"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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mercoledì 3 maggio 2017

I tre elefanti di Matteo



 
E adesso? È l'unica domanda che conti, dopo la Pasqua tardiva che ha visto Matteo Renzi risorgere dalle ceneri del 4 dicembre. Il segretario del Pd ha ottenuto quello che cercava. Il suo 70% è un piccolo plebiscito, da usare come uno scettro con gli amici e una clava contro i nemici (come fu per il 41% delle europee). E se è vero che 1,8 milioni di voti sono 1 milione in meno di quelli delle primarie 2013, è altrettanto vero che in tempi di disaffezione politica restano un buon deposito di democrazia. È un "bagnetto di popolo", che rilancia una leadership indiscussa e a questo punto indiscutibile. Il Pd è Renzi, e non esistono alternative credibili. Il Pd è di Renzi, e dunque può farne ciò che vuole. Ma qui torniamo al punto: ora dove vuole portare il partito e il Paese? 

Le questioni essenziali da chiarire sono tre. Legge elettorale, alleanze e governo Gentiloni. Il Renzi " reloaded" non chiarisce nulla. Nel comizio di domenica sera (officiato sul terrazzo di un Nazareno "riconquistato" dall'intendenza e "bonificato" dalla dissidenza) il segretario si è limitato a dire ciò che "non sa" e "non vuole". Non vuole rinunciare alla "vocazione maggioritaria" (diversivo teorico, visto il pantano neo-proporzionale nel quale stiamo annaspando). Non vuole fare "grandi coalizioni" se non con la società civile (espediente demagogico, vista l'impossibile autosufficienza di un solo partito in un assetto tripolare). Non sa "quando andremo a votare" (dubbio retorico, visto che per rassicurare davvero Gentiloni avrebbe dovuto dire "si voterà nel 2018"). 

Il leader vuole tenersi mani libere. Le elezioni anticipate sono "una tentazione da evitare", come ha scritto Mario Calabresi. Renzi ne sembra consapevole, quando parla "umiltà e responsabilità". Ma come insegna la storia, l'Oscar Wilde che è in lui lo induce a resistere a tutto, tranne che alle tentazioni. Due "inerzie" lo spingono sul piano inclinato del voto in autunno. La prima inerzia è psicologica: il suo istinto di " campaigner" in servizio permanente, la dimensione titanica e immanente del suo comando. La seconda inerzia è politica: a giugno si votano le amministrative e a settembre si vara la manovra economica. Passaggi-chiave, sui quali si gioca tutto. 

Sulle comunali il segretario rischia. Non può confondere la parte col tutto, considerando sanata con le primarie la "frattura" tra lui e il Paese. Ma proprio un'altra sconfitta al test amministrativo (il Pd potrebbe perdere Genova, dopo Roma e Torino) può convincerlo ad accelerare il ritorno alle urne, perché il tempo gioca a suo sfavore e l'Occidente ormai consuma più leadership di quante ne produca. Sulla Finanziaria il segretario rischia ancora di più. Non può lasciare che siano Gentiloni e Padoan a maneggiare in autonomia una bomba da 45 miliardi, correndo il rischio che esploda in un cedimento a Bruxelles e in una stangata fiscale. Sarebbe una cambiale politica salatissima: l'acconto lo pagherebbe lui per il posticcio " storytelling dei giorni felici" a Palazzo Chigi, e il saldo finale lo pagherebbe il Pd nell'urna del 2018. 

Per questo resta aperta la finestra delle elezioni insieme ai tedeschi, il 24 settembre. Vincendole, scriverebbe lui la Legge di Stabilità senza lacrime e sangue, sbattendola in faccia ai tecnocrati della Commissione e "vendendola" agli italiani come ha già fatto con gli 80 euro. È un marketing che conosce alla perfezione. L'ha riproposto già domenica sera, col martirologio contro l'Unione ("Europa sì, ma non così") e l'auto-elogio del suo governo ("il Jobs Act è la cosa più di sinistra che abbiamo fatto"). 

