe con le armi, cioè un golpe propriamente detto, lo ha realizzato Abd al-Fattah al-Sisi rovesciando nel luglio 2013 il governo dei Fratelli Musulmani, usciti vincitore, con tutti i crismi della legalità, dalle prime elezioni libere in Egitto, mettendo in galera, non per due ore ma a vita, il presidente legittimamente eletto Mohamed Morsi e tutta la dirigenza dei Fratelli, assassinando in varie riprese 2.500 oppositori (ma potrebbero essere molti di più perché dall’Egitto non viene, e non viene ripresa, alcuna notizia) e facendone sparire altri 2.500 che, anche in questo caso, e per le stesse ragioni, potrebbero essere molti di più.  Eppure nella cosiddetta comunità internazionale, una gran parte della quale ora si scandalizza e si scaglia contro Maduro definendolo “un usurpatore”, non si levò una sola protesta. Una disparità di trattamento che salta agli occhi di tutti, almeno per chi li abbia conservati. 
Il fatto è che quello di Maduro è un socialismo, un socialismo largamente imperfetto, ma un socialismo, che ha due obbiettivi di fondo:  il tentativo di una maggior perequazione sociale in un Paese dove un migliaio di famiglie detiene la maggior parte della ricchezza e tutto il resto della popolazione vive in povertà, e il tentativo di prendere le distanze dall’inquietante vicino americano. È la cosiddetta ‘linea bolivariana’, che fu ripresa da Chavez, il predecessore di Maduro, e di cui Maduro è il continuatore. Linea che per parecchi anni ha avuto un certo successo coinvolgendo molti altri Paesi sudamericani. Ma adesso la situazione è cambiata. Perché molti di questi Paesi, ad eccezione della Bolivia e  del Messico, sono governati dalle destre e in qualche caso da destre estreme, vedi Bolsonaro. 
Se una previsione l’avevo azzeccata, un’altra l’ho sbagliata. Avevo scritto che con Trump non ci sarebbero più state guerre ideologiche, ma solo economiche. A quanto pare –speriamo di sbagliarci e che The Donald torni sui suoi passi- non è così. 
Due osservazioni per finire. Fa ridere, fa ridere amaro, che gli Stati Uniti si scaglino contro la presunta ‘dittatura’ di Maduro quando per decenni hanno sostenuto i più feroci e sanguinari dittatori sudamericani, da Noriega a Somoza a Batista a Pinochet solo per fare i primi nomi che ci vengono in mente. 
Certi esponenti europei, da Tusk a Tajani, hanno affermato che in Venezuela alcuni oppositori sono in galera, sono quindi “prigionieri politici”, una situazione inaccettabile. Ma in Spagna Puigdemont, che dopo un referendum si era proclamato Presidente della Catalogna, senza che ci fosse stata alcuna violenza da parte dell’Indipendentismo catalano, è stato costretto all’esilio, mentre altri esponenti del governo catalano, l’ex vicepresidente Oriol Junqueras, Jordi Turull, Josep Rull, Carles Mundò, Raul Romeva, Joaquim Forn, Meritxell Borras e Dolors Bassa, sono in galera da più di un anno con l’accusa di “sedizione”.  Questi sì veri detenuti politici nel mezzo della democratica Europa. 
Due pesi e due misure. Come al solito, come sempre. Maduro è un golpista, Al Sisi no, gli oppositori di Maduro, dopo manifestazioni violente, sono “detenuti politici”, Junqueras e gli altri, dopo un referendum, e senza violenze, sì. Ma ora, per usare un linguaggio feltriano, ci siamo proprio rotti i coglioni. Saremo probabilmente i soli, in un panorama occidentale tutto allineato all’imperialismo americano, che in Sudamerica si riassume con la famosa frase di Henry Kissinger dedicata al Brasile, definito “satellite privilegiato degli Usa”, a difendere Nicolàs Maduro e quel che resta del socialismo, che non è il comunismo, internazionale.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2019)



mercoledì 23 gennaio 2019

Il direttore del MOMA, Peter Galassi approverebbe ogni parola dei due filmati





Pubblico con molto piacere la email appena ricevuta dall'amico Pippo, al quale avevo segnalato la visione di due interessanti video, postati nel suo spazio web di You Tube, dal pittore Luca Alinari.

