"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 30 ottobre 2014

I ROTTAMATORI E I CIPPUTIANI



I manganelli della polizia sugli operai di Terni gettano una ulteriore manciata di sale su una ferita non facilmente rimarginabile — ammesso che alle parti interessi rimarginarla. Quella aperta dal duro contenzioso, verbale e dunque politico, tra il Pd di governo e i sindacati, ovvero tra la nuova configurazione (almeno in senso cronologico) della sinistra italiana e le sue radici profonde.
A partire dal colpo d’occhio, la distanza tra Leopolda e piazza romana è sembrata infinita, perfino più di quanto sia interesse della giovane classe dirigente renziana, che sulla rottura con tutti i passati, specie il proprio, punta molte delle sue carte, ma sulla sostanziale unità della sinistra, o di ciò che ne ha preso il posto, poggia molto del suo potere elettorale e parlamentare. Non poteva esserci, quello storico sabato, rappresentazione più efficace delle due antropologie politiche che, pur con cento sfumature intermedie, nei giorni successivi e in modo molto acceso ieri è come se avessero accelerato il reciproco allontanamento, prendendosi a male parole, accusandosi reciprocamente di ogni male e di ogni dolo.
Come potrebbero sopportarsi, del resto, una classe dirigente “democrat” e postideologica, che crede nella forza demiurgica del “fare” e nel dinamismo dell’impresa come sola grande leva per ribaltare la crisi (essendo lei stessa l’emblema di un’impresa politica di successo), tanto da far pensare che Jobs Act derivi da Steve Jobs; e una piazza cipputiana, orgogliosa e scontenta, tenuta insieme, va detto, soprattutto dalle conquiste passate, ma animata dall’idea che la centralità del lavoro, il suo valore, la sua dignità siano la sola vera chiave del futuro, e convinta, a ragione o a torto, che il governo Renzi quella chiave non intenda usarla?
È facile dire, nei convegni e di fronte alle telecamere, che Leopolda e piazza San Giovanni sono complementari, che non ha più senso contrapporre impresa e lavoro (piuttosto complicato spiegarlo agli operai di Terni), che la differenza, in politica, è ricchezza. Sta di fatto che la crisi, drammatizzando i conflitti, mette inevitabilmente in scena molte delle “cose vecchie” delle quali Renzi non vorrebbe più sentire parlare, e che spesso liquida come assurda zavorra: se una piazza operaia è “vecchia”, se “vecchio” è il riflesso condizionato di scioperare e magari occupare una stazione ferroviaria, è perché la vecchia abitudine di considerare il lavoro, e la vita di chi lavora, come il punching ball sul quale scaricare tutti i colpi della crisi, è pienamente in atto. È oggi che succede. Proprio oggi.
Diventa dunque complicato, perfino nella lettura renziana, retrodatare questo pezzo di sinistra al punto da consegnarlo agli archivi. Quella sinistra ce l’ha di fronte qui e ora, ce l’ha in casa qui e ora, il segretario del Pd, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, le sue forme di rappresentanza con la loro vocazione sociale («l’interesse generale» rivendicato da Camusso) e le loro pigrizie consociative e corporative. Quando Renzi dice, con la sua sbrigativa franchezza, che il governo non deve trattare le sue riforme con i sindacati, a ogni italiano di buon senso viene alla mente l’estenuante palude della “concertazione” che per decenni ha imbozzolato la vita socio-economica del Paese fino a renderlo quasi comatoso, tarpando le ali a ogni cambiamento. Ma subito dopo, ogni italiano di buon senso si domanda come mai dei tre protagonisti della (non rimpianta) concertazione, tocchi soprattutto ai sindacati finire in rotta di collisione con la dinamica navigazione renziana, non certo a Confindustria, mai come in questo periodo in buoni rapporti con il governo. Per evitare il sospetto di considerare “vecchio” il sindacato e “meno vecchio” un mondo imprenditoriale che dalla produzione ha progressivamente levato risorse e quattrini per destinarli al capitalismo finanziario; e per smentire l’accusa camussiana, per la verità un poco complottarda, di essere uomo dei “poteri forti”, eterna oscura e mitizzata presenza in un Paese dove tutto, alla prova dei fatti, è comunque debole; a Renzi non basterà tassare qualche rendita finanziaria e detassare qualche busta-paga.
Dovrà inventare, per dirla con parole sue, il gettone da mettere nello smartphone, e cioè trovare una forma decente di sopportazione, e magari di collaborazione, tra il suo esercito in camicia bianca e il mondo del lavoro salariato così com’è. Una società di soli imprenditori e di sole partite Iva non è nelle cose, il lavoro dipendente, a tempo determinato o indeterminato che sia, è ancora la forma prevalente di sussistenza (dunque di vita) della stragrande maggioranza degli italiani che lo votano, e il vero limite della Leopolda non sono i bollori thatcheriani (molto vetero) del finanziere Serra, è il sogno ingenuo di un mondo del lavoro di soli vincenti, tutto energia, ottimismo e sorrisi, una specie di Truman Show che tiene fuori dalla porta, e lontano dalle telecamere, la durezza del conflitto e l’umiliazione di tante vite a perdere.
Se questo sindacato non valesse più come interlocutore politico degno, Renzi e i suoi collaboratori hanno calcolato e/o immaginato chi e che cosa, nell’ambito dell’agognato “nuovo”, possa farne le veci? Un ribellismo frantumato e casuale? Corporazioni tignose ed egoiste? Ognuno per sé, Dio per tutti? Sindacati aziendali alla tedesca, pienamente coinvolti nella gestione, ma poi chi glielo dice a Marchionne e a Squinzi? Come capo del governo e ancora di più come segretario del maggiore partito della sinistra europea, Renzi sicuramente sa che la spaccatura astiosa di questi giorni non è liquidabile con le battute, e merita una riflessione. Fa rima con concertazione, ma non è la stessa cosa.

