"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 10 novembre 2011

La svolta del Quirinale

In piena bancarotta politica, e a un passo dalla bancarotta finanziaria, l'Italia trova finalmente una via d'uscita. Non solo dal suo mercoledì nero, ma soprattutto dal suo Ventennio berlusconiano. Grazie all'accelerazione impressa alla crisi dal presidente della Repubblica, il Paese evita quella che stava ormai diventando una suicida "via patriottica al default".

Il Cavaliere impegnato a pasticciare sul maxi-emendamento e sulla sua "lettera d'intenti" alla Ue, con l'idea malcelata di trasformarla nel rivoluzionario "manifesto liberale" sul quale giocarsi la campagna elettorale, e di brandirla come una clava contro la solita sinistra "nemica" delle riforme volute dall'Europa. La cerchia ristretta dei suoi "lieutenant", chiusi nel bunker a imprecare contro il "direttorio franco-tedesco" come un tempo si malediva la "perfida Albione".

I suoi corifei asserragliati in tv e nei giornali di famiglia, intenti a inveire contro gli "speculatori" come un tempo si vaneggiava della "congiura giudo-pluto-massonica". E nel frattempo i mercati all'opera, per celebrare il fallimento dell'Italia con un funerale di "rito greco". Fuga di massa da Bot e Btp, spread e premio di rischio alle stelle, insolvenza del debito sovrano. Roma come Atene, appunto. E Berlusconi come Nerone: insieme a me, bruci la città.

Al termine di una giornata drammatica per i nostri titoli di Stato e la nostra Borsa, Giorgio Napolitano è forse riuscito a scongiurare il pericolo. Con due mosse perfette, per metodo e per merito.

La prima mossa, di fronte all'onda sempre più alta della tempesta finanziaria, è stata quella di sgombrare il campo politico dalle trappole e dalle furbizie con le quali il presidente del Consiglio lo stava "inquinando". Il comunicato con il quale il Quirinale ribadisce che "non esiste alcuna incertezza" sulla scelta del premier di "rassegnare le dimissioni" dopo l'approvazione della legge di stabilità sembra solo una ripetizione del testo diffuso il giorno prima, subito dopo il faccia a faccia con il Cavaliere sul Colle.

In realtà questa sottolineatura serve da un lato a inchiodare Berlusconi a un impegno solenne assunto di fronte al Capo dello Stato e alla nazione, sottraendogli ogni margine per tattiche dilatorie, manovre di palazzo o compravendite di parlamentari. Dall'altro lato serve a rassicurare i mercati, attoniti di fronte ai riti esoterici e ai bizantinismi del teatrino italiano, sul fatto che il ciclo politico del Cavaliere si è realmente concluso e che il suo governo, ormai del tutto privo di credibilità interna e internazionale, è davvero al capolinea.

La seconda mossa, di fronte all'offensiva della destra sulle elezioni anticipate, è stata quella di nominare senatore a vita Mario Monti. Cioè proprio il candidato del quale si parla da giorni, come possibile premier di un governo tecnico, di emergenza nazionale, di salute pubblica o di larghe intese secondo le diverse formule possibili. Una scelta di alta classe politica. Sorprendente nella sostanza, ineccepibile nella forma. È certo che Napolitano aveva in animo da tempo di "promuovere" a Palazzo Madama uno degli italiani più stimati nel mondo e più celebrati in Europa.

Ma non può sfuggire a nessuno il significato, non solo simbolico, di questa decisione, presa proprio in questo momento. Il presidente eleva un grand commis al rango di grande saggio della Patria. Trasferisce un autorevole ex commissario europeo nella prestigiosa "riserva della Repubblica" della Camera Alta. In questo modo, crea le condizioni per la sua trasformazione: Monti non ha più solo un ruolo professorale, ma acquisisce una funzione istituzionale. Insomma, non è più solo un "tecnico", ma ora è a tutti gli effetti un politico.

La portata di questa "metamorfosi" è evidente. Se Monti riceverà l'incarico di formare un nuovo governo già domenica prossima (come sembra probabile e auspicabile), la sua investitura avrà una forza completamente diversa. Dal punto di vista politico, Napolitano disarma preventivamente Berlusconi e Bossi, che vedono come il fumo negli occhi un governo "tecnico": se nascerà (e noi speriamo che nasca) quello di Monti sarà un governo politico.

Non è un caso che tra molti esponenti del Pdl, anche a causa del laticlavio senatoriale, la pregiudiziale contro l'ex rettore della Bocconi comincia a cadere. Dal punto di vista finanziario, Napolitano avverte implicitamente i trader e gli investitori, che da questa mattina potrebbero disfarsi ancora di Bot e Btp su tutti i mercati: smettete di vendere, perché l'Italia ha già un nuovo premier in pectore, ed è la personalità più apprezzata dalla "business community".