"Ho rivisto con piacere gli interventi di Luca Alinari (ndr. Vedi i due links indicati in calce).
Me li aveva già segnalati una mia allieva.
Per quanto utili (specialmente come dimostrazione dell’efficacia della lettura strutturale dell’immagine) ritengo che non aggiungano niente di nuovo all’infinita letteratura sui rapporti e sulle contiguità tra pittura e fotografia.
A titolo esemplificativo - e ti ricordo che il dibattito sulle relazioni e sui “contagi” tra i due linguaggi c’è sempre stato e non poteva essere diversamente – ti rinvio a Palazzoli-Carluccio, Un combattimento per l’immagine, Bompiani (un testo epocale e definitivo nonostante sia assai datato); i due preziosissimi Aaron Scharf, Arte e fotografia,Einaudi, e Heinrich Schwarz, Arte e fotografia, Boringhieri; occorre leggere anche l’amico Claudio Marra, Fotografia e pittura del 900, Bruno Mondadori, anche in relazione al testo della Palazzoli.
Il direttore del MOMA, Peter Galassi approverebbe ogni parola dei due filmati; vedere in tal senso il suo “Prima della fotografia”, Bollati Boringhieri. E siccome il nostro Alinari ha ricordato la scuola toscana gli farebbe piacere ritrovare echi delle sue intuizioni nel testo pubblicato da Alinari (guarda un pò) “i macchiaioli e la fotografia”.
Credo che, per cominciare, queste letture siano un buon inizio (dimenticavo Augusto Pieroni e, naturalmente, Rosalind Krauss).
Ritengo opportuno, però, soffermarmi sul fatto che noi siamo fotografi (almeno io) cioè uomini e donne che, senza desiderio alcuno di essere chiamati artisti, raffigurano il mondo con l‘articolo determinativo.
Io non fotografo un cane ma quel cane, non un albero ma quell’olmo, in quel giardino, in quell’ora ed a quell’età.
Io ho bisogno di chiamare le cose per nome ed attribuirgli i loro contorni reali e veri. Non posso mentire, devo essere vero.
Altrimenti farò metafotografia che in virtù della maggiore libertà di linguaggio godrà di giustificati quozienti artistici e potrà mentire come vuole, col consenso e con l’approvazione di chi guarda e compra. Il resto è filosofia per la qual sono attrezzato ma che non mi riguarda.
Ma se proprio vogliamo rimanere in campo filosofico allora tornerei sulla benedetta e medievale “disputa sugli universali” ricordata da Eco e dall’amico Ferdinando Scianna che ne riporta, applicata alla fotografia, un’importante derivazione che puoi trovare all’inizio del libro “obiettivo ambiguo” Contrasto.
Buona lettura e congratulazioni all’amico Alinari per tanta chiarezza espositiva e precisione di linguaggio."  

F.to Pippo Pappalardo




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Magistrati corrotti, Nazione infetta




