"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 5 marzo 2026

“Il colpevole – Serafino Ferruzzi, Raul Gardini, la maxitangente. I poteri visti da vicino” di Sergio Cusani



Nel panorama editoriale ogni tanto vengono proposti dei saggi illuminanti. Opere che permettono di rivedere accadimenti che, spesso, ci sono semplicemente scivolati addosso senza avere sufficienti strumenti e conoscenze per capire i fenomeni.
Tutti noi, consciamente o meno, siamo portati a leggere il contemporaneo, attraverso delle lenti più o meno opache o con le diottrie inadatte a correggere i nostri difetti, rivestendolo di pregiudizi e magari accodandoci passivamente a mode ingannevoli: quasi sempre poco obiettive.
Si dice sempre che la verità esiste ma che non è a portata dell’umano; come anche che la storia non è mai una ma tante, scritte a secondo dell’epoca e della posizione sociale in cui si trova incasellati.
Questo preambolo è il minimo sindacale che può essere anteposto all’interessantissimo saggio di Sergio Cusani, edito recentemente da Rizzoli e intitolato “Il colpevole – Serafino Ferruzzi, Raul Gardini, la maxitangente. I poteri visti da vicino”.
Si tratta di un libro che riporta una serie di avvenimenti raccontati dall’interno, che rivela parti importanti della sua storia vissuta da protagonista e che fa conoscere il Cusani enigmatico, diverso da quello che media e altro hanno proposto e continuano a far intendere.
L’autore utilizza una narrazione coinvolgente e si racconta come persona. Mettendo in luce contraddizioni e coerenze non pienamente comprensibili ma che illuminano sull’etica individuale di ciascun individuo, rispetto al ruolo che la società – spesso casualmente - ci chiama a svolgere.
Nell’impostazione editoriale si intrecciano tanti Cusani sorprendenti con altrettanti Cusani inseriti negli ingranaggi della politica reale italiana del tempo, che a loro volta si intersecano con personaggi radiografati attraverso la sua etica sempre vigile e cosciente, lucida nel riconoscere lecito e illecito, ma propensa a una coerenza professionale che gli si è poi rivelata un boomerang.
Al lettore si lascia ogni giudizio, ma ritengo sia utile prima di esprimersi leggere il saggio, che si sviluppa come una ricca cronaca che miscela trasparenze e specchi, nebbie e panorami.
Col suo libro Cusani ha riacceso dei fari illuminanti. Non solo sulla sua estrema linearità, per molti aspetti incomprensibile in un mondo opportunista come il nostro, ma anche su tanti personaggi che ha avuto modo di incontrare nelle varie stagioni della vita.
Platone ebbe a dire che: “La polis, lo Stato, è da intendersi come una sorta di grande anima collettiva. Così come l'anima individuale deve mantenere un equilibrio tra le sue tre componenti – la ragione, l'emozione e il desiderio – allo stesso modo lo Stato deve trovare un equilibrio tra le diverse classi sociali e le loro funzioni.” Al riguardo “La politica per Platone è anche la scienza del bene comune, finalizzata a realizzare la giustizia e l'armonia in una comunità ideale, lo Stato. Basata sull'organicismo, la società è divisa in tre classi, ciascuna con una virtù specifica, governata dai sapienti che conoscono le idee di Bene e Giustizia.”
Nello scritto di Cusani traspaiono molti dei principi filosofici anzidetti e, certamente, una religione laica di base che induce a soffermarsi ogni tanto ... per riflettere.
Quello che fu messo in croce, per dirimere una questione complicata sembra ebbe a dire alla folla: "chi è senza peccato scagli la prima pietra." Un po' la stessa cosa che ebbe a dire Craxi ai parlamentari o, per essere attuali, che il compianto Papa Francesco ebbe a dire alle sue altrettante confuse pecorelle.
In questo caso si tratta, a mio parere, di un'opera introspettiva e divulgativa per la quale si consiglia vivamente di spendere i 19 euro del costo.
I contenuti, a prescindere da come la si pensi e, ancor di più, dall’orientamento politico che si professa o ogni aspetto fideistico, ateo o agnostico, certamente non deluderanno chi andrà a leggere.

Buona luce a tutti!

© Essec

mercoledì 20 agosto 2025

ABU AMMAR (Yasser Arafat), L’INTERVISTA di Oriana Fallaci del 1972



Da Intervista con la storia - 1974 (di Oriana Fallaci)