Non è detto che questo basti, a placare la "fame" degli speculatori. Ma è una condizione necessaria, anche se non ancora sufficiente, a ridare speranza e credibilità al Paese. Perché l'operazione riesca, il nuovo governo dovrà avere una base parlamentare ampia. Non può essere la riedizione, uguale e contraria, della ridotta forzaleghista che ha sgovernato l'Italia in questo ultimo anno, con una maggioranza politica inesistente e una maggioranza aritmetica inconsistente. Servono grandi riforme, e grandi riforme esigono grandi numeri.

Nel centrosinistra (a parte Di Pietro, pronto a portare non si sa dove il suo populismo autoreferenziale) l'asse Pd-Terzo Polo ha condotto al meglio le ultime battaglie, dentro e fuori dal Parlamento, e ora sembra pronto a fare la sua parte. Nel centrodestra (a parte la Lega, pronta a tornare allo stato brado, magico e pre-politico della Padania Libera) il Pdl rischia l'annientamento, orfano com'è del suo padre-padrone. Sarebbe auspicabile che fosse a sua volta pronta a fare la sua parte almeno quella nutrita schiera di parlamentari che non vogliono "morire berlusconiani".

Continuare a vellicare l'idea delle elezioni anticipate, e ad evocare l'immagine a effetto del "voto sotto la neve", è una boutade situazionista buona per il solito salto nello staraciano "cerchio di fuoco". Ma è una pura follia per chiunque abbia conservato un po' di buon senso e di consapevolezza di quanto sta accadendo e può ancora accadere in Eurolandia e sui mercati finanziari. È ora che Berlusconi e i figuranti provinciali e autarchici della sua ex maggioranza riconoscano di fronte al Paese a quali pericoli lo hanno esposto.

Il default, nonostante i fondamentali dell'economia non lo giustifichino, è purtroppo una prospettiva più realistica di quanto si immagini. Sui mercati c'è la convinzione diffusa che l'Italia non ce la faccia. Le grandi banche commerciali (dalla Rbs alla Ubs) dimezzano il loro portafoglio di titoli italiani. Le grandi banche d'affari (da Goldman Sachs a Jp Morgan) smobilitano le posizioni in Bot e Btp. Sul mercato, da giorni, è attiva solo la Bce. Ma ormai non basta. Sulla "carta italiana" domanda e offerta non si incontrano più. Chi prova a vendere non trova compratori.

È il segno che siamo vicini al punto di non ritorno. Tra gli operatori (da Barclays a Witan Investment Trust) si moltiplicano quelli che considerano addirittura inutile, a questo punto, il ricorso alle fatidiche "misure d'urgenza" invocate da mesi dalla Ue, dall'Fmi, dalla Bce. Ormai potrebbe non servire più né un maxi-emendamento né un decreto legge. E potrebbe non farcela nemmeno un premier del calibro di Monti. Se la crisi di liquidità diventa crisi di solvibilità, tutto diventa inutile. Per questo, di qui al cruciale weekend che si avvicina, l'Italia non può e non deve sbagliare un solo passo, di quelli che dovrà compiere per uscire dal vicolo cieco nel quale Berlusconi l'ha cacciata in questi tre anni e mezzo.

Ci aspetta una lunga traversata nel deserto, fatta di sacrifici, di sudore e di sangue. Ma ora che la svolta è vicina, dobbiamo sapere due cose. La prima: nonostante tutto, l'Italia è un grande Paese che ha in sé le energie e le risorse per rialzarsi. La seconda: la responsabilità più grande, del declino italiano di questi anni, pesa sulle spalle del Cavaliere. Dobbiamo ricordarcelo, mentre ci accingiamo a consegnarlo, finalmente, alla notte della Repubblica.

Massimo Giannini (La Repubblica - 10 novembre 2011)


venerdì 4 novembre 2011

Facciamola girare!

Email che ricevo e pubblico volentieri:

"Facciamola girare!

Il giorno 21 settembre 2011 il Deputato Antonio Borghesi dell'Italia dei Valori ha proposto l'abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura in quanto affermava che tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.

Ecco com'è finita:

· Presenti 525

· Votanti 520

· Astenuti 5

· Maggioranza 261

· Hanno votato sì 22

· Hanno votato no 498).

I 22 sono: BARBATO, BORGHESI, CAMBURSANO, DI GIUSEPPE, DI PIETRO, DI STANISLAO, DONADI, EVANGELISTI, FAVIA, FORMISANO, ANIELLO, MESSINA, MONAI, MURA, PALADINI, PALAGIANO, PALOMBA, PIFFARI, PORCINO, RAZZI, ROTA, SCIPOTI, ZAZZERA.

Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera :

Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno - ce ne sono tre - e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità. Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata. Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati. Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato, che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno.

Non ne hanno dato notizia né radio, né giornali, né TV ............... OVVIAMENTE.

Facciamola girare noi !!!"


mercoledì 2 novembre 2011

Passaparola - Perche' hanno ucciso Gheddafi - Massimo Fini

Gheddafi è stato barbaramente ucciso perché le potenze occidentali non potevano permettere che in un processo venissero rivelate le loro corresponsabilità. Il leader libico non era un dittatore isolato. I suoi sostenitori in patria hanno tenuto testa alle forze di attacco NATO per otto mesi in un confronto ad armi impari.

Intervista a Massimo Fini

Perché hanno ammazzato Gheddafi?

Massimo Fini
: Ma credo che ci siano due ragioni, una era la ferocia belluina di questi pseudorivoluzionari libici, l’altra è che comunque l’Occidente non poteva permettersi un processo a Gheddafi perché sarebbero venute fuori tutta una serie di corresponsabilità, soprattutto negli ultimi dieci anni.

Blog
: Per quale motivo è stata attaccata la Libia?

Massimo Fini
: Questa, a un osservatore normale, sembra una roba misteriosa perché fino a due – tre mesi prima Gheddafi era ricevuto in pompa magna non solo da Berlusconi, con i suoi modi naturalmente grotteschi, ma da Sarkozy etc., evidentemente la ragione più evidente è che vogliono impadronirsi del petrolio, fare della Libia un protettorato a cui poi agli indigeni rimarranno le briciole e loro si prenderanno il grosso.
Non si vede altra spiegazione perché non si capisce perché il dittatore accolto appunto in pompa magna con cui si avevano traffici di tutti i tipi fino a due mesi prima, improvvisamente diventa il mostro, tra l’altro proprio la guerra ha dimostrato che Gheddafi non era un dittatore isolato, aveva una sua base popolare consistente sennò non dura otto mesi una guerra così sproporzionata come quella, con la Nato che usa i bombardieri e gli altri che non hanno più contraerea né aerei.. Oltre tutto ha aspetti veramente grotteschi perché era cominciata dicendo “No fly zone” perché Gheddafi non avesse questa superiorità aerea sui suoi nemici e poi è diventato il contrario, che Gheddafi non aveva aerei suoi, ma ce li avevano gli altri. Poi è tutto falso, la cosa era nata per proteggere i civili, ne ha ammazzati più la Nato con i bombardamenti collaterali, e poi anche l’ultimo episodio. che minaccia erano questo convoglio di disperati di 15 – 20 pick-up o quel che erano? Non minacciavano nessuno evidentemente, stavano cercando di fuggire. Quindi è l’arroganza occidentale coniugata con l’ipocrisia sempre crescente dell’Occidente. In questo senso abbiamo fatto passi indietro. Una volta c’erano le potenze, le potenze se volevano una cosa mandavano le cannoniere e se la prendevano, non mettevano alle spalle nessuna ragione morale. Era una cosa intellettualmente onesta, invece adesso si fanno le stesse cose e anche peggio pretendendo di farle in nome dei principi e in nome della morale e in nome dell’etica. Questo mi pare particolarmente schifoso perché la politica di potenza c’è sempre stata, ma qui è come una sorta di planetaria Santa Inquisizione. La Santa Inquisizione metteva i cunei nei piedi delle sue vittime, gli faceva bere pinte di acqua e va beh, però pretendeva di farlo per il bene della vittima. Così siamo noi occidentali oggi!
Blog: I libici potranno diventare delle vittime dell’Occidente?
Massimo Fini: Passano da un servaggio a un altro con la differenza che almeno i primi servaggi erano libici e adesso saranno occidentali. Non si sono rivendicati la libertà da soli. Non sarebbero arrivati da nessuna parte, si sono liberati grazie ai bombardieri della Nato. E quando è così poi si hanno sempre delle conseguenze, in fondo è quello che è accaduto anche in Italia, noi non ci siamo liberati dal fascismo per nostra forza o merito. La Resistenza è stata un riscatto morale di quelle poche decine di migliaia di uomini e di donne coraggiosi che l’hanno fatta. Ma noi ci siamo autoconvinti di avere vinto una guerra che avevamo perso nel modo più vergognoso. Questi equivoci poi hanno delle conseguenze nel corso del tempo. Pensa solo a tutto il fenomeno terrorista che si richiamava alla Resistenza. Siamo diventati un protettorato americano e la Nato è stata ed è lo strumento con cui gli americani hanno dominato politicamente, militarmente, economicamente e alla fine anche culturalmente l’Italia e anche il resto dell’Europa. L’Italia più di altri paesi.
Chi sono i nuovi rappresentanti libici sedicenti rivoluzionari?

