"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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venerdì 19 gennaio 2024

“Incontro con fotografi illustri” di Ferdinando Scianna



In "Obiettivo ambiguo" erano già stati passati in rassegna alcuni dei fotografi ora riproposti in “Incontro con fotografi illustri”.
La nuova operazione potrebbe forse differenziarsi, quindi, oltre che per l'apporto d’immagini spesso inedite "made Scianna", anche per la brevità dei testi che si potrebbero quasi intendere come delle vere e proprie didascalie a supporto delle fotografie scelte.
In più, le considerazioni nei confronti dei fotografi passati in rassegna che vengono espresse in quest'ultinmo libro edito dalla UTET, appaiono quasi lapidarie.
Per le particolarità evidenziate l'impressione, quindi, potrebbe essere quella che l'intero progetto voglia venire a costituire un vero e proprio ulteriore tributo alla saggistica fotografica, suffragato dalla revisione realizzata da un Ferdinando Scianna d'età matura.
In questa chiave, “Incontri con i fotografi illustri” apparirebbe pertanto come un voler tornare riprendere a distanza di tempo uno stesso libro e accorgersi che, grazie ai mutamenti intervenuti, per conoscenze e altro, si vengano ora a focalizzare aspetti e sfumature non notate prima.
Circa l’accostamento delle immagini al testo, la metodologia appare quasi parallela.
Entrambe le due componenti fotografano e talvolta stigmatizzano, infatti, un'unica modalità, nel descrivere visivamente e testualmente: attraverso scatti immediati e scritti sintetici.
In ogni caso, nel saggio, che scorre velocemente, si riescono a cogliere aspetti che ancor oggi accadono e che riguardano le contaminazioni. Là dove, ad esempio e specie nei social oggi, basta esporre un qualcosa d'innovativo o di diverso per innescare tante emulazioni.
Anzi, si legge quasi il messaggio che auspica la possibilità di imitare - nel seguire un percorso tracciato - perchè costituisce spesso un processo indispensabile per chi voglia accingersi a proporre interpretazioni differenti, che magari valorizzino e approfondiscano tanti altri aspetti rispetto a qualunque nuova proposta.
Tutto quanto del resto è un fenomeno insito e caratteristico che investe l’intero mondo dell'arte e non solo; è un po’ il sale che da sempre pregna e porta a sviluppare nuove idee, prendendo spunto e partendo da qualcosa che è già stato realizzato dagli altri.
In questo suo ultimo libro, ad ogni sua foto scattata a fotografi, che ha personalmente conosciuto durante l’arco della sua lunga carriera, Ferdinando Scianna associa un testo che non è mai ridondante.
L'unica pagina, apparentemente disallineata e che risulta quasi incoerente, che non mostra cioè una fotografia da album dei ricordi in parallelo a un testo, riguarda Enzo Sellerio. 
Appare quasi evidente come Ferdinando Scianna covasse da tempo il bisogno di tornare a parlare di lui e, indipendentemente dal non poter disporre di una sua foto, abbia voluto forzatamente inserirlo in questo "Pantheon" di fotografi illustri. 
Il capitolo Sellerio è anche uno dei passi del volume dove il testo è più lungo rispetto a quanto scritto per gli altri fotografi. Forse lo fa per rispondere a una necessità intima e, approfittando del libro, venire a spendere parole positive a corollario dei ricordi; quasi a voler definitivamente rappacificarsi con quello che riconosce come il suo "padre" fotografo. 

"Poi, al funerale, riuscii a ricordare mio padre debole e buono come l’avevo sempre conosciuto dopo la mia infanzia e mi convinsi che quello schiaffo che m’era stato inflitto da lui moribondo, non era stato da lui voluto. Divenni buono, buono e il ricordo di mio padre s’accompagnò a me, divenendo sempre più dolce. Fu come un sogno delizioso: eravamo oramai perfettamente d’accordo, io divenuto il più debole e lui il più forte." 

Il periodo che è citato fra virgolette è uno stralcio tratto dal romanzo di Italo Svevo "La coscienza di Zeno".
Potrebbe pertanto risultare lecito essere portati a pensare che Ferdinando Scianna abbia intenso approfittare di questo suo ultimo saggio per manifestare in pubblico il suo intendimento conciliatorio, seppur tardivo, e di palesare la sua eterna riconoscenza verso quell’Enzo Sellerio, da lui elegantemente definito come un "Acculturato Flaneur", ma riconosciuto quale suo indiscusso maestro. A colui che indica - unitamente a Sciascia - come un prezioso pigmalione nell'averlo aiutato a realizzare quel desiderio giovanile di voler diventare fotografo.
Per concludere, al di là di ogni qualsivoglia giudizio scritto dai critici, ritengo che il volume “Incontro con fotografi illustri” costituisca un'operazione assai meritoria. Quasi una allegra passerella di personaggi che fornisce anche occasione all’autore per riformulare e, in qualche caso, rivedere considerazioni e giudizi su fotografi che erano stati già oggetto in suoi precedenti scritti.
In ogni caso rappresenta una felice occasione per sfogliare un album fotografico intriso di ricordi e, al contempo, allineare e raccogliere dei testi - densi ma significativi - che raccontano di tanti testimoni che hanno saputo ben rappresentare visivamente aspetti d'epoche differenti.

