"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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lunedì 5 luglio 2010

Passaparola: "Mangano eroe, Dell'Utri supereroe"

Testo:
Buongiorno a tutti. Allora, Aldo Brancher si è dimesso da ministro dopo solo sette giorni: evidentemente ha cercato invano la delega alla quale era stato assegnato, poi non l'ha trovata.
Scherzo, naturalmente: l'uso del legittimo impedimento, diciamo il legittimo uso da parte di Brancher della legge sull'illegittimo impedimento, ha suscitato tali polemiche e contrasti per la sfacciataggine con cui tutto ciò è avvenuto, che alla fine hanno indotto Berlusconi, dopo un incontro ad Arcore con il fido Brancher, a scaricarlo.
Brancher, ministro per caso - Resta invece saldamente presidente del Consiglio e ha già fatto uso tre volte, negli altrettanti suoi processi, Mills, Mediaset e Mediatrade, Silvio Berlusconi, intorno al cui abuso di legittimo impedimento non sono nate polemiche istituzionali di nessun genere, fanno tutti finta di niente.
Resta sottosegretario al tesoro Nicola Cosentino, sul cui capo pende un mandato di cattura – attenzione non una richiesta di arresto da parte della procura di Napoli – un'ordinanza di custodia cautelare già emessa dal GIP, già confermata dalla Cassazione che non può essere eseguita perché il signorino è trincerato in Consiglio dei Ministri e in Parlamento: la Camera fa scudo e respinge il permesso ai giudici di entrare e di portarselo via. Ma anche questo, come sappiamo, ha creato ben poche polemiche da parte del maggior partito di opposizione che, anzi come forse qualcuno di voi ricorderà, dopo aver presentato insieme all'Italia dei Valori e all'UDC una mozione in cui chiedevano a Cosentino di dimettersi, addirittura prima che gli arrivasse il mandato di cattura, il PD fece poi in modo, con le uscite dall'aula calibrate di decine di suoi esponenti, di non far passare quella mozione perché sarebbe bastato essere presenti in forze e quella mozione sarebbe passata in quanto molti finiani e non si erano dileguati nel centrodestra.Dunque, diciamo: siamo di fronte all'ennesima fiera del tartufo, all'ennesimo festival dell'ipocrisia. Adesso ci saranno quelli che si attribuiranno il merito delle dimissioni di Brancher: le dimissioni di Brancher sono un fatto interno al centrodestra. Come sempre è avvenuto tutto all'interno del centrodestra; se non si fossero dissociati i finiani e i bossiani, Brancher sarebbe ancora lì, e invece Berlusconi ha dovuto sacrificarlo, anche perché altrimenti c'era il rischio che la sua maggioranza andasse sotto di fronte alle mozioni di sfiducia individuali che erano state presentate dalle opposizioni.Diciamo che alla fiera del tartufo partecipa il Capo dello Stato il quale ha firmato la legge sul legittimo impedimento che, senza la sua firma, oggi non sarebbe legge dello Stato, ha firmato la nomina di Brancher a ministro di non si sa cosa, e poi ha contestato a Brancher il diritto di utilizzare il legittimo impedimento, cioè una legge firmata e promulgata da Napolitano in virtù della sua nomina a ministro da parte di Napolitano. Napolitano, che invece quando Berlusconi si avvale del legittimo impedimento, magari per coprire i suoi festini in Brasile con le ballerine di lap dance. Io non ho nulla contro chi fa festini con ballerine di lap dance, ma se quel tale autocertifica con un documento ufficiale di Palazzo Chigi al Tribunale di non avere nemmeno un'ora libera per un anno e mezzo – questo comporta il legittimo impedimento senza dover dare alcuna giustificazione giorno per giorno di quello che fa – e poi si scopre che si fanno, come ha raccontato tutta la stampa brasiliana, durante le missioni di Stato, i festini, allora quei festini diventano argomento di dibattito. Dovrebbero diventare argomento di dibattito e polemica politica perché, invece dei festini, sarebbe suo dovere partecipare alle udienze del suo processo; su questo il Quirinale tace bellamente. E' comodo prendersela con Brancher, viene sempre più voglia di dare la solidarietà a Brancher, che ha fatto un terzo di quello che ha fatto Berlusconi – parlo del fatto che ha usato il legittimo impedimento per un solo processo e oggi se ne è già spogliato – che viene linciato come se fosse il capo della banda. Non dimentichiamoci che il capo della banda rimane Berlusconi. Vedremo nei prossimi mesi cosa è stato promesso a Brancher in cambio del suo sacrificio.Brancher è uno di quei collaboratori che, anche se leggerete che Berlusconi l'ha scaricato, non può essere scaricato, perché è uno di quei collaboratori con la cerniera lampo al posto delle labbra; è un signore che si è fatto tre mesi di galera a San Vittore per le tangenti Fininvest quando era il braccio destro di Confalonieri, tangenti che pagava – l'abbiamo detto lunedì ma è bene ripeterlo – al partito socialista di Craxi e al Partito Liberare del ministro della malasanità De Lorenzo, per fare in modo che il governo desse in appalto a Mediaset una gran mole di spot della campagna anti AIDS. Soldi pubblici a Mediaset, una delle imprese più assistite che si siano mai viste.Soldi pubblici a Mediaset per fare la pubblicità contro l'AIDS “Se lo conosci lo eviti”, perché se non facevano quella pubblicità la gente andava incontro abbracciandoselo, l'AIDS. Ecco, soldi pubblici a Mediaset in cambio di tangenti a politici, questa è la ragione per cui Brancher viene arrestato. Chiude la lampo, e per tre mesi non parla; quando esce ha una carriera assicurata e, infatti, di lì a poco diventerà parlamentare di Forza Italia, poi sottosegretario, recentemente ministro, adesso tornerà ad essere sottosegretario, quindi farà parte comunque del governo, credo io, vedremo. Magari un giorno capiremo per questo gesto qual è la ricompensa, visto che è saltato il ministero.I messaggi mafiosi di Dell'Utri - Un altro signore che per questo gesto ha una vecchiaia agiata assicurata, si chiama Marcello Dell'Utri, ma non è mica l'unico, ce ne sono tanti e ne stiamo scoprendo in continuazione.Marcello Dell'Utri resta Senatore, ovviamente, anche dopo la condanna in secondo grado a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa e l'altro giorno... poi faremo qualche commento non sulla sentenza che non esiste, abbiamo soltanto il dispositivo, ma sui commenti alla sentenza e su come i media sono riusciti a distorcere, ribaltare addirittura il significato di quel dispositivo.Intanto, è interessante vedere cos'ha detto Dell'Utri: tra le tante cose che ha detto Dell'Utri ce ne sono due che inducono a una certa riflessione; non solo noi: credo che abbiano indotto soprattutto Silvio Berlusconi a una certa riflessione.A un certo punto l'avvocato Mormino, quello coi capelli bianchi che sembra la controfigura di Salvo Lima che è uno degli avvocati di Dell'Utri, ha dichiarato subito dopo la sentenza: “Dell'Utri è stato condannato solo per quanto avrebbe fatto prima del 1992 per proteggere dalla mafia Berlusconi e le sue aziende”. Quindi Dell'Utri paga per conto di Berlusconi. Non ha fatto quelle cose per sé, le ha fatte per sacrificarsi per la causa superiore di Berlusconi. Primo messaggio.Adesso voi sposatelo con questo secondo messaggio che lancia direttamente Dell'Utri nella sua conferenza stampa poche ore dopo la sentenza che lo ha condannato, ripeto condannato, a sette anni di reclusione per concorso esterno: “Mangano resta il mio eroe, non so se io, trovandomi al suo posto in carcere, riuscirei a resistere senza fare nomi”. Ecco, mettete insieme l'avvocato di Dell'Utri che ricorda: “guardate che quelle cose, se le ha fatte, le ha fatte per salvare Berlusconi” e ora si ritrova sette anni di galera e Berlusconi niente. Poi c'è Dell'Utri che dice: “Mangano è un eroe perché ha la lampo a tenuta stagna. Purtroppo non capita a tutti questa fortuna: io, per esempio – dice – se mi trovassi in carcere, tipo se venisse confermata in cassazione la mia condanna e io dovessi finire dentro per quattro – perché voi sapete che gli ultimi tre in Italia si scontano fuori ai servizi sociali, ma quattro anni sono quattro anni soprattutto per uno abituato a vivere tra incunaboli e libri antichi – non so se saprei mantenere proprio completamente chiusa la cerniera lampo”. Bel messaggio, no, per chi deve capire. Sicuramente non era rivolto a noi, perché di noi questo signore non sa nulla, chissà di chi sa qualcosa, forse del Presidente del Consiglio!Bisogna imparare a leggere questi messaggi da uno condannato a sette anni per mafia in appello; ricordo che l'appello è l'ultimo grado di merito poi c'è un grado di legittimità, quindi se ci sono violazioni formali la corte di Cassazione può bocciare, altrimenti questo è l'ultimo giudizio di merito. Sui fatti l'appello è l'ultima parola della giustizia, sulle forme c'è la Cassazione. Possiamo ben dire che, quando parla Dell'Utri, bisogna decrittare, decodificare quello che dice secondo il linguaggio mafioso: quando Dell'Utri lancia un messaggio, lancia un messaggio mafioso, a chi lo lancia sta all'intelligenza di chi ascolta capirlo, ma il linguaggio è quello mafioso.Quando insiste continuamente a ripetere che Vittorio Mangano è un eroe, secondo voi lo fa per omaggiare la salma del caro estinto Vittorio Mangano, lo fa per dare un contentino alla vedova e alle orfane, lo fa per riconoscenza nei confronti di un vecchio amico che ormai è morto da dieci anni? Credo che la prossima settimana o fra due settimane sarà il decimo anniversario della scomparsa di Mangano. Credete che lo faccia così? Ma naturalmente no! Quando Dell'Utri dice “Mangano è un eroe perché...” sta parlando di se stesso, non di Mangano. Sta parlando di se stesso che, nonostante tutte le traversie processuali di questi anni, è riuscito a tenere chiuso il becco e lo ricorda continuamente a chi avrebbe potuto subire delle pesanti conseguenze se lui non fosse stato così eroico e si fosse lasciato scappare qualcosa.Guardate che ci sono tanti modi per lasciarsi scappare qualcosa, basta parlare un po' troppo al telefono in un momento in cui si sospetta di parlare con una persona intercettata, per esempio.Bastava mandare avanti qualche proprio collaboratore che all'improvviso ha un crollo psicologico e comincia a parlare. Allora forse è bene tenere presente quello che raccontava Cartotto, davanti ai magistrati di Caltanissetta e Palermo che lo interrogavano sulla nascita di Forza Italia. Cartotto disse una cosa molto semplice: disse “Marcello Dell'Utri me lo ricordo quando mi incaricò di cominciare a studiare un nuovo partito legato alla Fininvest, me lo ricordo perché era un periodo in cui aveva dei dubbi. Ogni tanto sbottava contro Berlusconi, e una volta mi disse 'Silvio non capisce che se parlo io...'”. Questa storia del “se parlo io...” è antica, risale addirittura a prima della nascita di Forza Italia, e chissà se quel “se parlo io...” non è stato un argomento sufficiente per indurre, magari, il Cavaliere a rompere gli indugi nel momento in cui stava valutando i pro e i contro della discesa in campo. Queste cose sono tutte nelle carte, naturalmente: basta saperle leggere.E, invece, molti continuano a far finta di niente e a non leggere; altri scoprono tardivamente quello che si poteva scoprire molto prima. Io mi sono tenuto qua in cartellina un po' di titoli di giornali; sono interessanti per vedere com'è ridotta la stampa italiana. Bisogna fare un ripassino ogni tanto.“Il politico Dell'Utri non ha mafiato”, il Foglio di Giuliano Ferrara; dentro c'è un commento intitolato “Ma le stragi no”. Libero: “Dell'Utri padrino part-time. Sentenza ipocrita. Condannato per concorso esterno ma solo prima del 1992 – hai detto niente – così lui sarà prescritto, i giustizialisti potranno attaccare e nessuno ha perso”. Vi segnalo anche qui, di spalla, un immortale articolo di tale Mazzoni, dev'essere un refuso. Il titolo dice: “La troppa libertà di stampa ha ucciso il giornalismo”, pensate che cosa arriva a scrivere!