Massimo Fini
: Sono tutti ex gheddafiani che hanno cambiato posizione al momento opportuno. Questo mi fa pensare che ci fosse già un accordo in precedenza prima dell’attacco per cui questi sapevano che sarebbe intervenuta la Nato. Altrimenti non si capisce come questo Ministro della giustizia improvvisamente illuminato sulla via di Damasco diventa un ribelle come se, tornando alla storia meno recente, Galeazzo Ciano fosse successo a Mussolini.

Blog: Con la scomparsa dei leader arabi legati culturalmente all' Occidente, c'è il rischio di un pan-islamismo o pan-arabismo che prenda il sopravvento di fronte agli Occidentali?
Massimo Fini: Certamente, praticamente quasi tutta la storia degli ultimi venti anni, soprattutto degli Stati Uniti, è fatta di azioni che poi gli sono girate nel culo, penso per esempio all’attacco a Saddam Hussein che ha favorito tutta la componente sciita dell’Iraq e quindi oggi chi veramente comanda in Iraq sono gli ayatollah iraniani contro cui gli americani combattono dall’85 in vari modi. E questo sì, penso che sarebbe circa una giusta punizione francamente, o comunque perlomeno un avvertimento, a non muoversi con questa violenza, con questa arroganza e con questa pretesa di essere il bene, il poter discernere chi è cattivo, chi è buono etc. che è proprio la pretesa totalitaria dell’Occidente.
Blog: Vede un pericolo nel pan-islamismo?
Massimo Fini: Se continuiamo a rompergli i coglioni sì perché anche tutta questa propaganda verso l’Islam per cui l’Islam deve essere moderato, la donna islamica deve omologarsi a quella occidentale etc. alla fine anche negli elementi moderati dell’islamismo produce un riflesso contrario, una rivendicazione di identità. Mi ricordo un episodio accaduto qualche anno fa in Egitto dove tre annunciatrici della televisione egiziana che mai si erano sognate di mettersi il velo sulla testa sono comparse con il velo, proprio per rivendicare la propria identità e per respingere questo colonialismo anche culturale, niente affatto innocente, dell’Occidente. Ma se tu togli all’Islam il ruolo che la donna ha lì distruggi l’Islam, è peggio che tirargli una bomba atomica! Ecco perché si continua a battere questa cosa, mi ricordo la storia di quella donna iraniana, Sakineh, che era stata condannata alla lapidazione. Certo, la lapidazione è una cosa deprecabile, però in Italia sono comparsi cartelli “Sakineh subito libera”. Ora questa aveva accoppato il marito, è come se uno dicesse “la Franzoni subito libera”.Quindi c’è una sorta di deformazione e “disinformatia” continua e costante nei confronti del mondo arabo, musulmano o dell’Iran che è una cosa diversa ancora e questo non può che avvantaggiare il radicalismo alla fine, se io fossi islamico sarei radicale, credo e temo.
Blog: Ora che il castello di carte sta arrivando alla Siria e forse allo Yemen, è possibile che la NATO e gli USA, oppure delle forze alleate, abbiano come obiettivo l' Iran?
Massimo Fini: È possibilissimo perché sono anni e anni che l’Iran è sotto il mirino, se pensi a tutto il discorso sul nucleare iraniano, beh l’Iran ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare, quando ha aperto i suoi siti ha dato accesso agli ispettori dell’Onu perché venissero a controllare e tutt’oggi da Vienna partono gli ispettori. Si è appurato che questo arricchimento dell’uranio è del 20 per cento, per arrivare alla bomba ci vuole il 90, e nonostante questo ci sono state sanzioni contro l’Iran e una continua minaccia come se questi non potessero farsi il nucleare civile che serve a fini energetici e medici. È come se noi volessimo aprire Caorso, non è la nostra linea, ma poniamo l’Italia volesse riaprire Caorso, dice: “no perché tu in teoria poi potresti farne un’atomica”. È tutto un atteggiamento estremamente aggressivo nei confronti dell’Iran, quindi il prossimo obiettivo dovrebbe essere quello, anche se è un obiettivo difficile nel senso che sì se li buttano cinquanta bombe atomiche lo distruggono. Abbiamo percezioni assolutamente grottesche, l’Iran è una grande cultura. Mi ricordo che quando ero lì anche la prima borghesia non solo conosceva i nostri maggiori, dico Dante, Boccaccio, Petrarca ma parlo di quell’epoca leggeva Calvino, Moravia, insomma noi al massimo sappiamo di Omar Khayyám. Abbiamo sempre questo atteggiamento come se gli altri fossero culture inferiori, il concetto di cultura superiore è la nuova declinazione del razzismo non fatta più nel modo classico perché non si può più fare perché c’è stato Hitler ma è esattamente la stessa cosa.
Blog: La copertura dell’Onu alla Nato apparentemente è stata data nell’attacco, è stata una copertura reale o è stata una messa in scena? Che ruolo ha adesso l’Onu in queste cose?
Massimo Fini: L’Onu, scusate la volgarità, è una cosa che va su e giù come la pelle dei coglioni. Quando gli serve avere la copertura se la procurano e quando non ce l’hanno, com’è stata l’aggressione alla Serbia o l’aggressione allo stesso Iraq non importa, va bene lo stesso. Quindi per me l’Onu non conta niente, del resto questi cinque paesi che hanno diritto di veto basta che si mettono d’accordo loro sono i paesi più potenti del mondo e quindi hanno creato un nuovo diritto internazionale rispetto a quello precedente, un esempio in Libia e prima ancora in Serbia. C’è un principio secondo me sano, sennò diventa una guerra permanente di tutti contro tutti, la non ingerenza militare negli affari interni in uno stato sovrano.
La Cina e la Russia sembra stiano a guardare. Cosa ci dobbiamo attendere in futuro?

