"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 3 settembre 2009

Bari


Si arriva a piazza San Nicola attraverso un dedalo di piccole strade, tra bottegucce sempre gremite, in un colorito viavai di gente, costeggiando un muraglione di pietra: si varca un arco, ed ecco apparire, in uno spazio spesso deserto, quella che una studiosa, Pia Belli d'Elia, descrive come la più antica e la più severa di tutte le costruzioni romaniche di Puglia, solida ed essenziale come una fortezza, monumentale simbolo della potenza religiosa benedettina, della forza civile e militare normanna.

San Nicola non è soltanto il protettore di Bari, ma al suo nome è legato anche qualcosa dello spirito dei suoi devoti che per procurarsi un patrono, novecento anni fa, imbarcarono trentasei marinai, con la missione di andare a Mira, in Asia Minore, sfidando il mare e le tempeste, per recuperare le reliquie del virtuoso cristiano.

Dice un proverbio locale che “i sacrifici nascono prima dei figli” e i pugliesi hanno come più spiccata virtù l'intraprendenza, una instancabile voglia di fare: e, non disponendo di risorse naturali, si sono buttati nei traffici.

Si racconta che arrivarono gli arabi e vendettero ai baresi tappeti orientali, ma poi i baresi andarono in Oriente e rivendettero agli stessi arabi i loro tappeti, traendone, ovvia mente, un certo utile. Il barese, è una massima, o vende o muore. Hanno sofferto la febbre dell'acqua come altri quella del petrolio e dell'oro: e fino al 1912, quando venne inaugurato l'acquedotto, una flottiglia di battelli cistema scaricava, perché fosse messa in vendita, quella che veniva definita la prelibata acqua di Napoli. Quando si dice Bari, si vuole alludere, o pensare, alle Fiere del Levante, e quindi ai commerci: la città è un'unica, grande vetrina, e i greci, gli albanesi, i montenegrini, i bulgari, i turchi e i ciprioti sono da secoli abituati a venire quaggiù a mercanteggiare lane e sete, olii e vino, grano e bestiame.

Ma c'è anche un folto tessuto di piccola e media industria, e ci sono oltre che una prestigiosa università centri di ricerca e di calcolo avanzatissimi, tecnologie raffinate e d'avanguardia, impianti d'informatica. Bari è una delle province più ricche d'Italia, che contende a Palermo e a Napoli il titolo di capitale del Sud e il cui sviluppo, anche caotico, perché il calcestruzzo ha dilagato, le ha procurato la fama di California selvaggia.

E’ lontana la rappresentazione tratteggiata da Giuseppe Schiraldi, uno scrittore che in questa terra è nato, e che riporta agli anni della società contadina: La casa aveva la facciata dipinta di bianco, come se quella mano di calce avesse dovuto rendere più nitida l'immagine della famiglia.

Il bianco era per lui pulizia e decoro. Candidi dovevano essere i colletti delle camicie, immacolate le tovaglie alla tavola anche quando non riusciva a nutrirlo. Una dignità difficile da mantenere. Credeva bisognasse comportarsi davanti alla miseria come in faccia alla morte. Ignorandola per poterne vincere la paura.

Se il leccese, dicono, è contemplativo e il foggiano fatalista, il barese quello che vuole, lo fa.

E ha ragione Francesco Sorrentino quando scrive: Siamo fatti così noi meridionali, passiamo la vita a vergognarci proprio di cose che non dovremmo. Ci sforziamo di sembrare milanesi. E facciamo malissimo.


Enzo Biagi (I Come Italiani - 1993 - Rizzoli)


Carceri, giustizia e separazione delle carriere e la soluzione Perduca spiegata a La7