“Picciotto part-time. La prescrizione farà giustizia. Crolla il teorema Forza Mafia”. “Dell'Utri deluso: quel giudice come Pilato”. “Silvio sollevato: cade un castello di carte, ma i finiani vedono solo la condanna” e che devono vedere visto che si tratta di una condanna a sette anni! Qui invece il giornale preferisce titolare sull'assoluzione di Tartaglia: si sono meravigliati perché Tartaglia, il lanciatore di souvenir, è stato dichiarato matto e quindi totalmente incapace di intendere e volere quindi non imputabile. Pensate che stupore, chi se lo sarebbe aspettato che era uno squilibrato. Avevano indicato un po' di mandanti, alla fine si è scoperto che era semplicemente fuori.“Forza Italia mafiosa? Una balla”, ecco questo è il titolo sulla condanna a sette anni del fondatore, inventore, di Forza Italia.Ancora alcuni titoletti simpatici: “I paradossi del processo Dell'Utri”, questo è quel genio di Giordano, inventore del programma Lucignolo Bikini, che si avventura nei terreni impervi del diritto.Vi segnalo anche il giurista con le meches, che titola “Quel reato che non esiste nel codice”, sta parlando del concorso esterno in associazione mafiosa. Poi c'è un bell'esempio di cerchiobottismo: “Condanna pesante, ma gravi pure le parole del Procuratore Generale”, questo è Macaluso. “Un macigno sulla tesi Forza Italia-mafia-stragi del 1992”, questo è il Riformatorio. “Macello Dell'Utri”, un bel gioco di parole, “Smontata la teoria sulle stragi del 1992”.Ecco, questo è un po' come si comporta la nostra stampa. I telegiornali non ve li posso far vedere, anche perché forse qualcuno di voi li ha già visti: meraviglioso il Tg1! Il Tg1 è riuscito a dire “La corte non ha creduto alla pubblica accusa, non ha creduto a Spatuzza, subito peraltro smentito da Filippo Graviano, ha spazzato via la costruzione accusatoria, crolla tutto”. Questo è il servizio di tale Grazia Graziadei, ve la segnalo perché si sta molto segnalando in quest'ultimo periodo, è una specie di minzolina di complemento. L'altra sera ha anche fornito i dati taroccati sulle intercettazioni. Collegata da Palermo diceva che “crolla il teorema”, infatti a Dell'Utri hanno dato sette anni e festeggiava anche lei insieme al Senatore. Evidentemente conoscendolo si aspettavano tutti l'ergastolo, quindi quando vedono che prendono solo sette anni, questi personaggi, si congratulano. “Bravo, ti è andata di culo, solo sette anni!”. Fra qualche anno si ritroveranno tutti nei cortili di un penitenziario a loro scelta per festeggiare e brindare al colpo di culo: “visto eh! Solo sette anni, te possino, ti è andata bene!”... Cuffaro, Dell'Utri tutti contenti. Già ricorderete Previti quando brindò per la condanna a soli sette anni e mezzo per la sentenza Imi-Sir Lodo Mondadori, si contentano di poco, sono di bocca buona. Sette anni gli sembrano pochi: è che ne dimostrano di più, li portano male, gli anni.Il depistaggio del regime - Perché dico questo? Perché quando uscì la sentenza Andreotti fu facile spacciare la prescrizione per assoluzione. Questa volta, una volta emesso il dispositivo in cui Dell'Utri viene condannato a sette anni di reclusione per mafia, mi domandavo: “chissà come faranno a depotenziare, sminuire, depistare l'attenzione da una sentenza così grave, così pesante”.Perché grave e pesante? Perché una corte d'Appello così benevola Dell'Utri, ma neanche un altro imputato, non la troverà più! Abbiamo già raccontato chi sono i tre giudici che hanno giudicato Dell'Utri: erano giudici dai quali lui e la sua difesa si aspettavano un trattamento favorevolissimo, visto che già nel corso del processo, soprattutto nell'ultima fase, si erano dimostrati molto molto molto inclini alle esigenze della difesa e molto ostili a quelle dell'accusa. Quindi, bisogna anche calcolare quello, che tipo di corte. Non è una corte con fama di durezza e severità, ma una corte con fama, come direbbe qualcuno, di garantismo anche se il garantismo non c'entra assolutamente niente: quando si tengono dal processo le prove e poi si dice che mancano le prove uno dovrebbe dire “fatele entrare, così le trovate, le prove”. In ogni caso, sette anni da quella corte lì, al braccio destro del presidente del Consiglio, per mafia!Ecco, come avrebbero fatto a depotenziare la bomba di questa sentenza? L'abilità di questo sistema della disinformazione programmata, organizzata, scientifica è riuscita completamente a depistare l'attenzione dal centro della notizia. Il braccio destro di Silvio Berlusconi condannato in appello per mafia a sette anni, mentre quello sinistro è già stato condannato a sette anni e mezzo per corruzione dei giudici; stiamo parlando dei due angeli custodi che hanno accompagnato Berlusconi dai primi passi nel mondo dell'impresa, della finanza, dell'editoria fino al governo e al Parlamento. Previti era l'avvocato che comprava i giudici e sistemava le cause perse facendole vincere, Dell'Utri è l'uomo del raccordo tra la Fininvest e la mafia: lo dice perfino la benevola corte d'appello, in quella composizione, di Palermo che ha ritenuto tutto provato fino al 1992 compreso. Quindi, cominciamo a fare chiarezza sulle date: fino al 1992 vuol dire che per tutto il 1992 è provato che Dell'Utri era mafioso, e cosa faceva la mafia nel 1992? Faceva il delitto Lima, il delitto Salvo, la strage Falcone, la strage Borsellino e la trattativa coi Carabinieri, ok? Quindi le stragi non sono fuori dal periodo compreso nel dispositivo della sentenza. Quello che ci sarà scritto nella sentenza non lo so, ma l'arco temporale comprende l'anno delle stragi di Capaci e Via D'Amelio e comprende l'anno in cui, secondo Cartotto, Dell'Utri pensò per la prima volta di fare un partito. E lo stesso racconta Massimo Ciancimino, che addirittura prima della strage di Capaci girava voce che stesse per nascere un partito della Fininvest, in casa Ciancimino. Quindi il 1992 è compreso e nel 1992 cominciano gli embrioni che daranno il via a Forza Italia e che Dell'Utri ha sempre negato, esattamente perché vuole staccare quella stagione dalla nascita di Forza Italia.Vediamo quattro o cinque truffe mediatiche con cui si è riusciti a scardinare la portata dirompente di questa sentenza.Dell'Utri dice che Mangano è rimasto in carcere fino alla morte, in cella, nonostante fosse malato di Cancro perché ha rifiutato di mentire su richiesta dei magistrati che gli avevano promesso che se avesse mentito facendo i nomi di Dell'Utri e Berlusconi. Questo lo ripete da anni e tutti lo ripetono da anni senza mai fare una domanda precisa: “Scusi, ma lei da chi l'ha saputo, chi gliel'ha detto, dove sono le prove, chi ha processo a Mangano di uscire in cambio di calunnie a Berlusconi e Dell'Utri?” A che titolo potevano promettere a un signore che stava in galera perché era stato arrestato nel 1999? L'ultima volta Mangano viene arrestato nel 1999 e pochi mesi dopo viene condannato a due ergastoli per tre omicidi, uno dei quali aveva eseguito personalmente. Era in queste condizioni: in galera per tre omicidi con due ergastoli in primo grado, oltre alle condanne per traffico di droga rimediate negli anni Ottanta. Immaginate se a un soggetto del genere qualcuno poteva promettere che sarebbe uscito subito, perché mancava poco alla sua morte, in cambio di calunnie. Ma nemmeno la legge sui pentiti! Intanto inizia il suo percorso di ravvedimento, poi si vede se dice la verità, poi viene portato in una località protetta per sottrarlo alle vendette dei mafiosi in carcere. Quindi, questa storia della libertà il giorno dopo che hai parlato è una stupidaggine, nessuno avrebbe potuto garantirla, e del resto se Dell'Utri conosce i nomi di chi avrebbe fatto questa proposta oscena a Mangano, perché non li denuncia? E' una balla clamorosa che Dell'Utri continua a raccontare, che è entrata nella testa della gente e nessuno ha mai fatto queste domande, basterebbe fare una domanda per farla crollare. Ma le domande, com'è noto, non si fanno.Secondo: dice Maurizio Belpietro, vi ho letto il titolo: “E' una sentenza comica, il mafioso part-time, uno che è picciotto appena appena, sembra uno di quegli espedienti all'italiana.” Dice Dell'Utri: “è una sentenza pilatesca, incoerente: i giudici mi fanno passare per mafioso fino al 1992 ma cadono in contraddizione: se fosse vero la mafia non mi avrebbe mollato proprio nel 1992, quando poteva sperare nei vantaggi del potere e della politica”. E qui devo dire che sia Belpietro che Dell'Utri sembrano dire una cosa ragionevole: ma se uno è mafioso, pur dall'esterno, com'è possibile che a un certo punto smetta? Essere mafiosi non è come fumare! Non è che uno a un certo punto smette di fumare, come fa Dell'Utri a smettere di essere mafioso proprio nel 1992, di li a poco nasce un partito e la mafia lo scarica proprio nel momento in cui lui, essendo l'inventore di Forza Italia, stando per andare al governo, le serve di più? La mafia stava cercando di riempire quel vuoto politico che si era aperto con tangentopoli, ora che arriva Forza Italia a riempirlo, la mafia scarica Dell'Utri! Ha ragione Dell'Utri, vedete quante cose sa! Sembra ragionevole il discorso.E allora cosa c'è che non va? Che la sentenza non dice affatto che Dell'Utri ha smesso di essere mafioso nel 1992. Le motivazioni le leggeremo, ma di solito le sentenze non dicono sciocchezze del genere. I giudici non devono scrivere la biografia completa di Dell'Utri dalla culla al Senato, i giudici devono vedere su quali episodi portati dall'accusa ci sono le prove per condannare Dell'Utri, e su quali non ci sono le prove o ci sono prove insufficienti o ci sono prove contraddittorie che comunque non bastano per condannare su quegli episodi.Gli episodi sono in ordine cronologico: i giudici si sono fermati al 1992 evidentemente perché ritenevano che gli episodi successivi non siano sufficientemente provati per condannarlo per il periodo successivo al 1992. Non dicono che ha smesso, ma semplicemente: “dopo non sappiamo perché non abbiamo elementi, lo condanniamo fino al 1992 perché nel 1992 abbiamo trovato l'ultimo episodio che inoppugnabilmente lo collega alla mafia”. Non dicono che non è più mafioso, dicono che hanno le prove che è mafioso fino al 1992.Poi un cittadino, un giornalista, un opinionista, uno storico può andare al di là e dire che è ovvio che ha continuato, infatti risultano incontri con Mangano nel 1993; risultano probabilmente incontri con Mangano anche dopo, risultano le telefonate di mafiosi come Guttadauro, di mafiosi come Carmelo Amato, uomo di Provenzano intercettato nella sua autoscuola, che organizzavano le campagne elettorali del 1999 alle europee e nel 2001 alle politiche per Dell'Utri. Risultano addirittura i tentativi di un latitante come Palazzolo che si è rifugiato in Sudafrica e che cercava di sistemare le sue pendenze influendo sul governo Berlusconi, nel 2004-2005, contattando tramite amiche comuni la moglie di Dell'Utri perché creasse un link con il marito.Ci sono tutti questi episodi, ci sono i fatti del 2008 segnalati dalla procura di Reggio Calabria che i tre giudici d'appello hanno tenuto fuori dal processo, delle telefonate di Dell'Utri con gli uomini del clan Piromalli, con i giudici che dicono “non ci interessano, perché questa è 'ndrangheta e noi lo stiamo processando per Mafia”. Ah, però! E non ti interessa sapere se quello che stai processando per mafia ha rapporti anche con la 'ndrangheta?Quindi, i fatti ci sono, sono telefonate, intercettazioni, mica elucubrazioni, mica Spatuzza che racconta. Noi, che non siamo giudici, possiamo benissimo riempire il vuoto lasciato da questa sentenza, a meno che poi non lo riempia la Cassazione annullandola perché mal motivata. Vedremo.Non sarebbe la prima volta che una sentenza scritta da Salvatore Barresi, che è il relatore, uno dei tre giudici d'appello, viene smontata e polverizzata nei gradi successivi. La sentenza di assoluzione di Andreotti in primo grado portava l'impronta di Barresi, è stata sgominata dalla Corte D'Appello che ha dichiarato Andreotti colpevole fino al 1980 e prescritto. Può darsi che la Cassazione annulli questa sentenza, ma in ogni caso, intanto, nessuno faccia dire alle sentenze ciò che non possono