Il presente blog costituisce un almanacco nato per raccogliere i testi completi (ed annesse fotografie e video) dei post pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web originarie (solo se disponibili).

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domenica 23 maggio 2010

Michele Santoro: 'E' il momento di fare da soli'

I nemici, gli amici, i conti in tasca e la tv: il conduttore a tutto campo
“Scusa, Marco, ma tu pensi davvero che, se la Rai mi offriva di dirigere una rete o un tg, o se soltanto mi chiedeva di continuare Annozero senza più guerre, io me ne sarei andato a fare un salto nel buio?”.
Michele, è un’ipotetica del terzo tipo: alla Rai comanda Berlusconi.
Certo, ma il Pd ha tre consiglieri, tra cui il presidente. A me sarebbe bastato che un pezzo del Cda facesse una battaglia per noi. Invece, appena ricevuta la proposta di Masi sulla transazione per farmi uscire dall’azienda, anche i consiglieri del Pd si sono affrettati a votarla. La prova che non considerano Annozero una risorsa strategica per la Rai.
Secondo te perché?
Prima del 2002,a ogni tornata di nomine Rai, si faceva il mio nome per dirigere tg e reti. Nel ’94 la presidente Letizia Moratti (Forza Italia) mi voleva direttore del Tg3. Dall’editto bulgaro in poi, il mio nome è scomparso anche dalle rose di nomi, anche del centrosinistra. La verità è che l’editto bulgaro vige tutt’oggi, per giunta condiviso dal centrosinistra. La pregiudiziale contro di noi è unanime, anche molto in alto...
Quanto in alto?
Lasciamo perdere, per carità di patria.
La gente ti chiede perché non sei rimasto a difendere la trincea di Annozero: pensavi che comunque, a settembre, il programma non sarebbe ripartito?
Naufragata – grazie alle intercettazioni di Trani – la maxi-multa dell’authority che doveva fornire il pretesto per chiuderci, a settembre saremmo entrati in una diversa sfera di scontro: nuove trappole e altri ostacoli per impedirci di ripetere questa stagione straordinaria. Avremmo passato il tempo a schivare le pallottole, anziché studiare nuovi linguaggi per raccontare al meglio la realtà italiana. Innovare è impossibile in un’azienda che ti fa la guerra. Io per esempio non ne posso più di questo contraddittorio spacciato per pluralismo: il pluralismo è una regola democratica che dà voce a tutte le opinioni, il contraddittorio è un format spettacolare. Non sta scritto da nessuna parte che tutte le opinioni debbano esprimersi nello stesso posto contemporaneamente, magari l’una sull’altra, magari per coprire o per calunniare te mentre stai raccontando un fatto. Ma come si fa? Nella gabbia di questa Rai non avremmo potuto cambiare una virgola: ogni novità diventa un pretesto per bloccarci.
E quindi?
O garantiscono di smetterla, oppure è ora di raccogliere il messaggio di Raiperunanotte: ce ne andiamo fuori dalla Rai a sperimentare forme narrative nuove e più efficaci. A farla fuori dal vaso, liberandoci dal cappio dei partiti, ora che al Paladozza abbiamo sperimentato con successo nuovi canali di trasmissione. Perché il conflitto di interessi non è solo di Berlusconi, ma di tutti i partiti che occupano la Rai, le Authority e tutto il resto.
Davvero non c’erano speranze per Annozero quinta edizione?
Chi non vive in redazione non sa quante armi sfoderano per bloccarti: niente cachet per questo o quell’ospite, niente docufiction, no a questa o quella troupe, e poi le diffide dell’ufficio legale, i contratti dei collaboratori, le convocazioni dei ministri, la commissione di Vigilanza, le multe, i divieti di parlare di processi e inchieste, oltreché naturalmente di Berlusconi...Devi chiedere autorizzazioni su tutto e per tutto, anche per usare al meglio il tuo budget. Non a caso i prodotti più forti della Rai sono ormai fatti in outsourcing, vedi Che tempo che fa: molto meglio che sia la Endemol a invitare questo o quell’ospite...Poi c’è la strategia giudiziaria: cause civili abnormi come quella da 40 milioni di euro degli Angelucci e, alle spalle, un’azienda che invece di sostenerti ti fa causa a sua volta. Stare lì a parare i colpi significherebbe dare gioco facile ai censori e alla censura. Non potevamo continuare a pagare noi il biglietto per andare in onda.
Ma Annozero sotto assedio non è comunque meglio che niente Annozero?