Il 27 agosto il Telegiornale de La 7 ha ospitato, come è sua (apprezzabile) tradizione, il senatore Marco Perduca; come apprendo da Google, Perduca appartiene al gruppo radicale anche se è stato eletto nelle liste del PD. Digiuno come sono di questi meccanismi squisitamente politici, non capisco bene come una persona che si candida nelle liste di un partito che si oppone allo schieramento di maggioranza, una volta eletto possa cambiare idea e, folgorato come Paolo
sulla via di Damasco, passi dalla parte del vecchio avversario; ma tant’è, così è andata.
L’argomento che il senatore Perduca ha trattato è stato quello carcerario, di cui dice di avere buona esperienza avendo passato l’estate, a quanto si è capito, a visitare le carceri italiane. E ha detto che queste carceri sono superaffollate perché ci sono circa 64.000 detenuti e solo circa 41.000 posti. Niente di nuovo, lo sappiamo da molti anni, in particolare dal luglio 2006, quando l’argomento è stato utilizzato come pretesto per un indulto calibrato sulla necessità di far evadere Previti dalla detenzione dorata nel suo mega appartamento di Piazza Farnese a Roma. Da allora, sorprendentemente (?), nulla è stato fatto per risolvere il problema; in particolare non è stato costruito alcun nuovo carcere, il che, come ognuno capisce, è una delle prime cose da fare per una situazione di questo tipo. Forse perché, in realtà, il senatore Perduca ha altre soluzioni in carniere. E, approfittando dell’ospitalità de La 7, le ha spiegate agli italiani.
Ecco, per risolvere il problema carcerario, secondo Perduca, ci va una riforma completa della giustizia e, in particolare, la separazione delle carriere (tra giudici e pubblici ministeri) e la discrezionalità dell’azione penale.
Come spesso succede ai nostri Soloni (Solone era un grande legislatore ateniese vissuto circa 500 anni prima di Cristo; speriamo che non si offenda per questo azzardato paragone), di spiegare in cosa consistano queste due epocali riforme non se ne parla; eppure, se uno non ha una qualche competenza giuridica, cosa voglia dire “separazione delle carriere” e “discrezionalità dell’azione penale” proprio non lo capisce. Sono sempre restato nel dubbio se la costante mancata spiegazione di una così profonda riforma costituzionale si debba all’ignoranza dei molti che ne parlano senza sapere bene quello che dicono; oppure se si tratti di una scelta voluta: perché, se i cittadini sapessero davvero cosa questa gente propone, la caccerebbe via alle prime elezioni disponibili. Sia come sia, separazione delle carriere vuol dire che i giudici restano a fare i giudici e i pubblici ministeri, che adesso sono magistrati anche loro, diventano “avvocati della polizia” (la definizione è di Berlusconi). Questo significa che, oggi, i pubblici ministeri (che di mestiere fanno le indagini) sostengono l’accusa solo per quelli che ritengono colpevoli; poi il giudice deciderà se condannarli o no. Una sorta di doppio filtro: prima un magistrato PM che indaga solo quelli che ritiene colpevoli e che chiede l’assoluzione per quelli che ritiene innocenti; e poi un magistrato giudice che (di questi) condanna solo quelli che anche lui ritiene colpevoli e assolve quelli che ritiene innocenti. Domani, se passa questa riforma (che è una riforma costituzionale perché la Costituzione prevede appunto una cosa diversa) i pubblici ministeri faranno come qualsiasi avvocato: il loro cliente sarà lo Stato (la Polizia, i CC, la GdF); il loro mestiere sarà quello di difendere le tesi dello Stato davanti ai giudici. Il problema è che lo Stato non dà molte garanzie di imparzialità: sia in certi casi, quando il colpevole è un amico o un amico degli amici (pensiamo a Previti, allo stesso Berlusconi, agli imputati del processo Abu Omar); sia in certi altri, quando il colpevole (presunto) è un avversario politico che fa tanto comodo eliminare. Ecco, in questi casi, il pubblico ministero non avrà scelta: davanti al giudice non sosterrà la tesi giusta (o quella che lui, in piena indipendenza, crede tale) ma quella che gli verrà imposta dallo Stato. Con tanti saluti per l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
La discrezionalità dell’azione penale si posiziona nel medesimo filone: è uno strumento per selezionare i processi che si fanno e quelli che non si debbono fare. Con regolari scadenze, magari ogni anno, il Parlamento o un organo appositamente costruito dalla politica, stabilirà per quali reati si debbono fare i processi e quali invece possiamo lasciar perdere. Oggi non è così: la nostra Costituzione dice che l’azione penale è obbligatoria, cioè per ogni reato si deve fare un processo: che sia un furto in alloggio o il falso in bilancio di Berlusconi. Naturalmente tutto sta nel vedere per quali reati si stabilirebbe che si debbono fare i processi: e che la politica preveda che i reati che le sono abituali (corruzione, frode fiscale, falsi in bilancio, peculati etc.) debbano essere processati credo sia eventualità molto remota.
Adesso che i termini della questione dovrebbero esserci più familiari (speriamo), possiamo tornare alla ricetta Perduca. Ha detto dunque il senatore che, se si procederà alla separazione delle carriere e alla discrezionalità dell’azione penale, il problema carcerario sarà risolto.
Ora, sempre il senatore Perduca dovrebbe cortesemente spiegarci in che modo la separazione delle carriere dovrebbe consentire questo mirabolante risultato. Un PM “avvocato della Polizia”, in teoria, dovrebbe sostenere l’accusa in un numero di processi molto maggiore di quanto non faccia ora il PM-magistrato. Bene o male, qualche volta (tante volte) il PM-magistrato ritiene che le prove presentate dalla Polizia non siano sufficienti e chiede che l’imputato venga assolto; e, in genere, il giudice la pensa come lui. Oggi, in verità, molti extracomunitari, arrestati per uno dei vari reati previsti dalla legislazione in materia di immigrazione, vengono assolti e scarcerati (quindi in prigione non ci vanno) perché prima il PM e poi il giudice scoprono che le condizioni legali per procedere all’arresto e alla denuncia non c’erano. Un certo numero di presunti spacciatori vengono assolti e scarcerati perché le prove sull’effettivo spaccio della bustina sono carenti: attenzione, questo non vuol dire che non siano spacciatori, solo che la Polizia non è riuscita a fornire prove processualmente valide. E mica si può mandare uno in prigione perché “tanto si sa che spaccia droga”. Insomma, oggi il PM una certa scrematura la fa. Ma domani, quando il suo dovere sarà solo quello di sostenere le tesi della Polizia (ce lo ha detto Berlusconi, ricordatevelo), è ragionevole pensare che di condanne e di conseguenti detenuti ce ne saranno di più. Vero che sempre il giudice deve decidere, alla fine; ma insomma, se il lavoro del PM non lo influenzasse, in un modo o nell’altro, allora questo vorrebbe dire che il problema non esiste: il Pm non servirebbe a niente. Ma, se fosse così, perché discuterebbero (da anni) di separazione delle carriere? Che glie ne importerebbe di un PM che non fa danni? Dunque il PM danni (dal loro punto di vista) ne fa; ed è per questo che vogliono farlo fuori.
In ogni modo, mi pare ovvio che la separazione delle carriere non ha nulla a che fare con il problema carcerario; e, se proprio vogliamo trovare una relazione tra le due cose, in realtà il PM-magistrato produce meno condannati e quindi meno detenuti. E veniamo alla discrezionalità dell’azione penale. Qui un rapporto tra la riforma proposta dal senatore Perduca e il problema carcerario apparentemente c’è. Se l’azione penale non è obbligatoria, se ogni anno si fanno meno processi, se dunque ci sono meno condannati, in teoria si può sostenere che ci saranno meno detenuti e che le carceri saranno meno affollate. Solo che si tratta di una teoria sballata.
Capiamoci con un esempio. Tutti sappiamo che gli ospedali sono sovraffollati: non ci sono abbastanza letti per tutti i malati. Certo che, se stabiliamo per legge che alcuni malati non possono essere curati, allora il posto in ospedale diventa sufficiente per quelli che restano. Tutt’è a vedere se ci sta bene che la gente malata sia lasciata a morire sotto i ponti.
Ma poi c’è ancora da vedere quali sono i malati che decidiamo di non curare. Perché, certo, se stabiliamo di non curare l’influenza, le fratture, le ferite lacero contuse e insomma tutta la serie di malattie che danno origine alla stragrande maggioranza dei ricoveri ospedalieri; beh allora di posto in ospedale se ne fa. Ma se decidessimo di non curare gli infarti, i tumori di varia natura, le infezioni polmonari fulminanti, insomma le malattie più gravi ma numericamente meno incidenti, di posti se ne farebbero pochini. Ecco, qualcuno ha qualche dubbio sul fatto che nell’elenco dei reati per i quali non si dovrebbe fare il processo comparirebbero la corruzione, il falso in bilancio, la frode fiscale, il peculato etc?; e che invece si dovrebbe continuare a processare, proprio come si fa adesso, i furti, lo spaccio di droga, gli oltraggi a pubblico ufficiale, i reati degli extracomunitari e tutta la immensa quantità di illeciti che porta all’affollamento delle carceri? E, d’altra parte, pensate seriamente che una maggioranza che ha fatto della pretesa insicurezza sociale e della necessità di tutelare la collettività dai reati commessi da una folla di delinquenti extracomunitari e (bontà loro) anche di qualche italiano proporrebbe di non processare i ladri, gli spacciatori, quelli che violano le leggi sull’immigrazione e insomma la sterminata platea che ogni giorno affolla le aule di giustizia?
E allora, proprio come per gli ospedali del nostro esempio, quanti posti si farebbero disponibili a seguito del risparmio di processi dovuto a questa improrogabile riforma costituzionale? Ve lo dico io. L’85 % dei detenuti è composto da ladri, spacciatori di droga e extracomunitari che hanno violato le leggi sul’immigrazione. Il restante 15 % di assassini, rapinatori, violentatori e altri imputati o condannati per gravissimi delitti. Di falsificatori di bilancio, bancarottieri, corruttori, corrotti, evasori fiscali e gente di questo tipo ce ne sono poche decine. Ecco con la discrezionalità dell’azione penale sarebbero queste poche decine a non intasare le carceri. Gran risultato.
Adesso la domanda finale: ma il senatore Perduca lo sa cosa vuol dire separazione delle carriere e discrezionalità dell’azione penale?; oppure recita il mantra della fazione politica a cui appartiene? E, se lo sa, perché va a raccontare queste cose in televisione?

togherotte | Bruno Tinti (1 settembre 2009)


