"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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sabato 2 febbraio 2019

Equivoci


“Presidente”, chiese pressante il giornalista, “ci può fare un breve resoconto degli sviluppi del suo settore e dei problemi ancora aperti?”
Di buon grado il Presidente cominciò:
”Qualche considerazione generale su un settore molto importante nel nostro paese (e non solo) è d’uopo. Si è infatti attenuata l’attenzione mediatica innescata dalle sofferte vicende vissute lo scorso anno. Esse hanno rappresentato l’epilogo annunciato di una situazione di difficoltà, protrattasi per lungo tempo.
Un settore che sul finire del secolo scorso, sfruttando nuovi canali di comunicazione e seguiti sempre più nutriti, ha registrato una crescita ragguardevole in termini di volumi e di ricavi (sostanzialmente triplicati in quel periodo). Ciò induceva a pensare a uno sviluppo inarrestabile, considerato pure il numero di operatori iscritti agli albi ufficiali, ben più alto della media degli altri paesi europei.
Il comparto, però, nella fase di maggior crescita, non ha effettuato i necessari interventi per rafforzare il grado di patrimonializzazione né realizzato idonei investimenti per migliorare la competitività anche nel confronto internazionale. Non ha rinnovato neanche gli assetti di governo societario (non rari i casi di nepotismo e familismo amorale), i modelli di business (talora condizionati da forme di campanilismo esasperato e altre turbolenze), le infrastrutture ivi comprese quelle tecnologiche, le competenze manageriali.
Inoltre non ha prestato attenzione all’aumento dei costi di funzionamento e al conseguente drastico effetto sulla redditività. Poco efficaci sono stati i richiami a una più prudente gestione finanziaria e le iniziative volte a limitare le conseguenze di una connaturata asimmetria informativa, derivanti anche dalla presenza in bilancio di asset di non immediata e facile valutazione, e fenomeni di “azzardo morale”.
La corsa è proseguita, nonostante alcune situazioni di difficoltà e contraccolpi sull’opinione pubblica rivenienti da ben noti episodi di cattiva gestione dei primi 2000, per certi incroci societari non proprio pertinenti. Il settore ha iniziato la sua parabola discendente a partire dal 2007. Le performance sono peggiorate progressivamente. I bilanci hanno registrato il forte degrado degli attivi e perdite significative. Piccoli e fedeli azionisti di società anche quotate in borsa, hanno visto la loro quota svalutarsi. I fruitori dei nostri servizi si sono allontanati delusi e arrabbiati. Non sono mancate condotte fraudolente di qualche Presidente con inchieste e procedimenti giudiziari.
Il numero di operatori in difficoltà è aumentato e alcuni di essi, anche di grandi dimensioni, sono stati acquisiti da soggetti esteri. Si è innescato un processo di colonizzazione e di marginalizzazione internazionale.
Lo stato di difficoltà è sotto gli occhi di tutti, soprattutto dopo le vicende meste e dolorose dello scorso anno. Queste ultime potremmo definirle una “esplosione di sofferenze”.
”E”, aggiunse, “forse anch’io avrei dovuto controllare meglio.”
“Presidente”, lo interruppe il giornalista con aria imbarazzata. “Ma…ma io non gli ho chiesto di parlare di banche. Perché mi sta parlando di banche? Non capisco!”
“Ma io, mio caro, non le sto affatto parlando di banche!” Replicò con prontezza il Presidente. “Che c’entrano le banche? Non ha capito che sto parlando di calcio? Provi a mettere nomi e riferimenti concreti alle mie generali affermazioni e si convincerà che io di calcio le ho parlato.  E anche della necessità di rivedere radicalmente un modello non più sostenibile, salvo che non si voglia assistere a nuovi fallimenti. Io di banche non so niente. Io sono l’ex Presidente della FIGC. Mica l’ex Presidente dell’ABI. Se poi anche l’altro settore è nel pallone, che cosa posso farci?”
Voi sapreste riconoscere i fallimenti del mercato sportivo ai quali allude l’intervistato? Quelli del mercato bancario sono fin troppo noti.

Luca Pitti (Economia & Finanza Verde)


venerdì 18 febbraio 2011

Attenti al lupo.