dire: la sentenza si ferma al 1992 perché ritiene di non poter proseguire, ma non dice che ha smesso dopo il 1992. Anche perché non esistono episodi noti, nel processo, che facciano pensare a una dissociazione di Dell'Utri dalla mafia o della mafia da Dell'Utri. Probabilmente si ritiene che i fatti successivi, almeno quelli che i giudici hanno fatto entrare nel processo, non siano sufficienti per ritenere che dopo il 1992 ci sia un accertato e provato scambio di favori. Sapete che il reato di concorso esterno non è affatto un reato fumoso, come ci raccontano: la Cassazione lo ha spiegato e delimitato perfettamente nelle sentenze di condanna per esempio di Contrada, di Ignazio D'Antona, di politici democristiani siciliani. E' scambio di favori, non fare una telefonata a un mafioso, prendere un caffè, andare a un matrimonio: quelli sono fatti inopportuni, indegni. Il concorso esterno è quando tu, esterno alla mafia, ti metti a disposizione non una volta o due – è favoreggiamento – ma in pianta stabile dell'organizzazione della quale non fai parte, che però fiancheggi stabilmente perché la mafia ti aiuta a far carriera, far soldi, acquistare potere, prendere voti e tu in cambio la favorisci proprio perché stai all'esterno, perché sei un politico, un vescovo, un prete, un poliziotto, un carabiniere, un magistrato colluso, un imprenditore, un finanziere, un banchiere.Eppure è facile: si ridicolizza la sentenza dicendo “fino al 1992 è mafioso, poi ha smesso. E' evidente che han voluto dare un contentino alla procura, poi smonteranno anche il resto perché è evidente che uno è mafioso mai o sempre”. E loro scelgono mafioso mai.Infatti Dell'Utri dice: “dovevano assolvermi anche per il prima del 1992, ma non l'hanno fatto per dare un contentino alla procura, per evitare di darle uno schiaffo”. Uno per dare un contentino alla procura affibbia sette anni al braccio destro del presidente del Consiglio, e gliene toglie 2 rispetto al primo grado.Perché devono dare il contentino? “Perché il problema è la procura: Caselli e Ingroia sono potentissimi, in grado di condizionare l'ambiente. Spero di non trovare in Cassazione un giudice di Palermo”. Sono talmente potenti che Ingroia è stato cacciato dall'antimafia quando era procuratore Grasso, e Caselli ha avuto il privilegio di tre leggi contra personam fatte dal governo Berlusconi nel 2005 per impedirgli di diventare procuratore nazionale antimafia. Pensate quanto sono potenti, anzi pensate quanto sono potenti i magistrati che hanno cacciato Ingroia e sono diventati procuratori antimafia. E' la stessa persona, tra l'altro.Questa frase del contentino, cioè del fatto che i giudici a Palermo danno sempre ragione alla procura con le palle che ci hanno sempre raccontato, cioè che tutti i processi ai politici istruiti dal pool di Caselli, quindi Ingroia, Scarpinato, Lo Forte, Paci, Di Matteo ecc., sono finiti tutti nel nulla: i caselliani fanno i processi ai politici e finiscono nel nulla e invece i grassiani fanno i processi giusti, con le accuse vere, e li vincono. Sarà, ma Contrada è stato condannato in via definitiva e il processo l'ha avviato la procura di Caselli, Andreotti è risultato colpevole e la prescrizione è arrivata per sei mesi, non di più, e il processo l'hanno fatto i caselliani, Dell'Utri si è beccato la condanna in primo e in secondo grado, D'Antona e altri mafiosi politici siciliani hanno fatto la stessa fine. Le uniche assoluzioni eccellenti sono quelle di Mannino e quella del Giudice Carnevale. Per assolvere Carnevale hanno dovuto modificare la giurisprudenza della Cassazione per dichiarare nulle le testimonianze dei giudici del collegio presieduto dal Carnevale in Cassazione, che testimoniavano le pressioni che lui faceva per far annullare le condanne di mafia; e dato che le pressioni le faceva in camera di Consiglio, secondo il racconto dei suoi colleghi, ciò che avviene in camera di consiglio non può essere divulgato fuori nemmeno in un processo. Per questo, perché hanno buttato via le prove, i giudici della Cassazione hanno assolto il loro collega Carnevale. Ok?Quindi, dopo che ci hanno raccontato per anni che Caselli è un fallito nei processi ai politici, adesso ci raccontano che li vince tutti perché influenza i giudici. Lo dicono le stesse persone che dicono che li ha persi tutti. Se li ha persi tutti non influenza nessuno e non conta niente, se è potentissimo e li influenza sempre allora vuol dire che li ha vinti tutti; andiamo a vedere: ne ha vinti alcuni, ne ha persi altri, come sempre avviene che i processi possono finire in un modo o in un altro.“l reato potrebbe cadere in prescrizione perché fra breve saranno trascorsi vent'anni dal 1992” quando si fermerebbe il periodo del reato commesso da Dell'Utri. Questi non conoscono nemmeno la matematica, non hanno nemmeno il pallottoliere: il concorso esterno in associazione mafiosa obbedisce alle regole del 416bis dell'associazione mafiosa. Non esiste nel codice penale una voce specifica per il concorso esterno in associazione mafiosa: tutti i reati del codice penale possono essere commessi in concorso con altri. Quando uno ha un concorso con altri che hanno commesso il reato, articolo 110, c'è il concorso in un reato; non c'è un articolo del codice che punisce il concorso in rapina, il concorso in organizzazione terroristica, c'è un reato che punisce l'organizzazione terroristica, sovversiva, mafiosa, poi chi concorre dall'esterno ecco il concorso esterno.Quindi, l'associazione mafiosa si prescrive quando c'è l'aggravante doppia dei soldi e delle armi, stiamo parlando di un'organizzazione mafiosa armata e dedita agli affari, Cosa Nostra, la prescrizione scatta per il periodo di cui stiamo parlando dopo 22 anni e mezzo, esattamente come per Andreotti che però era imputato non di concorso esterno ma di partecipazione diretta all'associazione mafiosa. Quanto fa 22 anni e mezzo più 1992? Fa 2014 e mezzo. Dato che siamo già al 2010 e mezzo, vuol dire che ci sono quattro anni prima che scatti la prescrizione, se la cassazione confermerà che il reato si ferma al 1992, se invece ordinerà un nuovo appello per processare anche il periodo successivo, ovviamente la prescrizione di sposterà in avanti; se invece la Cassazione conferma questa sentenza, ha quattro anni e mezzo. Dell'Utri non ha nessuna possibilità che il processo si prescriva in Cassazione, quindi tutti quelli che scrivono che la sentenza è stata fatta così per permettere la prescrizione mentono, proprio perché non sanno di che stanno parlando, ma vogliono farvi capire che dopo questa sentenza non succede niente, che va a finire tutto a taralucci e vino, che in fondo lo sanno anche i giudici che Dell'Utri non c'entra niente. Gli han dato sette anni per sfregiarlo, senza conseguenze, per dare il contentino alla procura. Sette anni.“Il concorso esterno è una fattispecie di reato così generica ed evanescente da ricomprendere anche le frequentazioni buone o cattive. Ci penserà la Cassazione a cancellare questa vergogna antigiuridica come puntualmente è avvenuto con Mannino”. Questa vergogna antigiuridica l'ha inventata Falcone per la mafia, mentre era già stata applicata nell'800 per i concorrenti esterni del brigantaggio e negli anni Settanta per il concorso esterno nel terrorismo. Dall'1987 quando Falcone scrisse la sentenza-ordinanza del processo maxi-ter abbiamo configurato il concorso esterno in associazione mafiosa. Ed è ovvio che Falcone si ponga il problema solo nel 1987, perché prima del 1987 la mafia non esisteva! E' proprio a metà degli anni Ottanta, con le confessioni di Buscetta, Contorno e Calderone che si riesce ad arrestare i mafiosi e a fare il maxiprocesso, sulla base di una visione piramidale di Cosa Nostra, con la cupola, le sottocupolette ecc. Prima i mafiosi venivano assolti, si negava l'esistenza di un'organizzazione unitaria e verticistica.Quindi il problema non se lo ponevano nemmeno, quello dei complici esterni, perché non riuscivano nemmeno a incastrare quelli interni! Anche perché nel 1987, dopo avere beccato i mafiosi doc, Falcone e Borsellino cominciano a dedicarsi a i colletti bianchi, ai cugini Salvo, per esempio, ai Ciancimino e a tanti altri che creano i presupposti perché si vada al di là, a cercare anche il concorso esterno. Infatti, scrive Falcone: “manifestazioni di connivenza e collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni, possono realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso che sono tante più pericolose, quanto più subdole e striscianti, sussumibili a titolo concorsuale nel delitto di associazione mafiosa. E' proprio questa concorrenza di interessi col potere mafioso che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché correlativamente delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali” perché ha dei complici nelle istituzioni ed è più difficile colpirla, perché chi dovrebbe colpirla spesso collude con la mafia anziché combatterla, questo scriveva Falcone.Gli altri processi su stragi e trattative - Ultimo depistaggio, scrive Belpietro: “il dispositivo nega ogni relazione tra la discesa in campo di Berlusconi, che era il vero obiettivo del processo, e la mafiosità di Dell'Utri. Liquida come balle sesquipedali le dichiarazioni di Spatuzza e Ciancimino, le responsabilità nelle stragi e i collegamenti tra mafia e Forza Italia vengono archiviati”.Scrive Lino Iannuzzi sul Giornale, altro esperto di non si sa che: “Crolla tutto il castello dei teoremi sulle trattative tra lo Stato e la Mafia, sui mandanti occulti delle stragi”.Persino La Stampa ci casca e scrive: “La sentenza assolve Dell'Utri dall'accusa più grave, quella di aver ordito un golpe mafioso con le stragi del 1993”. Poi c'è il Riformatorio: “Un macigno sulla tesi Forza Italia-mafia-stragi”. Il foglio: “ma le stragi no”.Ora, Dell'Utri non è stato processato per le stragi: è stato indagato, insieme a Berlusconi, per le stragi di Firenze, Milano, Roma e Palermo ed è stato archiviato. Qui non era processato per le stragi, il reato era concorso esterno. Le trattative Stato-mafia non sono oggetto di questo processo, sono oggetto per quanto riguarda le trattative del Generale Mori e del Capitano De Donno del processo che stanno celebrando a loro, per quanto riguarda la trattativa del 1992. E per quanto riguarda le trattative del 1993 e i possibili mandanti occulti di cui ha parlato Spatuzza e altri prima di lui, stanno lavorando le procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta in fase di indagine preliminare.Quindi può darsi che ci siano, se emergono riscontri, altri processi dove Dell'Utri venga in qualche modo collegato alle stragi o alle trattative Stato-mafia. In questo processo, non erano nel capo di imputazione, le trattative Stato-mafia. Altra cosa è il fatto che la mafia sceglie Forza Italia perché è il partito fondato da Dell'Utri, perché è indubitabilmente un vecchio amico della mafia. Ecco, questo c'era nel capo di imputazione e questo, infatti, almeno fino al 1992 è stato accertato.Quello che succede nel 1993 ce lo possiamo immaginare, vedremo come i giudici riusciranno a superare quell'appunto di cui vi avevo parlato e che trovate sul sito ilfattoquotidiano.it che adesso, se Dio vuole, sta andando molto bene ed ha grazie a voi un successo clamoroso, quegli appunti sulle agende di Dell'Utri che segnalano incontri tra Dell'Utri e Mangano nel novembre del 1993 mentre sta nascendo Forza Italia, negli uffici milanesi di Pubblitalia. Vedremo come i giudici riusciranno a scavalcare quegli appunti e che non sono una prova di un rapporto di scambio ancora operante nel 1993 mentre nasceva Forza Italia.In ogni caso gli appunti esistono a prescindere da quello che scrivono i giudici e ciascuno di noi, non giudiziariamente, ma politicamente e storicamente si può fare un'idea.Il resto, su questa sentenza, ce lo diremo quando sarà pronta e sarà depositata la motivazione.
Passate parola e continuate a seguirci sul Fatto Quotidiano e su ilfattoquotidiano.it e ovviamente in primis sul sito di Beppe Grillo. Ciao, buona settimana.