L'artiglieria pesante del Cavaliere

Il sito del nuovissimo Giornale registrava ieri come "il più letto" l'articolo intitolato "Boffo, il supercensore condannato per molestie". L'ho letto anch'io. E ho letto anche, come tutti i giorni da molti anni, l'Avvenire. Alla fine mi sono chiesto se le "rivelazioni" su Dino Boffo, direttore dell'Avvenire, anche a prescindere dalla loro dubbia accuratezza (e in assenza della versione dell'imputato) avessero influito sulla mia lettura del quotidiano, tirando addosso ai suoi argomenti un sospetto di ricatto o di coda di paglia. Mi sono risposto francamente di no. Ci ho letto, con il solito interesse, una pagina dedicata a Timor dieci anni dopo: infatti l'Avvenire è fra i quotidiani più attenti ai problemi internazionali, e fa tesoro delle fonti peculiari di comunità e missioni cattoliche. Ho letto gli articoli che ogni giorno trattano di questioni cosiddette bioetiche, e come ogni giorno ne ho tratto argomenti al mio dissenso. Ho letto con riconoscenza le pagine sull'umanità immigrata e sull'umanità incarcerata. Ho letto gli articoli sulla Perdonanza di Celestino, che piuttosto vistosamente eludevano la cena fra Bertone e Berlusconi, andata poi felicemente di traverso. Ho letto le pagine culturali di Agorà e quella delle lettere, fino alla rubrica quotidiana di Rosso Malpelo, che mi pizzica ogni tanto, ripizzicato. Stando così le cose, che le "rivelazioni" del nuovissimo Giornale siano vere o false o, peggio ancora, mezzo vere o mezzo false, non mi importa niente. La vita sessuale di Boffo, sulla quale non a caso non mi sarei mai interrogato, non ha alcun rilievo per me - e per qualunque altra persona seria- se non quando si provasse che inficia la sua lealtà e serenità professionale. In questo l'alibi dell'aggressione giornalistica contro di lui è del tutto fittizio: "Voi frugate nel letto di Berlusconi, e noi facciamo altrettanto nei vostri". Boffo non è il capo del governo, e nemmeno un sottocapo: non ha barattato le proprie relazioni private con prebende pubbliche. I suoi fatti sono fatti suoi. I suoi aggressori perfezionano l'alibi della ritorsione con la pretesa di una magnanima campagna contro "il moralismo". Il moralismo è uno di quei gomitoli di cui si è perso il capo, a furia di ingarbugliare. Ha un fondo da tenere fermo: che, con pochissime patologiche eccezioni, le persone di una società sanno che cosa è bene e che cosa è male. Che lo sappiano, non assicura affatto che seguano il bene e si astengano dal male. "Non bisogna giudicare gli uomini dalle loro azioni. Tutti possono dire come Medea: video meliora proboque, deteriora sequor". Vedo bene che cosa è il meglio, ma poi vado dietro al peggio. (Ho citato Diderot che cita la Medea innamorata di Ovidio: un po' di sbieco illuminista fa bene, ai nostri giorni. Ma bastava l'evangelista Giovanni). Tuttavia, reciprocamente, che le persone agiscano male non significa affatto che ignorino che cosa è bene, e addirittura lo proclamino. Quando lo proclamano troppo stentoreamente, dimenticandosi di allegare la propria incoerenza, allora il moralismo diventa una disgustosa ipocrisia. E' avvenuto platealmente nelle manifestazioni sull'indissolubilità sacra delle famiglie guidate da poligami ferventi, o sull'inesorabilità della punizione di prostitute e clienti da parte di puttanieri e cortigiane (scortum impudens satis - una escort davvero svergognata: così il cronista Liutprando a proposito di Marozia, concubina di papi e papessa lei stessa, in quel secolo X che si chiamò pornocrazia ). Ora l'equivoco cui Berlusconi (d'ora in poi B.: ragioni di spazio) e i suoi difensori si aggrappano è appunto quello dell'invasione moralista nei suoi vizi privati, a scapito delle sue pubbliche virtù. E dunque la rappresaglia - almeno dieci per uno, come nelle migliori rappresaglie- affidata alla Grande Berta del nuovissimo Giornale. Ma io, per esempio (che sono ufficialmente pregiudicato, e personalmente peccatore in congedo, per effetto se non altro delle stesse vicissitudini cliniche che hanno dotato altri più fortunati del premio della satiriasi senile, che i desideri avanza) non mi sarei mai piegato a rovistare nei costumi e nelle pratiche sessuali di B. o di altri, qualunque piega avessero. Come me, direi, questo intero giornale. E non mi sarei mai augurato una pubblica campagna che approdasse a un'invadenza e una persecuzione delle scelte sessuali di adulti capaci, o supposti capaci, di intendere e di volere. Ma si è trattato d'altro, fin dall'inizio: intanto, dall'inizio, dell'allusione diretta a frequentazioni di minori, a una condizione patologica, all'usanza invalsa e contagiosa di fare di incontri sessuali ossessivi, grossolanamente e ridicolmente maschilisti e per giunta mercenari l'introduzione, metà elargita metà estorta, a pubbliche carriere elettorali, governative, spettacolari. E di un contraccolpo irreparabile di discredito e di ricattabilità. B. non governa più, benché dia in certi momenti più inconsulti l'impressione di spadroneggiare, che è altra cosa. E' lì - sia detto a proposito del 25 luglio - per questo: perché altri sgovernano e spadroneggiano assai più licenziosamente alle sue spalle, e di quegli altri bisognerebbe tenere ogni conto già mentre lo sgombero è incompiuto, e minaccia di travolgere tutti. B., come succede, vuole vendere cara la pelle. E siccome è molto ricco, la venderà molto cara. L'inversione della sua politica degli ingaggi all'indomani della rotta - fuori Kakà, dentro Feltri - lo proclama. E già un solo giorno ha visto scattare la controffensiva così a lungo dilazionata del nuovo attacco. Gran colpi, combinati: la denuncia delle dieci domande di Repubblica alla magistratura, l'assalto molto sotto la cintura a Boffo, e con lui alla Chiesa cattolica romana, che dopotutto non aveva lesinato indulgenze ed elusioni nei confronti dello scandalo politico e civico, oltre che morale, del capo del governo. L'ostentata persuasione di poter forzare un qualche tribunale all'intimidazione della stampa libera, se non la pura disperazione, hanno ispirato la denuncia contro Repubblica: la quale non avrebbe desiderato di meglio che di discutere ovunque, e anche in un tribunale, di quelle domande senza risposta - o con la più nitida delle risposte- ripetute non a caso ostinatamente, in bilico fra una frustrazione e una determinazione catoniana. E insieme la scelta di distruggere in effigie il direttore del giornale dei vescovi italiani e di far intendere alla suocera vaticana che, quando si spingesse ad applicare a B. un centesimo della severità con cui maneggia le comuni presunte peccatrici, la guerra diventerebbe senza quartiere. A questa, chiamiamola così, strategia, presiede il principio secondo cui non c'è maschio, credente o no, laico o chierico, che non si possa prendere con le mani nel sacco di qualche magagna sessuale. (Maschio, dico, perché negli strateghi della controffensiva la guerra resta guerra fra maschi, e le digressioni servono tutt'al più a insultare le donne altrui o a sfregiare le proprie sospette di intelligenza col nemico). La Grande Berta, l'ho chiamata. Vi ricordate, la scena di artiglieria pesante all'inizio del Grande Dittatore. Naturalmente, possono fare molto male i tiri pesanti ad alzo zero. Possono davvero umiliare le persone e devastare le famiglie. B. non può rinfacciare a nessuno di aver attentato alla sua famiglia. Possono fare molto male, ma è difficile che possano prevalere, direi. Le due cannonate strategiche di giovedì, per esempio, denuncia contro Repubblica ed esecuzione sommaria di Boffo, all'una di venerdì avevano già fatto cancellare la famosa cena della Perdonanza. Alle 13,40 di ieri ci si chiedeva se Gheddafi non volesse togliersi lo sfizio - se ne toglie parecchi, avete visto- di disdire il pranzo con B., e tenersi graziosamente le Frecce tricolori. Nel tardo pomeriggio poi B. si è dissociato dal Giornale, cioè da se stesso. E domani è un altro giorno. Le guerre, tanto più quelle senza quartiere, non fanno bene a nessuno. B. ha una mossa vincente: dimettersi, e piantarla una volta per tutte con l'incubo del potere. Che gusto c'è ormai? Non può più invitare i capi di Stato stranieri a Villa Certosa. Nemmeno cenare all'Aquila con un Segretario di Stato straniero. Non ha da perdere che qualcuna delle sue catene televisive. Ha un'intera vita privata da riconquistare.

