"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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martedì 2 settembre 2014

Ma Renzi è adatto a governare?

È adatto Matteo Renzi al compito che si è preso? "Is he fit to govern?". Mi sembra che si stia avvicinando il tempo di farsi anche su di lui la domanda che ha dannato tanti altri premier italiani, e non solo, in questa crisi che dura da ormai sei anni.
Diamo per scontato la risposta da parte delle artiglierie dei Renzi-fan, diventati oggi così radicali e insultanti da far sembrare i grillini dei perfetti gentiluomini. Intorno all'inquilino di Palazzo Chigi si è formato infatti un dogma di "infallibilità", una narrativa che passa da trionfo a trionfo , una vulgata del genere "durerà venti anni", il mantra "a lui non c'è alternativa" ripetuto da amici e ancor più da nemici. In una sorta di sindrome di Fukuyama, autore de "la fine della storia", presto smentito dalla storia stessa. 
Un leader tuttavia dura tanto quanto è efficace la sua azione di governo. E al momento Matteo Renzi , a dispetto dei molti fuochi d'artificio che circondano la sua persona, è in un punto molto critico della sua forza politica.
Non è questione né di immagine né di buone maniere, di cui non ci interessa assolutamente nulla. Si tratta di risultati - materia che rimane molto ostica per il giovane presidente.
Il più atteso dei suoi provvedimenti, lo Sblocca Italia, è intanto stato giudicato quasi unanimemente inferiore alle esigenze della drammatica situazione del paese. E se una parte di inadeguatezza era da mettere in conto, visto che Renzi è in sella da soli sei mesi, e non ha la colpa di una difficile situazione che dura da anni, non è invece giustificabile la inadeguatezza del metodo con cui il premier si sta confrontando con le reali condizioni del paese.
Fa testo di questa inadeguatezza il percorso di preparazione e le conclusioni del primo Cdm d'autunno - insieme sono purtroppo la fotografia di un governo segnato dalla approssimazione amministrativa. Abbiamo assistito a vicende incredibili, che per qualunque altro esecutivo avremmo stroncato sul nascere.
Surreale il percorso della riforma della scuola. Non c'è nulla di meno serio di un premier che su un argomento così delicato per le famiglie e le decine di migliaia di lavoratori del settore, non lavori insieme al suo ministro; un premier che pochi giorni prima di proporre questa riforma scenda in campo con pirotecniche affermazioni tipo "vi stupirò", salvo poi ritirare l'intero progetto evidentemente non pronto, con la flebile scusa dell'ingorgo.
Surreale anche il percorso della riforma del lavoro, che ha subito lo stesso travaglio di quella della scuola, con un ministro, Poletti, che un giorno annuncia, un giorno nega quel che ha detto. E il riemergere di un tema, l'abolizione o meno dell'articolo 18, che ha a lungo diviso il paese, e che certo meritava di essere trattato , non fosse altro per capire cosa ne pensa il governo, e che è stato però seppellito sotto un aggettivo, in questo caso "superato".
Ma se la voce lavoro è dispersa, la voce giustizia, la più delicata da vent'anni a questa parte, è finita dritta dritta di nuovo nelle secche dello scambio politico, irretita nelle fibrillazioni della maggioranza e delle preoccupazioni di Silvio Berlusconi. Stesso destino per le risorse fresche, i milioni promessi per il rilancio dell'economia, passati da 43 miliardi, oppure 30, altre cifre vaganti, a infine solo a 3,8. 
Nel complesso, persino le azioni giuste, che riguardano soprattutto la semplificazione normativa, sbiadiscono in rapporto a tutta la retorica dei mesi passati - Renzi, ricordate, è lo stesso leader che solo sei mesi fa accusò il suo predecessore Enrico Letta di usare "il cacciavite" laddove, disse, per cambiare l'Italia ci voleva "una rivoluzione". Altro che cacciavite - al suo primo incontro con il mondo reale della vita dei cittadini Renzi ha fatto soprattutto manutenzione.
