"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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lunedì 19 gennaio 2015

Quirinale: manca il Capo dello Stato. Qualcuno se ne è accorto?

Ma come fanno i deputati, come fanno i senatori, a restare lì dentro a far finta di lavorare, mentre un caos di fili annodati l’uno nell’altro, che sarebbero le riforme da fare subito, si accatasta qui dentro come in una fabbrica assediata? Non so chi ha avuto questa vertigine. Ma qualcuno ha deciso, in un momento di estrema confusione, in cui manca il capo dello Stato, di fare finta di niente e come direbbero ufficiali severi e patriottici sotto un bombardamento, l’importante è che nessuno lasci il suo posto. Sapete a che cosa si lavora? Alla Camera per completare l’abolizione del Senato. Al Senato per avere la legge elettorale per eleggere la Camera (unica parte del Parlamento che sopravvive).
Come ricorderete, il Paese continua a non avere una legge elettorale da quando la Corte Costituzionale ha dichiarato inaccettabile quella a liste blindate che il governo di Berlusconi, all’improvviso e senza ragione, aveva fatto calare sull’Italia coloniale che governava con la rigorosa fedeltà dei media e con la complicità di un’opposizione silente o assente. Ma il Senato non può fare la legge elettorale finché non sa se e fino a quando il Senato continuerà a esistere. E la Camera non può continuare a votare finché non c’è un presidente della Repubblica che possa firmare la legge.
È in corso, vi sarete accorti, una gara furiosa e appassionata di una sola persona con se stessa. Si tratta del presidente del Consiglio Renzi che voleva un cronoprogramma, senza badare al contenuto delle materie che via via avrebbero dovuto passare sulla sua catena di montaggio. Nel frattempo vuole essere l’arbitro assoluto (insieme a Berlusconi, strettamente legato da un patto che non conosciamo) della selezione, poi della scelta, poi della strategia, poi della votazione, magari con un tuono di ovazioni, per il presidente che non c’è. Nel frattempo, naturalmente, ciascuno dei mille deputati, senatori e votanti aggiunti in rappresentanza – come si usa dire – del potere locale, stanno facendo, quasi ognuno, la stessa cosa: si candidano o partecipano a gruppi, alcuni da dopo lavoro, altri accanitamente militanti, per l’elezione di qualcuno.
Nel frattempo le reti televisive fanno lotterie e distribuiscono ai partecipanti dei loro talk show biglietti per votare i nomi preferiti. I giornali pubblicano, uno dopo l’altro, vite e curricula, ipotesi e sceneggiature di possibili esisti. Poiché c’è spazio e tempo, di alcuni presidenti inventati ci si trattiene a dire che cosa farà in Europa, come affronterà le fabbriche chiuse, e persino in che rapporti è o sarebbe con Obama e la Bce. Ma il presidente non c’è, e i deputati e senatori che lo devono eleggere, lavorano o fanno finta di lavorare ad altro. Fanno finta perché niente può andare avanti. Bisognerebbe almeno tenere conto delle due ipotesi fondamentali: eleggere un presidente che sia un nulla e che non conti nulla. È il sogno di Renzi ma non è detto che tutti i sogni si avverino, persino per lui. Oppure, per qualche errore che può sempre succedere, il presidente è qualcuno, che vuol sapere che cosa si sta votando e perché, e in quale ordine e con quale urgenza, anche solo come cortese informazione.
C’è qualcosa di folle nel concepire l’idea che voi lavorate a riforme costituzionali e a una legge chiave come quella elettorale, da cui dipende la qualità della vita democratica del Paese, e io intanto penso, per conto mio, a giudizio mio e del mio socio (e non disturbatemi) a trovare la persona adatta per le cerimonie. Ma c’è un altro fatto che è impossibile non considerare. Statisticamente, è più probabile che sia un deputato o un senatore, a essere eletto presidente della Repubblica piuttosto che qualcuna o qualcuno esterno alla vita politica. È naturale che tutti si sentano parte, alcuni apertamente in corsa. Tutti, comunque, hanno una ragione per volere il tempo di partecipare alla più importante discussione politica italiana ogni sette anni (in questo caso, nove, ma proprio a causa di una cattiva legge elettorale che non produce maggioranze e che adesso bisognerebbe ritoccare in fretta e furia prima del voto presidenziale).
In altre parole il progetto sembra essere di far trovare il grosso del lavoro già fatto alla brava persona che sarà mandata al Quirinale, con lo svelto voto di una mezza giornata, in modo che debba dedicarsi alle sue cerimonie senza pensieri sproporzionatamente pesanti e senza mettere becco in questioni già decise. Mi rendo conto che sto dicendo le stesse cose che ha detto in aula il capogruppo di Forza Italia Brunetta. Evidentemente il travolgente impulso di Renzi di fare in fretta, non importa se male, non importa che cosa, sta accostando allarme e proteste di chi vede, anche da punti di vista immensamente diversi, lo stesso innegabile pericolo. Come se non bastasse grava (a scapito persino di Brunetta) il patto del Nazareno, che è saldo, segreto e inviolabile.
E certamente ha nella elezione del capo dello Stato, il suo punto più importante. Non c’è bisogno di immaginare che sia una associazione per scopi indicibili. Ma è segreta, “tiene” (ci assicurano ogni volta o la Boschi o Verdini) e ci annuncia che le decisioni sono già prese. Sarebbe un caos, se il patto dovesse fallire. Sarebbe un caos se la pallina (secondo decisioni che non conosciamo con persone che, purtroppo, conosciamo) andasse in buca. Qualcuno vede il lieto fine?


