"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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sabato 14 agosto 2010

Informazione, le cose importanti

Entro quarant’anni un terzo delle coste del mondo sarà sommerso dalle acque. Non lo dicono i catastrofisti, lo dice la maggioranza degli scienziati mondiali. Il protocollo di Kyoto ha già anni di ritardo, e c’è da credere che non verrà rispettato. Qualcuno dice che ci adatteremo. In fondo, che differenza c’è tra andare al mare a Cattolica o sulla spiaggia di San Marino? E finalmente verrà attuata la soluzione finale nella nostra bella Padania, dove solo i padani Doc potranno abitare sulle palafitte, e gli altri, che nuotino.
Ma il disastro climatico non è importante, appare e scompare come il trailer di un kolossal catastrofico. Perché lo scempio dell’informazione moderna si basa su tre censure.
La prima è quella evidente e brutale delle liste nere che percorre giornali, televisioni e istituti di cultura, il forbicione vecchio stile del Minculpop, in mano a mediocri impauriti da ogni talento.
La seconda è la censura indotta, nel senso che ormai nelle televisioni, nei giornali e persino nel cinema e nei libri quasi tutti si rimpiccoliscono o si censurano da soli. La terza, la più importante è la censura gerarchica, e cioè il diverso peso e visibilità che si dà alle notizie.
Sappiamo che nel nostro paese non possono mancare, nelle trasmissioni di cosiddetta informazione, almeno diecimila ore mensili di dichiarazioni di leader, dibattiti tra ospiti graditi all’azienda e amorazzi di Vip. Tolti gli spot, le sigle e la pubblicità a Vespa e alla Fallaci, non resta molto. Potremmo fare un lungo elenco delle notizie recenti o antiche, sepolte o offuscate da questo tipo di censura. Lo tsunami è quasi scomparso. Lo smog sopra una determinata soglia è un fastidio, sotto la soglia è un piacevole aerosol. Le nostre autostrade sono trappole mortali, ma finito l’ingorgo e il concerto dei clacson, torna il silenzio. Il fatto che la mafia viva il suo trionfo e tutta la Sicilia paghi il pizzo, è argomento quotidiano dei telegiornali (svedesi e inglesi). Ma sono sparite o poco importanti anche le guerre in Africa o Cecenia, i massacri latinoamericani e altre cose più fantasiose come la Sars, la mucca pazza, la Pidue, fate voi l’eccetera.
In compenso restano notizie importantissime la crisi degli arbitri di calcio, il Mibtel, il Nasdaq, le liti sul Pil e i dubbi dell’Udeur.
In questi giorni, ovviamente, la prima notizia è il rifinanziamento della spedizione in Iraq. Una decisione importante. Peccato che non sia mai stato altrettanto importante dire che la maggioranza degli italiani era ed è contraria alla guerra. Perché si impone come importante solo quello che accade in questo parlamento illegale (perché ha slealmente rotto le regole in base alle quali è stato eletto, regole che prevedevano il rispetto dell’opposizione, dell’equilibrio dei poteri e dell’opinione pubblica, quindi illegale perché ha scelto l’illegalità).
Perciò è importante assistere al continuo comizio del Ceausescu col toupè, col suo ultimo trapianto pilifero di ascella d’orango, e ascoltare ore e ore questo ometto che si lamenta perché lo odiano, quando è lui il primo vero seminatore d’odio in questo paese. Queste sono le cose importanti per l’informazione di regime. Ma talvolta succede qualcosa di inatteso.
Il video di Giuliana Sgrena è una di queste cose. Difficile da cancellare, anche se qualcuno ci proverà.
E’ certamente una notizia importante, in quanto ogni politico deve occuparsene e ogni italiano deve vedere quelle immagini. Ma questa importanza è fragile. Dei politici che se ne occupano infatti, pochi possono o vogliono davvero salvarla, e molti del pubblico sono pronti a distogliere lo sguardo, una volta convinti con adeguato bombardamento di cospironi, che non si può fare nulla per lei. E’ vero, per Giuliana c’è stato molto: il papa, l’unanimismo televisivo e parole bilateral, spesso sincere. Ma chi conosce l’informazione sa che tutto questo può svanire e arretrare, di fronte a una vera scelta che scavi nel dubbio, nell’orrore, nelle bugie di questa guerra. Una grande mobilitazione può aiutarla, la trattativa può procedere, ma resta un nodo: Giuliana testimonia la possibilità vera della pace e dell’autodeterminazione dell’Iraq. Questo è importante in modo pericoloso. Sono già pronti scarichi di responsabilità, retoriche, e operazioni di dimenticanza, come per Baldoni e tanti altri.
Cosa c’è di pericolosamente importante nel video di Giuliana e in video simili? Il calcolo elettorale dei nostri governanti, che peserà in ogni istante di questa vicenda. Il calcolo freddo della banda dei rapitori, dipinta come improvvisata, e che invece non sembra sprovveduta per niente, anzi misteriosamente inafferrabile e attenta a ogni sfumatura politica.
Ma la cosa davvero importante, quella che pesa come un macigno, è la frase che recentemente Condoleeza Rice e poi Rumsfeld, hanno lanciato con fredda nonchalance nei confronti della Siria: «Valuteremo tutte le opzioni in nostro possesso». Fetente ipocrisia per dire: stiamo decidendo nuove possibili guerre. Altre frasi simili sono state lanciate nei confronti dell’Iran, o della Corea del Nord, e la risposta è stata terribile, ma prevedibile: ci difenderemo con le armi nucleari.
Forse non c’è contro Giuliana un’opinione pubblica divisa o becera, siamo convinti che anche Calderoli e i suoi sceriffi sarebbero contenti che lei tornasse, ma contro di lei è in moto una macchina da guerra che non ha mai rallentato i motori. Non ha il tasto trattativa, ma neanche il tasto troppi morti o basta così sulla plancia di comando. E non sono il solo a pensare che la guerra stia per riprendere in nuovi scenari e che gli Usa non se ne andranno dal Medio Oriente, né tra un anno né tra vent’anni. Lì, in quel futuro immediato, forse si gioca la vita di Giuliana e di altri ostaggi.
Certo è difficile scrivere sapendo che da un momento all’altra gli eventi possono portarci via Giuliana, o ridarcela.
Cerchiamo di essere ottimisti: a volte la crudeltà della storia cambia per un volto, per un gesto di umanità, per qualcosa che si inceppa o stride, per un attimo di verità che riesce a travolgere le ipocrisie. E rimaniamo serenamente pessimisti. Sì, abbiamo un’alternativa al morire per il collasso climatico. Morire per una guerra convenzionale o atomica. E questo avendolo scelto freddamente, consapevolmente giorno per giorno. E non sarà responsabilità solo di piccoli Stati Canaglia o di grandi Stati Canaglia che chiamano canaglia gli altri. Sarà colpa della nostra rassegnazione, della resa ai crimini della propaganda. E quel giorno, apparirà evidente cosa è stato importante in questi anni. Quando, come succede agli uomini, la morte rende la vita una biografia, con un senso e una finalità. Così la morte della terra potrebbe diventare una grande biografia per pochi superstiti o la tesi di laurea di qualche perplesso studente venusiano. Ma apocalittici o fiduciosi, tutto questo è un motivo in più per avere fretta, frettissima nel fare il poco o il molto che ci resta per fermare l’orrore. Domani saremo tanti a sfilare per una persona sola che rappresenta le sofferenze dell’Iraq, ma rappresenta anche coraggiosamente e drammaticamente tutti noi. In questo sogno debole, ma irrinunciabile, per noi il più importante.


Stefano Benni (Il manifesto - Venerdì 18 febbraio 2005)


Berlusconi, dove c’è la P3 c’è casa

In Sardegna, ha raccontato Emilio Pellicani, il segretario del faccendiere Flavio Carboni, l’affare a prezzi di saldo glielo aveva fatto fare un cronista parlamentare, poi condannato per traffico di droga, Antongiulio Lo Prete. Eravamo negli anni Ottanta. E, come vedremo, dopo un’oscura a compraventida Villa La Certosa era passata dalle mani di Carboni, oggi in carcere per la nuova P2, a quelle di Silvio Berlusconi, oggi a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio.
Una storia straordinaria? Mica tanto perchè dietro a molti acquisti di immobili e terreni siglati anche in anni recenti dal Cavaliere spuntano pregiudicati, società off shore, avvocati senza scrupoli, o aste dai contorni mai chiariti. Sì perchè il leader del partito che oggi, in nome della trasparenza, domanda le dimissioni di Gianfranco Fini da presidente della Camera per l’affaire monegasco dell’appartamento di AN, venduto per soli 300mila euro una società caraibica e poi affittato a suo cognato, in fatto di opacità nelle transazioni immobiliari non è secondo a nessuno. E per rendersene conto basta un necessariamente breve promemoria.
La Villa di Arcore - Silvio Berlusconi entra a Villa San Martino ad Arcore nel 1974. La villa è composta da 145 stanze, un grande parco, ed è arredata con quadri e mobili di inestimabile valore. È di proprietà della marchesa Annamaria Casati Stampa, una giovane ereditiera rimasta orfana dopo l’omicidio-suicidio del padre, della madre e di un amante. Cesare Previti, 36 anni, nella contesa ereditaria assiste la famiglia della madre, ma in breve tempo riesce anche a collaborare con la controparte: il senatore Giorgio Bergamasco, legale dei Casati Stampa, e tutore della ragazza. Insomma diventa vice-tutore. La ragazza si sposa e si trasferisce in Brasile. Il problema è che sul patrimoni ereditato deve pagare molte tasse. Così nel ‘73, quando ha ormai 21 anni, conferisce un mandato per vendere villa San Martino “con espressa esclusione degli arredi, della pinacoteca, della biblioteca e delle circostanti proprietà terriere”, A quel punto entra in scena Berlusconi. Previti chiama la giovane donna in Brasile e le annuncia, senza averla mai consultata prima, di aver venduto tutto per 500 milioni lire al futuro Cavaliere. Il prezzo, come stabilirà anche la magistratura in una causa per diffamazione, è irrisorio. E oltretutto Berlusconi non salda subito il dovuto. Paga a rate, man mano che il fisco bussa alla porta giovane marchesa. Inoltre l’allora costruttore di Milano 2 s’impadronisce di ogni quadro, mobile e suppellettile contenuto nella villa. Il tutto senza nemmeno esserne il proprietario, visto che il rogito verrà effettuato solo nel 1980. Giusto in tempo per dare la nuova proprietà in garanzia a due banche e farsi erogare in cambio un finanziamento di circa 8 miliardi di lire. Roba da lasciare allibiti tanto che la marchesa Casati Stampa revoca il mandato a Previti (anche perchè nel frattempo molti altre proprietà della sua immensa eredità erano passate nelle mani di Berlusconi).
Villa La Certosa - L’11 luglio dalla cella del carcere in cui è richiuso per l’inchiesta sulla nuova P2, Flavio Carboni, secondo il Corriere della Sera, lancia al premier un non troppo oscuro messaggio: “Sono io che ho coperto la testa di Silvio Berlusconi. Sono io che gli ho dato anche una delle case dove sta”. Il riferimento è in buona parte per villa La Certosa, il buen ritiro sardo che il Cavaliere acquistò proprio da Carboni. Il rogito ufficiale parla di un miliardo e mezzo di lire. Ma dietro alla compravendita c’è una storia tutta da raccontare. Emilio Pellicani, infatti, sostiene che la vicenda inizia quando Carboni fa prestare molti soldi da Antongliulio Lo Prete (un conoscente di Marcello Dell’Utri poi arrestato per traffico di stupefacenti) e dal piduista, amico di Berlusconi, Attilio Capra de Carré. In garanzia Carboni da loro le quote della società che controlla La Certosa. Un grave errore. Il faccendiere infatti non riesce a rientrare dal debito. La villa viene così offerta da Lo Prete a Berlusconi. Pellicani protesta e invia, dice, un telegramma ai vertici Fininvest avvertendo che il bene “proveniva da una vera e propria estorsione ai danni di Carboni”. Ne nasce così una causa civile “contro Berlusconi, Lo Prete e Capra” chiusa con una transazione “a soli 800 milioni perché Carboni aveva bisogno di soldi”.
Il parco - Anche 30 ettari del parco della Certosa sono stati acquistati, secondo i periti della procura di Milano, intorno al 2000 con un forte sconto: il 50 per cento del loro valore reale (risparmio di 12 miliardi di lire). Tutto comincia quando i terreni vengono messi in vendita da una società in liquidazione. Tra chi segue la procedura vi è però anche un’importante commercialista milanese che verrà poi condannata per una serie di ruberie sui fallimenti. Viene così bandita un asta che secondo i consulenti dei pm “presenta aspetti critici o persino oscuri”. Tutti i concorrenti, tranne uno, sono infatti uomini di Berlusconi e l’asta è congegnata per evitare un vero e proprio gioco al rialzo. Alla fine vince la Pan Europe Finance, una società off shore dietro la quale c’è un manager di Fininvest, attualmente imputato col Cavaliere per i falsi in bilancio e le appropriazioni indebite di Mediaset: Daniele Lorenzano. L’amico del Cavaliere fa un affarone: paga tutto a circa sette euro al metro quadro. Dopo tre anni però entra in scena l’Immobiliare Idra di Berlusconi che acquista a 22 euro al metro. Il risultato è che molti milioni di euro prendono la via dei caraibi e che comunque il premier risparmia una sacco di soldi visto che i terreni sono valutati circa 50 euro al metro.
La Villa alle Bermuda - Anche alle Bermuda dove Berlusconi possiede da anni una villa entrano in scena le off- shore. Tra le società gestite dall’avvocato inglese David Mills, il testimone corrotto per dire il falso nei processi contro il Cavaliere, ve ne è una proprietaria della casa e di uno yacth. Si chiama Bridgeston Ltd, ma cosa abbia fatto esattamente non si sa. Mills quando viene perquisito perchè tiene in mano le società del premier non dichiarate al fisco, prende tutte le carte e le consegna a un altro professionista straniero. Si chiama Maurizio Coen. È un avvocato e, proprio come il cognato di Fini, ha uno studio a Montecarlo. Perché in fondo, finché nessuno fa domande, anche per i Berlusconi non c’è posto migliore per operare con discrezione del vecchio e amatissimo principato di Monaco.

