"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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mercoledì 7 ottobre 2009

E' vero, dobbiamo stare attenti a chi imbarchiamo


Paolo Flores d’Arcais, prima su Micromega e poi con una intervista a Il Fatto, ha posto la questione dell’identità dell’Italia dei Valori e più ancora della qualità della sua classe dirigente. In particolare D’Arcais – dopo aver dato atto del brillante risultato ottenuto da Idv alle ultime elezioni europee (8% dei voti validi) e dopo aver esaminato nome per nome la classe dirigente di Idv distribuita sul territorio – ha segnalato una marcata dissonanza fra le nobili battaglie portate avanti a livello nazionale (e anche internazionale grazie alle magnifiche candidature proposte per le elezioni europee 2009) e taluni eletti o amministratori di Idv che fanno politica a livello territoriale.
È fuor di dubbio la buona fede di Flores e quella di Micromega nel ricostruire i singoli casi di “dissonanza” citati nel lungo memoriale pubblicato, anche se devo rimarcare talune superficiali ricostruzioni e alcune ingiuste considerazioni.
Ma sarebbe davvero grave - da parte mia - se mi mettessi a mia volta a fare le pulci a chi mi ha fatto le pulci. Voglio invece affrontare sul serio e con responsabilità la questione posta da Flores, che ringrazio sin d’ora e dal profondo del cuore per il monito che mi ha voluto lanciare. Monito che, in “dipietrese”, tradurrei così: stai attento, Tonino, a chi imbarchi. Perché ora che Idv è diventato un “bel partito” molti se lo vogliono sposare, ma non tutti se lo meritano. Eh sì! Il pericolo c’è e insieme dobbiamo studiare come evitare di cadere nella trappola. Dobbiamo anche e contestualmente evitare di cadere nella trappola contraria: quella di chi - essendosi ritagliata una rendita di posizione all’interno del partito - briga e si arrabbia ogni volta che c’è un nuovo arrivo in Idv (e di personaggi di questo tipo ce ne sono tanti, anche tra i nomi citati da Micromega). Dobbiamo, però, soppesare bene la qualità professionale e morale della nostra classe dirigente, specie ora che essa viene sempre più spessa chiamata ad assumersi responsabilità di governo nelle amministrazioni comunali provinciali e regionali.
Èquesto l’impegno più delicato e difficile che attende me e Idv in questo periodo. Credetemi, non è facile, perchè è davvero arduo entrare nel cuore e nella mente di ciascuno di noi. Il mondo è pieno di persone che, fino a quando non vengono colte sul fatto, non è immaginabile siano dei poco di buono o degli arrivisti. Ma il mondo è anche pieno di persone a cui ingiustamente viene affibbiata l’etichetta di “cattivi” e invece sono solo vittime di pregiudizi, invidie e rancori personali (ce ne sono di entrambe le categorie anche tra quelle citate nella “lista nera” di Micromega).
È difficile, ma per quanto mi riguarda ce la sto mettendo tutta, nei limiti dell’umano possibile (e quindi anche dei possibili errori), pur essendo consapevole che ci vogliono tempo e pazienza. In occasione delle elezioni europee e amministrative scorse, ne abbiamo dato una prova candidando persone di specchiata onestà e di grande preparazione professionale: quasi tutti esponenti dalla società civile che per la prima volta si affacciavano alla politica. Per la cronaca, a giugno, sono stati eletti con il simbolo di Idv oltre a sette parlamentari europei (tra cui, come ricorda Micromega, De Magistris, Alfano e Vattimo) anche centinaia di altre persone tra consiglieri comunali e provinciali, quasi tutti individuati tramite appelli pubblici a presentare il proprio curriculum (e di questa innovazione credo che anche Micromega vorrà darmi atto).
Il mio impegno, quindi, è di continuare sulla strada del rinnovamento. Con giudizio, però, e senza farmi “tirare per la giacchetta” (ma sì, una volta tanto voglio usare io questa espressione che mi viene spesso scagliata addosso a tutt’altro proposito). Non mi lascerò irretire dalle lamentele di coloro che sul territorio se la prendono con il partito solo perché non trovano soddisfatte le proprie aspirazioni personali. Nemmeno butterò a mare quelle persone che hanno avuto il coraggio di portare alta la bandiera dell’Italia dei Valori in tutti questi anni di purgatorio e oggi vengono irrisi solo perché provengono da altre esperienze politiche, senza però aver commesso alcunché di personalmente riprovevole.
Con lo stesso spirito di rinnovamento mostrato per le elezioni europee 2009 appronteremo le liste dei candidati alle elezioni regionali e amministrative dell’anno prossimo. E invito chi vuole a cimentarsi direttamente e a inviarci il proprio curriculum ( segrete? ria@italiadei? valori.it? ). Sempre con lo stesso obiettivo, abbiamo avviato la fase congressuale del partito per rinnovare tutte le cariche e gli incarichi a ogni livello. Le iscrizioni all'Idv sono già aperte (con le modalità di cui al sito www.italiadeivalori.it? ) e il congresso nazionale si terrà il 6 e 7 febbraio 2010 a Roma, mentre quelli regionali e territoriali si terranno subito dopo le elezioni regionali della prossima primavera. Chi vuol essere della partita si faccia avanti: c’è posto per tutte le persone di buona volontà, purchè incensurate. Astenersi perditempo, saltafossi e provocatori!

da Il Fatto Quotidiano n°13 del 7 ottobre 2009 Articoli | Antonio Di Pietro

lunedì 5 ottobre 2009

I DUE CANI

Un tale che aveva due cani ne addestrò uno alla caccia e allevò l’altro per guardia della casa. Quando poi il primo, andando a caccia, prendeva della selvaggina, ne gettava una parte anche all’altro. Allora il can da caccia, sdegnato, cominciò ad insultare il compagno, perché lui andava fuori, sobbarcandosi a continue fatiche, mentre l’altro godeva il frutto del suo lavoro, senza far nulla. Il cane domestico gli rispose: “Non con me devi prendertela, ma col nostro padrone, che mi ha insegnato, non a lavorare, bensì a sfruttare il lavoro altrui”.