La nomina della Mogherini a Lady Pesc sembra segnare invece l'azione internazionale del premier di ben altra caratura di quella mediocre nazionale. Quella nomina, va detto con chiarezza, è un indubbio successo, e la Mogherini non è né giovane - solo in Italia si è giovani a 40 anni - né inesperta. A lei vanno i nostri auguri perché dal suo lavoro dipendono oggi molte vicende, prima di tutte la potenziale guerra in Europa, ad alto impatto anche nazionale.
Ma, parlando appunto di guerra, come in Italia, così a Bruxelles non abbiamo sentito nessun discorso di contenuti accompagnare la nomina. Non sappiamo oggi più di ieri perché abbiamo chiesto il posto di Lady Pesc. Perché vogliamo creare un nuovo detente contro la Russia, perché temiamo una seconda guerra fredda, perché pensiamo che solo noi Italiani possiamo essere un ponte fra russi e Occidente, perché pensiamo che i russi possano aiutarci in Medioriente - o forse sono essenziali solo a noi italiani perché così abbiamo una leva in più in Occidente? Di quale di queste opzioni si tratta? Esattamente per cosa ci batteremo sul cosiddetto scacchiere mondiale? Siamo con Kissinger che chiede di ridefinire tutti gli strumenti di intervento, siamo per definire una nuova frontiera occidentale, siamo per un ribaltamento di alleanze in Medioriente, o per nuovi fronti militari? Siamo per i diritti umani o per la realpolitik? Siamo per bombardare Isis con Assad, e l'Iran, e vogliamo pagare per gli ostaggi, o liberarli impiegando le forze speciali? Insomma cosa pensa Renzi, premier del nuovo mondo? Per ora abbiamo soltanto sentito ripetere la frase "mediazione" a ogni angolo. Speriamo che basti.
Ma se non ha parlato di politica estera, Renzi ha però fatto un commento per festeggiare la nomina di Mogherini: "questa nomina indica che c'e' una nuova generazione al potere". E questa frase è in fondo il vero cuore della sua identità politica- il raggiungimento del potere. Un potere formale, materiale, riconoscibile in una serie di posizioni per sé e per tutti i suoi associati.
Non c'é nessun disprezzo in quel che dico. Il potere è l'anima della competizione pubblica da sempre. Non per tutti, non sempre, ma afferrarlo e esercitarlo è la ragione per cui si scende - o non si scende - in politica. O, almeno, in un certo tipo di politica .
E nella piattaforma renziana, fin dall'inizio, il potere ha un ruolo centrale, sotto forma di rottamazione, annuncio di un ricambio generazionale fatto con maniere decise. Obiettivo del tutto legittimo, parte della dinamica dell'evoluzione, e base molto forte della popolarità che ancora gonfia la bandiera renziana. 
Su questa piattaforma Renzi si è rivelato geniale, e degno erede di quella grande scuola della Dc che ha visto in Andreotti il suo maggior e più pragmatico rappresentante, quello del potere che logora solo chi non ce l'ha. Come un treno, ha saputo cogliere le debolezze del suo partito, del sistema burocratico romano, delle classi dirigenti italiane prima e quelle europee dopo. È riuscito a intimidire con insulti alcuni di loro, altri li ha invece piegati con la seduzione della sua energia, altri ancora facendo leva sull'opportunismo di chi ama i vincenti.
La sua è stata una visione del potere senza gabbie etiche, solo e puramente funzionale. Non ha mai avuto dubbi infatti sulla natura tattica delle alleanze, e così come non ha esitato a far fuori Enrico Letta, così ha risdoganato e rimesso al centro senza nessuna spiegazione l'arcinemico del suo stesso partito, Silvio Berlusconi; o ha distrutto e rivivificato carriere a seconda dei voti che aveva necessità di raccogliere su questo o quel provvedimento. Che la priorità assoluta dei primi sei mesi della sua attività di governo sia stata la riforma del Senato ha senso solo in questo percorso.