Peter Gomez (Da Il Fatto Quotidiano dell’11 agosto 2010)

giovedì 12 agosto 2010

Schiavi di coloro cui faremmo paura sol che la Repubblica esistesse davvero

Ora che il governo della Repubblica è caduto nel pieno arbitrio di pochi pre-potenti... noi altri tutti, valorosi, valenti, nobili e plebei, non fummo che volgo, senza considerazione senza autorità, schiavi di coloro cui faremmo paura sol che la Repubblica esistesse davvero.

LUCIO SERGIO CATILINA

Passaparola: "Spatuzza e il sasso in bocca"

Testo:

Buongiorno a tutti, oggi smontiamo un altro luogo comune, un altro di quelli slogan, come quello della separazione delle carriere che ci vengono bombardati da anni e che molti finiscono per prendere sul serio proprio perché il martellamento ha questo di bello, lo diceva già Goebbels ripeti una bugia 10/20/30 volte, alla fine diventerà una verità, mi riferisco a quell’espressione incredibile di grande presa che è quella dei pentiti a rate o a orologeria, l’hanno ritirata fuori per cercare di screditare Gaspare Spatuzza, il quale avrebbe fatto delle rilevazioni non tutte subito, ma scaglionate nel tempo.
Imputati che parlano - Intanto diciamo subito una cosa: chi sono i pentiti? Noi abbiamo creato questa categoria dello spirito, i collaboratori di giustizia, in realtà i pentiti non esistono, esistono semplicemente degli imputati che si comportano in modo diverso a seconda della loro scelta processuale, ci sono degli imputati che parlano e degli imputati che non parlano, tra gli imputati che parlano ci sono quelli che dicono la verità e qui che raccontano balle, è un diritto dell’imputato in Italia raccontare balle ai giudici, quindi non c’è problema, all’estero, in America c’è l’oltraggio alla Corte, ti danno una pena aggiuntiva se scoprono che hai pure mentito nel processo, perché?
Perché è assurdo consentire all’imputato di prendere in giro i giudici, hai il diritto di tacere sulle cose tue, negli Stati Uniti, per esempio, ma se parli devi dire la verità, da noi invece c’è il diritto di tacere e c’è anche il diritto di mentire, va beh pazienza, siamo generosi!
Quindi l’imputato può decidere di stare zitto, oppure di parlare e se parla può dire la verità o può raccontare balle, se l’imputato dice la verità e fornisce ai magistrati degli elementi utili per scoprire autori di reati che senza le sue parole non si scoprirebbero, ecco il collaboratore di giustizia che se appartiene a organizzazioni come la mafia, ‘ndrangheta o camorra che vivono dell’omertà dei loro membri e quindi già si sa che se un loro membro viola il giuramento del segreto e parla e denuncia reati di altri suoi complici oltre ai suoi, viene eliminato fisicamente e se non si riesce a eliminarlo fisicamente perché è ben protetto, si eliminano suoi familiari, vendette trasversali per farlo stare zitto o per farlo ritrattare, allora lo Stato decide che è conveniente per l’interesse pubblico, proteggere questa persona per vietare che venga eliminata o che venga eliminato qualche suo parente e è conveniente anche dare degli incentivi ai criminali delle grandi organizzazioni mafiose, terroristiche etc., perché essendo delle organizzazioni compartimentate e impenetrabili, spesso l’unico modo per scoprirne i segreti, gli arcani è quello di far parlare qualcuno dall’interno, ecco quindi la legislazione premiale, per i pentiti non l’abbiamo mica inventata noi, l’hanno inventata gli americani molto prima di noi e noi l’abbiamo, in parte, importata anche se la nostra è molto diversa.
Gli incentivi sugli Stati Uniti per i delinquenti che collaborano, arrivano addirittura all’impunità perché in America non è obbligatoria l’azione penale e quindi si può decidere di non aprire un processo nei confronti di un mafioso che collabora, questo mafioso non verrà mai condannato né processato per i suoi crimini e vivrà da incensurato per tutta la vita, protetto a spese dello Stato. Da noi invece c’è l’obbligatorietà dell’azione penale, quindi li si processa, se colpevoli li si condanna, ma si concedono delle attenuanti, degli sconti di pena stabiliti per legge in cambio della loro collaborazione, solo lì si riesce a convincerli e a rompere il vincolo dell’omertà e a superare la paura che comunque avranno sempre che l’organizzazione di cui facevano parte li raggiunga anche in capo al mondo e li elimini o elimini qualcuno dei loro parenti, è per questo che abbiamo la legge sui pentiti, legge che è stata poi codificata e perfezionata da Giovanni Falcone quando era al Ministero, legge che ha pagato con la vita Falcone, perché soltanto dopo la sua morte è stata perfezionata come la voleva lui e poi è stata snaturata nel 2001 dal centro-sinistra e centro-destra insieme quando si decise che i pentiti erano troppi, non i mafiosi erano troppi, i 30 mila mafiosi irriducibili, no erano troppi quei 1200/1300 pentiti che c’erano, quindi si decise di sfoltire e infatti ci sono riusciti, da allora non si è quasi più pentito nessuno, uno dei pochissimi della mafia vera che si sono pentiti è Gaspare Spatuzza, il quale è un pentito molto strano perché è molto più pentito dei pentiti normali, nel senso che non è un collaboratore di giustizia nel senso che ha fatto i suoi conti e ha capito che gli conveniva schierarsi dalla parte dello Stato, ha avuto proprio una specie di folgorazione religiosa, tant’è che ha avuto un percorso con il Vescovo de L’Aquila dove era detenuto, ha avuto la crisi mistica. Sta di fatto che comunque anche con la crisi mistica per chi ci crede e per chi non ci crede, bisogna comunque andare a verificare quello che uno dice, ci interessa a noi quando lo dicono? Personalmente a me non me ne frega niente di quando lo dicono, l’importante è che quando lo dicono, dicano la verità, il fatto che il pentito non dica tutto subito è umano, intanto prima ti raccontano le cose proprie e poi ti raccontano le cose degli altri, magari hanno degli amici carissimi che ne hanno combinate di tutti i colori e quindi per non fare la spia magari cercano di salvare qualcuno dei loro amici carissimi, mentre invece il pentito per avere la protezione e mantenerla deve dire tutto, poi mettetevi nei panni di uno che è stato mafioso per 50 anni, da quando aveva i pantaloni corti e deve raccontare tutto subito, magari non si ricorda tutto, magari gli vengono in mente delle altre cose mesi dopo, anni dopo, magari viene in mente al giudice di chiedergli una notizia che lui magari non si era ricordato oppure non era importante, non gli sembrava importante, invece il giudice ha scoperto delle altre cose e chiede delle conferme al collaboratore di giustizia e magari quello dice: ah già è vero, avevo sentito dire quella cosa o avevo visto quella cosa, non l’ho fatta io, non l’avevo raccontata, non me l’ero ricordata, il pentito ti serve sempre, lo devi proteggere sempre perché potrebbe venire utile in qualsiasi momento.
In America non c’è problema, quando il pentito parla, aggiunge, lo si sta a sentire, si verifica se è vero ok, se non è vero pazienza, in Italia abbiamo dal 2001 questa legge folle, la Fassino – Napolitano che ha tolto beneficio ai pentiti, ha tolto attenuanti e in più li ha obbligati a dire tutto entro 6 mesi, i primi 6 mesi sono decisivi, devono dire tutto almeno dettagliare l’indice delle cose che vorranno dire se non fanno in tempo poi a entrare nei particolari, bisogna sapere i titoli dei capitoli dei delitti che vuole affrontare, e se si ricorda qualcosa dopo? E se oggi un pentito dopo i 6 mesi decide per ragioni sue di rivelarci chi ha ucciso il Generale Dalla Chiesa, cosa facciamo buttiamo via? Stante così la legge è esattamente quello che prevede, dopo i 6 mesi non vale più.
Ci dicono che Spatuzza ha raccontato di quello che gli raccontò Graviano Giuseppe su Berlusconi, Dell’Utri e le stragi dopo i primi 6 mesi e questo non varrebbe, in realtà la Cassazione ha detto che i 6 mesi valgono per le cose che sai di tuo perché le hai fatte tu, non perché te le ha dette un altro, se le cose te le ha dette un altro le puoi dire anche dopo, ma in ogni caso per questa ragione, per avere detto cose su Berlusconi dopo i 6 mesi, contro il parere delle procure antimafia e della Procura nazionale antimafia, la Commissione del Governo presieduta dall’On. Mantovano ha negato il programma di protezione a Spatuzza, così chi volesse fare come Spatuzza già sa che certi nomi non li deve fare.
Zitto Spatuzza, zitti tutti - E’ un sasso in bocca è un segnale a lui e agli altri, ma questa storia dei pentiti a rate è interessante perché ci viene sempre detto: negli altri paesi non si consente ai pentiti di raccontare le cose quando vogliono loro.Al processo Andreotti venne a testimoniare Richard Martin, chi era? Era il Procuratore Federale di Manhattan che ha collaborato con Falcone nella megaindagine sul riciclaggio tra la mafia siciliana e la mafia americana detta Pizza connection e poi è diventato il rappresentante speciale degli US General Attorney e infine è diventato special assistent US Attorney presso la Procura federale del distretto meridionale di New York perché è importante Dick Martin? Perché Dick Martin ricevette le prime confidente di Buscetta nel 1983, Buscetta era detenuto negli Stati Uniti e poi fu estradato in Italia e cominciò a parlare con Falcone, ma prima di parlare con Falcone aveva già parlato con Dick Martin e a quest’ultimo aveva rivelato di sapere che Andreotti era uomo di mafia, perché l’aveva detto all’americano e non l’ha poi detto al giudice italiano? Perché in America non è obbligatoria l’azione penale e quindi lui aveva detto: qui lo dico e qui lo nego, le dico Andreotti ma lei non ci faccia niente perché tanto io… in Italia un giudice sarebbe obbligato a aprire un fascicolo su Andreotti, in America possono fregarsene tranquillamente e poi comunque non erano competenti i giudici americani nel giudicare Andreotti, quindi Buscetta ha confidato a Dick Martin, fin dal 1983, 9 anni prima di dirlo a Caselli e ai magistrati di Palermo, il nome di Andreotti, quando Falcone gli chiese di parlare di mafia e politica, Buscetta disse: meglio di no perché ci prendono per matti e ci mettono in manicomio e ci ammazzano tutti e due.
Decise di parlarne quando il sistema di cui Andreotti era uno dei perni, il prima Repubblica, crollò nel 1992 e quando Falcone morì, come risarcimento morale, lui Mannoia e altri cominciarono a parlare dei rapporti mafia – politica, questa è un’altra spiegazione del perché ogni tanto parlano a rate, ma cosa dice Dick Martin al processo Andreotti? Spiega com’è il sistema americano che prevede proprio i pentiti a rate, dice: già nel 1985 a una mia domanda sul livello politico di Cosa Nostra in Italia, Buscetta mi rispose: dico un solo nome Andreotti!
Da noi, spiega Martin, non esiste alcun obbligo di dire tutto e subito, ma solo l’obbligo di dire la verità, come mi insegnò Falcone, sviluppare la testimonianza di uno che è stato dentro un’organizzazione come Costa Nostra non è semplice, non è una cosa che si fa in una settimana o in un mese, quando uno ha vissuto come Buscetta 30 anni in Cosa Nostra, ci sarà un lungo periodo durante il quale si devono fare interrogatori, verifiche, anche in Italia Falcone non insisteva mai che qualcuno dicesse tutto subito, perché capita spesso che ci siano questioni, domande o informazioni che non sembrano rilevanti al momento e perché il testimone non può sapere tutto quello che serve al Procuratore, ma con il tempo possono venire fuori delle altre cose, delle altre domande, questo è il metodo utilizzato da Falcone anche con Buscetta, se dopo anni il collaboratore dice cose nuove, magari aprendo il discorso politico, per noi americani non fa differenza, se si parla di Cosa Nostra o di politica è sempre la stessa cosa, è sempre necessario fare le verifiche, ma non è proibita una testimonianza su un soggetto isolato anche se è stata resa dopo un lungo periodo.
Lo stesso Manganelli, oggi capo della Polizia, all’epoca Questore di Palermo, già capo del servizio centrale di protezione dei pentiti e dei testimoni disse al processo Andreotti: negli Stati Uniti ogni procuratore ha il suo pentito, cioè quello funzionale alla sua inchiesta, tant’è che il magistrato è definito prosecutor sponsor del collaboratore, con lui stringe un contratto, nessun altro giudice può utilizzare nel frattempo quel pentito, finito il processo se questi viene ancora richiesto fa un altro contratto, altrimenti esce di scena, sempre protetto.
Perché a Spatuzza è stata negata la protezione dal governo Berlusconi dopo che ha parlato di Berlusconi? Perché l’ha detto fuori tempo massimo? No, perché ha parlato di Berlusconi, ce la vogliono raccontare, ci vogliono dire che stiamo diventando come gli americani, la testimonianza di Dick Martin ci dimostra che il modello americano è esattamente quello che aveva importato Falcone in Italia e che abbiamo abbandonato grazie alla destra e alla sinistra infami che ci toccano in sorte nel 2001, non ce l’hanno con Spatuzza perché parla in ritardo, ce l’hanno con Spatuzza perché parla di Berlusconi, passate parola!