 

sabato 18 ottobre 2014

LÌ DOVE IL BISAGNO SCORRE NELLE CASE

Il decreto “Sblocca Italia” sarà ufficialmente presentato alla stampa con qualche settimana di ritardo perché mancano ancora le marche da bollo, la vidimazione del Coreco, il visto dell’Arpa, il placet della Corte dei Conti, il parere del Tribunale dei minori, la valutazione di impatto dell’Ente Valutazione Impatti, l’approvazione dell’Ordine dei geometri comunali e la lettera di nulla osta (prevista dalle normative europee) degli ambasciatori dei 98 paesi in rapporti commerciali con l’Italia. Ma che cosa dice, nella sostanza, questo discusso provvedimento del governo Renzi? 
EDILIZIA
Il Paese è già interamente coperto di cemento: in alcune regioni le urbanizzazioni di villette a schiera sono a due strati sovrapposti, con i camini dello strato precedente che sfiatano nei water dello strato successivo, provocando sgradevoli contenziosi. La maggior parte delle betoniere italiane è rimasta imprigionata nel cemento da loro stesse prodotto (è il famoso “effetto sarcofago” poi servito per imprigionare il reattore di Chernobyl), non possono più andare né avanti né indietro e l’operaio addetto viene nutrito attraverso una feritoia di fortuna. Come rilanciare, dunque, l’attività edilizia? Lo Sblocca Italia prevede due sostanziali innovazioni. La prima è permettere di costruire anche all’interno delle costruzioni, con un divertente effetto matrioska che permetterà di trovare un edificio più piccolo, perfettamente identico, all’interno dell’edificio già esistente, e così via fino alla scala minima, abitazioni di due metri quadrati per giovani sposi in cerca di lavoro (è il famoso “piano Carponi” in questi giorni all’esame delle commissioni parlamentari). La seconda innovazione prevede di legalizzare le betoniere che vanno a cementificare clandestinamente all’estero, varcando i confini lungo impervi sentieri di montagna e depositando gettate di cemento alla rinfusa appena varcata la frontiera. 
IL BISAGNO
È ormai un caso di scuola. Da parecchi decenni il Bisagno, totalmente tombato, scorre anche all’interno delle case di Genova, costruite un po’ ovunque secondo il collaudato metodo urbanistico detto “a cazzo”. Con suggestivi giochi d’acqua tra armadi, poltrone, nonni che leggono il giornale. Una convivenza armoniosa che ogni tanto, inspiegabilmente, muta in tragedia. Erano previste opere di contenimento, rinforzando i battiscopa dei corridoi, munendo le poltrone di ancoraggi anti-rapide e dotando i nonni di giubbotto salvagente. Ma un’assurda burocrazia, come è noto, ha bloccato le opere urgenti. Ora, grazie allo Sblocca Italia, per ogni nuovo palazzo costruito vicino ai fiumi sarà possibile costruire, senza intoppi o lungaggini burocratiche, anche un loculo a Staglieno per ogni residente.
 EDUCAZIONE 
Per armonizzare il lavoro dei vari ministeri, lo Sblocca Italia ha sensibilizzato anche la Pubblica Istruzione. Ed ecco il calcestruzzo in ogni asilo nido e scuola materna, per consentire agli italiani, fin da piccoli, di familiarizzare con questo prezioso composto di cemento e rete metallica: ogni bambino potrà fare la sua gettata, erigere piloni, montare la sua prima impalcatura, sperimentare che l’acqua, scorrendo sopra il cemento, non viene assorbita e travolge la maestra proprio mentre sta cantando “ci son due coccordilli e un orango tango” .