Buona luce a tutti!


© ESSEC

giovedì 3 agosto 2023

"Abecedario fotografico" di Ferdinando Scianna



L’abecedario fotografico di Ferdinando Scianna offre lo spunto per tante riflessioni che non riguardano esclusivamente il mondo della fotografia.
In questo ultimo suo libro, che riannoda tanti concetti espressi già in altri scritti precedenti, l’autore rimescola elementi delle sue “convinzioni sospese” che rivisita con nuove prospettive e angoli visuali.
Al riguardo, nel breve capitolo intitolato “influenze” Scianna ad esempio dice: “mi considero il fotografo più influenzato e influenzabile che conosca. Ne traggo vanto. L’elenco di quelli che mi hanno influenzato sarebbe troppo lungo, e comprende più scrittori che pittori, più pittori che musicisti, più musicisti che fotografi. Ma anche molta gente comune, molti amici. Ne continuo a scoprire che mi hanno influenzato da anni senza che li conoscessi.”
Soffermandosi sul suo mestiere di fotografo, in altro punto del volume afferma che: “le fotografie mostrano, non dimostrano. Si può mentire con le fotografie. Si può persino dire la verità, per quanto sia estremamente difficile. Il luogo comune che vuole che la fotografia sia specchio del mondo, credo si possa rovesciarlo: il mondo è lo specchio del fotografo.”
Ferdinando Scianna fin da subito in Abecedario mette in risalto la sua principale predisposizione per la lettura, ancor di più maturata negli ultimi anni.
Nel capitolo che ha intitolato “leggere” scrive, infatti, che “un libro è un mondo, certo, ma è cosa morta, terra disabitata se non viene vissuto e fatto vivere dal lettore, che a sua volta, rendendola cosa viva se ne nutre.”
Poco prima aveva pure citato un noto proverbio siciliano che recita: “bianca muntagna, niura simenza, e l’omu ca simina sempri pensa”, che sta a voler dire “il bianco della carta come innevata montagna, semi le parole e lo scrivere un pensare. Leggere significa dunque inoltrarsi nella foresta generata da quei semi.”
Riallacciandosi più propriamente alla fotografia nello stesso capitolo afferma come: “di solito si usa l’etimologia della parola per dire che fotografia sia scrivere con la luce. Più entro in questa pratica e ci rifletto, più mi pare che fotografare sia propriamente un leggere, con i propri occhi e con gli occhiali della macchina e del linguaggio, ciò che il mondo ha scritto con penna di luce.” Aggiunge ancora: “per me fotografo, almeno per il tipo di fotografia che amo e ho cercato di praticare, la realtà è un infinito, inesauribile libro da leggere e rileggere infinitamente, inesauribilmente.”
In altre pagine, accostando la musica alla fotografia, riporta considerazioni su come certe musiche/opere artistiche possano essere percepite intimamente come delle stampe in bianco e nero ovvero a colori.
Il suo noto e acuto sarcasmo Ferdinando Scianna lo fa emergere nel capitolo “Realisti e visionari”, dove, rivolgendosi all’affollato mondo della fotografia, afferma senza mezzi termini che secondo lui: “la migliore fotografia italiana del novecento è stata realista e visionaria contemporaneamente. Penso a Giacomelli, a Berengo Gardin. La peggiore ha voluto essere artistica.” Aggiunge, quindi, per rafforzare il suo pensiero che: “le cosiddette scuole sono invenzioni, spesso artificiose, perniciose e condizionanti, dei cosiddetti critici di fotografia. Specie che in Italia è stata allevata in vitro a imitazione di Francia, America, eccetera.” Pertanto, conclude: “i fotografi, quelli buoni, fanno le fotografie che devono fare, i critici si inventano le scuole. I fotografi mediocri si aggregano, o si fanno aggregare dai critici.”
A questa nota pungente Scianna fa seguire il capitolo dedicato al Ritratto che rappresenta un condensato di un trattato di fotografia, difficile da sintetizzare e al quale inevitabilmente si rimanda.
Dall’intero volume edito da “Contrato” e dedicato alla "moglie Paola e alle figlie" esce fuori l’anima bressoniana che accompagna tutti i capitoli del suo abecedario e dove ritrovo anche, con mio grande compiacimento, concetti espressi nel mio “Fotogazzeggiando”.
In conclusione, i fotografi potrebbero essere paragonati o visti come “Anime vaganti”; le quali, più che guardare, osservano e traggono considerazioni da ciò che riescono realmente a vedere. Anime che si muovono senza pregiudizi; con passi che, avventurandosi su sentieri nuovi, valutano opportunità nella scelta di possibili direzioni altre, da poter liberamente intraprendere.
Sempre alla continua e assillante ricerca di specchi o superfici che riescano a riflettere tutto quanto possa apparire prossimo e coerente alla propria indole, conosciuta o ancora da conoscere. Comunque incorniciata in contesti d’idee più o meno consapevoli e conformi alle personali sensibilità, strettamente connesse al bagaglio culturale disponibile.
A tal proposito anche Scianna si dilunga a parlare del talento che, a dosaggio variabile, tutti quanti gli individui hanno. E anche qui affiora la sua pungente indole critica quando accentua come, in alcuni, risieda una maggiore capacità a sapersi proporre e vendere.
Il volume “Abecedario fotografico” edito da Contrasto, anche se in talune parti riassume pensieri espressi in altri libri, è fresco, scorrevole e ricco. Merita, quindi, di essere letto da tutti coloro che vogliono indagare sull'animo umano, interessante anche per il formato pensato dall'autore che, in qualche modo, ha organizzato il libro con una inusuale originalità propositiva, prossima a un taglio didattico/scientifico.