Così non si possono biasimare i fanciulli pigri, quando li rende tali l’educazione dei loro genitori.

Esopo (Favole)

SICILCASSA, MANETTE E FAVORI


PALERMO - Una grande banca siciliana si era messa al servizio di potenti imprenditori, faceva business per favorire gruppi al di sotto di ogni sospetto, c' erano clienti specialissimi che solo grazie a certe operazioni potevano sanare debiti miliardari. Quali clienti? Ad esempio un uomo d' affari catanese che era in ottimi rapporti con il boss Nitto Santapaola. Una brutta storia - ed è solo l' inizio - ha investito il vertice della Sicilcassa. E' uno scandalo intorno a palazzi comprati e venduti, uno scandalo che sembra proprio l' apertura di una colossale inchiesta giudiziaria su tutti gli "affari" del secondo istituto di credito dell' isola. In uno solo colpo - e dopo quasi un anno di investigazioni - sono finiti all' Ucciardone il presidente della Sicilcassa Giovanni Ferraro, l' ex direttore generale e attuale presidente del collegio sindacale, Agostino Mulè, il dirigente in pensione e consulente Francesco Savagnone, l' imprenditore edile palermitano Ignazio Barra e il gioielliere catanese Giovanni Restivo. Un ingegnere che eseguiva perizie fasulle sugli immobili, è latitante. Come latitante è anche Placido Aiello detto Dino, uomo di collegamento tra l' impero del cavaliere del lavoro Gaetano Graci e la "famiglia" catanese di Cosa Nostra. L' inchiesta che ha azzerato i vertici della Sicilcassa è partita da un esposto di alcuni sindacalisti della Fisac-Cgil e dalla Falcri sul Fondo di previdenza dell' istituto di credito e, più precisamente, sull' acquisto di immobili. L' esposto segnalava alcune "modalità poco chiare": sul prezzo degli immobili e sui venditori. L' inchiesta giudiziaria - pubblici ministeri Biagio Insacco e Mauro Terranova, il giudice per le indagini preliminari che ha firmato i 7 ordini di custodia cautelare per abuso di ufficio è Gioacchino Scaduto - ha accertato che il Fondo pensioni della Sicilcassa "ha pagato un prezzo maggiorato almeno del 100% rispetto a quello di mercato". Sotto inchiesta ci sono anche altri 25 personaggi, tra cui un paio di ex presidenti del Fondo Pensioni della Sicilcassa come l' avvocato Angelo Bonfiglio, ex presidente della Regione siciliana ed ex parlamentare democristiano. Questa prima parte dell' indagine sulla Sicilcassa riguarda l' acquisto di tre palazzi per un totale di 65 miliardi. Uno dei palazzi è stato venduto da una società che fa capo al gruppo Graci, il secondo palazzo da una società del gruppo Costanzo, il terzo palazzo da uno sconosciuto costruttore palermitano del quartiere Noce. Scrivono i magistrati nell' ordinanza di custodia cautelare: "Emerge con chiarezza che i vertici della Sicilcassa si sono serviti del Fondo Pensioni per ripianare rilevanti e altrimenti non sanabili posizioni debitorie di alcuni clienti...". Ma le investigazioni sono soltanto all' inizio: la Guardia di Finanza sta esaminando tutte le compravendite effettuate dal 1982 al 1990. Ieri mattina, i finanzieri del nucleo regionale di polizia tributaria hanno sequestrato casse di documenti negli uffici della Sicilcassa e hanno perquisito decine di abitazioni tra cui quella del presidente Giovanni Ferraro, cavaliere del lavoro e vicepresidente dell' Acri, l' associazione tra le Casse di Risparmio. Ma quali sono esattamente le operazioni incriminate? Quali sono i palazzi finiti al centro dell' inchiesta? Uno è a Catania, nella centralissima via Etnea. E' Palazzo Tezzano, un monumento barocco che - coincidenza tutta siciliana - una volta ospitava il Tribunale. Due palazzi sono a Palermo. Uno in periferia, in via Dotto numero 12. L' altro, nel cuore della città, in via Libertà: è il famoso "palazzo di vetro" che 12 anni fa attirò l' attenzione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il "palazzo di vetro" è un pezzo di storia giudiziaria palermitana. Nel 1982, il generale-prefetto intuì che - proprio intorno a quel palazzo non ancora ultimato - c' era stata una saldatura tra gli interessi mafiosi della Sicilia occidentale e orientale. Un paio di anni dopo, la vera scoperta fu di Giovanni Falcone: quel palazzo segnalava collegamenti strettissimi tra gli esattori Salvo di Salemi e i Costanzo di Catania. E intorno a quell' "affare" giravano mafiosi di ogni calibro. Tutta la vicenda del "palazzo di vetro" finì nella gigantesca istruttoria poi confluita nel primo maxi processo a Cosa Nostra. E, anche allora, emerse il ruolo del Fondo Pensioni della Sicilcassa. L' immobile, che apparteneva originariamente alla Spa Sas (una società del gruppo Caltagirone), era stato acquistato in sede di asta fallimentare per 14 miliardi e 550 milioni dalla Gei-Sicilia, una società del gruppo Costanzo. Il giudice Falcone annotava nella sua ordinanza del maxi processo: "Alla gara aveva stranamente partecipato una società del gruppo Costanzo, in concorrenza con il Fondo pensioni della Sicilcassa. La stranezza consiste nel fatto che le imprese del gruppo Costanzo sono affidate per cospicui importi presso la Sicilcassa e l' aver ' soffiato' un affare all' istituto di credito con cui si è in rapporti non è cosa che, normalmente, pone in buona luce il cliente nei confronti dell' istituto stesso...". E aggiungeva il magistrato: "Nel caso in esame, però, nessun contraccolpo sfavorevole ha subito il Costanzo; anzi, la Sicilcassa, il 10 maggio del 1982 ha concesso alla Gei Sicilia un finanziamento di 15 miliardi per il completamento dell' immobile...". Falcone aveva già capito tutto. Successivamente l' immobile, ancora prima di essere completato, fu rivenduto per 26 miliardi allo stesso Fondo pensioni della Sicilcassa che aveva tentato invano di acquistarlo in sede fallimentare per 13 miliardi. Il business della Sicilcassa ha come protagonisti anche due generi di Gaetano Graci, il cavaliere del lavoro catanese arrestato a luglio per associazione mafiosa. Tutti e due erano nel consiglio di amministrazione di una società che ha venduto Palazzo Tezzano alla Sicilcassa. Uno è stato catturato dai finanzieri, è un noto gioielliere catanese, si chiama Giovanni Restivo. L' altro è Placido Aiello. E' ricercato da tre mesi. Secondo i magistrati catanesi, il cavaliere Graci "dietro le quinte, attraverso il genero Dino Aiello, ha gestito fin dai primi Anni 80, i suoi rapporti con Cosa Nostra, beneficiando degli interventi del gruppo Santapaola... Del quale nel contempo garantiva lo sviluppo economico".

