"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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martedì 10 maggio 2011

Passaparola: "Parlamentari all'asta"

Testo: Buongiorno a tutti, scusate, stavo cercando una cosa che mi serve per dare qualche dato sul costo dei nostri neosottosegretari, perché noi abbiamo il nuovo Ministro Romano, nuovi 9 sottosegretari, si annunciano altri nuovi Ministri e altri nuovi sottosegretari, diciamo che per dare plasticamente l’idea del tramonto, del tracollo del berlusconismo, c’è proprio questa immagine di un governo sempre più pletorico di poltrone che vengono inventate di giorno in giorno per, non dire per comprare, ma per remunerare quelli già comprati, quando si promettono posti a tutti, poi almeno qualcuno bisogna accontentarlo, altrimenti poi questi quando ci sono le votazioni sulle leggi ad personam, quelli non votano.

Governo fuorilegge - Dato che l’unico scopo di questo governo non è fare qualcosa, ma è restare in piedi, perché il giorno in cui il Presidente del Consiglio non fosse più Presidente del Consiglio, toccherebbe andare in Tribunale e probabilmente finirebbe in galera, allora voi capite per quale motivo questo governo deve stare in piedi purché sia anche su un piede solo, anche senza fare nulla, anche in surplace, qual è il costo?
Credo che gli elettori di centro-destra, quelli che avevano votato per Berlusconi abbindolati dalla promessa di tagliare i costi della politica, tagliare i costi della casta, abolire le province, fare il governo snello, non come il centro-sinistra che fece il governo iperpletorico di Prodi che per accontentare tutti sistemò addirittura intorno al tavolo 104 poltrone più la sua, adesso si stia domandando cosa sta succedendo, visto che oltre la metà di vita della legislatura, si aggiungono per il momento 9 e prossimamente, mi pare altre 14 poltrone.
Partiamo intanto dalla norma che regola la composizione del governo e che detta il massimo numero dei membri del governo, legge finanziaria 2008, N. 44, entrata in vigore il 24 dicembre 2007, Art. 1 comma 376, a partire dal governo successivo a quello in carica alla data di entrata nel 2008, a gennaio 2008, cosa succede a gennaio 2008? C’era ancora Prodi alla Presidenza del Consiglio fino a un mese o due dopo, dopodiché cascò, arrivò Berlusconi nel maggio 2008, quindi quello era il primo governo che doveva rispettare questa nuova norma, a partire dal governo successivo a quello in carica dalla data di entrata in vigore della presente legge, il numero dei Ministeri è stabilito dalle disposizioni di cui al Decreto, il numero totale dei componenti del governo a qualsiasi titolo, ivi compresi i Ministri senza portafoglio, Viceministri e sottosegretari non può essere superiore a 60 e la composizione del governo deve essere coerente con il principio stabilito dal secondo periodo del primo comma dell’Art. 51 della Costituzione.
Con i 9 nuovi arrivi tra i sottosegretari, siamo arrivati a 64, 4 più dei 60 previsti dalla legge, quindi siamo già fuori legge, ok? Dovrebbero cambiarla per fare posto a quei 4 in accesso e tanto più agli altri 10 o 14 che si annunciano per i prossimi giorni, ore, minuti.
Nel frattempo è intervenuto il Capo dello Stato per segnalare un altro problema, un problema talmente evidente che non l’aveva notato nessuno nelle opposizioni, talmente abituati a scannarsi tra di loro quelli del PD a parlare di Veltroni, cosa farà, Veltroni cosa farà Bersani, Enrico Letta, questo, quell’altro o a compilare mozioni sulla guerra in Libia talmente simili a quella del governo che il centro-destra gli ha fatto passare pure la loro di mozione, insieme a quella del terzo polo per cui l’unica che non è passata era quella contro i bombardamenti in Libia dell’Italia dei valori, quelli del PD si erano dimenticati di notare che il governo, dopo il giuramento del Ministro Romano e tanto più dopo il giuramento dei 9 sottosegretari nuovi, ha una maggioranza diversa da quella che gli aveva dato la fiducia quando nacque, il che non è di per sé uno scandalo, ma bisogna ufficializzare che c’è una nuova maggioranza, e bisogna sottoporla al voto di fiducia del Parlamento.
Obiezione: ma anche il centro-sinistra cambiò maggioranza all’interno della stessa legislatura senza andare alle urne, vero? Quando nel 1998, ottobre 1998 fu rovesciato il governo Prodi perché Rifondazione Comunista uscì dalla maggioranza e Prodi per un voto dovette dimettersi perché non aveva avuto la fiducia, non usava lui comprare voti dall’altra parte, si rifiutò persino di chiedere i voti a Cossiga che aveva una pattuglia di amici suoi e che aveva detto: se me li chiede glieli do, Prodi disse: o vivo o muoio con la maggioranza che mi ha eletto, né morì e il giorno dopo era già pronta la nuova maggioranza per sostenere il governo D’Alema, con l’afflusso nel centro-destra di personaggi eletti nel centro-destra, sulla cui moralità e coerenza personale ognuno può avere le idee che ha e che vuole, però ci fu comunque, dopo che D’Alema lesse la lista dei Ministri, in voto di fiducia e fu ufficializzato che la maggioranza di D’Alema non era più l’Ulivo più Rifondazione, ma era l’Ulivo defunto ormai, con l’innesto di mastelliani, cossighiani, buttiglioniani, la famosa Udr, poi diventata con l’uscita di Cossiga Udeur.
Questa volta invece cambiano la maggioranza in corsa, di nascosto, anche se tutti lo vedono e tutti lo sanno, senza passare per un voto del Parlamento e è proprio questo che ha segnalato, una volta tanto vigile, il Capo dello Stato, quando ha detto: il Presidente della Repubblica ha proceduto alla firma dei decreti di nomina di 9 sottosegretari di Stato, la cui scelta rientra, come noto, nell’esclusiva responsabilità del Presidente del Consiglio dei Ministri e qui ha ragione, perché i sottosegretari li sceglie il Premier, sono i Ministri che invece sono nominati dal Capo dello Stato su indicazione del Premier non vincolante, se il Capo dello Stato qualcuno non lo vuole fare Ministro, non lo fa Ministro e resta da capire perché ha fatto Ministro il Signor Romano, ne abbiamo già parlato, Saverio Romano indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione dalla Procura di Palermo, su cui Napolitano disse di avere preso informazioni presso la Magistratura, ma poi pur prendendone le distanze, lo nominò lo stesso.
Aggiunge Napolitano: rilevato che sono entrati a far parte del Governo esponenti di gruppi parlamentari diversi, rispetto alle componenti della coalizione che si è presentata alle elezioni politiche, spetta ai Presidenti delle camere e al Presidente del Consiglio, valutare le modalità con le quali investire il Parlamento delle novità intervenute nella maggioranza che sostiene il governo, eh già, bisognerebbe avvertirlo il Parlamento, abbiamo trasformato in un organismo pleonastico in un dopolavoro, in una bocciofila, bisognerebbe avvertire il Parlamento che il Governo a cui diede la fiducia nel maggio 2008 non è più lo stesso, è cambiato non solo perché hanno rimpastato alcuni personaggi, ma è cambiato perché non c’è più la componente finiana e di questo il Parlamento ha preso atto nella fiducia del 14 dicembre e è entrata una nuova componente, non solo nella maggioranza, ma nel governo, la componente dei cosiddetti responsabili, più altri.
Questi nuovi innesti sono di due tipi: persone che erano già state elette nel Pdl e poi si erano perse per la strada e adesso sono rientrate all’ovile e su queste nulla quaestio perché sono voltagabbana di andata e ritorno, però nel 2008 erano entrati in Parlamento con il Pdl. Poi ce ne sono altri che invece sono voltagabbana di sola andata, sono stati eletti all’opposizione e adesso sono entrati non solo in maggioranza, ma addirittura dentro il governo e sono questi che pongono il problema, chi sono? Sono: il Ministro Romano eletto nell’Udc, quindi all’opposizione, sul quale incredibilmente Napolitano non aveva sollevato obiezioni neanche di questo tipo, perché è con l’arrivo di Romano un mese fa che il governo cambia natura e ingloba un Ministro che era stato eletto nell’opposizione, nell’Udc di Casini e si presentava all’opposizione, ha perso le elezioni Casini nel 2008 e poi con 3 sottosegretari anche essi, anzi 4 sottosegretari anche essi eletti in partiti di opposizione e oggi passati alla maggioranza, anzi al governo e chi sono? Bruno Cesario, neosottosegretario all’economia, Aurelio Misiti neosottosegretario alle infrastrutture, Massimo Calearo, consigliere personale del Presidente del Consiglio per il commercio estero, Riccardo Villari sottosegretario ai beni culturali.
Cesario è stato letto nel PD, Misiti è stato eletto nell'Idv, Calearo è stato eletto nel PD, Villari è stato eletto nel PD, perché poi si parla sempre di Scilipoti come se i voltagabbana fossero tutti dell’Idv , ce ne sono razzi e Scilipoti, ma ci sono anche molto più numerosi quelli del PD che sono una ventina usciti dal PD e passati con la maggioranza, poi ci sono gli altri sottosegretari, la Polidori, Rosso, Melchiorre, Catone, Bellotti, Gentile che erano stati eletti nel Pdl o nella Lega, poi erano passati o con Fini o comunque nel gruppo misto e non votavano per il governo e poi sono rientrati all’ovile e su questi non c’è problema perché in Parlamento sono entrati dalla stessa parte in cui si trovano adesso, il problema lo creano invece 4 sottosegretari eletti nel centro-sinistra e il Ministro eletto nell’Udc .

