"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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domenica 18 marzo 2012

In Italia l'ingresso in magistratura avviene attraverso una procedura assai semplice

In Italia l'ingresso in magistratura avviene attraverso una procedura assai semplice, in qualche misura singolare. È necessario, avendo i requisiti di base (laurea in giurisprudenza, età, assenza di precedenti penali significativi), vincere un concorso per esami ai posti che di volta in volta il Consiglio superiore della magistratura pone a disposizione, essendo venuta meno, per le più svariate ragioni, la relativa copertura. Il concorso si articola in tre prove scritte (diritto civile, penale e amministrativo, con riferimenti di diritto romano per il primo tema, e delle relative procedure per tutti) e in una lunghissima prova orale, che comprende una decina di materie, cui può accedere soltanto chi ha superato gli scritti.
La selezione è rigorosissima, perché a ogni concorso, tramite il quale sono banditi ogni volta circa duecento posti, partecipano migliaia di candidati. I giochi si decidono in massima parte nella prova scritta, assolutamente anonima, perché le commissioni, composte di magistrati e professori di diritto, di regola sono orientate ad ammettere agli orali un numero di candidati pari, o solo leggermente superiore a quello dei posti disponibili. Questo non esclude che varie persone siano dichiarate non idonee nel corso degli orali, ragion per cui può capitare che i vincitori del con-corso non coprano tutti i posti disponibili.
I magistrati sono circa ottomila e ormai - esauritisi, per raggiunti limiti di età, i cosiddetti togliattini, assunti poco dopo la fine della guerra per reclutamento straordinario e così chiamati dal nome del ministro della giustizia dell'epoca - tutti diventati tali a seguito di concorso.
La semplicità della procedura è evidente. La singolarità è duplice: da una parte sta proprio nella semplicità, perché basta il concorso per diventare magistrati (al contrario di quel che avviene in molte altre parti d'Europa e del mondo); dall'altra è nella assoluta indipendenza del metodo, che non consente selezioni basate su altro che non sia la capacità. L'anonimato che caratterizza le prove scritte costituisce una garanzia notevole, anche se non assoluta, di impermeabilità a condizionamenti esterni della commissione esaminatrice.
Il concorso è interminabile, dura in media intorno ai tre anni.
Ho iniziato l'iter per diventare magistrato nel 1971 e l'ho terminato nel 1974. Che il concorso richiedesse un impegno e una preparazione fuori dal comune l'avevo capito già prima di affrontarlo. Convinto di poter mettere a punto la mia preparazione contemporaneamente lavorando, ero riuscito a farmi assumere da una compagnia di assicurazioni, dove ero incaricato di controllare, insieme ad altri colleghi, il lavoro dei liquidatori, e cioè di coloro che constatano i danni e materialmente li risarciscono a chi li ha subiti.
Non essendo capace - credo per natura - di svolgere l'attività con distacco, uscivo dall'ufficio tutte le sere distrutto e disgustato. Distrutto perché i ritmi di lavoro erano frenetici, disgustato perché la bravura consisteva nel rinvenire sistemi che potessero consentire alla compagnia di non risarcire il danno: mi è sempre piaciuto essere bravo, ma mi metteva in conflitto esserlo, come accadeva, a discapito delle persone più deboli.
Insomma, l'intenzione di studiare la sera non era mai diventata concreta, e l'esperimento, che pure avevo tentato, di partecipare al concorso avvalendomi delle sole conoscenze universitarie, completamente fallito.
Quindi mi dimetto, e passo il mio tempo a studiare fino agli scritti del concorso successivo, sbarcando il lunario, la mia moglie di allora e io, con i lavori più strani e più saltuari (e con un non trascurabile aiuto dei rispettivi genitori). Fatti gli scritti (che li avevo superati lo saprò un anno dopo), inizio a frequentare il palazzo.
Erano gli anni delle bombe e degli scontri di piazza.
Dal dicembre 1969, da piazza Fontana, una continua escalation: il 31 maggio 1972 una bomba inserita nel cofano di una Cinquecento fa saltare per aria alcuni carabinieri a Peteano, vicino a Trieste, provocando la morte di tre persone; il 17 maggio 1973 sulla porta della Questura di Milano un altro eccidio, un'altra bomba, e i morti sono quattro; il 28 maggio 1974 a Brescia un ordigno, collocato in un cestino della carta straccia in piazza della Loggia, fa un'altra strage nel corso di una manifestazione sindacale, otto morti; il 4 agosto dello stesso anno un'ennesima bomba, piazzata su un treno, stronca la vita di dodici persone in una delle gallerie che uniscono Firenze a Bologna. Oltre agli attentati che falliscono, alle bombe che fortunatamente non esplodono, o non provocano danni, su altre tratte ferroviarie, sempre intorno Firenze.
Più o meno in quel lasso di tempo, nel corso delle manifestazioni di piazza organizzate dalle destre estreme, dagli eredi del fascismo, piuttosto che dalle sinistre anarchiche e pseudorivoluzionarie, muoiono a Milano il giovane Saverio Saltarelli, colpito dalle forze dell'ordine, Antonio Marino, agente di polizia dilaniato da una bomba a mano, Giannino Zibecchi, travolto da un camion dei carabinieri. Il giovane Sergio Ramelli, estremista di destra, viene sprangato a morte da rivali dell'opposta fazione.
Il 17 maggio 1972 è stato freddato a colpi di pistola Luigi Calabresi, commissario di polizia, quasi un'esecuzione per la pretesa responsabilità della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, ingiustamente coinvolto nelle indagini per la strage di piazza Fontana. E tanti, tanti altri perdono la vita in scontri di piazza, attentati, agguati, a Milano, a Roma, a Pisa, un po' ovunque.
Prima ancora, nel dicembre 1968, la polizia aveva sparato sui braccianti ad Avola, in Sicilia, causando due morti, e un episodio analogo si era verificato poco dopo, nell'aprile 1969, a Battipaglia, in occasione di uno sciopero del tabacchificio locale. La violenza, "politica e non", non avrebbe più lasciato l'Italia e l'Italia cominciava (o continuava) allora a dividersi.
Forse più del Sessantotto, erede del maggio francese, influenzavano quegli anni l'atteggiamento e la forza dei sindacati, che avevano portato in piazza non soltanto gli operai e per rivendicazioni non soltanto economiche. Il progredire delle parti più de-boli della società era osteggiato pesantemente dall'estrema destra, protetta da consistenti parti deviate dei servizi di sicurezza, ed era reso difficile dagli sbandamenti della sinistra anarcoide sempre più violenta.
Sempre in quegli anni le piazze cominciavano a essere frequentate anche da cortei di borghesi, che si autodefinivano "maggioranza silenziosa", e avevano buone possibilità di inserirsi tra i vari estremismi e rivendicare, pur non avendone titolo, di rappresentare la maggioranza del paese. Questi borghesi si facevano credere, pur senza esserlo, "il centro politico" della nazione, la maggioranza dei cittadini, e lamentavano di non essere considerati perché meno "rumorosi" delle forze che fino ad allora erano scese in piazza.
Il fermento, le assurdità, qualche volta persino i fanatismi dell'epoca si riflettevano all'interno della magistratura.
Nella vita della repubblica la magistratura italiana ha avuto una storia a dir poco vivace. Monolitica e impregnata di una cultura formale dell'indipendenza ma, dal punto di vista sostanziale, spesso inconsapevolmente ossequiente nei confronti degli altri poteri, sottomessa economicamente (si dice non fosse raro, negli anni cinquanta, incontrare giudici con i buchi nelle scarpe), all'inizio, nella stragrande maggioranza dei suoi componenti, viveva isolata nella torre d'avorio che si era costruita e spesso si rifiutava di conoscere la realtà che la circondava.
Gli alti gradi mantenevano atteggiamenti ispirati al modello gerarchico, così forte in epoca fascista, facilitati dalla lentezza esasperante dell'adeguamento delle leggi esistenti alla Costituzione. La possibilità di progredire nella carriera soltanto attraverso esami e ulteriori concorsi uniformava i personali convincimenti giuridici a quelli della Cassazione, e cioè a quelli dei giudici più anziani che, pur non piegandosi, ave-vano consentito che la loro professione convivesse col fascismo.
La storia della magistratura italiana, di molti dei suoi componenti, si è sviluppata attraverso le modificazioni interiori di coloro che ne fanno e ne hanno fatto parte e attraverso il "rimpiazzo" delle idee e dei modi di essere di coloro che se ne sono allontanati per aver raggiunto la pensione, per morte, per aver cambiato lavoro, con le idee e i modi di coloro che via via sono subentrati. È la storia di una tensione crescente, benché contraddittoria, discontinua, non sempre univoca, verso la realizzazione dell'indipendenza sostanziale dagli altri poteri: istituzionali (come il legislativo e l'esecutivo) e non, come il consenso, il denaro, il potere. Un cammino che ancora oggi non è compiuto fino in fondo, perché molti, e da parte di molti, sono i passi da fare per giungere alla completa emancipazione; un cammino che nei primi anni settanta viveva contemporaneamente le maggiori accelerazioni e le maggiori difficoltà.