Marco Travaglio (Passaparola del 9 agosto 2010)


Il Gorilla

Sulla piazza d'una città la gente
guardava con ammirazione
un gorilla portato là dagli zingari d'un
baraccone
con poco senso del pudore le comari di
quel rione
contemplavano l'animale non dico come
non dico dove
Attenti al gorilla
D'improvviso la grossa gabbia dove
viveva l'animale
s'apri di schianto non solo perché fosse
l'avevano chiusa male
la bestia uscendo fuori di là disse:
"Quest'oggi me la levo"
parlava della verginità di cui ancora
viveva schiavo
Attenti al gorilla
Il padrone si mise a urlare: "Il mio gorilla
fate attenzione
non ha veduto mai una scimmia
potrebbe fare confusione"
tutti i presenti a questo punto fuggirono
in ogni direzione
anche le donne dimostrando la
differenza fra idea e azione
Attenti al gorilla
Tutta la gente corre di fretta di qua e di là
con grande foga
si attardano solo una vecchietta e un
giovane giudice con la toga
visto che gli altri avevano squagliato il
quadrumane accelerò
e sulla vecchia e sul magistrato con
quattro salti si portò
Attenti al gorilla
"Bah" sospirò pensando la vecchia "che
io fossi ancora desiderata
sarebbe cosa alquanto strana e più che
altro non sperata"
"Che mi si prenda per una scimmia"
pensava il giudice col fiato corto
"non è possibile questo è sicuro" - il
seguito prova che aveva torto
Attenti al gorilla
Se qualcuno di voi dovesse costretto
con le spalle al muro
violare un giudice od una vecchia della
sua scelta sarei sicuro
ma si dà il caso che il gorilla considerato
un grandioso fusto
da chi l'ha provato però non brilla né per
lo spirito né per il gusto
Attenti al gorilla
Infatti lui sdegnata la vecchia si dirige sul
magistrato
lo acchiappa forte per un'orecchia e lo
trascina in mezzo a un prato
quello che avvenne tra l'erba alta non
posso dirlo per intero
ma lo spettacolo fu avvincente e la
suspance ci fu davvero
Attenti al gorilla
Dirò soltanto che sul più bello dello
spiacevole e cupo dramma
piangeva il giudice come un vitello negli
intervalli gridava "Mamma"
gridava "Mamma" come quel tale cui il
giorno prima come ad un pollo
con una sentenza un po' originale aveva
fatto tagliare il collo
Attenti al gorilla

Testo: Fabrizio De Andrè (1968 - traduzione di “Le gorille” di G.Brassens)

Quei 100 milioni da Berlusconi alla mafia

Cento milioni di vecchie lire versati da Silvio Berlusconi alla mafia nel 2001. La relazione pericolosa per il premier sarebbe documentata in un pizzino consegnato da Massimo Ciancimino ai magistrati, secondo quanto rivelato oggi dal Corriere della Sera. Nel foglio dattiloscritto ma accompagnato da annotazioni autografe di don Vito che si riferisce al boss Bernardo Provenzano con l’appellativo di ragioniere, si fa esplicitamente il nome del presidente del Consiglio.
Scrive l’inviato Felice Cavallaro: il testo è top secret ma chi lo ha letto così sintetizza evocando conteggi in vecchie lire: ‘dei 100 milioni ricevuti da Berlusconi, 75 a Benedetto Spera e 25 a mio figlio Massimo’. E poi: ‘Caro rag. Bisogna dire ai nostri amici di non continuare a fare minchiate … e di risolvere i problemi giudiziari”. Il pizzino sarebbe stato scritto dal padre, secondo Massimo Ciancimino, nella seconda metà del 2001, dopo il voto del 13 maggio per le elezioni nazionali e del 24 giugno per la Regione siciliana con la doppia vittoria schiacciante di Silvio Berlusconi e di Totò Cuffaro. Don Vito chiede al capo della mafia di intervenire sui politici usciti vittoriosi dalle elezioni chiedendo di “non fare minchiate” ingiustificate alla luce dei “numeri” della vittoria: 61 seggi a zero per il centrodestra in Sicilia.
Massimo Ciancimino ha consegnato il pizzino insieme a una cartellina piena di lettere e documenti che sarebbe stata trovata a casa della madre, la signora Epifania. Mamma e figlio sono stati sentiti nei giorni scorsi dai pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo sul contenuto del pizzino e in particolare la signora Ciancimino avrebbe inserito questa novità in un rapporto consolidato che risaliva a trenta anni prima: “mio marito si incontrava negli anni settanta con Berlusconi a Milano”, avrebbe detto la signora aggiungendo con un pizzico di disappunto: “ma alla fine Vito si sentì tradito dal Cavaliere”.
Il rapporto Ciancimino-Berlusconi non è una novità assoluta delle indagini palermitane. Le prime tracce risalgono a una serie di relazioni della Polizia degli anni ’80 in cui si descrive la figura di Marcello Dell’Utri e il suo legame con un collaboratore di Ciancimino, l’ingegner Francesco Paolo Alamia. Mentre già nel 2004, in una telefonata intercettata dalla Procura di Palermo tra Massimo Cinacimino e la sorella Luciana, il figlio di don Vito sosteneva che esistesse un assegno di 25 milioni di lire da parte di Silvio Berlusconi a beneficio del padre.
Anche su questo punto Massimo Ciancimino ha offerto nuovi chiarimenti ai pm nei giorni scorsi: si sarebbe trattato in realtà di soldi in contanti che lui stesso avrebbe ritirato da un amico del braccio destro di Provenzano, Pino Lipari.
Il fatto che Massimo Ciancimino abbia in due occasioni ricevuto decine di milioni di lire dal boss Provenzano o dai suoi amici sta modificando la posizione giuridica del “testimone assistito”. Probabilmente la Procura di Palermo sta valutando la sua iscrizione sul registro degli indagati per favoreggiamento. Un elemento che però paradossalmente rafforza la credibilità delle sue affermazioni autoindizianti.
I rapporti tra il gruppo Berlusconi e la mafia comunque non sono una novità assoluta. A parte la condanna nel processo di appello contro Marcello Dell’Utri (nel quale comunque le dichiarazioni del figlio di don Vito non sono state recepite perché considerate contraddittorie e a rate) già nelle indagini degli anni novanta sulla famiglia mafiosa di San Lorenzo erano emerse le prove documentali dei versamenti della Fininvest a titolo di “regalo” ai boss. Nel libro mastro del pizzo, sequestrato al clan, era stata trovata la dicitura “Can 5 5milioni reg”.
I collaboratori di giustizia avevano spiegato che a partire dagli anni ’70, prima attraverso Vittorio Mangano e poi per tramite dell’amico di DellUtri, Gaetano Cinà, ogni anno il Cavaliere faceva arrivare soldi alla mafia.
Non si trattava però di tangenti, ma di doni fatti per mantenere i buoni rapporti. Il boss di Porta Nuova, Salvatore Cancemi, aveva aggiunto di aver visto il contante proveniente da Arcore ancora nel 1992. La trafila del denaro allora prevedeva che i soldi di Berlusconi finissero nelle mani dell’allora capo dei capi Totò Riina per poi essere suddivisi tra le varie famiglie mafiose.
Ora, se autentico, il nuovo pizzino conferma che quell’abitudine non finì con la discesa in campo del Cavaliere. Tanto che altri regali in contanti sarebbero arrivati al successore di Riina. Un fatto che, se provato, spiega bene perché Berlusconi nel 2006 fu l’unica carica istituzionale italiana a non complimentarsi per la cattura di Provenzano.