Scarpinata Assunta Serena, coniugata con Max Cavolata, tranquilla impiegata nell’industria “Blasonata Storica”, un giorno udì finalmente pronunciare da qualcuno la fatidica frase: “occhio, sono arrivati gli Ispettori”.“Era ora”, pensò però in cuor suo Assunta, continuando nel monotono tran tran quotidiano; lo stesso dissero molti colleghi del settore assemblaggio e, in un afflato all’unisono, tutto lo stabilimento si riconobbe nella pittoresca esternazione d’Innocenza Imprudente che disse: “così finalmente i capi la finiscono di rompere i coglioni con richieste d’approfondimenti, chiarimenti e precisazioni che dovrebbero far parte della loro professionalità collegata all’operatività ordinaria e che, invece - esclusivamente per loro vantaggi - riemergono come per incanto e con frenesia solo in prossimità e nel corso delle preannunciate visite”.
Assunta Serena pensò anche che fosse naturale e legittimo fare in modo che la casa appaia smagliante ed evidenzi un totale ordine, quando si attendono ospiti, ancor di più se di riguardo e attendano a “visite fiscali”.
Nell’occasione Assunta Serena scoprì in taluni soggetti insospettabili freschezze e simpatie prima nascoste, riscontrò praticità in euforici ed autonomi interventismi fino ad ieri sollecitati; il tutto mentre splendidi sorrisi, a 360 denti, si sprecavano nella fabbrica e uno strano perbenismo infiorava i rapporti interpersonali: “mi scusi”, “prego”, “mi permetta”, “la ringrazio”, “molto gentile”, “si figuri”, “non s’incomodi”.
Assunta Serena Scarpinata, in Cavolata, osservò però che non tutti i suoi colleghi capivano pienamente gli eventi; taluni apparivano stralunati, intontiti, interdetti. Notò in alcuni comportamenti e sguardi a lei ben noti, che aveva tristemente sperimentato e letto negli occhi dei suoi teneri bambini - sostanzialmente affidati, durante l’orario di lavoro, a terzi fin dalla nascita - quando talvolta aveva tentato di esternare loro delle inusuali carezze alla presenza di ospiti.
Gli innocenti, come quei colleghi oggi, abituati all’ordinaria indifferenza o, peggio, a ricevere dalla madre stanca violente reazioni isteriche - e non sempre giustificate - restavano pressoché imbambolati; qualche volta, temendo anche di peggio, avevano anche alzato istintivamente le braccia in un atteggiamento di naturale difesa.
Grazie a questo la navigata Assunta Serena aveva scoperto come tanti traumi giovanili sottostavano al comportamento di molti adulti, accertato l’attualità della questione e riconosciuto la presenza del fenomeno anche nello stabilimento ove lavorava.
Negli anni, dai vari settori della catena cui era stata via via adibita, aveva scoperto l’arte delle infinite tecniche in uso per la caccia agli allocchi: visto lanciare lenze con esche luccicanti, distribuire molte caramelle, osservato più colleghi rifiutarle, cercarle, raccoglierle, gustarle; aveva individuato preferenze, ascendenti, protezioni ed anche eccessi, abusi, soprusi.
Pure nelle favole che si raccontano ai bambini i gatti e le volpi adulano e nelle occasioni critiche si defilano.
Nella circostanza, come per incantesimo, i maiali smisero di grugnire, i caproni controllarono i naturali istinti, i lumaconi viscidi rientrarono nei loro angusti gusci, i leoni si camuffarono in splendidi e affidabili gatti. Inoltre, i cani latranti furono isolati o dotati di museruola e, mentre i muli continuavano a far girare la ruota del frantoio, le belanti pecore - pascolando - attesero il periodico passaggio della “piena” (“calati junco ca passa la china”).
Da subito, con tempestiva prontezza, gli ambienti della fabbrica furono impregnati di pungenti profumi e super dosi di deodoranti, utili a neutralizzare ogni traccia degli abusati servizi igienici.
Intanto si sentiva chiedere: quanti sono? Come si chiamano? Come ti sembrano a prima vista? Ne conosci qualcuno? Che anzianità hanno, che grado, da dove vengono? Quello c’era già stato l’altra volta; ………. e come è andata? Secondo te, secondo la tua esperienza, quando verranno da noi? Quanto staranno? Cosa chiederanno? Con chi si relazioneranno? Quanto durerà questa farsa? Anche questa volta .……. se la sta scapolando! Che porcata, per evitare “la verifica” della supervalutazione annuale!
Da giovane Assunta Serena era stata anche lei un’idealista. Pulita nei pensieri, auspicava la prevalenza dei sani principi e aveva pure lei guardato con ammirazione le poche mosche bianche; quegli sparuti onesti superiori che praticavano convinti l’assoluta trasparenza nella gestione; aveva immaginato una giustizia imparziale e trionfante in un tempo galantuomo. Oggi era una disillusa come tanti; il passare degli anni e le molte esperienze l’avevano portato ad un approccio pragmatico.
La maturità illumina e ridimensiona gli idealismi: i suoi nuovi credi erano “carpe diem”, “testa che non parla si chiama cucuzza”, “aiutati che iddio t’aiuta”.
Ormai Assunta Serena, conosceva i ritmi, riconosceva gli uomini, prevedeva gli eventi. Sapeva bene che pure stavolta avrebbe incontrato i “verificatori” e sapeva pure che oggi, interpellata, avrebbe certamente risposto, pur sapendo di mentire, “va tutto bene”, estasiando così gli interlocutori “avvezzi”. In verità conosceva l’andazzo, sapeva che quelli apprezzavano il sentire affermare che “è tutto ok, che il prezzo è giusto, l’ambiente splendido, il Capo paterno ed il pasto abbondante”. Sapeva pure che avrebbero glissato furbescamente sulle cose risapute ed anche a loro note, improvvisando ogni astuzia per far finta di nulla e aggirare ogni ostacolo.
L’esperienza le aveva insegnato che i “raccomandati” non vengono mai minimamente scalfiti e che i fatterelli incresciosi rimangono squallidi pettegolezzi non degni d’attenzione: “non meritevoli di alcun credito”.
I Verificatori avrebbero certificato, in ultimo, la normalità “virtuale”, peraltro facilitata dall’analitica revisione attuata con professionale cura dallo “staff” dello stesso stabilimento, da tempo mobilitato nell’attesa dell’ineludibile e scontata visita (oltremodo preannunciata in relazione alla complessità della struttura produttiva e dai tanti accadimenti lavorativi e non, succedutisi dopo l’ultima “formale” verifica).
Assunta Serena, più realista del re, circa il proprio status sapeva già che era difficile sperare in cambiamenti spontanei, che occorreva quindi attivarsi, darsi da fare e trarre il massimo vantaggio dall’occasione, anche perché il ciclo continua e – finiti i controlli - sarebbe tornato tutto come prima, salvo che per marginali “regolamenti di conti” con gli eventuali ingenui o impuniti “delatori” che gli stessi Ispettori avrebbero provveduto a segnalare, puntuali, ai “responsabili” dello stesso stabilimento.
Il tempo trascorse e, a conclusione delle verifiche, secondo ogni previsione i “Nostri” certificarono la sostanziale bontà della produzione e l’ottima organizzazione dell’impianto ….. e “soddisfatti” andarono via.
Il Capo dello stabilimento tirò l’ennesimo respiro di sollievo e pensò ad alta voce: “e anche questa è fatta”.
In virtù del rinnovato marchio di qualità la struttura continuò nel suo ciclo produttivo e, secondo lo “standard” consolidato, riesumò la prassi “ordinaria” precedentemente sospesa.
Furono altresì riaperti i recinti dei cani latranti, si riudirono porci grugnire, cessata la pioggia riapparvero tracce di “lumache e crastuna“, i branchi di leoni - annusata la dipartita dei vigilantes – al comando del capobranco ripresero a razziare con rinnovato vigore e senza alcun freno nella definita riserva di caccia.
Assunta Serena intanto mise a frutto l’ulteriore esperienza: questa volta non aveva perso l’autobus. Separata, di fatto, dal marito idealista, Max Cavolata, cominciò a frequentare assiduamente un più tranquillo e facoltoso compagno, Fedele Lucrezio, di molti anni più vecchio.
Oggi ha raggiunto molti degli obiettivi che l’avevano frustrata e che da tempo agognava. Ha cambiato radicalmente il suo “status” lavorativo, cura di più l’immagine.
Inoltre, conduce una vita intensa, si sente pienamente realizzata, coltiva molti interessi, fa equitazione, legge di più, va a teatro, viaggia spesso e, contrariamente a prima, non sempre dorme a casa.

(C.V)



martedì 15 febbraio 2011

Giacomo Leopardo e il problema cittadino: “LA FAVORITA”.