ATTILIO BOLZONI - Repubblica — 06 ottobre 1994 pagina 49 sezione: ECONOMIA

Cosa vuol dire libertà di stampa


MOLTI si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento. Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un'opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all'altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo. Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: "Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?". Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati. Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita. In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l'incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l'informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale? Chi ha votato per l'attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa? Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell'Italia? Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l'Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi. Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all'anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L'Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia. È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall'opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l'esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto. Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva "sei alleato di una persona solo quando la ricatti". Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell'intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto. Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l'alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo? Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti. Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un'informazione libera. In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell'Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato.

Roberto Saviano (La Repubblica - 2 ottobre 2009)

Questo articolo sarà pubblicato anche da El Paìs, The Times, Le Figaro, Die Zeit, dallo svedese Expressen e dal portoghese Espresso.

sabato 3 ottobre 2009

Scudo fiscale, gli assenti in aula - Promemoria per le prossime elezioni politiche e la scelta dei "nominati"


Il provvedimento è legge con 20 voti di scarto. Tra i banchi dell'opposizione mancavano 29 deputati.

ROMA - Lo scudo fiscale è diventato legge con venti voti di scarto tra maggioranza e opposizioni. Tra queste ultime sono stati 29 gli assenti. Tolti i deputati in missione, nel gruppo Idv c'era un assente (pari al 3,8%), nel gruppo Pd 22 (10,6%) e nel gruppo Udc 6 (16,2%). Nel Pdl gli assenti erano 31 (11,5%) , nella Lega 4 (6,6%). Nel voto finale i sì sono stati 270, i no 250.
LA LISTA - Tra gli assenti, l'Idv Aurelio Misiti, i Pd Ileana Argentin, Paola Binetti, Gino Bucchino, Angelo Capodicasa, Enzo Carra, Lucia Coldurelli, Stefano Esposito, Giuseppe Fioroni, Antonio Gaglioni, Dario Ginefra, Oriano Giovanelli, Gero Grassi, Antonio La Forgia, Marianna Madia (assente perché si è dovuta sottoporre ad un importante accertamento medico), Margherita Mastromauro, Massimo Pompili, Fabio Porta, Giamomo Portas, Sergio D'Antoni (quest'ultimo ha reso noto che la sua assenza era dovuta alla necessità di sottoporsi a ricovero urgente per accertamenti medici presso la clinica universitaria Sant'Orsola Malpighi di Bologna) e Linda Lanzillotta, Giovanna Melandri, Lapo Pistelli (tutti e tre impegnati a Madrid per seguire, per conto del Partito Democratico e del gruppo parlamentare che aveva autorizzato la missione, i lavori del Convegno «Global Progress Conference» promosso dal Center of American Progress e dalla Fundacion Ideas para el progreso. Furio Colombo, che sul tabulato distribuito ai deputati, risultava assente, è intervenuto in aula per annunciare che era presente ed aveva votato contro. Nell'Udc gli assenti erano Francesco Bosi, Amedeo Ciccanti, Giuseppe Drago, Mauro Libè, Michele Pisacane, Salvatore Ruggeri. Nelle fila della maggioranza tra gli assenti Luca Barbareschi, Giulia Bongiorno, Manlio Contento, Manuela Di Centa, Elvira Savino, Maurizio Scelli, Denis Verdini.


Corriere della Sera del 02 ottobre 2009

Fabrizio de André - discorso sulla buona novella - 16

venerdì 2 ottobre 2009

Scudi fiscali dal mondo: ecco quello che non ci dicono


In questi giorni c’è un continuo via vai di politici, per lo più del centrodestra, che d’innanzi ad ogni telecamera e giornalista munito di microfono ripetono copiosamente come automi la frase più in voga della settimana in merito all’imminente approvazione dello scudo fiscale: «Lo fanno in tutto il mondo». Un’affermazione questa che potrebbe entrare facilmente nella lunga lista delle false verità che il cittadino italiano deve sorbirsi da anni, ma anche se realmente tutto il mondo facesse una cosa simile, la scusa del “così fan tutti” non è una prospettiva di governo. Come già spiegato precedentemente (1 e 2) la legge che si applicherà in Italia sarà ben diversa da quella degli altri paesi. Uno dei punti cardine è l’aliquota che il contribuente e di conseguenza ex evasore dovrà pagare allo stato.