Giustizia & impunità | di Marco Lillo (Il Fatto Quotidiano - 11 agosto 2010)

Quando Capezzone era Radicale: “Berlusconi è come Wanna Marchi”

“Vi chiamate Popolo della libertà ma di libertà vi è rimasta solo quella vigilata. Dite di tenere alla famiglia ed essere contro il divorzio ma avete due famiglie e siete tutti divorziati. Volete mandare in carcere i ragazzi per sei spinelli ma se viene un cane poliziotto a Montecitorio si arrende il cane”.
Parola dell’antico Daniele Capezzone, ieri segretario dei Radicali italiani (2001-2006), oggi portavoce del Pdl. Dal palco della manifestazione promossa da Arcigay e Arcilesbiche “anima e core” di colui che un tempo definiva “lo sciancatore di Arcore”.
Le frasi celebri di Daniele Capezzone contro Berlusconi si sprecano dopo che il quotidiano online “FFwebmagazine” ha ripreso alcuni dei suoi discorsi fatti prima di dare l’adesione al Popolo della libertà (9 febbraio 2008) e dopo essere stato anche deputato della Rosa nel Pugno (2006-2008).
Partiamo dall’11 dicembre 2004. Capezzone sulla sentenza di condanna nei confronti di Marcello Dell’Utri: “In nessun paese al mondo avremmo un premier così. Per essere chiaro, voglio prescindere dall’esito dei processi di ieri e di oggi, e perfino, se possibile, dalla rilevanza penale dei fatti che sono emersi. Ma è però incontrovertibile che Silvio Berlusconi, prescrizione o no, abbia pagato o fatto pagare magistrati. Così come da Palermo, quale che sia la qualificazione giuridica di questi fatti, emergono fatti e comportamenti oscuri di cui qualcuno, Berlusconi in testa, dovrà assumersi la responsabilità politica”.
Al congresso dei Radicali del 29 ottobre 2005 invece: “L’Italia non può permettersi altri cinque anni di governo di Silvio Berlusconi: non sarebbero ecosostenibili”. In questa legislatura Berlusconi ha avuto a disposizione una maggioranza parlamentare amplissima (“più 100 deputati e più 50 senatori”): eppure, le riforme non si sono viste. Dall’economia alla giustizia è enorme il divario tra le promesse di cinque anni fa e le cose effettivamente realizzate. Per non parlare di ciò che è accaduto sul terreno dei diritti civili, con un’autentica aggressione contro le libertà personali: contro il divorzio breve (eppure, anche tanti leader del centrodestra sono tutti divorziati), contro l’aborto, contro i pacs, contro la fecondazione assistita e la libertà di ricerca scientifica, fino all’ultimo tentativo di sbattere in carcere i ragazzi per qualche spinello”. Da ricordare anche: “Berlusconi è come Wanna Marchi (1 aprile 2006). Mentre, nel 2003, sulle leggi ad personam: “Tre anni fa i Radicali proposero tre referendum che avrebbero cambiato il sistema giudiziario. Ci fu chi si oppose legittimamente, ma Berlusconi invitò a non votare perché tanto lui avrebbe fatto le riforme. In questi tre anni non è stato fatto nulla, solo leggi di interesse personale, che non funzioneranno e che molto probabilmente verranno dichiarate incostituzionali”.

Archivio cartaceo | di Elisabetta Reguitti (Il Fatto Quotidiano - 12 agosto 2010)

lunedì 9 agosto 2010

Responsabilità e ricatti

Nella torrida e torbida estate italiana, come purtroppo avevamo previsto, c'è dunque una sola fabbrica che non chiude per ferie, ma che invece produce la sua "merce" a ritmi sempre più serrati. È la berlusconiana "fabbrica del fango", che attraverso l'uso scellerato dei giornali di famiglia e l'abuso combinato di servizi e polizie sforna dossier avvelenati contro amici e nemici del presidente del Consiglio.
Da qualche giorno, com'era ovvio dopo la sacrilega rottura umana e politica con il padre-padrone del Pdl, il fango ha ricominciato a sommergere copiosamente Gianfranco Fini per la vicenda del famigerato appartamento di Montecarlo 1 ereditato da Alleanza nazionale, rimesso sul mercato e poi finito nella disponibilità del cognato dello stesso presidente della Camera.
Nel metodo, diciamo subito che Fini ha compiuto un gesto di responsabilità, onorando il ruolo che ricopre e cercando di chiarire fin da subito tutti i punti della vicenda. Senza aspettare il corso dell'inchiesta della procura di Roma, senza urlare contro i giudici "comunisti" come fa quotidianamente il premier, ma anzi esprimendo la massima fiducia nel lavoro dei magistrati.
Fini dà prova di grande senso dello Stato. Equilibrio politico, rispetto del potere giudiziario, disponibilità a fare luce: così si comporta un uomo delle istituzioni, quando è in gioco l'onorabilità della sua carica e la trasparenza dei suoi comportamenti. Già qui si coglie l'abisso culturale e temperamentale che separa il presidente della Camera dal presidente del Consiglio, abituato a destabilizzare l'ordine giurisdizionale con i suoi furori ideologici e ad umiliare il potere legislativo con le sue leggi ad personam.
Nel merito della vicenda, le precisazioni riassunte da Fini in otto capitoli sembrano sufficienti a sgombrare quasi completamente il campo dagli equivoci e dai dubbi. Tranne che in un punto, che merita un approfondimento ulteriore. Dopo aver chiarito al punto quattro che nel 2008 Giancarlo Tulliani (fratello dell'attuale compagna del presidente della Camera, Elisabetta) lo aveva informato che "in base alle sue relazioni e alle sue conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l'appartamento", Fini dichiara al punto sette che la vendita dell'appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008, e che lui non sa "assolutamente nulla" sulla "natura giuridica della società acquirente" né sui "successivi trasferimenti" dello stesso immobile. Solo "qualche tempo dopo" (conclude l'ex leader di An al punto otto) "ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento".
Ricapitolando. Alleanza nazionale riceve un lascito ereditario di diversi cespiti immobiliari. Uno di questi è a Montecarlo, stimato 450 milioni di vecchie lire e regolarmente iscritto nel bilancio del partito. È "fatiscente e non abitabile", come attestano le ispezioni fatte dal tesoriere del partito e dalla segretaria personale di Fini. Ma il luogo è di pregio, e qualche anno dopo (nel 2008) si profila un'offerta d'acquisto di cui Giancarlo Tulliani fa cenno a Fini. Poco dopo l'offerta si concretizza in 300 mila euro, più del valore stimato, spiega adesso il presidente della Camera. E così Fini, in quanto segretario di An, autorizza l'amministratore a vendere. Si tratta di un bene che appartiene a un partito, non sono in ballo soldi pubblici. E questa è una distinzione doverosa e fondamentale per inquadrare la vicenda.
Ma Fini, e qui è l'aspetto opinabile della sua ricostruzione dei fatti, non sa nulla, né di chi sia l'offerta iniziale di cui gli parla il cognato, né di quale sia la società che effettivamente poi compra l'appartamento, ne di chi ci andrà ad abitare nei mesi successivi, come proprietario o come locatario.
Quando si parla di case i politici non possono e non devono permettersi leggerezze, anche se avvengono nel rispetto della legge, come dimostra il caso D'Alema ai tempi della prima Affittopoli. Inoltre non sapere chi offre, chi compra e poi chi affitta una casa di Montecarlo, per il capo di un partito che la vende, genera un vago "effetto Scajola", capace di dichiararsi all'oscuro del chi e del perché gli sia stato pagato il famoso appartamento da un milione e 600 mila euro con vista Colosseo.
Ma nel caso di Fini e dell'appartamento venduto o affittato al cognato, a quanto pare, non si pone affatto un profilo penale. E non si può discutere nemmeno di un problema etico, ma tutt'al più "estetico". Sul piano formale, un segretario non é tenuto a sapere a chi il suo partito vende o da chi compra ognuno dei propri beni patrimoniali: c'è un amministratore che ha la delega per farlo. Sul piano sostanziale, il massimo che si può dire è che il presidente della Camera sia stato un po' naif, visto l'iniziale coinvolgimento nell'affare del fratello della sua compagna. Ma questo, al momento, sembra essere tutto.
Al contrario, resta in campo il tema vero che si agita sullo sfondo di questo presunto "scandalo" ossessivamente inscenato sugli house-organ del premier. Vale a dire la tecnica del dominio e il sistema di potere che sovrintendono a queste chirurgiche operazioni di killeraggio mediatico e politico. Dopo Veronica Lario per la denuncia sul "ciarpame politico" e Fassino-Consorte per la telefonata su Bnl, dopo Dino Boffo per le critiche sulle escort e il giudice Mesiano per la sentenza sul caso Mondadori, dopo Marrazzo per il video sui trans e Caldoro per il dossier sui gay, la fabbrica del fango sta "macinando" Fini.
L'ex alleato, diventato avversario, deve essere infangato, delegittimato, distrutto. Così si regolano i conti della politica, nell'era della truce decadenza berlusconiana. Così si zittiscono i critici o i dissidenti, nell'epoca tecnicamente totalitaria dell'orwelliano "Partito dell'Amore". Tra minacce, intimidazioni e ricatti, c'è solo da chiedersi chi sarà la prossima vittima da annientare, in questo folle gioco al massacro della democrazia.

Massimo Giannini (La Repubblica - 09 agosto 2010)