IL CONVEGNO 
Perché il geometra comunale tipico consente di costruire una base spaziale in giardino, ma ti fa arrestare dai carabinieri se vuoi cambiare le piastrelle nel tuo cesso? Sarà il tema del convegno “Bipolarismo del geometra comunale”, che si terrà in un enorme Centro Congressi abusivo nel Foggiano, diecimila metri quadrati di color lilla, con il tetto a pagoda, costruiti abusivamente di fronte al Comune, poi condonati con 150 euro, successivamente dichiarati illegali perché le maniglie delle porte non sono conformi. 

Michele Serra (Jack's Blog - La Repubblica - 17 ottobre 2014

sabato 6 settembre 2014

"Keep Calm and state zitti" - «L’AMACA» DEL 6 SETTEMBRE 2014



Il combinato disposto Twitter/quarantenne renziano è devastante. Nel senso che la forzata sentenziosità di Twitter esalta la spocchia di una nuova classe dirigente che sta mettendo a dura prova la simpatia con la quale è stata accolta. “Dovete stare zitti perché noi abbiamo vinto e voi avete sempre perso” è la modalità di massima con la quale un gruppetto di giovani fenomeni del Pd replica alle critiche di Bersani e D’Alema. Beh, non è una modalità politica. È una modalità agonistica che ricorda molto da vicino il Berlusconi che rinfacciava di avere “vinto molte Champions League” a chi gli stava parlando di tutt’altra cosa. Sulla generazione che ha preceduto l’attuale alla guida della sinistra italiana si può dire tutto il male possibile (l’elenco è lungo); ma tutta questa derisione per lo sconfitto e tutta questa vanteria per il primato sono le cose meno di sinistra che esistano al mondo, comprendendo nella sinistra, naturalmente, anche gli scout. Il lupetto che si vanta di essere tanto bravo e irride il perdente, un bravo Akela lo manda a raccogliere legna nel bosco fino a che non gli passano i bollori. Renzi spieghi ai suoi che Twitter è un balocco da maneggiare con attenzione, se continuano a usarlo così, anche se sono ministri e hanno il 41 per cento, sembrano Balotelli.