Mentre i più importanti giornali erano impegnati a scovare anche il più piccolo granello di sabbia nell’ingranaggio dell’alleanza fra Cinque Stelle e Lega e poi a fare le pulci al ‘decretone’ del governo, di cui Conte, Di Maio, Salvini si dimostravano giustamente orgogliosi, a me il fatto più grave, e anche impressionante, è sembrato l’incriminazione di 15 magistrati calabresi (15) da parte della Procura di Salerno per reati che vanno dalla corruzione alla corruzione in atti giudiziari al favoreggiamento mafioso.
Durante il Fascismo la Magistratura ordinaria fu incorruttibile. Tanto che il Regime dovette inventarsi i Tribunali Speciali per giudicare i reati politici, soprattutto quelli di opinione di cui il Codice di Alfredo Rocco, che era un grande giurista ma pur sempre un fascista, era zeppo. Nel dopoguerra, dopo gli anni dello slancio della ricostruzione e una classe politica che si era temprata in quel conflitto, cominciò a insinuarsi nelle nostre élites, chiamiamole così, il tarlo della corruzione. E la Magistratura, o almeno una parte di essa, fu connivente. Il Tribunale di Roma veniva chiamato “il porto delle nebbie” per la sua abilità nell’insabbiare le inchieste che avrebbero potuto rivelarsi insidiose per ‘lorsignori’. E a Milano, col Procuratore generale Carmelo Spagnuolo, gran frequentatore di bische, le cose non andavano tanto meglio. Ai Procuratori generali o ai Procuratori capo era facile tagliare le unghie ai Pm fastidiosi: avocavano a sé le inchieste e non se ne sapeva più nulla. Successivamente, con il Pci che si era consociato col Potere, divenne praticamente impossibile indagare sulla corruzione dilagante e sistematica fra i politici e gli imprenditori. Perché mancava l’opposizione.
Il crollo dell’Urss, nel 1989, cambiò completamente la prospettiva. Il pericolo sovietico non esisteva più, la DC divenne meno indispensabile in funzione anticomunista (il “turatevi il naso” di Montanelli) e molti voti in libera uscita andarono alla Lega, che sarà stata anche ‘brutta, sporca e cattiva’ (per me non lo era affatto) ma era una vera forza di opposizione con la quale bisognava fare i conti e non si poteva più dilapidare allegramente, a proprio uso e consumo, il denaro dei cittadini (Giuliano Cazzola ha calcolato che la corruzione fino al 1992 ci è costata circa un quarto dell’attuale debito pubblico, stima abbondantemente per difetto perché tiene conto solo dei reati corruttivi scoperti che sono in genere, come per tutti gli altri reati, un decimo di quelli effettivamente commessi). La presenza della Lega liberò le mani alla Magistratura e nacque Mani Pulite con lo straordinario pool dei Pm di Milano, alcuni dei quali ricordati da Marco Travaglio nel suo editoriale del 17/1. Non capisco però perché Marco si sia dimenticato nei polpastrelli Antonio Di Pietro che di Mani Pulite fu il motore e che nel biennio 1992-94 veniva osannato da tutti, soprattutto da chi aveva la coda di paglia (famoso e imperituro, mi dispiace per lui, rimane un editoriale del direttore del Corriere, Paolo Mieli, intitolato “Dieci domande a Tonino” come se ci avesse mangiato insieme, fin da ragazzo, a Montenero di Bisaccia). Io distinguo le persone fra quelle che hanno una percezione positiva di Di Pietro e quelle che lo hanno odiato fin dall’inizio (“Di Pietro è un uomo che mi fa orrore”, Berlusconi) e tuttora lo odiano, perché si può star certi, o quasi, che questi ultimi hanno qualcosa di losco da nascondere. Parlo naturalmente del Di Pietro magistrato, il politico, ingenuo, pare aver smarrito quella furbizia contadina (“che ci azzecca?”) che gli permise a suo tempo di mettere nel sacco gli indagati e il loro truffaldino politichese. Mi spiace comunque che oggi i magistrati o gli ex magistrati di Mani Pulite, con l’eccezione di quel gran signore che è Francesco Saverio Borrelli, abbiano isolato umanamente Di Pietro. Mi pare una brutta storia di razzismo sociale.
Passarono pochissimi anni e, con tutti i testimoni del tempo ancora in vita, ‘lorsignori’, sostenuti da quasi tutta la stampa, riuscirono, con un gioco delle tre tavolette, a capovolgere le carte in tavola: i veri colpevoli divennero i giudici, le vittime i ladri, assurti, spesso, a giudici dei loro giudici.
Era ovvio che con un simile, incoraggiante, precedente la corruzione esplodesse coinvolgendo tutti i settori della vita pubblica e privata, normali cittadini compresi. Ma se le inchieste della Procura di Salerno dovessero essere confermate l’effetto sarebbe devastante. Una corruzione così ampia all’interno della Magistratura, massimo organo di garanzia in uno Stato di diritto, minerebbe alla radice la fiducia dei cittadini di essere uguali almeno davanti alla legge e significherebbe che questo Paese è marcio fino al midollo. E si potrebbe dire, parafrasando un antico e famoso titolo dell’Espresso: “Magistratura corrotta, Nazione infetta”.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2019)