Amman, marzo 1972

Quando arrivò, puntualissimo, rimasi un attimo incerta a dirmi che no, non poteva essere lui.
Sembrava troppo giovane, troppo innocuo. Almeno al primo sguardo, non avvertivi niente in lui che denunciasse autorità, o quel fluido misterioso che emana sempre da un capo investendoti come un profumo o uno schiaffo.
Di impressionante non aveva che i baffi, folti e identici ai baffi che quasi ciascun arabo porta, e il fucile mitragliatore che teneva in spalla con la disinvoltura di chi non se ne stacca mai.
Certo lo amava tanto, quel fucile, da averlo fasciato all’impugnatura con nastro adesivo color verde ramarro: divertente e grazioso.
Di statura era piccolo, un metro e sessanta direi. E anche le mani eran piccole, anche i piedi. Troppo, pensavi, per sostenere due gambe così grasse e un tronco così massiccio, dai fianchi immensi e il ventre gonfio di obesità.
Su tutto ciò si rizzava una testaccia minuscola, col volto incorniciato dal kassiah, e solo osservando quel volto ti convincevi che sì: era lui Yasser Arafat, il guerrigliero più famoso del Medio Oriente, l’uomo di cui si parlava tanto, fino alla noia.
Uno stranissimo, inconfondibile volto che avresti riconosciuto tra mille: nel buio. Il volto di un divo. Non solo per gli occhiali neri che ormai lo distinguevano quanto la benda del suo acerrimo nemico Moshe Dayan, ma per la sua maschera che non assomiglia a nessuno e ricorda il profilo di un uccello rapace o di un ariete arrabbiato.
Infatti non ha quasi guance, né mento. Si riassume tutta in una gran bocca dalle labbra rosse e cicciute, poi in un naso aggressivo e due occhi che se non sono nascosti dietro lo schermo di vetro ti ipnotizzano: grandi, lucidi, sporgenti. Due macchie d’inchiostro. Con simili occhi ora mi guardava, educato e distratto. Poi con vocina gentile, quasi affettuosa, mormorò in inglese: «Buonasera, due minuti e sono da lei». La voce aveva una specie di fischio buffo. E un che di femminile.
Chi lo aveva incontrato di giorno, quando la sede giordana di Al Fatah era affollata di guerriglieri e di gente, giurava di aver visto intorno a lui un’eccitazione commossa: la stessa che egli solleva ogni volta che appare in pubblico. Ma il mio appuntamento era notturno e, a quell’ora, le dieci, non c’era quasi nessuno. Ciò contribuì a togliere al suo arrivo ogni atmosfera drammatica.
Ignorando la sua identità, avresti concluso che l’uomo era importante solo perché accompagnato da una guardia del corpo.
Ma quale guardia del corpo! Il bellone più bellone che avessi mai visto. Alto, snello, elegante, sai il tipo che indossa la tuta mimetizzata come se fosse un frac, e con un viso scavato: da rubacuori occidentale.
Forse perché era biondo, con gli occhi azzurri, mi venne spontaneo pensare che il bellone fosse occidentale anzi tedesco. E, forse perché Arafat se lo portava dietro con tanto orgoglio, mi venne ancor più spontaneo pensare che il bellone fosse qualcosa di più che una guardia del corpo. Un amico molto affezionato, diciamo.
Oltre a costui, che presto girò sui tacchi e scomparve, c’era un tipaccio in borghese che ti sbirciava brutto e col tono di dire: tocca-il-mio-capo-e-ti-uccido-a-mo’-di-un-colabrodo.
Infine c’erano l’accompagnatore che avrebbe fatto da interprete e Abu George: incaricato di scrivere domande e risposte onde controllarle poi col mio testo. Questi ultimi due ci seguirono nella stanza scelta per l’intervista. Nella stanza c’erano alcune sedie e una scrivania. Arafat posò sulla scrivania il fucile mitragliatore e si sedette con un sorriso di denti bianchi, aguzzi come i denti di un lupo.
Sulla sua giacca a vento, in tela grigioverde, spiccava un distintivo con due Marine del Vietnam e la scritta «Black Panthers against American Fascism. Pantere Nere contro il fascismo americano». Glielo avevano dato due ragazzuoli della California che si definivano americano-marxisti e che eran venuti col pretesto di offrirgli l’alleanza di Rap Brown, in realtà per fare un filmetto e ricavarci quattrini. Glielo dissi. Il mio giudizio lo toccò senza offenderlo.
L’atmosfera era rilassata, cordiale, ma priva di promesse. Un’intervista con Arafat non serve mai, lo sapevo, ad ottenere risposte memorabili. Tantomeno a strappare informazioni su lui.
L’uomo più celebre della resistenza palestinese è infatti anche il più misterioso: la cortina di silenzio che circonda la sua vita privata è così fitta da farci chiedere se non costituisca un’astuzia per incrementarne la pubblicità, una civetteria per renderlo più prezioso.
Perfino ottenere un colloquio con lui è difficilissimo. Col pretesto che egli si trova sempre in viaggio, ora al Cairo e ora a Rabat, ora al Libano e ora in Arabia Saudita, ora a Mosca e ora a Damasco, te lo fanno sospirare per giorni, per settimane, e se poi te lo danno è con l’aria di regalarti un privilegio speciale o un’esclusiva di cui non sei degno.
Nel frattempo tu cerchi, ovvio, di raccoglier notizie sul suo carattere, sul suo passato. Ma, a chiunque tu ti rivolga, trovi un imbarazzato mutismo: solo in parte giustificato dal fatto che Al Fatah mantiene sui suoi capi il più fitto segreto e non ne fornisce mai la biografia.
Confidenze sottobanco ti sussurreranno che non è comunista, che non lo sarebbe mai neanche se a indottrinarlo fosse Mao Tse-tung in persona: si tratta di un militare, ripetono, di un patriota, e non di un ideologo.
Indiscrezioni ormai diffuse ti confermeranno che nacque a Gerusalemme, forse trentasei o forse quaranta o forse quarantacinque anni fa, che la sua famiglia era nobile e che la sua giovinezza fu agiata: suo padre possedeva un’antica ricchezza che le confische non avevano troppo intaccato. Tali confische, avvenute nel corso di un secolo e mezzo, erano state imposte dagli egiziani su certi latifondi e su certi immobili al centro del Cairo. E poi?
Vediamo: poi, nel 1947, Yassir aveva combattuto contro gli ebrei che davano vita a Israele e s’era iscritto all’università del Cairo per studiare ingegneria. In quegli anni aveva anche fondato l’Associazione studenti palestinesi, la stessa da cui sarebbe fiorito il nucleo di Al Fatah.
Ottenuta la laurea, era andato a lavorare nel Kuwait e qui aveva fondato un giornale che incitava alla lotta nazionalista, era entrato a far parte di un gruppo detto Fratelli Musulmani. Nel 1955 era rientrato in Egitto per frequentare un corso di ufficiali e specializzarsi in esplosivi, nel 1965 aveva contribuito in modo speciale alla nascita di Al Fatah assumendo il nome di Abu Ammar.
Cioè Colui che Costruisce, Padre Costruttore. Nel 1967 era stato eletto presidente dell’OLP, Organizzazione di Liberazione Palestinese, movimento di cui fanno ormai parte i membri di Al Fatah, del Fronte Popolare, di Al Saiqa, eccetera: solo recentemente era stato scelto come portavoce di Al Fatah, suo messaggero.
Ma a questo punto, se chiedevi perché, allargavano le braccia e rispondevano: «Boh, qualcuno doveva pur farlo, uno o l’altro non fa differenza».
Della sua vita quotidiana non ti dicevano nulla fuorché il particolare che non ha nemmeno una casa.
Ed era vero: quando non abitava in quella del fratello, ad Amman, dormiva nelle basi o dove capitava. Era anche vero che non fosse sposato. Non gli si conoscevano donne e, malgrado il pettegolezzo di un platonico flirt con una scrittrice ebrea che aveva abbracciato la causa araba, sembrava proprio che ne potesse fare a meno: come avevo sospettato vedendolo arrivare col bellone.
Guarda, il mio sospetto è che, salvo particolari utili a correggere le inesattezze, non vi sia altro da dire su Arafat.
Quando un uomo ha un passato clamoroso lo senti anche se lo nasconde: perché il passato resta scritto sul volto, negli occhi.
Sul volto di Arafat, invece, non trovi che quella strana maschera impostagli da madre natura: non da esperienze pagate. V’è qualcosa di insoddisfacente in lui, di non ancora fatto. Se ci pensi bene, del resto, ti accorgi che la sua fama esplose più per la stampa che per le sue gesta: dall’ombra lo tirarono fuori i giornalisti occidentali e in particolare americani, sempre bravissimi nell’inventar personaggi o montarli.
Basti pensare ai bonzi del Vietnam, al venerabile Tri Quang.
D’accordo: Arafat non può essere paragonato a Tri Quang. Della resistenza palestinese è davvero un artefice, o uno degli artefici, e uno stratega. O uno degli strateghi. Il portavoce di Al Fatah lo fa per davvero a Mosca. A Rabat e al Cairo ci va per davvero.
Ma ciò non significa, tantomeno significava, che egli fosse il leader dei palestinesi in guerra. E, comunque, fra tutti i palestinesi che incontrai, Arafat resta quello che mi impressionò meno di tutti.
O dovrei dire quello che mi piacque meno di tutti?
Una cosa è certa: egli non è un uomo nato per piacere. È un uomo nato per irritare. Avvertire simpatia per lui è difficile. Anzitutto per il silenzioso rifiuto che oppone a chi tenti un approccio umano: la sua cordialità è superficiale, la sua gentilezza è formale, e un nulla basta a renderlo ostile, freddo, arrogante. Si scalda solo quando si arrabbia.
E allora la sua vocina diventa un vocione, i suoi occhi diventano polle di odio, e sembra che voglia sbranarti insieme a tutti i suoi nemici.
Poi per la mancanza di originalità e di seduzione che caratterizza tutte le sue risposte. A mio parere, in un’intervista, non sono le domande che contano ma le risposte.
Se una persona ha talento, puoi chiederle la cosa più banale del mondo: ti risponderà sempre in modo brillante o profondo. Se una persona è mediocre, puoi porle la domanda più acuta del mondo: ti risponderà sempre in modo mediocre.
Se poi tale legge la applichi a un uomo combattuto tra il calcolo e la passione, guarda: dopo averlo ascoltato, non ti resta in mano che un pugno di mosche.
Con Arafat mi trovai proprio con un pugno di mosche. Egli reagì quasi sempre con discorsi allusivi o evasivi, giri di frase che non contenevano nulla fuorché la sua intransigenza retorica, il suo costante timore di non persuadermi. E nessuna volontà di considerare, sia pure in un gioco dialettico, il punto di vista altrui.
Né basta osservare come l’incontro tra un arabo che crede alla guerra e un’europea che non ci crede più sia un incontro immensamente difficile. Anche perché quest’ultima resta imbevuta del suo cristianesimo, del suo odio per l’odio, e l’altro invece resta infagottato dentro la sua legge dell’occhio-per-occhio-dente-per-dente: epitome di ogni orgoglio.
Ma v’è un punto in cui tale orgoglio fa difetto, ed è laddove Yassir Arafat invoca la comprensione altrui o pretende di trascinare dentro la sua barricata chi è sconvolto dai dubbi.
Interessarsi alla sua causa, ammetterne la fondamentale giustizia, criticarne i punti deboli e rischiare quindi la propria incolumità fisica e morale, non è cosa che a lui basti. A ciò reagisce anzi con l’arroganza che ho detto, l’alterigia più ingiustificata, e quell’inclinazione assurda ad attaccar lite su ogni parola, suppongo.
E ciascuno di quei novanta minuti mi lasciò insoddisfatta sia sul piano umano che intellettuale o politico.
Mi divertì però scoprire che gli occhiali neri non li porta anche di sera perché sono occhiali da vista. Li porta per farsi notare. Infatti, sia di giorno che di notte, ci vede benissimo. Coi paraocchi ma benissimo.
Non ha fatto anche carriera negli ultimi anni? Non s’è fatto eleggere capo di tutta la resistenza palestinese e non se ne va in giro come un capo di Stato? Non pretende nemmeno più d’esser chiamato Abu Ammar.

ORIANA FALLACI. Abu Ammar, si parla tanto di lei ma non si sa quasi nulla di lei e…
YASSIR ARAFAT. Di me c’è solo da dire che sono un umile combattente palestinese. Da molto tempo. Lo divenni nel 1947, insieme a tutta la mia famiglia. Sì, fu quell’anno che la mia coscienza si svegliò e compresi quale barbara invasione fosse avvenuta nel mio paese. Mai una simile nella storia del mondo.

Quanti anni aveva, Abu Ammar? Glielo chiedo perché la sua età è controversa.
Niente domande personali.

Abu Ammar, le sto chiedendo esclusivamente quanti anni ha. Lei non è una donna. Può dirmelo.
Ho detto: niente domande personali.

Abu Ammar, se non vuole nemmeno dire l’età, perché si espone sempre all’attenzione del mondo e permette che il mondo guardi a lei come al capo della resistenza palestinese?
Ma io non ne sono il capo! Non voglio esserlo! Veramente, lo giuro. Io sono appena un membro del comitato centrale, uno dei tanti, e per precisione quello cui è stato ordinato di fare il portavoce. Cioè di riferire cosa decidono altri. È un grosso equivoco considerarmi il capo: la resistenza palestinese non ha un capo. Noi tentiamo infatti di applicare il concetto della guida collettiva e la cosa presenta difficoltà, ovvio, ma noi insistiamo poiché riteniamo indispensabile non affidare a uno solo la responsabilità e il prestigio. È un concetto moderno e serve a non recar torto alle masse che combattono, ai fratelli che muoiono. Se muoio, le sue curiosità saranno esaudite: lei saprà tutto di me. Fino a quel momento, no.

Non direi che i suoi compagni vogliano permettersi il lusso di lasciarla morire, Abu Ammar. E, a giudicare dalla sua guardia del corpo, direi che la ritengano molto più utile se resta vivo.
No. È probabile invece che io sia molto più utile da morto che da vivo. Eh, sì: la mia morte servirebbe molto alla causa, come incentivo. Aggiungerò anzi che io ho molte probabilità di morire: potrebbe accadere stanotte, domani. Se muoio, non è una tragedia: un altro andrà in giro pel mondo a rappresentare Al Fatah, un altro dirigerà le battaglie… Sono più che pronto a morire. Per la mia sicurezza non ho la cura che lei crede.

Capisco. D’altra parte, le linee per recarsi in Israele ogni tanto le passa anche lei: vero, Abu Ammar? Gli israeliani danno per certo che lei sia entrato in Israele due volte, sfuggendo alle loro imboscate. Ed aggiungono: chi riesce a far questo dev’essere assai furbo.
Ciò che lei chiama Israele è casa mia. Quindi non ero in Israele ma a casa mia: con tutto il diritto di andare a casa mia. Sì, ci sono stato, ma molto più spesso che due volte sole. Ci vado continuamente, ci vado quando voglio. Certo, esercitare questo diritto è abbastanza difficile: le loro mitraglie sono sempre pronte. Però è meno difficile di quanto essi credano: dipende dalle circostanze, dai punti che si scelgono. È necessaria scaltrezza, in ciò hanno ragione. Non a caso quei viaggi noi li chiamiamo «viaggi della volpe». Però li informi pure che quei viaggi i nostri ragazzi, i fedayn, li compiono quotidianamente. E non sempre per attaccare il nemico. Li abituiamo a passare le linee per conoscere la loro terra, per muovercisi dentro con disinvoltura. Spesso arriviamo, perché ciò l’ho fatto, fino alla striscia di Gaza e fino al deserto del Sinai. Portiamo anche le armi fin là. I combattenti di Gaza non ricevono mica le armi dal mare: le ricevono da noi, da qui.