Il film Johnny Stecchino, felice performance dell’attore comico Roberto Benigni, individua nel traffico cittadino il principale problema di Palermo. In verità, anche se l’ironico paradosso cinematografico indica il “virus” più comune e tipico degli affollati agglomerati urbani, sono ben altre problematiche che inquinano l’inossidabile mondanità locale.
Nell’atavica ignavia di un contesto civico felicemente stigmatizzato dal romanziere Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, si alimenta una pubblica amministrazione ove prevale l’arte del tirare a campare, la raccomandazione e un’arroganza che talvolta sfiora angherie da malaffare.
Impunità sempre più ostentate, in verità sono pure agevolate da un assuefatto e talvolta complice “parterre”, ormai avvezzo a vedere calpestare ogni diritto e rassegnato a subire ogni abuso. Insomma, continua un andazzo che alimenta la dilagante crescita dell’ “humus siculi”, substrato indispensabile per lo sviluppo delle diverse forme di “mafiosità” (evidenti e non) divenute parti integranti dei DNA degli stessi indigeni, in ogni ruolo e grado, siano essi: tutori, amministratori, semplici spettatori, vittime di turno, fedeli luogotenenti, istrionici “pigmalioni” o cinici “padrini”.
In un tal contesto è difficile restare incontaminati o riuscire a preservare gli ambienti, anche se pubblici e dei più “elevati”; pure se legati a culture e tradizioni nobili e d’origini lontane.
Non c’è da sorprendersi, quindi, se da qualche tempo una blasonata e prestigiosa “Casina” vagamente liberty assurge alle cronache per dei “chiacchiericci” legati ad una fantomatica “FAVORITA”.
Fu informato Giacomo Leopardo, navigato sindacalista avvezzo a gestire casi difficili e delicati.
In breve G.L. ebbe a verificare che non si stava lì discutendo del noto parco cittadino, divenuto famoso per i fasti di un tempo (ove insistono diversi insediamenti sportivi quali: stadio, campo di atletica, ippodromo, ecc...), oggi divenuto luogo decadente anche per l’incuria dell’autorità comunale, ma che si trovava di fronte ad emblematiche ironiche allusioni, collegate ad “attenzioni” che erano rivolte da “responsabili della casa” a “fortunate favorite”.
Autorevoli fonti gli riferirono che da qualche tempo, quasi passandosi un virtuale testimone, “maturi burocrati”, forse ringalluzziti da fantasie ispirate dalla “chiacchierata” piazza, attraverso autonome e arbitrarie iniziative - supinamente accettate dal “contesto” - mettevano a frutto collaudate e impunite prassi per designare “dame di compagnia” utilizzabili anche per le mondanità locali. Il tutto attuando delle raffinate tecniche selettive, con passaggi e scremature atte ad “individuare” le “fortunate elette di turno”, orgogliose di ricoprire l’ambito ruolo. Per quanto ovvio, gli “incoronamenti” - caratterizzati da evidenti sviluppi pratici, talvolta piacevoli e in ogni modo gratificanti - procuravano sempre alle “prescelte consenzienti” vantaggi diretti e indiretti, immediati o prospettici.
G.L. registrò come il “gioco”, allargato talvolta ad ambiti familiari, facesse pure emergere evidenti pettegolezzi ed inevitabili squilibri nell’ambiente lavorativo; innescasse, cioè, discriminazioni e scontenti più o meno isolati negli antri dell’intrigato “granaio”.
Al riguardo gli fu pure raccontato che quegli stessi “bucanieri”, una volta esposti a velati ricatti, erano anche riusciti a compiacersi nel rimuovere “astutamente” gli spiacevoli intoppi; per gli abili compromessi confezionati che, adeguatamente personalizzati, riuscivano sempre ad insabbiare ogni cosa; il tutto, nel naturale mellifluo iter istituzionale (da qui un motto sembra circoli fra i soliti “furbi”: “non accalchiamoci, c’è n’è per tutti”; ovviamente, salvo eccezioni). 
Rimaneva la palpabile distonia fra le “apparenze” e la “sostanza”, differenze che rischiavano di offuscare l’ostentata “integrità pubblica”, da sempre emblematico vanto della famosa ed integerrima “Casina”.
Si realizzavano intanto favole come Cenerentola e tante altre magie come nei classici cartoons di Walt Disney (scope volanti e Pico della Mirandola virtuali, Pietri, Pippi, Clarabelle, Paperine).
All’esperto Leopardo apparve singolare il fatto che la gravità di profili come quelli in questione, difficili da gestire e ancor più da occultare, qualche volta anche per le peculiarità degli stessi “attori”, fosse potuta sfuggire agli “attenti professionisti” in occasione dell’episodica recente verifica ispettiva.
Anche se era risaputo che i controlli interni si concentrano principalmente nel vaglio dell’efficacia e della sicurezza delle prassi più esposte a rischi operativi e che, quindi, attenzionano maggiormente la condotta dei “bassi ranghi”, non poteva “pubblicamente” accettare il sospetto che potessero essere stati attuati approcci volutamente “sufficienti, bonari e permissivi” nei riguardi delle più alte “caste”. 
Anche se sapeva benissimo che i comunisti non mangiano i bambini, nonostante le molteplici esperienze maturate sul fronte sindacale, “si professava” un garantista che credeva ancora nella moralità della “casina”, ufficialmente improntata al pieno rispetto delle regole.
Intanto fu organizzata l’immancabile riunione delle maestranze dell’edificio e in breve, dopo l’ennesimo aggiornamento sull’eterna vertenza economica, si andò a parlare delle ultime verifiche ispettive e delle questioni in argomento.
Si sentì dire: “pensavo che sarebbe andata peggio; in relazione a quello che hanno visto e chiesto sono stati molto teneri: un approccio buonista; come al solito non cambierà nulla, forse qualche spostamento, per tamponare emergenze ........, ma qualcuno sperava davvero in qualche cosa di efficace e positivo?..... ma no quello era un padre di famiglia, un signore; ...a proposito …… lo sapevate che …………….. sono stati visti assieme a ...…….…..”.
Il solito distratto contestatore locale ebbe ad esternare l’ovvietà che ogni sorta di massoneria, anche se incruenta, s’ispira a filosofie che attendono a regole d’incontrollabile faziosità.
Al disilluso restò l’ennesima amara riflessione e, fraintendendo parte dei discorsi recitò il famoso detto che “cumannari è megghiu ri futtiri”; arguì peraltro in quello stesso momento che “a pensarci bene, non è detto che l’una cosa escluda l’altra”. Chi sposa il detto addiviene di certo ad una scala di valori e quindi, per valutare pienamente ogni beneficio e le piacevoli sensazioni, occorre che lo stesso conclamante abbia approfonditamente sperimentato le due cose ed infine assunto di privilegiare il primo aspetto.......... Rifletté ancora un po', gli sovvenne un dubbio .................e s’ingarbugliò: qualcosa non quadrava!
Un nostalgico, ancorché attempato eterno ingenuo, che sperava ancora di migliorare il mondo sognando l’attualità dei principi storicizzati dagli eventi francesi del 1789, pensò anch’esso, ma ad alta voce: “non sarebbe più rispettoso verso la gente onesta rivolgere uguali attenzioni al decoro e alla decenza di ciascuno, indipendentemente dai compiti cui si è chiamati e ancor di più verso coloro che ricoprono i ruoli sensibili e di più alta responsabilità. Magari attenzionando quegli aspetti morali e quelle condotte che, lungi dall’essere bacchettone, preservino da malcostumi possibili e assicurino una sana trasparente gestione meritocratica. Di certo ciò faciliterebbe il più naturale raggiungimento degli strombazzati compiti istituzionali”.
Dal capannello spontaneo emersero piccole confidenze, riservate e fino ad ieri sottaciute; circolarono aneddoti e delle strane domande; una voce di donna esordì dicendo: “colleghi e colleghe, a proposito di mobbing .......”; “buuuuuuu” fu l’ululato coprente della più esperta e navigata massa, già infastidita da quei discorsi non nuovi e turbata al solo pensiero di mettere in discussione il comandante di turno; assolutamente indisponibile a rinunciare ai propri privilegi che, seppur effimeri, con estrema fatica era riuscita a conquistare, e a risvegliarsi dal soporifico piacevolissimo ruolo.
Infine, come nella famosa canzone del compianto De Andrè, dall’assemblea si sollevò deciso “un coro di vibrante protesta”: si udirono tante cicale frinire acutamente un confuso ed assordante: “cra, cra, cra, cra, ..........”.
L’illuminato politico rinascimentale toscano ebbe a immortalare per i posteri lo scritto: “quanta è bella giovinezza, che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”.
Il nostro Leopardo, infastidito, valutò velocemente che, indipendentemente dall’attendibilità delle fonti, anche se dirette, di certo i fatti prospettati non potevano assurgere a verità e tantomeno a vero problema. Nessuno avrebbe mai validato quelle insistenti “basse dicerie”.
Riconobbe però l’evento e sapeva pure che si era imbattuto in uno dei malcostumi sottaciuti, comuni ad altre residenze della blasonata “Casina”.
Intuì subito che si trovava in una situazione incresciosa, che rischiava di divenire egli stesso strumento di “volgari maldicenze”, che mettevano a repentaglio il blasone della “Casina” e l’integrità di personaggi conosciuti.
In un attimo la sua mente istrionica si accese in un “eureka”, gli balenò d’incanto l’immensa comodità della geniale verità cinematografica arguita dal famoso attore.
Gestì abilmente gli ulteriori interventi e dopo un veloce saluto andò via.
Nella riunione del “Direttivo nazionale”, tenutasi nel mese successivo a Roma, dei partecipanti chiesero incuriositi che fosse aggiornata l’assemblea sulle note vicende di Palermo; G.L. scendendo dal palco e senza microfono farfugliò qualcosa.
Soggetti vicini gli sentirono affermare che si era trattato di un fuoco di paglia e che l’unico vero problema di Palermo era “il tttrrraffico”.