Adriano Sofri (La Repubblica - 29 agosto 2009)

Un vero asino


Un giorno il grillo parlante, ch’era sapiente assà, incontrò un asino e non arriniscì a tenere una risata. “Perché ti faccio ridere?” - spiò l’asino infuscandosi. “Sto pensando a quello che capitò a un tuo antenato” - spiegò il grillo parlante - “Tanto tempo fa, scrivono nei libri, un filosofo, che di nome faceva Buridano, assistemò due montarozzi di fieno frisco e profumato e proprio in mezzo ci collocò il suo asino. Sai che successe? Che l’asino, non arriniscendo a scegliere tra l’uno e l’altro dei due montarozzi, finì col morire di fame. Tu, al posto suo, che avresti fatto?” “Io me li sarei mangiati l’uno appresso all’altro” - disse l’asino ch’era un vero asino e non aveva mai letto un libro in vita sua.

Andrea Camilleri (Favole del tramonto - Edizioni dell’Altana, 2000)

Il fante di spade


Quanto gli piaceva al picciliddro, il fante di spade! Se l’immaginava suo valoroso alleato
negli spaventosi combattimenti che ogni tanto ingaggiava contro i draghi. Una sera, dopo una fantasia guerresca durante la quale il fante di spade si era comportato più coraggiosamente del solito, il picciliddro pigliò la carta e la baciò. E di subito, strammàto, vide che il fante di spade gli sorrideva e gli parlava senza suono. “Tu mi hai baciato e hai vinto la magarìa che mi condannava ad essere solo figura. Ora basterà che esaudisca un tuo desiderio e sarò libero del tutto. Spesso vedo i tuoi occhi luccicare di lacrime. Confidati. Non hai bisogno d’aprire bocca, basta che tu pensi quello che hai da dirmi”. Prima di pìnsare la risposta il picciliddro taliò l’odioso zio che, seduto sul divano davanti alla televisione, teneva abbracciata la mamma e rideva. “Vuoi sapìri perché mi vengono le lacrime? Pirchì ogni volta che papà parte e resta fora tanto tempo, arriva lo zio a trovare la mamma. Lo zio è un omo cattivo”. “Con te?” - spiò il fante. “No, con me no. Anzi, mi porta i cioccolatini e caramelle. Però quando mamma e lo zio si chiudono dintra la càmmara da letto, dopo tanticchia la mamma piglia a lamentiarsi, a sospirare forte forte, a dire: ‘Ahi! Ahi! Basta, ti prego, basta! Mi fai male! Oddio, muoio’. Ma lui continua fino a quando la mamma non si mette a gridare. E’ un omo tinto, cattivo”. “Che vuoi che faccia? - spiò ancora il fante. “Fai scomparire per sempre lo zio”. “Ai tuoi ordini” - disse il fante. Due sere appresso, mentre il picciliddro dormiva e la mamma faceva la doccia, lo zio ebbe un’emorragia interna e morì. All’esterrefatto magistrato, il medico legale che aveva eseguito l’autopsia, presentò un referto a dir poco pazzesco. A parere del medico, infatti, mentre la vittima stava facendo un solitario, una carta (che venne trovata nei suoi intestini), il fante di spade, era schizzata via dal mazzo, aveva raggiunto la bocca, era penetrata nell’esofago e qui, con la minuscola spada, meno di due centimetri, aveva reiteratamente, selvaggiamente squarciato i punti più delicati dell’apparato digerente della vittima provocando un’emorragia letale. Il medico legale venne immediatamente rimosso. E dato che s’incaponiva nella sua tesi, l’unica fu di chiuderlo in una clinica per malati di mente.


Andrea Camilleri (Favole del tramonto - Edizioni dell’Altana, 2000)

Ecco la black list di Silvio Berlusconi. I nemici del Premier uno per uno

E’diventato indispensabile fare un inventario aggiornato dei nemici di Silvio Berlusconi. Ormai la lista è lunga e si rischia di non capirci più niente senza avere notizie attendibili delle new entry. L'inventario non segue una scrupolosa cronologia ma si attiene alla stagioni politiche:

1) i comunisti, non solo quelli che aderiscono e diriggono i due partiti che si fregiano del simbolo della falce e martello, ma anche quelli che, sotto mentite spoglie, militano nel Partito democratico;

2) la sinistra, sinonimo di comunisti, con la quale non è possibile avere alcun dialogo, perché è rappresentata da bugiardi, appprofittatori, spargitori di fango a buon mercato e così via;

3) l’opposizione, sinonimo di comunisti e di sinistra, della quale fanno parte il Partito Democratico e l’Italia dei Valori.

4) le toghe rosse che hanno un solo obiettivo da quando è sceso in politica, disarciornarlo e tradire la volontà del popolo; a causa di ciò, sono sovversivi, golpisti, autori di complotti anche recenti per sostituire il Presidente del Consiglio, eletto democraticamente con una personalità non eletta dal popolo;


5) Il Parlamento, a causa delle sue regole fatiscenti, perché impedisce al governo di governare, imponendo tempi e modalità dannose, alle quali bisogna contrapporre gli strumenti di dissuasione cone i decreti legge e le mozioni di fiducia in modo da ridurne il ruolo;

6) I direttori dei giornali, con alcune eccezioni, ed i giornalisti che spargono notizie false e/o notizie che screditano l’Italia e inducono al pessimismo i cittadini, provocando un calo dei consumi e l’aggravarsi della crisi economica. Bisogna combattere i giornali togliendo loro la pubblicità, senza la quale chiudono battenti. Un compito che spetta alle aziende private e pubbliche che promuovono la loro immagine attraverso i giornali disfattisti.

7) Il servizio pubblico svolto dalla Rai che in alleanza con i giornali disfattisti crea scoramento e sparge pessimismo, inquinamento l’immagine dell’Italia e del Governo. In particolare i giornalisti del TG3 che attaccano il governo italiano, tradendo il servizio pubblico, che non dovrebbe essere di parte ma dare notizie e basta, quelle di servizio, per l’appunto.

8) Il Gruppo editoriale Repubblica-L'Espresso per la campagna denigratrice ai danni del Capo del Governo, ispirata all'inizio dall'opposizione del Pd, e poi proseguita in autonomia, "dall'evasore fiscale svizzero Carlo De Benedetti e dall'evasore Ezio Mauro, direttore di Repubblica" (secondo Silvio Berlusconi).

9) La signora Veronica Lario, moglie separata, che si è fatta irretire dai giornali comunisti ed è caduta in trappola, sposando le loro tesi denigratorie, notizie destituite di fondamento che sono state costruite al solo fine di offuscare l’immagine del Presidente, amato secondo gli ultimi sondaggi dal 68,5 per cento degli italiani.