Voltagabbana di ritorno - Prima di vedere quanto ci costano questi nuovi sottosegretari e a cosa servono e quali competenze hanno per ricoprire il ruolo che è stato loro affidato, vediamo un attimo chi sono questi nuovi sottosegretari, cerchiamo di capire anche perché, non si poteva fare a meno di nominarli a costo di arrivare a un ceffone del capo dello Stato che non è che ne dia molti, questa volta l’ha dato.Chi sono? Roberto Rosso, di quest’ultimo vi devo raccontare un episodietto che mi è capitato, Roberto Rosso è piemontese, sono torinese, lo conosco da quando nel 1992/1993 giovane democristiano della corrente Bonsignore andreottiana si pentì di questa sua appartenenza e fondò un movimento a Vercelli insieme a un altro ex democristiano, Radaelli, il movimento denominato Mani Pulite, cavalcavano l’onda dell’inchiesta Mani Pulite e chiedevano la moralizzazione della politica e del loro partito.
Rosso poi quando è arrivato Berlusconi si è schierato con Forza Italia subito, è entrato immediatamente in Parlamento con Forza Italia, li avevo conosciuti perché grazie alle denunce di un Consigliere comunale di Rifondazione Dario Roasio a Vercelli e dei due Rosso e Radaelli la Magistratura era riuscita praticamente a mettere in carcere l’intera Giunta Comunale, il pentapartito di Vercelli coinvolta in uno scandalo di tangenti intorno al business dei rifiuti, inceneritori e discariche. Presero la Giunta Comunale una notte, in blocco la portarono dentro, compreso il Sindaco Bodo socialista.
Il moralizzatore Rosso passa a Forza Italia e lì uno dice: va beh, si è fatto abbindolare, uno dei tanti, era la prima volta, pensava che Berlusconi fosse l’uomo che avanza, del resto Berlusconi cavalcava pure lui Mani Pulite nel 1994, c’è cascato una volta, vediamo, c’è cascato sempre da allora, gli è piaciuto così evidentemente, è rimasto in Forza Italia fino all’autunno scorso, essendo anche coordinatore regionale in Piemonte di Forza Italia e poi di quello che è diventata il Popolo delle libertà, la Casa delle libertà, le varie denominazioni. Nell’autunno scorso passa con Fini, dopo aver negato che avrebbe fatto il salto della quaglia con Fini, diventa responsabile coordinatore di Futuro e Libertà locale, ingelosendo la Siliquini che se ne torna dopo breve volgere di qualche settimana nel Pdl, Rosso un giorno, mi capita sull’aereo proprio nella poltroncina di fianco, quel giorno Il Corriere della Sera riportava un’indiscrezione secondo cui Rosso era pronto a tornare nel centro-destra, nella maggioranza cedendo così alle lusinghe di Dennis Verdini che è uno di quelli incaricati di reclutare, è il coordinatore del resto del Pdl, avendolo vicino gli ho fatto vedere Il Corriere della Sera e gli ho chiesto: è vero quello che scrive Il Corriere? E’ vero che stai tornando dall’altra parte? Lui inorridito mi guardò e mi disse: ma per chi mi hai preso? Ho una parola sola, sì è vero Verdini continua a telefonare, ma io lo mando a stendere.
Bene, il mattino dopo Rosso annunciava il ritorno nel Pdl. La settimana dopo l’ho incontrato di nuovo sullo stesso aereo, è l’aereo del martedì, quello che prendono molti parlamentari torinesi per andare a Roma, e lui dato che avevo scritto questa storia su Il Fatto mi dice: certo che mi hai trattato male su Il Fatto, gli ho risposto: ma come ti dovevo trattare? Ma con quale faccia vai in giro? Ma con quale faccia parli con gli elettori? Ma non ti dice mai niente nessuno? La tragedia è che a questi non gli dice mai niente nessuno perché non hanno elettori, non ho elettori perché sono cooptati da quei 4, o 5 segretari di partito che fanno le liste e decidono loro a nostra insaputa chi viene eletto e chi no, ma questo lo sappiamo e quindi è inutile ripeterlo. Sapete con quale motivazione Rosso ha annunciato che tornava da Berlusconi? Una crisi di coscienza, la seconda in 3 mesi perché dice: Fini è un laicista, un anticlericale, avete mai sentito Fini attaccare la religione, il clero? Io mai, Fini è un laicista e io sono il pronipote di Don Bosco e quindi pensando a San Giovanni Bosco io non posso rimanere in quella terra di senza Dio che è Futuro e Libertà e sono tornato nel partito che invece secondo lui Don Bosco avrebbe preferito, e cioè il partito del Bunga, Bunga!
Voi capite perché sarebbe opportuno ripristinare possibilità degli elettori di scegliere, perché se hai scelto un tuo rappresentante e poi leggi che gli è apparso Don Bosco e perché non gli era apparto quando c’era andato in Futuro e Libertà? Visto che era già nota la posizione di Fini per esempio sulla fecondazione assistita o su altri temi, che gli è apparso soltanto per giustificare il ritorno all’ovile, naturalmente Don Bosco è completamente ignaro di tutto mi immagino, penso che laddove si trova abbia cose più interessanti da fare che non di occuparsi di questo personaggino.
Però per dirvi con quale faccia tosta, ti mentono anche gratis perché se la sera prima mi dice che non è vero e il mattino dopo passi dall’altra parte, poi alla fine con quale faccia mi rivolgi la parola, la settimana successiva quando mi rincontri in aereo e ti lamenti pure! Ogni volta che incontro Rosso in aereo, di settimana in settimana sta sempre in un partito diverso da quello della settimana precedente! Cambiano un partito alla settimana, naturalmente la crisi di coscienza è stata ricompensata con un posto di sottosegretario, che prima non aveva!
Segno evidente che mollare Berlusconi e poi tornare indietro conviene, perché? Perché così ti comprano, così ti ricomprano, se stai sempre con lui, non se ne accorgono neanche che esisti, se invece te ne vai per farti ricomprare, allora poi se ne accorgono che esisti! Così la fedeltà, la coerenza e la fiducia diventano un disvalore, un handicap, viene premiato il tradimento, il doppio tradimento, perché lui per agguantare un posto di sottosegretario ha dovuto tradire prima il suo partito e poi il partito nel quale era andato, il partito di Fini.
Adesso si occupa di agricoltura, spiegherò a Berlusconi che il mio è un passaggio irrevocabile aveva detto, quando era passato a Futuro e Libertà, irrevocabile un par di palle si direbbe volgarmente! Infatti lo ha revocato.
Sottosegretario all’agricoltura cosa capisca di agricoltura questo signore lo sa solo lui, nel 2005 aveva fatto il sottosegretario al lavoro, secondo sottosegretario, partiamo da quelli che sono stati comunque eletti nel centro-destra e ci sono ritornati con varie evoluzioni arabescate: Luca Bellotti, era passato a Fini, eletto con il Pdl era passato a Futuro e Libertà, aveva votato contro la fiducia al governo Berlusconi il 14 dicembre, se dipendeva da lui il governo cadeva e adesso non solo vota a favore del governo, ci mancherebbe, ne fa parte, ma ne fa parte.
Quando è rientrato in febbraio dopo la breve fitina in Futuro e Libertà aveva detto: sarei ottimo un’agricoltura, parla la mia storia personale, invece purtroppo all’agricoltura ci hanno messo Romano e Roberto Rosso e quindi lui è andato al Welfare, al lavoro, dove era sottosegretario Rosso l’altra volta, forse si sono sbagliati, forse se mettevano Bellotti che voleva andare all’agricoltura, all’agricoltura e Rosso che era già stato al lavoro, al lavoro, magari mettevano due persone che qualcosa ne capivano, invece no, quello che voleva andare all’agricoltura è andato al lavoro e quello che stava al lavoro è andato all’agricoltura, tanto che gli frega a loro del lavoro e dell’agricoltura? Saranno mica dei problemi? Sono dei posti. Daniela Melchiorre procace ex magistrato che fece, credo, l’uditorato alla Procura di Milano, saltò fuori all’improvviso nel 2006 quando nacque il Governo Prodi e bisognava trovare un sottosegretario in quota Dini e era rimasta solo la giustizia, quindi saltò fuori questa Signora, mai sentita prima naturalmente in politica, che andrò a fare il sottosegretario alla giustizia del Ministro Mastella, poi naturalmente i diniani passarono con il Pdl e quindi contribuirono a rovesciare il Governo Prodi nel gennaio – febbraio 2008, fecero l’alleanza con il Pdl, ma poi non ebbero soddisfazione, Dini non diventò Ministro, i diniani fecero un po’ gli sdegnosi e passarono al gruppo Misto.
Poi la Signora è passata al Terzo Polo insieme a Fini, Casini e Rutelli e poi con un grande giro di valzer è tornata al Pdl, naturalmente ha dovuto dare prova di ritrovata fedeltà, entusiasmo, ha dovuto votare a favore del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato contro il Tribunale di Milano che si è rifiutato di passare il caso Ruby al Tribunale dei Ministri, ha votato cioè la famosa mozione ?Paniz? in cui c’è scritto che Berlusconi era veramente convinto che Ruby fosse la nipote di Mubarak , il che votato da un ex magistrato la dice lunga e così – magistrato militare – la Signora Melchiorre ha agguantato un sottosegretariato nel terzo governo Berlusconi.
Dato che fa, come unico mestiere noto, prima di entrare in politica era magistrato militare, dove l’hanno messa, alla giustizia? Assolutamente no, l’hanno messo allo sviluppo economico, cosa capisca di sviluppo economico un ex magistrato militare lo sa solo lei, naturalmente anche lei aveva pronunciato una frase memorabile quando a sabato si era ipotizzato che i diniani tornassero all’ovile berlusconiano lei aveva dichiarato “non c’è nulla di vero su un nostro arruolamento nel gruppo, sono indiscrezioni infondate”.