sc

Il Transfuga

Negli ultimi tempi era stato molto attivo e particolarmente severo nei confronti di taluni soggetti vigilati, mai visto tanto livore. Aveva disposto affinché fossero effettuati approfondimenti per una serie d’interventi riguardanti talune problematiche ora attenzionate e di cui forse aveva appreso dettagli nel corso d’occasionali colloqui avuti durante gli incontri in salotti cittadini. Il Capocircoscrizione, che era avvezzo a frequentare l’alta borghesia e ambienti vicini alla Dogana, conosceva, infatti, molti gestori dei più distinti locali controllati e mostrava sempre interesse alle notizie che era d’uso apprendere nel corso degli incontri conviviali. Apprezzava i grandi vini ed in quel periodo mostrava un particolare “riguardo” verso i responsabili della Nuova Cantina.
Anche allo scopo di sviare dicerie e pettegolezzi si accompagnava negli incontri mondani, portando spesso con se anche il compagno dell’unica belloccia che era riuscito ad accalappiare in quest’ultima circoscrizione cui era stato assegnato. Del resto per la Dogana era diventata una prassi rituale il fatto che i responsabili degli stabilimenti venissero facilmente e prontamente introdotti negli ambienti socio-economici circoscrizionali, che costituivano per loro area operativa del momento.
Quella mattina di un lunedì d’inizio estate, come d’abitudine visitando l’ufficio prediletto, con sorpresa di quasi tutti gli astanti, il Comandante annunciò la repentina decisione di lasciare l’Arma; in un primo tempo non fu preso sul serio, quindi fu costretto a chiarire l’imprevedibile mossa arzigogolando argomentazioni da subito poco credibili, in altre parole che, nel timore di incappare nella probabile istituzione di una nuova “tassa sul bottone”, si era fatto bene i conti in tasca ed aveva deciso di optare per le dimissioni dall’incarico (accolte in un battibaleno dal Comando Generale e con decorrenza pressoché immediata). Restavano, però molti punti oscuri sulla vicenda; vuoi per l’inattendibilità del paventato pretesto fiscale, vuoi per il fatto che fino al giorno prima – durante il rituale incontro mattutino del venerdì – il transfuga si era intrattenuto con i collaboratori, per fare il punto sui tanti lavori in corso e programmando peraltro interventi che lo avrebbero pure pienamente coinvolto nell’attività futura: chi sta decidendo soluzioni così drastiche in genere non si dilunga in questioni che già da domani non lo riguarderanno.
In poco tempo, quindi, maturarono i fatti previsti e la temporanea reggenza della caserma, a prescindere dell’adeguatezza allo scopo, fu affidata al naturale unico sostituto disponibile.
Nei corridoi della caserma circolarono da subito tante ipotesi riguardo ai reali motivi che avevano indotto l’esperto vecchio a quell’imprevedibile “fuga”. Una e quella che circolava con maggiore insistenza, parlava di delusioni per un mancato incarico di prestigio, atteso il desiderio di ricoprire la dirigenza di un’importante caserma del nord; la tempestività delle dimissioni però non si conciliava con i tempi. Un’altra motivazione alludeva ad aspetti passionali, in qualche modo forse pure collegati a note debolezze inconfessabili. Qualcuno poi riferiva di un’istintiva reazione ad un mancato benevolo accoglimento di un favore, richiesto in alto loco. Un’ultima ipotesi insinuava su mani intrise di marmellata. Era in ogni caso evidente il fatto che, atteso l’impegno da tempo profuso - fuori del comune, ante e post - finalizzato ad accondiscendere ai sempre più crescenti desideri dell’ultima “favorita”, l’eccessivo arbitrio della gestione aveva alimentato la nascita di diffusi malcontenti; anche per mancate analoghe promozioni attese da altri. Erano di dominio pubblico, almeno nell’ambito circoscrizionale, le inusuali forzature attuate per favorire l’avanzamento nel grado dell’ultima prediletta, mentre azioni vessatorie erano intanto attuate su altri (interni ed esterni alla caserma). Non poteva pertanto escludersi che qualche uccellino fosse stato indotto a cinguettare in alto loco sulle devianze gestionali, trascorse, reiterate ed ancora attuali.
Accreditabile appariva anche un’ipotesi più triste. Qualcuno sospettava che un imprudente ed incompatibile avvio di trattative con una cantina cittadina aveva fatto luce su delle mani imbrattate di marmellata; incidenti simili del resto erano già accaduti, anche se in quel comprensorio non avevano mai interessato l’elevato ruolo.
L’imprevedibile decisione destò comunque molto clamore nell’ambiente e così pure l’inusuale dinamismo attuato per “sistemare” al meglio i fidi prediletti; attuando anche manovre che andassero a creare presupposti di “eterna riconoscenza”. Prima di lasciare la Caserma l’alto ufficiale, quindi, sistemò tutte le sue cose e infine dispose per la “normalizzazione” in organico dei fedelissimi; anche facendo rientrare qualcuno dalle protratte e protette “qualificanti transumanze”. Era il meno che poteva compiere e l’azione andava intanto ad eliminare ogni traccia degli abusi e delle eccessive arbitrarietà pregresse, rendendo tutto limpido agli occhi del prossimo inquilino. Era peraltro certo che, in loco, nessuno mai avrebbe parlato.
Da vecchio pirata, quale egli era, conosceva bene le regole e ancor di più l’ambiente e gli uomini; per gli abusi cui era avvezzo, evidenti e sottaciuti ma da tempo ben noti, manovrando abilmente le sue leve di comando, accontentando prontamente gli “stolti, comprando a basso prezzo i classici venduti e distribuendo caramelle agli amici si era da sempre assicurato l’indifferenza e l’apatia della platea sottoposta.
Di curioso ci fu che, trascorso un mese dall’esodo, il vecchio girasse disinvolto nei vecchi ambienti. A taluni che ebbero a chiedere spiegazioni fu risposto che stava ultimando la redazione dei bollettini valutativi ed allora fu domandato: ma a che titolo? Atteso che da oltre un mese aveva ufficialmente cessato dal ruolo, per la struttura non era più un elemento attivo, pertanto non c’era alcun legame lavorativo che potesse legittimarne l’operato e ancor meno quella “eccessiva libera circolazione”. E poi, come mai non aveva fatto in tempo a redigere quei riferimenti nell’ultima settimana utile rimastagli? Forse aveva voluto cautelarsi, per registrare le successive reazioni? Ovvero quali erano stati gli impegni prioritari effettivamente svolti? Ed infine, sarebbero stati validi dei riferimenti redatti, “a quattro mani”? Ovvero chi appose la firma su quanto fu redatto e il tutto sotto quale data? I “log” informatici relativi agli inserimenti registrarono, in ogni caso, con certezza e in ogni dettaglio il fatto; ma nessuno mai si prese la briga di avviare controlli. Furono solo fatti firmare, a posteriori e per una seconda volta, nuovi moduli cartacei valutativi. Come spesso accade in questi ambienti, non fu data alcuna risposta e nessun sindacato interferì in questi problemi: forse troppo sofisticati per loro.
Dopo qualche tempo, ma non molto, circolò la notizia di un nuovo incarico; nessuno si stranì e neanche del fatto che riguardasse un’impresa fino ad ieri direttamente vigilata; né si ebbe curiosità circa i tempi d’avvio della trattativa e sulle altre formalità attuate per addivenire alla nuova intesa contrattuale.
In ogni caso era prevedibile immaginarlo, erano stati in molti coloro che avevano abbondantemente puntato su questa ipotesi.
Come accennato, l’evento rinverdiva anche quelle strane azioni di riciclaggio di taluni finanzieri transfughi, facilmente assunti – anche con ottimi incarichi – nell’ambito anche indiretto d’ambienti fino ad ieri attenzionati.
Il fatto, che appariva ufficialmente e pubblicamente inappuntabile – prudentemente, erano stati fatti trascorrere i giusti tempi – in ogni modo risultava a tutti deontologicamente scorretto, specie per l’elevato livello in precedenza ricoperto dal transfuga. L’evento mostrava, ancora una volta, i rischi insiti nelle gestioni poco trasparenti, specie in quelle caserme che erano chiamate a svolgere dei delicati compiti istituzionali.
Nel caso, peraltro, non si sarebbero alimentate molte dietrologie se l’incarico avesse riguardato una cantina diversa. Era noto, infatti - ed era pure stato oggetto di contenzioso con dei concorrenti - il modo in cui la Nuova Cantina aveva provveduto a rinnovare ed infoltire i propri organici. Con un’azione aggressiva, attuato il trasferimento della sede dello stabilimento originario per rinnovare il marchio, la nuova realtà enologica aveva attinto alle migliori risorse umane presenti nella piazza – magari arruolando rappresentanti di aziende concorrenti che gestivano “ricchi portafogli clienti” – offrendo loro lucrosi contratti. Con un pragmatismo ai limiti della lealtà concorrenziale la Nuova Cantina era così riuscita a ridurre i costi d’avviamento, accorciando i tempi per l’efficace penetrazione nell’allora più importante mercato di riferimento. Così la nuova struttura si era assicurata i migliori enologi e i più bravi sommelier della concorrenza operavanti nella piazza; per quanto ovvio, quindi, furono pure molti quelli che portarono con sé sia le ricette che le nutrite liste dei facoltosi clienti.
L’arruolamento del “vecchio” generò, quindi, nuove dicerie e rafforzò sospetti.
 