C'è una sola, gigantesca incognita. Per tornare subito al voto serve una legge elettorale che garantisca governabilità. E questo chiama in causa i Cinque Stelle, gli unici interessati a un sistema che favorisca le liste e non le coalizioni. Se Renzi ha la forza di fare un accordo con il M5S, magari con una soglia ridotta al 35% per il premio di maggioranza, allora può giocarsi il tutto per tutto. Ma se si va a votare con questo sistema, Renzi ha solo due chance. Se va bene fa il "governo della Nazione" (si allea con Berlusconi). Se va male fa il "governo della Dazione" (consegna il Paese a Grillo). 

Non pare una prospettiva felice. Anche per un'ultima, cruciale questione. Quella "identitaria" è stata nuovamente rimossa con il lavacro di queste primarie. Altro che Bobbio ("diteci chi siete"). Qui prevale Arbore ("meno siamo, meglio stiamo"). Ma fermo restando che il nemico da battere è Grillo, il Pd deve uscire da un equivoco. Deve smettere di credere che l'unico modo per "definirsi", politicamente e culturalmente, sia quello di farlo in opposizione ai pentastellati. Evocandoli in modo ossessivo. Salvo poi inseguirli in ritardo sul loro stesso terreno, credendo di curare il "populismo di piazza" con dosi omeopatiche di "populismo di palazzo". 

Se ancora ce l'ha, il Partito di Renzi deve saper ritrovare una sua "narrazione onesta". Fatta di contenuti originali, non di slogan rimasticati. Senza scomodare Gramsci (ormai al Nazareno suonerebbe blasfemo) la famosa "egemonia culturale" si costruisce mettendo in campo le proprie idee, non presidiando meglio la rete infestata di troll. In un fortunato pamphlet di qualche anno fa il politologo americano George Lakoff suggeriva ai democratici, ossessionati da Bush, di "non pensare all'elefante". Sostituite l'elefante con un Grillo, e provate a tirarci fuori voi da questa orwelliana "fattoria degli animali" in cui siamo imprigionati.


Massimo Giannini (La Repubblica – 3 maggio 2017)


 

lunedì 7 novembre 2016

Il capolinea della sinistra



  

La settima Leopolda renziana è il capolinea della sinistra italiana. Quel poco che era rimasto della vecchia "ditta" riformista attraversa la sua ultima stazione, dalla quale non uscirà più, o potrà uscire solo a pezzi. 

Colpisce l'asprezza dei toni con i quali Renzi ha regolato i suoi conti con la "minoranza" del partito, e ha lasciato che il suo popolo leopoldino gli urlasse "fuori, fuori". Un brutto spettacolo, inutilmente rancoroso e fortemente autoreferenziale. Soprattutto per una kermesse che ha la giusta ambizione di parlare al Paese, non a se stessa. Ma c'è del metodo, in questa scelta renziana. Per almeno due buone ragioni. 

La prima ragione riguarda il marketing. A un mese dal referendum che lo vede in svantaggio, il premier ha fatto esattamente quello che doveva fare. Con l'ennesimo testacoda, ha ri-personalizzato la campagna elettorale. L'ha definitivamente svuotata di ragionamenti "tecnici", e l'ha nuovamente riempita di argomenti ideologici. La posta in gioco, il 4 dicembre, non è quindi la Costituzione riformata e l'Italicum, ma torna ad essere il premier e il suo governo. 

Renzi aveva riconosciuto il suo errore iniziale: il voto sulla riforma costituzionale costruito come un'ordalia su se stesso. Aveva tentato di tornare a parlare del "merito": discutiamo solo di Senato delle autonomie, di navette parlamentari, di leggi a data certa. Un compito arduo, un esito incerto. Perché questa riforma è un compromesso complicato e pasticciato, difficile da "vendere" bene agli italiani confusi (se non ai prezzi di saldo del populismo, cioè con la promessa che serve a "mandare a casa i politici" e a far pagare il conto alla "casta"). Con la "prosa" del tecnicismo costituzionale il Sì non recupera i "clienti" perduti. Può farlo solo attraverso la "poesia" del leaderismo emozionale. Solo così puoi vincere. È la lezione di Christian Salmon, inventore dello storytelling in politica: "Votare è comprare una storia". 