Marco Travaglio (Passaparola del 5 luglio 2010)

L'Interpol "arruola" internet - 'Aiutateci ad trovare i ricercati'

L'INTERPOL ha lanciato sul Web la più grande campagna di ricerca per localizzare centinaia di criminali di ogni tipo in fuga per tutte le nazioni del mondo. E ha chiesto l'aiuto degli internauti per collaborare alla loro caccia, nell'ambito dell'operazione iniziata lo scorso 3 maggio e denominata "Infra-Red".
Dalla sede di Lione, l'organizzazione internazionale di polizia criminale ha rivolto un appello ai cybernauti affinché forniscano informazioni su 450 "fuggitivi nascosti in 29 nazioni", accusati di gravissimi reati come omicidio, pedofilia, rapine e traffico di droga. L'indirizzo web a cui inviare queste informazioni è fugitive@interpol.int. Fotografie e notizie sui ricercati posso essere prelevate sul sito dell'Interpol. E' anche possibile trasmettere informazioni, in modo anonimo, al sito www.csiworld.org.
Finora l'Interpol ha catturato già cento ricercati, come un ex modello colombiano, Angie Sanclemente Valencia, ricercato per traffico di stupefacenti, o Mouamba Munanga, della Repubblica democratica del Congo, ricercato da tempo per riciclaggio di denaro sporco.
Ma davanti alla mole impressionante di lavoro per identificare e catturare i fuggiaschi, l'Interpol ha deciso di accelerare le operazioni ricorrendo alle informazioni che potrebbero essere fornite dai cittadini delle 29 nazioni coinvolte.
"Ci sono individui di cui non disponiamo informazioni aggiornate e soprattutto non abbiamo idea di dove si possano essere rifugiati - ha spiegato Martin Cox, coordinatore dell'operazione - Per questo abbiamo domandato al pubblico di darci man forte".
L'organizzazione ha diffuso, nello specifico, le fotografie di 26 ricercati, utilizzando i siti di sicurezza sociale o i forum di discussione su Internet. "E' possibile che qualcuno incontri uno di questi fuggitivi anche su uno dei tanti social network o sui forum di discussione su Internet, così come potrebbe accadere per strada", ha aggiunto Cox, che ha anche chiesto agli internauti di "informare Interpol immediatamente, quali che siano le modalità con cui hanno ottenuto queste informazioni".
L'Interpol ha destinato a questa gigantesca "caccia all'uomo" più di 650 agenti, appartenenti a 82 differenti nazioni e che lavorano 24 ore su 24 sotto il controllo del segretariato generale dell'organizzazione anticrimine. Le informazioni raccolte vengono analizzate dall'ufficio di Lione e poi trasmesse attraverso gli uffici centrali dell'Interpol a ciascuno dei 188 paesi membri del sodalizio che combatte la criminalità internazionale.

Claudio Gerino (La Repubblica - 5 luglio 2010)

Docenti italiani fannulloni? Un mito da sfatare.