Italia America Inghilterra Francia Germania
5% 49% 44% 15-20% 25%

In parole povere, per fare un esempio, su 100 € evasi un italiano ne dovrebbe pagare 5 allo stato, l’americano e l’inglese circa 50 e il francese e il tedesco quasi 25. Ma perchè cosi tanta differenza? Aliquote cosi alte, e in specifico quelle inglesi e americane, perché comprenderanno anche le spese della manovra che il governo di questi paesi recupererà dagli evasori, differentemente dall’Italia dove l’onere per questa nuove legge ricadrà in toto su ogni cittadino, comprendendo chiaramente anche chi le tasse non le ha mai evase. Il settimanale Famiglia Cristiana ha definito lo scudo “l’ennesima beffa per la gente onesta” ed non è andata troppo leggera neanche con il ministro Tremonti:

«Ci vorrebbe qualcuno avvezzo a complicate missioni diplomatiche per mettere d’accordo il Tremonti A, moralista e filosofo dell’economia, ispirato lettore dell’Enciclica Caritas in veritate, con il Tremonti B, manovratore di scudi fiscali e furbetto del governino. Quello che ora gli ispira un provvedimento che, combinato con l’emendamento proposto dal suo compagno di partito Salvo Fleres, finisce col perdonare reati come il falso in bilancio e la fatturazione falsa, le false comunicazioni sociali e la distruzione di documenti contabili».

L’esperto di Scienze della Finanza, Victor Uckmar, pur ribadendo che una norma del genere è in linea «con una corrente internazionale», fa notare i molti punti di divergenza. «In Usa, Gran Bretagna e Germania» spiega «per rimpatriare ricchezza dall’estero sono state ridotte le sanzioni ma con piena applicazione dei tributi». L’esclusione della norma antiriciclaggio ci rende «pari solo all’Argentina» ed è per questo che secondo Uckmar molto probabilmente «se non dovesse essere cassata dal presidente della Repubblica verrebbe cassata dall’Unione Europea». L’esperto ha anche ricordato di aver sempre criticato i condoni difendendoli «uno dei più deleteri provvedimenti dello stato di diritto perché attestano l’incapacità dello stato a gestire i rapporti con i contribuenti, crea sperequazione tra chi paga e non paga le imposte e induce all’evasione», ed ha aggiunto di essere poco fiducioso sulla riuscita dell’operazione perché «nonostante i giornali parlino di 100 miliardi, molto è stato rastrellato nei precedenti condoni e in questi cinque o sei anni non si è prodotta molta ricchezza».

Una domanda dopo tutte queste dichiarazione dovremmo comunque porcela. Chi ci guadagna realmente da questa nuova operazione?

Fonti: SwissInfo Nens , AprileonLine


De Magistris: "Io, sconfitto dalla mafia di stato"