Dunque, si torna alla casella di partenza. La storia che Renzi rivende dalla Leopolda torna a raccontare il referendum del 4 dicembre come un "derby tra la rabbia e la speranza". Come la "guerra dei mondi": il vecchio contro il nuovo. Dove il nuovo è ovviamente lui medesimo, garante unico del cambiamento, macchinista di "un treno che passa ora o non ripasserà mai più". E dove il vecchio, illividito di rabbia, non è tanto incarnato dagli avversari naturali della sinistra, cioè i Berlusconi e i Grillo. Ma è costituito soprattutto dalla sinistra stessa, cioè i Bersani e i D'Alema. 

È contro questa sinistra, che Renzi consuma il suo strappo finale. Lo fa con una mossa di grande astuzia. Il compromesso sulle modifiche alle legge elettorale, firmato anche da Cuperlo, è poco più che una "scrittura privata", che rinvia tutto a dopo il voto. Ma in quel pezzo di carta c'è tutto quello che la minoranza Pd aveva chiesto: l'eliminazione del ballottaggio, il premio di coalizione, il ritorno ai collegi uninominali, perfino l'elezione diretta dei nuovi senatori. Renzi, firmando quella carta, paga un prezzo altissimo alla coerenza (ha sempre definito l'Italicum "una bellissima legge che tutta l'Europa ci invidia"). Ma Bersani, negando ancora una volta la sua firma, stavolta rischia di pagarne uno ancora più alto (se accetti di partecipare alla commissione, e in quella sede accolgono tutto quello che hai chiesto, come fai a rifiutare? Puoi dire che non ti fidi di Renzi, ma allora ha ragione lui a sostenere che il tuo "movente" non è il no alla riforma, ma il no alla sua leadership). 

Ma lo fa anche con un attacco definitivo contro "quelli che 18 anni fa decretarono la fine dell'Ulivo, e ora stanno provando a decretare la fine del Pd". E qui sta la seconda ragione, per la quale l'attacco di Renzi alla "ditta" non deve stupire. Una ragione che riguarda la politica. La settima Leopolda riflette la compiuta metamorfosi del Pd in PdR, il Partito di Renzi, per usare la formula di Ilvo Diamanti. Un partito che può e deve fare a meno di "quella sinistra", ormai vissuta e costruita come nemico. Perché è ormai chiaro che il blocco sociale da aggredire, per il partito renziano trasformato in struttura servente del leader, è quello moderato e tuttora "congelato" dopo la diaspora berlusconiana. 

Vale per il referendum di dicembre (secondo i sondaggi che Alessandra Ghisleri ha mostrato al Cavaliere, il 25% di italiani indecisi sarebbe attualmente diviso tra un 60% di No e un 40% di Sì, e dunque è su quel 60% che Renzi deve tentare un recupero). Ma vale anche per il dopo (come ha riconosciuto ieri Roberto D'Alimonte sul Sole 24 Ore, se vincessero i Sì l'unico sbocco possibile di un Italicum riscritto secondo il compromesso appena varato sarebbe "una coalizione con Forza Italia e/o Area Popolare"). 