venerdì 5 settembre 2014

CALDARROSTE NUOVE A PALAZZO CHIGI



La sfida dei Mille giorni di Matteo Renzi fa discutere l’opinione pubblica e divide il mondo politico. Mille giorni calcolati a partire da quando? Dal momento dell’annuncio o dal giorno dell’insediamento del governo? Vanno messi nel computo anche i giorni festivi? E gli eventuali e inevitabili giorni di malattia di ministri e sottosegretari? I permessi per gravidanza e allattamento? È stato tenuto in considerazione, da Palazzo Chigi, che il 2016 sarà anno bisestile? È stato valutato con attenzione il fatto che trenta giorni ha novembre con april, giugno e settembre? E che di Venere e di Marte non si sposa e non si parte?
LA SCADENZA - Secondo le diverse interpretazioni, il fatidico millesimo giorno dovrebbe essere compreso in una forbice piuttosto ampia, che va dal 25 marzo 2017 al 13 novembre del 2018. Secondo lo staff di Renzi la scadenza potrebbe addirittura essere spostata all’anno 5768 nel caso di adozione del calendario ebraico. È comunque una discussione oziosa, perché il programma dei Mille giorni, esaminato nel dettaglio, prevede che al massimo tra un mesetto tutti avranno dimenticato la sfida dei Mille giorni, dando modo a Renzi di annunciare che entro cinque settimane sarà presentato un piano di riforme che in quattordici mesi possa realizzare quanto messo in cantiere nei precedenti trecento giorni. È quella che gli esperti di comunicazione chiamano “Mess Strategy”, strategia del casino: un insieme di numeri e di scadenze così frenetico e frastornante che rende impossibile la sua comprensione.
GLI ANNUNCI - Dal 22 febbraio scorso, giorno del suo insediamento, Renzi ha annunciato diverse migliaia di riforme. Il numero esatto non è quantificabile non solo perché alcune riforme, nell’entusiasmo del momento, sono state annunciate più volte nella stessa giornata; ma anche perché, secondo una distinzione cara ai costituzionalisti, le riforme si distinguono in riforma singola, riforma composita e riforma a grappolo, per non parlare di quel vero e proprio virtuosismo di architettura istituzionale che è la riforma matrioska, che ne contiene altre più piccole. Per esempio: la riforma della pesca alla cernia e al palombo, annunciata da Renzi a San Benedetto del Tronto, vale per uno o per due? Ci sono poi riforme di grande suggestione politica ma di puro valore simbolico, come la riforma dell’amicizia, la riforma dello spirito di osservazione e la riforma del corteggiamento, tutte e tre considerate prioritarie dal governo ma purtroppo intraducibili in disegni di legge o pronunciamenti parlamentari. Calcolarle nel novero delle realizzazioni del governo potrebbe essere scorretto.
LE VERIFICHE - Delle migliaia di riforme annunciate, per adesso ne è stata realizzata solamente una: la riforma del vaglio per marroni da caldarrosta, fino a ieri tarato sulla grammatura umbro-marchigiana e dal prossimo primo ottobre su quella toscana. Ma molte altre importanti riforme sono in corso di realizzazione, come è possibile leggere nella nuova Gazzetta Ufficiale che dopo il restyling voluto da Palazzo Chigi è ispirata alla grafica di Urania, è datata 2185 e pubblica tutte le leggi realizzate nel prossimo secolo e mezzo, comprese quelle importate dalla costituzione di Bylanor dopo l’annessione della Terra alla galassia di Lahax.
IL PARAGONE - Grazie all’unica riforma fino a qui realizzata, Renzi ha ampiamente superato il risultato del governo Letta, che per prudenza non ne aveva fatta nessuna, e addirittura surclassato lo score di Berlusconi, che non solo non aveva realizzato riforme, ma nel corso dei suoi quattro mandati aveva distrutto o deteriorato molte decine di funzioni istituzionali e articoli di legge. Secondo la prestigiosa “Statistic Monthly Review”, la classifica del riformismo italiano va così aggiornata: Renzi 1, Letta 0, Berlusconi -64.



mercoledì 27 agosto 2014

DAI RITI CELTICI ALLA MACUMBA: L’EVOLUZIONE DI CALDEROLI

Secondo fonti sperabilmente non autorevoli, Roberto Calderoli avrebbe chiesto la revoca della macumba orchestrata ai suoi danni dal padre del ministro italoafricano Cécile Kyenge (clicca qui) , offeso per le dichiarazioni razziste del politico italopadano. Una macumba fortunatamente non è una fatwa.
Ma sfortunatamente ha coinciso con una consistente raffica di sciagure ai danni del suo destinatario: ricoveri in ospedale, acciacchi di varia entità, lutti familiari, infine l’intrusione in casa di un ragguardevole serpente (enorme per i parametri italiani), un magnifico biacco di un paio di metri, non velenoso, che Calderoli ha accoppato a randellate attirandosi la peggiore di tutte le disgrazie, l’ira degli animalisti che vogliono vederlo ai ceppi.
Va detto che la superstizione è un territorio nel quale anche il più savio e ragionevole degli umani rischia di perdere la trebisonda, e dare il peggio di sé. Ma che un così autorevole leader (sta lavorando, anzi ri-lavorando al riassetto istituzionale della Repubblica italiana, già da lui ampiamente manomesso in passato) possa collegare eventi della propria esistenza a una maledizione tribale, non è una notizia che rallegri. O meglio: fa ridere. Ma non rallegra. Perché rivela una vulnerabilità culturale piuttosto rattristante, e davvero inspiegabile in uno dei capi più insigni di un movimento identitario come la Lega, che alle macumbe dovrebbe guardare con irridente distacco, come l’evoluto uomo bianco guarda al folklore primitivo.
Lo stesso ministro Kyenge, che il macumbato paragonò a un orango confermando — vedi biacco — un rapporto totalmente scriteriato con il mondo animale, ha in qualche modo richiamato Calderoli alle credenze e ai costumi a lui propri, tipo il cattolicesimo (che condanna severamente magia e superstizione). Ma non è certo che l’invito possa essere raccolto, e sia di conforto al nostro. I più attenti osservatori del costume nazionale, nonché regionale, ricorderanno infatti che Calderoli volle prendere moglie, a suo tempo, secondo il rito celtico, con tiritere druidiche e costumi boschivi, chissà se importati da un varietà di Las Vegas o cuciti da sartine padane (comunque su cartamodelli di Las Vegas).
Giù in quella pittoresca cerimonia, a ripensarci, si poteva intuire un notevole eclettismo religioso, e una lodevole apertura a culture anche molto distanti dalla Padania odierna. Levato il razionalismo, che è l’ideologia morente di un’Europa in totale crisi di panico, dalle parti di Calderoli il terreno è fertile per credenze di ogni natura e di ogni taglia, macumbe, pozioni magiche, gli elmi cornuti, Braveheart che corre urlando nella brughiera, i dolmen che comunicano con gli alieni, perfino il Sole delle Alpi, simbolo cultuale così poco conosciuto fino a ieri l’altro che neppure la redazione di Voyager sarebbe in grado di costruirci sopra un servizio decente.