Al Sig. Presidente della Repubblica
Piazza del Quirinale ROMA

Signor Presidente, scrivo questa lettera a Lei soprattutto nella Sua qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. E’ una lettera che non avrei mai voluto scrivere. E’ uno scritto che evidenzia quanto sia grave e serio lo stato di salute della democrazia nella nostra amata Italia.
E’ una lettera con la quale Le comunico, formalmente, le mie dimissioni dall’Ordine Giudiziario.
Lei non può nemmeno lontanamente immaginare quanto dolorosa sia per me tale decisione. Sebbene l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro – come recita l’art. 1 della Costituzione – non sono molti quelli che possono fare il lavoro che hanno sognato; tanti il lavoro non lo hanno, molti sono precari, altri hanno dovuto piegare la schiena al potente di turno per ottenere un posto per vivere, altri vengono licenziati come scarti sociali, tanti altri ancora sono cassintegrati. Ebbene, io ho avuto la fortuna di fare il magistrato, il mestiere che avevo sognato fin dal momento in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Federico II” di Napoli, luogo storico della cultura giuridica. La magistratura ce l’ho nel mio sangue, provengo da quattro generazioni di magistrati. Ho respirato l’aria di questo nobile e difficile mestiere sin da bambino. Uno dei giorni più belli della mia vita è stato quando ho superato il concorso per diventare uditore giudiziario. Una gioia immensa che mai avrei potuto immaginare destinata a un epilogo così buio. E’ cominciata con passione, idealità, entusiasmo, ma anche con umiltà ed equilibrio, la missione della mia vita professionale, come in modo spregiativo la definì il rappresentante della Procura Generale della Cassazione durante quel simulacro di processo disciplinare che fu imbastito nei miei confronti davanti al Csm. Per me, esercitare le funzioni giudiziarie in ossequio alla Costituzione Repubblicana significava tentare di dare una risposta concreta alla richiesta di giustizia che sale dai cittadini in nome dei quali la Giustizia viene amministrata. Quei cittadini che – contrariamente a quanto reputa la casta politica e dei poteri forti – sono tutti uguali davanti alla legge. Del resto Lei, signor Presidente, che è il custode della Costituzione, ben conosce tali inviolabili principi costituzionali e mi perdoni, pertanto, se li ricordo a me stesso.
I modelli ai quali mi sono ispirato sin dall’ingresso in magistratura – oltre a mio padre, il cui esempio è scolpito per sempre nel mio cuore e nella mia mente – sono stati magistrati quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ed è nella loro memoria che ho deciso di sventolare anch’io l’agenda rossa di Borsellino, portata in piazza con immensa dignità dal fratello Salvatore. Ho sempre pensato che chi ha il privilegio di poter fare quello che sogna nella vita debba dare il massimo per il bene pubblico e l’interesse collettivo, anche a costo della vita. Per questo decisi di assumere le funzioni di Pubblico Ministero in una sede di trincea, di prima linea nel contrasto al crimine organizzato: la Calabria. Una terra da cui, in genere, i magistrati forestieri scappano dopo aver svolto il periodo previsto dalla legge e dove invece avevo deciso (ingenuamente) di restare.
Ho dedicato a questo lavoro gli anni migliori della mia vita, dai 25 ai 40, lavorando mai meno di dodici ore al giorno, spesso anche di notte, di domenica, le ferie un lusso al quale dover spesso rinunciare. Sacrifici enormi, personali e familiari, ma nessun rimpianto: rifarei tutto, con le stesse energie e il medesimo entusiasmo.
In questi anni difficili, ma entusiasmanti, in quanto numerosi sono stati i risultati raggiunti, ho avuto al mio fianco diversi colleghi magistrati, significativi settori della polizia giudiziaria, un gruppo di validi collaboratori. Ho cercato sempre di fare un lavoro di squadra, di operare in pool. Parallelamente al consolidarsi dell’azione investigativa svolta, però, si rafforzavano le attività di ostacolo che puntavano al mio isolamento, alla de-legittimazione del mio lavoro, alle più disparate strumentalizzazioni. Intimidazioni, pressioni, minacce, ostacoli, interferenze. Attività che, talvolta, provenivano dall’esterno delle Istituzioni, ma il più delle volte dall’interno: dalla politica, dai poteri forti, dalla stessa magistratura. Signor Presidente, a Lei non sfuggirà, quale Presidente del CSM, che l’indipendenza della magistratura può essere minata non solo dall’esterno dell’ordine giudiziario, ma anche dall’interno: ostacoli nel lavoro quotidiano da parte di dirigenti e colleghi , revoche e avocazioni illegali, tecniche per impedire un celere ed efficace svolgimento delle inchieste.
Ho condotto indagini nei settori più disparati, ma solo quando mi occupavo di reati contro la Pubblica amministrazione diventavo un cattivo magistrato.
Posso dire con orgoglio che il mio lavoro a Catanzaro procedeva in modo assolutamente proficuo in tutte le direzioni, come impone il precetto costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale, corollario del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La polizia giudiziaria lavorava con sacrifici enormi, perché percepiva che risultati straordinari venivano raggiunti. Le persone informate dei fatti testimoniavano e offrivano il loro contributo. Lo Stato c’era ed era visibile, in un territorio martoriato dal malaffare. Le inchieste venivano portate avanti tutte, senza insabbiamenti di quelle contro i poteri forti (come invece troppe volte accade). Questo modo di lavorare, il popolo calabrese – piaccia o non piaccia al sistema castale – lo ha capito, mostrandoci sostegno e solidarietà. Non è poco, signor Presidente, in una Regione in cui opera una delle organizzazioni mafiose più potenti del mondo. E che lo Stato stesse funzionando lo ha compreso bene anche la criminalità organizzata. Tant’è vero che si sono subito affinate nuove tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato che si ostinano ad applicare la Costituzione Repubblicana. Non so se Ella, Signor Presidente, condivide la mia analisi. Ma a me pare che - dopo la stagione delle stragi di mafia culminate nel 1992 con gli attentati di Capaci e di via D’Amelio e dopo la strategia della tensione delle bombe a grappolo in punti nevralgici del Paese nel 1993 - le mafie hanno preso a istituzionalizzarsi. Hanno deciso di penetrare diffusamente nella cosa pubblica, nell’economia, nella finanza. Sono divenute il cancro della nostra democrazia. Controllano una parte significativa del prodotto interno lordo del nostro paese, hanno loro rappresentanti nella politica e nelle Istituzioni a tutti i livelli, nazionali e territoriali. Nemmeno la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste impermeabili. Si è creata un’autentica emergenza democratica, da sconfiggere in Italia e in Europa.
Gli ostacoli più micidiali all’attività dei servitori dello Stato sono i mafiosi di Stato: quelli che indossano abiti istituzionali, ma piegano le loro funzioni a interessi personali, di gruppi, di comitati d’affari, di centri di potere occulto. Non mi dilungo oltre, perché credo che al Presidente della Repubblica tutto questo dovrebbe essere noto.
Ebbene oggi, Signor Presidente, non è più necessario uccidere i servitori dello Stato: si creerebbero nuovi martiri; magari, ai funerali di Stato, il popolo prenderebbe di nuovo a calci e sputi i simulacri del regime; l’Europa ci metterebbe sotto tutela. Non vale la pena rischiare, anzi non serve. Si può raggiungere lo stesso risultato con modalità diverse: al posto della violenza fisica si utilizza quella morale, la violenza della carta da bollo, l’uso illegale del diritto o il diritto illegittimo, le campagne diffamatorie della propaganda di regime, si scelga la formula che più piace.
Che ci vuole del resto, signor Presidente, per trasferire un magistrato perbene, un poliziotto troppo curioso, un carabiniere zelante, un finanziere scrupoloso, un prete coraggioso, un funzionario che non piega la schiena, o per imbavagliare un giornalista che racconta i fatti? E’ tutto molto semplice, quasi banale. Ordinaria amministrazione.