domenica 13 luglio 2014

“IL PATTO DEL NAZARENO TIENE” QUALUNQUE COSA SIA

Nel mezzo della discussione, quando qualcuno che dovrebbe ubbidire tenta di ribellarsi e alza il tono, e non si capisce se c’è rischio di secessione o no, entra in sala Guerini, vice segretario del Pd, dunque di Renzi e dice: “Il patto del Nazareno tiene”. Noi (la maggior parte di noi, gli astanti) non sappiamo chi sia Guerini e perché, sconosciuto com’era, sia così in alto (il vice di Renzi, il vice di tutto). Ma non sappiamo neanche che cosa sia “il Patto del Nazareno” e perché tenga, e perché, il fatto che “il patto tiene”, rassicuri che tutto andrà come deve andare.  
Come deve andare? Quando lo abbiamo letto, discusso, votato? Se azzardi una domanda del genere, ti portano in scena l’intero tabulato delle elezioni europee, ti ricordano che la ragazza Bonafè ha avuto più voti di chiunque al mondo, inclusi John, Bob e Ted Kennedy. Aggiungono, con l’esasperata pazienza dei veri democratici, che l’insieme delle tante eroiche Bonafè (tra cui una certa Moretti, appena un po’ meno votata, che compare di solito in silenzio accanto a Renzi se la Bonafè in quel momento non è disponibile) fa, in totale, il 40.8 per cento dei voti. Dunque eccoti servito. 
C’è il patto del Nazareno. C’è il voto plebiscitario. Ci sono milioni di italiani con il loro leader. Inutile tentare di dire che quel voto era pro o contro l’Europa, non per il patto del Nazareno. Non ci provare. Sollevi una nuvola d’ira. Quel voto era per Renzi e tutta la scolaresca, punto e basta. Non vorrai offendere gli elettori, come quelli che mettevano in dubbio la legittimità di Berlusconi? 
A volte Guerini precisa: “Noi siamo disponibili a confrontarci su tutto. Nell’ambito del Patto del Nazareno” (citazione testuale, Tg3, ore 19, 6 luglio). Guerini è attendibile. Sono buoni e cari, questi ragazzi di Renzi, ma c’è una linea che non si può attraversare. Puoi avere estro, istinto politico, rapporto stretto con gli elettori, puoi essere persino più inventivo di Calderoli. Ma i patti sono chiari. “Qualunque intervento o dibattito o sfida o confronto finisce qui”. E ti indicano il punto in cui comincia lo spazio già definitivamente assegnato al “Patto del Nazareno”. Come nelle aree militari, ti dicono che “il limite è invalicabile”. Vorresti sapere chi ha stabilito quel limite, raro in politica, perché è senza ritorno? Vuoi sapere chi vigila e chi lo presidia? 
La seconda domanda è facile. Ammesso che in questo patto ci siano due contraenti, su uno vigila Guerini e, a turno, tutti i ragazzi della ormai celebre Scuola Leopolda di Matteo Renzi (al confronto, il collegio di magia del maghetto Harry Potter è poca cosa). Sull’altro si alternano volontari, una volta Romani, della premiata ditta Mediaset, una volta Brunetta, che farà anche spettacolo ma ci puoi contare, perché tiene i suoi in riga. E alla fine