Superati gli scritti, tramite amici comuni ho conosciuto i primi futuri colleghi. Le mie idee sulla vita erano abbastanza chiare, e mi era abbastanza chiaro come avrei interpretato la mia professione: avevo, e mantengo, un paio di convinzioni profonde - uguaglianza e proporzione - che coincidevano esattamente con l'ispirazione di fondo della Costituzione della repubblica.
I magistrati, associati in una loro organizzazione nazionale contemporaneamente sindacale e culturale, erano allora divisi in quattro correnti, "scuole di pensiero" sul modo di intendere la professione e altro, e io ritenni di frequentare fin da subito Magistratura democratica, quella definita più a sinistra, perché immediatamente mi parve, dopo averla conosciuta dall'esterno attraverso gli scritti dell'epoca (articoli, riviste, pubblicazioni), esprimere i contenuti più vicini alle mie idee. Ciononostante, è stato quasi casuale che i primi futuri colleghi incontrati aderissero a Magistratura democratica. Conoscere qualcuno, e cominciare a frequentare le assemblee, e cioè le riunioni in cui gli iscritti e i simpatizzanti discutevano degli argomenti più vari, è stato tutt'uno. Ed è stato tutt'uno constatarne immediatamente la profondità e gli eccessi.
Anche la nascita delle correnti è il risultato della crescita della magistratura dal fascismo ai giorni nostri. All'inizio non ne esistevano, mentre esistevano due associazioni distinte e separate a livello nazionale, l'Unione magistrati italiani e l'Associazione nazionale magistrati italiani.
Della prima non ha neanche senso parlare perché, raccogliendo i magistrati più anziani, si è prima assottigliata ed è poi scomparsa con il venir meno dei suoi componenti originari, che non hanno avuto che occasionali e sporadicissimi ricambi. L'altra, l'associazione, raduna ormai tutti i magistrati che hanno ritenuto opportuno aderire a un organismo rappresentativo. Essa ha avuto e ha tuttora una vita interna travagliata, ma assai intensa, perché la continua evoluzione del costume e del modo di intendere la magistratura ha creato aggregazioni di magistrati (appunto le correnti) assai mutevoli, in quanto frutto di scissioni, unificazioni, ulteriori scissioni e altre unificazioni e così via, fenomeni legati al cambiare delle idee, degli interessi sindacali, qualche volta del modo di intendere il mondo, raramente (ma è successo anche quello) delle ambizioni dei relativi esponenti di maggior spicco.
Allora, nei primi anni settanta, la mappa delle correnti era la seguente. Magistratura indipendente, la più conservatrice, aggregava al proprio interno soprattutto gli eredi dell'UMI. Un suo leader sarebbe stato espulso dalla magistratura a seguito della scoperta della P2, mentre un altro avrebbe preferito dimettersi ed evitare così il giudizio (lo scandalo avrebbe coinvolto altri colleghi, anche uno appartenente a Magistratura democratica, ma a livello meno grave). Magistratura indipendente era allora maggioritaria e, dato il sistema elettorale esistente a quel tempo, i suoi componenti detenevano la maggioranza assoluta nel Consiglio superiore della magistratura. C'erano poi Terzo Potere, più caratterizzato per la natura sindacale che non per le idee; Impegno costituzionale, dalla natura molto ideale ma anche, per certi aspetti, assai tradizionale; e, ovviamente, Magistratura democratica. Ciascuna corrente aveva vita propria, scandita soprattutto dalle assemblee, nel caso delle più caratterizzate dal dibattito delle idee, piuttosto che da costosi convegni, nel caso delle più conservatrici o sindacalizzate.
Profondità ed eccessi, senso dello stato e interessi di casta, o solo di ceto sociale: com'erano diverse, allora, le correnti!
Esistono due modi distinti d'intendere le professioni e i mestieri, qualunque essi siano. C'è chi pensa che il proprio lavoro debba servire anche agli altri, e chi ritiene che debba servire soltanto a se stessi. In alcuni mestieri, per le loro stesse caratteristiche la differenza si esaspera: ciò si verifica soprattutto quando la professione consiste nell'esercizio di una funzione pubblica, perché la differenza in questo campo è tra il ritenere di svolgere un servizio, anche tecnicamente, e il pensare di esercitare un'attività a proprio favore. Non vorrei essere frainteso, e che si intendesse il "servizio"
come una specie di missione, lo si facesse coincidere con il sacrificio e la rinuncia: prestare un servizio non esclude, e non è conflittuale, con l'aspirazione a un'adeguata retribuzione, con l'assunzione di incarichi direttivi, con la dignità, anche estetica, del proprio posto di lavoro. Comporta, però, che il proprio personale interesse sia subordinato al servizio. Comporta, cioè, che il compenso e il prestigio che derivano dalla professione, la carriera, non siano in conflitto con il servizio che si rende tramite la professione stessa.
Non credo esista una coincidenza tra la partecipazione all'una piuttosto che all'altra corrente e la presenza, o meno, di spirito di servizio. Certo, in qualche corrente si sono ritrovati più facilmente coloro che hanno cercato nella magistratura la soluzione ai propri problemi di potere, economici, o altro, ma non mi è mai parso che sia la corrente di per sé a determinare tali situazioni.
Piuttosto, esistono diversità forti dipendenti dalle sensibilità: verso la Costituzione e la sua attuazione; verso la persona, anche quando autrice di reati; verso il sistema carcerario, in Italia da sempre, e anche ora, disastroso.
All'epoca gli aderenti a Magistratura democratica erano dai più considerati delle specie di sovversivi, nella stragrande maggioranza dei casi solo a causa della loro sensibilità nei confronti della società. Magistratura democratica era molto organizzata, e cercava di portare avanti una proposta di interpretazione della legge che consentisse la massima attuazione della Costituzione, specialmente nel campo dei diritti della persona e della vivibilità dell'ambiente. Gli eccessi nell'ambito professionale esistevano sia circa l'interpretazione della legge, sia circa l'elaborazione di un sistema che da interpretativo della legge poteva diventare ideologicamente orientato, sia circa le modalità di intervento, ma erano in genere marginali. Anche in Magistratura democratica poteva non esistere, nelle singole persone che vi aderivano, il senso delle istituzioni e dello stato. Chi non l'aveva tendeva a strafare, e poteva succedere che assumesse posizioni, che mantenesse comportamenti non coerenti, se non addirittura in contrasto, con la propria funzione di magistrati.
Soprattutto per questo Magistratura democratica era criticata, e i suoi aderenti erano accusati di essere "politicizzati", cioè di strumentalizzare la propria professione a fini politici. Si coniarono definizioni come "pretori d'assalto", con le quali si indicavano i giudici a volte più disinvolti nell'individuare illeciti in attività consentite anche se dannose per la collettività, ma di solito professionalmente assai preparati e attenti a curare l'applicazione di norme che, ponendo divieti per i ricchi e i potenti, sembravano sovente essere cadute in disuso.
Ed era "politicizzata", Magistratura democratica, perché molti al suo interno pensavano. Non è mai piaciuto, al potere, un magistrato che pensa. Non è mai piaciuto nemmeno a tanti magistrati, pensare. Perché, tante volte, pensare, mette in crisi il proprio operato, toglie l'alibi della norma, che va rispettata e basta, tutto il resto sono problemi che non riguardano né il magistrato né tanto meno la sua coscienza.
Che ironia quell'accusa di politicizzazione rivolta a Magistratura democratica! Consapevolmente o meno, tanti magistrati che le erano estranei avevano fatto politica, non tanto perché frequentassero gli studi, i gabinetti e i salotti di personaggi politici di spicco, le stanze di chi stava al potere, quanto perché le loro decisioni erano influenzate dalla forma mentale, dalle ricadute culturali che quelle frequentazioni causavano, o più spudoratamente uniformavano tout court tali decisioni ai desideri dei potenti.
Un altro termine, "collateralismo", coniato allora e usato a senso unico nei confronti di Magistratura democratica sempre per screditare e in qualche modo minare l'autonomia dei suoi aderenti agli occhi dell'opinione pubblica, sarebbe stato invece perfetto per descrivere quelle situazioni, quegli intrecci, quelle elargizioni di favori, quegli "aggiustamenti" che erano in realtà, all'atto pratico, la specialità di altri colleghi. Colleghi che, ovviamente coloro che traevano vantaggio dai loro comportamenti, chiamavano indipendenti.