domenica 20 gennaio 2019

Letizia Battaglia a Livorno dal 19 gennaio al 15 marzo 2019


Letizia Battaglia, classe 1935, è una donna dal carisma irresistibile, una di quelle figure che mentre raccontano la storia, la scrivono. Dal 19 gennaio a Livorno, nei Granai di Villa Mimbelli-Museo Civico Giovanni Fattori, cinquanta dei suoi storici scatti - raccolti in una mostra che ha per titolo il suo nome - permettono di approfondire il lavoro e il ruolo di Letizia Battaglia, annoverata tra le protagoniste assolute della fotografia contemporanea.
Promossa dalla Fondazione Carlo Laviosa nell’ambito del progetto Fotografia e Mondo del Lavoro e realizzata in collaborazione con il Comune di Livorno, la mostra, di grande impatto, per le caratteristiche intrinseche al lavoro di Battaglia apre finestre su temi molto diversi tra loro, ma complementari: dalla storia della fotografia a quella del giornalismo, passando per la storia sociale e politica d’Italia, giungendo ad interrogare, implicitamente, i musei di oggi.
Abbiamo posto tre domande a Serafino Fasulo, curatore della mostra e direttore della Fondazione Carlo Laviosa, per conoscere più da vicino la figura di Letizia Battaglia e questo ente.
Quali aspetti del lavoro di Letizia Battaglia vuole approfondire la mostra? 
«Quando nel 1970 Letizia Battaglia si trasferisce a Milano da Palermo, scrive per varie testate. I giornali le chiedono fotografie a corredo dei suoi articoli ed è dunque per necessità che diventa fotografa. Letizia è la prima donna a lavorare ufficialmente in una redazione giornalistica e fotografa di tutto: matrimoni, bambini, manicomi. Non viene da una scuola professionale e non ha una conoscenza approfondita della macchina fotografica. Tuttavia ha una grande consuetudine con le arti figurative che ha sempre seguito fino a farne una costante del suo universo culturale e sa esattamente come costruire un’immagine. Una fotografia rivela molto anche dell’autore e per Letizia Battaglia scattare significa darsi al mondo. La sua capacità di registrare la realtà con lucidità, anche se in situazioni estreme ed in maniera asciutta, non priva in alcun caso i suoi scatti di una forte ed intensa portata emozionale. Dietro ad una fotografia importante ci sono un pensiero ed una predisposizione empatica ad incontrare l’altro, sia che si tratti di una persona, di un paesaggio o di un oggetto. La mostra non segue pertanto né un andamento cronologico né tematico ma vuol sottolineare come un grande fotografo non si forma sui manuali d’istruzione ma su altri presupposti che sono l’empatia, il suo bagaglio culturale e la capacità di mettersi in gioco».
Quali elementi del suo lavoro l'hanno resa una delle fotografe più rilevanti della scena contemporanea?
«Il lavoro di Letizia Battaglia, una giovane di 83 anni, è stato spesso sommariamente etichettato come testimonianza sugli omicidi di Mafia ma ciò è riduttivo. La Battaglia è stata sì una fotografa di trincea (nomen omen) ma ci ha illuminati ed arricchiti anche con la sua incessante ricerca della bellezza e della dignità: le sue foto restituiscono il pathos delle tragedie greche, il dolore ed il sublime. Le linee guida dell’inquadratura conducono il suo occhio verso gli elementi più importanti della scena ma non le impediscono di andare a scoprire, nelle zone d’ombra, dettagli che aggiungono significato, mistero e inquietudine per una realtà incerta e dolorosa. Tutto questo è presente anche nelle foto che non riguardano direttamente la Mafia e che ritraggono le donne e soprattutto le bambine, le feste religiose, l’aristocrazia siciliana immobilizzata in tableaux gattopardeschi, la Palermo che "puzza”, quella che lei ama. Un’epopea dei vinti. Non si può comunque negare che le foto dei morti di Mafia l’abbiano resa celebre ma bisogna chiedersi come mai le sue foto siano rimaste impresse nella memoria collettiva mentre quelle di una miriade di giornalisti che hanno fotografato gli stessi eventi siano finite nel dimenticatoio. La sua è una foto di cronaca che attiene all’evento e al contempo lo trascende per raccontare la lotta eterna tra il bene e il male.
Letizia Battaglia è divenuta una delle figure più rappresentative del reportage, prima donna europea ex aequo con l'americana Donna Ferrato ad essere insignita a New York nel 1985 del Premio Eugene Smith per il fotogiornalismo (assegnato annualmente a fotografi che si siano distinti per un punto di vista innovativo in ambito sociale, economico, politico o ambientale). Da tempo non è più considerata una giornalista ma è stata inserita tra le figure più rappresentative dell’arte fotografica».
 (Silvia Conta) 