persino Calderoli (pensate, Lega Nord, area Borghezio), ma, nella nuova versione, uno che compra bene i saldi, e di professione fa il mediatore parlamentare. È capace di trovare una soluzione anche al Senato eletto – non eletto – però eletto, tanto che sarà protetto da immunità (e chi dice che quella salvifica immunità non possa estendersi, con un paio di colpi di mano detti emendamenti, al mestiere pericoloso di assessore regionale e comunale, certo, in osservanza del Patto del Nazareno?). 
Quanto alla domanda che ho fatto prima (che cos’è il Patto del Nazareno e perché è la porta magica da cui passa la nuova Italia?) credo che la risposta sia: quando dicono “riforme” pensate “Patto del Nazareno”. Quando dicono “Patto del Nazareno” pensate “riforme”. Mi direte che è un nodo scorsoio. Un Paese incaprettato. Certo che lo è. Il Paese è tenuto fermo in un altro tempo, che credevamo finito e che non può sboccare in un dopo. Perché nulla (nulla) può essere fatto o cambiato o innovato senza l’approvazione e collaborazione e partecipazione di Silvio Berlusconi e della sua gente (quelli che ancora si riconoscono in questa definizione). È vero che il pover’uomo ha perduto alcuni dei suoi sodali migliori nella guerra con la Giustizia (che presto, con la riforma che riguarda i giudici e il Csm – nell’ambito del Patto del Nazareno – pagherà per i colpi che è riuscita a infliggere alla malavita politica). 
È vero che il blocco politico, da lui fondato e pagato, gli si sfarina intorno. Ma avrete constatato che è stato deciso di non notarlo. Ovvero di stringerlo in un abbraccio così stretto da non far capire che non sta più in piedi da solo. Lasciate perdere la questione esteticamente sgradevole del condannato. Non è la sua forza (ormai finita) che conta, ma la messa in scena che consente, anzi obbliga, a lavorare insieme. Il fatto è che la corsa velocissima di Matteo Renzi, e dei ragazzi della sua classe, gira vorticosamente intorno a Berlusconi, che è fermo e stremato, però consultato e riverito per poter dire: attenzione ragazzi, dobbiamo rispettare il patto. 
E quando Guerini entra in aula e ammonisce i possibili dissidenti confermando che “Il patto del Nazareno tiene” e dunque non si facciano illusioni, non fa che parodiare l’altra frase di scuola Leopolda: “Discutete finché volete, ma la decisione finale è già presa e non cambia perché è nel Patto del Nazareno”. Che vuol dire: arrendetevi, non c’è via d’uscita. Siete in un percorso bloccato. È vero. Ma non rinunciate a chiedere (perché dovrete spiegarlo alle generazioni in arrivo) come è successo, per mano di chi, che abbiamo perso il diritto di fare politica e di discutere non dico sulla Giustizia, che sarà un massacro (la decapitazione improvvisa della Cassazione è già avvenuta) ma anche solo sulla trasformazione del Senato in Camera di Commercio degli assessori e dei sindaci? 