Gherardo Colombo (Il Vizio della memoria - 1996 - Feltrinelli)

L’ABC dell’inciucione

Prove di inciucio in occasione dell’incontro fra la “strana” maggioranza e il presidente del Consiglio Monti. Il Pdl sembra incassare la conferma della Gasparri sulla Rai e riesce a riesumare il vecchio bavaglio alle intercettazioni in cambio di qualche emendamento alla legge anticorruzione, compreso quello che modifica il reato di concussione, con il possibile stop al processo Ruby.
Casini incassa un embrione di Grande Coalizione in chiave democristiana.
Bersani, col sorriso sulle labbra, incassa la perdita dell’articolo 18.

L’ABC dell’inciucione

Burattini screditati
con i fili manovrati
da un anzian che sta su un Colle,
pupazzetti con le molle,

l’ABC con il padrone
han provato l’inciucione
l’altra sera nel Palazzo,
senza il minimo imbarazzo.

Del premier nella dimora
Berlusconi ha vinto ancora.
Alla Rai si è sì accennato,
ma il problema è accontonato:

la Gasparri è una gran legge
che la Mediaset protegge
e anatema sia a chi parla
di poter presto cambiarla.

Sull’articolo diciotto
fu durissimo il cazzotto:
lo si cambia alla tedesca,
senza che il Pd riesca,

con Bersani e i suoi soloni,
a capir perché Sacconi,
agitando una cesoia,
stia saltando per la gioia.

La giustizia andò ancor meglio:
Mister Quid, a un tratto sveglio,
ha concesso di emendarla
sol per finta e con la ciarla

Eccezion: la concussione
che, in onore del padrone,
va abolita in tutta fretta
cosicché la ragazzetta

che ha causato il patatrac,
dell’egizio Mubarak
torni ad esser nipotina.
Ed ha in cambio la leggina

che ai giornal mette il bavaglio:
Berlusconi va a bersaglio.
Senza alcun tumulto in piazza
il potere si sbarazza

del controllo della gente,
la qual non saprà più niente
di intrallazzi, corruzione,
spinte alla prostituzione,

magiòn possedute a caso,
hard massaggi a Bertolaso,
rubalizi, peculato,
trattative mafia-Stato

e delitti delle cricche.
Se aggiungiamo a queste chicche
quella legge chiavistello
che Violante e Quagliariello

zitti zitti stan studiando
per poter mettere al bando
chi si oppone alla congrega,
l’Idv, la Sel, la Lega,

formazion liberticide,
il futuro ci sorride.
Come vuol Napolitano
potrà avere ogni italiano

la sua Grande Coalizione
e la pubblica opinione,
in onor del Presidente,
farà come fosse niente.

Ecco nuovamente in vista
la melassa democrista,
per la gioia del caimano
che, dal carcere lontano,

alimenta l’idea folle
di salir sull’alto Colle.
Per la gioia di Casini
e di tutti gli oni e gli ini

che rovinano il Pd.
Per l’umiliazion di chi
otterrà solo il suo vuoto
per aver sbagliato foto:

fu una decision da pazzo
voler quella del Palazzo
e, con gesto assai nefasto,
buttar via quella di Vasto.

Carlo Cornaglia (Il Fatto Quotidiano - 18 Marzo 2012)

I Tre dell’Ave Mario

A furia di citare la foto di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola per dire che gli intrusi erano Di Pietro e Vendola, è stata scartata a priori l’ipotesi che dei tre quello sbagliato fosse Bersani. Ipotesi che assume una certa pregnanza alla vista della foto di Casta, twittata da un gaio Piercasinando durante l’inutile vertice con Monti.

La foto di gruppo lo ritrae in compagnia del resto della Trimurti, anzi della Trimorti a giudicare dal consenso di cui godono i rispettivi partiti: l’implume Angelino Jolie e il solito Bersani, che sta diventando un po’ come Zelig e Forrest Gump: fa capolino in tutte le foto (anche in quelle dei matrimoni). Eccoli lì, sorridenti e giulivi davanti al fotografo, Casini, Alfano e Bersani, ma anche Casano, Bersini e Alfani, ma anche Alfini, Bersano e Casani. La Trimorti è uscita finalmente dalla clandestinità, dopo tre mesi di incontri clandestini in tunnel, catacombe e suburre umidicce e infestate da cimici e pantegane, e ha trovato il coraggio di fare outing sul loro ménage à trois: ebbene sì, i tre dell’Ave Mario si amano e rivendicano i loro diritti di trojka di fatto.

Un tempo la politica si faceva nelle piazze, poi traslocò in televisione. Ora invece va avanti a colpi di foto e photoshop. Da quando i partiti sono appunto partiti senza più dare notizie di sé, per avvertire i loro cari di esser ancora vivi i presunti leader postano ogni tanto un autoscatto. Prossimamente manderanno una cartolina da Venezia. O magari da San Vittore, a giudicare dall’imperversare degli scandali e delle inchieste un po ’ in tutta Italia, su tutti i partiti, vecchi e nuovi, di destra di centro e di sinistra. Ormai parlare di indagini è riduttivo: questi sono rastrellamenti.

Li stanno andando a prendere l’uno dopo l’altro. Presto si esauriranno anche le riserve di manette ed esploderanno i cellulari (intesi come mezzi di locomozione): ci vorrà l’accalappiacani. In attesa della prossima retata, i partiti si difendono come possono. Più gli elettori si allontanano, più i politici si avvicinano, in quel Partito Unico Nazionale (Pun) che ha rinunciato pure agli ultimi pudori. Più che un inciucione, un partouze che compravende tutto: giustizia, Rai, frequenze, welfare, legge elettorale, Costituzione. Basta grattare un po’ la foto di Casta per scoprire che è tutto finto. Per evitare il linciaggio dagli eventuali elettori rimasti, Bersani giura che il Pd non parteciperà alla spartizione della Rai, ma in realtà è già d’accordo con gli altri due, dietro il trompe l’œil delle “personalità indipendenti” (tutti ottuagenari fossili da Jurassic Park). Alfano dà il via libera alla legge anticorruzione, in realtà già sa che la Convenzione di Strasburgo verrà svuotata, mentre le sole leggi sulla giustizia che passeranno sono: l’ammazza-giudici sulla responsabilità civile diretta e personale (unica al mondo); l’ammazza-intercettazioni e imbavaglia-stampa modello Mastella; e l’ammazza-concussione per salvare B. anche dal processo Ruby con la gentile collaborazione del Pd che l’ha addirittura proposta.

Intanto in Cassazione si provvede a tener buone le Procure di Palermo e Caltanissetta, così imparano a indagare su stragi e politica: ma non l’hanno ancora capito che le trattative Stato-mafia si chiamano “grandi intese”? Sulla legge elettorale i partiti dicono che manca ancora un quid, ma in realtà sono già d’accordo per eliminare con sbarramenti e altre lupare bianche i pochi partiti e movimenti non allineati. La Camusso dice che l’accordo sull’articolo 18 ancora non va bene, in realtà lo sanno tutti che la Cgil è già d’accordo da un bel po’, perché così vuole il Pd, e il Pd è d’accordo perché così vuole il Quirinale. E, se qualcuno protesta, è pronta la scusa: “Ce lo chiede l’Europa”. Da questo vortice di vertici, da questo partouze a base di foto, cartoline, finzioni, tavoli e teatrini, resta fuori un piccolo dettaglio: gli elettori.

Ma che saranno mai 45 milioni di italiani. Basta rafforzare le scorte dei politici. E non perché siano minacciati dai terroristi o dai mafiosi (ma quando mai): è che rischiano di incontrare un elettore.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano - 17 marzo 2012)

Bruce Springsteeen parla all'SXSW

Ci sono cose che bisogna fare. Se si è appassionati di musica, se si ama il rock, si si pensa di avere ancora bisogno di parole, di sentimenti, di ricordi, di pensieri, di cervello, di passione, di anima, di rock. Ebbene dovete prendere una sedia, mettervi comodi, spegnere il cellulare e ascoltate il “keynote” di Bruce Springsteen all’SXSW di Austin, Texas. Springsteen racconta di se, ma parla di noi, parla della musica, delle musiche, del rock di ieri e di oggi, di sogni speranze e realtà. E’ il “Presidente” della nostra ipotetica repubblica e fa l’immancabile “discorso alla nazione”. E racconta perché la musica di ieri era fantastica, perché la musica di oggi è fantastica, perché la musica è fantastica. Racconta cosa fanno le canzoni, cosa ci fanno, cosa ci hanno fatto, perché sono importanti, spesso più dei libri, spesso più di ogni altra cosa. Racconta perché gente come me e voi è al mondo oggi e fa quello che fa, ed è quello che è.