Le statistiche, del resto, dicono cose molto poco confortanti sul dilagare delle pratiche magiche in proporzione all’aggravarsi della crisi e al sentimento dell’insicurezza, economica e personale. Nel Nord Italia il fatturato del comparto è fiorentissimo, anche se in nero (la fattura senza fattura piace molto a maghi e fattucchiere). Almeno in questo senso, tra eletti ed elettori la sintonia è perfetta. Si convochi a Pontida una cerimonia di guarigione e salvezza contro la macumba, elmi cornuti e cornamuse contro il suono minaccioso del tam tam (lo stesso dei telefilm di Tarzan). Facendo attenzione, per carità, a non calpestare i serpenti.


 

lunedì 18 agosto 2014

Gli sdraiati



Michele Serra in questo libro, edito nel novembre 2013 nella collana narratori dalla Feltrinelli, affronta con la sua consueta originalità e fantasia le problematiche relazionali che, da quando è nato il mondo, contrappongono le diverse generazioni.
In particolare Serra crea una amena dissertazione unilaterale che lo porta ad avventurarsi nell'universo del figlio adolescente, accompagnandosi e in ciò rivisitando esperienze forse vissute nella sua esistenza "sessantottina".
Costruisce e descrive realtà non proprio sue, attraverso fantastiche paranoie ed incertezze, che forse il figlio non vive e neanche lontanamente immagina. Associa vecchie visioni sempreverdi vissute da ogni adulto (che è stato giovane prima che genitore) a fantastiche scene futuriste un po' "ammielate" da melanconie  romantiche.
Come in tutti i suoi scritti, Serra non fa capire bene quanto ci sia di inventato e quanto sia stato preso a pretesto per sviluppare un racconto che, comunque, rimane  intriso di valori, descritti in delicatissimi acquerelli.
Michele Serra si distingue anche questa volta per i tanti quadretti che incorniciano i tempi: quelli dell'analisi di un padre forse troppo accondiscendente in forza dei suoi tanti dubbi, quelli che trasudano tante sue nostalgie, quelli delle paure per un futuro non più suo e che non potrà mai capire. Infine, quello in cui, dopo avere coinvolto il figlio nella tanto auspicata ascesa comune al “Colle della Nasca”, assiste compiaciuto al volo del suo piccolo cucciolo rivelatosi naturalmente inaspettatamente uomo adulto, mentre lui distrattamente si stava a dibattere ancora fra incertezze e timori.
Lo stesso titolo raffigura un punto di vista che consente di vedere la realtà ancora da un'altra nuova posizione: “sdraiati”. Nulla di nuovo sotto la luce del sole: la catena della vita che gira e ripropone a tutti le stesse cose vissute dai vecchi.
La metafora finale è un arrendersi alle leggi di una vita che, comunque, perpetua quasi sempre una trama costante. Da un lato c'è il tempo che arricchisce e modella l'essere umano, rivelandogli  lentamente anche realtà fino a ieri rifiutate, dall'altro c'è la costante verità che basta portare pazienza ed un padre d'incanto avrà modo di uscire dai suoi paranoici incubi.
Splendida la simbolica guerra prospettica che contrappone un mondo ricco formato da una moltitudine di vecchi narcisi alla forza dei giovani che è da sempre essenza della vita.
Un libro apparentemente leggero, da leggere e magari da rileggere per se o come accompagno in relazione all'età ed alla lenta inarrestabile crescita dei propri figli e nipoti.