Nella narrazione renziana, nulla si salva prima del 2014. "Quelli che c'erano prima" hanno sfasciato il Paese e il partito. Per questo devono obbedire o scomparire. Si torna così dove tutto era cominciato: la rottamazione come "rivoluzione". È evidente che la sinistra ha fallito. Il problema è che, dopo aver ucciso la "vecchia", nessuna Leopolda ci ha ancora spiegato quale sia, e soprattutto se debba esistere, una "nuova" sinistra.



giovedì 13 ottobre 2016

L'ombra dell'apocalisse



 
Io sono l'ultima barriera tra voi e l'Apocalisse", dice Hillary Clinton agli americani a un mese dalle elezioni presidenziali. Fatte le debite proporzioni, è la stessa cosa che Matteo Renzi dice agli italiani a meno di due mesi dal referendum costituzionale. Nulla a che vedere con quel "potere minaccioso" di cui, con imperdonabile e quasi grottesca esagerazione, parla Massimo D'Alema. Manca solo l'accusa al "Pinochet del Venezuela" evocato da Di Maio, e poi lo sciocchezzaio del nuovo, tragicomico "tripolarismo" all'italiana è completo.
La verità è che la campagna elettorale del presidente del Consiglio, in vista del voto del 4 dicembre, è un paradosso nel paradosso. Ha commesso un peccato originale, ri-politicizzando un quesito anti-politico e trasformando una riscrittura della Carta in un'ordalia su se stesso. Ha riconosciuto l'errore, annunciando "basta personalizzazioni, torniamo al merito". Ma ora l'intera macchina della propaganda referendaria gira intorno alla sua persona, tra maratone televisive, pellegrinaggi aziendali e convegni promozionali.
Il premier è il messaggio, al di là o a dispetto delle intenzioni. Era inevitabile che accadesse, per come la battaglia è cominciata prima dell'estate e per come sta evolvendo in questo autunno. Renzi ha solo due armi per convincere quel 30 per cento di italiani che ancora non sanno come votare sul nuovo "Senato dei 100", e che secondo i sondaggisti decideranno solo nelle ultime due settimane prima del voto.
La prima arma è se stesso: il suo governo come "unico argine contro i populismi" (la moderna Apocalisse, appunto, dove le élite in cerca di rilegittimazione scaricano giustamente, ma a volte troppo frettolosamente, tutti i nemici: da Trump a Orban, da Grillo a Salvini). Questo "cadornismo" referendario riposa su un assunto altrettanto populista, ma di presa sicura: votate sì, per mandare a casa i senatori fannulloni e per tagliare i "costi della casta". Un'offerta che non si può rifiutare. Da proporre a un Paese stressato ("Se non cambiamo adesso non cambieremo mai più") e da opporre alla minoranza di un Pd lacerato ("Non si può tenere ferma l'Italia per tenere unito il partito"). Assiomi forti, politicamente e mediaticamente. Ma indimostrabile l'uno (chi ha detto che "dopo" non si possa cambiare?) e insostenibile l'altro (chi ha detto che correggendo l'Italicum si ferma l'Italia?).
Poco importa. La narrazione renziana, oggi più che mai, non contempla il dubbio, ma solo una cieca fiducia nel narratore, che riassume in sé tutto quello che serve (la falce della rottamazione, il martello della modernizzazione) e tutto quello che non serve più (l'identità della sinistra novecentesca, la ritualità della democrazia "bicamerale").
Questa arma di Renzi (Renzi medesimo) è tagliente. Affonda facilmente nella carne tremula della minoranza Pd (che non ha saputo pronunciare al momento opportuno i "no che aiutano a crescere", e che oggi fatica a spiegare non alla mitica casalinga di Voghera, ma a qualunque italiano medio di buon senso, il suo no al famoso "combinato disposto"). Forse persino nella carne inerte della destra berlusconiana, alla quale punta platealmente a succhiare "sangue" elettorale. Ma rischia di non incidere abbastanza sulla carne viva del Paese. Perché Renzi stesso, vero e unico frontman del sì per i prossimi due mesi, è quello che può spostare i voti a favore, ma anche quello che rischia di polarizzarli contro. Perché i popoli, dalla Costituzione europea fino a Brexit (senza arrivare alla Colombia sulle Farc) hanno preso questa pessima abitudine di usare i referendum per votare contro qualunque forma di establishment, quasi "a prescindere". E perché soprattutto, al di là dei cambiamenti della Costituzione formale, quella che purtroppo non accenna a cambiare è la condizione materiale del Paese.
Per questo Renzi deve usare la seconda arma, forse per lui più importante e decisiva: la prossima manovra economica. Questo spiega lo strappo consumato dal ministro Padoan con l'Ufficio parlamentare di bilancio sui numeri del Def. E forse anche quello minacciato dal premier in persona con la Commissione europea sul deficit del prossimo anno. L'esigenza redistributiva coincide con l'urgenza referendaria. Questo vuol dire che ci saranno non molte risorse, ma sparse a pioggia su molte categorie. Ci aspetta una legge di stabilità da 25 miliardi, di cui 13,3 in deficit e 8,5 di nuove entrate. Poco ai pensionati, poco ai dipendenti pubblici, poco alle famiglie, poco alle imprese. Un'occasione mancata. La settimana scorsa la Germania di Angela Merkel ha annunciato un piano di abbattimento delle imposte per 6-7 miliardi. Handesblatt, il quotidiano della comunità finanziaria tedesca, non ha fatto sconti alla Cancelliera, e ha titolato "Zwei Cappuccino In Monat": due cappuccini al mese. Da noi non saranno due cappuccini, ma magari tre pizze margherite. Forse bastano a vincere il referendum. Ma non certo a far ripartire l'economia.