E se non capite l’inglese ecco alcuni estratti del discorso, dal pezzo che Giampiero DI Carlo, il boss di Rockol che, fortunato, è ad Austin, ha pubblicato sul sui sito

15 mar 2012 – Tocca a Bruce Springsteen il keynote dell’edizione 2012 del “South by SouthWest” in corso a Austin. All’interno della stipatissima Ballroom D dell’Austin Convention Center, preceduto da una breve esibizione della figlia di Woody Guthrie (del quale il SXSW celebra il centenario della nascita) e del colombiano Juanes, Springsteen (che stasera si esibirà ad Austin in un concerto riservato a 2.500 spettatori, serata di riscaldamento dell’imminente tour che partirà da Atlanta due giorni dopo, domenica 17 marzo), ha preso il palco alle 12.30, accolto da un boato da parte del pubblico.
“Keynote? Non so che ci faccio qui a quest’ora, qualsiasi musicista decoroso dovrebbe essere addormentato – come probabilmente sarò io tra poco”. La versione di Bruce Springsteen di un keynote, si capirà immediatamente, è un misto tra un sermone, un rock and roll show e una lezione di storia della musica. In un discorso inframezzato da brevi pezzi alla chitarra acustica, il Boss traccia in 50 minuti la traiettoria della sua carriera, pescando a piene mani dai ricordi, facendo uso abbondante di autoironia e con un solo obiettivo: svelare al pubblico il potere e l’importanza della musica a prescindere da stili, generi, epoche e interpreti.
“Quando nel ‘64 presi in mano la mia prima vera chitarra, c’erano in giro poche chitarre (non credo che ne avessro costruite abbastanza) e poche band: avevamo alle spalle solo dieci anni di storia del rock, un’inezia, come dal 2002 a oggi. Gli stili si confondevano e sovrapponevano, non c’era l’abbondanza che troviamo oggi nelle vie di Austin”. Springsteen inizia a elencare una sequenza di generi, sottogeneri, nicchie, tag e categorie che dopo pochi minuti diventa esilarante per la sua stessa esistenza e il suo nonsenso (”‘Nintendo Core’?!? Ma che sarebbe?”), ed è l’introduzione che gli serve per ricondurre la sua idea di musica a pochi fondamentali concetti e tappe della sua vicenda artistica. “Voi avete i vostri eroi, io ho i miei” è l’incipit di una serie di una dozzina di istantanee di prima mano. “Ricordate che in decenni di musica, l’unico elemento di coerenza rimane il potere della creatività, la purezza dell’espressione: vale per il punk e per la dance, gli strumenti che utilizziamo non sono rilevanti. Viviamo in un mondo post-autentico, dove ciò che conta alla fine della giornata è ciò che resta quando spegni la luce per andare a dormire”. La catena dei ricordi comincia negli anni ‘50: “Ogni musicista ha il suo momento di genesi: il mio fu Elvis in tv all’Ed Sullivan Show. Con Elvis mi fu chiaro che si poteva usare il potere dell’immaginazione per trasformare se stessi, per trascendere le origini e le costrizioni dalle quali provenivi. La televisione e l’informazione visiva hanno cambiato tutto. Quando Elvis si muoveva, all’improvviso potevi capire cosa stava succedendo nei suoi pantaloni. Elvis e la TV ci diedero pieno accesso a una nuova forma di linguaggio e un nuovo modo di pensare al sesso, alla vita, alla politica. Una volta comparso Elvis, il genio non potè più essere infilato nella lampada. Presi a imitarlo. Allo specchio, naturalmente. Lo faccio ancora (perché, voi no…?)”. Qui Springsteen comincia a cucire gli stili e a ripercorrere le sue influenze fondamentali. “Prima di Elvis c’era il doo wop, lo ascoltavio sulla radiolina a transistor in cima al frigo. Il doo wop, la musica più semplice, sesso allo stato puro, come ascoltare il suono dei reggiseni che venivano sganciati in tutta l’America, il ricordo delle palle livide di dolore dopo avere ballato un lento – ma era un dolore meraviglioso”. Chitarra acustica in mano, Springsteen si produce nella tipica progressione degli accordi doo wop che trascende in un suono che è tanto springsteeniano, giusto per dimostrare dove ha “rubato” la sua musica. “Poi vennero gli anni Sessanta, ma prima ecco Roy Orbison. Lo sfigato più figo che abbiate mai incontrato. Uno che affondava il coltello nel ventre dell’insicurezza adolescenziale. Bastavano certi suoi titoli e certe sue parole… ‘Running scared’… ‘Paranoia’. Roy Orbison mi fece capire che la vita è una tragedia intervallata da momenti di gloria. Quei momenti non sono la vita, ma la pop music… Ed ecco Phil Spector, il wall of sound: i suoi dischi suonavano quasi come caos, il rumore che sprigionava… Se Roy era l’opera, Phil era la sinfonia. Tre minuti di orgasmo seguiti dall’oblio”. La cronaca del rock continua: “Nei primi anni Sessanta arrivò il momento della British Invasion. Era tutto diverso da Elvis e dagli altri. Erano i Beatles, quattro ragazzi che si scrivevano e suonavano da soli le proprie canzoni. Erano cool, classici e formali. Sembravano irraggiungibili. Poi un giorno vidi le loro foto ai tempi del Cavern, avevano capelli impomatati e giubbotti di pelle, visti così non erano più tanto diversi da noi. Erano ragazzi. Per me fu illuminante, mi dissi: allora c’è un modo per arrivare da qua a là. Mi interessa, voglio lavorarci. Ma il mio gruppo fondamentale di quel periodo furono gli Animals: energia, coscienza di classe, era la prima volta che mi imbattevo in qualcosa di simile. ‘We’ve gotta get out of this place’, sentite (e lo suona con l’acustica): era tutto quello che serviva. Mi colpirono profondamente. E poi erano un gruppo senza membri carini, erano la band più brutta del mondo. Nessuna simpatia. Tipo: è la mia vita e faccio quello che mi pare. Eric Burdon non credo abbia mai avuto la faccia da giovane, non sapeva ballare, sembrava un gorilla vestito, non capivi come quella voce potesse uscire dal corpo di un diciassettenne. Gli Animals furono la band più meno apologetica fino all’avvento dei Sex Pistols. A proposito, i Sex Pistols erano spaventosi, non scioccanti – è una cosa diversa. Spaventosi. Comprai un mucchio di dischi punk all’epoca”. Ma prima di addentrarsi nel ‘77 e dintorni, Springsteen fa un passo indietro, fondamentale per il suono della E Street Band. “La musica soul. Gente che cantava ‘ho imparato a fare l’amore prima di imparare a mangiare’… Non era il mio caso, eh. Era musica da adulti, che era cantata da soul men e da soul women, non da teen idols. Dalla Motown al genere più impegnato di Curtis Mayfield. E’ dal soul che ho tratto la mia arte, ho imparato da loro a cantare, a suonare, ad arrangiare, a stare sul palco, a condurre una band”. E’ una sequela di aneddoti, ormai: “A un certo punto io e altri come Elliott Murphy eravamo tutti ‘nuovi Dylan’. E Dylan aveva solo 30 anni! Non volevo essere un nuovo Dylan, ero concentrato a suonare notte dopo notte dopo notte. E’ così che la gente impara a riconoscerti, il tuo biglietto è la tua stretta di mano”. E James Brown? “Il più grande di sempre sul palco, al T.A.M.I. Show sfondò il culo agli Stones. Ma dico, come fai a salire sul palco dopo James Brown? E io adoro gli Stones, ma devi essere un pazzo. Sul palco dopo James Brown? Ma no, vai a casa! James Brown è sottovalutato tuttora”. Tocca a Bob Dylan: “Quando arrivò Bob, ci diede finalmente le parole che mancavano. Sapevamo che c’era qualcosa da esprimere, ma non esisteva ancora un linguaggio perchè un giovane potesse dare verbo a quello che sentiva. ‘How does it feel to be on your own’… Esattamente: se eri un adolescente negli anni ‘50 e ‘60 eri proprio da solo, era così che ti sentivi, perchè i tuoi genitori non riuscivano a comunicare con te in un mondo che stava cambiando del tutto. Bob ci diede le parole e ci trattò da adulti”. E come si passa da Elvis a Hank Williams? “Quando avevo quasi trent’anni sentii di volere crescere, avevo il desiderio di scrivere su temi da adulti, quindi rivolsi la mia attenzione al country. Passai ore ad ascoltare Hank Williams, e impiegai molto a decodificarlo. All’inizio fu difficile comprenderne la grandezza, ma poi ci arrivai, capii la sua bellissima semplicità e se prima mi suonava solo arcaico, alle mie orecchie diventò meraviglioso. Ero attratto dal fatalismo del country. Era raramente arrabbiato in senso politico, raramente critico in modo diretto. Se il rock and roll era un weekend di 7 giorni, il country era un sabato sera infernale con una domenica mattina da incubo. Jerry Lee Lewis fu rock più country. La ricerca della mia identità per me divenne fondamentale. Il country era provinciale, come me del resto: non sono mai stato un cittadino, ne un bohemien. E Woody Guthrie, la cui musica continua a essere così importante ancora oggi, è il ‘ghost in the machine’ di questa nazione. Perchè? Perchè per tutta la vita è quello che ha cercato di riposndere alla domanda fondamentale di Hank Williams, e cioè: perchè c’è sempre un buco nel mio secchio…?”.
Siamo all’epilogo, il ricordo va a soli quattro anni fa, a “This land is your land” per l’insediamento di Obama a Washington con temperatura sotto zero. Riecco la chitarra acustica, il pubblico ascolta in religioso silenzio. “Veramente questo pezzo era da cantare tutti insieme…”. Così la sala rimbomba in un coro che, proprio come il Boss voleva dimostrare, suona quasi più religioso che patriottico.
“Quel giorno imparai una cosa fondamentale. Imparai che a volte che le cose che arrivano da fuori si fanno strada al tuo interno, e diventano parte del buore che batte nella nazione, e quel giorno quando cantammo insieme quella canzone, americani giovani e vecchi, bianchi e neri, di qualsiasi credo religioso e politico, fummo uniti per un breve momento dalla poesia di Woody”.
E allora, qual è il messaggio da trasferire ai musicisti che assediano a migliaia un Austin giunta al venticinquesimo anno di South by SouthWest? Eccolo, in originale: “So, rumble young musicians, rumble. Open your ears and open your hearts. Don’t take yourselves too seriously and take yourselves as seriously as death itself. Don’t worry. Worry your ass off. Have confidence but doubt, it keeps you awake and alert”.