10) Alcuni parroci che, al pari della signor Veronica Lario hanno sposato la tesi dei giornali rossi, contribuendo alla denigrazione del Paese. E accanto ai parroci alcuni esponenti della Conferenza Episcopale italiana, a cominciare dal Vescovo di Mazara del Vallo, Mons. Mogavero, e del direttore del quotidiano della Chiesa italiana L'Avvenire, dottor Boffo.

11) L’editore australiano Murdoch, proprietario di Sky, perché è stato svantaggiato dall’aumento dell’Iva e si è voluto vendicare, usando i giornali del suo gruppo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

12) La stampa estera, a cominciare dalle grandi testate internazionali, che pubblicano in Germania, Spagna, Francia, Usa ecc.

13) La Commissione europea, in particolare i Commissari e i loro portavoce, che lanciano notizie che creano dissenso nei confronti del governo italiano.

14) La lista, per ora, si chiude qui. Promettiamo aggiornamenti H24.

Sicilia Informazioni


L'informazione delle denunce anonime

Testo:
"Buongiorno a tutti.
Io penso che quando si assume un picchiatore poi non ci si può meravigliare se quello picchia e domandarsi se il picchiatore assunto ha avuto un mandato diretto sugli obiettivi da picchiare, oppure se se li sceglie lui pensando di compiacere il padrone, penso sia abbastanza indifferente.
Vittorio Feltri è stato riassunto da Silvio Berlusconi, non da Paolo Berlusconi che è l'editore finto, l'editore pro forma per aggirare la legge Mammì: voi sapete che se dovesse essere vero che Silvio è il vero... il mero proprietario, come direbbe la legge Frattini, del Giornale dovrebbe perdere tutte le concessioni televisive perché la legge Mammì punisce ogni violazione di sé medesima con la revoca e lo spegnimento delle televisioni. Ecco perché l'escamotage di Paolo Berlusconi, ma ancora una volta come già ai tempi della cacciata di Montanelli e dell'assunzione di Feltri pure stavolta il direttore del Giornale è stato deciso da Silvio e non da Paolo, come lo stesso Feltri ha confessato bellamente – ormai le fanno allo scoperto queste porcherie – in una conferenza a Cortina.
Feltri il pestatore - Quindi, il direttore del giornale di Berlusconi scelto da Silvio Berlusconi, anche se Il Giornale risulterebbe essere di Paolo, è stato scelto per picchiare. Non che i precedenti non picchiassero, ma evidentemente è una questione di peso specifico del randello: Feltri ha un randello dal peso specifico più imponente. Probabilmente se Mario Giordano – è inutile aggiunga un'aggettivazione – avesse fatto la stessa operazione se ne sarebbero accorti in pochi proprio perché il peso specifico di chi mena è importante. Quando mena Feltri fa più rumore di quando mena chiunque altro, figurarsi un Giordano; quindi Feltri viene assunto per queste caratteristiche. Mentre un altro ex direttore del Giornale, Belpietro, viene punito con la mancata promozione a direttore del Tg1 perché ritenuto non incapace di picchiare, ma poco appassionato alla battaglia degli ultimi mesi che Berlusconi ha ingaggiato contro quei pochi giornali che si sono occupati dei suoi scandali e che quindi sono diventati improvvisamente i giornali che fanno una campagna contro Berlusconi: in realtà sono giornali che raccontano fatti e fanno domande, come Repubblica, anche se personalmente avrei preferito qualche domanda in più fra i rapporti epistolari fra Provenzano e Berlusconi e magari qualche domanda in meno sulle ragazze. Non che le ragazze, le prostitute, le minorenni, non abbiano una rilevanza, ci abbiamo dedicato pure un libro, ma c'è anche di peggio. Feltri si installa al Giornale e comincia a fare il suo mestiere, quello di sempre: picchiare. Picchiare chi? Solo ed esclusivamente quelli che lui ritiene essere i nemici di Berlusconi. Naturalmente l'uomo ha una certa età quindi non ha una grande dimestichezza con il calendario, infatti pesta alcuni obiettivi sui quali si va sul sicuro, De Benedetti, la famiglia Agnelli – tanto gli Agnelli sono tutti morti a parte Margherita, a pestare i morti il rischio è zero. Pesta gli Agnelli per instaurare il teorema secondo cui l'Avvocato era peggio del Cavaliere dunque il Cavaliere è buono, come se nell'ipotesi, trovando un altro ladro, lo metti vicino al ladro tuo e dici: “visto che c'è anche un altro ladro allora il mio è meno ladro”. In realtà abbiamo due ladri, non è che un ladro cancella l'altro: un ladro in più si assomma a quello precedente. Lo stesso vale per tutta questa campagna contro i cosiddetti moralisti: se si scopre che ci sono dei moralisti immorali vuol dire che abbiamo più gente immorale di quella che pensavamo, non vuol dire che visto che il direttore dell'Avvenire sarebbe immorale allora Berlusconi è più etico. Semmai abbiamo due sporcaccioni invece di uno, ammesso e non concesso che si possano usare queste espressioni. Ma, tornando a bomba, Feltri comincia a menare De Benedetti – va sempre bene, gruppo Repubblica-Espresso, l'unico gruppo che non gli appartiene anche se lui gli ha portato via la Mondadori ma è rimasto qualcosa nelle mani di De Benedetti, Repubblica, l'Espresso e i giornali locali – gli Agnelli per fare l'equazione, i Moratti – addirittura un giorno Feltri se la piglia coi fratelli Moratti anche se uno dei due è marito della sindaca Letizia. Sempre così, perché la sua teoria è molto raffinata: il più pulito c'ha la rogna. Ma non vuol dire “allora mandiamoli a casa tutti”, vuol dire “allora Berlusconi è un santo”, questo è lo strano modo di ragionare che lui ha. A un certo punto picchia anche Enrico Mentana, che è stato per anni un giornalista molto potente, è stato il direttore del Tg5: criticarlo quando era potente poteva avere un senso, all'epoca tutti zitti. Adesso che l'hanno cacciato da Canale5, adesso che non trova un posto di lavoro pur essendo indubitabilmente il miglior direttore di telegiornale che l'Italia ha avuto negli ultimi quindici anni – poi uno può opinare sui comportamenti, su certe paraculaggini, ma è uno che ha messo in piedi un telegiornale nuovo creato da zero – adesso che ha avuto un'offerta da La7, adesso che Berlusconi ha bloccato quell'offerta di La7 perché lui mette il naso anche nelle pochissime televisioni che non sono sue o che non controlla, allora tutti a dargli a Mentana, infatti l'altro giorno il Giornale ha dato una bella randellata anche a Mentana raccontando la balla che questo stare brigando per diventare direttore del Tg3. Figuratevi, Mentana è tutto fuorché uno stupido, andarsi a infilare in questa guerra civile fra Franceschini e Bersani, che poi combattono per conto di D'Alema e Veltroni, sarebbe semplicemente impensabile per un uomo astuto come lui, ma in ogni caso botte a Mentana. E da ultimo botte a Ezio Mauro, direttore di Repubblica, e soprattutto al direttore dell'Avvenire, due direttori a caso: il direttore del giornale che quotidianamente da mesi fa le domande a cui Berlusconi non risponde per il semplice fatto che non può rispondere, e il direttore dell'Avvenire che, dopo avere fiancheggiato spudoratamente, biecamente il Berlusconismo, dopo aver taciuto per anni e anni di fronte a tutte le vergogne, i rapporti con la mafia, le corruzioni dei giudici, le corruzioni della Guardia di Finanza, i fondi neri, le evasioni fiscali, le leggi vergogna... vi ricordate che cosa scriveva il direttore dell'Avvenire, o che cosa non scriveva, mentre l'Italia veniva massacrata sul piano della legalità, della Costituzione, del conflitto di interessi, delle leggi canaglia, all'improvviso ha scoperto che Berlusconi, forse, dovrebbe darsi una regolata e c'è voluto questo sventolio di mutande, slip e reggiseni per farlo destare dal lungo letargo. Figuratevi se stiamo parlando di un antiberlusconiano militante: stiamo semplicemente parlando di un tizio che, dirigendo un giornale cattolico, evidentemente era inondato di mail, lettere, telefonate di lettori che dicevano “ma non dite niente nemmeno di fronte alle puttane?” e al puttaniere soprattutto, perché le puttane fanno un mestiere nobilissimo rispetto a quello del puttaniere. A quel punto è stato costretto a mettere un paio di aggettivi: Dino Boffo è colpevole di un paio di aggettivi e un sostantivo: “più sobrietà, Cavaliere”, scrisse in un durissimo articolo e un'altra volta raccomandò una migliore corrispondenza fra i comportamenti privati e le proclamazioni pubbliche, per questo è stato randellato.