Per allontanare i servitori dello Stato e del bene pubblico, bisogna prima isolarli, delegittimarli, diffamarli, calunniarli. A questo servono i politici collusi, la stampa di regime al servizio dei poteri forti, i magistrati proni al potere, gli apparati deviati dello Stato. La solitudine è una caratteristica del magistrato, l’isolamento è un pericolo. Ebbene, in Calabria, mentre le persone rispondevano positivamente all’azione di servitori dello Stato vincendo timori di ritorsioni, spezzando omertà e connivenze, pezzi significativi delle Istituzioni contrastavano le attività di magistrati e forze dell’ordine con ogni mezzo.
Quello che si è realizzato negli anni in Calabria sul piano investigativo è rimasto ignoto, in quanto la cappa esercitata anche dalla forza delle massonerie deviate impediva di farlo conoscere all’esterno. Il resto del Paese non doveva sapere. Si praticava la scomparsa dei fatti. Quando però le vicende sono cominciate a uscire dal territorio calabrese, l’azione di sabotaggio si è fatta ancor più violenta e repentina. Invece dello sbarco degli Alleati, c’è stato quello della borghesia mafiosa che soffoca la vita civile calabrese. L’azione dello Stato produceva risultati in termini di indagini, restituiva fiducia nelle Istituzioni, svelava i legami tra mafia “militare” e colletti bianchi, smascherava il saccheggio di denaro pubblico perpetrate da politici collusi, (im)prenditori criminali e pezzi deviati delle Istituzioni a danno della stragrande maggioranza della popolazione, scoperchiava un mercato del lavoro piegato a interessi illeciti, squadernava il controllo del voto e, quindi, l’inquinamento e la confisca della democrazia.
Sono cose che non si possono far conoscere, signor Presidente. Altrimenti poi il popolo prende coscienza, capisce come si fanno affari sulla pelle dei più deboli, dissente e magari innesca quella democrazia partecipativa che spaventa il sistema di potere che opprime la nostra democrazia. Una presa di coscienza e conoscenza poteva scatenare una sana e pacifica ribellione sociale. Lei, signor Presidente, dovrebbe conoscere – sempre quale Presidente del CSM - le attività messe in atto ai miei danni. Mi auguro che abbia assunto le dovute informazioni su quello che accadeva in Calabria per fermare il lavoro che stavo svolgendo in ossequio alla legge e alla Costituzione. Avrà potuto così notare che è stata messa in atto un’attività di indebito esercizio di funzioni istituzionali al solo fine di bloccare indagini che avrebbero potuto ricostruire fatti gravissimi commessi in Calabria (e non solo) da politici di destra, di sinistra e di centro, da imprenditori, magistrati, professionisti, esponenti dei servizi segreti e delle forze dell’ordine. Tutto ciò non era tollerabile in un Paese ad alta densità mafiosa istituzionale. Come poteva un pugno di servitori dello Stato pensare di esercitare il proprio mandato onestamente applicando la Costituzione? Signor Presidente, Lei - come altri esponenti delle Istituzioni - è venuto in Calabria, ha esortato i cittadini a ribellarsi al crimine organizzato e ad avere fiducia nelle Istituzioni. Perché, allora, non è stato vicino ai servitori dello Stato che si sono imbattuti nel cancro della nostra democrazia, cioè nelle più terribili collusioni tra criminalità organizzata e poteri deviati? Non ho mai colto alcun segnale da parte Sua in questa direzione, anzi. Eppure avevo sperato in un Suo intervento, anche pubblico: ero ancora nella fase della mia ingenuità istituzionale. Mi illudevo nella neutralità, anzi nell’imparzialità dei pubblici poteri. Poi ho visto in volto, pagando il prezzo più amaro, l’ingiustizia senza fine.
Sono stato ostacolato, mi sono state sottratte le indagini, mi hanno trasferito, mi hanno punito solo perché ho fatto il mio dovere, come poi ha sancito l’Autorità Giudiziaria competente. Ma intanto l’obiettivo era stato raggiunto, anche se una parte del Paese aveva e ha capito quel che è accaduto, ha compreso la posta in gioco e me l’ha testimoniato con un affetto che Lei non può nemmeno immaginare. Un affetto che costituisce per me un’inesauribile risorsa aurea.
Ho denunciato fatti gravissimi all’Autorità giudiziaria competente, la Procura della Repubblica di Salerno: me lo imponeva la legge e prima ancora la mia coscienza. Magistrati onesti e coraggiosi hanno avuto il solo torto di accertare la verità, ma questa ancora una volta era sgradita al potere. E allora anche loro dovevano pagare, in modo ancora più duro e ingiusto: la lezione impartita al sottoscritto non era stata sufficiente. La logica di regime del “colpirne uno per educarne cento” usata nei miei confronti non bastava ancora a scalfire quella parte della magistratura che è l’orgoglio del nostro Paese. Ci voleva un altro segnale forte, proveniente dalle massime Istituzioni, magistratura compresa: la ragion di Stato (ma quale Stato, signor Presidente?) non può tollerare che magistrati liberi, autonomi e indipendenti possano ricostruire fatti gravissimi che mettono in pericolo il sistema criminale di potere su cui si regge, in parte, il nostro Paese.
Quando la Procura della Repubblica di Salerno – un pool di magistrati, non uno “antropologicamente diverso”, come nel mio caso – ha adottato nei confronti di insigni personaggi calabresi provvedimenti non graditi a quei poteri che avevano agito per distruggermi, ecco che il circuito mediatico-istituzionale, ai più alti livelli, ha fatto filtrare il messaggio perverso che era in atto una “lite fra Procure”, una guerra per bande. Una menzogna di regime: nessuna guerra vi è stata, fra magistrati di Salerno e Catanzaro. C’era invece semplicemente, come capirebbe anche mio figlio di 5 anni, una Procura che indagava, ai sensi dell’art. 11 del Codice di procedura penale, su magistrati di un altro distretto. E questi, per ostacolare le indagini, hanno a loro volta indagato i colleghi che indagavano su di loro, e me quale loro istigatore. Un mostro giuridico. Un’aberrazione di un sistema che si difende dalla ricerca della verità, tentando di nascondersi dietro lo schermo di una legalità solo apparente.
Questa menzogna è servita a buttare fuori dalle indagini (e dalla funzioni di Pm) tre magistrati di Salerno, uno dei quali lasciato addirittura senza lavoro. Il messaggio doveva essere chiaro e inequivocabile: non deve accadere più, basta, capito?! Signor Presidente, io credo che Lei in questa vicenda abbia sbagliato. Lo affermo con enorme rispetto per l’Istituzione che Lei rappresenta, ma con altrettanta sincerità e determinazione. Ricordo bene il Suo intervento – devo dire, senza precedenti – dopo che furono eseguite le perquisizioni da parte dei magistrati di Salerno. Rimasi amareggiato, ma non meravigliato. Signor Presidente, questo sistema malato mi ha di fatto strappato di dosso la toga che avevo indossato con amore profondo. E il fatto che non mi sia stato più consentito di esercitare il mestiere stupendo di Pubblico ministero mi ha spinto ad accettare un’avventura politica straordinaria. Un’azione inaccettabile come quella che ho subìto può strapparmi le amate funzioni, può spegnere il sogno professionale della mia vita, può allontanarmi dal mio lavoro, ma non può piegare la mia dignità, nè ledere la mia schiena dritta, nè scalfire il mio entusiasmo, nè corrodere la mia passione e la volontà di fare qualcosa di utile per il mio Paese. Nell’animo, nel cuore e nella mente, sarò sempre magistrato.
Nella Politica, quella con la P maiuscola, porterò gli stessi ideali con cui ho fatto il magistrato, accompagnato dalla medesima sete di giustizia, i miei ideali e valori di sempre (dai tempi della scuola) saranno il faro del nuovo percorso che ho intrapreso. Darò il mio contributo affinchè i diritti e la giustizia possano affermarsi sempre di più e chi soffre possa utilizzarmi come strumento per far sentire la sua voce.
E’ per questo che, con grande serenità, mi dimetto dall’Ordine giudiziario, dal lavoro più bello che avrei potuto fare, nella consapevolezza che non mi sarebbe più consentito esercitarlo dopo il mandato politico. Lo faccio con un ulteriore impegno: quello di fare in modo che ciò che è successo a me non accada mai più a nessuno e che tanti giovani indossino la toga non con la mentalità burocratica e conformista magistralmente descritta da Piero Calamandrei nel secolo scorso, come vorrebbe il sistema di potere consolidato, ma con la Costituzione della Repubblica nel cuore e nella mente.