Non è in sé sbagliato. Come si diceva è una idea che viene da una onorata e molto lunga tradizione - il potere si giustifica col potere perché solo il potere autorizza il cambiamento. Renzi in questo sfoggio di forza ha infatti affascinato e addomesticato quasi il 50 per cento del paese.
C'è un solo problema in questo schema, e che ora si presenta alla sua porta. Dopo la conquista, il potere occorre riempirlo di fatti, di idee, di proposte. E su questo Renzi arriva tardi e male. E non solo perché non ha i soldi. Anzi. 
Arriva tardi e male perché in questi mesi non ha saputo o voluto raccordarsi davvero con il paese, e la sua crisi. Il suo orizzonte è stato il più politicista di tutti i leader più recenti. Proprio perché concentrato sulla presa dei centri di potere. Ma non ha saputo mai spiegare a tutti noi perché si sta sempre peggio, cos'è che non funziona nelle nostre città e come mai l'Italia ha continuato a scivolare verso dati economici negativi. Non lo abbiamo visto parlare con nessun poveraccio, salvo i suoi giri veloci e le sue pacche sulle spalle. Ha visitato a mala pena qualche fabbrica, della lunga vicenda della Alcoa non ha preso mai nota, ha fatto i suoi gesti di potere disprezzando Squinzi e i sindacati, ma ha visto Landini che è 'nuovo' e cool ma non sembra avergli parlato a sufficienza da capire che lui e Landini vivono in luoghi diversi. Parla tanto di quote rosa, ma non parla mai di aborto, di diritti, di bambini uccisi da madri a da padri in depressione. Non ha mai fatto una filippica sull'onestà collettiva, sulla evasione fiscale, in compenso abbiamo tante filippiche su gufi e invidiosi e specie altre. Non ha mai detto una parola sul disagio dei giovani, sul degrado che alcol droga e bassi affitti hanno scatenato questa estate sul nostro territorio nazionale, in compenso fa docce gelate, e prepara una mossa smart via l'altra, un permanente girotondo di discorsi, conferenze stampa, convegni - oggi sappiamo già della conferenza stampa di mercoledì e poi del convegno europeo di venerdì e poi della la visita all'Onu prima anticipata da quella - e dove altro? - alla Silicon Valley.
Ma soprattutto sembra non aver mai albergato nella sua testa l'idea che un paese in gravissima crisi c'è bisogno di un qualche misura speciale. Forse di una idea di unità nazionale che non sia solo il suo patto con Berlusconi e Ncd a fini di raccattare i voti che gli servono.
Roosevelt fece i lavori pubblici, Marshall finanziò la ripresa europea, Mussolini risanò le paludi. E lui ha qualche compito cui tutti noi possiamo concorrere, ha in mente una chiamata alla responsabilità di lavoratori e imprenditori, come in Germania ad esempio, o la ripresa viene automaticamente fuori dal suo inarrestabile presenzialismo? Si è mai chiesto Renzi perché i suoi 80 euro non hanno funzionato? Dove li ha messi la gente che li ha ricevuti? Sotto il materasso? Ha saldato i debiti pregressi? Nemmeno con quei dieci milioni di Italiani che ha concretamente e generosamente aiutato lo abbiamo mai visto parlare. 
Il premier si fa sempre un punto di far sapere di fregarsene delle opinioni dei suoi critici. Ma le cambiali arrivano anche per lui. E nel caso di questi ultimi giorni la conseguenze del suo stile di lavoro si sono viste.
Alla fine di questa girandola di gestione di potere, arrivato al dunque delle misure da decidere per il paese, i tanti suoi progetti sono poi stati filtrati, messi in ordine e limitati da uomini più saggi e più vecchi di lui. Le sue ambizioni meravigliose si sono scontrate con la fermezza del ministro del Tesoro nel tenere i piedi per terra nei conti, nella fermezza di Napolitano di non prestarsi a giochi di illusionismo politico, e con la figura imponente di Mario Draghi diventato ormai il real player politico anche per l'Italia, oltre che per l'Eurozona.
Alla fine, spenti i fuochi artificiali, il Renzi che esce da Palazzo Chigi e naviga nel mondo reale è nei fatti un premier tenuto continuamente a balia da altri. Un premier decisamente messo al suo posto di ragazzino. E non solo dalla copertina dell'Economist.