Pecorellismo della peggior specie - Devo dire: l'unico che, secondo me personalmente, non merita la solidarietà che sta ricevendo in questi giorni è proprio il direttore di Avvenire perché il fatto che abbia patteggiato una pena per aver molestato una tizia che era la compagna di un tizio col quale lui stava – questa è la vicenda come pare sia stata ricostruita dai giudici di Terni – è vero. Questa circostanza è vera, quindi il Giornale ha scritto una cosa vera. Perché, secondo me, il fatto che il Giornale abbia scritto una cosa vera è anche un fatto molto preoccupante e che giustamente ha fatto insorgere molti giornalisti italiani, molti politici italiani, me compreso? Boffo patteggia questa pena pecuniaria, stiamo parlando di un reato bagatellare, adesso forse sarebbe incappato nel reato di stalking con delle pene più alte ma all'epoca se l'è cavata con una multa, credo, di 500 euro perché diceva delle cosacce nel tentativo – questo mi pare di aver capito dalla ricostruzione – di allontanare questa donna da un tipo che interessava a lui. Il fatto preoccupante di questa campagna di Feltri non è il fatto che abbiano scritto la verità o la menzogna, perché hanno scritto il vero, questa sentenza esiste, girava voce che esistesse da diversi mesi, nelle redazioni dei giornali, perché erano arrivate molte lettere anonime. Soprattutto, se quando viene emessa una sentenza i giornali la raccontassero, a quel punto nessuno avrebbe nulla da obiettare: “ieri è stata emessa una sentenza, il Dott. Boffo ha patteggiato”, naturalmente le si da l'importanza che ha. Quando uno patteggia una multa per avere fatto delle telefonate e non è il Presidente della Repubblica è ovvio che la notizia va a finire in una pagina interna di un giornale, non va a finire in prima pagina. Perché se poi dovesse succedere al Presidente della Repubblica dove la metti la notizia? Se poi dovesse succedere al Presidente del Consiglio? Ah no giusto, essendo il Giornale se dovesse succedere al Presidente del Consiglio non la metterebbero. In ogni caso è chiaro che lo spazio dato alla notizia con il bis a pagina 3, e i tempi cioè anni e anni dopo che questa notizia era uscita dal Tribunale di Terni significa che c'è una gestione della notizia, significa: “io so questa notizia, me la tengo, vediamo come si comporta Boffo. Se Boffo si comporta bene col mio padrone io la notizia non la do, se invece dovesse scrivere anche un solo aggettivo critico nei confronti del mio padrone allora io lo sputtano”. Questa non è informazione, questo è O.P., pecorellismo della peggior specie. Peraltro il povero Pecorelli poi è stato ammazzato perché comunque qualche notizia la pubblicava, e che notizie, ed è morto povero tra l'altro, rispetto a certi figuri che abbiamo oggi in circolazione nel nostro mestiere andrebbe anche un po' riabilitato.
Gli avversarsi di Papi e Feltri - Vi leggo, perché voi capiate la gravità di quel che è successo, un brano. Dice Feltri: “Quando la politica si trasforma e si svilisce scadendo nel gossip – questo sarebbe lo scandalo di quest'estate: il gossip -, quando gli addetti all’informazione si rassegnano a pescare sui fondali del pettegolezzo spacciando per notizie le attività più intime degli uomini e delle donne, - pensate, una prostituta che ha la registrazione di un suo rapporto col presidente del Consiglio a Palazzo Grazioli, nel lettone di Putin e che finisce subito dopo nelle liste elettorali del Popolo della Libertà alle elezioni comunali di Bari è gossip, secondo lui - fatalmente la vita pubblica peggiora e riserva sorprese cattive. E se il livello della polemica è basso, prima o poi anche chi era abituato a volare alto – cioè Feltri! -, o almeno si sforzava di non perdere quota, è destinato a planare per rispondere agli avversari.”. Ecco: che cosa sarebbe gli avversari? Quali sarebbero gli avversarsi di un giornalista? Questo signore forse non ha capito bene la differenza che c'è fra se stesso e Berlusconi, lui teoricamente sarebbe un giornalista, Berlusconi teoricamente sarebbe un uomo politico che ha degli avversari. Pensate a cosa è stata degradata la nostra professione nelle mani di cerca gente... gli avversari! Gli avversari sarebbero quelli di Repubblica che scrivono le notizie, a mano a mano che le hanno, non che se le tengono per anni per poi spararle addosso a chi si comporta male. “Mai quanto nel presente periodo si sono visti in azione tanti moralisti, molti dei quali, per non dire quasi tutti, sono sprovvisti di titoli idonei. Ed è venuto il momento di smascherarli. Dispiace, - Feltri è dispiaciuto, è contrito, sta lacrimando come la madonnina di Civitavecchia però il dovere lo chiama, è in missione per conto di Dio come i Blues Brothers - ma bisogna farlo affinché i cittadini sappiano da quale pulpito vengono certe prediche. Cominciamo da Dino Boffo, 57 anni, di Asolo, da parecchi anni direttore del giornale cui accennavamo sopra (cioè il cattolico Avvenire)...”. L'espressione più preoccupante di tutto l'articolo è “cominciamo da Dino Boffo”, vuol dire “noi abbiamo un sacco di roba su molti giornalisti moralisti, la teniamo nel cassetto e ogni tanto ne spariamo una. Come arrivino queste notizie, chi le fornisca, di quale provenienza sono non lo sappiamo. Io personalmente quando ricevo una notizia verifico se è vera e poi la do subito; non sono abituato a fare articoli scrivendo “cominciamo”... cosa vuol dire, che c'è un elenco? Vuol dire che ci sono dei dossier? Che uso viene fatto dei Servizi Segreti? Non dimentichiamo che siamo il Paese di Pio Pompa, attualmente sotto processo a Roma insieme al generale Pollari per avere dossierato, spendendo peraltro denaro pubblico, giornalisti, uomini politici, imprenditori, cardinali ritenuti pericolosi non per lo Stato ma per Berlusconi, per la persona di Berlusconi. Il magistrato apre un indagine? E' un nemico di Berlusconi, quindi lo spiamo. Un giornalista si occupa di Berlusconi? E' un nemico di Berlusconi quindi lo spiamo. Nell'elenco c'era anche la mia misera persona, tanto per dire.
Da dove viene la “nota informativa”? - “Cominciamo” scrive minaccioso Vittorio Feltri. L'altro passaggio preoccupante è quello che si legge a pagina 3 nella cronaca del giornalista del Giornale, Gabriele Villa, che si occupava della pagina del golf ai tempi di Montanelli, adesso evidentemente l'hanno promosso alla giudiziaria ma devo dire si intende molto più di golf, a leggere quello che scrive. Villa, dopo avere scritto una frase che vi devo leggere perché è meravigliosa: “le chiacchiere non bastano a crocifiggere una persona, o meglio bastano, sono bastate solo nel caso di due persone: Gesù Cristo per certi suoi miracoli e più recentemente Silvio Berlusconi per certi suoi giri di valzer con signore per la verità molto disponibili”. Cioè due persone, nella Storia, sono state crocifisse: Gesù Cristo e Silvio Berlusconi, scrive Gabriele Villa sul Giornale restando serio. Questi riescono a restare seri anche quando scrivono queste amenità. “Ma torniamo alle tentazioni, in cui è ripetutamente caduto Dino Boffo e atteniamoci rigorosamente ai fatti, così come riportati nell'informativa”. Ecco, questo collega... diciamo questo iscritto all'albo dei giornalisti, cita una “nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, disposto dal GIP del Tribunale di Terni il 19 agosto del 2004". State attenti alle parole perché è fondamentale: “nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore” quindi c'è il rinvio a giudizio di Boffo nel 2004, al rinvio a giudizio c'è allegata una nota informativa che lo spiega. Di chi è? Del magistrato naturalmente, cos'è che può accompagnare un atto di un GIP? Un altro atto di un giudice o magari della Polizia Giudiziaria che ha fatto le indagini. “Copia di questi documenti da ieri è al sicuro in uno dei nostri cassetti e per questo motivo, visto che le prove in nostro possesso sono chiare, solide e inequivocabili, abbiamo deciso di divulgare la notizia”. Cioè lui vuole farci credere che la roba gli era arrivata il giorno prima. Poi aggiunge: “A onor del vero, questa storia della non proprio specchiata moralità del direttore del quotidiano cattolico, circolava, o meglio era circolata a suo tempo, per le redazioni dei giornali... Ma le chiacchiere non bastano a crocifiggere una persona. O meglio bastano” solo per Gesù Cristo e Silvio Berlusconi. E quindi ecco la citazione dell'informativa: «...Il Boffo - si legge - è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un'ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela...». La signora in questione era stata risarcita. Si va un po' più avanti e si dice: “nell'informativa si legge ancora che della vicenda, o meglio