Buona luce a tutti!


© ESSEC

giovedì 16 febbraio 2023

"Baaria" preso a pretesto da Ferdinando Scianna e Giuseppe Tornatore per discutere anche di fotografia



L’operazione messa in piedi da Ferdinando Scianna e Giuseppe Tornatore prima dell'uscita nelle sale cinematografiche, prende come pretesto il film Baaria per creare un fitto dialogo/confronto fra i due, incentrato sulle peculiarità di discipline artistiche interconnesse quali Fotografia e Cinematografia.
La comunanza del paese d’origine per entrambi e il dislivello d’età fra loro arricchiscono i contenuti che, in qualche modo, collegano il seminatore Scianna al Tornatore regista che, in qualche modo ne ha anche seguito le tracce.
In più momenti Giuseppe Tornatore richiama, infatti, quelli che per lui sono stati i punti di riferimento giovanili nel coltivare quella sua innata voglia filmografica. Una passione che per necessità intrinseche e propedeutiche alla sua coltivazione, gioco forza, ha visto anche un suo prolungato impegno nella fotografia.
Nel volume edito a suo tempo da Contrasto, dal centrale argomento inerente al film Baaria e alle specificità tecniche richieste - che avevano indotto a ricreare una copia del paese dei ricordi - lentamente porta a leggere una serie di citazioni e domande incrociate fra Scianna e Tornatore, che si infittiscono sempre più, si approfondiscono, si incrociano e quasi si intersecano nel completare un affresco basato sulle memorie di cui entrambi riconoscono perfettamente e lucidamente il disegno.
Nessuno dei due però tende mai voler salire in cattedra e, anzi, la stima reciproca crea e facilita lo sviluppo di visioni, talvolta pure differenti, che si incontrano sempre e, come detto, collegando il filo unico dei racconti con personaggi baarioti che entrambi hanno avuto modo di conoscere direttamente o per dei racconti.
Il legame con Bagheria dei due appare pure accomunato dalla necessità per entrambi di custodirla ermeticamente blindata coi vecchi ricordi.
A uno Scianna che quasi ne scappa alla ricerca d'avventura, a distanza di anni si sovrappone un Tornatore che capisce bene anche lui che per realizzare il suo sogno deve allontanarsi da quel luogo.
Ma per entrambi Baaria resta e resterà indelebile nell'intimo, per tutto quello che quel crogiolo siciliano ha saputo trasmettere, inculcare e insegnare.
Nel dialogo fra i due non può certo mancare Leonardo Sciascia, con i tanti aneddoti citati e le sue lucide analisi concettuali. Ma non mancano neanche Cartier-Bresson, Barthes, Berengo Gardin e tanti altri, tutti utilizzati per richiamare punti importanti nell’interpretazione delle realtà documentate come fotografi e regista.
La lettura delle circa cento pagine risulta così scorrevole e sempre interessante, anche per le abbondanti storie e rievocazioni citate da entrambi.
Nonostante sia stato dato alle stampe nel 2009, il volume mantiene una sua freschezza anche per le tante tematiche sviluppate che, per loro natura, restano spesso centrali e stentano ad invecchiare.
In ultimo, alla luce di quanto viene raccontato, chi ha avuto modo di vedere già il film di Tornatore (anche più volte) troverà di certo curiosità di tornare a rivederlo ...... magari per osservarlo con altri occhi, tenuto anche conto delle tantissime nuove cognizioni apprese.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

martedì 14 giugno 2022

In fotografia, molti autorevoli artisti si ispirano a tanti protagonisti spesso lontani dal più comune sentire.