La paura di votare non conviene al Pd

L'ipotesi di elezioni anticipate sembra preoccupare soprattutto il Centrosinistra. In particolare, il Pd. Per ragioni di numeri, anzitutto. Se si presentasse con questo gruppo dirigente e con questa coalizione - l'asse con l'IdV di Di Pietro - perderebbe. Poi, perché dovrebbe affrontare i propri dubbi, irrisolti, circa le alleanze, gli obiettivi, i valori. L'insicurezza del Pd - e del Centrosinistra - costituisce la principale fonte di sicurezza per l'attuale maggioranza (si fa per dire...) di governo. Visto che anch'essa ha molto da temere da nuove elezioni.
Come farebbe Berlusconi a giustificare una crisi, in tempi così difficili per l'economia? La defezione di Fini e dei suoi fedeli, inoltre, modificherebbe sostanzialmente l'identità territoriale di questa maggioranza. Se si votasse davvero in novembre, il Centrodestra si presenterebbe con i volti della triade Berlusconi, Bossi e Tremonti. Vero partito forte: la Lega. Principale prodotto di bandiera: il federalismo. Insomma: un'alleanza politica "nordista". Berlusconi e il Pdl avrebbero concreti motivi di temere il voto. Perché in Italia, per vincere le elezioni (governare, ovviamente, è un altro discorso), bisogna disporre di un elettorato "nazionale". Distribuito sul territorio in modo non troppo squilibrato. Come la Dc, nella prima Repubblica, e Forza Italia, nella seconda. I principali baricentri, non a caso, dei governi del dopoguerra.
Il Pci, invece, nella prima Repubblica ha conosciuto fasi di grande espansione, ma è sempre rimasto ancorato alle regioni "rosse" dell'Italia centrale. Quanto al Centrosinistra, nella seconda Repubblica, in quindici anni di esperimenti, non è riuscito a superare i vincoli territoriali - ma anche politic - ereditati dal passato. Il progetto dell'Ulivo, guidato da Prodi, dopo il 1995 ha viaggiato sospeso fra Ulivo dei partiti e Partito dell'Ulivo. Ha, comunque, delineato un soggetto politico di tipo italo-americano. Dove coabitassero posizioni politiche e culturali molto diverse e perfino lontane tra loro. Come i Democratici negli Usa e la Dc in Italia (un esempio evocato spesso da Parisi). L'Ulivo, erede dei partiti di massa (democristiani e comunisti, soprattutto), ma "nuovo", per identità e metodo di selezione del gruppo dirigente e dei candidati. Le primarie ne sono divenute il marchio. Un'alternativa all'organizzazione tradizionale e, nel contempo, al partito mediatico e personale, imposto da Berlusconi.
L'Ulivo di Prodi evoca un soggetto politico di coalizione, "largo" ed eterogeneo. Ha vinto due volte - o, forse, una volta e mezzo. Nel 1996 e nel 2006 (quando al Senato ha perso quasi subito la maggioranza). Ma si è rivelato incapace di garantire stabilità e coesione. Da ciò, nel 2007, il passaggio al Pd, guidato da Veltroni. Partito riformista, sorto con l'obiettivo di "attrarre" gli elettori dell'area di sinistra e soprattutto di centro, senza troppi compromessi e mediazioni. Correndo contro Berlusconi e il Pdl "da solo". O quasi. Un unico alleato, l'IdV. In risposta al PdL, che si apparenta con la Lega. Le primarie, parallelamente, non servono più a scegliere il candidato premier. Dunque, non sono aperte all'intera coalizione (come nel 2005). Diventano, invece, una sorta di competizione congressuale per scegliere il gruppo dirigente e il segretario. Il problema è che il Pd non solo ha perso le elezioni del 2008 (esito prevedibile). Ma, in due anni, ha cambiato tre segretari, mentre la sua base elettorale si è ridotta sensibilmente.
Pdl e Pd, nel frattempo, si sono indeboliti - parecchio - rispetto ai partner (Lega e IdV). E ciò ha ridimensionato l'idea del bipolarismo "bipartitico", sostenuta da Veltroni e Berlusconi nel 2008. Oggi, infatti, ci troviamo di fronte a un bipolarismo frammentato, che neppure Berlusconi riesce a controllare e pone al Pd serie difficoltà. Il bacino elettorale alla sua sinistra, nel frattempo, si è prosciugato. Oltre tre milioni di elettori: spariti. Esuli. In sonno. Oppure intercettati dall'Idv. Mentre al centro si fa spazio un nuovo aggregato che ambisce a fargli concorrenza. (Anche se l'attuale legge elettorale scoraggia ogni ipotesi di "terzo polo"). Per cui il Pd, quando evoca un governo istituzionale, che scriva una nuova legge elettorale e gestisca l'emergenza economica, più che alle difficoltà del Paese pare rispondere alle proprie. L'ipotesi, peraltro, non appare praticabile. Osteggiata dalla maggioranza, troverebbe in disaccordo anche le opposizioni. (C'è dissenso sulla legge elettorale fra Pd, Udc, Sinistra...).
Meglio - molto meglio - che il Pd si prepari alle elezioni. Senza scorciatoie. Con le attuali regole. E dica, quindi, "come" e "con chi" le intenda affrontare. Da solo o con pochi amici: non può. Perderebbe. Insieme all'IdV, oggi, il Pd potrebbe giungere intorno al 35%. Il Pdl, con la Lega, otterrebbe almeno 8 punti percentuali in più. Poi c'è l'incognita dell'astensione, che ha colpito pesantemente anche il centrosinistra, negli ultimi anni. Il Pd, per questo, deve chiarirsi e chiarirci. Con chi intende presentarsi? Quali formazioni e quali leader? L'esperienza del passato suggerirebbe la ricerca di intese molto larghe, senza pregiudizi. A sinistra e al centro. Attorno ad alcuni obiettivi di programma. Pochi e precisi. Relativi all'economia e al lavoro, alla legalità, alle regole istituzionali, al rispetto dell'unità nazionale, alla legge elettorale. Insomma: proponendo il programma delineato per il governo istituzionale alla verifica elettorale.
Un'alleanza che, come l'Ulivo nel 2005, scelga il candidato - i candidati - con il metodo delle primarie. Ma senza vincitori annunciati. Primarie aperte. Dove possano competere - e vincere- Bersani, Di Pietro, Letta, Chiamparino. Ma anche Vendola, Casini, Rutelli, Tabacci. E altri candidati ancora, noti e meno noti.
L'ipotesi non è entusiasmante e si presta, ovviamente, a critiche. Una su tutte. Si tratterebbe di un collage antiberlusconiano e antileghista. Osservazione fondata, che non ci scandalizza. D'altronde, questa legge elettorale non l'abbiamo voluta noi. E l'asse Berlusconi-Bossi oggi costituisce un metro di misura e di riferimento - politico e istituzionale - non eludibile.
Tuttavia, da parte del Pd, ogni ipotesi, ogni idea - anche diversa da questa - è meglio dell'attuale afasia. Non temiamo le elezioni - per noi, anzi, sono ottime occasioni di lavoro. Temiamo, assai più, l'assenza di alternative e di speranze. Questo bipolarismo imperfetto tra un centrodestra che non ci (mi) piace e un centrosinistra (oppure centro-sinistra) che non c'è.

Ilvo Diamanti
(La Repubblica - 09 agosto 2010)

giovedì 5 agosto 2010

La normalità dello scandalo. Intervista a Saverio Lodato.

Scandalo scaccia scandalo. C'è ormai lo scandalo di giornata, come l'uovo, alcune volte si esagera e ce ne sono due o tre alla volta. Una inflazione di scandali. La loro ripetizione, che perdura da decenni, li ha in sostanza annullati. Lo scandalo non scandalizza più nessuno. La normalità, invece, inquieta, preoccupa, talvolta terrorizza. Il cittadino con una famiglia tradizionale, moglie, due figli. Una sola casa di proprietà con mutuo ventennale. Che paga tutte le tasse, non prende, e neppure dà, tangenti, e non va a trans o a mignotte, è pericoloso. Lui sì che dà scandalo. Il suo comportamento è riprovevole perché può indurre qualcuno, non ancora disinformato da Minchiolini, a tentativi di imitazione. Il termine scandalo deriva dal greco skàndalon, che significa ostacolo. Nell'Italia del nuovo millennio gli ostacoli sono gli onesti, non i farabutti. Pietra dello scandalo sono coloro che si oppongono agli scandali che per questo sono puniti. L'Italia è una favola moderna con la morale rovesciata, dove il lupo è la nonna, cappuccetto rosso una puttana minorenne, la mamma la tenutaria di un bordello rifatta, il cacciatore uno spacciatore. Una storia di vampiri dove gli esseri umani sono i veri mostri con la loro testardaggine di voler vivere alla luce del sole. Camilleri e Lodato raccontano questo mondo all'incontrario a cui siamo (ormai?) assuefatti. Si può leggere il loro libro "Di testa nostra" con delle esclamazioni di stupore a ogni scandalo di questi anni oppure con rassegnato cinismo. Scegliete voi.
In una poesia incivile Andrea Camilleri scrive:
"Il pesce, si sa, comincia a puzzare dalla testa.
Oggi la testa del pesce è letteralmente fetida,
ma la metà degli italiani s'inebria a quel fetore,
se ne riempie i polmoni come aria di montagna
"

Intervista a Saverio Lodato:

S. Lodato:Mi chiamo Saverio Lodato, sono un giornalista. Ho scritto un libro insieme a Andrea Camilleri, che si intitola “Di testa nostra” che è la prosecuzione reale di un altro libro scritto con Camilleri che si intitolava “Un inverno italiano”, entrambi raccolgono le rubriche che abbiamo pubblicato in questi anni in cui Andrea Camilleri, lo scrittore inventore di Montalbano dice la sua su quanto accade nel nostro paese, un Camilleri inedito che parla di politica e di attualità a tutto campo, che commenta i fatti di cronaca, molto svelando retroscena, interpretazioni, punti di vista che il grande insieme del mondo mediatico italiano in questi anni sta nascondendo.
Scandalo scaccia scandalo - Perché abbiamo deciso con Camilleri di aprire questo spazio sul quotidiano L’Unità e poi di raccogliere il tutto in un libro? Perché gli italiani sono tenuti all’oscuro di quello che accade nel nostro paese: l’Italia è un paese dove scandalo scaccia scandalo, ogni giorno gli italiani vengono investiti da milioni di parole sullo scandalo di giornata, non si riesce mai a capire quali sono i responsabili, i mandanti e le conclusioni alle quali giungono questi scandali, perché periodicamente c’è uno scandalo nuovo."Siamo in una situazione in cui la politica pretende dai suoi elettori consenso, ubbidienza, clientela, sottomissione, mentre la politica in un paese moderno, in un paese civile avrebbe bisogno di senso critico, di presa di distanze, di interrogativi che trovano risposta da parte della politica stessa. La politica in Italia sta lentamente uccidendo la cultura, uccidendo i principi su cui questo paese è stato costruito dopo il ventennio fascista con una guerra di liberazione nazionale, con la Resistenza. Si è cercato malamente di equiparare Resistenza e Repubblica di Salò, fascisti e antifascisti per parlare solo del passato, si mette in discussione il processo di Unità nazionale, si contesta Garibaldi, si contesta l’Unità d’Italia, si punta alla separazione di diverse regioni nel paese, esattamente il contrario dell’Italia che concepirono i padri della nostra Costituzione repubblicana.
Siamo in una situazione in cui il bavaglio si estende ogni giorno sempre di più. Pensiamo a quello che sta accadendo con le intercettazioni telefoniche: tutti ormai hanno capito che in Italia ci saranno 20 mila persone intercettate dall’autorità giudiziaria per motivi precisi, per reati che hanno commesso. Il Premier si ostina a dire che in Italia siamo tutti intercettati e non c’è nessuno che gli contesti che questi dati sono falsi, dati che lui usa perché punta a leggi ad personam. Quindi impedire quelle intercettazioni telefoniche, che hanno consentito di scoprire affari, intrallazzi, scandali, magagne nel nostro paese. Se questa legge dovesse passare, questo paese si troverebbe ancora di più all’oscuro, più ignorante.
Tre senatori, tre scandali - S. Lodato:Marcello Dell’Utri è un senatore della Repubblica italiana, attualmente risiede in Senato, è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa da un Tribunale in primo grado a nove anni, successivamente è stato condannato a sette anni per lo stesso reato."Dell’Utri aveva detto qualche settimana prima che questo processo che se fosse stato assolto, avrebbe tolto il disturbo, avrebbe lasciato l’attività politica, si sarebbe dimesso da Senatore.
Il paradosso sta nel fatto che adesso, che è stato condannato per la seconda volta, non ha alcuna intenzione di lasciare il Senato. Allora la domanda è: "Cosa ci vuole in Italia perché degli uomini pubblici sentano il dovere morale di presentare le loro dimissioni?" All’interno di questo Senato abbiamo tre senatori uniti da un unico paradossale destino: avere avuto a che fare con la Sicilia e con la mafia. Mi riferisco al senatore a vita Giulio Andreotti che venne prescritto dai tribunali per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, prescritto significa per avere commesso quei reati fino a una determinata data. la Cassazione ha rigettato l’istanza dei difensori di Andreotti che puntavano a una piena assoluzione del loro imputato assistito, ha condannato Andreotti a pagare le spese processuali. Iil mondo dell’informazione italiana ha veicolato la lieta novella che Giulio Andreotti era stato assolto. Siede al Senato il senatore Totò Cuffaro, condannato anche lui in primo e in secondo grado, adesso si aggiunge a questa coppia Dell’Utri dando vita a un terzetto. Sappiamo che nel caso di Dell’Utri e di Cuffaro ancora non si è pronunciata la Cassazione, ma anche che, di fronte alla sentenza che ha condannato Dell’Utri a sette anni, i telegiornali della RAI insufflati da Berlusconi e da tutta la sua compagnia di giro, hanno aperto dicendo: "Ridotta la pena al senatore Dell’Utri in quanto nel primo grado era stato condannato a nove anni, adesso appena a sette anni". Questo è diventato il sistema dell’informazione italiana, tutto questo accade a prescindere da un eventuale bavaglio ancora più definitivo che andrà messo al mondo dell’informazione e quindi la domanda è: "In quale modo questi senatori possono fare politica, dirigere il paese, dirigere le loro correnti, continuare a presentare mozioni e interpellanze parlamentari, in quale modo cioè possono continuare a far parte di una casta che appare inamovibile, è proprio vero l’antico adagio che diceva: cane non mangia cane?".
Un’altra delle mistificazioni è che la condanna di Dell’Utri a "appena" sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, abbia significato assolvere definitivamente Forza Italia da un contesto di responsabilità che hanno a che vedere con la trattativa tra Stato e mafia che nel 1992 si tenne a cavallo delle stragi di Capaci, via D’Amelio prima, Roma, Firenze e Milano. Il processo Dell’Utri non era la grande madre di tutti i processi, era uno dei tanti processi aperti su questo argomento, bisognerà attendere certamente la sentenza, leggerla per capire in quale modo la Corte d’Appello è giunta a questa conclusione. Ma una cosa è dire che non sono provate le responsabilità di Dell’Utri all’interno di questa trattativa, una cosa diversa è dire che questa trattativa non è mai avvenuta, perché ormai, che sia avvenuta, in Italia l’hanno capito e lo sanno tutti, tant’è vero che non si discute di altro ormai nel nostro paese. Questa è un’altra di quelle mistificazioni che, con probabilità, saranno definitivamente fugate nel momento in cui altre sentenze arriveranno, di altri processi, di altre inchieste, di altre indagini tutt’ora aperte.
Camilleri e l'Italia - S. Lodato:C’è un Andrea Camilleri, piaccia o non piaccia a qualcuno, che è in grado di esprimere le sue opinioni politiche su quello che accade nel nostro paese e il tentativo di tacitare questo Camilleri valorizzando esclusivamente il Camilleri scrittore di romanzi, di fiction, biografo della vita di Montalbano. ."È un tentativo destinato a fallire. Perché Andrea Camilleri non perde occasione di commentare da par suo, a modo suo con la sua saggezza, cultura, conoscenza di fatti di Sicilia e di fatti italiani, quello che sta accadendo nel nostro paese. Andrea Camilleri dovrebbe essere invitato nei telegiornali a parlare della sua visione politica di quello che accade, questo invece viene assolutamente evitato, non deve arrivare al cuore degli italiani perché si rovinerebbe la fiction, perché disturba il manovratore. Se qualcuno avrà la pazienza di leggere “Di testa nostra” si renderà conto di come vengano messi a nudo questi governanti da Camilleri e messi a nudo con nome e cognome. Chiamati in causa personalmente per le dichiarazioni che fanno, per le prese di posizione che assumono, per gli interessi che perseguono.
Siamo giunti al paradosso nel nostro paese che per scoprire alcune verità non è più sufficiente leggere i quotidiani e i settimanali, ma bisogna andare in libreria a comprare dei libri. Perché ormai molto spesso sono i libri a raccontare davvero questo paese e, naturalmente, è più complicato perché il libro costa di più di un quotidiano, perché il telegiornale ti raggiunge dentro casa e il libro devi andare a acquistartelo in libreria, devi sapere che libro acquistare. Ma se tutti gli italiani cominciassero a rendersi conto che l’informazione non si identifica esclusivamente con quotidiani e telegiornali, ma ci sono altri veicoli, altri canali per riuscire a capire un po’ cos’è questo benedetto nostro paese, questo sarebbe un piccolo gesto di resistenza civile.