Abu Ammar, quanto durerà tutto questo? Quanto a lungo potrete resistere?
Simili calcoli noi non ce li poniamo nemmeno. Siamo soltanto all’inizio di questa guerra. Incominciamo solo ora a prepararci per quella che sarà una lunga, lunghissima guerra. Certo una guerra destinata a prolungarsi per generazioni. Né siamo la prima generazione che combatte: il mondo non sa o dimentica che negli anni Venti i nostri padri combattevano già l’invasore sionista. Erano deboli, allora, perché troppo soli contro avversari troppo forti e sostenuti dagli inglesi, dagli americani, dagli imperialisti della terra. Ma noi siamo forti: dal gennaio 1965, cioè dal giorno in cui nacque Al Fatah, siamo un avversario pericolosissimo per Israele. I fedayn stanno acquistando esperienza, stanno moltiplicando i loro attacchi e migliorando la loro guerriglia: il loro numero aumenta precipitosamente. Lei chiede quanto potremo resistere: la domanda è sbagliata. Lei deve chiedere quanto potranno resistere gli israeliani. Giacché non ci fermeremo mai fino a quando non saremo tornati a casa nostra e avremo distrutto Israele. L’unità del mondo arabo renderà questo possibile.

Abu Ammar, voi invocate sempre l’unità del mondo arabo. Ma sapete benissimo che non tutti gli Stati arabi sono disposti a entrare in guerra per la Palestina e che, per quelli già in guerra, un accordo pacifico è possibile, anzi augurabile. Lo ha detto perfino Nasser. Se tale accordo avverrà, come auspica anche la Russia, voi cosa farete?
Non lo accetteremo. Mai! Continueremo a far guerra a Israele da soli, finché non riavremo la Palestina. La fine di Israele è lo scopo della nostra lotta, ed essa non ammette né compromessi né mediazioni. I punti di questa lotta, che piacciano o non piacciano ai nostri amici, resteranno sempre fissati nei princìpi che enumerammo nel 1965 con la creazione di Al Fatah. Primo: la violenza rivoluzionaria è il solo sistema per liberare la terra dei nostri padri; secondo: lo scopo di questa violenza è di liquidare il sionismo in tutte le sue forme politiche, economiche, militari, e cacciarlo per sempre dalla Palestina; terzo: la nostra azione rivoluzionaria dev’essere indipendente da qualsiasi controllo di partito o di Stato; quarto: questa azione sarà di lunga durata. Conosciamo le intenzioni di alcuni capi arabi: risolvere il conflitto con un accordo pacifico. Quando questo accadrà, ci opporremo.

Conclusione: voi non volete affatto la pace che tutti auspicano.
No! Non vogliamo la pace. Vogliamo la guerra, la vittoria. La pace per noi significa distruzione di Israele e nient’altro. Ciò che voi chiamate pace, è pace per Israele e gli imperialisti. Per noi è ingiustizia e vergogna. Combatteremo fino alla vittoria. Decine di anni se necessario, generazioni.

Siamo pratici, Abu Ammar: quasi tutte le basi dei fedayn sono in Giordania, altre sono in Libano. Il Libano non ha molta voglia di fare la guerra e la Giordania ha una gran voglia di uscirne. Ammettiamo che questi due paesi, decisi a un accordo pacifico, decidano di impedirvi gli attacchi a Israele. In altre parole, impediscano ai guerriglieri di fare i guerriglieri. È già successo e succederà di nuovo. Di fronte a ciò cosa fate? Dichiarate guerra anche alla Giordania e al Libano?
Noi non possiamo combattere sulla base dei “se”. È diritto di ogni Stato arabo decidere ciò che vuole, compreso un accordo pacifico con Israele; è nostro diritto voler tornare a casa senza compromessi. Tra gli Stati arabi, alcuni sono incondizionatamente con noi. Altri no. Ma il rischio di restare soli a combattere Israele è un rischio che avevamo previsto. Basti pensare agli insulti che ci hanno buttato addosso all’inizio: siamo stati così maltrattati che ormai ai maltrattamenti non ci facciamo più caso. La nostra stessa formazione, voglio dire, è un miracolo: la candela che si accese nel 1965 brillò nel buio più nero. Ma ora siamo molte candele, e illuminiamo l’intera nazione araba. E al di là della nazione araba.

Questa è una risposta molto poetica e molto diplomatica, ma non è la risposta a ciò che le ho chiesto, Abu Ammar. Io ho chiesto: se la Giordania non vi vuole davvero più, dichiarate guerra alla Giordania?
Io sono un militare, e un capo militare. Come tale devo tenere i miei segreti: non sarò io a rivelarle i nostri futuri campi di battaglia. Se lo facessi, Al Fatah mi manderebbe alla corte marziale. Perciò tragga le sue conclusioni da ciò che ho detto prima. Io le ho detto che continueremo fino in fondo la marcia per la liberazione della Palestina, che ciò piaccia o non piaccia ai paesi in cui ci troviamo. Ci troviamo in Palestina anche ora.

Ci troviamo in Giordania, Abu Ammar. E le domando: ma cosa significa Palestina? La stessa identità nazionale della Palestina s’è persa col tempo, e anche i suoi confini geografici si sono persi. C’erano i turchi, qui, prima del mandato britannico e di Israele. Quali sono dunque i confini geografici della Palestina?
Noi non ci poniamo il problema dei confini. Nella nostra costituzione non si parla dei confini perché a porre i confini furono i colonialisti occidentali che ci invasero dopo i turchi. Da un punto di vista arabo, non si può parlare di confini: la Palestina è un piccolo punto nel grande oceano arabo. E la nostra nazione è quella araba, è una nazione che va dall’Atlantico al Mar Rosso e oltre. Ciò che vogliamo da quando la catastrofe esplose nel 1947 è liberare la nostra terra e ricostruire lo Stato democratico palestinese.

Ma quando si parla di uno Stato bisogna pur dire entro quali limiti geografici si forma o si formerà questo Stato! Abu Ammar, le chiedo di nuovo: quali sono i confini geografici della Palestina?
Come fatto indicativo possiamo decidere che i confini della Palestina siano quelli stabiliti al tempo del mandato britannico. Se prendiamo l’accordo franco-inglese del 1918, Palestina significa il territorio che va da Naqurah, al nord, fino ad Akaba al sud e, poi, dalla costa del Mediterraneo che include la striscia di Gaza fino al fiume Giordano e al deserto del Negev.

Ho capito. Ma questo include anche un bel pezzo di terra che oggi fa parte della Giordania: cioè tutta la regione a est del Giordano. La Cisgiordania.
Sì. Ma i confini non hanno importanza, ripeto. Ha importanza l’unità araba e basta.

I confini hanno importanza se toccano od oltrepassano il territorio di un paese che esiste già, come la Giordania.
Ciò che lei chiama Cisgiordania è Palestina.

Abu Ammar, come è possibile parlare di unità araba se fin da ora si pongono simili problemi con alcuni paesi arabi? Non solo, quando neanche tra voi palestinesi andate d’accordo? Esiste una gran divisione perfino tra voi di Al Fatah e gli altri movimenti. Ad esempio col Fronte Popolare.
Ogni rivoluzione ha i suoi problemi privati. Anche nella rivoluzione algerina c’era più di un movimento e, ch’io sappia, anche in Europa durante la resistenza ai nazisti. Nello stesso Vietnam esistono più movimenti, i vietcong non sono che la stragrande maggioranza come noi di Al Fatah. Ma noi di Al Fatah raccogliamo il 97 per cento dei combattenti e siamo quelli che conducono la lotta all’interno del territorio occupato. Non a caso, quando decise la distruzione del villaggio di El Heul, e minò duecentodiciotto case a scopo punitivo, Moshe Dayan disse: «Bisogna chiarire chi controlla questo villaggio, se noi o Al Fatah». Citò Al Fatah, non il Fronte Popolare. Il Fronte Popolare… Nel febbraio del 1969 il Fronte Popolare si è scisso in cinque parti e quattro di esse sono già entrate a far parte di Al Fatah: lentamente, quindi, ci stiamo unendo. E se George Habash, il capo del Fronte Popolare, non è oggi con noi, si unirà presto a noi. Glielo abbiamo già chiesto: in fondo non c’è differenza di obiettivi tra noi e il Fronte Popolare.

Il Fronte Popolare è comunista. Voi dite di non esserlo per costituzione.
Tra noi vi sono combattenti di tutte le idee: li avrà incontrati. Quindi tra noi c’è posto anche per il Fronte Popolare. Dal Fronte Popolare ci distinguono solo alcuni sistemi di lotta. Infatti noi di Al Fatah non abbiamo mai dirottato un aereo e non abbiamo mai fatto esplodere bombe o causato sparatorie in altri paesi. Preferiamo condurre una lotta puramente militare. Ciò non significa, tuttavia, che al sistema dei sabotaggi non si ricorra anche noi: dentro la Palestina che lei chiama Israele. Ad esempio siamo quasi sempre noi che facciamo scoppiare le bombe a Tel Aviv, a Gerusalemme, a Eilat.

Ciò coinvolge i civili, però. Non è una lotta puramente militare.
Lo è! Perché, civili o militari, sono tutti ugualmente colpevoli di voler distruggere il nostro popolo. Sedicimila palestinesi sono stati arrestati perché aiutavano i nostri commandos, ottomila case di palestinesi sono state distrutte, senza contare le torture cui vengono sottoposti i nostri fratelli nelle loro prigioni, e i bombardamenti al napalm sulla popolazione inerme. Noi facciamo certe operazioni, chiamate sabotaggi, per dimostrargli che siamo capaci di tenerli in mano con gli stessi sistemi. Ciò colpisce inevitabilmente i civili, ma i civili sono i primi complici della banda che governa Israele. Perché se i civili non approvano i sistemi della banda al potere, non hanno che dimostrarlo. Lo sappiamo benissimo che molti non approvano. Quelli ad esempio che abitavano in Palestina prima dell’emigrazione ebrea, e anche alcuni tra quelli che emigrarono con la precisa intenzione di rubarci le terre. Perché ci vennero da innocenti, con la speranza di scordare le antiche sofferenze. Gli avevano promesso il Paradiso, qui nella nostra terra, e loro vennero a pigliarsi il Paradiso. Troppo tardi si accorsero che era invece l’inferno: sapesse quanti di loro ora voglion fuggire da Israele. Dovrebbe vedere le domande di espatrio che giacciono presso l’ambasciata del Canada a Tel Aviv, o presso l’ambasciata degli Stati Uniti. Migliaia.