Massimo Fini
: Quello che penso è che noi, anche se bisogna ingoiare un brutto rospo che è il genocidio ceceno compiuto prima dai sovietici e poi dai russi, dovremmo avvicinarci molto più alla Russia che all’America. Può darsi che queste rivolte arabe e tutto quanto si estendano finalmente anche a questo regime infame che abbiamo in Italia. Io penso a un’insurrezione di tipo proprio come quella tunisina che è stata la più limpida delle rivolte arabe, è stata violenta ma non armata, in due giorni l’hanno cacciato e secondo me sarebbe possibilissimo anche qui se noi avessimo la vitalità perché poi c’è il fatto che l’età media dei tunisini è 32 anni, l’età media degli italiani è 44,5. Quindi c’è una mancanza proprio di vitalità, poi ci sono attualmente gruppi che si oppongono, fanno il loro lavoro come il vostro (MoVimento 5 Stelle, ndr), come altri più piccoli meno noti etc. però è un discorso culturale soprattutto che prima di potersi espandere ci vorrà tempo, forse troppo tempo.
Blog: Non ci sarebbe il rischio di una ingerenza straniera nel caso ci fosse un cambiamento radicale in Italia?
Massimo Fini: Beh un tentativo di ingerenza ci potrebbe benissimo essere, dubito che da noi se dovesse succedere ci si piegherebbe a una cosa di questo genere perché abbiamo anche una storia un po’ diversa, non credo che accetteremmo protettorati in questo caso però prima bisogna mandare a casa questi e poi ci pensiamo! Questi intendo tutta la classe politica italiana che avrà anche in mezzo qualche brava persona e potrei dire qualche nome, ma che nel complesso è quella che vediamo insomma, da destra a sinistra, peggio la destra, ma insomma siamo lì.

Blog Beppe Grillo




martedì 1 novembre 2011

Enzo Iacchetti VAFFANCULO ALLA POLITICA

Mondadori querela Report - L'inchiesta sul «premier croupier» e sugli interessi di Berlusconi in una nuova società concessionaria

Giochi online, fondi per la ricostruzione e dubbi sui meccanismi di concessione da parte dello Stato. Report svela gli interessi definiti «poco trasparenti» di una società in parte riconducibile a Silvio Berlusconi nel settore dei giochi online. Una società partecipata per il 70% dalla Mondadori, che immediatamente ha annunciato una querela.

L'INCHIESTA - L'inchiesta parte dal decreto legge sull'Abruzzo, che assegna alla ricostruzione post terremoto fondi provenienti dai giochi online. Attività che hanno avuto un grosso sviluppo anche per il ritorno d'immagine dovuto alla finalità benefica. Il servizio di Sigfrido Ranucci andato in onda domenica 30 ottobre ha però svelato che solo una parte dei fondi destinati allo Stato finisce ai terremotati e al commissariato per la ricostruzione. «Le entrate dai giochi sono 500 milioni l’anno - ha riassunto Ranucci - le uscite, circa la metà. Un gioco di parole e il risultato per L’Aquila, a distanza di due anni e mezzo dal sisma, è questo. E non dipende solo dalla carenza di fondi». Si capisce quindi che il business è redditizio. Inoltre anche un'azienda riconducibile alla famiglia del premier si è fatta avanti per conquistare un proprio spazio nel mercato. «L’ultima, è arrivata a giugno - prosegue l'inchiesta - si chiama Glaming. E di chi è la Glaming? Il 30% del Gruppo Bassetti, il 70 di Mondadori, società che è del Presidente del Consiglio». Ma Report parla anche di una fiduciaria, dai titolari ignoti: «Secondo una normativa antimafia andrebbero dichiarati i nomi dei fiduciari», aggiunge Ranucci. «Eppure in questo caso i nomi dei fiduciari sono sconosciuti». La concessione risale a giugno. Le nuove norme sono state emesse a luglio, quindi nessun obbligo. Infine l'inchiesta dà conto dei benefici contabili trasferiti dalla Glaming alla Mondadori, in «difficoltà finanziaria». Ed è su quest'ultimo passaggio che si appuntano le principali contestazioni della Mondadori.