Se ne parlava l’altro giorno con l’amico Pippo e si concordava sul fatto che con “Quelli di Bagheria” Ferdinando Scianna ha realizzato, più che in altri volumi pubblicati, un bellissimo documento di una realtà da lui vissuta e felicemente raccontata.
Senza veli, senza allusioni o messaggi criptici, il libro edito dalla “Fondazione Galleria Gottardo” nel 2002, forte anche di evocative immagini rigorosamente in bianco e nero, elabora perfettamente singoli fotogrammi di pura memoria di chi ha vissuto quei tempi e in quei territori in particolare.
A prescindere dalla specificità “bahariota” la Sicilia provinciale è in ogni caso tutta ben rappresentata e le singole immagini consentono di rivivere scene vissute da tanti di noi, in un’infanzia che accomuna e dove i riti quotidiani similari tendono a replicarsi negli angoli dell’intera isola.
Magari forse rappresentati da personaggi anagraficamente e specificatamente diversi nei differenti luoghi, che svolgevano pure mestieri similari, ma tutte immagini di momenti/memoria collegati da un filo conduttore unico.
Per chi ha i capelli già argentati o completamente bianchi, sfogliare le pagine del libro vuol significare chiudere gli occhi per rivivere un proprio passato; attraverso le molteplici immagini in bianco e nero che sono esposte nel vissuto personale degli anni sessanta, che a ciascuno di noi sicuramente appartengono, perché sono di certo ormai la nostra storia.
In fotografia, molti autorevoli artisti si ispirano a tanti protagonisti spesso lontani dal più comune sentire. Non è questo il caso di Ferdinando Scianna il quale, ancorché e da sempre ispirato dalla scuola di Henri Cartier Bresson e dapprima consigliato e instradato da Enzo Sellerio, oltre che culturalmente influenzato da Leonardo Sciascia, è sempre riuscito a mantenere saldamente stabili le sue solide radici con quella tipica sicilitudine che lega tutti i maggiori artisti isolani fin già dal primo novecento.
In generale, a prescindere dalle sue produzioni, osservare qualunque foto di Ferdinando Scianna è leggere la Sicilia.
Sia che le sue immagini risultino stagliate nei suoi tipici bianco e neri violenti oppure armoniosamente intrise nelle tante gradazioni di grigio, di per sé abbondantemente narranti.
Nel suo caso, infatti, non occorrono artifizi particolari, che alludano all’onirico o a delle speciali tecniche rivolte a un concettuale spesso complicato e contorto e nemmeno mossi o sfasature volute per caratterizzare o far riconoscere da subito il tocco distintivo dell’artista affermato.
Sfogliare i libri di Ferdinando Scianna, almeno per me, è riconoscere perfettamente il linguaggio della mia terra e leggere le molteplici storie raccontate dalla sua fotografia.
Un colpo altrettanto abile nell’operazione “Quelli di Bagheria” è rappresentato dall’editing progettuale, dove fotografie, didascalie, pensieri e considerazioni si mescolano per impreziosire e rafforzare ogni elemento scelto e rappresentato.
Per intrigare ancor di più gli estimatori dell’autore si rimanda alla interessantissima prefazione posta nelle prime pagine del volume, dove Ferdinando Scianna confessa di aver voluto sostanzialmente perseguire con il suo progetto il solco precedentemente tracciato, in forma letteraria, dall’amico Leonardo Sciascia.
Citando Ernesto De Martino, riguardo all’universalità di certe narrazioni, Scianna scrive pure che: “solo chi ha un villaggio nella memoria può avere un’esperienza cosmopolita”. Non è l’unica delle chicche che portano ad allargare lo sguardo, leggendo il volume se ne scopriranno tante altre.

Buona luce a tutti!

© ESSEC

venerdì 29 gennaio 2021

Ferdinando Scianna: “Il viaggio di Veronica – Una storia personale del ritratto fotografico



Nell’introduzione che apre l’edizione italiana del volume “Henri Cartier-Bresson”, pubblicato da Art& nel lontano 1988, Ferdinando Scianna diceva: “Ci sono tanti tipi di fotografia. Ma per me, fotografo che cerca di fare una certa fotografia, Henri Cartier-Bresson e la parola fotografia sono praticamente sinonimi. Henri Cartier-Bresson è la fotografia”.

Scianna continuava il suo scritto raccontando anche di come ha poi meglio conosciuto la fotografia di H.C.B.; tramite il libro “Images à la sauvette”, mostratogli da Leonardo Sciascia che ne possedeva una copia: “Rifotografai il libro pagina per pagina. E’ come se quelle fotografie le avessi mangiate, ritualmente, per tentare di incorporarle, più che al mio patrimonio culturale a quello cromosonico.” Il volume snocciola, quindi, a pagina intera, delle singole foto che rappresentavano tappe esemplari dei diversi capitoli che hanno costituito la storia dei cinquanta anni di fotografia attiva di H.C.B.

Quanta acqua è poi passata sotto i ponti e lo Scianna "Baarioto" si ritroverà immerso in un'avventura fotogiornalistica che lo porterà a diventare amico di H.C.B. e di accedere, come primo fotografo italiano, anche all'Agenzia Magnum di cui Bresson è stato cofondatore.

L’introduzione mi è utile per inquadrare anche il recente volume edito dalla Utet dell'ormai affermato Ferdinando Scianna, intitolato “Il viaggio di Veronica – Una storia personale del ritratto fotografico”, dove l’autore affronta la storia della fotografia, con particolare riguardo al ritratto fotografico e collegandolo alla ritrattistica pittorica preesistente.

Nell’ampio escursus Scianna individua in quest’operazione letteraria una serie di fotografi che si sono cimentati nel settore, alternando alla narrazione descrittiva dei vari autori una serie di considerazioni personali, che tornano come complementi utili a definire alcune caratteristiche delle produzioni di tanti fotografi scelti come esempi nella sua storia.

L’operazione, a mio parere, rende la parte didattica molto più articolata, arricchendola con punti di vista originali dell’autore che non necessariamente si trovano allineati rispetto a quello che è il comune sentire del mondo degli addetti ai lavori.