Non è detto. Oggi l’intero sistema politico è in crisi, ma Annozero da solo non può ribaltare il sottostante sistema dell’informazione. Rischierebbe di diventare un rito consolatorio, con una gigantesca platea che si ritrova il giovedì a celebrare il giorno del marinaio: stasera si parla male di tizio o di caio. Io speravo, tornando nel 2006, di contribuire a cambiare il sistema verso la libertà: lo dissi subito, invocando il ritorno di Biagi, di Luttazzi e della Guzzanti. Invece Annozero non si è propagato nel resto del sistema, che anzi espelle altre voci meno “eversive” della tua, di quelle di Sabina, di Daniele: ora tocca a Morgan, a Busi...Che faccio, li chiamo tutti io nell’accampamento recintato? Arroccarsi sulla difensiva è sbagliato. A volte siamo riusciti a intaccare l’Agenda Unica, ma solo quando qualche grande giornale ci veniva dietro e trattava i nostri temi, o viceversa. Per il resto siamo rimasti soli nella gabbia.
Te la sei presa con Curzio Maltese che ha parlato di resa, ma non ha ragione lui quando osserva che oggettivamente Berlusconi e Masi hanno coronato il sogno di chiudere Annozero?
Diversamente da Aldo Grasso, che è prevenuto e prevedibile, al parere di Curzio tengo molto. Gli chiedo di aspettare qualche mese prima di giudicarmi: io non alzo bandiera bianca e non vado in pensione, non oserei più guardarmi allo specchio. L’avventura che voglio intraprendere è rischiosa, ma appassionante. Spero che possa essere valutata già tra qualche mese. So bene che il pubblico, quando viene privato di un programma libero, uno dei pochi, reagisce male. È una reazione che non puoi cancellare, a meno di stare lì a lottare fino all’ultimo sangue, in attesa che ti neutralizzino. Ma, ora che posso, voglio fare quello che avete fatto voi con il Fatto Quotidiano: è il momento di liberarsi dei grandi gruppi editoriali e di fare da soli, cercando soluzioni più agili per far arrivare le notizie alla gente tramite altri canali. Se poi non ci riesco, vorrà dire che avrà vinto Berlusconi. Anzi i partiti. Ma non posso restare a queste condizioni in una Rai che – lo dice il suo presidente – potrebbe morire. Sarei complice dell’omicidio e l’alibi per l’assassino.
Che cosa vuoi fare da grande, oltre alle docufiction per la Rai?
È il capitolo più importante della mia nuova ricerca. Raiperunanotte insegna che, se il contenuto è forte, i contenitori si trovano, e con ascolti da grande tv generalista. Senza che nessuno ti possa bloccare o condizionare. La sfida è trasferire l’esperienza di quella serata unica nelle forme più efficaci, per fare di Raiperunanotte qualcosa di non episodico, di stabile.
Sogni ancora di fare un telegiornale?
Odio questa parola. L’obiettivo più scomodo per il potere, da raggiungere anche per gradi, è comunque qualcosa di nuovo che incida sul flusso quotidiano delle notizie. Ora che torno libero, mi guarderò intorno...
Parliamo di soldi. Da uomo di comunicazione, riconoscerai che certe cifre impressionano molto.
L’importante è che siano esatte e non inventate. Io non sono san Francesco né voglio apparire tale: sono un professionista che si occupa di questioni sociali e non vuole rinunciarvi per il ricattuccio volgare dei compensi. Se volevo far soldi, sarei rimasto a Mediaset, dove prendevo il doppio che alla Rai. Se volevo vendermi a Berlusconi, mi ero già venduto, come insinuava qualcuno. Ma è possibile che, per i cantori del libero mercato di casa Berlusconi o del Corriere della Sera, le regole della concorrenza valgano per tutti tranne che per me o per Grillo? Prima o poi farò un museo open air della mia vita, farò entrare la gente in casa mia, appenderò i miei stipendi e le mie dichiarazioni dei redditi, così si vedrà che non sono un nababbo: vivo bene, sono un privilegiato rispetto a milioni di persone in difficoltà, ma non rispetto ai miei colleghi. Sono disposti i miei colleghi a fare altrettanto?
Insisto sui soldi: che sono quei 10, quei 17 milioni di cui leggiamo?
Io guadagno 700 mila euro lordi, 370 mila netti, all’anno: stesso stipendio del 1999. L’azienda incentiva i dipendenti a uscire, me compreso, con uno scivolo di tre annualità. E siamo a due milioni, fine. Così me ne vado da un’azienda che dovrebbe pagarmi, anche se non facessi più Annozero, fino al 2016.
Vespa lamenta di essersene andato con soli 150 mila euro di liquidazione nel 2001.
Sì, ma poi gli hanno fatto un contratto di collaborazione di circa due milioni all’anno per molti anni in esclusiva. Io non avrò nulla del genere.