Secondo un sondaggio l’idea del “docente fannullone”, promossa da Brunetta, rilanciata da Tremonti e accolta dalla Gelmini, ma attecchita senza resistenze nell’opinione pubblica italiana, deriva non tanto dalla qualità del lavoro offerto (il 65% dei genitori intervistati è sostanzialmente soddisfatto dei docenti dei propri figli, il 20% addirittura entusiasta, con un indice di gradimento molto alto se confortato con quello di altre categorie di lavoratori del pubblico impiego) quanto da altri fattori: rapporto lavoro-vacanze in primis.
Vediamo di saperne di più - Lo stipendio medio di un insegnante tedesco è superiore, e non di poco, rispetto a quello dei suoi omologhi italiani. Lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore in Italia dopo quindici anni di insegnamento è di 27.500 euro lordi annui Un insegnante tedesco, allo stesso livello di carriera, guadagna 45.000 euro all'anno. All’inizio della carriera, oggi, un insegnante delle medie, tanto per fare un esempio, io, guadagna 18.500 euro netti, tredicesima inclusa (scelgo il caso tedesco perché in questi giorni stanno scioperando per avere un aumento salariale, a dir loro non adeguato).
Gli insegnanti tedeschi hanno una media di 22 ore di lezione frontale alla settimana contro le 18 degli insegnanti del nostro paese, ma bisogna tenere conto del fatto che le ore di lezione in Germania sono solo di 45 minuti.
Ore effettive di lavoro: docenti italiani 18 ore di 60 minuti; docenti tedeschi 16,3333… di 60 minuti.
Non entro nel confronto tra le ore di lavoro prestato oltre le ore effettive di lezione frontale. Quelle quantificabili: riunioni, ricevimenti, programmazioni e quelle non quantificabili: aggiornamenti, studio, preparazione delle lezioni, correzioni dei compiti, visite guidate. Nella maggior parte prestate a titolo gratuito.
La durata delle vacanze estive della scuola tedesca è di circa sei settimane, con alcune differenze tra i vari Länder. C'è una ragione delle differenze tra i periodi di vacanza assegnati alle varie regioni: si cerca di non far chiudere le scuole lo stesso giorno in tutta la nazione per evitare che le Autobhan (le austostrade) vadano in tilt per il troppo traffico. Le altre vacanze (non considerando come da noi, giorni festivi nazionali) nel resto dell'anno sono le Herbstferien (due settimane in autunno), le Weihnachtsferien (tre settimane di vacanze di Natale), le Osterferien (una settimana di vacanza pasquale). Non sono poche quindi le vacanze all'interno del sistema scolastico tedesco, ma il tutto è bilanciato dal notevole numero di ore di lezione settimanale per i ragazzi, 40 nel Ginnasio, ad esempio.
La lezioni in quasi tutte le scuole superiori non sono di 60 minuti ma di 45 minuti. Piccola curiosità: gli intervalli (in numero di due al giorno, sono più lunghi che in Italia: durano 20 minuti, da noi è uno di 15 minuti).
Riassumendo:
Vacanze tedesche: 6 settimane + 2 settimane + 3 settimane = 11 settimane
Vacanze italiane: 8 settimane (alle medie, alle superiori sono 5) + 2 (natale) + 1 (pasqua) = 11 settimane.
Avete letto bene: 11 settimane.
Per quel che riguarda la totalità dei docenti italiani, ne sono certa, sarebbero felici di dimezzare i propri “privilegi” pur di guadagnare anche solo la metà dei colleghi tedeschi e dunque avverto il prossimo amico che si imbarca con me in simili discussioni: se l’argomentazione non basterà attaccherò il contro argomentatore, fisicamente.
Considerazioni:
Tempo di lavoro: gli insegnanti italiani lavorano di più e guadagnano un terzo dei colleghi tedeschi. Come mai nella vulgata collettiva dell’italietta media la vita dell’insegnante è “piena di privilegi”e in “Europa invece sì che lavorano gli insegnanti?”.
Ho fatto il confronto con il caso del collega tedesco, quello che nell’opinione pubblica comune rappresenta il caso simbolo della scuola modello e del “docente veramente lavoratore”, che “fatica” come un tedesco, appunto, che lavorerebbe di più, visti i risultati. Eppure dati alla mano: il tedesco lavora meno di quello italiano.
Se dovessimo attenerci alle considerazioni meramente quantitative a cui si attiene in genere l’ opinione pubblica media italiana (che non si forma da sola, attenzione, ma in seguito a informazioni fornite dai media: tv in primis e stampa) ne verrebbe fuori che il docente italiano è un gran cretino: lavora di più e guadagna un terzo del collega tedesco. Da questo punto di vista lo è eccome: cretino. Sempre secondo il metro comune dell’Italia di oggi.
Ma il docente italiano, per fortuna, non segue quel metro. Forse è il “,3333” del risultato delle ore prestate che fa pensare a un di più…? Cioè un numero con maggiori cifre magari rappresenta una quantità maggiore? O solo la superficialità e la velocità con cui si produce e afferma la disinformazione in Italia?
I risultati scadenti degli studenti italiani: la colpa è del singolo insegnante o di un sistema che fa acqua da tutte le parti e su cui molti, troppi, hanno la responsabilità di non averci messo le mani? Secondo voi se una fabbrica produce macchine difettose la colpa è del singolo operaio o di chi dovrebbe controllare i processi di produzione o della catena di montaggio e di chi la governa? Entrambi? Forse, ma a scale di responsabilità ben diverse.
Qualità dei risultati: coincide con la qualità del lavoro offerto? Secondo voi è sul docente che deve soffermarsi la critica o sul “sistema scuola” nel complesso? Il miglior operaio può produrre una Ferrari se ha una catena di montaggio adatta per una 126 e per giunta difettosa?
La scuola non funziona: “a chi diamo la colpa?”. Tutti hanno delle responsabilità nella crisi del sistema scolastico italiano. Politici, per incapacità reali, per disinteresse, per opportunismi di bilancio; sindacati, per autodifese di tipo corporativo; lo stesso mondo della scuola.
Il singolo docente, da sempre volto all’autoconservazione del proprio metodo di lavoro, trascurato oggi, non controllato domani, offeso sempre, si arena e galleggia nella semplice auto responsabilità: non basta. E diventa un peso non più tollerabile. Ci vuole sempre una misura altra di controllo e di valutazione del proprio metodo e non può essere quello dei risultati degli allievi, perché quei risultati sono falsati dalla realtà complessiva del sistema: molteplice e carente.
Come in tutte le categorie ci sono docenti bravi e docenti meno bravi, ma quello è solo uno dei problemi. Gli effetti di questa situazione alla fine li pagano soprattutto gli studenti e gli stessi lavoratori del mondo della scuola.
Lavoratori tra l’altro, in Italia, sottopagati (e adesso sapete a che livello), umiliati e messi ai margini. Sommiamoci il logorìo del lavoro quotidiano e ne viene fuori l’eroe di cui parla Bersani, non perché insegna nelle periferie, ma perché alza la saracinesca e fa l’appello. Non solo la alza ma fa scuola. Nonostante tutto. A Trento come a Lampedusa. E’ l’unica risorsa vera (tolti i soldi, tolte le strutture, tolti i materiali, tolte le scuole che cadono a pezzi) in Italia, allo stato attuale dei fatti, a permettere lo svolgimento di uno dei cardini della nostra Costituzione.
Se infatti si vanno poi a valutare i risultati delle eccellenze (cioè, detta in parole spicciole, cosa “realizzano” i nostri ragazzi eccellenti) al confronto con i coetanei europei arrivano le sorprese: i nostri sono geni. Sono quelli che poi, messi in condizione di agire in situazioni lavorative ottimali (all’estero ovviamente) producono il meglio: scienziati, ricercatori, architetti, avvocati, medici, anche quando provengono dalle famigerate scuole del sud. Anzi: incredibilmente la percentuale è maggiore, di eccellenze all’estero provenienti da regioni del sud dell’Italia (anche perché rappresentano il grosso dell’emigrazione italiana). Grazie a chi? Sono figli dell’orgoglio di papà e mamma? Certo, ma permetteteci di aggiungere: sono figli di un lavoro estenuante di docenti e docenti e docenti. Lasciatemelo dire, di fronte a una buona percentuale di docenti da premio nobel, a una di docenti medi, e a una, minima, ve lo posso assicurare, percentuale di docenti “scarsi” l’alunno italiano è capace di maturare un giudizio critico effettivo e fondante che (pensate che cosa) ne aumenta la flessibilità di pensiero e l’ottima capacità flessibile dei nostri laureati di adattarsi a situazioni diversissime. Ovviamente nel caso degli allievi migliori, ma è sui peggiori che dovrebbe agire il sistema.
I dati che ho fornito all’inizio sono dati che difficilmente trapassano i media. La moda e la capacità giornalistica per quel che riguarda la scuola si limita a due tre cose: bullismo, scioperi e risultati scolastici percentualmente scarsi.
Alzi la mano chi di voi lo sapeva che le vacanze scolastiche tedesche sono esattamente uguali a quelle italiane.
Si, ma i risultati? Beh: per migliorare quei risultati si dovrebbe agire a tutti i livelli della catena di montaggio, non solo all’ultimo. La riforma Gelmini si è limitata a “togliere operai” dalla catena. Attenzione: non i peggiori. Ma indistintamente tolti tra quelli che stavano alla produzione dell’albero a camme e quelli della filiera del carburatore. Qualcosa ha aggiunto nella filiera dell’alza finestrino (la famosa lavagna luminosa).
La disinformazione sulla scuola: stampa libera di non essere libera - Dicevo dati alla mano. Per trovarli ho dovuto tradurre dei siti stranieri. I nostri sono pieni o di notizie superficiali sui tagli, o di opinioni ricorrenti, masticate, rimasticate e ormai rancide. Meno che mai avrei potuti rintracciarli sulla stampa. Come mai giornali e televisioni si guardano bene dal diffonderli? I dati di cui sopra, intendo. E non basta dire “le tv di Berlusconi” e “colpa di questo governo”, non mi pare di aver mai sentito un telegiornale negli ultimi dieci anni illustrare questi dati. E nemmeno di leggerli su un giornale, nemmeno su un quotidiano notoriamente “filo scolastico” come Repubblica.
Come mai? Perché è una notizia noiosa? Perché non fa lettori? Non fa audience? Eppure io mi ritrovo circondata di amici, anche di livello culturale e sociale elevato, avvocati, medici, funzionari, financo giornalisti (persone “informate” dunque), che di questi dati non hanno assolutamente idea, che prendono per incontrovertibile verità la vulgata sbagliata e falsa “del docente “privilegiato e fannullone” e ne fanno banco di discussioni accesissime. Figuriamoci l’italiano medio.
Ecco i bavagli reali: la gente non sa. Inebetita con 15 pagine oggi sui litigi Fini-Berlusconi, domani su Noemi Letizia, domani su non so cosa, non si rendono conto di una cosa fondamentale per un paese democratico: la carente completezza e l’assenza di giusta varietà dell’informazione di massa in Italia.
Sono perfettamente d’accordo che il bavaglio alla stampa sia una cosa gravissima, ma certificherebbe un bavaglio già esistente: quello della dilagante scarsa professionalità, nel senso reale della professione del giornalista, dei comitati di redazione. Oggi un giornale, e vale per tutte le testate dei quotidiani, non si preoccupa di garantire la varietà reale e di assicurare uno sguardo quanto più completo della realtà, in modo tale da assicurare al cittadino un autonomo giudizio critico dei fatti e della realtà, si preoccupa ahimè di trovare “lo scoop” più ghiotto, di acquisire maggiori lettori con mezzi aderenti alle normali strategie di marketing da liberismo selvaggio, di fornire ogni tanto “letture preconfezionate della realtà”. E ciò vale per ogni tipo di testata: di destra, di sinistra, di centro.
Eppure poi ritrovo fior di editoriali che si scagliano contro quello stesso liberismo selvaggio di cui il proprio giornale è consapevolmente portatore. E allora, mi vien da dire ad alta voce “Houston, abbiamo un problema”.
Ma a chi lo dico? C’è qualcuno in grado di capire che con la disinformazione (fornita, masticata, non cercata) si sta compiendo un delitto molto grave nei confronti del futuro dei ragazzi quasi quanto i famigerati tagli?

Mila Spicola (MicroMega - 4 luglio 2010)

domenica 4 luglio 2010

IL MAREMOTO E I POLITICI

George Bush.
Sono arrabbiato per le reazioni isteriche del mondo a un evento naturale quale il maremoto asiatico. Questo inconveniente non deve farci dimenticare le gerarchie di importanza. Il vero problema del mondo, la prima e unica cosa di cui avere paura è il terrorismo. Ci ho messo anni a inventare questa balla americocentrica, e adesso non venitemi a dire che c’è qualcosa di molto più pericoloso e urgente. La catastrofe ecologica non fa rieleggere i presidenti e ostacola l’economia mondiale. Ci hanno subito accusato di essere tirchi, di essere capaci solo di invadere e sfruttare, non di aiutare. Ci hanno subdolamente chiesto: perché i mille satelliti che monitorano il pianeta metro per metro non sono serviti in un caso come questo? Rispondo: perché i satelliti li usiamo per motivi militari, e spiano i talebani, non gli tsunami. Va bene, ci sono state centoventimila vittime, ma questo è ricattatorio e poco elegante, noi non diamo mai i numeri dei morti nelle nostre guerre. In quanto al sud-est asiatico, non mi è simpatico, ci abbiamo già perso una guerra. Ho chiesto ai miei sponsor petroliferi, e mi hanno confermato che lì c’è poco petrolio e comunque le industrie estrattive sono rimaste intatte. A chi ci accusa di spendere 1000 volte di più per gli armamenti che per le ricerche sui danni all’ecosistema io rispondo: sono eletto dai produttori di armi, non dai pescatori. E gli americani vanno in vacanza alle Hawai, dove il sistema di allarme tsunami c’è da anni. E’ ora di far tacere gli ecoterroristi aizzati da psudoscienziati e traditori come Rifkin, una banda di gufi predicenti che dovremo affrontare nuovi eventi catastrofici, come lo scioglimento della banchisa e il marasma alluvionale. Paroloni a vanvera. Preferisco il vecchio Bin Laden, che almeno parla di cose che conosco. Perciò continueremo a non firmare il protocollo di Tokyo, a trivellare l’Alaska, a abbattere foreste, a far girare per il mondo sottomarini nucleari, satelliti elettromagnetici e superpetroliere col buco. Ma non è vero che siamo tirchi, la faremo vedere a quei pezzenti dell’Onu. Ho preparato una grande coalizione umanitaria: purtroppo ultimamente ho speso troppo in bombe e manco di contanti, ma presto manderemo in Asia aerei pieni di dollari, bibite, tavole da surf e marines. Cacceremo fuori i soldi, basta che la smettiate di rompere col maremoto e che si ristabilisca una sana gerarchia dei media. La catastrofe climatica deve tornare al 26º posto, la paura del terrorismo al primo, le Borse al secondo e il calcio al terzo. E in quanto alla teppaglia dell’Onu, perché nessuno ammette che il maremoto è la prova della giustezza della mia guerra in Iraq? Saddam possedeva armi di massa, e ha pensato di liberarsene scaricandole in mare. Me l’ha detto Rumsfeld, e lui non dice mai bugie. Qualcuno ha lanciato l’allarme che ci saranno altri tsunami, forse anche sulle coste Usa. Impossibile, perché Dio è con noi. Ma se decidesse di attaccarci, non ci lasceremo intimidire.

Vladimir Putin.
Quale presidente del paese autore di alcune delle catastrofi ecologiche del secolo, da Cernobyl alla morte del lago d’Aral, devo dire che il sistema russo è migliore del vostro. Sia noi che voi ci rendiamo conto del disastro solo quando è avvenuto. Ma voi ne parlate un’ora dopo, noi diamo la notizia un anno dopo.

Silvio Berlusconi.
Mi dispiace per le vittime ma non bisogna esagerare. In fondo le mia ville in Sardegna sono salve, e io i soldi in banca alle Cayman. Non è vero che le associazioni non governative si sono mosse molto più in fretta di noi. Siamo stati prontissimi. Fini ha imparato a memoria il prefisso dell’Indonesia in meno di un’ora. Abbiamo già avviato tutta una serie di iniziative preventive. Alzeremo di dieci metri il progetto del ponte di Messina. Ho mandato il mio euro di offerta attraverso Telecom. Ho detto a Emilio Fede che gli rimborserò personalmente il set di valigie e il baule delle tinture. Ma non dimentichiamo che i problemi dell’Italia sono ben altri: bisogna salvare l’economia, Dell’Utri e Previti, e soprattutto truccare le elezioni. Certo, centoventimila morti sono un bel problema, ma avete mai provato a spartire venti viceministri e sottosegretari? Inoltre ho dovuto lasciare il Milan per colpa di una legge ingiusta e bolscevica. Obiettivamente parlando, il Milan in diciotto anni ha vinto tutto, che cosa ha vinto la Thailandia? Comunque seguiamo la situazione ora per ora, e stiamo cercando l’efficiente Matteoli, che ancora non sa cos’è successo.