Sono ben quarantaquattro i fotografi esaminati nell’operazione, che vengono da Scianna distinti tra: “Pionieri e inventori” (6), “Primi maestri della luce” (8), "Reporter, artisti e documentaristi” (5), “Miti e creatori del mito” (14), “Autoritrattisti, ritrattisti dell’altro” (11). Spaziando temporalmente dagli albori della fotografia dei primi anni dell’ottocento fino ai nostri tempi.

Nelle oltre centocinquanta pagine sono descritte e personalizzate le figure di coloro che hanno storicamente costituito delle pietre miliari nella storia del ritratto fotografico, in circa duecento anni dall’invenzione della fotografia, per come noi oggi la conosciamo.

L’operazione di Ferdinando Scianna nella sua impostazione, personalmente, mi riporta in qualche modo anche al volume “L’immaginario dal vero”, pubblicato nel 2005 con l’editore ABSCONDITA da Melanie Cartier-Bresson, che raccoglie scritti vari e alcune foto di suo padre Henri, morto nell’agosto 2004. Un piccolo volumetto - ma prezioso - che, nelle sue quasi cento pagine, contiene considerazioni di H.C.B. di una attualità impressionante e assolutamente inconfutabili, che costituiscono – anche per la estrema sintesi della scrittura – dei distillati concettuali della fotografia.

Consiglierei, a chi si accinge alla lettura della nuova opera editoriale di Ferdinando Scianna, di acquisire anche il piccolo volumetto “L’immaginario dal vero”, in modo da completare la visione del pensiero di Ferdinando Scianna (pur soffermandosi nello specifico tema affrontato nell'ultimo libro) che, per come lui stesso si definisce, è fedele discepolo del Maestro Henri Cartier-Bresson.

 

Buona luce a tutti!

 

 © Essec


giovedì 21 febbraio 2019

Antologica di Ferdinando Scianna alla G.A.M. di Palermo



Come si fa a raccontare l’antologica di Ferdinando Scianna senza considerare la narrazione della lectio magistralis tenuta al Dipartimento Culture e Società dell’Università degli Studi di Palermo o l’intervista pubblica condotta da Denis Curti (curatore della mostra alla GAM di Palermo) svoltasi al Teatro di Santa Cecilia? Difficile ma in qualche modo si può tentare un piccolo riassunto.
Prima di iniziare mi piace sottolineare che in questa esperienza palermitana Ferdinando Scianna ha potuto toccare con mano l’ammirazione e la stima che gli intervenuti gli hanno manifestato. Presumo pure che la cosa, al di là delle affermazioni di cortesia esteriorizzate, gli ha procurato nell’intimo molto piacere e che, alla fine e ove ce ne fosse stato bisogno, lo abbia riconciliato definitivamente con il suo contesto natio.
La serenità nello sguardo e l’accondiscendenza benevola a ogni richiesta, hanno dimostrato l’assoluta normalità di approccio di un vero maestro.
In chiusura dell’intervento nell’aula magna del Dipartimento Culture e Società le belle parole espresse in ricordo di un suo vecchio professore (1), nonno di una spettatrice in prima fila, hanno costituito un limpido esempio di cosa sia l’insegnamento e il segno che lasciano i buoni docenti nel percorso di vita degli alunni talentuosi in primis.
Ascoltare Scianna è istruttivo e “accultura”, non solo chi è un appassionato della fotografia.
Le anedottiche che accompagnano la sua narrazione fotografica costituiscono, infatti, intercalari che suscitano ilarità sì ma che inducono a riflettere.
Molte sue apparenti dissacrazioni costituiscono efficaci lezioni di vita, in quanto, anche se ricondotte al suo pensiero, disossano le eccessive enfatizzazioni di molti miti.
Oserei dire che gli abbondanti eloqui di Scianna lo fanno apparire umile, come uno di noi. Ma la semplicità apparente dei suoi discorsi nascondono cultura, che include anche la fotografia e tutto il suo complesso e variegato mondo.
L’intervento all’Università ha visto esibire il personaggio “grande vecchio”, ricordando ai più anziani spettatori quel nonno che raccontava tante storie che affascinavano tutti noi piccoli nipotini.
L’intervista di Curti al Teatro Santa Cecilia ha, invece, sviluppato i temi su un taglio più giornalistico, allargando i contenuti anche verso altri colleghi affermati che ha avuto modo di frequentare alla Magnum e non solo. Primo fra tutti Henry Cartier Bresson, suo mentore/maestro e grande amico nella vita.
Riguardo alle foto dell’antologica, allestite in maniera magistrale in uno spazio forse troppo angusto per contenere le innumerevoli immagini, ho sentito qualcuno dire che l’esposizione era troppo affollata, troppo vicine l’una all’altra le fotografie, quasi si accavallassero.
Queste considerazioni non mi trovano per nulla d’accordo perché io ho immaginato e visto l’allestimento come un volere entrare nella mente di Ferdinando Scianna, piena di visioni, di ricordi, di racconti: le "sue sinapsi" insomma!
All’osservatore bastava concentrarsi su ogni singola foto per cogliere la narrazione, per valutare le estetiche, i periodi creativi, le mode del momento.
Ricordo al riguardo come nella visita dell’antologica di Cartier Bresson all’Ara Pacis di Roma di qualche anno fa, avevo incontrato un ritmo simile e la contaminazione da osservatore è stata tale che, nel vedere sue immagini a colori proiettate in un visore, io riuscivo a trasformarle nella mia mente direttamente in bianco e nero, leggendo i tratti, le linee, i tagli.
Direi che non si può pretendere che un autore soddisfi e assecondi i nostri gusti estetici di rappresentazione di una mostra, ma sarà opportuno che l’osservatore si adegui alla sintassi dell’artista e cerchi di cogliere a 360° il suo linguaggio.
Non mi dilungo sulle molte citazioni fatte nelle due conferenze, anzi, al riguardo, rimando alla visione ed all’ascolto dei filmati che ho avuto l’opportunità di approntare. Il primo è già il linea (https://youtu.be/LHytSbBrmMQ), per l’altro ..... “working in progress”.