Non solo Scilipoti - Katia Polidori, umbra, era passata dal Pdl a Fini perché aveva detto “ho scelto Fini per riconoscenza, ma è stata una decisione difficile, dilaniante” infatti era stata talmente dilaniata che aveva firmato la mozione di sfiducia dei finiani contro il governo Berlusconi il 2 dicembre a 2 settimane dal voto di fiducia aveva dichiarato “il gruppo di Futuro e Libertà è compatto, nessun bisogno di chiarimento con Fini” poi il 14 dicembre a un pelo dalla votazione, votò contro la mozione di sfiducia e se ne vantò “ho salvato il governo perché il paese ha bisogno di stabilità”.Fu subito visitata da un meraviglioso inviato di Signorini, ottenne un bellissimo servizio su Chi in cui veniva dipinta come una specie di genio della politica, bionda solare, occhi azzurri, aria da fatina buona, Katia in realtà è un caterpillar, è imparentata, anche se lei ogni tanto dice che è solo un omonimia, con il Polidori N. 1 del Cepu che ha ottenuto praticamente il riconoscimento di università, il Cepu da questo Governo e dove l’hanno messa la Signora Polidori? L’hanno messa anche lei allo sviluppo economico, sviluppano tutti l’economia, Melchiorre e Polidori, due sviluppatrici economiche al prezzo di una!
Frase celebre “sono in Futuro e Libertà perché è un movimento unito” per me non ci saranno mai problemi! Infatti è tornata al Pdl è diventata sottosegretario.
Giampiero Catone, è stato eletto nel Pdl, era un democristiano, poi era diventato una specie di braccio destro di Buttiglione, quest’ultimo si giocò il ruolo di commissario europeo, di Ministro dell’Unione Europea qualche anno fa non solo perché andò in Europa a fare una tirata tremenda contro i gay e le donne, ma anche perché si era portato come suo capo di gabinetto Catone e qualche tempo prima era finito in galera per truffa, ha avuto diversi processi, lui dice di esserne uscito sempre assolto, ho letto che c’è stata qualche prescrizione, qualcosa è ancora in corso, comunque non è questo il problema, figurarsi, con il lombrosario che abbiamo, anche se fosse ancora inquisito o imputato uno più o uno meno non è questo il problema.
Catone l’anno scorso lascia il Pdl, passa a Fini e Fini un’altra volta ci penserà prima di imbarcare di tutto senza mettere filtri, ma al momento di firmare la mozione di sfiducia lui non la firma, non la firma, vota la fiducia a Berlusconi e torna nel centro-destra, frase celebre “ho le confraternite – lui è molto legato a ambienti cattolici, anzi vaticani e ecclesiastici – 300 amministratori e 40 mila elettori, Fini deve dirmi se li vuole” lui quando si muove, si muove con il camper, con dentro dice: 40 mila elettori, confraternite e 300 amministratori, figuratevi se ha 40 mila elettori, ovviamente questa è gente che non è mai stata eletta dal popolo, è sempre stata nominata da segretari di partito e portata, cooptata… comunque anche se fosse vero che ha questo camper con 40 mila elettori dentro più che confraternite, il camper ha fatto inversione ad U e è tornato al Pdl e lui nel camper ci ha messo il sottosegretariato, a quale Ministero? L’ambiente, cosa capisce uno che ha le confraternite di ambiente? Lo sa soltanto lui, ambiente!
Ho dimenticato Antonio Gentile, quest’ultimo ha un percorso simile a quello della Polidori, è stato eletto con il Pdl, ha votato la fiducia a Berlusconi, non è passato da nessuna parte a differenza della Polidori, quindi qui non fa parte di quelli premiati per avere voltato gabbana, è diventato sottosegretario al Ministero dell’economia, come un altro che tratteremo tra un attimo.
E’ un geologo di Cosenza, è un tifoso del Napoli e se non si tratta di un’omonimia, a mia memoria qualche anno fa c’era l’On. Gentile che presentò la candidatura di Berlusconi al Premio Nobel per la Pace, non so se sia lui, ma se è lui ha ricevuto la giusta ricompensa, purtroppo il Nobel per la pace a Berlusconi non gliel’hanno dato, come dubito che lo daranno all’Isola di Lampedusa visto che il nobel alle isole è considerato piuttosto bizzarro dalla giuria del Nobel, però l’importante è provarci e è andato all’economia, essendo un geologo, magari un geologo uno lo vedeva meglio all’ambiente, ma all’ambiente ci hanno messo Catone, quello delle confraternite, ma tanto chi se ne frega, non sarà mica un problema l’ambiente!
Bruno Cesario, quest’ultimo allevato da Ciriaco De Mita, quindi una garanzia, democristiano di sinistra, molte preferenze in Campania, che percorso fa? Cesario è un peripatetico della politica proprio, viene eletto con il PD, l’anno scorso esce dal PD e aderisce all’Api di Rutelli, quindi al terzo polo alleato con Fini e Casini, a quel punto cosa fa? Dopo aver votato la fiducia al Governo Berlusconi mentre l’Api votava la sfiducia, si inventa i responsabili insieme a Scilipoti e a Calearo, cosa è diventato? Sottosegretario all’economia, pure lui come il geologo, la sua competenza in fatto di economia non è particolarmente nota, non si sa, non è famoso per questo, famoso per i voti che controlla e per le manovre, quindi il povero Tremonti perso l’apporto fondamentale di Cosentino, adesso ha il geologo e il Cesario.
Aurelio Misiti, altro peripatetico meraviglioso, già democristiano, calabrese, già dipietrista, ha fatto una serie di girettini, era partito dalla C.G.I.L. università, poi era diventato Presidente del Consiglio Superiore dei lavori pubblici, quindi assessore ai lavori pubblici nella Giunta Comunale di centro-destra, Chiaravalloti, nel 2006 era approdato alla Camera con l’Idv , nel 2009 era passato all’Mpa di Raffaele Lombardo, il 14 dicembre ha votato la sfiducia a Berlusconi, come l’Mpa di Lombardo, ma si è subito fatto perdonare il 3 febbraio, votando contro la Procura di Milano sull’autorizzazione a perquisire il Rag. Spinelli e questo lo ha fatto notare negli ambienti che contano, dove l’hanno messo? L’hanno messo come sottosegretario alle infrastrutture e lì non si può dire che non se ne intenda di infrastrutture perché lui si è sempre occupato di opere pubbliche, si è sempre occupato di opere pubbliche e era favorevole, per esempio, al ponte dello stretto, quindi diciamo che la competenza almeno non gli manca, quello che gli manca forse è la coerenza, visto che ha fatto tutto il giro e ormai lo sta rifacendo una seconda volta.
Riccardo Villari eletto nel PD, ve lo ricordate perché all’inizio della legislatura il centro-sinistra aveva diritto al posto di Presidente della Vigilanza RAI, bisognava metterci uno con le palle per controllare la RAI di regime, un po’ come fa il centro-destra quando ci mette gli Storace e i Landolfi, invece il centro-sinistra se li fa scegliere del centro-destra, dato che Veltroni aveva deciso che quel posto spettava all’Idv, Di Pietro ci voleva mettere non un Misiti per fortuna, ogni tanto sceglie anche qualcuno valido, voleva mettere Leo Luca Orlando, ma il centro-sinistra in parte e soprattutto al centro-destra uno combattivo come Orlando non piaceva, perché avrebbe fatto veramente la vigilanza e allora cosa hanno fatto? Si sono inventati questo Villari eletto nel PD che a disposizione ha ottenuto i voti dal centro-destra e da alcuni franchi tiratori del centro-sinistra che hanno preferito lui a Orlando, il centro-sinistra sceglie uno di centro-sinistra per fare il Presidente della vigilanza che spetta al centro-sinistra, Villari ci ha preso gusto, i leader del suo partito gli hanno detto: dimettiti perché la nostra scelta è Orlando, ma lui spalleggiato dai dalemiani, ricordate il pizzino di Nicola La Torre a Bocchino proprio a proposito di questa storia in diretta Tv su La 7, si tiene la poltrona, per mesi occupa e tiene bloccata la vigilanza, mentre intanto la RAI ne fa di tutti i colori, poi a un certo punto cosa fa? I Presidenti del Senato e della Camera intervengono per sbloccare la situazione, allora lui si dimette da Presidente della vigilanza, ma non viene eletto Orlando, viene eletto Zavoli, Villari intanto cosa fa? Un po’ di giretti, era già passato dalla DC al Partito Popolare, al Cdu di Buttiglione, all’Udeur di Mastella, alla Margherita, era arrivato al PD, poi va all’Mpa di Raffaele Lombardo, ma non è mica finita! Perché ha abbandonato anche la Mpa e è passato dove? Al Pdl, ha votato la fiducia a Berlusconi e adesso ha ottenuto finalmente la giusta mercé, sottosegretario ai beni culturali, è un uomo di cultura, no?
Frase celebre due anni fa aveva dichiarato “anche se sono stato espulso – per quello che aveva combinato in vigilanza – mi sento parte del centro-sinistra” sottosegretario del centro-destra, resta da raccontare… non resta più nessuno, li abbiamo raccontati tutti… resta da raccontare Massimo Calearo, quest’ultimo era una grande scoperta di Veltroni che nel 2008 lo candida capolista nel Veneto che Calearo porterà l’impresa, il mondo dell’impresa, delle partite Iva, era ha portato sé stesso, non comanda neanche nella sua azienda di famiglia a Vicenza, dove continua a comandare la madre, nonostante l’età, anche perché il figlio è Massimo Calearo, il quale nel frattempo ha lasciato il PD dove avere agguantato la poltrona perché gli piaceva l’Api del Rutelli, il terzo polo, poi naturalmente al momento della fiducia ha fondato con Scilipoti e Cesario il gruppo dei responsabili, si è proposto come Ministro dello sviluppo economico, ma l’hanno fregato, ci hanno messo Romani e allora cosa restava da fare? Lo strapuntino, è diventato sottosegretario con la delega che non è molto chiara perché non è proprio un sottosegretariato, è un posto di consigliere personale del Presidente del Consiglio per il commercio estero, quando era sospettato di essersi fatto comprare lui disse “beh sì offrono fino a 500 mila Euro” gli dissero, lei li prenderebbe? Lui rispose “ma quando mai, uno come me vale almeno 5 milioni” era una questione di listino prezzi.