venerdì 18 gennaio 2019

Torna Che Guevara, le élite non capiscono



Quelli che stanno cambiando profondamente in questi anni, sotto i nostri occhi ma senza che noi quasi ce ne si accorga, sono gli assetti internazionali, e non solo, usciti dalla Seconda guerra mondiale. Grandi Paesi, come Cina e India, che a quella guerra non avevano partecipato, e quindi, a differenza dei vincitori, non ne avevano potuto cogliere i frutti, si sono affacciati con prepotenza sull’arengo mondiale accogliendo il modello di sviluppo occidentale che è riuscito a sfondare in culture antichissime che gli erano antitetiche, come appunto quella cinese e indiana. Ma se ciò ha aperto all’Occidente enormi mercati prima preclusi, praterie ancor più sterminate si sono presentate davanti a Cina e India che proprio in quell’Occidente una volta egemone si abbeverano mettendolo in gravi difficoltà.
Donald Trump, che è molto meno sprovveduto di quanto lo si faccia fermandosi alle sue ‘mise’ stravaganti, ha capito, e lo ha anche detto, che gli Stati Uniti non possono, e non vogliono, più essere i ‘gendarmi del mondo’. The Donald non farà mai guerre ideologiche, tipo Afghanistan o Iraq, per raddrizzare le gambe ai cani, per convincere, con le armi, certi Paesi riottosi ad adottare la democrazia, l’uguaglianza fra uomo e donna, il rispetto dei ‘diritti umani’ che sono da sempre, almeno a partire dalla Rivoluzione francese, il ‘core’ del pensiero occidentale. Ciò che interessa a Trump è conservare il primato economico o condividerlo con la Cina che al momento appare, su questo piano, l’avversario più pericoloso.
I tedeschi, con la copertura dei francesi, stanno cercando di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu o quantomeno un seggio per l’Ue che sostituirebbe quello attualmente occupato dalla Francia. Cosa che era impensabile fino a pochissimi anni fa. E verrà anche il momento in cui sarà tolto alla Germania democratica il divieto di possedere l’Atomica, perché è fuori da ogni logica che quest’Arma, che è un deterrente decisivo per non essere spazzati via come fuscelli (Kim Jong-un insegna), ce l’abbiano oltre a Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna anche India, Pakistan, Israele, Corea del Nord e non il più importante Paese europeo. Del resto la Nato, che in teoria avrebbe dovuto garantire la sicurezza agli Stati membri, è in crisi come ha ammesso lo stesso Trump e l’Europa ha urgente bisogno di una difesa che non sia affidata solo alle armi convenzionali, che oggi stanno all’Atomica come un tempo la spada al fucile o la cavalleria ai carri armati. E l’Unione europea avrebbe dovuto cogliere al volo le incertezze di Trump sulla Nato per togliersi finalmente di dosso la pesante e pelosa tutela americana.
Ma, al di là di questo, il vero pericolo, per tutti, è un altro e si chiama Isis, ulteriore fenomeno nuovo che non era presente alla fine della Seconda guerra mondiale, che sconfitto a Raqqa e a Mosul risorge ovunque come un’Idra dalle mille teste, in Egitto, in Libia, in Mali, in Somalia, in Kenya, in Nigeria, in Pakistan, in Afghanistan e, sporadicamente, in alcuni centri nevralgici dell’Europa. Perché Isis è un’epidemia ideologica che potrebbe anche contagiare occidentali che non hanno alle spalle alcun retaggio islamico. Tutto il fenomeno dei foreign fighters è un segnale dell’angoscia di vivere in un modello di sviluppo che non è in grado di dare alla vita un senso che non sia puramente materiale.
Sono state le democrazie a uscire vincitrici dalla Seconda guerra mondiale. Si pensava quindi che questa forma di governo fosse non solo la più giusta ma anche la più efficiente. Così non è stato. Perché, salvo rari casi, le democrazie non sono mai state democrazie ma oligarchie o, come le chiamava pudicamente Sartori, poliarchie (“Democrazia e definizioni”). E queste élite, soprattutto economiche, non sono state all’altezza, come ha sottolineato Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere (“Gli errori delle élite globali”, 10/1/19), facendo innanzitutto e soprattutto i propri interessi ai danni di quelli della popolazione. Tutti i cosiddetti ‘populismi’, pur così variegati e diversi fra loro, sono una rivolta contro le élite economiche e partitiche affinché il popolo si riprenda i propri diritti e la propria sovranità. Fino all’altroieri queste rivolte avevano calcato i solchi tradizionali, con ideologie riconoscibili e leader riconoscibili. Ma adesso queste rivolte sono diventate trasversali, non sono individuabili come appartenenti alla destra o alla sinistra, e tendono alla violenza. Non ci sono solo i gilet gialli francesi ma anche i serbi che hanno dato vita a una rivolta contro il presidente Vucic, che non ha ancora un nome e che mette insieme categorie eterogenee. Siamo all’alba di un nuovo mondo? Siamo alla rivincita postuma di Ernesto Che Guevara che non era né di sinistra né di destra ma uno che si è sempre battuto per il riscatto degli “umiliati e offesi” di tutto il mondo?