domenica 14 luglio 2013

Perché il sistema vuol salvare Silvio e perché non farlo

Ci sono tre ragioni, a mio parere, per cui il sistema, cioè quell'insieme di equilibri di potere che si erge in questo momento a garante della stabilità italiana, pensa che sia necessario "salvare" dalla condanna Silvio Berlusconi.
1) Silvio Berlusconi non è Bettino Craxi. Il leader socialista era un prodotto tutto interno alla politica. Craxi aveva molte doti necessarie a capire come muovere il sistema, ma poca "piazza". E soprattutto poco "retroterra". Il suo era un partito che faceva da vaso di coccio tra i vasi di ferro di due organizzazioni inchiavardate nella tensione della Guerra Fredda, la Dc e il Pci. La vicenda Craxi si svolge proprio sulla faglia di scongelamento di questo conflitto, e ne viene per molti versi assorbito come parte di un rimescolamento delle carte nell'intero mondo di allora.
Silvio Berlusconi invece è un leader che ha governato per buona parte di venti anni, non certo come prodotto della "politica", anzi rovesciando al suo interno la capacità di interpretare idee e bisogni popolari, oltre ai suoi interessi personali. Il suo partito, oggi in crisi, ha ancora un consenso che ammonta a un quarto dell'elettorato, ed è un consenso capace di scendere in piazza. Appoggiato inoltre, come ben sappiamo, da una sistema robusto di Tv e altri media. Cosa che Craxi non ha mai nemmeno sognato. Insomma, "estrarre" Silvio dalla Politica oggi è operazione potenzialmente molto più devastante di quella mirata su Bettino.
2) Silvio Berlusconi non è solo un politico potente, ma, come abbiamo appena ricordato, è anche un potente imprenditore: uno degli uomini più ricchi del paese. E non vanno sottovalutate le inquietudini e le paure che una eventuale condanna muoverebbe fra i suoi pari. La "invadenza" della magistratura nel mondo degli affari è una battaglia che Silvio combatte ad alta, ma che molti altri suoi pari, spesso silenziosi per senso della opportunità (propria), condividono. Nel mondo delle Ilva, delle ThyssenKrupp, delle delocalizzazioni selvagge, delle Pomigliano D'Arco, i giudici non sono amici. E quando si parla di "lacci e lacciuoli" di cui liberarsi per dare soluzione alla crisi spesso, come sappiamo, si parla di burocrazia, ma si intendono i tribunali. Una condanna del leader Pdl invierebbe a questo mondo un messaggio certo non ben accetto.
3) Silvio Berlusconi, e anche qui va fatto un paragone, ha una collocazione internazionale molto più solida di quella che aveva Craxi. Nel suo doppio ruolo di grande imprenditore e premier da venti anni è presente sulla scena mondiale. E nonostante le molte critiche ricevute non è esattamente privo di amici. A differenza di Craxi che aveva sfidato gli Stati Uniti in un periodo in cui Washington, delusi dai tradizionali alleati (in Italia la Dc) cercavano nuovi equilibri post-guerra fredda, Silvio ha con Bush un ottimo rapporto. E non ha in Obama - un presidente oggi debole ed esitante di fronte a ogni tipo di ingerenza all'estero - un nemico. In compenso ha come amico un uomo molto importante in Europa, quel Putin che domina vigorosamente la scena mondiale, e la cui amicizia non a caso è ampiamente sfoggiata dal politico Pdl.
Tutte queste ragioni portano a una conclusione che preoccupa il sistema: una eventuale condanna avrebbe un impatto sul tessuto politico italiano e internazionale molto serio. Sicuramente più grave di quello avuto dall'abbandono di Bettino Craxi. Invelenirebbe il panorama italiano, acuendone lo scontro interno. Imbarazzerebbe in via ufficiale (anche se a molti di loro in privato farebbero spallucce) i leaders occidentali, essi stessi messi sotto pressione da contestazioni, ed errori, in una crisi difficile da governare. La prima vittima - continua il ragionamento - sarebbe di nuovo la reputazione italiana, mostrando un paese più diviso che mai, dalla incerta governabilità.
La condanna di Berlusconi sarebbe nei fatti la condanna anche del governo Letta e forse di molti altri governi a venire, per lo strascico di divisioni e fallimento che si porterebbe dietro. Di qui l'aria di trincea, il dispiegamento a difesa intorno al governo Letta, e, anche, le fumisterie legal/istituzionali che oscurano il cuore del dilemma. Che è e rimane uno solo: si può e si deve cercare di "salvare" con un qualche escamotage legal/istituzionale Silvio Berlusconi dal giudizio di una Corte?
Le tre ragioni di cui ho fin qui parlato non sono infondate. Sono argomentazioni serie sulle conseguenze del terremoto che seguirà una eventuale condanna del leader Pdl. Ma, a mio parere, alle tre ne va aggiunta un'altra che da sola è forte come le altre insieme. Ed è la ragione per cui sono contraria che si "salvi il soldato Silvio".
"Salvare" un leader politico che manipola la Giustizia costituirebbe ugualmente per noi un danno alla nostra reputazione internazionale, confermandoci come l'anello debole della governabilità europea. Infine, inasprirebbe comunque la opinione pubblica. Alienando quella parte che vuole una politica con un chiaro rapporto con le istituzioni. Quello che vediamo in queste ore - la serenità di Silvio Berlusconi e le scosse che attraversano il Pd - è l'anticipazione di un diverso (ma ugualmente efficace) processo di disfacimento della stabilità governativa.

Lucia Annunziata (Huffington Post, 14 luglio 2013


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)