Quanto ci costano questi signori a proposito di prezzi? Il Fatto Quotidiano ha fatto un calcolo, lo trovate su Internet e sul sito un articolo molto bello di Eduardo Di Blasi che spiega che il sottosegretario ogni anno ci costa 40.400 Euro di indennità lorda, poi ha un capo di gabinetto che ci costa 160 mila all’anno, poi deve avere due autisti per l’auto blu, una Lancia Thesys o un auto equivalente, due autisti perché fanno i turni è ovvio, 72 mila Euro l’anno, poi deve poter utilizzare il personale interno e esterno all’amministrazione e avere un suo ufficio stampa, 80 mila Euro.
Poi c’è da predisporre il suo ufficio presso il Ministero, l’ufficio del sottosegretario, totale costo per ogni sottosegretario 352.000 Euro all’anno che moltiplicato per i 9 sottosegretari, fa 3 milioni e rotti all’anno, in più se è deputato il sottosegretario prende 170 mila Euro e se è Senatore ne prende 180 mila.
Questi sono i costi che naturalmente aumenteranno ulteriormente se arriverà un’altra infornata di sottosegretari cambiando la legge, immagino che chi aveva votato il centro-destra perché si proponeva come l’anticasta, forse avrà qualche dubbio, forse potrebbe persino questo fatto far ragionare qualche leghista, visto che non c’è neanche un leghista nella nuova infornata dei sottosegretari, i leghisti chissà se si ricordano ancora di quando gridavano contro Roma ladrona perché faceva le cose che adesso fa il loro governo, passate parola, buona settimana!

Marco Travaglio (Passaparola del 9 maggio 2011)


sabato 7 maggio 2011

Vuoi che le cose non vadano a finire cosi? Copia-incolla e pubblicizza il referendum a parenti, amici, conoscenti e non conoscenti. Passaparola!

Ciao a tutti,

confermo la necessità di questo passaparola, aggiungendo che si tratta di informazione per ri-affermare i diritti costituzionalmente garantiti . Il dramma è che sembra la maggior parte della popolazione non sia consapevole di quanto sta avvenendo.

Quello che Vi porto è solo un piccolo esempio. Sono una ricercatrice, mi occupo di diritto ambientale e di risorse idriche. Ieri mattina dovevo intervenire ad un programma RADIO RAI (programmato ormai da due settimane) per parlare del referendum sulla privatizzazione dell'acqua e chiarirne meglio le implicazioni giuridiche.

'E arrivata una circolare interna RAI alle 8 di ieri mattina che ha vietato con effetti immediati a qualunque programma della RAI di toccare l'argomento fino a giugno (12-13 giugno quando si terrà il referendum), quindi il programma è saltato e il mio intervento pure.

Questo è un piccolo esempio delle modalità con cui "il servizio pubblico" viene messo a tacere e di come si boicotti pesantemente la possibilità dei cittadini di essere informati e di intervenire (secondo gli strumenti garantiti dalla Costituzione) nella gestione della res publica. Di fronte a questa ennesima manifestazione di un potere esecutivo assoluto che calpesta non solo quotidianamente le altre istituzioni, ma anche il popolo italiano di cui invece si fregia di esser voce ed espressione, occorre riappropriarci della nostra voce prima di perderla definitivamente.

Il referendum è evidentemente anche questo!