© Essec

(1) Il nonno in questione era il Cav Preside Prof. Domenico Enrile. La foto era stata scattata da Pietro Piraino Papoff, compagno di classe ed amico di Scianna.

P.S. La foto di copertina è stata scattata all'Università di Palermo ........ ad un certo punto gli ho chiesto: "Maestro mi fa una foto" ....... prima mi ha guardato interdetto ....... poi ha capito ciò che volevo intendere e mi ha assecondato ........ persona splendida!





lunedì 18 febbraio 2019

Ferdinando Scianna: «Io c’ero»

Da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose al mondo della moda. Poi i reportage, i paesaggi, le sue ossessioni e i suoi grandi amici come Henri Cartier-Bresson. L'intervista al maestro della fotografia in occasione della mostra alla GAM di Palermo 
 

Viaggio, racconto, memoria, tre parole che racchiudono oltre 50 anni di storia del fotografo Ferdinando Scianna. Un maestro di livello internazionale che la Galleria d’arte moderna di Palermo ha deciso di celebrare con la più grande mostra antologica mai organizzata prima. La rassegna Viaggio Racconto Memoria – dal 21 febbraio al 28 luglio, curata da Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, e organizzata da Civita – con quasi 200 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, attraversa l’intera carriera di Scianna, e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento. Un percorso artistico iniziato nella sua Bagheria che si snoda attraverso varie tematiche come l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare, tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. Dalla Sicilia alle Ande boliviane, dalle feste religiose – esordio della sua carriera – all’esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e Marpessa. Poi i reportage (fa parte dell’agenzia foto giornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi amici come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni. Questa mostra «è la storia di un fotografo in oltre mezzo secolo di fotografia».

Partiamo dal titolo della mostra Viaggio, Racconto, Memoria. Che importanza hanno avuto queste tre parole nella sua lunga carriera?
«Questa è la terza, o quarta, grande mostra antologica nella mia vita di fotografo. Probabilmente l’ultima, se penso alla mia età, ma anche alla felice fatica che mi è costata. I titoli delle precedenti furono Le forme del caos,  che allora, 1989, mi sembrò una perfetta definizione per la vita e per la fotografia. L’altra del 2006, la chiamai La geometria e la passione, un titolo che cercava di coniugare l’ossessione di raccontare il mondo e la necessaria forma per raccontarlo. Questa ultima, più serenamente e didascalicamente, si chiama Memoria, Viaggio, Racconto, che sono per me sostanzialmente tre sinonimi di come io concepisco e ho cercato di praticare la fotografia in oltre cinquanta anni di mestiere. Tutte le fotografie producono memoria, individuale e collettiva, sono racconto oppure, almeno io penso, non sono nulla. Ma le fotografie si trovano e per trovarle bisogna cercarle, ecco perché sempre sono viaggio. Viaggio in luoghi lontani o lontanissimi, ma anche sotto casa, e persino dentro casa, ovunque la tua passione di guardare ogni tanto ti fa vedere qualche istante significativo. Questa mostra, che contiene quasi 200 immagini, partita da Forlì e che dopo Palermo approderà a Venezia, è probabilmente la prima che riesco a realizzare come pensavo dovesse essere una mostra che rendesse conto del mio lavoro. Un percorso fisico, mentale e emozionale dentro i vari argomenti e ossessioni della mia fotografia e della mia vita. I tre assi del titolo si diramano in diciannove temi, ciascuno dei quali è diversamente presentato, cui fa da eco, guida e memoria della mostra il corposo catalogo pubblicato da Marsilio. Tutti e diciannove i temi implicitamente evocano i molti libri che sugli stessi argomenti ho avuto la fortuna di pubblicare nella mia vita».