Abu Ammar, lei non mi risponde mai direttamente. Ma stavolta deve farlo: cosa pensa di Moshe Dayan?
È una domanda molto imbarazzante. Come rispondervi? Diciamo così: io spero che un giorno egli sia giudicato come criminale di guerra: sia che si tratti di un leader geniale sia che la patente di leader geniale se la sia attribuita da sé.

Abu Ammar, mi par d’aver letto che gli israeliani la rispettino più di quanto lei li rispetti. Domanda: è capace di rispettare i suoi nemici?
Come combattenti, anzi come strateghi… qualche volta sì. Bisogna ammettere che alcune delle loro tattiche di guerra sono rispettabili, intelligenti. Ma come persone, no: perché si comportano sempre da barbari, in essi non c’è mai un goccio di umanità. Si parla spesso delle loro vittorie, io ho le mie idee sulla loro vittoria del 1967 e su quella del 1956. Quella del 1956 non dovrebbe neanche esser chiamata vittoria, quell’anno essi fecero solo da coda agli aggressori francesi e inglesi. E vinsero con l’aiuto degli americani. Quanto alla vittoria del 1967, essa si deve all’aiuto degli americani. Il denaro viene elargito senza controllo dagli americani a Israele. E oltre al denaro vengono loro elargite le armi più potenti, la tecnologia più avanzata. Il meglio che gli israeliani posseggono viene da fuori: questa storia delle meraviglie che essi avrebbero compiuto nel nostro paese va ridimensionata con più senso della realtà. Noi conosciamo bene quale sia e quale non sia la ricchezza della Palestina: più di tanto non si ricava dalla nostra terra, dal deserto non si fanno i giardini. Quindi la maggior parte di ciò che posseggono viene da fuori. E dalla tecnologia che viene loro fornita dagli imperialisti.

Siamo onesti, Abu Ammar: della tecnologia essi hanno fatto e fanno buon uso. E, come militari, se la cavano bene.
Non hanno mai vinto pei loro lati positivi, hanno sempre vinto pei lati negativi degli arabi.

Anche questo rientra nel gioco della guerra, Abu Ammar. Del resto hanno vinto anche perché sono bravi soldati.
No! No! No! Non lo sono, no! Corpo a corpo, faccia a faccia, non sono neanche soldati. Hanno troppa paura di morire, non dimostrano alcun coraggio. Così accadde nella battaglia di Karameh e così accadde l’altro giorno nella battaglia di El Safin. Passate le linee, piombarono con quaranta carri armati su Wadi Fifa, con dieci carri armati su Wadi Abata, con dieci carri armati e venti jeep con mitraglie da 106 su Khirbet el Disseh. Fecero precedere l’avanzata da un pesante bombardamento di artiglieria e dopo dieci ore fecero intervenire gli aerei che bombardarono indiscriminatamente tutta la zona, poi gli elicotteri che lanciarono missili sulle nostre postazioni. Il loro obiettivo era raggiungere la vallata di El Nmeiri. Non la raggiunsero mai, dopo una battaglia di venticinque ore li ricacciammo al di là delle linee. Sa perché? Perché usammo più coraggio di loro. Li circondammo, li prendemmo alle spalle coi nostri fucili, coi nostri bazooka: faccia a faccia, senza paura di morire. È sempre la solita storia con gli israeliani: attaccano bene con gli aerei perché sanno che non abbiamo aerei, coi carri armati perché sanno che non abbiamo carri armati, ma quando trovano una resistenza faccia a faccia non rischiano più. Scappano. E cosa vale un soldato che non rischia, che scappa?

Abu Ammar, che ne dice delle operazioni effettuate dai loro commandos? Ad esempio quando i loro commandos vanno in Egitto a smontarsi un radar per portarselo via? Un po’ di coraggio ci vuole per simili imprese.
No, non ci vuole. Perché cercano sempre obiettivi molto deboli, molto facili. È la loro tattica che, ripeto, è sempre intelligente però mai coraggiosa in quanto consiste nell’impiegare forze enormi in un’impresa della cui riuscita sono sicuri al cento per cento. Non si muovono mai se non sono certi che andrà tutto benissimo e, se li cogli di sorpresa, non s’impegnano mai fino in fondo. Tutte le volte che hanno attaccato in forze i fedayn, gli israeliani sono stati sconfitti. Con noi i loro commandos non passano.

Con voi forse no, ma con gli egiziani sì.
Ciò che fanno in Egitto non è un’azione militare, è una guerra psicologica. L’Egitto resta il loro nemico più forte, quindi essi cercano di demoralizzarlo e di svalutarlo attraverso una guerra psicologica messa su dalla stampa sionista con l’aiuto della stampa internazionale. Il loro gioco consiste nel propagandare un’azione esagerandola. Ci cadono tutti perché posseggono un ufficio-stampa poderoso. Noi non abbiamo alcun ufficio-stampa, nessuno sa cosa fanno i nostri commandos, le nostre vittorie passano inosservate perché ci mancano i telex per trasmettere la notizia ai giornali che del resto non la pubblicherebbero. Così nessuno sa, ad esempio, che lo stesso giorno in cui gli israeliani rubarono il radar agli egiziani noi entrammo in una base israeliana e gli portammo via cinque grossi razzi.

Io non parlavo di voi, parlavo degli egiziani.
Non c’è differenza fra palestinesi ed egiziani. Entrambi facciamo parte della nazione araba.

Questa è una battuta molto generosa da parte sua, Abu Ammar. Soprattutto considerando che la sua famiglia fu espropriata proprio dagli egiziani.
La mia famiglia fu espropriata da Faruk, non da Nasser. Conosco bene gli egiziani perché in Egitto ho fatto l’università e con l’esercito egiziano ho combattuto nel 1951, nel 1952, nel 1956. Sono bravi soldati e sono miei fratelli.

Torniamo agli israeliani, Abu Ammar. Lei dice che con voi subiscono sempre immense perdite. Quanti israeliani pensa che siano stati uccisi, a tutt’oggi, da voi?
Una cifra esatta io non posso dargliela ma gli israeliani hanno confessato d’aver perso, nella guerra contro i fedayn, una percentuale di uomini che è superiore a quella degli americani in Vietnam: in rapporto, s’intende, alla popolazione dei due paesi. Ed è indicativo che, dopo la guerra del 1967, i loro morti in incidenti automobilistici si siano decuplicati. Insomma, dopo una battaglia o uno scontro con noi, si viene a sapere che un mucchio di israeliani sono morti in automobile. Tale osservazione è stata fatta dagli stessi giornali israeliani perché è noto che i generali israeliani non ammettono mai di perdere uomini al fronte. Però posso dirle che, stando alle statistiche americane, nella battaglia di Karameh essi persero 1.247 uomini tra morti e feriti.

Anche il prezzo che pagate voi è altrettanto pesante?
Le perdite per noi non contano, a noi non importa di morire. Comunque, dal 1965 a oggi, abbiamo avuto un po’ più di novecento morti. Però bisogna considerare anche i seimila civili morti nelle incursioni aeree e i nostri fratelli morti in prigione sotto le torture.

Novecento morti possono essere molti e pochi: dipende dal numero dei combattenti. Quanti sono i fedayn in tutto?
Per dirle questa cifra io dovrei chiedere il permesso del Consiglio militare, e non credo che tal permesso lo avrei. Però posso dirle che a Karameh noi eravamo solo 392 contro 15.000 israeliani.

Quindicimila? Abu Ammar, lei vuol dire forse millecinquecento.
No! No! No! Ho detto quindicimila, quindicimila! Inclusi, s’intende, i soldati impegnati con l’artiglieria pesante, i carri armati, gli aerei, gli elicotteri, e i paracadutisti. Solo come truppa essi avevano quattro compagnie e due brigate. Ciò che diciamo noi non viene mai creduto da voi occidentali, voi ascoltate loro e basta, credete a loro e basta, riferite ciò che dicono loro e basta!

Abu Ammar, lei non è un uomo giusto. Io sono qui e sto ascoltando lei. E dopo questa intervista riferirò parola per parola ciò che mi ha detto lei.
Voi europei siete sempre per loro. Forse qualcuno di voi incomincia a capirci: è nell’aria, si annusa. Ma in sostanza restate per loro.

Questa è la vostra guerra, Abu Ammar, non è la nostra. E in questa vostra guerra noi non siamo che spettatori. Ma anche come spettatori lei non può chiederci d’essere contro gli ebrei e non deve stupirsi se in Europa, spesso, si vuol bene agli ebrei. Li abbiamo visti perseguitare, li abbiamo perseguitati. Non vogliamo che ciò si ripeta.
Già, voi dovete pagare i vostri conti con loro. E volete pagarli col nostro sangue, con la nostra terra, anziché col vostro sangue, con la vostra terra. Continuate a ignorare perfino che noi non abbiamo nulla contro gli ebrei, noi ce l’abbiamo con gli israeliani. Gli ebrei saranno i benvenuti nello Stato democratico palestinese: gli offriremo la scelta di restare in Palestina, quando il momento verrà.

Abu Ammar, ma gli israeliani sono ebrei. Non tutti gli ebrei si possono identificare con Israele ma Israele non si può non identificare con gli ebrei. E non si può pretendere che gli ebrei di Israele vadano un’altra volta a zonzo per il mondo onde finire nei campi di sterminio. È irragionevole.
Così, a zonzo per il mondo volete mandarci noi.

No. Non vogliamo mandarci nessuno. Tanto meno voi.
Però a zonzo ci siamo noi, ora. E se ci tenete tanto a dare una patria agli ebrei, dategli la vostra: avete un mucchio di terra in Europa, in America. Non pretendete di dargli la nostra. Su questa terra noi ci abbiamo vissuto per secoli e secoli, non la cederemo per pagare i vostri debiti. State commettendo uno sbaglio anche da un punto di vista umano. Com’è possibile che gli europei non se ne rendano conto pur essendo gente così civilizzata, così progredita, e più progredita forse che in qualsiasi altro continente? Eppure anche voi avete combattuto guerre di liberazione, basta pensare al vostro Risorgimento. Il vostro errore perciò è volontario. L’ignoranza sulla Palestina non è ammessa perché la Palestina la conoscete bene: ci avete mandato i vostri Crociati ed è un paese sotto i vostri occhi. Non è l’Amazzonia. Io credo che un giorno la vostra coscienza si sveglierà. Ma fino a quel giorno è meglio non vederci.