Mariachiara Alberton


RICORDATEVI CHE DOVETE PUBBLICIZZARLO VOI IL REFERENDUM... perchè il Governo non farà passare gli spot ne' in Rai ne' a Mediaset. Sapete perché ? Perché nel caso in cui riuscissimo a raggiungere il quorum lo scenario sarebbe drammatico per i governanti ma stupendo per tutti i cittadini italiani.
Vi ricordo che il referendum passa se viene raggiunto il quorum. E' necessario che vadano a votare almeno 25 milioni di persone

Il referendum non sarà pubblicizzato in TV.

I cittadini, non sapranno nemmeno che ci sarà un referendum da votare il 12 giugno. QUINDI : I cittadini, non andranno a votare il referendum.

Vuoi che le cose non vadano a finire cosi? Copia-incolla e pubblicizza il referendum a parenti, amici, conoscenti e non conoscenti. Passaparola!

venerdì 6 maggio 2011

Ora si tratta con il Mullah Omar?

Il Washington Post avanza l’ipotesi che la morte di Osama bin Laden possa favorire le trattative con i talebani afghani guidati dal Mullah Omar. Sarebbe finalmente una cosa di buon senso dopo dieci anni di inutile guerra all’Afghanistan che ha causato 60 mila morti fra i civili, 35 mila fra i guerriglieri talebani e 2441 caduti fra i soldati della Coalizione. È un’ipotesi plausibile e fattibile, anche se per motivi diversi da quelli avanzati dal giornale americano secondo il quale la morte del Califfo saudita potrebbe indurre i talebani afghani a rompere definitivamente con al Qaeda e il terrorismo internazionale.

Omar e Osama erano ai ferri corti già nel 1998 dopo gli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania, attribuiti a Bin Laden, che provocarono 223 morti e 4000 feriti. Poco dopo 75 missili Cruise si abbatterono sulle montagne di Khost, dove gli americani ritenevano che si trovasse Bin Laden con i suoi campi di addestramento. Non centrarono il bersaglio, ma fecero un bel po’ di morti. I bombardamenti proseguirono per qualche mese. Bin Laden era quindi diventato un problema per il governo talebano. Così quando il presidente Clinton propose al Mullah Omar di eliminare fisicamente Bin Laden, il leader dei talebani, attraverso il suo ministro degli Esteri, Wakil Muttawakil, inviato a Washington alla fine di quell’anno, si dichiarò d’accordo. Ma quando la cosa sembrava ormai fatta, Clinton si tirò inspiegabilmente indietro.

E venne l’11 settembre. Mentre le folle di tutti i Paesi del mondo arabo scendevano in piazza per manifestare la loro gioia, fra i tanti attestati di solidarietà e di cordoglio che arrivarono agli Stati Uniti ce n’era anche uno del governo talebano. Un comunicato ufficiale che diceva: “Bismullah ar-Rabman ar Rabim (nel nome di Allah, della grazia e della compassione). Noi condanniamo fortemente i fatti che sono avvenuti negli Stati Uniti al World Trade Center e al Pentagono. Condividiamo il dolore di tutti coloro che hanno perso i loro familiari e i loro cari in questi incidenti. Tutti i responsabili devono essere assicurati alla giustizia. Noi vogliamo che siano puniti e ci auguriamo che l’America sia paziente e prudente nelle sue azioni”.

E allora perché il Mullah Omar si rifiutò di estradare Bin Laden come volevano gli Stati Uniti? Perché Omar, che a suo modo, anche se ciò può suonar strano ad orecchie occidentali, è un legalista, chiedeva che ci fosse una seria inchiesta sugli attentati dell’11 settembre e delle prove che alle spalle ci fosse davvero Osama bin Laden. Gli americani, che avevano già ammassato bombardieri e truppe in Pakistan, risposero arrogantemente: “Le prove le abbiamo date ai nostri alleati”. A questa risposta il governo dei talebani replicò come avrebbe fatto qualsiasi altro governo del mondo: che a quelle condizioni, senza un’inchiesta, senza prove non poteva consegnare una persona, che non aveva la nazionalità americane né quella afghana, che era comunque un ospite del loro Paese e sotto la loro tutela, così, al buio, alla giustizia degli Stati Uniti. Il Mullah Omar si è giocato un Paese e la sua vita stessa non per difendere Bin Laden, di cui poco o nulla gli importava, che anzi si sarebbe tolto volentieri dai piedi, ma per una questione di principio e dignità.

Comunque sia, sono anni che al Qaeda non è più in Afghanistan. La Cia ha calcolato che su circa 50 mila guerriglieri che combattono gli occupanti occidentali solo 359 sono stranieri. Ma sono ceceni, uzbechi, turchi, non arabi wahabiti che hanno in testa il jihad universale contro l’Occidente. Gli insurgents, gli insorti come li definiscono la stessa Cia e il Pentagono (solo La Russa e Frattini li chiamano ancora “terroristi”), sono solo gente che, con l’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione, vogliono che le truppe straniere se ne vadano dall’Afghanistan. La morte di Bin Laden non serve a rompere i legami fra i talebani e i terroristi internazionali che non ci sono più da tempo, serve all’America per quella exit strategy dignitosa che sta cercando da almeno un paio d’anni.

La situazione sul campo della Nato è divenuta insostenibile. Secondo le stime più recenti, i talebani occupano l’80% del Paese e con una strategia avvolgente stanno bloccando, a est, a sud, a ovest, tutte le vie di rifornimento alle truppe occidentali (l’unica sicura rimane quella da nord, dalla Russia via Turkmenistan e dipende dalla benevolenza di Putin). D’altro canto i talebani non sono in grado di dare la spallata decisiva nelle grandi città – Kabul, Mazar i-Sharif, Herat – perché troppa è la sproporzione con gli armamenti della Nato. La situazione è di stallo. Più volte gli americani hanno cercato di avviare trattative, nemmeno tanto segrete, con i talebani così detti moderati per uscirne. Nell’ottobre del 2010 hanno istituito un Alto consiglio di pace in cui sostenevano di aver coinvolto anche alcuni importanti esponenti talebani. In realtà erano solo delle scartine raccattate per le strade di Kabul. Si sono sempre rifiutati di trattare con il Mullah Omar ritenendolo inadeguato per una pacificazione nazionale. Omar è invece l’unico interlocutore possibile perché è lui che guida, con mano di ferro, la guerriglia. Bin Laden è morto, gli Stati Uniti potrebbero dire: ora che la caccia è finita, il sangue delle Twin Towers vendicato, si può trattare anche con il Mullah Omar ponendo come condizione, tanto per salvare la faccia, che il leader dei talebani dichiari di rinunciare ai legami con al Qaeda. Omar accetterebbe?

Se la condizione è questa, certamente, così come accetterebbe, credo, ispezioni Onu che accertino che su suolo afghano non ci sono campi di addestramento per qaedisti. Se costoro dovessero rifarsi vivi, sarebbe lui il primo a cacciarli visto che è a causa loro che ha perso il Paese che governava. Se invece le condizioni di Obama o di chi per lui fossero: dopo Karzai un altro Quisling in salsa americana, come Naiisbullah lo era stato per i sovietici, basi Nato nel Paese e truppe Yankee, sia pur ridotte, su suolo afghano, direbbe di no. Non ha combattuto 30 dei suoi 49 anni di vita per la libertà del suo Paese, sacrificandogli l’intera esistenza, per vedersi imporre alla fine una “pax americana”.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 5 maggio 2011)

La Nazione del Top secret

"Basta dettagli sul raid che ha ucciso Bin Laden". Non solo le foto: dalla Casa Bianca ora parte l'ordine di un silenzio-stampa più generale sul blitz del reparto speciale dei Seal. Troppe versioni si sono susseguite in questi giorni, troppe contraddizioni, troppi sospetti. La ragion di Stato interviene e mette un "tappo" alla verità? Nell'era di WikiLeaks l'improvviso ripensamento di Barack Obama sembra anti-storico, irrealistico. Ma l'America del Primo emendamento, la democrazia teoricamente più trasparente della storia, ondeggia continuamente nei suoi cicli storici di apertura e chiusura, con vittorie e sconfitte nella battaglia fra democrazia e segretezza. Mentre ieri Obama portava una corona di fiori a Ground Zero, era impossibile non ricordare quel che pensa tuttora il 42% degli americani: che la Commissione d'indagine sull'11 settembre "ha nascosto o rifiutato d'investigare prove cruciali che contraddicono la versione ufficiale su quell'attacco". E non sono i soliti seguaci delle teorie del complotto.