Massimo Giannini (La Repubblica, 13 ottobre 2016) 

 

venerdì 2 settembre 2016

La giunta Raggi e l'innocenza perduta





Se Roma è lo "stress test" che misura la capacità di governo del Movimento 5 Stelle, i segnali che arrivano dalla Capitale non sono confortanti per il Paese. Diciamo la verità, nessuno poteva pretendere che la giunta guidata da Virginia Raggi, in poco più di un mese, potesse ripulire la città eterna di tutti i suoi atavici mali: mafia e monnezza, buche e pantegane. Ma allo stesso modo nessuno poteva immaginare che il Campidoglio pentastellato, dopo appena settanta giorni, facesse saltare cinque poltrone in un colpo solo. E non poltrone qualsiasi. Un capo di gabinetto, i tre manager che guidano Atac e Ama (le due municipalizzate più disastrate d'Italia) e soprattutto un super-assessore al Bilancio che era il vero (e forse unico) fiore all'occhiello di questa giunta: quel Marcello Minenna, trasferito a forza dalla Consob, che aveva in mano il portafoglio e il patrimonio di Roma, gravato da un debito monstre di quasi 13 miliardi. Un fatto grave. Anche al di là delle ovvie invettive del Pd, che farebbe bene a non maramaldeggiare troppo sulla Capitale, visto che ha allegramente e colpevolmente contribuito a ridurla com'è.

Ma se persino Paola Taverna parla di "perdita gigante", vuol dire che qualche ingranaggio più "strutturale", nella macchina del potere pentastellato, si è rotto davvero. E se non piangessimo i morti di un terremoto vero, che ha distrutto vite e destini, dovremmo parlare di un sisma politico, che squassa il movimento e apre una faglia profonda proprio nel luogo simbolo in cui Grillo tenta di dimostrare quello che, finora, rimane indimostrabile e indimostrato: e cioè che il Movimento, elaborato il lutto di Gianroberto Casaleggio, è ormai entrato nell'età adulta, ed è ormai pronto a guidare l'Italia. Purtroppo, per un Paese ormai "tripolare" che avrebbe un urgente bisogno di alternative politiche tutte ugualmente credibili e spendibili, le cose non stanno affatto così. L'alternativa non esiste più a destra, perché tra le macerie del berlusconismo si vedono avanzare solo fantasmi. Ma non esiste ancora nei 5 Stelle, perché tra le "anime" del grillismo si vedono crescere solo miasmi. Cosa è successo, infatti, a Roma? E perché queste cinque dimissioni in un solo giorno sono inquietanti? Per due ragioni di fondo.