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 17 gennaio 2018)

domenica 13 gennaio 2019

Arti e mestieri: "L'Opinionista"




In un panorama che tende a confondere ruoli e mestieri, la figura dell'opinionista intriga e inquieta per il ruolo assurto nella società moderna.
Fino a ieri giornalisti, scrittori, poeti, professori e, comunque, gente di cultura, con un pensiero articolato alimentato da studi, erano chiamati a esternare loro punti di vista su questioni meritevoli di riflessioni e approfondimenti. 
Unico presupposto richiesto per la loro credibilità, indipendentemente dalle idee politiche e dai posizionamenti partitici eventuali, era quello di avere in dote una “onestà intellettuale” riconosciuta e ampiamente collaudata.
Con la figura dell'opinionista, oggi, sono anche coinvolti personaggi provenienti dalla cronaca e per i più svariati motivi; soggetti spesso faziosi non necessariamente qualificati e attendibili per arricchire culturalmente con i loro interventi.
Centinaia di figuri si alternano nei talk per esprimere pareri non sempre qualificanti, in qualche caso tendenti al fake, magari allo scopo di accendere dibattiti stralunati, strabilianti, strampalati, improvvisati, spesso pure pecorecci.
Il web e i media in genere di questi “malati di protagonismo senza se e senza ma” ne fanno merce preziosa, per invogliare le masse a visionare i "contenuti", allo esclusivo scopo di canalizzare curiosi e maniaci di scoop e lucrare sulle pubblicità che precedono i servizi e che remunerano i tanti canali in concorrenza.
Ne derivano anche spedizioni e visualizzazioni parallele sui social, dove prosperano video incontrollati riguardo alle fonti, alla attendibilità dei contenuti e qualifica degli stessi interlocutori. Da questo non rimangono purtroppo escluse anche quelle che dovrebbero costituire delle fonti qualitativamente alte dell'editoria moderna.
Ma è l'intera fabbrica delle fake news e non solo delle esibizioni che nasconde spesso tanta ignoranza.
Ne consegue che, lo spettatore generico, piuttosto che porre attenzione sui contenuti, si concentra sulla spettacolarizzazione, sulle diatribe suscitate provocatoriamente, nel caso, da quella che può essere una Mussolini, una Taverna, un Gasparri,  un Sallusti, un Salvini, un Grillo o da un qualsiasi altro avente le stesse caratteristiche dialettiche, trascurando il verosimile loro intento di voler assurgere più a “personaggi con delle parti in commedia”.
Con i loro argomentare, questi specialisti naturali della comunicazione, tendono ad allontanare sempre dall'essenza delle questioni specifiche non gradite, distraendo possibilmente lo spettatore dai veri contenuti che emergono o tendono ad affiorare, indirizzando - all’occorrenza - anche allo spettacolo becero.