Ernesto Assante (La Repubblica - 17 marzo 2012)

Perché dico che sono pochi i 140 caratteri di Twitter

L'ALTRO giorno ho scritto un corsivo contro il sensazionalismo urlato della stampa italiana. Pochi commenti, quasi tutti favorevoli. Il giorno successivo (ieri) ho scritto un corsivo contro il cicaleccio sincopato di Twitter. Moltissimi commenti, quasi tutti ostili. Prima di replicare alle critiche, è interessante rilevare questo: attaccare il linguaggio dei giornali equivale, oggi, a sfondare una porta aperta. Non provoca reazioni corporative, nonostante quella dei giornalisti sia certamente una corporazione, forse perfino una casta. Al contrario, esprimere dubbi su Twitter suscita una reazione veemente e compatta dei suoi utenti. Soprattutto su Twitter, ovviamente.

Come se in discussione non fosse un medium, ma una comunità di persone. La sua identità collettiva. Circostanza che solleva dubbi su uno dei principali argomenti dei difensori di Twitter: è solo un medium, non conta in sé, conta l'uso che se ne fa. Anche la carta stampata è solo un medium: infatti parlarne male è esercizio corrente, e condiviso perfino da chi di quel medium fa un uso quotidiano e addirittura professionale. Il cosiddetto "popolo del web" ha invece di sé un alto concetto. Se mi posso permettere: leggermente troppo alto. Quasi snob, mi verrebbe da dire per vendicarmi dell'accusa che spesso viene rivolta a chi critica le abitudini di massa...

In realtà entrambe le mie "Amache" - quella contro i giornali, quella contro Twitter - trattavano lo stesso tema: l'uso frettoloso e impulsivo della parola. La prevalenza dell'emotività sul ragionamento. Nel caso di Twitter sostenevo che fosse la formula di quel medium (brevità più velocità) a scoraggiare un pensiero più strutturato e più adulto. Ovviamente, solo un luddista o uno stupido può negare l'enorme funzione che Twitter, e più in generale internet, esercita sulla vita sociale del pianeta Terra: l'esempio classico è il ruolo che queste forme di comunicazione veloce, pervasiva e soprattutto difficilmente censurabile hanno avuto nei movimenti di democrazia nei paesi arabi e in Iran. Il mio rilievo, che provo a riformulare, è però tutt'altro. E' che quei medium hanno sì una formidabile funzione di servizio, di messa a fuoco di argomenti omessi o rimossi sui media "ufficiali". Ma contengono anche una tentazione esiziale, che è quella del giudizio sommario, della fesseria eletta a sentenza apodittica, del pulpito facile da occupare con zero fatica e spesso zero autorevolezza.

La parola - e questa è ovviamente solo una mia opinione - non deve rispondere solo all'ossessione di comunicare (la comunicazione sta diventando il feticcio della nostra epoca). La parola dovrebbe servire ad aggiungere qualcosa, a migliorare il già detto. Alla comunicazione bastano gli slogan. Alla cultura serve il ragionamento. Non per caso la conclusione del mio corsivo era questa: "se usassi Twitter, direi che Twitter mi fa schifo. Fortunatamente non twitto". Traduzione per i parecchi che non hanno capito, e difatti hanno scritto "a Serra fa schifo Twitter": ci sono cose, per esempio il mio giudizio su Twitter, che non possono essere dette su Twitter. Perché ci sono cose che sono complesse e addirittura complicate, e dunque irriducibili alle pochissime parole che Twitter concede.

I miei critici (tra i tanti ringrazio, per l'intelligenza dei rilievi che mi muovono, Luca Sofri e i blogger Fabio Chiusi e Davide Bennato) negano che il medium sia il messaggio, fanno notare che la tecnologia non determina alcunché, ma suggerisce occasioni e apre possibilità e mi accusano di passatismo. Accetto le critiche: è vero che gli anni passano per tutti, anche per me, ed è fortemente possibile che io esasperi i difetti di Twitter (superficialità, ansia di visibilità) e ne sottovaluti i vantaggi (sintesi, velocità, accessibilità, simultaneità del dibattito). Le accetto, le critiche. Ma in cambio mi piacerebbe molto che questa breve lite mediatica servisse anche a chi twitta. Servisse a capire che il rispetto delle parole, anche sui nuovi media, è almeno altrettanto importante dell'urgenza-obbligo-smania di "comunicare". Per comunicare basta scrivere "io esisto". Per scrivere, spesso è necessario dimenticarlo.

Michele Serra (La Repubblica - 17 marzo 2012)

giovedì 15 marzo 2012

Voti contesi e tessere fantasma È l'Italia dei brogli (bipartisan)

Il 17 ottobre 2011 il signor Ampelio Ercolano Pizzato, di Bassano del Grappa, quantunque defunto da tempo, lasciò la sua dimora eterna per iscriversi al Pdl. Prova provata che, come Lui sostiene da anni, la sola evocazione di San Silvio da Arcore fa miracoli. Va però detto che, di prodigi simili, la politica trabocca. A destra, a sinistra, al centro...
L'ultimo caso è la decisione della Lega Nord di annullare le «primarie» di Varese che dovevano eleggere i delegati al congresso della Lombardia: alla conta c'erano 332 voti contro 329 votanti effettivi. Quanto bastava perché l'ex segretario Stefano Candiani, nella culla del Carroccio scossa dalle risse fratricide, dicesse: «Anche un solo voto fuori posto è una circostanza sgradevole. Non vedo alternative alla ripetizione del voto».

Il partito di Bossi, del resto, la «verginità» l'aveva già persa anni fa. Quando il presidente del movimento in Toscana, Vincenzo Soldati, era stato condannato con altri tre militanti per aver taroccato le firme necessarie a presentare la lista alle elezioni.
Varie inchieste giudiziarie, tuttavia, hanno dimostrato che non un partito, manco uno, è riuscito negli anni a rimanere del tutto estraneo a queste faccende. Basti ricordare, tra gli altri, il processo che a Udine, per le provinciali e le comunali del 1995, vide 12 persone finire in manette e 71 a giudizio appartenenti un po' a tutti i partiti, da An al Ccd, da Forza Italia al Pds, dai Verdi alla Lega Friuli e al Ppi. Furono coinvolti perfino, sia pure di striscio, i radicali, che storicamente hanno combattuto le battaglie più dure sul fronte della legalità nella raccolta delle firme, fino alla denuncia per brogli del governatore Roberto Formigoni.