Per questo, Abu Ammar, lei porta sempre gli occhiali neri?
No. Li porto per non far capire se dormo o son sveglio. Ma, detto fra noi, io sono sempre sveglio dietro i miei occhiali. Dormo solo quando me li tolgo, e dormo pochissimo. Niente domande personali, avevo detto.

Solo una, Abu Ammar. Lei non è sposato e non si conoscono donne nella sua vita. Vuol fare come Ho Ci-min o l’idea di vivere accanto a una donna le ripugna?
Ho Ci-min… No, diciamo che non ho mai trovato la donna giusta. E ora non c’è più tempo. Ho sposato una donna che si chiama Palestina.

(stralcio dal libro "Intervista con la storia" - pubblicato nel sito Alberto Soave wordpress.com)

lunedì 27 gennaio 2025

Quel maledetto 10 ISP, quasi come marchio indelebile



Inevitabilmente, quando capita di incontrare amici in quiescenza con i quali, nonostante tutto, si è riusciti a creare un profondo rapporto di vera amicizia, si discute senza pregiudizi su taluni aspetti critici di quello che era stato il contesto lavorativo. Dissertando liberamente su punti e debolezze che, se fossero stati affrontati in modo saggio, avrebbero probabilmente comportato apporti migliori.
La recente lettura del libro “Banche d’Italia &”, scritto da Francesco Salvio, ebbe a portare al centro della discussione la tematica dei sistemi valutativi a loro tempo adottati nei rispettivi contesti di lavoro. Pienamente consapevoli di venire a trattare di aspetti organizzativi arcaici che nel tempo, con piccole variazioni, si erano sempre più consolidati e che risultano approfonditi nelle pagine del libro prima citato.
Di regola i giudizi annuali rappresentavano la sintesi dell’attività svolta e costituivano elementi probanti di merito in caso di partecipazioni a prove selettive per eventuali sviluppi di carriera. L’argomento era stato già trattato in un articolo intitolato “La valutazione del personale”, postato nel sito web Economia & Finanza nel 2019.
Nell'articolo, in quella circostanza, erano però stati esclusi altri momenti valutativi che assumevano, almeno nel contesto lavorativo che mi aveva interessato, più peso dei giudizi periodali; costituiti dai temutissimi e più pesanti 10 ISP, che sembra rappresentino ancora delle vere e proprie schedature individuali.
Spesso Marcature a vivo capaci d’influenzare fortemente ogni possibilità di carriera futura oltre che di condizionare a vita l’attività lavorativa ordinaria, nell’assegnazione a uffici, compiti e mansioni. (positivamente o negativamente a secondo del caso).
Per intuibili ovvie ragioni le note in questione rappresentavano molto spesso giudizi improbabili, discutibili, talvolta azzardati, per le evidenti scarse basi cognitive dei giudicanti, peraltro guidate da logiche non sempre razionali. Le sintesi di attitudini e capacità potenziali, infatti, essendo incentrate su brevi interviste (occasionali, talvolta pure influenzate da pregiudizi, per nomee o sentito dire), potevano anche essere contaminati da possibili empatie/ostracismi estemporanei, frutto d’incontri/scontri o più semplicemente di cariche cerebrali nel contesto.
I 10 ISP, redatti in occasione d’ispezioni interne, avevano cadenze diradate (all’incirca quinquennale), ma assumevano valori valutativi quasi probanti, che andavano ben oltre le analoghe rilevazioni locali annuali, nel caso forse più attendibili, anche perché più aggiornate e sintetizzanti osservazioni di prestazioni lavorative continuative di un intero anno.
L’argomento, individuato dai tre per l’analisi, veniva a suscitare partecipazione anche per le vicissitudini dirette e diversificate vissute da ciascuno di loro. Non era stato scelto a caso, pure perché li portava a discutere sul ruolo, che a vario titolo e per durate diverse, era stato direttamente esercitato nel corso di rispettivi e differenti incarichi ispettivi.
Nello specifico, pur avendo maturato varie esperienze nel ruolo, tutti e tre erano stati testimoni di vissuti nei diversi fronti (valutati passivamente dai loro superiori in grado e a loro volta giudicanti come parti attive nell’esercizio delle funzioni).
Ci si trovava comunque d’accordo nell’osservare che, in qualche modo, i giudizi valutativi potessero risultare anche tranchant, specie in assenza di veri riscontri oggettivi.
Avrebbero forse potuto avere un certo senso funzionale nei casi di valutazioni complessive settoriali riguardanti istituzioni esterne, magari come elementi di contorno nella valutazione di specifici comparti, nello svolgimento d’indagini di vigilanza, ma al contempo si conveniva che altre considerazioni potevano e dovevano essere assunte in tutti i casi riferibili ad ispezioni interne, ovvero svolte dalla stessa istituzione per la valutazione oggettiva, in funzione organizzativa, dei propri impiegati.
Comunque rimaneva condivisa da tutti e tre i convenuti la potenziale pericolosità funzionale le delle due differenti tipologie di valutazioni.
Nello specifico, come già evidenziato e direttamente sperimentato, i sopravvalutati e più incisivi giudizi simili ai 10 ISP, redatti da ispettori interni, costituivano un vero e proprio casellario, contenenti i dati raccolti in “fascicoli personali” specifici per ogni singolo dipendente.
Costituivano fonti informative di primo livello sui soggetti promuovibili; ogni volta al vaglio di commissione d’esami o negli scrutini di avanzamento in grado (per soli titoli o collegati a prove di merito, non comportava alcuna differenza). Si trattava sempre di strumentari procedurali quasi dogmatici. Tramandati e che costituivano prassi utili a orientare l’agire di ogni commissione, creando intangibili presupposti per sbarramenti e penalizzazioni stagnanti.
Anche se fra i tre interlocutori nessuno era stato componente di commissioni d’esami ne ebbero esperienza (diretta e indiretta) nel corso della loro carriera.
Uno di loro ne aveva avuto prova evidente, con l’accesso agli atti, venendo ad acquisire il suo 10 ISP della sua prima ispezione subita, redatto dopo soli pochi anni d’attività lavorativa, sulla base di risposte spontaanee e genuine, sicuramente sincere e igenue.
La fotocopia del documento evidenziava una sottolineatura palesemente ripetuta di un giudizio “non positivo” che, evidentemente, era stato preso in esame varie volte e certamente ogni qualvolta le varie commissioni ne avevano preso visione in occasioni di avanzamento (di grado e, quindi, economico) o in vista di altri esami di merito.
Quel 10 ISP costituiva una prova inconfutabile di un “carico pendente”; un giudizio che non mostrava possibilità di riscatto anche se ascrivibile a un’epoca giovanile. Più che un giudizio costituiva quasi una sentenza definitiva e senza appello.
Si è sempre trattato – e sembra si tratti ancora – di una pratica laica, avulsa anche da qualunque forma cristiana di riscatto, o riguardo a remissioni d’eventuali peccati (qualora fossero stati commessi e ascrivibili a tali).
Nel raccontare del suo caso, l’interessato ebbe a riconoscere che solo grazie all’onestà intellettuale di un ex dirigente, che componeva la commissione d’esame, che aveva avuto l’occasione di osservarlo sul campo e quindi modo di conoscerlo veramente, gli consentì di trovare una fortunata via d’uscita, bloccando gli altri componenti della commissione nella reiterazione di un’ulteriore fucilazione. Ma la fortuna costituisce sempre un’eccezione e di certo non faceva parte del sistema.
Ciascuno dei tre amici, nel ravvivare ricordi, ebbe a riesumare vari personaggi del tempo; un'affollata pletora sciasciana di: “Uomini, mezz’Uomini, Ominicchi e Quaquaraquà”.
La lettura del libro "Banche d'Italia & ... - Quando la burocrazia è ottusa, stravolge e condiziona" era stato l'incipit che aveva portato a discutere della questione a distanza di anni, per riflettere e meglio valutare; ben consci che ormai tutto quanto costituiva un vintage che non riusciva a suscitare vere emozioni. Azzeccata al riguardo risultava, quindi, la citazione di Erasmo da Rotterdam e riportata da Francesco Salvio sul libro come sottotitolo: "E in definitiva la vita degli uomini nient'altro è che un gioco della pazzia".

Buona luce a tutti!
© Essec

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A comprova dell'aleatorietà dei giudizi, si riportano di seguito due reali valutazioni formalizzate su Mod. 10 ISP per uno stesso soggetto, formulate a distanza di anni, da due differenti gruppi ispettivi:

1) "Elemento un po' polemico, non è del tutto soddisfatto del tipo di lavoro che è chiamato a svolgere e che tuttavia adempie con precisione ed ordine. Il senso del dovere di cui è dotato gli consentirà sempre di non demeritare ma riteniamo che, perdurando nelle sue convinzioni, non sarà possibile chiedergli l'entusiasmo necessario per ulteriormente migliorarsi". (Per quanto superfluo le frase: "Elemento un po' polemico" e "non sarà possibile chiedergli l'entusiasmo necessario" risultavano sottolineate con matita rosso/blu ..... come quelle che una volta si usavano a scuola ..... sottolineature evidentemente operate dai componenti delle varie commissioni d'avanzamento chiamate a valutare il contenuto dei fascicoli personali).

2) "Serio e riflessivo si dedica ai compiti affidatigli con diligenza e senso di responsabilità. Animato dal desiderio di ben figurare , egli mostra un vivo interesse per il lavoro fornendo all'economia complessiva dell'ufficio un apporto senz'altro apprezzabile. Egli affronta con approccio critico e propositivo le problematiche operative ricorrenti contribuendo, anche sulla base di approfondimenti normativi, alla loro soluzione. Trattasi in sostanza di un elemento in possesso di una buona conoscenza professionale del comparto su cui può farsi affidamento".