Giancarlo Fini.
Sì, c’è stata un po’ di confusione, ma sono nuovo del mestiere. Noi di An siamo bravissimi a occupare i posti in consolati e ambasciate, molto meno a fornirli di fondi e farli funzionare. Ma non esageriamo. In fondo Gianni Morandi, Maldini, Inzaghi e Zambrotta si sono salvati. Non possiamo farci niente se la gente va in spiaggia senza documenti o si scorda di caricare il telefonino. Comunque ricordo a tutti di non partire per le Maldive, specialmente i pensionati che lì pullulano. In quanto al competente Matteoli, l’ho trovato. Era al parco nazionale d’Abruzzo a vendere abeti natalizi. L’ho avvisato dello tsunami. Ci è rimasto molto male, e questa è la prova della sua serietà.

Attila Matteoli.
Sono il competente ed efficiente Matteoli e so tutto sullo tsunami. E’ uno sport violento ma non credevo che potesse fare tanti morti. In quanto al maremoto, come dice il nome stesso, colpisce le case in riva al mare. Perciò bisognerà subito vendere la costa amalfitana e la riviera ligure perché così, se ci sarà un maremoto, non colpirà gli interessi italiani. Ho subito formato un pool di esperti formato da Rubbia, Zichichi, Milly Carlucci, Veneziani ed Albertazzi. Dopo una proficua riunione abbiamo stabilito che:
a- l’asse terrestre si è spostato di dieci centimetri ma questo non avrà conseguenza sugli equilibri del governo
b- Sumatra si è spostata di trenta metri ma di questo passo si scontrerà con la Sicilia solo tra due milioni di anni.
c- l’Himalaia si è innalzata ma tanto non ci va quasi nessuno.
d- non firmeremo il protocollo di Kyoto perché Bush dopo Pearl Harbour non si fida dei giapponesi.
Abbiamo già posto in atto severe misure per difendere le nostre coste. Sull’Adriatico. Le sedie dei bagnini saranno alzate di un metro per poter avvistare onde anomale in anticipo.

Francesco Rutelli.
Noi della sinistra abbiamo da tempo una visione globale e non locale della politica. Sappiamo bene che il problema del crollo dell’ecosistema pende su tutti noi ed è urgente attivarsi. Per questo chiedo a Mastella di recedere dal suo proposito di scissione. Stiamo preparando una commissione che elencherà i venti punti di maggior pericolo del mondo. Quando avremo deciso chi sarà il presidente e quando Parisi, Prodi e Bertinotti la smetteranno di impuntarsi, potremo dare una svolta globale ed epocale alla ricerca. E ora preghiamo.

Roberto Calderoli.
Sappiamo che tra i dispersi ci sono dei lombardi. Ebbene, ho letto da qualche parte che questa è la vendetta di un certo Poseidone. Sappia questo signore, il cui nome evidenza chiare origini meridionali, che abbiamo posto una taglia sulla sua testa, e che nessuno può toccare un padano, neanche in vacanza. Se qualcuno dice che siamo bravi a far propaganda, mentre per il Po c’è un piano anti-alluvione insufficiente e antiquato, rispondiamo: il Po, come la Lega, è esuberante e non può essere ingabbiato. Mi chiedo inoltre: perché da tre giorni non appaio più sui titoli del telegiornale? Conto forse meno di un cingalese?

Pierflavio Cattaneo.
Chiedo scusa se la televisione italiana ha dovuto rivoluzionare un poco i suoi schemi, sembrando per un attimo una televisione vera. Anche io sono d’accordo che una semplice onda anomala non può sconvolgere i nostri programmi. I miei padroni mi hanno già sgridato e torneremo in pochi giorni ai nostri palinsesti di rassicurante merda. Ma non resteremo certo immobili davanti alla sciagura. Abbiamo già pronte tre maratone televisive di raccolta fondi. E in quanto al problema che assilla tutti, posso rassicurarvi: l’Isola dei famosi non sarà sospesa, anzi si prevede un aumento di audience. Adesso però basta fango e sismologi, tra un mese dovremo aver scordato tutto.

Wall Street Journal.
Basta con le voci che mettono a repentaglio l’equilibrio dell’economia. Confermiamo che le Borse asiatiche reggono, non essendo fatte di paglia. Ricostruiremo i villaggi turistici ancora più belli di prima, sopraelevati e robusti. Consigliamo ai risparmiatori di investire in industrie farmaceutiche, potabilizzatori di acqua, e aree edificabili in montagna. Non c’è catastrofe su cui non si possa guadagnare in borsa, come l’undici settembre ha dimostrato.

Proposta.
Modesta proposta del gruppo Lupo. Perché il manifesto non organizza in Italia una grande conferenza, una settimana di incontri sul disastro ambientale annunciato e vissuto? Chi può organizzarlo meglio di voi? Inoltre abbiamo deciso di versare aiuti soltanto su base comunale o regionale, a gruppi non governativi di cui si possano conoscere bene scopi e bisogni. Niente telefonini. Ci piacerebbe anche discutere su una nuova legge che renda meno lenta e difficile l’adozione degli orfani di guerra e di calamità.

Dio.
In ordine alle accuse di accanimento e strabismo pervenute a questa alta sede, si ricorda:
A- agli atei che io non esisto,
B- ai credenti che Mosè ce la fece grazie a un maremoto.
Sul fatto invece che l’umanità non abbia mai inferto ferite così grandi alla terra e la stia mettendo in pericolo, sono d’accordo, ma non posso farci nulla. Per gli atei, vale la motivazione precedente A. Per i credenti: perché allora continuate a credere in quelli che la distruggono?

Stefano Benni ( tratto da di venerdì 31 dicembre 2004)

Aforismi romani 1

ME PARI ER CANE DE MUSTAFA' CHE OO PIJA AR CULO E DICE CHE STA A SCOPA': sei un individuo non molto fortunato che non dice sempre il vero.

FAMO COME L'ANTICHI, CHE MAGNAVANO LE COCCE E CACAVANO LI FICHI: in risposta al quesito sul da farsi, chiamiamo in causa l'antica saggezza dell'Urbe.

MI' NONNO DICEVA: MEGLIO ER CULO GELATO CHE 'N GELATO AR CULO: non fidarti mai di chi non conosci bene.

SE TE VEDE LA MORTE, SE GRATTA: hai l'ingrata fama di iettatore.

C'HAI 'NA SFIGA TARMENTE GRANNE CHE SE TE CASCA 'R CAZZO TE RIMBARZA'N CULO: non sei una persona estremamente fortunata.

TE DEVI FA UN CLISTERE DE CERAMICA, COSI' DIVENTI UN BEL CESSO DE' LUSSO: (citazione da Thomas Milian in delitto al ristorante cinese): temo che tu non mi sia molto simpatico, ne' ti reputo gran che bello.

CHI S'ESTRANEA DA'A LOTTA E' 'N GRAN FJO DE' 'NA MIGNOTTA: colui che non prende parte di buon grado alle scorribande collettive, può andare tranquillamente a darsi fuoco.

SE 'NVECE DER VITELLO TE DANNO ER MULO, TU MAGNA, STATTE ZITTO E VAFFANCULO: proverbio popolare indicante l'unico modo possibile per reagire alle truffe (dal film Fracchia la belva umana).

FIODENA (fio de 'na mignotta): espressione dispregiativa munita di dignita letteraria (P. Pasolini).

GIAMAICA (gia m'hai cacato il cazzo): mi hai annoiato fino all'insopportabile.

MASTICA (ma 'sti cazzi): la cosa non mi sfiora minimamente.

E SI' MI' NONNO C'AVEVA CINQUE PALLE ERA 'N FLIPPER: commento sarcastico relativo ad una situazione difficile a verificarsi.

ME PIACEREBBE STA' 5 MINUTI DENTRO 'A TESTA TUA PE' RIPOSAMME 'N PO': mi ritengo particolarmente stanco.

ME PARI UNO DE CIVITAVECCHIA: ti stai arrampicando su gli specchi.


C'HAI 'NA PANZA CHE PARI ER BISO. MA CHE TE SEI INGOLLATO L'ERBEGGHE?: mi pari pingue.

J'HA STACCATO LA FACCIA: gli assomiglia.


Il Fascismo vinse e vincerà finché conserverà quest'anima ferocemente unitaria

"Il Fascismo ha vissuto perchè ha sempre stroncato sul nascere le tendenze, le correnti ed anche le semplici differenziazioni: il suo blocco é monolitico. Il Fascismo vinse e vincerà finché conserverà quest'anima ferocemente unitaria e questa sua religiosa obbedienza, questa sua ascetica disciplinà."

Benito Mussolini
(Dal . Viatico per il 1926 , pubblicato nel numero del Gennaio 1926 di Gerarchia). - V, 249 e 250.


I pensionati e i sommersi

L'Italia di Mussolini aveva otto milioni di baionette, l'Italia del nuovo millennio ha 17 milioni di pensionati. Per andare in pensione sarà necessario aspettare la loro dipartita di massa. Chi lavora (o cerca un lavoro) vede l'asticella alzarsi, 35/40 anni e forse più di contributi. In pratica, un ragazzo di venti o trent'anni in pensione non ci andrà mai. Lavorare 40 anni ininterrottamente con un posto fisso e il versamento mensile all'INPS dei contributi è come vincere al Superenalotto.
Il Paese è diviso in due classi: i pensionati e i sommersi. Sommersi perché precari, in nero, disoccupati, sottopagati, licenziati. Perché la loro pensione è un miraggio sociale. Le pensioni rappresentano il vero "class divide" italiano. Non è possibile chiedere ai giovani di spostare in avanti l'età pensionabile e gli anni di contributi fino alla consunzione mentre ci sono battaglioni di pensionati con due o tre pensioni, parlamentari con il diritto alla pensione dopo due anni e mezzo di legislatura, milioni di pensionati che percepiscono una pensione per la quale hanno versato la metà o anche meno di contributi, centinaia di migliaia di baby pensionati, pensionati dalle pensioni d'oro. La pensione minima va comunque garantita e anche tutte le pensioni per cui sono stati versati effettivamente i contributi. In tutti gli altri casi va fatta tabula rasa. Se non succederà, tutti coloro che versano i contributi all'INPS, in particolare le fasce più giovani, non devono più versare un euro. E' come buttare i soldi dalla finestra. Nessuno ti garantisce se e quando li riavrai.
I sacrifici valgono per tutti o per nessuno. Qual è la situazione pensionistica degli ex parlamentari, ex presidenti di Regione, di Provincia, ex ministri, ex presidenti di municipalizzate, ex presidenti della Repubblica? Quanti sono i pensionati consulenti? Quanti quelli che superano i 4000 euro? Quanti quelli che votano per il mantenimento dello status quo pensionistico il partito bifronte Pdelle-Pdmenoelle?
Solo chi raggiunge l'età pensionabile può fare carriera. Il duo Berlusconi-Napolitano fa quasi CENTOSESSANTANNI. Il fatto straordinario è che i "sommersi", i ragazzi senza un presente e neppure un futuro per non parlare della pensione non si incazzino. Lavoreranno da schiavi e moriranno sul luogo di lavoro, come i rematori delle galere. Intanto, i pensionati da 4000 euro in su saranno al Club Med con il Viagra sul comodino. Ragazzi, non un soldo all'INPS, meglio sotto il materasso. In futuro consigli e indicazioni sul blog.