E come dimenticare l'inchiesta genovese di qualche anno fa nella quale restarono inguaiati 49 esponenti di un po' tutti i partiti? Erano false 187 firme su 1.183 dell'asse Pri-Socialisti, 388 su 1.351 del Rinnovamento italiano di Lamberto Dini, 310 su 1.148 del Msi-Fiamma tricolore, 314 su 1.261 delle Liste civiche associate, 53 su 1.133 del Ppi, 161 su 1.141 dei Verdi...
Per non dire delle inchieste aperte a Monza, Trento, Bologna, Rossano, Campobasso, dove la Digos indagando sulle regionali si spinse a denunciare 16 segretari provinciali di diversi partiti... Insomma, le cose avevano preso una piega tale che a metà luglio 2003, mentre la gente boccheggiava nell'estate più calda da decenni, il centrodestra decise di metterci una pezza varando (270 sì, 154 no, 5 astenuti) la depenalizzazione: basta con le manette, basta con la galera. Solo una multa. Il relatore Michele Saponara rassicurò che in fondo, queste truffe sulle firme, «non sono reati pericolosi socialmente».

Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Era da tempo, tuttavia, che non si accavallavano tanti imbrogli. Ancora trasversali. Ed ecco a sinistra lo scandalo delle primarie del Pd per le comunali 2011 a Napoli, dove la vittoria di Andrea Cozzolino è contestata dal segretario provinciale del partito Nicola Tremante: «In molti seggi ci sono stati consiglieri di municipalità ed esponenti dei partiti di centrodestra che hanno portato centinaia di persone a votare. Ne abbiamo le prove». E mostra foto scattate da un militante: «Qui siamo al seggio di San Carlo all'Arena dove si vede la presenza di un consigliere municipale del Pdl». Peggio: a Miano, a nord di Capodimonte, «hanno votato 1.606 persone in 8 ore: 200 l'ora. Tre al minuto. Tecnicamente impossibile».

Un trauma. Ripetuto giorni fa a Palermo. Dove Maurizio Sulli e la sua compagna Francesca Trapani (già indagata per favoreggiamento perché ospitava in casa sua Michele Catalano, arrestato con l'accusa di essere vicino al clan mafioso dei Lo Piccolo) sono indagati, ricorda l'Ansa, «per presunti illeciti nel voto alle primarie del centrosinistra, in vista dell'elezione del sindaco di Palermo, nel seggio allo Zen. Secondo testimonianze la donna e l'uomo avevano decine di certificati elettorali nella propria auto». Una brutta storia. Che ha portato all'annullamento dei voti in quel seggio e spinto il presidente della Toscana Enrico Rossi a sfogarsi su Facebook e Twitter: «Credo occorra trovare delle regole. Se in Internet si digita la parola "brogli", purtroppo viene fuori "brogli Palermo Pd" e "brogli Putin". Io sono un po' stufo di questo».

Imbarazzante. Unica consolazione, in base all'adagio «mal comune, mezzo gaudio», lo scandalo dei falsi iscritti al Popolo della libertà. Ricordate le dichiarazioni trionfali di Angelino Alfano ai primi di novembre? «Oltre un milione di italiani hanno deciso di iscriversi al Pdl. Molti più della somma degli iscritti ai partiti che l'hanno fondato». Giuseppe Castiglione gli fece coro: «Abbiamo doppiato anche le più rosee previsioni: il vero Big Bang siamo noi».
Non l'avesse mai detto! Poche settimane ed ecco il Big Bang vero. Ecco i dubbi nella Regione più grande, quella più amata dal Cavaliere, sintetizzati sul Corriere così: «Mai così tanti iscritti, mai così in basso nei sondaggi. Serve un matematico di quelli tosti per risolvere l'equazione a più incognite del Pdl in Lombardia». Ecco la denuncia sugli iscritti di Modena da parte di una berlusconiana Doc come Isabella Bertolini: «Scorrendo l'elenco dei nuovi tesserati, quasi 6 mila, ho notato un impetuoso aumento degli iscritti in alcuni Comuni a forte rischio di infiltrazioni... I sospetti sono aumentati quando ho verificato che molte iscrizioni erano in blocco, a famiglia, e che si trattava di persone provenienti da Casal di Principe, Casapesenna, San Cipriano d'Aversa...»

Ecco la rivelazione, sul Fatto Quotidiano , di Gianni Barbacetto, che racconta come un dipendente del Cepu avesse «trovato sulla sua scrivania il modulo per l'iscrizione al Popolo della libertà. Con un ordine secco scritto a mano su un post-it : "Da consegnare firmato"». Ecco la militante antiberlusconiana del Pd che si ritrova iscritta al Pdl di Brescia con la tessera numero 158.378. Il cabarettista vicentino Dario Grendele, membro del gruppo «Risi & Bisi» che nega di aver mai dato il suo consenso e dice di essere stato imbarcato a sua insaputa esattamente come i sindaci vicentini di Brendola e Zanè e il segretario udc di Schio.
Seccante. Tanto più per il partito di Silvio Berlusconi, che aveva per anni rovesciato sospetti sugli avversari arrivando a invocare «osservatori dell'Onu» e a tuonare, dopo la sconfitta alle politiche 2006: «Secondo mie informazioni i professionisti della sinistra ci hanno sottratto circa un milione e settecentomila voti». Informazioni di chi? Sue.

Particolarmente sgradevole il caso della provincia berica, storica roccaforte del centrodestra. Dove sarebbe più o meno taroccata la metà delle 16 mila tessere d'iscrizione raccolte dall'eurodeputato Sergio Berlato, che fiero del suo bottino si era fatto fotografare con due valigie extralarge stracolme di adesioni. E dove Il Giornale di Vicenza ha via via raccolto testimonianze strepitose. Come quella di alcuni carabinieri imbarazzatissimi perché mai e poi mai (lo dice la legge) avrebbero potuto iscriversi a un partito. O quella di Marco Berlato, 21 anni, iscritto a Rifondazione. Irresistibile il commento ironico di Giuliano Ezzelini Storti, coordinatore provinciale comunista: «Se il Pdl era così disperato poteva chiederci un piacere, no? Noi stiamo sempre dalla parte dei deboli».

sabato 10 marzo 2012

Due pesi e due marò

Ancora un passo e siamo al “Sakineh, subito libera!”. Per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i fucilieri di Marina in stato di arresto in India, tutta la destra ma anche parte della sinistra si sono mobilitate al grido di “Riportiamoli subito a casa”, “Salviamo i nostri marò”, “Siamo tutti con voi”. L’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, quasi in lacrime ha dichiarato: “I nostri ragazzi devono tornare in Italia ed essere restituiti alle loro famiglie”. Si è invocato l’intervento della Nato e dell’Unione europea. Il Giornale ha scritto: “La parte sana del Paese difende i suoi soldati” e vedendo una parte della sinistra un po’ tiepida ha sottolineato, in polemica col sindaco di Milano Pisapia, che a Giuliana Sgrena e alle ‘due Simone’ “nessuna istituzione ha mai negato solidarietà e partecipazione durante i difficili momenti della prigionia”.

Non ho alcuna simpatia per le Sgrene e le Simone, ‘vispe terese’ del turismo di guerra, ma a parte che una cosa è un sequestro altra un arresto ordinato dalla magistratura di uno Stato, qui c’è il piccolo particolare che Girone e Latorre sono accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiandoli per pirati somali. All’inizio i due fucilieri si sono difesi dichiarando: “Abbiamo sparato in aria e poi in acqua, contro un’imbarcazione con cinque uomini armati”. Tesi incautamente fatta subito propria dal nostro governo (sia mai che dei ‘bravi ragazzi’ italiani sparino per uccidere, sia pur dei presunti pirati) che in seguito ha più prudentemente ripiegato sulla questione della giurisdizione: la nave da cui i due avrebbero sparato è italiana, i due sono italiani, l’incidente è avvenuto in acque internazionali, quindi la giurisdizione appartiene alla magistratura italiana. Non c’è dubbio che se l’incidente fosse avvenuto a bordo della Enrica Lexie, che è territorio italiano, così sarebbe. Ma la cosa è avvenuta a trecento metri dalla nave e quindi in ‘territorio’ internazionale e perciò neutro.