sc


lunedì 7 febbraio 2011

Un vecchio proverbio recita: "Amici e guardati!"

Intanto, al “Comando”, restarono ad operare i “personaggi fidati”. I canali che interessavano continuavano a rimanere, quindi, sotto controllo e non potevano sfuggire ad un’informativa capillare, poiché era stato predisposto tutto affinché passassero sotto vaglio i flussi di corrispondenza dell’intero comando, ma poiché il diavolo ci mette sempre la coda, accadde l’imprevisto.Per le questioni più delicate il reparto verifiche iniziò a “secretare” la corrispondenza riservata e, quindi, i pur volenterosi “terminali dedicati” si rivelarono ben presto inidonei a rispondere efficacemente alle funzioni pensate. Occorreva, quindi, risolvere il problema e rialzare immediatamente il livello cognitivo; magari si sarebbe potuto risolvere in occasione dell’ennesimo e periodico incontro con il neocomandante circoscrizionale.In precedenza, il vecchio, tentò una manovra con il suo ex sostituto, ma se la vide poi stoppare dall’imprevedibile opposizione del caporeparto. Anzi, entrambi i responsabili del reparto verifiche ebbero pure a rispondergli “a tono” quando, tentati dei commenti su problematiche delicate per lui oggi estranee, risultarono impermeabili a tentativi d’ingerenza: per loro l’ex comandante non aveva più titolo per commentare, domandare, “sapere” (INGRATI!).Nel corso dell’occasionale incontro, di cui non fu mai noto il numero di presenti, rinnovandone le lodi il vecchio proferì – ancora una volta ed a piene mani - attestati d’affidabilità per i suoi “protetti”. Fra un discorso e l’altro, quindi, l’autorevole ex suggerì al neo reggente amico che, secondo lui, andavano ulteriormente valorizzate le indubbie capacità di taluni e di due soggetti in particolare. Avrebbe potuto pure consentire alla collega nuove opportunità per una maggiore qualificazione, un completamento della sua formazione, magari nell’ufficio di vertice della caserma. Osservò pure e con furbizia, che ciò gli sarebbe tornato utile anche per risolvere le problematiche gestionali recentemente insorte a livello locale (riguardanti coperture di ruoli richieste da un sindacato per la gestione di compiti attinenti ad uffici operativi). Inoltre, così si sarebbe pure garantita una costante copertura ad un comparto avvezzo a rimanere spesso scoperto di “ufficiali” (per i continui adempimenti ispettivi cui erano chiamati i funzionari addetti). In ultimo si sarebbe anche costituita una blindatura per eventuali possibili trasferimenti, se disposti dall’amministrazione centrale; problema che, purtroppo, si proponeva con ciclicità annuale e di piena attualità anche ora (quanto si rivelò profetica quest’ipotesi).L’amico si dimostrò convinto, ma esperto di diritto evidenziò la necessità di trovare un sistema, una formula che potesse eludere le vigenti incompatibilità regolamentari e che restava un problema ancora: per far quadrare il cerchio, occorreva rimuovere qualcuno dall’ufficio verifiche. Nessun problema disse il vecchio.Con il pretesto che a breve sarebbe andato in pensione un appuntato principale dell’ufficio cancelleria era facile immaginare un rimpiazzo con un pari grado, meglio con l’elemento di maggiore esperienza che esisteva già nel reparto verifiche. Fece pure il nome del “papabile”, sapendo che il malcapitato sarebbe stato gradito ai capi e all’intero reparto che l'avrebbero ospitato.In cuor suo il vecchio pure pregustava un personale regolamento di conti con “quel presuntuoso” che gli aveva sempre risposto a tono e che aveva anche osato “impettare”; sapeva pure che era meglio allontanare un tipo un po’ troppo attento per quel reparto e che avrebbe pure potuto creare ostacolo alle strategie architettate.Mettendo anche in conto una sua reazione, consigliò di addolcire intanto la pillola (suggerendo la sua collaudata tecnica delle “caramelle”), garantendo nell’immediato magari il mantenimento degli incarichi programmati e ormai prossimi e, se il caso, fare delle promesse anche per degli altri futuri (sapendo bene che: scripta manent, verba volant). Col tempo le cose cambiano, tutto si normalizza, anche perché spesso mutano e in men che non si pensi, attori e scenari.Terminato il convivio, gli astanti restarono tutti soddisfatti e brindarono alle decisioni assunte. Il nuovo comandante era così riuscito a coprire e per giunta con un elemento affidabile, il delicato comparto degli approvvigionamenti, affrancando così da quell’onere il funzionario addetto prossimo al convegno.Il vecchio capo con mossa abile era stato arguto nel riordinare i tasselli, blindando al contempo la sua protetta da naturali possibili – quindi temuti - utilizzi consoni al grado, che però rischiavano di portarla nell’immediato verso uffici meno nobili (era, infatti, ancora irrisolta la bega sindacale sollevata, riguardante la copertura dei comparti operativi) e non utili ai suoi piani; così sarebbe stato in grado di assicurarsi “controlli” e “informazioni” più qualitative e di prima mano. Occorreva ora attivarsi presso il Ministero centrale, magari “disturbare” altri amici per manovrare adeguatamente gli imminenti possibili movimenti.Non fu però chiaro se il nuovo comandante si stava semplicemente prestando al gioco, in quanto grato in qualche modo alle alte conoscenze dell’amico per l’inaspettata promozione a capo-circoscrizione, o era poco astuto per intuire le reali conseguenze della manovra ordita. Anzi, lusingato e grato per le attenzioni ricevute, per l’insperato aiuto ed i suggerimenti offerti dall’esperto “vecchio”, non capì per nulla la reale portata dei provvedimenti che si accingeva ad emettere; né gli fu certo ostacolo il vice comandante della Caserma, troppo inadatto a capire queste cose. Non costituì alcun problema il fermo diniego del capo settore verifiche, non tanto poco disponibile all'esodo del "papabile" individuato, ma fermamente contrario al problematico soggetto che andava a costituire il nuovo ingresso.Il nuovo comandante, dal canto suo aveva focalizzato con immediatezza il fatto che il tutto andava a risolvere la “tegolata” lanciata dalla segreteria nazionale del sindacato di maggioranza e a quel punto non ebbe più dubbi. Non conosceva però bene il vero volto dei suoi interlocutori e men che meno conosceva la “storia locale”, né il contesto che solo da poco tempo amministrava; non poteva quindi accostare il tutto alle discusse vicende che continuavano ad aleggiare all’interno di quella, per lui, nuova caserma.Il Neocomandante, con sicurezza si accinse, quindi, a redigere – e di proprio pugno, con la precisione stilistica di fine giurista che si credeva - la comunicazione di servizio: s’inventò anche la “formula” giusta, che andava ad offuscare quel provvedimento, ma che ad un occhio "ordinariamente" vigile avrebbe immediatamente palesato l’evidente ed eclatante violazione normativa. Di palesemente anomalo dispose, però e diversamente dalla procedura in uso, affinché il “file” informatico relativo al provvedimento rimanesse riservato, ma il documento cartaceo doveva comunque circolare e, purtroppo per lui, circolò regolarmente (doveva essere, infatti, necessariamente sottoposto al formale visto dei titolari delle diverse unità operative e chi provvide a ciò non poteva tenere conto delle inusuali necessità di segretezza pretese).L’eterno sospettoso ebbe a chiedersi poi se le successive promozioni ed i relativi trasferimenti alle stesse collegati, che in un caso interessarono un personaggio che avrebbe potuto creare ostacolo, ebbero pure a che fare con quell’illegale e forzata “manovra”.Stranamente a quell’attento sindacalista che aveva con “brillantezza” colto una ben più difficile “incongruenza gestionale” afferente all’area operativa, sfuggì quella più elementare macroscopica anomalia. Lo stesso, guarda caso, fu prontamente chiamato a svolgere impensabili compiti in un più alto ufficio.L’individuo saggio affermò che a “pensar male” non si fa peccato e che le “diavolerie” sono infinite, specie nelle feconde menti dei “perversi”.