Luigi de Magistris Roma, 28 settembre 2009 - Il Fatto Quotidiano

L'importante è che il cavallo o la cavalla nominati senatori non prendano la parola per raccontare come sono andati i fatti.


IL PROBLEMA per una volta non era Santoro. E nemmeno Travaglio. Il problema era lei, Patrizia D'Addario. Una che il presidente del Consiglio può portare a letto, ma un presentatore non può invitare in tv per farla parlare. Berlusconi era "profondamente indignato", perché "la tv pubblica non deve dare spazio a certi personaggi". Al massimo, si può pensare di candidarli al Parlamento europeo, come lui aveva progettato di fare, prima di essere fermato da Veronica Lario. Sembra una canzone di Fabrizio De Andrè, questa storia della prostituta cercata di notte e ripudiata alla luce dei riflettori. Santoro non trova un politico di centrodestra disponibile a frequentare la stessa trasmissione inquinata da "quella là". Eppure nessuno di loro s'è mai sentito in imbarazzo a presentarsi nelle liste elettorali accanto a Patrizia e le altre. Nessuno ha chiesto spiegazioni al capo. A fine impero, Berlusconi può fare quello che vuole, candidare chi gli pare per motivi più o meno confessabili. L'importante è che il cavallo o la cavalla nominati senatori non prendano la parola per raccontare come sono andati i fatti. Prima di ieri, Patrizia D'Addario era stata intervistata da sei televisioni straniere. I filmati erano stati distribuiti in una trentina di paesi. La televisione italiana è arrivata per ultima e, com'è noto, fra mille difficoltà e minacce. L'uomo che governa l'Italia ha dedicato gli ultimi giorni a escogitare ogni forma di pressione per impedire la presenza in video dell'escort barese. Ha smosso i vertici Rai e il ministro Scajola. A proposito del fatto che "esistono problemi più seri". Fallito l'ultimo e un po' grottesco tentativo di boicottaggio, un papiro di otto pagine con un parere legale catapultato dal direttore di Raidue a Santoro poco prima della messa in onda, Berlusconi è passato alla fase due, la controprogrammazione. Con Bruno Vespa e Maurizio Belpietro nel ruolo di avvocati difensori, come se non avesse abbastanza. Dopo essere stati convocati a palazzo dal premier nel pomeriggio, i due fidi giornalisti hanno dato vita ieri sera a un'incredibile puntata di Porta a Porta dedicata a smontare il programma appena andato in onda sull'altra rete Rai. Simbolo dell'arlecchinesca trovata il direttore di Libero Belpietro, il quale, come il mitico Soleri, saltabeccava da una rete all'altra per servire il padrone. Per avere un'idea di come funzioni una democrazia, vale la pena di ricordare che nel 1999, mentre Bill Clinton era nel pieno del secondo mandato alla Casa Bianca, Monica Lewinski fu intervistata per due ore dalla Abc e vista da cento milioni di americani. Senza che né Clinton né un solo esponente politico democratico si sognasse di protestare. Naturalmente la Lewinski fu invitata, come la D'Addario, da decine di televisioni straniere. Compresa la Rai, con il personale plauso di Agostino Saccà, buon amico del presidente del consiglio. Alla fine la celebre stagista della Casa Bianca aveva accettato di partecipare a Porta a Porta, ma rinunciò all'ultimo momento perché non aveva ottenuto di far togliere la parola "sexgate" dai titoli di testa. Bruno Vespa, nel caso di Clinton, non aveva ancora scoperto il rispetto della privacy e il disgusto per il gossip esibito a piene mani ieri sera. La mancata presenza della Lewinski su Raiuno era costata ventimila euro alla tv di Stato. Clinton non l'aveva mai candidata a cariche pubbliche. Carl Bernstein da New York ha tutto il diritto di dirci che la nostra non è una democrazia ma "una specie di sistema sovietico". Patrizia D'Addario ha avuto la sfortuna di andare a letto con il presidente del consiglio italiano e non con il presidente Usa, quindi non è stata pagata dalla Rai. È andata da Santoro gratis, dopo aver "sputtanato Berlusconi in mondovisione", per usare l'espressione di Belpietro. Ha raccontato la sua storia, la sua storia sbagliata e proibita nell'"harem del presidente". L'harem di venti ragazze che gli portava a palazzo l'amico e compagno di merende Giampi Tarantini. Tutte vestite, truccate, pagate uguali, costrette poverine a vedere il filmato celebrativo, convocate dallo stesso sogno di una celebrità qualsiasi ottenuta in qualsiasi modo. Al di là della politica, delle inchieste, dello stesso caso Berlusconi, è come se le parole di Patrizia facessero cadere un sipario e mostrassero quello che c'è dietro l'Italia visibile e vista in questi decenni, dietro l'eterno spettacolo televisivo, dietro tutte le domeniche in, tutti i talk show, tutti i grandi fratelli di questi anni, la finta allegria, il falso successo. Un mondo di solitudine, di vuoto, d'infinito squallore.