Blog Beppe Grillo (2 luglio 2010)

Ghe pensa la P2

Ieri il Presidente del Consiglio ha utilizzato Tg1 e Tg5, per fare i suoi monologhi farneticanti sulla democrazia. Il governo Berlusconi sta alla democrazia come Josef Mengele, medico nazista nei campi di Auschwitz, stava alla medicina. Il "Ghe pensi mì" è un ritornello già sentito un anno fa, forse la sua memoria, sul far della senilità, lo ha tradito.
Il Presidente del Consiglio, in sostanza, dice che si occuperà personalmente di democrazia e libertà. Ve lo immaginate come un tesserato della P2 può occuparsi di democrazia?
Certamente a parole ha convinto e rassicurato qualche nonnina preoccupata del fatto che ultimamente, dal passo del San Gottardo a Ragusa, vede sempre più spesso riempirsi le piazze di cittadini insofferenti. Oggi per una fabbrica che chiude, ieri per la libertà di informazione, domani per il no all’acqua privata e al nucleare. Insomma, quel "Ghe pensi mi", oltre qualche nonnina, non può aver ingannato nessun altro. Mi chiedo perché allora il Presidente del Consiglio debba voler offendere l’intelligenza perfino dei propri elettori, parlando di democrazia e libertà? Dopo tutto, Berlusconi non sceglie chi ha a fianco perché è garante dei diritti civili e dell’uguaglianza sociale ma, semplicemente, valutando se questi è uno scaltro faccendiere.
Come può garantire la democrazia un governo che agevola gli evasori e perseguita i contribuenti?
Come può garantire la libertà un governo che blocca i processi riguardanti i propri esponenti, e che inventa uno sgorbio giuridico quale è il legittimo impedimento?
Come può garantire la libertà di impresa un uomo che ha azzerato la concorrenza verso le proprie aziende, distruggendo tre reti pubbliche e mettendo in ginocchio Sky con la bufala del digitale terrestre?
Come può parlare di libertà e democrazia chi ha reso inutile un organo come il Parlamento, attraverso continui decreti e colpi di fiducia?
Cosa intende il Premier per libertà? Forse si riferisce alla libertà di poter delinquere da parte delle Mafie, grazie al ddl sulle intercettazioni? Forse si riferisce alla libertà di non farsi processare come Aldo Brancher, fatto ministro per consentirgli l’utilizzo del legittimo impedimento?
O alla libertà garantita a Cosentino dopo una richiesta d'arresto da parte dei giudici? lo stesso Cosentino che ha alle spalle oltre 40 telefonate intercettate fra il 2002 e il 2004 nelle quali conversa d'affari sul traffico di rifiuti in Campania?
Il "Ghe pensi mì" di ieri sera è l’addio di un disperato. Servono un leader e una coalizione capace di fornire un'alternativa di governo entro l'autunno, perché Berlusconi non andrà oltre. Saranno l’acuirsi della crisi economica e la sua incapacità di risolverla a spazzarlo via.
Da tempo l’Italia dei Valori sta facendo opposizione come alternativa di governo con proposte programmatiche complete e di risposta concreta alla crisi economica che i media, però, non vogliono far conoscere al Paese. Pazienza, ci arrangeremo come sempre, con la Rete.

Blog Antonio Di Pietro (3 luglio 2010)


La storia del Banco di Napoli, dove i poveri dei Quartieri impegnavano la biancheria usata, si confonde con quella dell’antica capitale borbonica

Ha fatto crac pure ‘o babà Vesuvio. Il tracollo della celeberrima pasticceria Scaturchio, messa all’asta, ha segnato un anno che già era nato male. Niente da dire sui nuovi padroni: erano già proprietari dei ristoranti «Palazzo Petrucci» e «Mimì alla Ferrovia » e godono fama di professionisti coi fiocchi. Lo schianto della bottega dolciaria sotto una montagna di debiti, valutati dal Sole 24 Ore in 9 milioni, rappresenta però un piccolo trauma epocale. La «Scaturchio», dove assicurano che «tutto sarà come prima, stessa frutta candita, stessa pasta di mandorle, stessa pasta reale…», non era solo una pasticceria: era una leggenda.

Suo era il brevetto del «Ministeriale», inventato con quel nome («quanta burocrazia! Pare un affare ministeriale! ») in onore di una diva del café chantant, Anna Fougez, che all’anagrafe faceva Annina Laganà Pappacena. Suo il brevetto del «babà Vesuvio », a forma del vulcano. Sue tante altre ricette celeberrime. Tutto spazzato via da un degrado gestionale da spingere il curatore fallimentare a sbottare: «Non ho trovato alcuna documentazione contabile a eccezione dei libretti di lavoro». Spiega il rapporto appena edito dalla Banca d’Italia, in verità, che è tutta l’economia campana a versare in condizioni allarmanti. Una riduzione del Pil del 5,4%, superiore di un punto perfino a quella del resto del Sud. Un crollo dell’export del 16,9%. Un «forte peggioramento della situazione occupazionale» riassumibile in tre dati: 1) E’ campana la metà delle persone che hanno perso il lavoro nel 2009 nel Mezzogiorno. 2) Il tasso dei disoccupati è schizzato al 12,9% contro il 7,8 italiano (e il dossier sottolinea che in realtà sarebbe al 18% tenendo conto dei cassintegrati e di quanti non cercano più lavoro perché scoraggiati). 3) Il 38% del calo occupazionale è concentrato nell’industria. Un panorama da brividi.

Tanto più che parallelamente «tra il 2006 e il 2008, la spesa delle Amministrazioni pubbliche locali campane è aumentata, al netto degli interessi, del 4,4% in media all’anno». Di più: alla fine del 2009 il debito di queste amministrazioni «è ancora cresciuto raggiungendo i 13,1 miliardi (erano 12,1 alla fine del 2008) e il 13,9% del Pil regionale, circa il doppio rispetto al complesso delle altre regioni italiane ». Di più ancora: i fornitori dello sgangherato sistema sanitario sono così convinti che la Regione ci metterà una vita a pagare i 5 miliardi abbondanti che deve loro, da aver ceduto a terzi parte di questi crediti, pari a «2,2 miliardi, oltre il 28% del totale nazionale». Un disastro. Che spinge la destra a scaricare tutto sul «catastrofico Regno Bassoliniano». Parole pesanti. Velenose. Basate su tante accuse. La gestione della Sanità denunciata da Bankitalia. La distribuzione di «birbe» (il tozzo di pane quotidiano, nell’antico linguaggio della fame) a migliaia di clientes. Come i 3.500 sottoccupati coinvolti per 600 euro il mese nel progetto «Isola» e mandati a distribuire casa per casa sacchetti per la raccolta differenziata anche dove la raccolta differenziata non c’è.

Una scelta politica che ha coltivato una sventurata cultura del lavoro (assenteismo da record planetario: «per quel che mi danno, perché dovrei lavorare?») e gonfiato un’aspettativa che, tradita infine dal governo, ha spinto due settimane fa i rivoltosi a bloccare la stazione centrale, incendiare cassonetti e interrompere la messa in Duomo. Per non dire del tormentone costosissimo della «monnezza», che fece svergognare Napoli sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo e che ancora non è stato risolto, a dispetto dei trionfi berlusconiani, se è vero che montagne di rifiuti continuano a rovesciarsi a ondate nelle strade e che i giornali raccontano che a Scampia, «i narcos, piuttosto che spingere la gente a protestare, organizzano per così dire la raccolta della spazzatura quando questa arriva a ostruire le strade » e «così facendo, non viene richiamata l’attenzione delle forze dell’ordine».

E come giustificare la lentezza biblica («E’ di tutta evidenza l’enormità del ritardo», secondo la Corte dei conti) del progetto di risanamento dell’area industriale di Bagnoli, che solo in queste settimane, un secolo esatto dopo l’apertura dello stabilimento siderurgico e venti anni dopo lo spegnimento del grande altoforno, vede profilarsi i primi risultati concreti? «A Bagnoli— ha spiegato Rocco Papa, già vice di Rosa Russo Iervolino—ognuno immaginava di realizzare la propria utopia. Risultato: tutto si è ingolfato». Cosa sia successo lo ha raccontato Antonello Caporale su Repubblica (che certo di destra non è) a proposito dei soldi arrivati tra il 2000 e il 2007: 32 miliardi di euro da Bruxelles, 14 da Roma e 5 dai privati per un totale di 51. Un fiume amazzonico di soldi. Sperperati in cose talora demenziali. «Decreto dirigenziale n. 386, "Progetto ponte tra l’Eccellenza Campana e le Potenzialità russe". 500 mila euro di spese suddivise così: 50 mila a consulenze specialistiche, 40 mila a studi e indagini di mercato, 25 mila a interpretariato e traduzioni, 215 mila a spese per fiere e workshop, 50 mila per il classico sito web.

Poi viaggi, comunicazione, eccetera. In sintesi: il nulla ». Ancora: «Decreto dirigenziale n. 456: "DolCina, progetto per il lancio di prodotti liquoristici della provincia di Benevento nel mercato cinese"… » E poi 70 mila euro per lo studio «Elementi di memoria storica della Castagna di Montella». E 250 mila per un volume più dvd dedicato a Giustino Fortunato, il grande meridionalista che certo si chiederebbe: ma è questo il modo di gestire il Meridione? L’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato, titolare della Seda, «rarissimo se non unico caso di multinazionale con cuore e cervello a Sud» e più precisamente ad Arzano, il «Nordest napoletano» caratterizzato da folti cespugli di aziende e aziendine che lavorano più o meno sommerse, risponde di no. A Paolo Grassi del Corriere del Mezzogiorno, però, ha spiegato che è troppo facile scaricare tutto su un capro espiatorio e pensare che tutto si risolva magicamente col federalismo: «Questa riforma non ha niente a che vedere né con il rilancio economico del Paese e del Meridione, né con il rigore. Di più, penso che renderebbe ancor più pesante la dinamica dei conti pubblici, rischiando di farli letteralmente esplodere. Se poi aggiungiamo che non unisce ma spacca l’Italia...». Esagerato? «Non è un rischio, è una certezza. Del resto sono gli stessi fautori della riforma, e mi riferisco ai leghisti, che dicono chiaramente (...) che il loro obiettivo è di disarticolare l’Italia». Parole dure.