E i milioni per le docufiction?
Creerò una società per realizzare e fornire alla Rai “chiavi in mano” quattordici serate in due anni con prodotti prevalentemente cinematografici. Ovviamente è previsto un largo uso di attori. Costo medio: meno di quello che spende RaiDue per le sue prime serate. Quei soldi non sono mica per me, ma per tutta la squadra e soprattutto per il prodotto. Se poi prendo i soldi e scappo, mi arresteranno. Capirei se qualcuno dicesse: facciamole dentro l’azienda, queste serate. Ma è quel che dico da quattro anni e non trovo nessuno con cui parlarne.
Hai evocato Bersani e lui ti ha paragonato a Balotelli.
Ringrazio per la battuta, ma io attendo di sapere se il Pd vuole Annozero oppure no.
È vero che hai incontrato Bersani prima di decidere?
No, e perché mai? Io ai partiti non ho mai chiesto niente per il mio lavoro. Ma ho buone ragioni per sapere che Bersani era bene informato di quel che succedeva.
Van Straten e Rizzo Nervo dicono di aver approvato la transazione per farti un favore.
Nemmeno a loro ho chiesto niente, se non che dicessero la verità su cosa vogliono che la Rai faccia di me. Li ho informati della situazione due mesi fa, avevano tutto il tempo per farsi un’idea. Così come il presidente Garimberti: è impensabile che non conoscesse i termini della mia transazione con Masi. Se non erano d’accordo, potevano fare qualche obiezione.
Ricapitoliamo: tu prima hai parlato con Masi?
Certo, è il direttore generale. Gli ho chiesto che cosa voleva la Rai da me: mi date un canale satellitare, avete una proposta da farmi per il futuro? Risposta: proponga lei. Ho fatto una serie di proposte per il mio futuro da dipendente della Rai. Risultato: mi hanno trascinato in Cassazione per far annullare la sentenza d’appello che mi reintegrava in onda in base al mio contratto con la Rai. Ho chiesto a Masi: come si esce da una vertenza che potrebbe durare altri tre anni? Mi ha risposto che la soluzione era che uscissi dall’azienda con una transazione. Una condizione senza alternative. Allora ne ho parlato col presidente Garimberti e gli ho esposto il “paradosso Santoro”: la Rai tratta come un clandestino, come un criminale, l’autore di un programma di punta che porta ascolti, pubblicità e guadagni all’azienda. Possibile che io sia un ingombro sopportato, anzi imposto dai giudici? Lui mi ha assicurato di non sapere nulla del ricorso della Rai in Cassazione. A te pare possibile? Gli ho detto ciò che avevo appena detto agli altri due consiglieri Pd: che intendevo riprendere il mio percorso creativo per la televisione che ho in mente, attendevo proposte dagli amministratori e le avrei considerate. Nessuna suggestione nemmeno da loro.
Ma non avevi chiesto l’unanimità del Cda sulla tua transazione?
Avevo chiesto che la Rai prendesse una decisione condivisa. Sono i consiglieri che dovevano analizzare l’accordo: se non li convinceva, non l’avrei firmato neanch’io. Se pensavano che dovessi andare avanti, anche rifacendo Annozero e basta, ne avrei tenuto conto. Invece hanno firmato tutti e ora dicono che l’hanno fatto per me: è la bugia del secolo. Hanno preferito accreditare la tesi che ero stanco e volevo arrendermi.
Ci sono spazi per rivedere tutto?
Gli amministratori sono loro, io sono un conduttore televisivo. Se hanno detto sì, vuol dire che erano tutti d’accordo con la linea di Masi per la mia uscita dall’azienda concordata con me. Ora si assumano la loro parte di responsabilità. Dicano che questa è l’unica soluzione possibile, per la destra e per la sinistra, oppure dicano che hanno cambiato idea. Se il Cda approva la delibera, io ne deduco che sono tutti d’accordo che io me ne vada. Se non lo fossero stati, io non me ne sarei andato. Ci hanno ripensato? Hanno deciso, finalmente, di costruire un progetto editoriale intorno a me e alla mia squadra? Se me lo dice qualcuno, io resto, anche per rifare Annozero. Ma se pensano che è meglio liberarsi di noi, allora voglio far rivivere lo spirito di Annozero fuori dal sistema dei partiti. È tutto molto chiaro, tutte le carte sono in tavola, troppo facile scaricare ogni cosa su di me. Del resto, Marco, ragioniamo: ma da quando in qua gli amministratori di questa Rai fanno quel che gli dice Michele Santoro?

Media&Regime | Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano del 22 maggio 2010)


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