LA QUERELA - La querela contro la trasmissione di Raitre è stata annunciata a stretto giro: «Per tutelare i propri interessi illecitamente lesi, così come quelli di tutti gli azionisti». Il comunicato dell'azienda presieduta da Marina Berlusconi chiarisce qual è, a parere dei legali Mondadori, il passaggio diffamante: «Di particolare gravità per una società quotata sono le affermazioni tese a rappresentare una situazione finanziaria critica, anche a seguito di un presunto risarcimento di 564 milioni di euro alla Cir. Falsità evidentemente volute atteso che sarebbero bastate alcune elementari verifiche per evitarle». La casa editrice specifica che «non è Mondadori ma Fininvest la controparte nel contenzioso con Cir» e che quindi non è a suo carico «l'onere finanziario». Inoltre, prosegue la nota, «la situazione di indebitamento Mondadori non solo non è critica, ma è significativamente migliorata negli ultimi anni come si può facilmente evincere dalla lettura dei bilanci del Gruppo». Infine, secondo la casa editrice, «la tecnica del 'cash pooling' (accentramento presso una società di un gruppo la gestione delle disponibilità finanziarie dell'intero gruppo, ndr) è impropriamente ed artatamente evocata».

LA REPLICA DI REPORT - Milena Gabanelli risponde alle contestazioni della Mondadori rilanciando con una nota e con un video pubblicato su Corriere.it (GUARDA): «La questione più importante è un'altra: è opportuno che, in un momento come questo, in un paese con la più alta evasione, il presidente del Consiglio implementi il gioco d'azzardo, con il quale tanta gente si rovina? E che abbia anche un interesse diretto? Questa è la domanda alla quale occorre rispondere». La conduttrice di Report osserva di non aver «mai detto che Mondadori si è indebitata a seguito al risarcimento Cir, ma che leggendo i bilanci, depositati presso la Camera di Commercio, si vede che negli ultimi 3 anni l'indebitamento con le banche è passato da 75 milioni a circa a 300 milioni di euro». Infine la questione del cash pooling: «Una tecnica finanziaria che viene evocata da un documento interno ai Monopoli che viene mostrato nella nostra trasmissione e fa riferimento a delle modalità in uso a tutte le concessionarie. È un metodo che consente di compensare debiti e crediti bancari tra società diverse appartenenti allo stesso gruppo. Se Glaming e dunque Mondadori non l'hanno usato è solo perché ancora non hanno di fatto cominciato la raccolta». Ma c'è un altro dubbio che la Gabanelli solleva sulla trasparenza dell'intera operazione: «Mondadori è entrata a giugno e si occupa della raccolta dei giochi on line. Ma mentre le norme introdotte dalla legge di stabilità in merito alla trasparenza e ai requisiti di onorabilità dei concessionari che si occupano della raccolta dei giochi fisici sono entrate in vigore a giugno stesso, quelle per le società che si occupano di on line sono entrate in vigore solo da luglio, cioè dopo l'entrata di Mondadori. A firmare la legge, datata 14 luglio 2011 - osserva ancora Milena Gabanelli - è lo stesso presidente del Consiglio insieme con il ministro Tremonti. E questo lo dice lo stesso dirigente dei monopoli intervistato da Report. Se le norme sulla trasparenza e sui requisiti di onorabilità fossero state applicate anche in questo caso, forse la concessione non avrebbe potuto essere assegnata, perché c'è di mezzo una fiduciaria, i cui proprietari sono sconosciuti e perchè il premier è di fatto proprietario al 53% di Mondadori ha in corso un processo per frode fiscale».

Dai cortei alla risata di Sarkozy: la realtà truccata del Tg1

"Ho l’ambizione di ridurre la distanza che spesso divide la realtà virtuale che emerge dai media, a volte autoreferenziale, dalla vita reale coi problemi di tutti i giorni che voi, noi, tutti affrontiamo". "Una distanza per cui oggi i giornali hanno sempre più difficoltà a leggere la realtà e i cittadini non riescono più a leggere i giornali. Come si è visto durante l'ultima campagna elettorale (...) i media si sono occupati di gossip e non di argomenti concreti". Con questa lezione di giornalismo, Augusto Minzolini si era presentato il 9 giugno 2009 agli spettatori del Tg1. Un bel salto in alto per uno che in vent'anni di professione era stimato dai colleghi soprattutto per una specialità del giornalismo, il pettegolezzo sulla vita privata dei politici, sì, proprio l'orrido gossip che il Minzolini dell'epoca rivendicava come suprema missione dei giornali.