 

domenica 28 luglio 2013

Aspettare la Cassazione è il nostro Royal Baby

Due Paesi europei si sono fermati in attesa, come in una fiaba. In Inghilterra si attendeva l’erede al trono. È arrivato, it’s a boy, si chiama George Alexander. In Italia si chiama Silvio Berlusconi, it’s a boy, ma non è arrivato. Ovvero non è ancora arrivata la sentenza che deciderà il prossimo capitolo della sua vita avventurosa, che siamo obbligati a condividere. Perciò, a differenza del Regno Unito, l’Italia resta ferma, inchiodata alle previsioni, alle scommesse, all’attesa.
Un intero Paese, tra i primi nell’economia mondiale, co-fondatore dell’Unione europea, protagonista nel Mediterraneo, pezzo importante del mondo globalizzato, resta immobile, guardando verso la Corte di Cassazione, che in poche righe deciderà sui prossimi anni della vita pubblica italiana e sentenzierà sul senso e sull’esito dei precedenti vent’anni “sotto Berlusconi”. Gli esperti in previsioni berlusconiane (attivi e infaticabili quanto i bookmaker del piccolo George Alexander, ma intenti a discutere scenari meno lieti) si scontrano con tre previsioni: va in prigione; resta al Senato (forse a vita); oppure varie forme di rinvio in modo che, come accade spesso in questo Paese, nulla cambi e tutto resti immobile in attesa del prossimo evento di Berlusconi da cui dipenderà di nuovo il nostro futuro.   
Personalmente, senza avere il minimo spunto di conoscenza processuale di questi fatti, mi permetto di prevedere una qualche forma di rinvio o posticipo, perché troppi destini si incrociano nello spazio e nel tempo di quella sentenza. Grava prima di tutto su di essa lo scambio di lettere (chiarificante ma drammatico ) tra Fausto Bertinotti e Giorgio Napolitano. Bertinotti vede il fermo di democrazia, come il “freeze” di una sequenza di cinema , in cui ogni gesto appare sospeso, per timore di danneggiare il governo.   
Il Presidente della Repubblica ha due cose chiare da opporre. Una. Ovvio che ogni divieto sarebbe una interruzione inaccettabile della democrazia. Due: se qualcosa o qualcuno interrompe il buon funzionamento delle “larghe intese” , si rompe tutto e sarà necessaria un’elezione anticipata. Equivale all’affondamento senza rimedio della nostra economia. In questo modo la vita politica, anzi tutta la vita pubblica italiana, diventa una giostra. Si muove, ma intorno allo stesso punto, girando sullo stesso perno. Viaggiare sulla giostra dà ebrezza, ma non porta lontano, salvo la breve illusione che il paesaggio cambi. Anzi, che cambi sempre perché, girando , le idee un po’ si confondono. Interferire con una giostra in movimento è molto pericoloso.   
Purtroppo, con il gioco della giostra, la prima vittima è la percezione del Paese nel mondo, dunque le relazioni internazionali. Stiamo accumulando casi di violazione o di irrilevanza a nostro danno che non hanno niente a che fare con la responsabilità del ministro degli Esteri isolato e accantonato. Tre casi in sequenza ci collocano nel rango di “potenza irrilevante”: i fucilieri di marina italiani abbandonati in India e affidati al buon cuore di quel Paese; l’agente ex Cia Seldon Lady (uno dei protagonisti della “rendition” di Abu Omar) arrestato a Panama su mandato di cattura italiano e subito restituito da Panama agli Usa, senza neppure interpellare l’Italia; l’arresto di Alma Shalabayeva e bambina, ordinato dall’ambasciatore kazako alla polizia italiana, scrupolosamente eseguito da 50 violenti uomini armati (cito dalla descrizione della signora Shalabayeva al Financial Times) e trasporto immediato delle vittime da Roma al Kazakistan, una vicenda di cui, con la finzione di sapere tutto, non sappiamo niente.   
Se cerchiamo di comporre l’insieme confuso di queste vicende in un unico quadro, il risultato è allarmante. Primo, la maggioranza, che sostiene e garantisce il governo, non ha alcun segno di identificazione, come una vasta truppa anonima. È un essere collettivo senza lineamenti precisi, che afferra tutto, accetta tutto, comprende tutto, decide tutto e permette tutto, per mancanza di definizione, anche solo approssimativa, dei partecipanti all’immenso gruppo misto. Potrebbe esserci una opposizione ma purtroppo Cinque Stelle non ha capito o deciso o saputo dove andare e come andarci e Sel ha poca voce.   
Secondo, il governo è senza scopo. Infatti la vera domanda al governo non è di competenza ma di esistenza. Questa domanda viene autorevolmente ripetuta senza sotterfugi, e ogni obiezione al governo viene subito bollata come messa in pericolo dell’intera società italiana, vita e valori.
Terzo, il potere è senza volto. Per esempio (mi riferisco di nuovo al caso Shalabayeva) avviene in Italia, sotto gli occhi del governo e per mano dello Stato, un delitto contro i diritti umani di qualcuno. Il primo ministro Letta si chiama fuori. Ci garantisce che il ministro dell’Interno non c’entra. Il ministro degli Esteri credibilmente dimostra di essere stata tenuta all’oscuro. Il ministro della Giustizia non vuole sapere né rivedere il caso. Il Capo dello Stato deplora. Ma gli ordini chi li ha dati? A chi far credere che la polizia si è mossa da sola, guidata da un kazako, nel compiere, dentro l’Italia e dentro Roma, un’azione dichiarata “odiosa” da tutti e sicuramente illegale, violando persino la Carta dell’Onu per l’infanzia?   
Raccontata così, la vicenda italiana dà l’impressione che qualcuno che conta muove il potere dietro il potere. Servirà la sentenza della Cassazione a portare un briciolo di luce almeno su questo punto: chi dà gli ordini a chi, e perché, in questo Paese, in questi terribili anni?