Anche sul governo di quel Berlusconi che gli offrì un ministero e pensò a lui come candidato governatore: «Di solito il benaltrismo viene utilizzato per attaccare un governo che cerca di fare le cose. Lo si incalza, cioè, dicendo si dovrebbe fare ben altro. Qui invece viene utilizzato dal governo per non fare le cose. Invece di mettere mano alle riforme veramente necessarie si tirano fuori iniziative fuori contesto». Il governo non guarda al Sud? «Poco o niente. Ma questo è ovvio in un’Italia che da venti anni or centrodestra e centrosinistra, ci tengo a specificarlo, che cedono spesso e volentieri alle sirene del Carroccio…». E allora cosa fare: un partito del Sud? Per carità: «Lacererebbe ulteriormente l’Italia… ». La banca! «Ecco quello che ci vorrebbe: una vera Banca del Sud!», hanno strillato per anni in coro vari meridionalisti di vario colore. Finché Giulio Tremonti non ha deciso di accontentarli. Facendo sbottare Giuseppe Castagna, direttore generale del Banco di Napoli: «Siamo già noi la banca del Mezzogiorno e dei meridionali. Non credo proprio che un istituto di credito, pur se a forte vocazione pubblica, possa avere una presenza pari alla nostra. Forse solo i carabinieri sono più capillari di noi nel Meridione».

Uomo d’acqua, si vanta di avere nuotato da Napoli a Capri, da una sponda all’altra del Nilo e attraverso il Canale di Suez. Ma in particolare di aver partecipato alla maratona acquea Santa Fé-Coronda, sul Rio Paraná, in Argentina, a dispetto dei caimani. Che al Banco di Napoli avvertissero il bisogno di qualcuno capace di restare a galla tra i flutti e indifferente agli alligatori la dice lunga. La storia di quello che è stato il più importante istituto di credito del Mezzogiorno, infatti, aiuta forse a capire l’anima della capitale borbonica del Regno delle due Sicilie meglio di cento trattati di sociologia. A partire da un dettaglio nient’affatto secondario: un cortile interno. Nove porte, nove targhe, nove sigle diverse. «’O cortile ‘e sindacat’ », nel grande palazzo del Banco di Napoli in via Toledo, dirimpetto ai vicoli dei Quartieri spagnoli, non poteva avere nomignolo migliore. Su 7 mila dipendenti, i sindacalisti sono 800. Uno ogni nove. Abbondante.

Il triplo, in proporzione, di quelli del gruppo Intesa Sanpaolo del quale l’istituto di credito partenopeo oggi fa parte, che non raggiungono il 4%. Quella stessa proporzione, il 12% e passa, è immutabile da anni. Sono cambiati solo i numeri: una volta c’erano 13 mila dipendenti e 1.600 delegati. Un record planetario. Una sola differenza, forse, c’è: adesso i rappresentanti sembrano avere un po’ meno potere. Allora erano padreterni. Non si muoveva foglia che il sindacato non volesse. Promozioni, trasferimenti, nomine: tutto era subordinato al suo placet. I segretari delle organizzazioni facevano carriera, diventavano alti dirigenti, condizionavano le scelte aziendali. Dettavano legge, come quando nel 1990 accettarono un piano di esodi imponendo che per ogni padre pensionato venisse assunto il figlio: 500 padri in uscita, 500 figli in entrata. Poi sono arrivati i «lombardo-piemontesi». E il giocattolo, ahiloro, si è rotto. Per secoli che da queste parti avevano adattato i conti alla politica. A cominciare dalla rivolta di Masaniello nel 1647. Quando i quattro Banchi dei pegni, radici del «Banco» di oggi, vennero presi d’assalto dai ribelli. I quali dopo aver saccheggiato le dimore patrizie volevano impegnare gli argenti razziati: «Quanto mi date?». Per quieto vivere pagarono.

Quando la rivoluzione finì e i legittimi proprietari rivendicarono i beni loro sottratti, il colpo fu duro. E dura, tra guerre, epidemie, eruzione del Vesuvio, è stata tutta la vita della banca. Esposta ai capricci della sorte almeno quanto ai capricci dei Borboni. Per centinaia di anni i Banchi sono stati l’anima di una città che muore e rinasce continuamente. C’è un dettaglio che rivela tutto. Siamo nel 1983. Il governo di Bettino Craxi, nella convinzione che le banche siano orti di proprietà della politica, manda alla guida del Banco Ferdinando Ventriglia, potentissimo direttore del Tesoro e probabile depositario di alcuni dei segreti più scottanti della prima Repubblica, a cominciare dalla fantomatica lista dei 500 grandi evasori su cui si favoleggiò per anni. Com’è possibile, chiede Ventriglia, che il Monte dei pegni dell’istituto perda 9 miliardi di lire l’anno? Lo portano ai magazzini: montagne e montagne di lenzuola. Usate. Che riempiono tutto fino ai soffitti. Il valore minimo dei beni che si potevano impegnare era di 5 mila lire e le famiglie povere dei Quartieri, quando non sapevano come svoltare la giornata, si regolavano così. Impegnando le lenzuola. Che solo raramente andavano poi a riscattare. Una silenziosa e interminabile processione che si traduceva per il Banco di Napoli in una perdita secca: e chi te lo compra un lenzuolo usato? Narrano le cronache che Ventriglia decise di farla finita aumentando il tetto da 5 a 20 mila lire e che per il blitz attese Ferragosto. Non calcolò che i poveri dei «bassi» non ci vanno, in vacanza.

Come seppero, uscirono dai vicoli e riempirono via Toledo assediando minacciosi la banca. Dalla quale «’o Viceré» potè uscire solo a notte fonda. E scortato dalla polizia. Per capire cos’è il Banco bisogna andarci, a via Toledo. Che il marchese Alphonse-François de Sade descriveva come «superba» sia pure «fetida e sudicia» per le botteghe di macelleria che invadevano la strada e «il ritmo tumultuoso e il perenne, quotidiano frastuono». E osservare quel palazzo con le finestre dai vetri d’alabastro (d’alabastro!), piazzato davanti ai vicoli dei Quartieri. Se non lo osservi con attenzione girandogli intorno quasi non ci fai caso: è praticamente lo stesso isolato del municipio, palazzo San Giacomo. Solo che la facciata di questo guarda il mare, il porto e il Maschio Angioino. Come se la politica non avesse il coraggio di guardare in faccia i bassi. Quel compito spetta al Banco di Napoli. Punto fermo in un caos perenne e totale. «Regnum neapolitanum paradisus est sed a diabolis habitatus», dice un antico proverbio citato nel 1707 all’università di Altdorf e ripreso tra gli altri da Benedetto Croce: «Il regno napoletano è un paradiso, ma popolato da diavoli».

Una città dove si prende l’autobus al semaforo bussando sul vetro al conducente. Dove circolare in motorino senza casco equivale a una sfida al potere e alla legalità. Dove i vigili per strada bisogna cercarli con il lanternino, visto che dei 2.200 in servizio ce ne sono 500 «inabili» per l’«incrocite», una misteriosa infezione dovuta agli incroci. Dove la camorra, come racconta a tinte forti Roberto Saviano, è padrona. Dove l’Istituto autonomo case popolari, secondo la Corte dei conti, incassa mediamente 13 euro e 58 centesimi al mese per abitazione e più del 50% degli affittuari degli alloggi pubblici, come ha denunciato il procuratore della Corte dei conti Arturo Martucci di Scarfizzi aprendo l’ultimo anno giudiziario, non paga la pigione. Dove il commercio abusivo è dappertutto, anche sui marciapiedi davanti al Banco, e i giovani africani aprono e chiudono sveltissimi i loro teli pieni di falsi nell’intervallo fra il passaggio di un’auto civetta e l’altra.

Il Banco «è» Napoli. Con tutti i suoi pregi, tutti i suoi difetti. Con la sua storia antichissima e marcata, anche molto dopo l’Unità d’Italia e l’imbarco di Garibaldi per Caprera, dal diritto di battere moneta. Con i suoi compromessi obliqui. Con i suoi strettissimi legami con la politica, che a lungo ha finanziato e dalla quale è stato a lungo inondato di presidenti, funzionari, commessi e portaborse scelti per la tessera. Come sia finita si sa: un buco di 12.400 miliardi di lire. Nove miliardi di euro di oggi. Ispezioni della Banca d’Italia. La scoperta di scelleratezze leggendarie. Che spinsero al commissariamento nonostante qualche istituto di credito fosse in condizioni perfino peggiori. E che ancora oggi, a distanza di 15 anni, hanno uno strascico. La società «Sga», messa in piedi per recuperare i crediti, è ancora lì. E ancora lì stanno i tre commissari e i 70 dipendenti e la trentina di consulenti. Tutti regolarmente retribuiti. E non poco, se si pensa che la spesa per gli organi societari ammonta a 800 mila euro l’anno. C’è chi dice che basterebbe ripercorrere la storia recente per sconsigliare una nuova avventura bancaria targata Sud.

Ma Tremonti non ha dubbi: senza una banca il Sud non si può risollevare. Certo è che quando il progetto è stato presentato a Napoli, poco prima delle «regionali» in Campania (coincidenza...) giurando che non stava per battezzare l’ennesimo carrozzone, il ministro dell’Economia si premurava di dichiarare: «C’è la fila per entrare». Oddio, come «banca meridionale» è piena di «polentoni». Gli azionisti sono il Tesoro in mano al lombardo-veneto Tremonti, l’Unioncamere del cuneese Ferruccio Dardanello, l’Ismea controllato dal ministro dell’Agricoltura padovano Giancarlo Galan, le Poste amministrate dal veronese Massimo Sarmi, le Banche di credito cooperativo che fanno riferimento alle coop bianche del bolognese Luigi Marino... «Terroni» niente? Ma sì: nel meno importante comitato promotore. Ci sono i presidenti delle Bcc meridionali, quello tarantino dell’Ismea Arturo Semerari, l’avvocato «finiano» Gianluca Brancadoro... Il «gioiello» è il vicepresidente dell’Unioncamere, Pasquale Lamorte. Già deputato dc di lungo corso, sottosegretario, strenuo difensore della Cassa del Mezzogiorno. Della serie: rinnovamento nella continuità. Ma i soldi? Chi mette i soldi? Pochi, il Tesoro e gli enti pubblici. Un po’ di più (un centinaio di milioni) le Poste e le banche di credito cooperativo, cioè le ex casse rurali e artigiane.

Che dovrebbero mettere a disposizione anche le strutture fisiche. Già, perché il nuovo istituto meridionale non avrà sportelli propri, ma utilizzerà quelli già esistenti delle «casse» e forse degli uffici postali. Direte: che razza di banca è una banca così, che non c’è? Tranquilli: non è una banca-banca, piuttosto una cosa simile a quelle che una volta si chiamavano gli «istituti a medio termine». Ovvero, una struttura che raccoglie il denaro da chi non lo rivuole subito indietro per prestarlo alle imprese. Certo è che, banca o non banca, non è cambiato moltissimo da quando il Cavour, dice la leggenda, sospirò morendo «Ah, il reste les napolitaines... ». «La questione meridionale», al di là del rancore dei neoborbonici e delle loro ricostruzioni storiche su misura, resta. Dicono i dati Unioncamere che, fatto 100 il patrimonio complessivo (case, terreni, titoli, depositi...) degli italiani, le famiglie aostane o milanesi svettano a 135,5, quelle napoletane sprofondano a 75. Le prime hanno mediamente un «tesoro» di 518 mila euro, le seconde non arrivano a 290. Quanto ai redditi, il paragone tra quelli delle famiglie del Nord e quelle partenopee toglie il fiato: le prime possono mediamente contare su 83 mila euro, le seconde su 37... Ed è difficile immaginare che possa essere una Banca del Mezzogiorno a cambiare questi destini. Tanto più se dovesse essere gestita come il vecchio Banco di Napoli delle lenzuola a pegno...

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (Corriere della Sera - 3 luglio 2010)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)