del reato, commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo “sono indubbiamente a conoscenza il Cardinale Camillo Ruini, il Cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori” i vertici della Cei e il Cardinale di Milano. Da questo scampoletto di prosa noi apprendiamo che c'è un'informativa giudiziaria o poliziesca nella quale si legge che Boffo “noto omosessuale” era “attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni”. Sarebbe un ben triste Paese quello in cui la Polizia attenzionasse le persone perché sono omosessuali. Cioè scopro che uno è omosessuale e faccio un rapporto. Ma quando io ho letto questo articolo ho pensato: vedi mai che questo tizio sia stato identificato dalla Polizia durante un blitz a qualche festino? Quando succede così, quando magari uno viene fermato in macchina con qualcun altro poi viene registrato il suo nome e finisce negli archivi di Polizia. Quindi è importante sapere cos'è questa informativa. Bene, io ve ne ho letto un brano, oggi il Corriere della Sera pubblica un documento che dice così: “Il dott. Dino Boffo, come da abstract al retro, è stato condannato con sentenza definitiva a un patteggiamento e un'ammenda per molestie... la condanna è stata originata da più comportamenti posti in essere da Boffo... è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni...” ah! Riprendiamo il Giornale: “il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni”. Identico. “...destinataria di telefonate sconcie e offensive...” mh... “destinataria di telefonate sconce – qui non c'è la “i” per fortuna – e offensive”. “...e di pedinamenti volti a intimidirla onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo aveva una relazione omosessuale”. Qui c'è una sintesi, il Giornale dice “noto omosessuale, già attenzionato dalla Polizia di Stato, per questo genere di frequentazioni” E cosa dice questo documento pubblicato dal Corriere della Sera questa mattina? “Il Boffo, noto omosessuale, già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni”. Mh! Sembrerebbe che i documento pubblicato oggi dal Corriere della Sera e la cosiddetta informativa allegata alla sentenza di Terni siano la stessa cosa, anche perché nell'informativa pubblicata dal Giornale si legge a un certo punto che di tutto ciò “sono indubbiamente a conoscenza il Cardinale Camillo Ruini, il Cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori”. E cosa dice questo documento? Che “sono indubbiamente a conoscenza il Cardinale Camillo Ruini, il Cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori”. Allora diventa importante cos'è il documento che pubblica il Corriere questa mattina: un'informativa della Polizia allegata all'ordinanza di rinvio a giudizio del giudice di Terni? Quindi un documento ufficiale della magistratura o della Polizia in possesso del Giornale che l'ha messo al sicuro nel suo cassetto? No, è una lettera anonima. E' una lettera anonima che, con il titolo “Riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza” non ha nessuna intestazione, non si sa chi l'abbia mandata ma è arrivata, nei mesi scorsi, a una serie di Cardinali e Vescovi italiani molto più lunga di quei tre che sono citati. Del resto, lo faceva notare ieri Repubblica: come può un'ordinanza di rinvio a giudizio nella quale il giudice scrive “dispongo il rinvio a giudizio del Dott. Boffo per molestie” nei confronti della tizia, cioè dispongo che il Dott. Boffo venga processato per questa ipotesi di reato. Il rinvio a giudizio non è una sentenza di condanna, ma un'ordinanza che dispone il giudizio a carico di una persona indiziata di un reato, poi il giudice stabilirà se quel reato l'ha commesso o no. Poi il processo non c'è stato perché Boffo ha patteggiato e risarcito la vittima. Come può il rinvio a giudizio essere accompagnato da una nota informativa nella quale c'è scritto che Boffo è stato condannato alla pena dell'ammenda a 516 euro? Sono due fasi diverse: il rinvio a giudizio viene prima, la sentenza di condanna o il patteggiamento vengono dopo. E come può allora un rinvio a giudizio essere accompagnato da una nota in cui già c'è scritto come va a finire la storia, cioè che l'imputato è stato condannato, con i verbi al passato? E' evidente che i documenti non possono essere coevi: uno è stato scritto prima l'altro è stato scritto dopo, infatti abbiamo visto che il secondo è stato scritto da un anonimo, non da un giudice, e non c'è nessuna intestazione, mentre nella sentenza c'è l'intestazione. Nella lettera anonima che è stata spedita a molti Cardinali importanti del Vaticano, per cercare di far fuori Boffo probabilmente perché si era permesso di invitare timidamente alla sobrietà il Presidente del Consiglio, c'era anche la sentenza: era lì che i documenti erano allegati. Cosa ha fatto il Giornale? Ha pubblicato la sentenza, fatto vero, e l'ha accompagnata con una serie di frasi volutamente ambigue facendoci credere che di Boffo o i giudici o qualcuno che accompagna il loro rinvio a giudizio scrivono che è un “noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni”, cioè che è un habitué degli ambienti omosessuali e che la Polizia non fa altro che attenzionarlo perché è meglio tenerlo d'occhio. Se questo facesse parte di un verbale di Polizia o magistratura sarebbe un atto ufficiale da mettere nel cassetto, ma se è una lettera anonima come può essere pubblicata su un giornale senza la minima verifica, spacciata addirittura per un documento allegato a un atto giudiziario, mentre è stato allegato a un atto giudiziario nella busta anonima che ha raggiunto i Cardinali ed evidentemente anche il Giornale. Il Giornale oggi tenta di sistemare la faccenda, dicendo: “La patacca c'è ma è di Repubblica. Così Boffo ha patteggiato le molestie, ecco il documento”. Ma nessuno ha mai messo in dubbio che Boffo abbia patteggiato la pena, nemmeno Boffo ha potuto negare di avere patteggiato la pena, è inutile pubblicare la sentenza. Questo è il casellario giudiziale dove risulta, appunto, che Boffo ha patteggiato e c'è “Procura della Repubblica presso il Tribunale...” con tutti i crismi del caso. Pubblichino l'informativa, se hanno il coraggio. Quella che loro chiamano informativa e che in realtà è qua sul Corriere di oggi, è la lettera anonima che è stata spacciata per un'informativa.
Un linciaggio preoccupante - Questo è il caso. Naturalmente sarebbe bene se il direttore dell'Avvenire non avesse questi scheletrucci nell'armadio perché è ovvio che ci si può difendere meglio da certe aggressioni se certe aggressioni non sono vere. A me l'anno scorso è capitato un caso, tra l'altro con D'Avanzo il quale ha sbattuto in prima pagina su Repubblica le mie “vacanze a spese della mafia”. Fortunatamente io non ho mai preso una lira, nemmeno un euro, dalla mafia o da amici della mafia, le mie vacanze me le son sempre pagate da solo. Ho tirato fuori gli assegni e l'ho dimostrato. Purtroppo qua... è quello che dicevo all'inizio: è una persona abbastanza indifendibile perché comunque le molestie se le ha patteggiate ci sono state, e non credo che siano compatibili col direttore di un giornale cattolico, il giornale dei Vescovi italiani, che oltretutto si è segnalato in questi anni per una forsennata campagna contro i diritti degli omosessuali, delle coppie omosessuali. Anche qui, è evidente che il privato diventa pubblico quando si vuole negare agli altri comportamenti che invece si tengono in proprio. A me dispiace, perché sicuramente questo è un linciaggio, mi preoccupa la modalità del linciaggio, “abbiamo le notizie e le spariamo fuori al momento opportuno. Statevi tutti accorti perché questo è il primo della lista e seguiranno gli altri”, questo è il significato. Questo è squadrismo, naturalmente: ne picchiamo uno per educarne cento. Però, forse, sarebbe il caso che ci si facesse trovare un po' meno impreparati e un po' meno vulnerabili di fronte a certe campagne, perché purtroppo l'unica cosa che non si può dire è che la sostanza della sentenza fosse vera e che quel patteggiamento non sia molto commendevole per il direttore del giornale dei Vescovi. Questo mi sentivo di dire, prepariamoci perché la lista è lunga e, ancora una volta, vi invito – ormai il count down è cominciato – ad abbonarvi al “Fatto Quotidiano” andando su antefatto.it dove commenteremo via via che questo imbarbarimento della campagna di stampa contro gli avversari procederà, e di aspettarci. Ormai mancano veramente pochi giorni, il 23 settembre saremo nelle edicole con “Il Fatto Quotidiano”. Passate Parola."