martedì 26 ottobre 2010

Il blocco del Parlamento? Un altro “pezzo di Stato repubblicano che cade”

La Camera si ferma per mancanza di leggi da approvare. E così, tra ponte di Ognissanti e calendario vuoto, i parlamentari si godranno una ventina di giorni di ferie. Casta? Forse, ma non è dei privilegi dei parlamentari che ci si deve lamentare, questa volta. La verità – dice il deputato Furio Colombo – è che questo stallo si poteva prevedere da tempo. Almeno dalla pausa estiva, quando è apparso chiaro a tutti che il governo era “paralizzato dalle proprie stesse fratture interne”. I costi di questa paralisi, però sono altri, sono “pezzi dello stato repubblicano che si perdono”.
Tra Lodo Alfano e mancanza di fondi, la Camera non avrà niente su cui lavorare per tre settimane. Il solito privilegio?
Noto con meraviglia che ci si accorge adesso di qualcosa che era già chiaro dalla ripresa dei lavori dopo l’estate. Per mesi la Camera si è dedicata quasi esclusivamente alla ratifica di vecchi trattati che erano rimasti sugli scaffali o a mozioni, presentate quasi sempre dall’opposizione, a cui faceva da contraltare una mozione uguale e contraria della maggioranza. E così si passava una mattina a parlare e poi a votare. Ma senza che questo corrispondesse ad alcun lavoro parlamentare.
Nessuna novità di cui stupirsi, quindi?
Ne abbiamo scritto sul Fatto Quotidiano. Una, due, tre volte. Ma il tema non è mai stato raccolto dall’opposizione, anzi, al contrario si è continuato a parlare di deputati e senatori che lavorano poco, portando avanti una vecchia questione, che sarà anche verissima, ma che non si applica assolutamente a questa situazione. In questa situazione il lavoro era, ed è, impossibile.
Come siamo arrivati al blocco del Parlamento?
Quello che adesso trapela, e chi stava in aula aveva già previsto, è che non arrivano provvedimenti dal governo, né la maggioranza si azzarda a presentare leggi. A questo va aggiunta un’altra cosa: le ragioni di questo stallo sono tre, non due come detto. E’ vero che tutto gira intorno al Lodo Alfano. Ed è vero che mancano i fondi, e questo impedisce che si possa discutere qualsiasi cosa. Ma c’è una terza ragione, politica: la famosa maggioranza del fare è paralizzata dalle sue fratture interne. Perché ci sono delle questioni che potrebbero contrapporre il Pdl alla Lega. E poi ovviamente perché ci sono le questioni che contrapporranno, o certamente potrebbero contrapporre e quindi è meglio starne alla larga il Pdl al gruppo di Fini.
Berlusconi può anche solo ipotizzare di governare altri tre anni in questo modo?
Berlusconi ha la grande qualità di fingere di non vedere e di non sapere fino all’ultimo minuto. Tra un po’ ci racconterà che lui lo dice da luglio scorso che non si può governare in questo modo. Intanto invece dice che va avanti e che governa. Addirittura fino a qualche giorno fa raccontava le cinque cose che avrebbe messo in cantiere e che avrebbe incardinato nei lavori parlamentari nei consigli dei ministri successivi, in modo da mettere al lavoro le camere su questi cinque temi fondamentali. Dei previsti consigli dei ministri due sono già saltati. In bianco, nemmeno sono stati convocati.
Torniamo al punto, come è possibile?