In tutto questo la vera colpa non è comunque dei personaggi in questione che oggi calcano, padroneggiando, le tavole del “teatrino perenne” e che sono sempre esistiti pure in assenza dei media, ma degli spettatori “ebeti”, ormai assuefatti e condizionati da queste dosi di droghe sempre più pesanti che inducono a una progressiva “dipendenza”.
Al riguardo mi piace riportare le tesi sostenute dal mio amico P. il quale scrive che "l’argomento, ovviamente, è di grande attualità. In un mondo dominato dai media e dai social in maniera sempre più pervasiva, a tutti indistintamente è data la possibilità di dire la propria in pubblico. Un modo formidabile di dar voce al proprio ego. Solo che sui social, come nella vita reale, quelli veramente che hanno qualcosa di interessante da dire sono pochi. Per cui per molti ciò fa aumentare il senso di frustrazione e si pensa che per farsi sentire bisogna urlare di più (inteso anche in senso metaforico). Ne consegue una sorta di “facite ammuina “ globale nel quale le competenze non sono riconosciute, anzi chi tenta di fare qualche ragionamento più articolato basato sulle proprie conoscenze viene spesso travolto da insulti e aggressioni verbali. Insomma la voce data alla folla e suoi portavoce urlatori di professione porta sempre a salvare Barabba e a crocifiggere Gesù."
Ancor peggio appare l’aspetto politico della questione, allorchè dei personaggi provenienti da questo mondo ovvero assurti alla notorietà anche per dei fortunati - per loro - scoop occasionali (quali “Schettino, vada a bordo, c…..” o altre boutade d’effetto similari alla “Adinolfi and Co” per intenderci) vanno ad approdare in ruoli istituzionali.
In questi casi non ci si riferisce esclusivamente o principalmente ai titoli di studio accademici posseduti (Orlando al Ministero della Giustizia o Fedeli alla Pubblica Istruzione docet) ma alla qualità umana e al connesso “background” culturale ed etico intrinseco ai soggetti, necessario, se non indispensabile, per l’efficace e pieno assolvimento del delicato ruolo "occasionalmente" ricoperto.
Patetica appare anche la comunicazione politica fatta attraverso pezzi mandati a memoria e sparati in tv da figuranti (In questo le donne risultano generalmente più brave degli uomini, avendo da sempre la lingua più lunga!).
Per quanto ovvio, tutto quello fin qui scritto costituisce anch’essa una “opinione” assoggettabile ad esame, che potrebbe ben abbracciare qualunque campo del nostro vivere sociale e potrebbe alimentare - nel caso esclusivamente - un "sano e pacato" confronto.
Buona luce a tutti!

© Essec

P.S. Le citazioni di personaggi pubblici in vita sono utilizzate come esempio per cercare di rendere più chiaro lo scritto.




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