Due giudizi assolutamente antitetici con i quali, come detto, due Gruppi ispettivi andavano a fotografare lo stesso soggetto. In periodi ovviamente diversi e, soprattutto, con giudizi su quando, allo specifico tempo. era chiamato a svolgere; con mansioni totalmente differenti. Frustranti, ripetitive e alienanti nel primo caso; stimolanti, di contenuto concettuale e variegato nel secondo. Ma i documenti costituivano entrambi elementi probatori come base cognitiva per i periodali confronti di merito.

Altro spazio potrebbero poi meritare i commenti su quegli ulteriori extra bollettini che venivano redatti dai capigruppo sui soggetti in accompagnamento per attività ispettive.
Nella maggior parte dei casi ondivaghi e fortemente dipendenti dal reale livello professionale (indipednentemente dal grado ricoperto), spesso discutibile, di coloro che erano chiamati a formularli.
Queste valutazioni, nel caso e fortunatamente, andavano però ad incidere esclusivamente sulla idoneita' all'espletamento della particolare attività e sull'eventuale potenziale capacità gestionale autonoma del collaboratore sottoposto a giudizio.

mercoledì 15 gennaio 2025

Piero Marrazzo: “Storia senza eroi”



Ci sono temi che risultano spinosi e spesso difficili, l’omofobia è uno di questi.
Ma, anche se creano imbarazzo, le questioni complicate necessitano d’essere sempre affrontate e approfondite serenamente per poter essere comprese fino in fondo e così pervenire ad analisi oggettive.
Lo “Scandalo Marrazzo” fu certamente un accadimento che a suo tempo ebbe un notevole eco, di rilevanza nazionale, anche per il gossip che venne a scatenare.
Nella vicenda, accaduta nel 2009, si mescolarono vari campi che, oltre a interessare risvolti politici, posero sotto un faro di luce aspetti inerenti all’identità di genere.
Furono in tanti a scatenarsi sul gossip, pronti a giudicare con faciloneria e ad ampio raggio, prevenuti, senza risparmiare nessuno e spesso senza disporre di complete conoscenze o adeguati strumenti culturali.
L’eccellente operazione letteraria realizzata oggi da Piero Marrazzo, ex presidente della Regione Lazio, risulta preziosa; perché rielabora l’accaduto e, oltre a narrare il percorso del suo articolato recupero sociale, allarga di molto il raggio del racconto.
Con assoluto coraggio Marrazzo rivede in modo asettico i vari aspetti, riportandoli in un libro composito e complesso, intimista e documentale, che si trascina nella trama come un romanzo giallo con connesse sorprese finali.
Nell’articolata narrazione vengono rappresentati aspetti biografici che, anche per le peculiarità dei protagonisti, vengono a coinvolgere diversi componenti dell’intera sua famiglia allargata.
Il libro, per i suoi contenuti, assume tutti i connotati del giornalismo d’inchiesta, riuscendo a intrecciare - con sagacia e assoluta onestà intellettuale - le trame personali con vicende di cronaca. Leggendo si scoprono, infatti, anche aspetti inediti collegati alla cronaca politica e all’attività giornalistica del padre Giuseppe (Joe).
Le vicende giudiziarie che hanno riguardato Piero Marrazzo, trattate da tutte le testate giornalistiche, hanno avuto il loro decorso giudiziario per poi tornate nell’ombra.
La ricchezza del libro “Storia senza eroi”, pag. 334, Marsilio Editore, riguarda gli aspetti collaterali ai fatti noti e il lungo percorso di recupero psicologico che porta il giornalista Piero Marrazzo a scoprire tante cose nuove.
Devo confessare che optando per l’acquisto temevo di incorrere nel classico volume “sola”, commercializzato per speculare economicamente sulla famosa vicenda, ma non è stato così perché leggendolo mi son dovuto ricredere.
L’oculata operazione di Marrazzo, nel mettere al centro principalmente la ricerca sulle origini della madre e suoi nonni materni, affronta e approfondisce via via tanti aspetti valoriali molto più complessi, importanti, sui quali noi tutti spesso siamo portati a prestare poca attenzione. Anche perché occorre tenere sempre ben presente che certe realtà possono interessare tutti e anche a nostra insaputa convivere con noi, a prescindere da “coming out” palesati.

Buona luce a tutti!
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lunedì 3 giugno 2024

Francesca Barra: "Il quarto comandamento. La vera storia di Mario Francese che sfidò la mafia e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia"



Come sovente accade per le notizie di cronaca, queste si succedono e poi velocemente si dimenticano senza lasciare traccia.
Personalmente ho avuto modo di tornare sull’argomento per una serie di combinazioni e incontri.
La passione per la fotografia e la ricerca di pretesti per documentare eventi è stata la prima delle casualità che mi hanno coinvolto, facendomi conoscere i fratelli Francese. In vero anche la seconda è pur essa collegata alla fotografia, per una mostra organizzata all’Arvis di Palermo, dove venivano esposti - con una trovata originale - una serie di scatti fotografici nel realizzati da Massimo Francese.
Il Prof. e amico Nino Pillitteri che, oltre a “Webzoom” amministra anche il sito web https://www.marioegiuseppefrancese.it/, ebbe a curare quell’evento all’ARVIS.
Lo stesso Pillitteri ogni anno, si adopera per assicurare il reportage fotografico all’ambito premio che, con il coinvolgimento dell’Ordine dei Giornalisti, viene assegnano ai professionisti che si sono particolarmente distinti nel settore.
Per la cronaca, nella XXV edizione Il Premio Mario Francese è stato conferito a Lara Sirignano, cronista dell'Ansa. A Domenico Iannacone è andato il Premio Giuseppe Francese, mentre il Liceo Sciascia-Fermi di Sant’Agata di Militello ha vinto il premio Mario e Giuseppe Francese riservato alle scuole, per il cortometraggio “La voce del futuro”.
Oltre alle notizie apprese nel giorno dell’omicidio di Mario Francese, non conoscevo tanto altro. L’opportunità di essere stato coinvolto fotograficamente alle ultime edizioni del premio mi hanno fatto acquistare un libro oggi outlet, edito da Rizzoli nel 2011 e scritto da Francesca Barra, intitolato “Il quarto comandamento – La vera storia di Mario Francese che sfidò la mafia e del figlio Giuseppe che gli rese Giustizia.
Un libro che per un meridionale non può non essere coinvolgente, di buona fattura e che ho letto con una voracità inusuale.
Nella quarta di copertina è riportato una considerazione di Carlo Lucarelli che recita: “quando si uccide un giornalista è per ridurlo al silenzio. Ma se lo ricordiamo e ne leggiamo gli scritti, allora ci parla ancora. Se continuiamo a raccontarlo, Mario Francese ha vinto e loro hanno perso.” In copertina c’è l’efficace sintesi espressa sul libro da Roberto Saviano: “un libro che lacera le coscienze”.
Il libro, che si articola su due parti, focalizzando tempi, luoghi e considerazioni differenziati per l’epoca del padre e rispetto a quelli del riscatto operato dal figlio. Di quest’ultimo vengono pure riportate annotazioni del suo diario che consentono di entrare molto addentro ai molteplici aspetti intimi e problematici che caratterizzano il personaggio. Aspetti che legano le storie di vittime e sopravvissuti.
Dilungarsi in dettagli o citazioni appare superfluo, per il semplice fatto che ogni parte del volume scritto da Francesca Barra - che ha saputo assemblare le tante informazioni avute da familiari e amici dei Francese - fornisce elementi fondamentali per cercare di comprendere. Non ultima le difficoltà professionali e lavorative che spesso accompagnano chi rimane isolato perché opportunamente lasciato solo.
Le questioni storicamente accertate che hanno indotto la mafia all’omicidio Francese si ricollegano ai traffici politico malavitosi che hanno caratterizzato la realizzazione nel territorio di Roccamena della diga di Garcia. A tal riguardo riporto quanto ebbe a scrivere nel giugno 2023 il figlio anch’esso giornalista di Mario Francese: “La diga di Garcia è stata una grande speranza ma anche un bagno di sangue: in questa grande incompiuta che finalmente sarà sbloccata, si è abbeverata la mafia corleonese, la stessa mafia che nel 1979, anno della morte di mio padre, prende il sopravvento e inaugura la stagione degli omicidi eccellenti". L'articolo continua: "Così il giornalista Giulio Francese ha ricordato il sacrificio del padre, il cronista Mario Francese, ucciso da cosa nostra nel 1979 e al quale da oggi è stata intitolata la diga Garcia." (fonte Giornale di Sicilia – Palermo, 22 giugno 2023).

Buona luce a tutti!