Uno dei più autorevoli giuristi coinvolti nei lavori di quella Commissione, John Farmer, si dissociò dalle conclusioni con parole che fanno rabbrividire: "Ciò che il governo e i militari hanno detto al Congresso, ai mass media e all'opinione pubblica su quel che sapevano allora, è quasi interamente falso".

Il conflitto tra democrazia e segretezza è antico quanto lo Stato moderno. Max Weber scrive: "Ogni burocrazia si adopera per rafforzare la superiorità della sua posizione mantenendo segrete le sue informazioni e le sue intenzioni. Lo Stato cerca di sottrarsi alla visibilità del pubblico, perché questo è il modo migliore per difendersi dallo scrutinio critico". Ma nella storia americana la tensione tra il diritto di sapere dei cittadini e la voglia di segreto dei governanti ha avuto dei rovesci tumultuosi. Le due guerre mondiali mettono a confronto due presidenti democratici e progressisti, eppure molto diversi tra loro su questo terreno. Woodrow Wilson firma una severa legge di censura, l'Espionage Act del 1918, fonte di abusi gravi (centinaia di socialisti e pacifisti sono sbattuti in carcere per avere contestato il presidente, non certo per avere svelato segreti militari). Franklin Delano Roosevelt eredita quello strumento ma ne fa un uso più moderato: nel 1942 affida l'Office of Censorship al giornalista Byron Price, ex direttore dell'Associated Press, che opta per un'autocensura volontaria lasciata quasi interamente alla discrezione dei mass media. Questo non impedisce che il sospetto del segreto continui a macchiare episodi-chiave della seconda guerra mondiale: l'accusa a Roosevelt di avere nascosto i preparativi dell'attacco giapponese su Pearl Harbor o le prime notizie sullo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti. Le guerre sono il miglior pretesto per mettere la sordina alla trasparenza, e l'America passa da un conflitto all'altro: quelli "caldi" si chiamano Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan, ma incrociano i 40 anni della guerra fredda con l'Urss e l'arco della "guerra globale al terrorismo" secondo l'etichetta coniata da George Bush.

Il periodo dello scontro mondiale con il blocco comunista è ideale per le trame segrete: è l'epoca dei golpe sostenuti dalla Cia (come "l'altro 11 settembre", quello del 1973 in cui il governo democratico di Salvador Allende viene deposto dai militari in Cile). L'eliminazione di Mossadeq in Iran, sostituito dallo Scià (1953), la Baia dei Porci a Cuba (1961), sono i primi episodi di una lunga serie di "ferite" alla trasparenza. Non riguardano solo la sfera della politica estera e della Difesa, investono anche una tragedia tutta nazionale: l'assassinio di John Kennedy nel 1963. Quasi mezzo secolo dopo, il 70% degli americani restano convinti che la commissione d'inchiesta presieduta dal giudice Earl Warren abbia nascosto la verità, cioè l'esistenza di una vasta congiura interna contro il presidente.

Ma il pendolo oscilla violentemente nella direzione opposta negli anni Settanta. La trasparenza si prende una rivincita nel 1971 quando il New York Times pubblica i Pentagon Paper e inchioda la Casa Bianca sui risvolti segreti della guerra del Vietnam: "Il presidente Lyndon Johnson ha mentito sistematicamente alla pubblica opinione e al Congresso su un tema di primaria importanza nazionale". I Pentagon Paper sono al tempo stesso il segnale di una metastasi nella segretezza, ma anche l'occasione per mobilitare gli anticorpi. La Corte suprema difende il diritto a pubblicarli, il tentativo di censura è sconfitto. Farà scuola anche per le rivelazioni sul Watergate che portano alla caduta di Richard Nixon (1974). Più tardi un altro scandalo - il traffico clandestino Iran-contras, forniture di armi a Teheran per pagare i terroristi di destra in Nicaragua - rischia di portare all'impeachment Ronald Reagan e nel 1986 Charles Krauthammer su Time osserva: "La democrazia americana è allergica ai segreti. L'idea stessa di segreto comporta una condanna etica. La promessa democratica dell'apertura non si concilia con il mondo occulto delle diplomazie e degli intrighi militari".

Ma la battaglia per la trasparenza non è mai vinta una volta per tutte. Nel 1994 un'apposita indagine bipartisan del Congresso, condotta dalla Moynihan Commission on Government Secrecy, rivela dati inquietanti: "Ogni anno vengono generati 400.000 nuovi segreti, la cui divulgazione sarebbe teoricamente un grave danno per la sicurezza nazionale". È ancora poca cosa, rispetto a quel che accade in questa nazione con lo shock dell'11 settembre 2001. A quasi dieci anni di distanza, una monumentale inchiesta del Washington Post intitolata "Top Secret America" denuncia "un universo nascosto che cresce al di fuori di ogni controllo". Eccone alcuni elementi: 1.271 organizzazioni statali e 1.931 società private che lavorano su programmi legati all'antiterrorismo; 854.000 persone che si muovono nella sfera "top secret". La conclusione di quell'inchiesta è severa: "Il mondo occulto che il governo ha creato in risposta all'attacco dell'11 settembre è diventato così vasto e segreto che nessuno sa più quanto costi, quante persone impieghi, quante attività si svolgono al suo interno". Un episodio fondamentale nell'escalation della segretezza resta la guerra in Iraq, "legittimata" dal segretario di Stato Colin Powell alle Nazioni Unite nel febbraio 2003 con il celebre discorso sulle "armi di distruzione di massa di Saddam Hussein": prove false, ma a lungo coperte dal segreto.

Obama arriva alla Casa Bianca deciso ad aprire ampi squarci nel velo della segretezza, è il portatore di una cultura della trasparenza. Ma l'oscillazione del pendolo stavolta è breve, dura pochi mesi. Nell'aprile 2009 Obama rende pubblici gli interrogatori della Cia che hanno fatto uso della tortura sotto l'Amministrazione Bush. Ma nel maggio dello stesso anno, quando stanno per essere divulgate foto che documentano violenze dei soldati americani contro i prigionieri in Iraq e in Afghanistan, scatta già un ripensamento. Sotto pressione dal Pentagono, "per non mettere in pericolo i nostri soldati al fronte", Obama vieta la pubblicazione di quelle immagini. Né passa l'idea di aprire delle indagini sui reati perpetrati con il ricorso alla tortura. Obama dice che "è ora di ammettere che furono fatti errori, voltare pagina e andare avanti". Vince la ragione di Stato. Oggi di nuovo, di fronte alle reticenze sull'uccisione di Bin Laden, risuonano le celebri parole di Jonathan Schell, pubblicate nel 1971 sul New Yorker dopo la vittoria della trasparenza sui Pentagon Papers: "La questione è: chi ha il diritto di definire l'interesse della nazione? In una democrazia, questo spetta ai cittadini".

Federico Rampini (La Repubblica - 06 maggio 2011)


giovedì 5 maggio 2011

Coglioni e popolo

Dice il Cavaliere che chi vota a sinistra è inconsapevole di ciò che sta facendo. E’ la nuova versione del lodo 6 aprile 2006, quando affermò che gli elettori di sinistra sono un po’ tutti coglioni. Dopo il bunga bunga le metafore genitali sono evidentemente sconsigliate, ma il prodotto non cambia affatto. Chi vota per me è buono e giusto, gli altri sono cattivi invidiosi. Al massimo, come direbbe Mangano, non capiscono una minchia. Anche all’opposizione, purtroppo, è diffusa questa concezione un po’ meschina e molto totalitaria della democrazia. Che non polemizza con i leader avversari, non si scontra con i partiti della parte opposta, ma attacca direttamente gli elettori. Una democrazia che polemizza con gli elettori e non con gli eletti smentisce se stessa. I suoi attori parlano di popolo ad ogni occasione, ma ogni volta il popolo è solo il loro. E in genere, quando si parla troppo di popolo, il popolo tutto dovrebbe iniziare a preoccuparsi.