A chi spetta in questo caso la giurisdizione, al Paese dei presunti assassini o a quello delle vittime? Come scrivevo sul Fatto (22/2) all’indomani di questo tragico episodio: “Se due pescatori di Mazara del Vallo di un peschereccio che naviga al largo delle coste siciliane, sia pur in acque internazionali fossero uccisi da militari indiani imbarcati su un mercantile indiano, qualcuno dubiterebbe, qui da noi, che la competenza spetta al Paese delle vittime?”. È quel che pensano, nel caso dell’Enrica Lexie, gli indiani. A ragione. Smettiamola quindi di fare i gradassi con quell’atteggiamento neocoloniale che abbiamo assunto da qualche tempo a imitazione degli angloamericani dal ‘grilletto facile’ che han la pretesa, che anche noi adesso avanziamo, dell’immunità. Se i due fucilieri hanno sbagliato devono risponderne. Un processo in Italia, lo capisce chiunque, anche un indiano, sarebbe una farsa, i due marò sarebbero accolti come eroi e finirebbero in breve all”Isola dei famosi’.

Troppo facilmente ci si dimentica che, pur se a migliaia di chilometri, qui ci sono due morti, anche se non se ne fanno mai i nomi come se fossero delle comparse irrilevanti in questa brutta faccenda. Si chiamavano Ajesh Binki e Valentine Jelastine e avevano anch’essi, caro La Russa e cari italiani, delle famiglie e degli affetti. Come Franco Lamolinara, ucciso in Nigeria in seguito a uno sconsiderato blitz degli inglesi, per la cui morte giustamente ci indignammo. Come gli indiani si indignano per le loro.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 10 Marzo 2012)

9 marzo 2012: Don Andrea Gallo a "Le Invasioni Barbariche"

Mannino, “fuorionda” sulla trattativa: “Hanno capito tutto, stavolta ci fottono”

Sono circa le 12,30 di mercoledì 21 dicembre quando arrivo alla pasticceria Giolitti in via degli Uffici del Vicario, a due passi da Piazza del Parlamento, dove ho appuntamento per ragioni di lavoro con l’onorevole Aldo Di Biagio di Fli. Entro, ma non lo vedo. La voglia di accendere una sigaretta supera anche il freddo pungente. Esco. Mi siedo a un tavolino e ordino un cappuccino. Sono sola.

Poco dopo vedo arrivare, a passo lento, l’onorevole Calogero Mannino in loden verde, in compagnia di un signore dai capelli bianchi, occhiali, cappotto scuro taglio impermeabile e in mano un libro e dei fogli. Non so chi sia. I due stanno parlando. E continuano a farlo fermandosi in piedi accanto al mio tavolo. Mannino, che mi dà le spalle, dice con tono preoccupato e guardandosi più volte intorno sospettoso: “Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.

Il suo interlocutore annuisce con cenni del capo e ripete: “Certo, certo, stai tranquillo, non ti preoccupare, ci parlo io”. E Mannino ripete: “Fallo subito, è importante, mi raccomando”. Poi, avvicinandosi di più al signore coi capelli bianchi, gli sussurra all’orecchio parole che ovviamente mi sfuggono, ma che suscitano nell’interlocutore un’espressione di meraviglia. Subito dopo, i due si salutano, si abbracciano e si scambiano gli auguri di Natale. Mannino si dirige verso il Pantheon, mentre il signore occhialuto col cappotto scuro verso Piazza del Parlamento, dove poco dopo lo fotografo con il mio iPhone.

Subito dopo mi raggiunge l’onorevole Di Biagio. Il quale, vedendomi un po’ turbata, mi domanda cosa mi sia accaduto. Rispondo genericamente di aver ascoltato Mannino dire cose incredibili. Rientro in redazione nel primo pomeriggio e racconto per sommi capi quello che ho visto e sentito al direttore Antonio Padellaro e al vicedirettore Marco Travaglio. Quest’ultimo, quando gli mostro la foto scattata dal mio iPhone e gli chiedo se riconosca il signore occhialuto coi capelli bianchi, risponde sicuro : “Certo, è Giuseppe Gargani, ex democristiano, demitiano, poi berlusconiano”. Gargani è un ex Dc, ex Ppi, nominato commissario dell’Agcom dal governo dell’Ulivo, poi transitato in Forza Italia e di lì confluito nel Pdl, eletto europarlamentare, ultimamente fondatore di Europa Sud e da poco passato all’Udc di Casini. Alla luce di questa biografia, le parole che ho appena ascoltato diventano tante tessere che vanno a riempire una parte del mosaico.

Annoto quello strano episodio con le parole che ho ascoltato dalla viva voce di Mannino nel mio taccuino: un giorno questi appunti potrebbero tornare utili. Ci ripenso quando leggo che la Procura di Palermo, nel corso dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, è salita a Roma il 12 gennaio per sentire come testimone Ciriaco De Mita. Già so infatti quel che ha dichiarato a suo tempo Massimo Ciancimino: la trattativa fra gli uomini del Ros e suo padre Vito godeva di coperture politiche anche tra le file della sinistra Dc (la corrente, appunto, di De Mita e Mannino).

Mi riservo di approfondire e contestualizzare meglio. Intanto passa qualche altro giorno ed ecco accendersi definitivamente la lampadina quando, il 23 febbraio, le agenzie e i siti battono la notizia che Calogero Mannino, già assolto in Cassazione dopo un lungo e tortuoso processo per concorso esterno in associazione mafiosa, è di nuovo indagato a Palermo. Questa volta per il suo presunto coinvolgimento nella trattativa Stato-mafia. Il reato contestato è quello previsto dall’articolo 338 del Codice penale, aggravato dall’articolo 7 (cioè dall’intenzione di favorire Cosa Nostra): per “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. Lo stesso che vede già indagati il generale ex Ros Mario Mori, l’ex capitano Giuseppe De Donno, il senatore Marcello Dell’Utri, i boss Totò Riina e Bernardo Provenzano. Approfondisco le ultime mosse dei magistrati e apprendo che durante l’interrogatorio c’è stato un duro scontro tra il pm Antonio Ingroia e Ciriaco De Mita.

Ingroia definisce Mannino, nel periodo che era oggetto dell’interrogatorio, ministro degli Interventi straordinari del Mezzogiorno, De Mita puntualizza: “Ministro dell’Agricoltura”. Ma il pm insiste. “E come fa a permettersi di insistere?”, sbotta De Mita. Il pm replica: “Perché ricordo, ricordo diversamente”. “Giudice – ribatte De Mita – se lei ha la presunzione della verità delle sue opinioni, io temo per gli imputati!”. Ad avere ragione è Ingroia: Mannino fu ministro dell’Agricoltura nel 1982 e ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno dal 12 aprile ‘91 al 28 giugno ‘92. Ma alla fine De Mita aveva dovuto ammettere di avere torto: “È grave, è grave per me…”.

Quanto al ruolo di Mannino, le cronache riferiscono che l’autista di Francesco Di Maggio (il magistrato promosso vent’anni fa vicedirettore del Dap e poi scomparso) ha rivelato ai pm di aver appreso dallo stesso Di Maggio che proprio Mannino fece pressioni affinché non venisse rinnovato il 41-bis ad alcuni mafiosi detenuti. Ecco di che cosa parlava Mannino con Gargani quel mattino poco prima di Natale. Ecco perché appariva così terrorizzato da possibili “voci stonate” sulla trattativa e interessato alla compattezza e all’uniformità delle versioni da parte di tutti gli “amici” della vecchia Dc. Ed ecco, ben chiare di fronte a me, le ultime tessere mancanti del mosaico di quell’episodio che temevo fosse destinato a restare confinato in qualche riga di appunti sul mio block notes.

Ne parlo con qualche mia fonte di ambiente investigativo e ben presto la scena cui ho assistito davanti al bar Giolitti giunge a conoscenza dei magistrati di Palermo. Vengo convocata dai pm Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido che indagano sulla “trattativa” per essere ascoltata come persona informata sui fatti, cioè come testimone nel fascicolo sulla trattativa. Ovviamente accetto di raccontare tutto ciò che ho visto e sentito quel mattino. Dopo verranno subito sentiti i due politici protagonisti del colloquio da me casualmente ascoltato: cioè Mannino e Gargani.

Alla fine, al momento di firmare il verbale, i magistrati mi ricordano che le deposizioni dei testimoni sono coperte dal segreto investigativo. Obietto che sono una giornalista, oltreché la depositaria della notizia. Dunque, ultimate tutte le verifiche per contestualizzare il colloquio Mannino-Gargani, racconterò tutto anche ai lettori. Cosa che ho appena fatto.