Blog Beppe Grillo - 14 luglio 2010


Passaparola: "Pubblici ministeri al guinzaglio"

Testo:

Buongiorno a tutti, queste puntate estive ci consentono di riflettere, dato che non possiamo seguire l’attualità perché ve l’ho detto, sono puntate registrate alla fine di luglio, danno l’opportunità di chiarire alcuni punti, smentire alcuni luoghi comuni, alcuni slogan che ci vengono sempre raccontati che a furia di essere ripetuti sono diventati dei dogmi di fede, anche se non hanno nessun fondamento nella realtà, ci credono tutti perché non si sente mai un contro canto, un’altra campana.
Separazione delle carriere, moltiplicazione del CSM - Uno dei luoghi comuni più diffusi e ne parlo perché credo che alla ripresa autunnale, non appena avrà sistemato i suoi processi con il lodo Alfano bis, Berlusconi ci metterà mano, ci proverà, è la separazione delle carriere, cos’è la separazione delle carriere?
E’ una proposta lanciata per primo da Licio Gelli nel suo famoso piano di rinascita democratica, ripresa da Bettino Craxi, che torna ciclicamente non solo nel clan berlusconiano, ma anche in una parte del centro-sinistra, i presunti garantisti, con il garantismo la separazione delle carriere non c’entra niente, lo vediamo tra un attimo, per stabilire che, chi fa il Pubblico Ministero lo faccia per tutta la vita, chi fa il giudice lo faccia per tutta la vita e non ci possa essere alcuno scambio tra l’una e l’altra funzione, che ciascuno proceda in una carriera separata, sottoposti i PM e i giudici a due Csm separati e che non si possano mai scambiare le due esperienze.
Si dice che è così in tutto il mondo, intanto tutte le proposte sono valide di per sé, non è che c’è un tabù, perché uno dovrebbe essere contrario alla separazione delle carriere? Non è mica scritto nel codice naturale, è una legge umana quella sulle carriere dei magistrati e può essere tranquillamente cambiata, dobbiamo domandarci se ci convenga cambiarla, se ci siano delle necessità che inducano a cambiare il sistema che ha retto in Italia per tutta la fase repubblicana, fino a oggi.
Cosa dicono i sostenitori della separazione delle carriere? Il PM rappresenta l’accusa, il giudice rappresenta una figura terza che deve stagliarsi al di sopra dell’accusa e della difesa e deve decidere, quindi non può essere un collega di carriera del PM, perché altrimenti tenderà a dare ragione al PM che è un suo collega, anziché all’Avvocato difensore, se così fosse dovrebbe risultare dalle statistiche, dovrebbe venire fuori dalle statistiche giudiziarie che ogni volta che un PM chiede qualcosa a un giudice, il giudice gliela dà.
Un appiattimento di questo genere sarebbe una buona prova del fatto che bisogna separarli e metterli su due binari che non si incontrano mai. In realtà dalle statistiche risulta esattamente il contrario, cioè che in 1/3 delle richieste del Pubblico Ministero in fase di indagine e nel 50% circa dei dibattimento, quando il PM chiede la condanna dell’imputato e il giudice deve decidere, il giudice decide diversamente rispetto alle richieste del PM, quindi quando il PM chiede di arrestare uno, il G.I.P. a volte glielo arresta, a volte no, quando il PM chiede di intercettare uno, il G.I.P. a volte glieli intercetta e a volte no, quando il PM chiede di perquisire o ispezionare o cose del genere un qualcuno, a volte il G.I.P. glielo concede e a volte no, quando il giudice deve decidere sulla richiesta di condanna dell’imputato nel dibattimento una volta su due di solito decide in maniera difforme rispetto alle richieste del Pubblico Ministero, quante volte abbiamo saputo di imputati per cui il PM chiede la condanna che vengono assolti, quante volte, meno, ma capita anche quello, il PM chiede l’assoluzione e il giudice condanna, oppure quante volte il PM chiede l’archiviazione e il G.I.P. gli ordina nuove indagini, le statistiche dimostrano che il giudice in media, poi ci possono sempre essere casi diversi, singoli, è autonomo dal PM anche se provengono dalla stessa carriera, che è poi l’ordine giudiziario.
Quindi non c’è nessuna ragione statistica per cambiare il sistema, si dirà: ma può capitare che Giudice e PM si mettano d’accordo, certo può capitare, può capitare che il PM e il giudice siano amici intimi di vecchia data, certo può capitare, come può capitare che il giudice sia amico dell’Avvocato o che il PM sia amico dell’Avvocato o che il PM sia fidanzato di un avvocatessa o che un giudice sia il fidanzato di un avvocatessa o che un Avvocato sia fidanzato di una giudice donna o di una PM donna, può capitare!
In questi casi scattano delle incompatibilità, è bene ogni tanto dare una ripulita, buttare un po’ di aria fresca, quindi magari criteri di rotazione, migliore verifica di eventuali incrostazioni che creano un giudice o un PM che sta per troppi anni nello stesso tempo, questo lo deve fare il Consiglio giudiziario in loco che è la longa manus del Csm e nel caso in cui ci siano delle incompatibilità ambientali, mandare via da un’altra parte il Magistrato troppo incistato nel luogo dove ha lavorato per troppo tempo, ma non è separando giudici e PM che si otterrà la sicurezza che l’uno non dà ragione all’altro perché è amico o perché è collega suo, perché le amicizie come nascono tra magistrati possono nascere tra Avvocati, frequentano tutti lo stesso ambiente anche se provengono da carriere diverse.
Senza contare che abbiamo visto molte sentenze aggiustate a causa di Avvocati di imputati eccellenti che si compravano i giudici, quindi in quel caso si sarebbero dovute separare le carriere degli imputati da quelle dei giudici o i conti Svizzeri degli imputati da quelli degli avvocati loro da quelli dei giudici.
Poi c’è un difetto logico in questa impostazione, di dire che per ottenere un giudizio equo il giudice non deve essere collega del PM, perché non basta mica separare la carriera del giudice da quella del PM, noi in Italia abbiamo 3 gradi di giudizio e 4 fasi di giudizio, l’udienza preliminare dove il PM si rivolge al G.I.P. per far rinviare a giudizio o condannare con rito abbreviato o con il patteggiamento l’imputato, poi c’è il dibattimento dove il PM si rivolge a un giudice monocratico per i reati lievi e a collegio di 3 giudici per i reati più gravi, poi c’è il processo d’appello dove il procuratore generale, che è il pubblico Ministero della Corte d’Appello, si rivolge a 3 giudici di appello, in caso di reati di sangue c’è la Corte d’Assise d’appello dove ci sono due giudici di professione togati e poi ci sono i giurati popolari, quelli con la fascia tricolore, presi a sorte tra i cittadini e infine c’è l’ultimo giudizio, quello di legittimità davanti alla Cassazione, dove il Procuratore generale, che è il PM davanti alla Cassazione, si rivolge a un collegio di 5 giudici o addirittura quando ci sono le sezioni unite di 9 giudici.
Non basta separare i PM dai giudici, bisognerebbe anche separare i giudici di primo grado da quelli del G.I.P. e i giudici di secondo grado da quelli di primo grado e i giudici di Cassazione da quelli d’appello, perché? Perché se è vero che un giudice soltanto perché è della stessa carriera del PM gli dà sempre ragione, sarà anche vero che il giudice d’appello tende a dare sempre ragione al Giudice di primo grado e allora che lo fai a fare l’appello se tanto il giudice d’appello se la intende con quello di primo grado e conferma quello che ha deciso quello di primo grado? E che lo fai a fare il ricorso in Cassazione se i giudici di Cassazione sono colleghi dei giudici di appello e quindi sono portati per colleganza a dare ragione ai giudici di appello? Vedete che bisognerebbe fare almeno una dozzina di carriere di magistrati: una per i pubblici Ministeri, una per i procuratori generali d’appello perché altrimenti ricalcano le richieste dei pubblici Ministeri di primo grado, una per i procuratori generali di Cassazione, altrimenti dicono la stessa cosa che hanno detto i PM in primo grado e i PG in appello, poi ci vuole una carriera per i G.I.P. che seguono le indagini, poi una carriera per i Gup che giudica sulle indagini e vanno o al rinvio a giudizio, oppure al proscioglimento o all’archiviazione o alla mancata archiviazione.
Poi ci vuole una carriera per i giudici di primo grado, poi anche una per il riesame, perché il riesame è quello contro il quale tu ricorri contro le decisioni del G.I.P., mica può essere della stessa carriera il riesame con il G.I.P., no darà ragione al G.I.P. e tu che lo fai a fare il ricorso al Tribunale della libertà; poi ci vuole una carriera per i giudici di appello e poi ci vuole una carriera per i giudici di Cassazione e speriamo che il processo finisca lì, perché sapete che molto spesso il processo torna indietro dalla Cassazione per un altro appello e quindi bisognerebbe avere dei giudici di una carriera diversa rispetto a quelli del primo appello per fare il processo di secondo appello e poi dato che il processo ritorna in Cassazione, ci vorrebbero addirittura due carriere di giudici di cassazione perché possano giudicare nel primo giudizio di Cassazione e nel secondo giudizio di Cassazione e vedete che arriviamo a 12 carriere, è una follia!
PM sceriffi in Portogallo - Si può partire dal sospetto che uno solo perché è collega di quell’altro, gli dà sempre ragione? Ma lo sappiamo nella nostra vita quotidiana, sono giornalista, non sono portato a dare sempre ragione ai giornalisti, ma ne critico tantissimi, criticano me tantissimi giornalisti eppure facciamo la stessa carriera!I dentisti si danno tutti ragione? No assolutamente, c’è sempre quello che pensa di essere più bravo dell’altro e dice: sono meglio di lui, quindi non esiste questa storia per cui 9/10 mila giudici in Italia, dato che arrivano tutti dalla stessa carriera si danno tutti ragione tra di loro e le statistiche lo dimostrano, quante volte in appello viene cambiata la pena, nel caso in cui venga confermata la condanna, oppure viene ribaltata la sentenza di primo grado e quante volte la Cassazione annulla un giudizio di primo grado, per cui avendo 3 gradi di giudizio, facendo vedere gli stessi processi a tanti occhi diversi, è ovvio che il giudice dovendo decidere in coscienza, può avere una coscienza diversa da quella di un altro giudice, spessissimo capita che ci siano dei giudici che pensano di avercelo più lungo degli altri e che quindi cosa fanno? Fanno le pulci ai loro predecessori, a quelli che sono venuti prima, si divertono addirittura arrivando al parossismo dei giudici cavillosi come Carnevale che si “divertiva” a annullare le sentenze dei colleghi, solo perché avevano dimenticato un timbro, un numero di pagina o perché non avevano notificato un atto a non so chi!