Marco Bracconi (La Repubblica - 5 maggio 2011)


mercoledì 4 maggio 2011

"Quando sono entrato nella stanza per l'ultima sedazione, mi ha ringraziato per aver capito la sua volontà"

I colori devono essere importanti nella vita di Marino. Per spezzare la tensione di chi col bisturi sfiora la morte. Anche a lui qualcuno ha chiesto un giorno di lasciarlo morire? "Mi è capitato una sola volta. E ho fatto di tutto per convincere la paziente a non realizzare il suo desiderio. Aveva un tumore al fegato e si pensava al trapianto. Ma quando ho aperto l'addome, mi sono reso conto di piccole metastasi che non si erano visualizzate negli esami precedenti. Così abbiamo dovuto richiuderla. E ora si trattava di andare da una persona ...... che si sveglia ...... ha fatto l'incisione ....... e pensa di avere un nuovo fegato. Molto determinata, quella donna mi disse che non aveva nessun interesse a continuare. Proposi una terapia intensiva, per qualche altro mese avrebbe potuto vivere. Ho cercato in ogni modo di convincerla, ho parlato con il figlio contrario all'interruzione delle cure anche lui. Ma non si riuscì a persuadere la madre. Allora ho chiamato il comitato etico dell'ospedale ..... all'epoca operavo negli STati Uniti ..... e mi hanno risposto che non potevo imporre terapie a chi lucidamente comprendeva che sarebbe morto. L'abbiamo sedata, sospeso tutto, e in quarantott'ore si è spenta." Ricorda l'ultimo colloquio con lei? "Quando sono entrato nella stanza per l'ultima sedazione, mi ha ringraziato per aver capito la sua volontà".

Tratto da "La Chiesa del no - Indagine sugli italiano e la libertà di coscienza" di Marco Politi (Mondadori - 2009)

Referendum: obiettivo oscuramento

La Vigilanza Rai è il tappeto che il governo utilizza per nascondere il triplo referendum del 12 e 13 giugno. Nessun telespettatore deve conoscere i quesiti sull’energia nucleare, l’acqua ai privati e il legittimo impedimento. E così il governo, a pezzi in parlamento, sfrutta la maggioranza in commissione di Vigilanza per disertare i lavori. La scusa è che manca il numero legale per iniziare l’assemblea, una tattica che da settimane rinvia l’approvazione del regolamento sulla par condicio. Un testo parlamentare per decidere come e quando informare i cittadini-spettatori sul referendum. E nel frattempo, a meno di 45 giorni dal voto e con la par condicio in vigore, la Rai impone a chiunque vada in onda di firmare una liberatoria – come accaduto per il concertone del Primo maggio – per evitare di affrontare il tema. Non è semplice censura, ma raffinato silenzio: il referendum è sigillato in una campana di vetro, i giorni passano e il quorum si allontana. All’ingresso di San Macuto, sede della Vigilanza, c’è un presidio permanente del Popolo viola e dei comitati per il referendum che ieri si è rafforzato con Antonio Di Pietro, mentre il radicale Marco Beltrandi occupa i banchi all’interno. E il Pd? Il senatore Vincenzo Vita protesta, e duramente, ma il partito si affida al presidente Sergio Zavoli, disposto a sedute a oltranza pur di ratificare la par condicio. Di Pietro ha ottenuto il primo risultato con una lettera ai presidenti di Camera e Senato: “Quanto sta accadendo in Vigilanza è di una gravità senza precedenti. Per colpa della maggioranza – scrive il leadere dell’Italia dei Valori – un intero mese di tribune referendarie, di spot informativi, d’informazione giornalistica sui quesiti oggetto dei referendum è stato quindi sottratto ai cittadini italiani”.

In serata Gianfranco Fini e Renato Schifani hanno risposto chiedendo ai commissari di superare le divisioni e garantire ai cittadini il diritto di essere informati. I due presidenti non potevano schierarsi con la maggioranza, capeggiata dal berlusconiano Alessio Butti, in sete di vendetta con l’opposizione perché, grazie all’intervento di Zavoli, bloccò l’emendamento bavaglio per chiudere i programmi durante la campagna elettorale per le amministrative. Ieri pomeriggio Giorgio Lainati (Pdl) ha ripetuto la strategia: “Votiamo il regolamento nella prossima seduta – ha detto a Zavoli – per il decreto Parmalat a Montecitorio e per la mancanza a occhio del numero legale”. Ma il presidente ha svelato il giochino con parole chiare: “C’è un problema tecnico per il voto alla Camera – ha replicato Zavoli – ma c’è anche un problema politico, nel senso che sono indotto a ritenere che questa richiesta possa sottendere un risultato ostruzionistico. E’ la premessa per rendere difficoltoso, se non impossibile, ricominciare il nostro lavoro. Devo constatare che viene messo in dubbio quanto stabilito nel verbale dell’ufficio di presidenza del 20 aprile, quando tutti i presenti convennero sulla necessità di esaminare il regolamento rispetto all’atto di indirizzo, perchè è un atto previsto per legge”. Forse oggi – aggiunge Zavoli – sarà il giorno buono, dopo l’ennesimo nulla di fatto ieri sera. Ma in Parlamento vanno di fretta per far passare, con un veloce esame in Commissione, il decreto Omnibus che aggira il referendum sul nucleare, il quesito che più preoccupa il governo che nel programma sbandierava il ritorno all’energia atomica.

Carlo Tecce (Il Fatto Quotidiano del 4 Maggio 2011)

I segreti d'Italia nelle parole di Moro - Le responsabilità del golpe Borghese, le tangenti Lockheed, la fuga organizzata di Kappler

«Quel cadavere sta ancora lì, malgrado il tempo che passa». Così disse Sandro Pertini il 15 marzo 1979, a dodici mesi dal delitto, riflettendo su quanto l'immagine di Moro morto resisteva nella coscienza pubblica e puntando lo sguardo dal Quirinale verso la via Caetani, nel centro di Roma, dov'era stato trovato il suo corpo. Oggi, dopo altri 32 anni, l'icona dello statista democristiano assassinato è sempre presente e resta per molti una torturante ossessione perché «non si volle farlo scendere dalla croce e salvarlo» - parole, sempre, di Pertini - come lui stesso aveva tentato di rendere possibile in un negoziato condotto personalmente dalla «prigione del popolo» dov'era rinchiuso. Trattativa con i terroristi. Ma soprattutto con i vertici del potere italiano, con i quali aveva cercato di dialogare attraverso un fitto carteggio nei 55 giorni di sequestro.

Delle lettere dello statista si sa ormai molto
, grazie anche a una penetrante analisi filologica di Miguel Gotor pubblicata nel 2008, che ha consentito di superare divergenze fuorviate dall'eterno vizio della dietrologia. Lo storico ha adesso completato lo scavo, impegnandosi sul memoriale che Moro stese di proprio pugno per rispondere agli interrogatori delle Brigate rosse. Un documento manoscritto, poi battuto a macchina e fotocopiato dai carcerieri, che fu occultato, censurato, disperso. Un testo al centro di una trama di ricatti e omicidi da cui affiorano raffinate manipolazioni che chiamavano in causa anche la P2. E che ci è arrivato incompleto e, deliberatamente, a rate. Una prima parte fu diffusa dai terroristi il 10 aprile '78 ed era incentrata sulla figura di Paolo Emilio Taviani, il politico dc che era stato uno dei fondatori di Gladio in Italia, ma già politicamente defilato: un brano autografo di otto pagine carico di allusioni la cui importanza non fu capita, dato che il segreto sulla struttura clandestina attivata dalla Nato negli anni '50, la rete Stay Behind, era conosciuto solo da una decina di persone. La seconda parte (49 fogli dattiloscritti) venne trovata dagli uomini del generale Dalla Chiesa quattro mesi dopo, il 1° ottobre, nel covo br di via Monte Nevoso, a Milano, e divulgata da Palazzo Chigi il 17 ottobre '78. La terza parte fu scoperta nello stesso appartamento tenuto per anni sotto sequestro, il 9 ottobre '90, dietro a un pannello rimosso casualmente da un operaio. E stavolta le pagine, fotocopie dei manoscritti, erano 419.