sc

ROTTA DEL SAHARA 1986: regata velica ovvero "viaggio avventura"



Rientrato finalmente a casa e con un’abbronzatura esagerata, Salvo si apprestò a scrivere al suo caro amico, cercando di raccontare con distacco il resoconto di quell’ultima esperienza umana che aveva vissuto in sua vece. 
“Carissimo, come forse già sai, ti informo che alla fine ho accettato di prendere il tuo posto in quella regata a cui tenevi tanto; quindi, per darti idea di quello a cui giocoforza hai dovuto rinunciare, te ne faccio in breve il racconto.
Come previsto, tutto ebbe inizio la mattina di sabato trenta luglio. Con partenza dal Molo Sud, l’improvvisato equipaggio di partenza era costituito da colleghi e affini: il capitano: skipper ufficiale, Gianni: collega ed all’origine amico: alle manovre ed all’occorrenza secondo timoniere, Roberto: figlio dello skipper addetto alle manovre, ma rivelatosi capace di parare tutto; come un portiere da nazionale, Io: potenzialmente fotografo-documentarista, ma marinaio in esperimento. 
Non ero mai stato per lungo tempo su una barca a vela e men che meno mi ero mai avventurato fuori del golfo natio. Fin dalle prime battute e già durante i preliminari d’avvio da Mondello, ebbi modo di capire che non sarebbe stata una regata facile. Apparvero da subito evidenti le potenzialità tecniche di quel gruppo; cosa che mi costrinse – fin dall’inizio – ad abbandonare l’idea di usare la telecamera o la macchina fotografica per riprendere più interessanti fasi di gara. Peraltro, relegandoci costantemente da subito nelle ultime posizioni, raramente si riuscivano a vedere le altre barche da vicino, quindi, sarebbe stato pressoché impossibile riprendere interessanti fasi d’avvio. 
Comunque, partiti con il decubertiano proposito di divertirci facendo una regata rilassata, tranquilla e spensierata, in verità da subito emersero gli assurdi isterismi repressi (verificammo poi che le stesse manovre stressanti, se effettuate fuori gara, con tranquillità e senza apprensioni riuscivano sempre meglio; allora era l’adrenalina che si scatenava nelle fasi di gara; e Decuberten?). 
Al primo evento rimasi sconvolto, ignaro circa le reali potenzialità dell’effimera ciurma e della stessa barca.Nei momenti topici partivano contemporanei nevrotici comandi, spesso dissimili e qualche volta clamorosamente contraddittori: in verità era una vera torre di babele. Nonostante tutto, con l’impiego quasi immediato dello spinnaker, la prima regata ci vide ottimi partenti; dopo meno di un’ora di navigazione, però, ed in piena fase di recupero, a causa di una leggerezza dell’improvvisato timoniere, Roberto, riuscimmo a far sbandare paurosamente la barca, con la conseguente perdita d’assetto (posizione a squadra, terrificante per me) ed il conseguente incaramellamento dello spi. Confesso che per un breve attimo ebbi veramente paura di affondare, scrutai gli sguardi altrui e la paura restò solo dentro di me. Fu il mio battesimo, in seguito presi ad abituarmi a tutto. 
In breve, quindi, un folto numero d’imbarcazioni prese a superarci, ma noi riuscimmo a fare di peggio. Dopo avere finalmente ripreso abbrivio con il genoa pesante, rimontammo lo spinnaker nella speranza di riguadagnare le posizioni perdute, ma – avendo lasciato in bando la drizza del genoa – al primo ovvio incaramellamento dello spi riuscimmo nell’inconscio intento e stappammo la vela. Nel pomeriggio arrivammo mestamente a San Vito, ovviamente classificandoci nelle ultime posizioni. L’ormeggio al porto fu abbastanza semplice in quanto riuscì al secondo tentativo. Si provvide subito ad una pronta riparazione dello spi che si era stappato leggermente nella parte bassa vicina al punto di scotta. La cucitura improvvisata che si rivelelerà in seguito efficace, con un rammendo estemporaneo e  robusto. La serata trascorse poi tranquilla, nella degustazione della tipica specialità locale a base di pesce.
L’uscita del mattino successivo dal porto di San Vito fu la prima di quelle drammatiche. Causa una catena calata incautamente da un motoscafo attiguo sopra la nostra catena che agganciava l'ancora, riuscimmo a stento a non incidentare seriamente la prua. Corremmo animatamente qua e là e in ogni parte della barca per parare i potenziali colpi contro le altre imbarcazioni vicine che, inermi, erano splendidamente ormeggiate: e fu il nostro primo “spettacolo”.
Finalmente, usciti dal porto usando randa e genoa pesante, arrivammo nel primo pomeriggio a Levanzo; si era trattato di una tappa non competitiva, di solo trasferimento. 
Qui, dopo una rilassante nuotata in una gradevolissima baia dell’isola dall’acqua cristallina e di un verde smeraldo, badammo a rabberciare un pranzo e nel tardo pomeriggio cercammo rifugio in porto affiancandoci ad un robusto peschereccio che, come vedremo, l’indomani tentammo di sconquassare. 
La serata trascorse in maniera rilassante, degustando a chiusura un prelibato gelato in un tipico bar del luogo. Come accennato, all’indomani, la partenza alla volta di Favignana fu un vero disastro e fu prova – se ne occorreva ancora conferma - del totale scollamento fra gli estemporanei membri del nostro fantozziano equipaggio. 
Nel mentre ci si apprestava ad organizzare l’interno del natante, trafficando anche in cambusa per preparare le vivande della giornata, il capitano ebbe netta la sensazione che la barca si stesse muovendo e non ci volle molto per verificarne la veridicità. L’incauto Gianni, infatti, equivocando le istruzioni ricevute, mentre tutto il resto dell’equipaggio era sotto coperta, aveva intanto mollato entrambe le cime di poppa che ormeggiavano la barca e questa, a causa del vento, ora andava spostandosi, avviandosi lentamente, ma decisamente – verso acuminati scogli che apparivano sempre più vicini. Al grido del capitano: “tutti in coperta” scoppiò il casino più totale. La cima di prua, facendo da perno all’imbarcazione lanciata disperatamente con il motore in retromarcia, restava serrata al massimo e non permetteva la sua liberazione; pertanto, l’ancora tirata che non era stata ancora imbarcata, complice il beccheggio causato dalle onde, iniziò il suo lavoro d’implacabile distruzione sulla poppa del peschereccio cui rimanevamo ancora saldamente agganciati; e fortunatamente non cedette l’ormeggio alla banchina di quest’ultimo. 