Si dirà: ma siamo gli unici che non hanno la separazione delle carriere e quindi facciamo come gli altri, non è un buon motivo, naturalmente, non è che soltanto perché siamo gli unici, dobbiamo abdicare al nostro sistema, dobbiamo prima definire se è meglio il nostro o è meglio quello degli altri e poi non è vero che tutti gli altri paesi hanno la separazione delle carriere, non è vero che negli altri paesi chi fa il PM non possa fare il giudice e chi fa il giudice non possa poi fare il PM, anzi da quasi tutte le parti c’è interscambiabilità tra i due ruoli, in Francia i giudici e i PM appartengono a una sola carriera, come in Italia, ma il PM dipende dal governo, dall’esecutivo, anche se poi a garantire l’autonomia delle indagini c’è il giudice istruttore che invece è indipendente dal potere politico, però è chiaro che se il PM sotto controllo politico non ti avvia un’indagine, tu giudice istruttore come fai a recuperarla? Quindi è molto meglio il sistema italiano, dove anche il PM è indipendente, fa parte dello stesso ordine giudiziario, perché? Perché è semplice, la nostra il costituzione da questo punto di vista è perfetta, se la legge è uguale per tutti e tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, questo principio deve essere garantito dal fatto che il Magistrato, il PM deve essere obbligato a coltivare le notizie di reato, purché siano minimamente fondate, che gli vengono denunciate o dai cittadini vittime di reati o dalla Polizia giudiziaria, oppure che lo scoprono loro, i magistrati facendo le loro indagini, se potessero scegliere quali fare e quali no, non sarebbe più uguale la legge per tutti, perché? Perché il giudice sceglierebbe a capocchia cosa coltivare e cosa no.
Il corollario di tutto questo è che i giudici e anche i PM devono essere indipendenti, perché se dipendi dal governo e il governo dice al PM: tu quell’indagine non la fai, il PM l’indagine non la fa e quindi la legge non è più uguale per tutti, perché il PM coltiva soltanto le notizie di reato che fanno comodo al governo!
Per questo è un sistema armonico, perfetto che non si può toccare perché se si tocca un elemento viene giù tutto e noi ci dobbiamo affezionare ai valori costituzionali perché è un interesse del cittadino l’indipendenza della Magistratura tutta, di chi promuove le indagini e di chi poi giudica su quelle indagini.
In Belgio è come il Francia, c’è un giudice istruttore indipendente anche in Spagna, lì le carriere sono separate, la Spagna è un raro esempio di carriere separate e naturalmente il PM è sottoposto all’esecutivo, dipende dal governo, in Germania e in Olanda, i giudici e i PM fanno un percorso di formazione unitario, dopodiché le loro strade si biforcano, ma nessuno vieta a chi è andato a fare il giudice di passare a fare il PM e viceversa, è molto frequente che si passi dall’una all’altra carriera, in Gran Bretagna non ci sono i PM, l’iniziativa penale la prende la polizia e quindi è tutto sotto il controllo del Governo.
Negli Stati Uniti non ci sono sbarramenti tra il Pubblico Ministero e il Giudice anche se lì il sistema è molto diverso perché ci sono addirittura i magistrati elettivi. In Portogallo è molto interessante il caso del Portogallo perché all’inizio, in origine le carriere dei giudici e dei PM erano separate, poi il dittatore Salazar le ha riunificate, perché? Perché gli faceva comodo averle tutte nello stesso ordine per metterci le mani sopra, quando è arrivata la rivoluzione dei Garofani nel 1974 e ha liberato il Portogallo dal regime, ha subito separato i giudici e i PM e li ha resi indipendenti, sistema cioè come in Italia, cos’è successo? Che separati gli uni degli altri, separati i PM dai giudici, i PM sganciati dalla cultura dell’imparzialità che deve avere il giudice sono diventati delle iene, delle specie di mastini ferocissimi, un po’ giustizialista come si direbbe in Italia, popolarissimi perché sono quelli che mettono dentro la gente e poi se quella gente viene scarcerata o assolta dicono: eh, avete visto, noi li ficchiamo dentro e poi arriva il giudice e li mette fuori, quindi sono diventati un pericolo pubblico anche per i politici che pensavano che separando le carriere avrebbero indebolito i PM, in realtà li hanno rafforzati, hanno creato una casta di mastini, di persecutori, quasi, perché? Perché non avevano più la cultura comune con quella dei giudici, per questo in Italia è importante che restino i PM dentro l’ordine giudiziario, perché il mestiere del PM e quello del giudice, non è molto diverso, nel processo svolgono due funzioni separate: uno chiede e l’altro decide, uno propone e l’altro dispone, uno indaga e l’altro giudica, ma l’obiettivo comune è la ricerca della verità, il PM la cerca e il giudice la fissa, la stabilisce, la sentenzia, ma il loro obiettivo è la verità, il PM non ha il cottimo sulle condanne, il PM buono non è quello che fa condannare tanta gente, è quello che fa condannare tanti colpevoli, non tanta gente purché sia, l’importante è avere un colpevole, no devi avere il colpevole vero e quindi può esistere un PM magnifico, bravissimo, anche se non fa mai condannare nessuno, perché? Perché ogni volta si convince che quello che ha preso non è il vero colpevole e quindi un buon PM deve chiedere l’archiviazione e poi l’assoluzione della persona se non è arciconvinto che quella persona sia colpevole, non vengono giudicati dal numero delle persone che fanno condannare i magistrati, ecco la differenza tra i poliziotti e i magistrati, sono due funzioni importanti entrambe, ma il poliziotto viene giudicato dalle statistiche, ogni anno i poliziotti vengono premiati in base al numero di blitz, di persone che hanno arrestato, di droga che hanno sequestrato, il magistrato no, il magistrato non deve far condannare tanta gente pur di risolvere un caso, no, deve far condannare quelli giusti!
Il Pubblico Ministero cerca la verità, non la condanna - Il suo obiettivo è la verità, verità che verrà accertata dal giudice, ecco perché devono far parte della stessa carriera, perché devono formarsi entrambi non alla cultura della polizia, ma alla cultura dell’imparzialità.Devono saper giudicare le prove, saper giudicare le persone, saper distinguere i colpevoli dagli innocenti e saper distinguere quelli sui quali ci sono le prove e quelli sui quali forse c’è il sospetto che siano colpevoli ma non ci sono le prove e quindi non possono essere condannati, noi separando le carriere ci avvicineremmo al modello del Portogallo post Salazar, cioè magistrati indipendenti, PM e giudici, ma separati con i PM che, non avendo più la cartiera e la cultura comune con il giudice, perdono di vista l’obiettivo dell’imparzialità e della verità e vanno in cerca di risultati, vanno in cerca di tante perquisizioni, arresti, condanne e se non ottieni la condanna ti metti a sbraitare di fronte all’opinione pubblica dicendo: avete visto i giudici? Sono troppo buonisti, assolvono la gente colpevole, no, il tuo obiettivo è quello di cercare la verità, il PM non è la pubblica accusa, non è vero che il PM è l’Avvocato dell’accusa come ripete Berlusconi, l’Avvocato dell’accusa non esiste nel nostro ordinamento e meno male che non esiste perché se viene preso un innocente, il PM ha il dovere di scoprirlo innanzitutto lui, prima ancora del giudice, prima ancora di portarlo davanti a un Tribunale che il tizio è innocente, è una tutela per noi cittadini, il vero garantista vuole un PM con la cultura del giudice, vuole un PM che la chiude subito un’inchiesta se si rende conto che i poliziotti hanno preso la persona sbagliata, poi può sempre sbagliare e è per questo che abbiamo vari gradi di giudizio e non è che ogni grado di giudizio, se cambia il giudizio da un grado all’altro, allora vuole dire che quelli di prima hanno sbagliato, vuole dire spesso che quelli di prima hanno valutato diversamente lo stesso materiale delle prove, l’errore giudiziario è quando proprio sbagli persona! Ma attenzione a non confondere il compito dell’Avvocato con quello del PM, l’Avvocato ha il dovere professionale di far assolvere il suo cliente, sempre, di tirarlo fuori dai guai sempre, non gli deve interessare se il suo cliente è innocente o colpevole, lui lo deve difendere al meglio! Anche se in cuor suo sente che l’imputato è colpevole, lui lo deve far assolvere e se non se la sente deve rinunciare al mandato, non può esistere un Avvocato che si convince che il suo cliente è colpevole e chiede la condanna, commette una gravissima infrazione disciplinare, viene sbattuto fuori dal suo ordine, un Avvocato che non tutela gli interessi del cliente, il magistrato deve tutelare gli interessi della collettività, quindi se si rende conto che ha sbagliato o che non ci sono le prove, ha il dovere di chiedere al giudice che questa persona venga liberata e prosciolta, perché? Perché non è l’Avvocato dell’accusa, è l’Avvocato dei cittadini, è l’Avvocato della verità, nessuno lo paga per far condannare o per far assolvere qualcuno, è lui che deve decidere in coscienza e in scienza sulla base del materiale che ha raccolto se l’indagato è o non è colpevole e se non è colpevole è lui il primo che lo deve salvare.
Non ci può essere un paragone tra il ruolo dell’Avvocato difensore che è un ruolo privato, è una parte privata, pagata dal suo cliente che deve fare di tutto per salvare il suo cliente e il magistrato deve semplicemente chiedere al giudice di stabilire la verità, non ha né il dovere di far condannare, né il dovere di far assolvere, non lo paga nessuno per rappresentare un interesse di parte, un interesse privato, rappresenta tutti e infatti si chiama “Pubblico Ministero” è il nostro primo scudo in un processo penale, prima ancora dell’Avvocato se il PM è onesto e sa fare bene il suo mestiere, provvederà lui a trovare le prove che la persona non c’entra niente, se poi qualcuno non lo fa, vuole dire che sta facendo male il suo lavoro di PM, ma quando avremo le carriere separate, se il PM verrà lasciato indipendente dal governo rischierà quella deriva portoghese che vi ho detto prima, di diventare una specie di braccio armato della Polizia e allora ti saluto le inchieste sulle forze dell’ordine, sui servizi segreti, sui poliziotti che picchiano a Genova o a Napoli, sui Carabinieri che trattano con la mafia o trafficano in droga, te le saluto se il PM diventa la longa manus delle forze dell’ ordine e ti saluto i diritti del cittadino, perché se non c’è più niente tra noi e le forze dell’ ordine, non c’è più un organo imparziale che fa da cuscinetto, si salvi chi può, il vero garantista vuole, in Italia che il sistema rimanga così, che si puniscano magari i magistrati che lavorano male, o che lavorano poco o che non sono imparziali, ma che si lasci il principio dell’indipendenza del PM dall’esecutivo e anche il principio della sua formazione comune con il giudice, anzi molto meglio e qui c’è una raccomandazione del Consiglio d’Europa del 30 giugno 2000, che chiede agli Stati di fare come in Italia, gli stati ove il loro ordinamento giudiziario lo consente, adottino misure per consentire alla stessa persona di svolgere le funzioni di PM e poi di giudice e viceversa e questo per la similarità e la complementarità delle due funzioni, quindi non è vero che il resto d’Europa va in controtendenza, il resto d’Europa va verso il modello italiano e l’Italia che può vantare una volta nella vita di avere inventato qualcosa di buono, sta cercando da anni di abbandonare questo sistema.
Il PM che ha fatto il giudice è un migliore PM, rispetto a uno che ha fatto solo sempre il PM perché sa valutare il valore di una prova e il giudice che ha fatto il PM è un miglior giudice rispetto a quello che ha sempre e soltanto fatto il giudice perché riesce a compenetrarsi nel lavoro del PM e quindi anche lui riesce a valutare meglio com’è nata una prova e quindi che valore dare a una prova e alla fine ci guadagniamo noi, tutti i cittadini, passate parola!