Come si è trasformata la narrazione fotografica?
«
Il poeta Borges diceva che le storie che da sempre hanno raccontato gli uomini non sono probabilmente più di una dozzina. Dal racconto orale, a Omero, agli innumerevoli pittori e scrittori, le storie che hanno raccontato, raccontando la vita, i pensieri, i sentimenti, i luoghi, sono più o meno sempre le stesse. Cambia, poco, la vita, cambia, a volte molto, il mondo e cambiano le maniere e gli stili con cui si racconta. La fotografia ha introdotto qualcosa di nuovo in questa lunghissima vicenda perché trascina con sé l’insopprimibile traccia di vita che questo linguaggio principe della modernità ha introdotto nella cultura umana. Figli della fotografia sono il cinema, linguaggio composito, e per certi versi anche la televisione e internet. Nella contemporaneità, finché sono stati vivi e influenti, i giornali e le riviste hanno sviluppato un ruolo importante e hanno determinato anche nuove forme di narrazione. Adesso che i giornali vanno drammaticamente scomparendo quella esigenza di racconto con immagini fotografiche si è trasferita nei libri, sempre più numerosi, anche inflattivamente, nelle mostre e nei supporti elettronici. Molti fotografi, in questo clima di sfiducia nel racconto visivo, si sono rifugiati, a mio parere a torto, nelle pratiche artistiche, spesso rinunciando alla specificità e alla forza del proprio linguaggio. Ma, con la fotografia o senza la fotografia, con i giornali o senza i giornali gli uomini non potranno mai fare a meno di raccontare, con le parole e con le immagini».

La macchina fotografica a cui è più legato?
«
Forse la prima, una macchinetta amatoriale, un regalo di mio padre, che se ne è pentito tutta la vita, che mi fece scoprire ancora ragazzino lo strumento e il linguaggio che sarebbero diventati il mio mestiere e il modo per dare un senso alla mia vita. Ho poi usato e sperimentato ogni genere di macchina fotografica che i progressi della tecnologia offrivano. Ma non ho mai avuto il feticismo dello strumento. Lo stesso, per dire, vale per le automobili. Una macchina deve funzionare: questo è quanto. Impari a usarla e poi la dimentichi. Se va bene, come diceva Cartier Bresson, diventa il prolungamento del tuo occhio e della tua coscienza. Ogni tecnica è strumento di linguaggio o rimane fine a sé stessa».

Quale usa adesso?
«
Da molti anni mi sono anche io, a malincuore, ma senza drammi, approfittando delle nuove opportunità, convertito alle macchine digitali. Ormai, purtroppo, faccio poche fotografie. Il mestiere di reporter ha una componente sportiva di cui il mio corpo non vuole più sapere. Oggi uso macchine piccole e leggere, compatibili con le limitazioni della mia artrite».

Nella fotografia di reportage qual è la differenza tra raccontare la vita e raccontare la storia?
«
Raccontare la vita significa sempre raccontare la storia, specialmente per un fotografo. Tutta la fotografia è reportage, una scena di guerra come gli uomini che raccolgono le arance. E persino un paesaggio o una mela su un tavolo. La storia la fanno, la vivono e la soffrono gli uomini. Di questo si occupa, o dovrebbe occuparsi, la fotografia».

Lo scatto di cui va ancora fiero?
«
È una domanda che non dovrebbe mai essere fatta a un fotografo, come non si chiederebbe a una madre quale dei suoi figli preferisce. Potrei rispondere ruffianamente che la fotografia cui sono più affezionato è quella di una mia figlia appena nata sul petto di sua madre. Ma in un certo senso considero tutte le mie fotografie momenti del mio album di famiglia. Io c’ero. E ogni volta ho cercato di raccontare un momento di emozione, un pensiero, un’indignazione, uno stupore davanti alla vita e al mondo per raccontarli e per raccontarmi. Se, raramente, credo di esserci riuscito le mostro e cerco di condividerle con gli altri. Diversamente non avrei potuto fare libri, né questa mostra con quasi 200 fotografie».

Oggi che scattare foto è diventato per molti un gesto quotidiano, distratto e quasi automatico, cosa è cambiato nella fruizione della fotografia?
«
Niente è cambiato più vertiginosamente nei linguaggi visivi con cui gli uomini comunicano tra di loro come, negli ultimi venti anni, la fotografia. Ogni giorno, ha stabilito un’agenzia americana, già da qualche anno si fanno più fotografie di quante ne erano state fatte da quando l’invenzione ha fatto irruzione nel panorama della cultura contemporanea. Un autentico tsunami, frutto di nuove invenzioni tecnologiche di massa. E’ una rivoluzione che investe non solamente la fotografia ma la natura stessa delle nostre relazioni sociali. Una studiosa dell’universita di Palermo, Anna Fici,  ha di recente dedicato al fenomeno un interessante saggio dal titolo La giostra della social photography. Una giostra, appunto, sulla quale siamo saliti tutti e che sembra girare ad una velocità sempre più folle. Che cosa significa, che cosa è cambiato nel concetto stesso di fotografia? Non lo so. Magari con arroganza, temo che, al ritmo con cui si accavallano le trasformazioni tecnologiche e sociali, non lo sappia ancora nessuno. È difficile, se non impossibile, analizzare uno tsunami nel mezzo della tempesta. La sola cosa che posso dire, come di recente il mio amico Sebastiao Salgado, è che sono felice di avere vissuto un momento storico nel quale questo linguaggio ci ha permesso di usarlo e praticarlo con la convinzione che potesse raccontare il mondo e noi stessi. E non solo per noi, ma anche per gli altri».