La prima ragione è di merito. Questa "rottura" multipla, che indebolisce drammaticamente una squadra già di per sé non eccelsa (almeno rispetto alle attese), non avviene su temi concreti, che riguardano la vita di tutti i giorni di quattro milioni di cittadini. Raineri o Minenna non se ne vanno perché non c'è accordo con la Raggi o con gli altri assessori su come risolvere il problema dei rifiuti, o su come rendere più efficiente il trasporto urbano, o sui lavori che sarebbero necessari se si accettasse la candidatura alle Olimpiadi. Dal poco che trapela dalle "segrete stanze" del Movimento (e già questa formula obbligata ne tradisce la vocazione originaria), i due dimissionari pagano una "crisi di rigetto" che, fin dalla vittoria elettorale alle amministrative di giugno, sta avvelenando l'organismo pentastellato. È in corso, dicono, un regolamento di conti: da una parte c'è la sindaca e i suoi fedelissimi, sempre più chiusi dentro al "raggio magico", dall'altra ci sono gli "esterni" e i "tecnici", sempre più esclusi e scontenti. Perché litigano? I cittadini romani, e noi tutti, vorremmo saperlo.

E invece non lo sappiamo. Perché nessuno spiega niente. E quello che vediamo e abbiamo visto finora non è un dibattito serrato e concreto su come si abbatte il debito, su come si riduce l'addizionale Irpef, su come si migliora il decoro urbano, ma l'ennesima, estenuante querelle sulle nomine e sugli stipendi degli amministratori. Come avrebbero fatto i dorotei o i craxiani di una volta. E com'era già successo agli stessi parlamentari grillini dopo il successo elettorale del 2013, quando sprecarono il primo anno a Montecitorio non a illustrare agli italiani come si finanzia davvero il reddito di cittadinanza, ma a sbranarsi tra loro sugli scontrini e le ricevute del ristorante.

E qui emerge la seconda ragione, che invece è di metodo. I Cinquestelle hanno avuto un merito oggettivo: hanno cambiato i modi e i tempi della comunicazione politica, anche attraverso l'uso "orizzontale" della Rete. Ora, quello che è appena accaduto nella Capitale ha una portata politica evidente. E dunque dovrebbe essere raccontato con assoluta chiarezza all'opinione pubblica. Non può bastare un post sulla pagina Facebook della sindaca, pubblicato alle quattro del mattino, in cui la Raggi si limita a dare una lettura banalmente burocratica delle dimissioni del suo capo di gabinetto, senza dire nulla di quelle del super assessore al Bilancio. Salvo poi parlare del dovere della "trasparenza".

Gestito così, il Campidoglio non è una casa di vetro. Diventa una corte di Bisanzio. Un concentrato di veleni e di arcana imperii di cui nessuno sa e capisce nulla. Una guerriglia sotterranea tra un maxi e un mini direttorio, un conflitto permanente tra correnti palesi e occulte, che in qualche caso fanno rimpiangere i partiti vecchi e rissosi della Prima Repubblica.

Dov'è finita la "diversità" pentastellata? Dove sono finite l'"innocenza" e la "purezza" del Movimento, il "non partito" con il "non statuto", che nasce e cresce dal basso e che in virtù dei sacri principi fondativi ("uno vale uno", "i leader non esistono") rivoluziona la politica e rifonda la democrazia? Per adesso, il "grillismo reale" precipita in un vortice di impreparazione e di presunzione. Si avvita in una spirale di velleitarismi e di personalismi. Ribellarsi alle élite è giusto.

E il Movimento, con i suoi quasi 9 milioni di elettori alle politiche del 2013, ha dato corpo esattamente a questa legittima istanza di "ribellione democratica". Ma governare è un'altra cosa. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista lo sanno bene. Quando in gioco c'è non solo il Campidoglio, ma in prospettiva addirittura Palazzo Chigi, il motto "meglio inesperti che disonesti", per quanto rassicurante, non può più bastare.

Massimo Giannini (La Repubblica, 2 settembre 2016) 


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)