Sandra Amurri (Il Fatto Quotidiano del 10 marzo 2012)


venerdì 9 marzo 2012

Cassazione annulla la condanna d’Appello per Dell’Utri. Processo da rifare

Il procuratore generale Iacoviello nella sua requisitoria ha sottolineano come il concorso esterno in associazione mafiosa "è diventato un reato autonomo" in cui "nessuno crede. Io ne faccio una questione non a favore dell'imputato, ma a favore del diritto"

Si riparte dalla condanna di nove anni, ovvero quella di primo grado. Dopo tre ore di camera di consiglio, infatti, la V sezione penale della corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza d’Appello di condanna a sette anni di reclusione per il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Il processo di secondo grado, quindi, dovrà essere rifatto a Palermo davanti ad altri giudici. Accolta in parte, quindi, il ricorso dei legali del senatore Pdl. Marcello Dell’Utri ha accolto “con sollievo” la decisione della Cassazione: “Finalmente ho trovato una magistratura che mi ha giudicato in maniera serena” è il commento del senatore Pdl, il quale ha detto che affronterà “il nuovo processo ancor più convinto della mia innocenza, che ho testimoniato in tutti questi anni, fiducioso nella giustizia”. Grande la soddisfazione di Pietro Federico e Giuseppe Di Peri, gli altri legali del parlamentare, secondo cui “la decisione della Cassazione dimostra che nei confronti di Dell’Utri sono stati fatti dei processi contrari al diritto, e la Suprema Corte, nonostante le pressioni che si sono manifestate in questo ultimo periodo, ha preso una decisione coraggiosa ma pienamente aderente ai principi del corretto funzionamento della giurisprudenza”. I legali del politico siciliano, inoltre, già guardano al nuovo processo: “Non ci auguriamo la prescrizione, né la cercheremo, ma chiederemo che sia riconosciuta l’estraneità e l’innocenza del senatore”. Secco ‘no comment’, invece, da parte del procuratore capo di Palermo Francesco Messineo.

Nel pomeriggio, del resto, il sostituto pg di Cassazione, Francesco Mauro Iacoviello, aveva concluso la sua requisitoria chiedendo di accogliere la richiesta dei difensori del fondatore di Forza Italia e dichiarare inammissibile quello proposto dalla procura generale di Palermo, che chiedeva un inasprimento della pena (istanza respinta). “Chiedo alla Corte: esiste il ragionevole dubbio? Nessun imputato ha più diritti di altri e nessun imputato ha meno diritti di altri”, ha detto Iacoviello nella sua requisitoria.

“La sentenza impugnata – ha rilevato il pg – sostiene l’esistenza del reato di concorso esterno in associazione semplice fino al 1982, poi parla di concorso esterno in associazione mafiosa fino al ’92. Nessuno ha mai sostenuto una tesi del genere – ha detto rivolto alla Corte - voi sareste i primi”. Il concorso esterno in associazione mafiosa, secondo Iacoviello, “è diventato un reato autonomo” in cui “nessuno crede. Io ne faccio una questione non a favore dell’imputato, ma a favore del diritto”. Il pg ha voluto, invece, sottolineare che il ricorso della procura di Palermo “non è conforme agli schemi del ricorso per Cassazione, perché è fatto per episodi, non per motivi”. Inoltre, il ricorso è incentrato sul “vizio motivazionale”. La “realtà giuridica – ha osservato – è che il ricorso per vizio motivazionale presentato dal pubblico ministero deve essere accolto solo in casi eccezionali. Se lo presenta il difensore, viene accolto nel caso in cui si dimostri il ragionevole dubbio, se lo presenta il pm, questo deve dimostrare che l’ipotesi alternativa resta al di sotto del ragionevole dubbio”. Iacoviello ha inoltre sottolineato che nel processo a Dell’Utri, per concorso esterno, “l’accusa non viene descritta, il dolo non è provato, precedenti giurisprudenziali non ce ne sono e non viene mai citata la sentenza Mannino della Cassazione, che è un punto di riferimento imprescindibile in processi del genere”.

Iacoviello ha fortemente criticato i motivi con cui la procura generale del capoluogo siciliano aveva chiesto di annullare per Dell’Utri la condanna a sette anni di reclusione inflittagli dalla Corte d’appello di Palermo, per ottenere una pena più severa e il riconoscimento della sua colpevolezza per gli anni successivi al 1992. Se la condanna fosse stata confermata, per il senatore del Pdl , storico braccio destro di Silvio Berlusconi ed ex presidente di Publitalia, si aprirebbero le porte del carcere. Dell’Utri, che ha già alle spalle una condanna definitiva per false fatturazioni, è nato nel 1941, dunque sarebbe escluso dai benefici che la legge riconosce agli ultrasettantacinquenni rispetto alla detenzione in carcere. Il più importante processo su mafia e politica della seconda repubblica è arrivato dunque a un passo dal traguardo, accompagnato dalla polemica sul presidente della collegio che giudicherà Dell’Utri, Aldo Grassi, legato in passato al collega Corrado Carnevale, che negli anni Novanta si guadagnò la fama di “ammazzasentenze” dopo aver mandato assolti diversi mafiosi condannati nei primi due gradi di giudizio (qui gli articoli di Marco Lillo e di Marco Travaglio sui rapporti fra Grassi e Carnevale).

Redazione Il Fatto Quotidiano (9 marzo 2012)


lunedì 5 marzo 2012

Ieri a Palermo è stato il giorno delle primarie del PD


Ieri a Palermo è stato il giorno delle primarie del PD che ha visto prevalere il candidato ex IDV Fabrizio Ferrandelli su Rita Borsellino, Davide Faraone e Antonella Monastra.

Al di là delle ormai abituali polemiche postume ed a prescindere dal risultato, continuo a trovare politicamente positivo il coinvolgimento della gente nella scelta del soggetto da candidare in ogni appuntamento elettorale, ma resto altresì convinto che occorre rivedere profondamente le regole delle “primarie”.

Ancora una volta i risultati hanno infatti evidenziato l’estrema vulnerabilità del processo selettivo in uso che, specie nelle complesse realtà meridionali, resta esposto a possibili facili infiltrazioni. Il tutto a discapito di coloro che partecipano in buona fede all’evento, anche se coinvolti esclusivamente come cittadini votanti. Il perdurare di tale debolezza consente pure il permanere di perplessità sulla genuinità delle preferenze espresse, non ultimo per i dubbi sul reale orientamento politico di taluni votanti, dubbi che rischiano di innescare risentimenti e voglie di insane rivalse.

Soffermandomi sulle positività, ieri, nell’attesa di poter esprimere il voto per uno dei candidati, ho avuto modo di risentire in diretta gli umori della gente, percepire lo status di “appartenenza” e riassaporare il sano gusto della “partecipazione”. Certo si ascoltavano commenti fra i più disparati e, come per la nazionale di calcio, tesi e tattiche originali, visioni e letture rituali, intuizioni atipiche. Dialoghi articolati “a capannelli” e coabitanti in una dialettica civile, comunque aggregativa, che rinverdivano nostalgie.

Importa poco se ho visto pure come un votante sia abilmente riuscito a saltare la questua obbligatoria (evitando di sottostare al previsto obolo di 1 euro per poter manifestare il suo voto).

Pure ieri, di pomeriggio, ho visitato il Castello di Maredolce, bellissima struttura araba in restauro, dove ho avuto modo di scattare la foto sottostante che rafforza le mie perplessità sulla maturità di un popolo chiamato a “democratiche” primarie ………. Nel documento di Italia Nostra che raccoglieva le firme per l’iniziativa “Salviamo Fondo Luparello: per un nuovo Parco tra Baida e Boccadifalco” risultavano tre sottoscrizioni e sotto, ben chiaro era scritto goliardicamente: “SUCA CHI LEGGE” ……..... intanto si stavano svolgendo le “primarie” in città ………………...


sc

C’è un problema, Pier

Anche la Sicilia si rivela terra amara per Pierluigi Bersani; stavolta non è nemmeno bastato schierare un candidato che godeva del sostegno di Vendola e Di Pietro. In questo caso il segretario è stato strangolato da un asse che andava da Beppe Lumia a Totò Cardinale, l’ala migliorista che appoggia il governatore Raffaele Lombardo, il vero convitato di pietra di queste primarie. Direte: resta il migliore dei segretari possibili, è stato il più bravo ministro di centrosinistra della Seconda Repubblica, è fatto di un impasto d’umanità diverso rispetto al cinismo che corrode molti leader; vero, verissimo, ma se un allenatore perde le sfide di Napoli, Cagliari, Milano, Genova, Palermo e Puglia i giornali cominciano a titolare “panchina a rischio”, e non venitemi a dire che s’è vinto a Lecce e Piacenza.

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)