Curzio Maltese (La Repubblica - 2 ottobre 2009)

giovedì 1 ottobre 2009

Tg3, via libera al cambio: La Berlinguer direttrice

ROMA — La tempra della nuova direttrice del Tg3 è in­dubbiamente forte, tenace, deci­sa. Anche negli inviti. Nel di­cembre 2008 Berlusconi chiese ai suoi di non partecipare più al­le trasmissioni Rai, accusata (ie­ri come oggi) di essere anti-cen­trodestra. Ignazio La Russa ac­cettò invece un invito a Primo piano di Bianca Berlinguer. Il Cavaliere si arrabbiò e lo chia­mò la mattina presto. La Russa: «Non potevo dire di no a Bian­ca Berlinguer....». E Berlusconi: «E tu dici no al presidente del Consiglio!». Fu galanteria larus­siana o timore per le vivaci rea­zioni della signora di fronte a un no dell’ultimo momento? Vai a sapere.
Bianca Berlinguer, 49 anni, una figlia di 10 anni di nome Giulia, un compagno di nome Luigi Manconi (sardo come lei che lo è per una metà, l’altra metà è romana per via della ma­dre Letizia), di carattere ne ha da vendere. Unito alla sua indi­scussa bellezza fece di lei, trent’anni fa nella Prima Repub­blica, un’icona irraggiungibile per un’intera generazione di ra­gazzi romani: alta, magra, fles­suosa, naturalmente abbronza­ta, lunghi capelli corvini, spes­so in motorino per le vie del centro, sempre in bianco d’esta­te.
Il tempo trascorso ha trasfor­mato quel fascino in un più ma­turo volto-simbolo del Tg3. Ha sempre convissuto elegante­mente con un cognome ingom­brante, mai esibito per scelta («è una decisione della fami­glia, non parliamo di mio padre in pubblico»). Però ha ricorda­to volentieri come in casa il pa­pà smettesse i panni del segre­tario di partito per discutere di politica con la moglie Letizia, cattolica praticante, in una dia­lettica paritaria e autentica. Le­zione che le ha segnato positiva­mente la vita e il modo di inten­dere il ruolo della don­na in una coppia.
Soprattutto chiamar­si Berlinguer non ha rappresentato una ren­dita di posizione, me­no che mai economica. Glielo riconobbe nel 2001 Stefania Craxi: «Né mio padre né Ber­linguer hanno lasciato eredità o tesori, lo sa bene Bianca che si è sempre guadagnata la vita lavorando, come ho fatto io».
L’esordio giornalistico risale al Mixerdi Giovanni Minoli («L’incontro con lui è stato una svolta») a 24 anni con qualche contratto a termine. Poi il Ra­diocorriere , infine il Tiggitrè di Sandro Curzi, nei giorni della prima guerra del Golfo. Alla scuola di Sandrone (in redazio­ne con Michele Santoro e Corra­dino Mineo) crebbe con Federi­ca Sciarelli e Giovanna Botteri. Un affetto durato fino alla mor­te del padre di Telekabul: fu Bianca a condurre la serata spe­ciale, una commozione celata ma visibile. Anche se Curzi eb­be da ridire quando Bianca, nel maggio 2008, accettò di andare in diretta con la scritta «cancel­lato » sul volto quando il Cda Rai decise di esiliare in terza se­rata Primo piano per lasciare la seconda a Serena Dandini in un duello tutto a sinistra («sembra Beirut»).
Il suo rapporto con la diretta è sereno e solido. Mai uno smar­rimento, giorni fa è andata in vi­deo persino senza voce. Solo ai tempi di Telekabul, durante uno speciale elettorale, le sfug­gì in diretta un «non rompere i c...» rispondendo a un’insisten­za dalla regia. Ci fu un’inchie­sta, ma nulla di grave.
La vita privata per lei è priva­tissima. Un ex marito e ora Man­coni. Nel settembre 1996 il pre­sentatore Valerio Merola svelò di essersi perdutamente inna­morato di lei dopo un brevissi­mo flirt e che Bianca poi non volle più vederlo. Titoloni sui giornali. Silenzio pneumatico dell’interessata che non com­mentò.
Invece di suo padre parlò e scrisse, sempre nel 1996, quan­do il Pds aprì un dibattito sul compromesso storico (criticato da Luciano Violante, Giuseppe Vacca, lo stesso D’Alema). Dalla sua lettera a l’Unità : «C’è il ri­schio che la ricostruzione stori­ca del ruolo di mio padre, e l’eventuale critica, siano piega­te a usi contingenti e a interessi politici di breve periodo e di scarso respiro da frettolosi com­mentatori ». Nessuno spazio affettivo, in­vece, per Francesco Cossiga che spesso sostiene di aver «racco­mandato » sua «nipote» Bianca Berlinguer. Algida risposta di lei, 2008: «Il presidente emerito sostiene di essersi adoperato per la mia carriera. L’interven­to, non richiesto né sollecitato, non ha, per sua stessa ammis­sione, sortito buon fine. Lo pre­go di astenersi per il futuro da simili raccomandazioni perché non vorrei che, oltre che rivelar­si inutili, mi procurassero ulte­riori danni». Ecco: qui c’è vera­mente tutta la più autentica Bianca Berlinguer.

Paolo Conti (Corriere della Sera - 01 ottobre 2009)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)