Essec




venerdì 18 luglio 2014

SANTA BRIGITTA DAI TRE CALCAGNI



Dopo i fatti di Oppido Mamertina è in atto il censimento delle processioni e delle feste patronali italiane. Vescovadi e parrocchie sono tenuti a compilare un modulo nel quale si specifica se la processione è autoprodotta (ma si tratta di pochissimi casi); se è stata data in appalto a organizzazioni mafiose generiche oppure riconosciute e abilitate dall’Ente Circhi; se c’è stata regolare gara di appalto tra le diverse cosche; infine se i ricoveri per autoflagellazione, ferite conseguenti ai percorsi in ginocchio, svenimenti e crisi isteriche siano soggetti a ticket.
SANT’AGATA
Pochi lo sanno ma è la terza festa al mondo per numero dei partecipanti e per spesa sostenuta. Le prime due sono le Olimpiadi e il party di compleanno di Elton John. La santa è amatissima dai catanesi per avere salvato la città dalla peste, dall’invasione aliena e dagli orsi polari, che secondo la tradizione assediarono la città nel corso di un inverno particolarmente rigido. La festa di Sant’Agata dura tre giorni, ai primi di febbraio, e da secoli attira catanesi da tutto il mondo. Pochissimi però possono dire di averla vista perché avvicinarsi è impossibile. A causa del traffico mostruoso si trascorrono i tre giorni di celebrazioni immobilizzati in macchina, telefonando a casa per sapere se almeno in televisione si vede qualcosa.
SANTA MAGNA
Non è facile, per chi partecipa, dimenticare la processione di Santa Magna. La sua enorme statua di granito alta dieci metri e pesante una ventina di tonnellate viene deposta da una gru sulle spalle dei “barcollanti”, gli uomini del paese, che avanzano vacillando lungo le strade strettissime di Maricella Ateniese. Alle paurose oscillazioni della Santa e ai gemiti dei barcollanti si accompagnano gli schianti dei balconi che cedono urtati dalla statua e le urla disperate dei “precipitanti”, altre tipiche figure di questa sagra, unica al mondo anche per il numero delle vittime.
SANTA BRIGITTA DEI CALCAGNI
I fedeli portano in processione lungo le strade di Civita Magnogreca (un minuscolo paesino) le preziose reliquie della santa: i calcagni, che le furono asportati durante il martirio. Sono tre, circostanza che suscita da sempre ironie e perplessità, ampiamente smentite da uno studioso locale che sovrapponendo al computer alcune antiche miniature della santa ha dimostrato che è facile ottenere una figura con tre gambe, o nel numero desiderato. Il reliquiario è una cassetta di legno piuttosto leggera: per ovviare all’inconveniente, e rispettare la tradizione che vuole i portatori delle processioni schiacciati da un peso immane, dentro la cassetta vengono deposti alcuni lingotti di piombo.
U MEZZUSANTU
Così viene chiamata la processione dedicata a Santu Pirizzi, che ricalca fedelmente il suo martirio: venne smembrato in due parti dai Mori. La statua ogni anno viene segata in due e i due tronconi trasportati dal santuario di Santa Maria Plorante fino a due paesi rivali, Ciribisco e Mozzalonza. Qui due folle minacciose rivendicano l’autenticità del loro mezzosanto, e la falsità del mezzosanto in possesso dei rivali. Quando l’eccitazione e l’ira raggiungono il culmine ciascun corteo muove verso il paese nemico. Si incontrano a mezza strada e si affrontano a bastonate.
DON SANTO
A differenza di tutte le altre processioni quella dedicata a Don Santo, patrono di Caprifischio, non è costretta all’umiliante rito dell’ “inchino” davanti alla casa del boss locale. È il boss locale, qui, che si muove da casa sua: viene vestito e truccato come il Santo, issato in spalla dai giovani del paese e portato in processione lungo le strade.
DIO
È stato diffuso nelle feste patronali un questionario dal quale risulta che Dio è considerato, in ordine decrescente: 1 Una superstizione; 2 Una figura leggendaria, perché non ha lasciato reliquie; 3 Un millantatore; 4 Un’invenzione dei comunisti per oscurare le tradizioni locali; 5 Non so, non rispondo.


 

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)