Marco Travaglio (Passaparola del 2 agosto 2010)


Le anime morte

È finita. Il vascello fantasma del governo Berlusconi (come lo aveva definito Ezio Mauro meno di un mese fa) naviga ormai alla deriva. Senza un nocchiero, senza una rotta, senza una meta. Neanche più in balia di se stesso, ma piuttosto di una "Cosa" che non ha ancora un nome e un colore, ma che in Parlamento già esiste, e già cambia la geografia politica del Paese. Questo dice il voto della Camera sulla mozione di sfiducia contro il sottosegretario Caliendo: la maggioranza di centrodestra che aveva stravinto le elezioni due anni e mezzo fa non solo non esiste più politicamente, com'era ormai evidente già da qualche mese.
Ma ora ha cessato di esistere anche aritmeticamente. Quella che fu l'Invincibile Armata berlusconiana, amputata della componente finiana e ridimensionata nel perimetro forzaleghista, non ha più i numeri per governare.
Berlusconi può anche sdrammatizzare, accusando il presidente della Camera e ripetendo che il governo non si manda a casa per una questione che non riguarda il programma. Bossi può anche tirare a campare, dicendo "resistiamo" e ripetendo il rozzo esorcismo del "dito medio" alzato di fronte ai cronisti. Ma da ieri, in Parlamento, la somma dei voti delle opposizioni e dei gruppi di Futuro e Libertà, Udc, Api e Mpa è superiore alla somma dei voti di Pdl e Lega. E non di poco, visto che a Montecitorio, nello scrutinio sulla sfiducia al suo sottosegretario, il governo si è piantato a quota 299 contrari (dunque ben 17 voti sotto al quorum) contro i 304 tra favorevoli e astenuti.
Questo è il primo elemento di valutazione politica, più generale: il voto di ieri segna il destino della legislatura. Com'era chiaro fin dalla scorsa settimana, la rottura con Fini e con i finiani non era e non è solo l'alzata di capo di un leader in cerca di più potere e l'ammutinamento velleitario di un drappello di colonnelli in cerca di più visibilità. Era ed è invece da un lato la fine di una costruzione ideologica (il Pdl) totalmente imperniata intorno alla biografia e alla mitologia berlusconiana, e dall'altro lato l'inizio di una formazione politica (il gruppo FeL) fortemente impegnata nell'alternativa di una destra moderata e moderna, costituzionale e legalitaria, repubblicana ed europea. Tutto ciò che la destra berlusconiana non è mai stata e non sarà mai, immersa com'è nella venerazione acritica del Capo, nell'adorazione populistica delle sue gesta, nella difesa parossistica dei suoi affari.
È bastato che il presidente della Camera parlasse di una "questione morale" esplosa dentro il Popolo delle Libertà, che chiedesse una serie di doverosi passi indietro su posizioni eticamente indifendibili (da Brancher allo stesso Caliendo), che invocasse una forza conservatrice sì, ma nel solco delle famiglie del popolarismo occidentale, cioè autenticamente capace di incarnare gli interessi nazionali della collettività, e non più solo quelli personali di una casta. È bastato tutto questo, in pochi giorni, per allargare le colonne d'Ercole tra il vascello fantasma del Cavaliere e del Senatur e la leggera ma promettente imbarcazione di Fini. E soprattutto per allargare uno spazio politico assai vasto, nella solita "terra incognita" del centro. Da Fini a Casini, da Rutelli a Lombardo, e domani chissà, da Montezemolo ai pentiti della ex Margherita. Non sappiamo se e quanto questo spazio sia effettivamente agibile, in termini di consensi attuali e potenziali, nell'Italia di oggi. Anzi, tenderemmo a pensare che i margini, almeno sotto il profilo elettorale, siano piuttosto ristretti, visto che il Paese, in questi anni di pur tormentata transizione, ha dimostrato di aver acquisito comunque una consolidata cultura del bipolarismo.
Ma quello che sappiamo è che da ieri, almeno in Parlamento, questa Terza Forza esiste a tutti gli effetti. Agisce e reagisce al di fuori del perimetro segnato dal bipartitismo. Pensa in maniera convergente e pesa in misura determinante, su tutto ciò che passa al vaglio delle assemblee legislative. Qui sta il cambio di fase: da oggi, per Berlusconi e quindi per l'intera politica italiana, governare è ogni giorno la traversata di un oceano in tempesta. E ogni giorno puoi andare a fondo, se non tratti ma vuoi solo comandare, se non fai politica ma solo propaganda. Ecco perché, comunque vada, da oggi si può considerare esaurito anche questo ciclo berlusconiano. Il suo propulsore ne é stato, ancora una volta, il distruttore. La regressione autoritaria e la vocazione proprietaria del premier hanno finito per assorbire, fino ad esaurirla, l'intera spinta iniziale e inerziale di questa sedicente "Nuova Destra". Che ora, per paradosso, rischia di morire sotto i colpi di un ipotetico "Nuovo Centro". Saprà anche di Prima Repubblica, come ribadisce con spregio lo stesso Cavaliere, dimenticando che proprio al "Caf" di Craxi-Andreotti-Forlani deve tutte le sue fortune. E sarà anche "piccolo", come ripetono i suoi nemici dalla spaurita ridotta azzurro-verde. Ma ieri ha dimostrato di essere grande quanto basta per cambiare, qui ed ora, il corso della storia.
Ma c'è anche un secondo elemento di valutazione politica che va colto nel voto di ieri, e che riguarda il tema più specifico, ma non meno importante, della legalità. Il modo in cui il Pdl e la falange berlusconiana hanno continuato a difendere in aula e fuori dall'aula il sottosegretario Caliendo è semplicemente vergognoso. Solo un potere disperato e dissennato può esprimere un tale livello di inciviltà politica e di insensibilità istituzionale, facendo quadrato su un uomo di governo implicato in un'inchiesta in cui si parla di "reti criminali" che hanno come obiettivo quello di condizionare le scelte di giudici e magistrati su questioni "sensibili" per il presidente del Consiglio (sentenza della Consulta sul Lodo Alfano) o per alti esponenti della maggioranza (sentenze del Tar sulle liste elettorali in Lombardia). Solo un incauto replicante del premier come il Guardasigilli Alfano può spacciare l'opportunismo clanico per "garantismo giuridico", e ri-raccontare l'opera buffa della P3 come "un'invenzione di certi pm e di certa sinistra", e non invece come la tragica replica di un sistema di potere fondato sulla corruzione e sull'infiltrazione degli amici, sul ricatto e sulla distruzione dei nemici. E infine solo un voltagabbana irresponsabile come Cicchitto, invece di fare qualche onesto mea culpa individuale e collettivo, può attaccare in aula, e per l'ennesima volta, questo giornale e il suo editore. Ha parlato di "rito tribale che si rinnova una volta al mese", con il quale ogni volta si deve "immolare una persona al giustizialismo".
Responsabile di questa deriva sarebbero "Repubblica e Carlo De Benedetti, che ha ferocia ma non ha carisma personale".
Ad un politico squalificato come Cicchitto, transitato dalla nobile sinistra lombardiana all'assai meno nobile destra berlusconiana, non si dovrebbe mai rispondere. Ma poiché l'attacco è avvenuto in Parlamento, a questo "onorevole" vanno ricordate due cose. La prima è che "Repubblica", sullo scandalo dell'eolico, sul ruolo di Cesare e sul coinvolgimento di Caliendo, non ha costruito teoremi, ma si è limitata a pubblicare le intercettazioni pubbliche dell'inchiesta e a raccontare gli atti ufficiali delle procure. La seconda é che un qualche "deficit" di "carisma personale" lo ha avuto Cicchitto, visto che per acquisirne un po' lo andò ad elemosinare direttamente da Licio Gelli, con tanto di cerimonia di iniziazione e poi di tessera di iscrizione alla vecchia Loggia P2, in tutta evidenza "modello di riferimento" anche della giovane P3.
Ma in fondo, al punto in cui siamo arrivati e nel gorgo in cui sta affondando la maggioranza, questi sono aspetti ormai quasi marginali. Resta il dato politico, gravissimo, di un Paese a un passo dalla crisi, e di un governo che non si rassegna a prenderne atto. Senza politica, senza aritmetica. Vagano per lo Stige. "Anime morte", avrebbe detto Gogol. Ma in questa deriva l'Italia non può e non deve finire.

Massimo Giannini (La Repubblica - 05 agosto 2010)

lunedì 2 agosto 2010

La pioggia

Pioveva.
Pioveva forte.
Pioveva ogni giorno.
Pioveva senza interruzione.
Pioveva sulle strade e sui palazzi.
Pioveva sulle auto ferme ai semafori.
Pioveva sulle panchine arrugginite nei parchi.
Pioveva una pioggia tiepidamente appiccicosa.
Pioveva sulle speranze deluse e sui sogni infranti.
Pioveva, e non c'era neanche un venditore di ombrelli.

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)