La poltrona del Tg1 era arrivata in fondo a una serie di estasiati articoli pubblicati su La Stampa sui miracoli compiuti da Silvio Berlusconi a L'Aquila e dintorni, al cui confronto i mitici cinegiornali dell'Istituto Luce sono un esempio di misura anglosassone. Per avere un'idea, Luca Sofri citava subito dopo la nomina, un singolo articolo di Minzolini su La Stampa, il famoso giorno del predellino: "Silvio Berlusconi tocca il cielo con un dito. Non s'aspettava un successo del genere. Come pure non s'aspettava il veleno, le accuse e gli insulti che gli hanno riversato addosso in questi giorni i suoi alleati. E visto che l'uomo risponde alle difficoltà come un leone, in quattro e quattr'otto, come quando discese in campo, ha deciso di rivoluzionare il campo politico italiano". Seguiva l'intervista, di cui vale la pena di ricordare l'incipit: "Ho l'impressione che lei non sopporti più le accuse dei suoi alleati, che cosa è stato a ferirla di più in questi giorni?".

Ma torniamo alla dichiarazione d'intenti del professor Minzolini. Ed ecco come ha ridotto la distanza fra la realtà virtuale dei media e i problemi concreti.

Seppelliti da una risata - Prendiamo una settimana a caso, la scorsa, dal 22 al 28 ottobre. Quella in cui sui media del mondo, non soltanto i nostri, esplode in tutta la sua gravità il caso Italia. Gli ultimatum dell'Europa, la lettera di Berlusconi, il vertice Merkel-Sarkozy, le polemiche all'interno della stessa maggioranza sull'opportunità che il premier faccia un passo indietro nell'interesse del Paese. L'immagine simbolo della settimana, per tutti i notiziari del mondo, è la risata di Sarkozy e Merkel nella sala stampa di Bruxelles dopo la domanda sull'affidabilità di Berlusconi. Il Tg1 semplicemente la censura. Non compare, non esiste, non risulta. La risata è coperta dalle parole del conduttore, il servizio da Bruxelles parte subito dopo e spiega che c'è stato in effetti un momento d'ilarità, ma soltanto perché il presidente francese si aspettava "una domanda sull'Italia". Ma la domanda era su Berlusconi e non sull'Italia. Avendo censurato la notizia, il Tg1 nei giorni seguenti sarà costretto a non riferire delle moltissime reazioni, comprese quelle di Berlusconi e dello stesso Sarkozy. In maniera incomprensibile, almeno per lo spettatore del Tg1, il 25 ottobre invece Giuliano Ferrara in Radio Londra lancia i suoi strali nei confronti del "ridicolo Sarkozy" e della Francia tutta, in risposta alle "risate su Berlusconi che tutti i telegiornali vi hanno inflitto". Dimentica di aggiungere: tranne quello che avete appena visto.

I veri problemi: la guerra del formaggio - Sempre nella settimana dal 22 al 28 ottobre nei titoli del Tg1 non si trovano tracce di fatti rilevanti come la risalita verso quota 400 dello spread fra titoli pubblici italiani e bond tedeschi o dell'aumento della pressione fiscale in Italia. Il Tg1 è anche l'unico notiziario, compresi quelli Mediaset, a non menzionare la lettera in cui i dissidenti del Pdl chiedono al premier un "passo indietro". La polemica fra Berlusconi e Bossi sulla riforma delle pensioni è molto attenuata, ma offre lo spunto per un paradossale servizio sulla necessità di riforma il sistema pensionistico nella solita, perfida Francia. La quale, s'intende, "sta molto peggio dell'Italia". A dimostrazione della spaventosa crisi francese, il Tg1 per ben tre giorni di seguito informa dal fronte della "guerra del formaggio" fra Italia e Francia, attestando il poderoso sfondamento di gorgonzola e fontina nella risibile linea Maginot eretta dai sordidi cugini intorno al camembert.