Marco Travaglio (Passaparola - 31.08.2009)


mercoledì 2 settembre 2009

Opposizione e giornali, bocche cucite sul “regalo” della Sicilia alla Medusa di Berlusconi


Abbiamo dato uno sguardo in giro, niente. Così abbiamo sfogliato di nuovo i giornali, soffermandoci anche sui quotidiani “nemici”. Niente. Nemmeno una parola sul grazioso regalo fatto dalla Regione siciliana, tramite CineSicilia, alla Medusa Film, azienda controllata da Mediaset e, attraverso quest'ultima, dalla Holding della Famiglia Berlusconi. Nemmeno la notizia. E dire che tutti sapevano. Le nostre testate hanno avuto le informazioni che tutti hanno avuto. Solo che abbiamo fatto due e due quattro. I soldi sono andati a Medusa, quindi a favore delle attività del Presidente del Consiglio. Non ne sapeva niente? No, lo sapeva, perché è perfino andato sul set a Tunisi per l’ultimo ciak. Una specie di battesimo per l’opera di Giuseppe Tornatore, il suo Baaria girato a Tunisi. Eppure sarebbe stata un’occasione ghiotta per l’opposizione politica ed i giornali “nemici”, come Repubblica. Sarebbe stato un modo per far toccare con mano quanto sia difficile al Presidente del Consiglio star fuori dalla mischia, qualunque cosa avvenga in Italia. Il conflitto d’interessi lo insegue qualunque cosa faccia, anche quando non fa assolutamente nulla. Forse sarebbe perfino nel suo interesse legiferare sulla questione. Non si tratta di regalare il patrimonio, ma consegnarlo per il tempo dell’ascesa al potere, ad un amministratore esterno. Ma questo c’entra poco con i silenzi dell’informazione. Che qualche spiegazione ce l’hanno. E riguarda il fatto che dentro la vicenda c’è il regista del film, Giuseppe Tornatore, notoriamente uomo di sinistra oltre che uno straordinario uomo di cinema. Di sicuro una gloria siciliana, e non solo per l’Oscar. Come si fa a prendersela con Peppuccio Tornatore? Ma che c’entra il regista. Tornatore ha fatto un film, del quale si dice un gran bene. E siamo tutti contenti che l’abbia fato e ci auguriamo di tutto cuore che abbia successo e dia lustro sia alla sua arte, sia alla memoria storica della Sicilia. Resta il regalo, ben quattro milioni e mezzo di euro, concessi alla Medusa Film. Un episodio senza precedenti e che avrebbe dovuto stimolare qualche quesito. Perché tanti soldi a Berlusconi? Non ne aveva a sufficienza per permettersi un investimento di 25 milioni di euro, quanto pare sia costato il film di Tornatore? E per quale motivo la Regione siciliana s’è dovuta svenare per aiutare la Medusa Film? Ritorno d’immagine? La storia, sicuramente. Ma non i luoghi. E sono proprio i luoghi, come insegna la saga di Montalbano, a guadagnarci. Gli spettatori di Baaria, incuriositi dalle scene del film, apprenderanno che non si tratta di Bagheria ma di Tunisi. Quindi il ritorno promozionale, di natura turistica, potrebbe essere compromesso dalla scelta della location. E allora? Sfogliando i giornali di martedì abbiamo appreso che la Regione ha acquistato la sede di Bruxelles, 700 metri quadrati nel centro internazionale della città, per tre milioni di euro. La Regione pagava 30 mila euro al mese per l’affitto di un ufficio di modeste dimensioni. Nel giro di poco tempo potrà ammortizzare l’investimento. Non ci sono dubbi, un risparmio. Eppure sia la stampa di opposizione quanto l’opposizione politica ha chiesto conto e ragione della scelta.
Un mistero, no?

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)