Non ricordo più bene, ma forse riducendo il motore e con l’aiuto del mezzomarinaio fu ridotta per un attimo la trazione di quel tanto che permise di liberare la cima tesa, o forse fu solo un miracolo. Uscimmo dal porto frastornati, come reduci da un incubo. 
In ogni modo, anche in questa circostanza, l’isterismo e il panico avevano avuto il sopravvento, non facendo neanche riflettere sul fatto che ad evitare il potenziale dramma sarebbe bastato un tempestivo utilizzo di qualche traversino e non, aimè, lo sconsiderato uso del motore a pieno regime. 
Arrivati a Favignana riuscimmo ad ormeggiare, ma al secondo tentativo; ben presto da Levanzo ci raggiunse il proprietario del peschereccio che avevamo maldestramente danneggiato e non tanto per avere risarciti i danni che gli avevamo procurato, ma per riportarci “signorilmente” il mezzomarinaio che nella concitazione avevamo abbandonato sulla sua imbarcazione. Umiliati al massimo e con lo sguardo basso chiedemmo scusa per tutto e ringraziammo.
A Favignana si aggregò alla "compagnia" il membro d’equipaggio mancante, il quinto, al secolo Attilio e fummo “completi”.
Per il sottoscritto, ottimista per natura, l’arrivo del nuovo crocierista procurò uno spontaneo e fiducioso sospiro di sollievo. Alla luce dei fatti accaduti, infatti, auspicavo l’arrivo di almeno un lupo di mare che ne capisse qualcosa e, per me, che fino al giorno prima della partenza cime, drizze e scotte erano tutte delle uguali corde, non era poca cosa.
Quello stesso pomeriggio ci fu la partenza alla volta di Pantelleria e, miracolo, l’uscita dal porto avvenne per la prima volta senza patemi. La regata Favignana-Pantelleria si svolse anch’essa in maniera relativamente tranquilla e fin dall’inizio fu utilizzato pienamente e senza errori lo spinnaker, finalmente ben bilanciato col relativo tangone. 
Comunque, anche per la caratteristica obesità dello scafo, gradualmente e dopo non molto tempo le diverse imbarcazioni concorrenti - tutte quelle partite dopo di noi - cominciarono a sopravanzarci e non ci volle molto per rimanere nelle ultime posizioni; la nostra lentezza fu acclarata dal fatto che in serata fummo superati anche dal mitico  “Legno Duro”. 
Nella nottata, però, udite udite,  grazie ad azzeccati cambi di vele, riuscimmo a recuperare ed in vista del traguardo riuscimmo a superare tante di quelle barche da riuscire a classificarci al diciottesimo posto assoluto: un successo (costituì il migliore nei risultati parziali). 
Questa volta anche l’ormeggio in porto fu uno dei più felici ed al molo trovammo ad attenderci la “cambusiera”, consorte del Capitano. Da quel giorno migliorò anche il vitto e fu grazie a questi benefici avvenimenti che l’eterogeneo equipaggio, approfittando anche della giornata di sosta, ebbe l’opportunità di concedersi il cazzeggio per rilassarsi un poco. 
Alla partenza per la terza regata “Pantelleria-Monastir” con la presenza di un vento molto sostenuto ricomparvero però i vecchi fantasmi. Mentre le altre barche provavano le vele o aspettavano tranquille il loro turno di partenza, noi riuscimmo – anche in presenza di quelle forti folate – a fermare la barca pochi attimi prima dell’avvio ufficiale.  
Nel cercare di dare un maggiore abbrivio, riuscimmo a perdere, infatti, anche quella risicata velocità passiva, solo meccanicamente acquisita. In breve, partimmo lentamente e con circa otto minuti di ritardo rispetto all’orario prefissato; il genoa pesante, appena preso un po’ più di vento e velocità, mostrò la “pesantezza” dei suoi anni lacerandosi e scucendosi in più punti: inutilizzabile. 
Prua al vento provvedemmo, non senza difficoltà, ad ammainare la restante vela per sostituirla con un più piccolo “fiocco uno”, rimanendo con la randa “ad una mano di terzarola”; il tutto mentre altri concorrenti che montavano sfavillanti genoa pesanti e rande piene ci sfrecciavano da vicino. Noi, comunque imperturbabili, riprendemmo a navigare secondo le nostre collaudate capacità e i nostri tempi reattivi. 
Dopo l’imbrunire le condizioni del mare peggiorarono ed alle prime ore della sera la radio di bordo diede notizia che “Zucchero Filante” aveva disalberato e che altre imbarcazioni vicine si apprestavano a darle soccorso. Noi, pure in balia del mare con la barca, seguivamo (e in questo caso fortunatamente) abbondantemente lontani. 
Secondo i nostri ritmi di navigazione, solo dopo due ore circa dall’accaduto incrociammo le anzidette barche incidentate che, contromano, mestamente rientravano a Pantelleria. Dopo una nottata di mare forza 4-5, con vento di scirocco di prua, io avevo dormito solo poche ore e solo a tarda notte; e giammai adagiato sulla cuccetta, ma, sbattendo la testa, sull’improvvisato giaciglio costituito dalla fiancata di prua della barca. Al mattino ci ritrovammo tutti seduti nel pozzetto, con occhiaie e sguardi spenti nonostante il caffè, a galleggiare nel mare nel bel mezzo di una bonaccia indicibile. 
Solo dopo alcune ore, con l’arrivo di una leggera brezza ed in compagnia del “Passatore”, intanto sopraggiunto nonostante il soccorso prestato a “Zucchero Filante”, riuscimmo ad arrivare alla meta ufficiale con l’impiego “tangonato” dell’MPS. 