Un brogliaccio di rivelazioni clamorose e giudizi destabilizzanti, di fronte al quale ci fu subito chi parlò di uno pseudo-Moro, negandone l'autenticità. Gotor, in Il memoriale della Repubblica (Einaudi, pp. 624, 25) fa ora come quando l'operatore di un cinema schiaccia il tasto del roll-back e la pellicola va indietro, per vedere e rivedere una scena. Incrocia i testi e squaderna le cronologie. Sgombra opacità, incoerenze e anomalie. Raffronta atti giudiziari, resoconti parlamentari e giornalistici. Alza il velo su molti enigmi di una lunga catena.
Accertando che sul memoriale hanno lavorato due mani censorie, autonome l'una dall'altra. Ad esempio, il materiale che il gruppo antiterrorismo di Dalla Chiesa consegna al governo nel '78 non è integro: una parte dei dattiloscritti è trattenuta e fatta sparire e intanto viene pilotata una fuga di notizie che costringerà l'esecutivo a rendere pubblico ciò che gli è arrivato. Questo fanno i primi censori, mentre altri senza nome (funzionari dei servizi) nei medesimi giorni si preoccupano di selezionare le pagine, riordinarle secondo una sequenza particolare (successiva, sotto un profilo logico e pratico, a ciò che era affiorato il 1° ottobre '78), nasconderle nella famosa intercapedine in attesa che venga il momento in cui potranno essere «scoperte». Cioè dopo la caduta del muro di Berlino ('89).
Conclusioni alle quali lo storico giunge dopo aver verificato le testimonianze di alcuni «lettori precoci», che dimostrano di aver letto il documento prima del ritrovamento ufficiale. Persone che a volte muoiono misteriosamente (la scia di sangue parte da Mino Pecorelli, distillatore di pericolose anticipazioni sul suo giornale, «Op»). O persone che raccontano cose delle quali non c'è traccia nel fascicolo Moro, e che non potrebbero essere conosciute. Ciò che induce Gotor a ipotizzare, con salde ragioni, l'esistenza di quello che i filologi chiamerebbero ur-memoriale: un testo a tutt'oggi censurato, probabilmente perché contiene informazioni che rimangono insopportabili. Indicibili per sempre, perché riguardano la sicurezza nazionale.

Di che cosa si tratta? Di nodi critici per il sistema. Alcuni ormai metabolizzati, oggi, ma che non potevano esserlo allora. Tra gli altri, le responsabilità del golpe Borghese e della strategia della tensione, le clausole del cosiddetto «lodo» Moro sul conflitto israelo-palestinese in Italia, le attività della Nato e della Cia, i destinatari delle tangenti Italcasse e Lockheed. Questioni tossiche per la politica, a partire da quella che riguardava il principale protagonista dell'eccidio alle Fosse Ardeatine, l'ex ufficiale delle SS Herbert Kappler. Fu fatto fuggire il ferragosto '77 dalla struttura supersegreta nota come «Anello», con una finta evasione dall'ospedale del Celio in base a un accordo con la Germania, che soltanto su quello scambio avrebbe appoggiato la richiesta italiana di un prestito urgente. Un pozzo di segreti che Gotor esplora con il rigore dello storico (senza concedere nulla alle caricaturali congetture sui Grandi Vecchi, dall'Andreotti-Belzebù al Cossiga con la kappa) e la passione di chi vuole comprendere com'è cominciata una deriva da cui è nata l'antipolitica e sulla quale si è annichilita un'intera generazione. Infatti, al pari del delitto Matteotti, la vicenda Moro è un caso chiuso continuamente da riaprire, per chi voglia ricomporre «l'anatomia del potere italiano» e saggiare il peso della ragion di Stato in un Paese come il nostro. Il potere nella sua proiezione internazionale e non solo considerato badando al cortile di casa, con tutti i suoi attori, Moro in primis, il quale, tutt'altro che plagiato, sospetta d'essere vittima di un'operazione dai forti connotati spionistici e per questo dalla cella conduce una battaglia per rendersi indispensabile. Il potere sotto ricatto nella sua dimensione più tragica e conflittuale, come «fatica e durezza di esercizio della sovranità».

Un grande giallo, ma reale e appassionante anche perché scritto benissimo. Una storia dove vero, verosimile e falso si aggrovigliano e sulla quale pendono sempre diversi interrogativi, cui Gotor offre utili tracce di risposta. Dove sono gli originali del memoriale? Perché i terroristi non lo resero pubblico? Fu oggetto di un patto parallelo tra Br e pezzi dello Stato? Ed esistono nastri o video degli interrogatori? «E ora temo che tutto questo sia disperso, per ricomparire, chissà quando e come». Questo confidava Moro alla moglie Eleonora, in una delle ultime lettere. Un timore e una profezia forse non ancora scaduti.

lunedì 2 maggio 2011

Vil razza bombata

Ci vuole parecchio pelo sullo stomaco per definire vile l'assalto a un'ambasciata vuota, accusando il nemico (un tempo amico intimo del proprio capo) del mancato rispetto di obblighi internazionali, mentre seduti in poltrona si assiste distrattamente alle incursioni dei propri cacciabombardieri su un suolo straniero (violando un trattato di amicizia firmato e controfirmato in pompa magna).

Gorillik

Talleyrand, Berlusconi e la Libia

La sinistra è cretina. Troppo cretina. Tanto cretina che si terrà Berlusconi fin che campa (e i cinici e i paranoici campano moltissimo).

Riepiloghiamo. Basta una telefonata di Obama perché Berlusconi, con una delle sue solite capriole, cambi radicalmente idea sul nostro impegno in Libia: dal “non bombarderemo mai” si passa all’autorizzazione ai Tornado a scagliare missili “su obiettivi mirati”. La Lega non ci sta. Un importante ministro come Roberto Calderoli dichiara: “Non voterò mai in Parlamento l’autorizzazione a bombardare la Libia”. Posizione ribadita dal líder maximo. È una spaccatura clamorosa nella maggioranza che, data l’importanza della questione, può portare all’immediata caduta del governo di Silvio Berlusconi che, con un comunicato ufficiale, si è già impegnato a obbedire al diktat di Obama.

E cosa fa la sinistra? Invece di incoraggiare i leghisti va a fare le pulci al loro “niet” puntualizzandone solo le motivazioni meschine: l’aumento dei profughi e dei costi. In realtà, la Lega ha una lunga tradizione di ostilità alle missioni “umanitarie e democratiche” della Nato. Nel 1999 alcuni parlamentari leghisti andarono a Belgrado a fare gli “scudi umani” contro i bombardieri Nato che partivano dalla base di Aviano. Si sa che la Lega è contraria alla missione in Afghanistan e da tempo preme su Berlusconi perché ritiri il nostro contingente. E invece la sinistra con tutta la tradizione pacifista che ha alle spalle, a volte spinta fino ai limiti della vigliaccheria (“meglio rossi che morti”), ha subito in questi anni una mutazione antropologica: è diventata guerrafondaia per un soccombismo nei confronti degli americani che uguaglia quello di Berlusconi. E se la Lega dovesse tener duro e non votare in Parlamento la mozione che autorizza i Tornado a bombardare, sarebbe capace di appoggiare Berlusconi salvando così il governo che altrimenti cadrebbe come una pera cotta.

Ma anche il presidente Napolitano non scherza. Ulcera Berlusconi su ogni virgola della Costituzione e ne viola, proprio lui, che ne è il supremo garante, uno degli articoli più importanti, l’articolo 11 che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Il generale Fabio Mini, che è stato capo di Stato Maggiore delle Forze Nato per il Sud Europa e nel 2002/2003 comandante del contingente italiano in Kosovo, ha dichiarato che “tutte le più recenti missioni della Nato, compresa quella in Libia, sono missioni di guerra”.

Ma non c’è bisogno dell’autorità del generale Mini per capire che in Libia la Nato, a cui l’Italia, ubbidisce perinde ad cadaver, sta facendo una guerra. In partenza la Nato doveva salvare i civili libici dai bombardamenti di Gheddafi. Di fatto ha preso le parti di una delle due fazioni in campo invertendo i rapporti di forza: adesso a essere bombardato è Gheddafi che non può più bombardare. Né si capisce che senso abbia salvare i civili che stan dalla parte dei rivoltosi per ammazzare quelli che sono rimasti fedeli a Gheddafi. Una sinistra cogl…, un presidente della Repubblica che viola la Costituzione in modo flagrante.

Vien voglia di passare dalla parte di Berlusconi. Perché è un delinquente, ma non è un cretino. E come diceva Talleyrand: “Preferisco i delinquenti ai cretini, perché i primi almeno ogni tanto si riposano”.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 30 aprile 2011)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)