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venerdì 24 maggio 2024

"Solo la verità. Lo giuro" di Antonio Padellaro



La scrittura di Antonio Padellaro contemporaneo corrisponde a un buon vino rosso che, invecchiando, tende a migliorare e a essere al contempo delicato e corposo.
In questa piccola recensione mi piace anche riportare un aneddoto dell’autore su quanto riferitogli da Eugenio Scalfari, che è anche abbastanza diffuso e assai comune.
Un aspetto che in qualche modo, ossessiona anche alcuni dei miei amici critici esperti di fotografia che, in quanto preparati e ottimi recensori, oltre a essere richiesti per confezionare prefazioni, vengono sollecitati ripetutamente a esprimere giudizi (possibilmente positivi) su libri omaggiati dai prolifici autori di turno.
Scrive al riguardo Padellaro: “Quando ero all'Espresso, Scalfari mi raccontava di essere continuamente infastidito dalla copiosa produzione di libri firmati da colleghi, amici o sottoposti. Sosteneva di avere gli scaffali ricolmi di volumi, perlopiù superflui. Peggio erano le molestie degli autori che dopo avere partorito pretendevano dal supremo direttore un giudizio, possibilmente benevolo. Lui, che le pagine di quei tomi lasciava inevitabilmente intonse, onde togliersi di dosso quei 'rompicoglioni' mi confidò di avere adottato una formula ineccepibile, composta da due magiche paroline: 'mi compiaccio'. Espressione, come ebbe a spiegarmi, sufficientemente cortese, perfino affettuosa ma che di per sé non esprime alcun giudizio di merito sugli scritti dei sedicenti Proust. Costoro, ricevuta l'augusta benedizione si allontanavano lusingati e confusi non avendo ben compreso se l'esame fosse stato superato oppure no."
Non è l'unico aneddoto riportato nel volume "Solo la verità. Lo giuro" edito nel corrente mese di maggio da Piemme, 182 pagine e dal costo di euro 18,90.
Le tante vicende e considerazioni illustrate avvalorano, peraltro, come corrisponda al vero il noto detto, il quale porta a dire che una volta arrivati a una certa età vengono a cadere quei freni inibitori, magari prima utilizzati nel ricorrere a ipocrisie strategiche. Quest’ultimo libro di Antonio Padellaro e i suoi venerandi anni, per l'appunto, ne sono l'aperta dimostrazione.
Retroscena del mondo della carta stampata si susseguono in aneddoti, frecciatine e non piccoli siluri, che vengono fuori dalla lettura di capitoli, rendendo complesso e diverso il panorama professionale apparentemente leggero del giornalismo nascosto ai comuni mortali. Quanto riportato nel libro costituisce, per noi lettori, uno specchio che consente di vedere l’altra parte della luna, quella costantemente nascosta e che permane in ombra.
Oltre alle sue origini siciliane, Padellaro mostra anche – e con quell’autoironia che lo contraddistingue – la genesi disincantata della sua fede politica, mostrando anche un certo parallelismo (per caratteristiche familiari/familistiche) con un altro cane sciolto del mondo giornalistico, a lui molto simile e a cui mi piace anche accostarlo: Alessandro Di Battista.
In un ambiente relativamente chiuso incline all’omertà, che spesso viene furbescamente utilizzata dai più per ricambiare con la stessa moneta chi si è manifestato scorretto, il cofondatore del "Fatto" sceglie nella sua narrazione un racconto sincero, con l'intento di offrire una verità senza fronzoli a chi lo ascolta e oggi lo viene a leggere.
Il libro recensito merita attenzione anche per la ricchezza d’informazioni che contempla, specialmente per l’ampio arco temporale sociale e politico nazionale cui si riferisce e che rappresenta in particolare l’ultimo trentennio italiano. In conclusione, per quanto possa valere un mio "giudizio", "Solo la verità. Lo giuro" comprova come l'onesta' intellettuale stia sempre per alcuni alla base (come per il navigato Padellaro) di ogni intelligente formula espositiva, qualunque sia lo schieramento in cui ci si collochi e ogni personale punto di vista politico.

Buona luce a tutti!


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martedì 12 marzo 2024

"Marx & Keynes – Un romanzo economico"



L’autore del libro in questione è un docente universitario di economia che, attraverso questo romanzo, effettua di certo un’operazione divulgativa e didattica, improntata su una serie di incontri diretti e fantasiosi fra i famosissimi economisti Marx e Keynes.
Grazie gli immaginari confronti fra i due autorevoli uomini storicizzati, vengono messi in luce i principi fondamentali sui quali si basano le rispettive teorie economiche e sociali.
Pertanto, premesso che è sempre arduo tentare di mettere in contrapposizione dialettica idee – specie estrapolandole dai contesti e dal tempo di riferimento - il romanzo di Pierangelo Dacrema torma utile e aiuta ad analizzare aspetti particolari di questioni economiche che restano attuali.
Dai dialoghi fra i due personaggi escono confronti che mai evidenziano contrapposizioni ma, anzi, con un sempre pacato dialogo consentono di discernere certi aspetti rimasti in ombra nelle loro rispettive teorie.
Succede pure che entrambi gli economisti, dialogando sempre con reciproca buona fede sui singoli punti, vengano anche a modificare – seppur parzialmente - le loro idee; acquisendo e discernendo sui rispettivi chiarimenti e tenendo conto dei mutamenti intervenuti nel lasso temporale intercorso fra le due esistenze (Karl Heinrich Marx muore infatti nel 1883, che corrisponde all’anno di nascita di John Maynard Keynes).
Per seguire lo sviluppo delle teorie economiche oggetto del romanzo occorrerà comunque andare a leggere il libro (Editoriale Jaca Book – 2014 - Milano, costo 12 euro) che, attraverso una scrittura non sempre piana e semplice, passa sotto la lente d’ingrandimento le peculiarità principali espresse da Marx (nel “Capitale”) e Keynes (nella “Teoria generale dell'occupazione dell'interesse e della moneta”).
Al centro della loro ricerca continua ad essere il fine comune, volto al raggiungimento di un benessere sociale equo e le loro teorie rielaborate li portano a concludere sulla necessità dell’abolizione delle monete poste oggi al centro del sistema economico.
Ovviamente, sono tanti i passaggi che consentono di cogliere il maturare degli aspetti problematici connessi alla distribuzione delle risorse economiche, alla debolezza e ai punti forti collegati al capitalismo, allo sviluppo delle tecnologie, all’importanza fondamentale dell’apporto umano in ogni processo produttivo, alle regole di giustizia e di politica sociale che regolano i rapporti e a quant’altro.
Nel romanzo, l’inverosimile pacato sviluppo del pensiero economico da parte dei due protagonisti, appartenenti ad epoche storicamente lontane e diverse, costituisce forse l’aspirazione recondita dello stesso Dacrema che, magari, intenderebbe immaginare un ideale avvicinamento politico di due scuole di pensiero comunque accomunate da un unico ideale: quello socialista.
A prescindere dalla valenza e percorribilità delle teorie conclusive, prospettata nell’operazione romanzate dall’autore, l’architettura del racconto, già mettendo a confronto - e in maniera asettica - le sole teorie di Marx e Keynes, intriga molto.
Ne deriva una vera e propria fattibilità di poter collazionare i due principali rispettivi scritti che, visionati in parallelo, consentono di cogliere con immediatezza i concetti sottostanti ad ogni argomento trattato.
In conclusione, a mio parere, il romanzo si sviluppa e si muove verso obiettivi che lasciano comunque irrisolta l’eterna differenza che è insita fra teoria e pratica. Poiché restano demandate agli uomini e alle classi dirigenti di ogni tempo, il tentare di trovare le soluzioni più idonee e a quel momento politicamente percorribili.

La valutazione in una recensione su una pagina web editoriale indica tre stelle su cinque e recita:

“Non è necessario essere esperti di economia per poter leggere e comprendere il testo, perché attraverso il confronto tra due personaggi importanti e famosi nella storia delle "idee economiche" l'Autore snocciola in maniera piana e comprensiva i fondamenti delle loro teorie, così contrapposte. Davvero originale e felice la trovata di spostare le loro vite nel mondo contemporaneo: i due personaggi vissuti in epoche diverse si incontrano e dialogano tra di loro. Il romanzo sembra oscillare tra il ricorso allo stratagemma delle "vite parallele" e la contrapposizione di due visioni economiche tanto diverse e tratteggiate in maniera sintetica e non certo approfondita, per approdare al vaneggiamento di una visione economica post-monetaria che più che utopistica sembra solo una brillante finzione romanzesca!”

Il volume è anche acquistabile a prezzo ridotto fra gli outlet. A mia parere merita una lettura, a prescindere da ogni convinzione politica che ci riguarda.

Buona luce a tutti!


© ESSEC

martedì 4 aprile 2017

Piercamillo Davigo: "Il sistema della corruzione"



 

"La funzione dei magistrati – uso questa metafora – è quella dei “cani da guardia”: il loro mestiere è abbaiare se ci sono i ladri. Avevo una certa stima di me stesso come cane da guardia, ero convinto di essere un buon cane, di abbaiare anche molto bene; sennonchè tutte le volte che abbaiavo gli amministratori del condominio, anziché guardare se c’erano i ladri, scendevano e mi prendevano a calci. Allora sorge il dubbio che siano stupidi o collusi, perché altrimenti non si spiega che il problema sia sempre e soltanto il cane che abbaia e mai il ladro che ruba.
Ma c’è di più e di peggio: se si volesse solo l’impunità per i comportamenti passati, la cosa sarebbe tutto sommato accettata (visto che il nostro è un paese fortemente incline al perdono). Si ha invece la sensazione che si pretenda l’impunità per il futuro, cioè di poter fare le stesse cose fatte in passato e che a nessuno dia fastidio; che si pretenda non solo di non essere perseguiti (infatti ogni tanto si discute di ripristino dell’immunità parlamentare), ma neanche svergognati quando questi comportamenti vengono scoperti."

(Piercamillo Davigo – “Il sistema della corruzione” – Editori Laterza)

domenica 19 marzo 2017

Come combattere i paradisi fiscali



 

I paradisi fiscali, una delle principali forze trainanti alla base delle crescenti ineguaglianze economiche, costituiscono una seria minaccia per le nostre società democratiche. Nel volume “La ricchezza nascosta delle nazioni” (add editore) Gabriel Zucman suggerisce una linea di condotta precisa e realistica per contrastarli. Per gentile concessione dell'editore proponiamo la prefazione di Thomas Piketty e un brano dal primo capitolo.

di Thomas Piketty

Per chi ha a cuore i temi dell’ineguaglianza, della giustizia globale e del futuro della democrazia "La ricchezza nascosta delle nazioni" di Gabriel Zucman è una lettura fondamentale. Si tratta forse del miglior libro mai scritto sui paradisi fiscali e su quello che possiamo fare per contrastarli. Non è eccessivamente tecnico, si legge con piacere e raggiunge tre obiettivi in modo conciso ed efficace.

Prima di tutto ricostruisce l’affascinante storia dei paradisi fiscali: come sono nati nel periodo tra le due guerre, e come hanno via via assunto il ruolo essenziale che svolgono oggi. Fornisce inoltre la stima più completa e rigorosa mai proposta dell’entità finanziaria dei paradisi fiscali nell’attuale economia mondiale. Infine, soprattutto, suggerisce una linea di condotta precisa e realistica per cambiare le cose, cominciando con la creazione di un catasto mondiale dei patrimoni finanziari che registri i proprietari delle azioni e obbligazioni in circolazione.