L’arrivo avvenne come i successivi. Fu prima avvistata terra, poi cominciò a delinearsi la netta sagoma di una città (che era Monastir) e subito lo Skipper affermò che si trattava di Sousse, in quanto Monastir la conosceva bene e la città che s’intravedeva aveva inconfutabilmente aspetti diversi; ciò nonostante si definisse già e chiaramente il tipico castello. Roberto, ovviamente, sosteneva il contrario e man mano che ci si avvicinava alla costa il contraddittorio diveniva più serrato. Con difficoltà si riuscì a convincere il Capitano a non cambiare rotta; e dire che per dirimere la diatriba fu presa visione anche del “portolano”. In prossimità del porto e solo dopo avere visto chiaramente i profili delle imbarcazioni concorrenti da tempo ormeggiate, approdammo anche noi a Monastir. L’approdo fu di quelli drammatici, da dimenticare, e fu subito l‘ennesimo spettacolo. 
A causa di una leggera brezza la barca, lasciata in balia di se stessa a causa del mancato immediato appoggio del motore, si diresse minacciosa verso altri pontili con tutti noi rimanevamo impegnati a parare i colpi da tutte le parti; nella circostanza scoprii l’utilità e l’efficace valenza dei parabordi. Dopo l’avvicinamento minaccioso alle imbarcazioni già ormeggiate, alla fine, con il pieno e deciso uso del motore, riuscimmo nell'ormeggio. Fu un problema anche l’attracco finale per il non chiaro utilizzo e impiego delle cime volte a stabilizzare la barca in banchina, ma in qualche modo ci si riuscì. 
Nel pomeriggio di relax parte del tempo fu destinato all’accurato lavaggio dell’imbarcazione, che era divenuta intanto più zozza di noi. La competizione sportiva per la nostra barca finiva lì. Infatti, dopo altalenanti proposizioni fu infine deciso che a causa di carenze di vele non eravamo in condizioni di partecipare al previsto “triangolo” di Monastir, previsto per l'indomani e ultima tappa dell’intera regata. In questo caso la scelta si rivelò quella giusta, anche perché la gara non ebbe poi svolgimento. 
La sera di sabato 6 agosto, ad una settimana appena dalla partenza ma che sembrava un’eternità, avvenne la premiazione e nell’occasione le ospitali rappresentanze locali offrirono un sontuoso banchetto che vide la partecipazione di non meglio precisati esponenti politici tunisini. Era quello pure il giorno del mio compleanno e, rivivendo le avventure, ebbi l’ennesima certezza di essere nato sotto una buona stella. 
Carissimo, il racconto che ti ho fatto della “storica” regata finisce qui, preferendo sorvolare sulle successive vicende che accaddero durante la navigazione di ritorno, alla volta di Palermo: imbranamenti generalizzati nelle fasi d’ormeggio – diventati intanto veri e propri incubi – e crescenti isterie, prossime alle schizofrenie più acute ed incontrollabili, costituirono però delle costanti. 
Al sottoscritto rimarrà, comunque, sempre vivo il ricordo del drammatico approdo notturno all’isola di Marettimo: da incubo. Dopo l’ennesimo guasto al motore, che impose un’imprevista lunga sosta nel bel mezzo del Canale di Sicilia in balia di una quasi bonaccia e vicini a sfreccianti petroliere e portaconteiners in navigazione, nella notte il faro di Favignana fu scambiato per quello di Marittimo. Ovviamente, come al solito, il faro di quest’ultima non veniva accettato per il veritiero dal Capitano, poiché, a suo dire, le frequenze non erano costanti: in realtà si trattava del lontano faro di Favignana. E di nuovo, solo a stento e con molte insistenze, riuscimmo a convincere il Capo che con la manovra che stava attuando, lasciando Marittimo alla nostra sinistra. E dire che in diversi avevamo distinto - ed in modo netto, nonostante la notte senza luna, grazia ai fiochi bagliori del paese – la caratteristica sagoma dell’isola di Marettimo. 
Con un motore "out" alimentato stentatamente a causa di filtri ultra intasati e dopo una protratta andatura zigzagante fra Favignana e Marettimo, finalmente ci dirigemmo verso la giusta direzione per il porto. Anche in questo caso non mancarono gli ampi margini di rischio, poiché prima di raggiungere il molo riuscimmo ad avvicinarci con quel buio – e pericolosamente – alle impervie scogliere retrostanti all’isola dove era ubicato il faro e che restava punto opposto rispetto al porto di Marittimo. 
Quest’avventura estiva resterà per me un’esperienza indimenticabile e certamente da mai più ripetere; nell’occasione ebbi pienezza del detto secondo cui “a mmari un cci nni sunnu taverni” e che pure che ai rischi teorici non corrispondono sempre le aleatorietà reali. 
Il massimo dell’orgasmo isterico accadde in ogni caso nel vano tentativo d'ormeggio al porto di Terrasini. 
Dopo due prove andate a vuoto, riuscimmo a rendere drammatico anche un banalissimo approdo “guidato” finalizzato al necessario rifornimento di nafta. Nell'occasione ci accomiatammo dal prezioso e buon Attilio; nella circostanza, Roberto, dichiarando con gli occhi fuori delle orbite di averne piene le tasche abbandonò anch’esso la “nave”. Pure Gianni, che in teoria sarebbe dovuto tornare a Palermo con noi, fu escluso clamorosamente dal risicato equipaggio di ritorno. E non finì lì. Dopo dell’ultima violenta scarica d’elettricità neurologica avvenne nella serata l’anelato e liberatorio arrivo a casa. Ovviamente anche l’ultimo ormeggio si rivelò difficile, con il mezzomarinaio perduto in acqua nel buio della sera e recuperato fortuitamente solo perché inaffondabile e nonostante la cima di boa fosse già stata fissata. 
In conclusione posso ben dire di avere vissuto un’avventura irripetibile, che rimarrà ben fissata nei miei ricordi.
Un affettuoso saluto da ................ Salvo”. 
Dal tutto si può facilmente evincere quanta appropriata risulti la firma apposta in chiusura di questa lettera-racconto. 
Può, anche, apparire superfluo precisare che da allora Salvo non calcò più nessun’altra coperta di barca a vela. Quando ebbe a raccontare questa storia andò pure ripetendo che una simile esperienza può costituire di certo un'efficace terapia liberatoria, perchè riesce a scaricare energie recondite, anche in soggetti più introversi, e mette a dura prova il più alto limite della sopportazione umana.

essec


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)