Quanto il digitale e Instagram hanno cambiato la fotografia e il concetto di immagine?
«
Il digitale non riguarda solo la fotografia, e non credo che abbia cambiato moltissimo, ma l’uso di massa dei telefonini e tutti i marchingegni dei social hanno invece cambiato tutto. All’inizio, come tutti gli anziani abituati a un certo paesaggio del mondo e degli strumenti di cui si sono serviti per una vita me ne sono spaventato e anche indignato. Poi mi sono reso conto che non si può nascondere il sole con una rete, come dice un proverbio siciliano. Il mondo cambia e non ci puoi fare proprio niente. I fenomeni di massa sono quello che sono. L’industria vende come aceto balsamico qualcosa che con l’aceto balsamico della tradizione non ha nulla a che fare. Forse, come l’aceto balsamico dei supermercati, continuiamo a chiamare fotografia qualcosa di diverso. Non si sono mai prodotte tante immagini private come oggi con i telefonini. Ma nessuno fa più l’album di famiglia. L’immagine come costruzione e traccia di memoria sembra non interessare più a nessuno. La sola cosa che mi preoccupa, se uno della mia età si può ancora seriamente preoccupare per qualcosa che non sia il suo tempo biologico, è che l’immagine abbia preso il posto della realtà. La fotografia non è più quello che abbiamo imparato a pensare per oltre 150 anni? Amen».

C’è qualche nuovo fotografo in cui rivede un giovane Scianna?
«
Ci sono alcuni giovani fotografi bravi, interessanti e pieni di passione. Mi rallegro e angoscio per loro».

Se dovesse dare un consiglio a chi vuole cominciare questo mestiere oggi…
«
Non do consigli a nessuno. Dico genericamente di essere sinceri, di raccontare quello che amano, quello che li indigna, quello che li stupisce. Ma questo vale per chiunque, uno scrittore, un fotografo, come per un padre di famiglia. Come camparci è un’altra faccenda».


Galleria d’arte moderna, via sant’Anna 21, Palermo - dal 21 febbraio al 28 luglio

Michele Falcone (Corriere della Sera, 14 febbraio 2019) - Gallery Corriere della Sera



giovedì 20 aprile 2017

LECTIO MAGISTRALIS DI FOTOGRAFIA | incontro con Ferdinando Scianna




Pubblicato il 22 apr 2015 -  Per il secondo anno consecutivo tornano le Lectio Magistralis di Fotografia, un’occasione per incontrare i grandi protagonisti della fotografia che, in dialogo con personalità del mondo del giornalismo, della critica e della comunicazione, racconto la propria esperienza artistica. Ferdinando Scianna riflette sul Mestiere di fotografo, ripercorrendo le tappe fondamentali della sua carriera.

lunedì 28 luglio 2014

Ritorno in Sicilia - Incontro con Ferdinando Scianna

Documento che, pur assommando complesse considerazioni sul significato della vita, scorre con una fluidità inusuale. Con leggerezza e ironia vengono fuse sensazioni, impressioni, ricordi, insegnamenti e tanto altro ancora. Il fotografo Scianna si racconta e ci racconta il suo percorso attraverso un film .... che comunque assembla e stampa tanti negativi .... e ci fa pensare .... Ritorno in Sicilia - Incontro con Ferdinando Scianna

http://www.arte.rai.it/articoli/ritorno-in-sicilia-incontro-con-ferdinando-scianna/20153/default.aspx?fb_action_ids=10204187056944098&fb_action_types=og.comments&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=288381481237582

venerdì 10 settembre 2010

L'estratto ancora sì, si fa, ma sempre meno.

La preparazione delle bottiglie di salsa e dell'estratto di pomodoro da conservare per l'inverno occupava il paese intero per tutto il mese di agosto, quando il pomodoro era più abbondante e maturo e più a buon mercato. Adesso il pomodoro c'è tutto l'anno. Lo fanno nelle serre. Tutti dicono che non ha più sapore ma le bottiglie di salsa non le fa più nessuno. L'estratto ancora sì, si fa, ma sempre meno. Prima ogni famiglia si faceva il suo. Si spremevano tonnellate di pomodoro e la salsa era versata su grandi tavole di legno, dette maidde, sulle quali instancabilmente le donne rimestavano tracciando ghirigori con le dita per favorirne l'asciugatura, che doveva completarsi nella giornata. Le tavole andavano orientate verso il sole, che percorreva il suo arco, inclinandole sempre di più mano a mano che il sugo si andava facendo più denso e bruno, di forte inconfondibile odore, quintessenza dell'estate.

Ferdinando Scianna (Quelli di Bagheria - 2002 - Peliti Associati)


sabato 31 luglio 2010

Ferdinando Scianna: "Quelli di Bagheria"

Una mattina,
avrò avuto quattro anni,
mia madre cercava di consolarmi
di un mal d'orecchi
di cui soffrivo molto.
Nostra prima dirimpettaia
fu la signora Annetta,
sempre circondata da bambini,
sempre incinta di uno nuovo,
sempre dietro ad allattarne un altro.
Era enorme.
Chiamata dal mio pianto
attraversò la vanella
non più larga di cinque metri.
Perchè piange il bambino,
le solite orecchie?
Signora Giuseppina
mi hanno insegnato una medicata.
Detto fatto.
Tirò fuori
una minna gigantesca
e strizzandola a dua mani
mi siringò nell'orecchio
un terribile fiotto di latte tiepido.

Ferdinando Scianna (Quelli di Bagheria - Peliti Associati - 2002)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)