I paradisi fiscali, e con loro l’opacità finanziaria, sono una delle principali forze trainanti alla base delle crescenti ineguaglianze economiche nel mondo e costituiscono una seria minaccia per le nostre società democratiche. Perché? Molto semplicemente perché le democrazie moderne si reggono su un contratto sociale fondamentale: tutti devono pagare le tasse su una base equa e trasparente per finanziare l’accesso a un gran numero di beni e servizi pubblici. Come è ovvio sussiste un margine di disaccordo su che cosa significhi imposizione «giusta» e «trasparente». Ma se alcuni degli individui più ricchi e alcune delle più grandi società del pianeta si servono dei paradisi offshore e dell’elusione fiscale per evitare di pagare la quasi totalità delle imposte dovute, questo contratto sociale fondamentale è in pericolo. Se i contribuenti delle classi medie sentono di pagare aliquote fiscali effettive più alte di chi è in cima alla piramide, e se le piccole e medie imprese sentono di pagare più delle grandi società, c’è il rischio che il concetto di consenso fiscale – su cui si fondano le moderne democrazie – si sgretoli in modo irrimediabile. E se una parte crescente della popolazione, alla base e al centro della piramide, si sente vittima del funzionamento del sistema e del trattamento iniquo dell’economia globale o dei governi, potrebbe finire per rifiutare il concetto di solidarietà tra classi e di stato sociale e fiscale equo. Alcuni potrebbero perfino lasciarsi sedurre dalle soluzioni nazionaliste, dalle divisioni etniche e dalla politica dell’odio.

Ma ciò che rende il libro tanto importante è il fatto che non si limita a formulare princìpi e minacce astratte, ma propone dati e soluzioni concrete. Le statistiche finanziarie internazionali presentano incoerenze sistematiche. In particolare, le piazze finanziarie di tutto il mondo registrano costantemente più passività che attività. Analizzando tali anomalie con una metodologia rigorosa e innovativa, Zucman elabora una delle stime più credibili in merito all’incidenza globale dei paradisi fiscali. Stando alla sua valutazione di riferimento, che è una stima per difetto, circa l’8% dei patrimoni finanziari mondiali è detenuto nei paradisi fiscali. Nei Paesi emergenti e in via di sviluppo questa percentuale è spesso molto più elevata, il che ostacola la costruzione del consenso fiscale e della fiducia nei governi, impedendo di risolvere situazioni di estrema ineguaglianza. Zucman valuta che in Africa la quota dei patrimoni finanziari detenuta offshore sfiori il 30%. In Russia e nei Paesi petroliferi del Medio Oriente, tra le regioni più inique ed esplosive del mondo intero, supererebbe addirittura il 50%.

La percentuale di ricchezza statunitense nei paradisi fiscali sembra essere di molto inferiore a quella russa o africana. Inoltre, a quanto pare, la quota dei patrimoni personali degli Stati Uniti detenuti offshore è anche al di sotto di quella dei Paesi europei che si sono dimostrati particolarmente inefficaci nel coordinare le loro politiche per contrastare i paradisi fiscali, e hanno dovuto attendere l’accordo Fatca (Foreign Account Tax Compliance Act) statunitense e le sanzioni degli Usa contro le banche svizzere prima di iniziare a muoversi verso la trasmissione automatica delle informazioni.

Sarebbe tuttavia un errore sottovalutare il peso dei paradisi fiscali sul sistema tributario statunitense. Secondo le prudenti stime di Zucman, le perdite di gettito fiscale derivanti dai paradisi offshore rappresentano per gli Stati Uniti una somma pari agli introiti che otterrebbero aumentando di quasi il 20% l’aliquota fiscale dello 0,1% di contribuenti nella fascia massima di reddito. Quindi, se è vero che negli Stati Uniti la questione dei patrimoni personali offshore ha meno incidenza che in Europa, l’evasione dell’imposta sulle società da parte delle multinazionali resta un problema di primo piano. Zucman sottolinea inoltre come la normativa Fatca abbia ancora molte lacune, tanto che tra il 2008 e il 2015 l’impatto generale dei paradisi fiscali ha continuato a crescere. Per fare un reale passo avanti serviranno sanzioni ben più importanti di quelle messe in campo finora. I calcoli di Zucman evidenziano, ad esempio, che l’opacità finanziaria offre a un Paese come la Svizzera vantaggi equivalenti alle perdite che subirebbe se i suoi tre principali vicini (Germania, Francia e Italia) le imponessero dazi commerciali pari al 30%. Ovviamente questi Paesi sono liberi di non farlo, ma allora non possono lamentarsi di veder crescere il problema a dismisura. La lotta all’opacità finanziaria globale è una delle sfide più importanti che i governi si trovano oggi ad affrontare, e c’è ancora molta strada da fare prima di riuscire a invertire le attuali tendenze strutturali.

Secondo Zucman, il primo passo in questa direzione dovrebbe essere la creazione di un catasto mondiale dei patrimoni finanziari, in cui registrare i proprietari di ogni azione e obbligazione. Questo catasto fungerebbe da deposito titoli: sarebbe coordinato dagli Stati e dalle organizzazioni internazionali, e consentirebbe alle amministrazioni fiscali nazionali di lottare contro l’evasione e di riscuotere le imposte sui patrimoni e sui flussi di reddito da capitale.

Ad alcuni l’idea di un deposito centrale può sembrare utopistica, ma non lo è. In realtà, i depositi centrali titoli esistono già, il problema è che non sono globali ma nazionali, o talvolta regionali, e soprattutto sono privati e non pubblici. A partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, i titoli sono stati gradualmente dematerializzati, fino alla totale scomparsa dei certificati cartacei. Sono nati allora i depositi centrali moderni, con lo scopo di garantire la sicurezza delle transazioni finanziarie e di registrare i proprietari delle azioni e obbligazioni in un database digitale (è difficile fare affari se diversi istituti finanziari o operatori economici nel mondo rivendicano un diritto di proprietà sugli stessi attivi). Molti istituti finanziari privati si sono specializzati in questo servizio. I depositi centrali più noti sono, negli Stati Uniti, la Depository Trust Company (Dtc) e, in Europa, Euroclear e Clearstream. Il problema è che queste organizzazioni non trasmettono sistematicamente i loro dati agli Stati e alle amministrazioni fiscali, ma tendono anzi a promuovere e beneficiare dell’evasione fiscale e dell’opacità finanziaria piuttosto che a favorire la trasparenza (si pensi, ad esempio, allo scandalo Clearstream in Francia).

La proposta di Zucman è chiara e semplice: i governi dovrebbero assumere il controllo dei depositi centrali e via via concentrarli in un catasto finanziario mondiale. Gli Stati Uniti, l’Unione europea, il Giappone e, auspicabilmente, il Fondo monetario internazionale dovrebbero essere alla guida di questo processo, insieme a tutti i Paesi emergenti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina che, alla luce delle gravissime perdite subite a causa dell’evasione fiscale e della fuga di capitali, volessero unirsi a questo sforzo cooperativo. L’inclusione nel catasto finanziario mondiale comporterebbe diritti e doveri: garantirebbe la tutela dei diritti di proprietà e delle transazioni finanziarie in cambio dell’impegno a trasmettere tutte le informazioni necessarie per identificare i reali proprietari degli attivi in circolazione. Questo sistema, secondo Zucman, dovrebbe essere accompagnato da una tassa di registrazione comune minima (ad esempio lo 0,1% del patrimonio netto individuale), che potrebbe essere integrata da aliquote fiscali progressive stabilite dai singoli governi (o da coalizioni internazionali di più Stati).

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Frode fiscale per principianti

di Gabriel Zucman

Per gran parte del XX secolo era possibile varcare i confini con enormi quantità di denaro senza alcuna difficoltà, trasportando semplicemente titoli «al portatore». Oggi non è più possibile, perché i titoli non sono oggetti tangibili: esistono solo in forma elettronica. Per mettere al riparo la propria ricchezza, invece di trasportare oltreconfine valigie piene di banconote, si ricorre quindi il più delle volte al trasferimento elettronico verso conti offshore.

Prendiamo un esempio di fantasia. Mario Rossi è l’amministratore delegato della società Mario Rossi Spa, un’azienda con 800 dipendenti di cui è socio unico. Per trasferire 10 milioni di euro in Svizzera, Mario Rossi procede in tre tappe. Prima di tutto fonda una società di comodo, domiciliata ad esempio nelle Isole Cayman, dove le normative sulla trasparenza dei proprietari delle società sono molto limitate3. Poi, in appena un paio d’ore, apre un conto a Ginevra a nome della società di comodo. E per finire compra servizi fittizi dalla società di comodo nelle Cayman (ad esempio servizi di consulenza) e, per pagarli, trasferisce denaro sul conto svizzero di quest’ultima. La transazione genera una traccia cartacea in apparenza lecita, che in certi casi lo è davvero. Dal momento che le società effettuano ogni giorno milioni di pagamenti in Svizzera e negli altri grandi centri offshore – ed è impossibile individuare in tempo reale quali siano legali (ad esempio le somme pagate a veri esportatori) e quali no (il denaro che evade le tasse) – è probabile che la transazione della Mario Rossi Spa verso il conto svizzero della società di comodo non provochi alcun allarme antiriciclaggio all’interno della banca.

Per Mario Rossi il beneficio è doppio. Pagando per la finta consulenza riduce l’utile imponibile della Mario Rossi Spa, e quindi l’ammontare dell’imposta sul reddito della società che dovrebbe pagare in Italia. Poi, quando il denaro è arrivato in Svizzera, lo investe nei mercati finanziari globali dove genera un reddito – dividendi, interessi, plusvalenze. Tale reddito può essere tassato solo se Mario Rossi lo dichiara o se la banca svizzera informa le autorità fiscali italiane. In caso contrario, Mario Rossi può evadere anche l’Irpef.

Se vuole utilizzare il denaro, Mario Rossi ha quindi due possibilità. Per le piccole somme può semplicemente prelevare al bancomat. Per le cifre più consistenti, però, deve farsi furbo. La tecnica più famosa è quella chiamata «credito lombard»: Mario Rossi chiede un prestito alla filiale italiana della banca svizzera dando in garanzia il denaro detenuto a Ginevra. In questo modo il denaro resta in Svizzera, sempre investito in azioni e obbligazioni, e allo stesso tempo viene speso in Italia per comprare, ad esempio, il quadro di un noto artista o una villa a Porto Cervo.

Insomma, l’autorità fiscale italiana subisce una frode del valore di milioni – tutte le imposte dovute nel tempo sul reddito generato dal patrimonio dissimulato a Ginevra – e Mario Rossi può spendere in segreto il denaro nascosto a suo piacimento. (17 marzo 2017)


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)