Liste di proscrizione e di prescrizione - I nomi di Angela Merkel e Nicholas Sarkozy si aggiungono a una lista di personaggi censurati dal Tg1 che non ha precedenti nelle tv pubbliche del mondo occidentale, dove si trovano capi di stato e artisti, eventi e calciatori, vescovi e terremotati. Il Tg1 dei problemi reali detesta e ignora anzitutto le manifestazioni di piazza antigovernative, cioè tutte. Ma anche quelle dove si contestano altre importanti istituzioni, almeno percepite come tali. Per esempio, la mafia. Infatti la marcia di 150 mila persone a Milano il 22 marzo del 2010, promossa da Libera per ricordare le vittime delle cosche, non merita alcuna notizia. Sono ignorate sistematicamente tutte le proteste dei terremotati abruzzesi, che smentirebbero l'evidenza del miracolo berlusconiano a L'Aquila. Sparisce nel luglio scorso dai servizi anche la manifestazione delle donne "Se non ora quando", al suo posto va in onda un servizio sulla "corsa sui tacchi a spillo", scatenando la lettera di protesta al direttore generale di tredici giornaliste della testata. Le censure sono talmente numerose che ogni tanto il direttore se ne dimentica, al punto da entrare in polemica con un editoriale contro la manifestazione per la libertà di stampa di cui lo spettatore del Tg1 non sapeva nulla.

Fra i nomi illustri dei censurati da Minzolini spicca, per l'idiozia della circostanza, il nome del capitano della Nazionale campione del mondo, Fabio Cannavaro, colpevole di aver replicato, peraltro in modo assai gentile, all'invito a non tifare Italia partito da Renzo Bossi, in arte il Trota. Censurata la regina d'Inghilterra, che al "mister Obamaaaa!" berciato da Berlusconi, risponde infastidita: "Ma perché quello deve gridare tanto?". Il grande regista e premio Oscar Bernardo Bertolucci fa un riferimento alla classe politica italiana nella cerimonia di accettazione della Palma d'Oro di Cannes alla carriera: cancellato.

Il 30 settembre 2010 si tocca il record: viene censurato Silvio Berlusconi in persona, che racconta una barzelletta sulla Bindi con bestemmia finale. Nei giorni successivi scompaiono dal Tg1 le reazioni del mondo ecclesiastico, a cominciare dalla nota dell'Osservatore Romano, ovviamente ripresa da mezzo mondo. A fare le spese del Minzulpop è perfino il più conservatore degli esponenti della chiesa cattolica, il cardinal Bertone, che s'era permesso una larvata critica ai comportamenti privati dei personaggi pubblici.

Un capitolo a parte meriterebbe l'informazione sulle inchieste e i processi riguardanti Berlusconi, i ministri e gli altri esponenti della maggioranza. Ma occorrerebbe un numero speciale di Repubblica. Si va dalla famosa "assoluzione" inventata per il caso Mills, dov'era soltanto scattata al solito la prescrizione, fino al rovesciamento grottesco della condanna a sette anni per mafia a Marcello Dell'Utri in un successo ("Pena ridotta in appello, smontato il teorema dell'accusa"), senza mai usare in tutto il servizio la parola "condanna".

Quanto ci costa il Tg1 di Minzolini? - Dopo aver colmato in tutti questi modi la colpevole distanza dei media con "la realtà di tutti i giorni, i problemi veri", il Tg1 di Augusto Minzolini si è dedicato a colmare molte altre distanze. Per esempio quella degli ascolti fra il Tg1 e il telegiornale de La7, che Minzolini ha ridotto dalla proporzione di 10 a 1 a quella di 2 (scarso) a 1. In due anni il giornalista in rivolta contro i giornali "che nessuno più legge", ma intanto hanno continuato ad aumentare indici di lettura su versione cartacea e Internet, ha fatto precipitare gli ascolti del principale notiziario pubblico del 9 per cento di share, dal 29-31 della la gestione Gianni Riotta al 20-22 attuale. In termini economici, Minzolini costa all'azienda quanto una catastrofe naturale. Ogni punto di share quotidiano vale 25 milioni di euro di pubblicità, dato certificato. Si discute di quanto valga un punto di share in prima serata. Alcuni sostengono due terzi, altri molto di più, visto che la prima serata contribuisce a deprimere l'ascolto dell'intera giornata. Con una valutazione serena e generosa si può arrivare comunque a concludere che la direzione Minzolini faccia perdere alla Rai almeno 150 milioni all'anno, ovvero un settimo dell'intero ricavo pubblicitario. In qualsiasi impresa seria, un gruppo dirigente dotato di un minimo di dignità professionale avrebbe da tempo rimosso la causa di un simile disastro. La masnada piazzata dai partiti alla guida della prima azienda culturale del Paese preferisce invece parlare d'altro. Oppure accettare le comiche spiegazioni del direttore, il quale, dopo aver negato per mesi il calo di audience, ora attribuisce la colpa alla digitalizzazione "che ha polverizzato lo share di tutti i programmi". Peccato che in piena digitalizzazione i programmi di Santoro e della Dandini, per fare due esempi, abbiano guadagnato ascolti. Per questo, infatti, sono stati chiusi.

Curzio Maltese (La Repubblica - 01 novembre 2011)


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)