Il governo smentisce se stesso. Soltanto che mancando di reputazione – perché un’altra grande trovata di Berlusconi è stata perdere la faccia fin dall’inizio – non gli si può rimproverare di perderla. Può annunciare, dire, non fare, cancellare. Sempre come se fosse normale e naturale soltanto l’ultima cosa che dice o dirà.
Da italiani quasi non proviamo più stupore per questi venti giorni di stop. Ci sembrano un che di folklore. Ma quali sono le vere conseguenze del blocco dei lavori?
Sono conseguenze enormi che richiederebbero un altro tipo di opposizione. Un’opposizione senza respiro, senza tregua, che non si pieghi. Ogni volta, appena arriva una legge tutta l’opposizione, compresa l’Idv, lavora a migliorare quell’emendamento e quell’altro, quel pezzettino di legge e quell’altro. Poi magari alla fine si vota contro. Ma intanto la legge passa – perché ad oggi la maggioranza ce l’hanno – e si contribuisce continuamente a questo intrecciarsi dell’una parte con l’altra. E questo non dovrebbe avvenire. Alcuni di noi lo dicono da mesi, praticamente dall’inizio, che l’opposizione vera è quella dei repubblicani americani contro i democratici.
Cioè?
Cioè mai niente insieme, in modo che gli elettori vedano bene dove passano la linea di demarcazione e le differenze. Purtroppo non è stato così. E se per caso nel fondo di un cassetto Tremonti trovasse qualche euro e lo buttasse lì, e una legge importante venisse messa in discussione, allora inizieremmo da capo: collaborazione in commissione per dire che la stiamo migliorando, poi collaborazione con gli emendamenti, che vengono bocciati, però creano grandi discorsi. Insomma, faremmo anche in quel modo del parlamentarismo a vuoto. Almeno adesso si vede che così vuoto lo è davvero.
Perché l’opposizione non ha anticipato la stampa e denunciato chiaramente: “Guardate che il Parlamento non sta facendo niente, perché non ha niente da fare, è completamente svuotato”
Ripeto, come Fatto Quotidiano ne abbiamo parlato tre volte, di cui due in editoriale, avvertendo che la Camera non stava lavorando, e che quando lavorava era pura apparenza. Perché questo argomento non sia stato ripreso non saprei come rispondere.
E’ quasi una ammissione di costernazione
Sì, sono assolutamente costernato.
Come se ne esce, se se ne esce? Esiste una prospettiva politica in cui il parlamento potrebbe ricominciare a lavorare?
Si dovrebbe passare attraverso una crisi, che al momento non c’è, non ancora. Ma non c’è nessuna possibilità di pensare che se ne possa uscire così, ricominciando a lavorare come se ci fosse stata una interruzione di corrente.
Siamo condannati all’agonia?
Alcuni di noi hanno detto abbastanza presto che Berlusconi era entrato nella sua fase discendente. Abbiamo anche detto che questa fase discendente avrebbe portato con sé dei pezzi interi dell’architettura repubblicana, rovinandola, vandalizzandola, corrompendola. Ecco, sta accadendo ora. Questa è la caduta di Berlusconi, con grande danno per il paese. Ed è pazzesco che l’uomo che ha fatto più danno al Paese salendo al potere, ora sia in grado di fare ancora più danno cadendo.

Fabio Amato (Il Fatto Quotidiano - 25 ottobre 2010)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)