"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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mercoledì 18 aprile 2012

Quelli che votano Leoluca Orlando perché …

Quelli che votano Leoluca Orlando perché …

- tra tutti i candidati a sindaco di Palermo è quello più dotato delle caratteristiche necessarie (passione, esperienza, competenza e relazioni internazionali) per risollevare la città dalla disastrosa situazione in cui l’hanno lasciata le giunte Cammarata e tutte le forze politiche di centro-destra che le hanno appoggiate;

- il suo programma non è un libro dei sogni da delegare ad un leader, ma un progetto realistico e collettivo che richiede partecipazione e controllo dal basso, che, guardando al presente e al futuro, si pone in continuità con le realizzazioni prevalentemente positive delle Giunte della “primavera palermitana”, facendo tesoro anche della riflessione sugli obiettivi mancati e sui limiti di quell’esperienza;

- non farà mai alleanze con quanti hanno sostenuto le Giunte Cammarata, con quanti sostengono il Governo Lombardo e, più in generale, con tutti gli opportunisti e i trasformisti sempre pronti a saltare sul carro dei vincitori;

- la sua elezione a Sindaco avrebbe un valore che va oltre la città di Palermo, potrebbe contribuire ad un analogo cambiamento al Governo della Regione per rompere il sistema di potere clientelare e consociativo che da troppo tempo soffoca la Sicilia.

Primi firmatari: Giuseppe Cipolla, Maria Adele Cipolla, Gabriella Di Buono, Vincenzo Gervasi, Emanuele Giarrizzo, Jesse Marsh, Giancarlo Minaldi, Eugenia Parodi, Antonio Riolo, Claudio Riolo, Santi Rizzo, Mirella Urso



Perché il Movimento 5 Stelle non è anti-politica

Sbaglia chi definisce populista il Movimento 5 stelle fondato da Beppe Grillo. Certo, alcune sparate del comico genovese ricordano quelle di Umberto Bossi. I suoi toni e e le sue parole possono, legittimamente, non piacere.

Ma molti temi da lui proposti sono importanti, meritevoli di essere discussi o semplicemente condivisibili. E sopratutto dietro a Grillo esiste un popolo di militanti tra i quali non è poi così raro scorgere il meglio del Paese.

Chi ha partecipato agli incontri organizzati dai meetup sa che questi gruppi sono composti da cittadini informati solitamente ad alto tasso di scolarizzazione, impegnati nel sociale o in iniziative legate alle condizioni del territorio: inquinamento, energia, modelli di sviluppo, spesa pubblica nei comuni e nelle regioni.

Ovviamente, se davvero alle prossime amministrative il Movimento raccoglierà quel successo vaticinato dagli ultimi sondaggi, questo sarà dovuto anche al voto di protesta. Ma la cosa non basta per bollare i 5 Stelle come espressione dell’anti-politica, come fanno gli spaventati Pierluigi Bersani e Niki Vendola o, su quasi tutti i giornali, i grandi commentatori del secolo scorso.

Gli osservatori attenti e in buona fede, infatti, non possono negare che l’attività degli attivisti e dei rappresentanti dei cittadini fin qui eletti nei comuni e nelle regioni, dimostra proprio il contrario.

Le scelta di rinunciare ai finanziamenti pubblici, di mettere un tetto al numero di candidature consecutive, la presenza di programmi precisi, sono un fatto politico. Così come sono state politica, con la P maiuscola, le raccolte di firme per le leggi d’iniziativa popolare che il parlamento ha scandalosamente ignorato.

Solo negli anni a venire sapremo se il Movimento 5 stelle sarà parte (e quale parte) di quel grande cambiamento di cui ha bisogno il Paese. Che Grillo dica di non aspirare a nessuna carica pubblica è un buona cosa. Meno buono è invece il suo atteggiamento nei confronti di chi la pensa diversamente da lui o esercita il diritto di cronaca e di critica.

Ma al di là dei giudizi sulle singole iniziative e prese di posizione, resta un fatto. Il Movimento 5 stelle è vivo e vuole crescere. E questo oggi, in un mondo popolato da partiti e leader ormai (politicamente) morti, è già tanto.

Se poi sia abbastanza non dipenderà da Grillo. Ma dalla qualità, le capacità e la volontà, dei cittadini che corrono con lui.

Peter Gomez (Il Fatto Quotidiano - 16 aprile 2012)

Usciamo dal gorgo

La parte migliore dell’Italia rischia di essere trascinata in un gorgo dove l’unica alternativa alla disperazione sembra la rassegnazione o addirittura la fuga dalla realtà.

Sempre più spesso, persone che mai avevano rinunciato alla passione civile, alla razionalità critica, all’impegno, annunciando agli amici l’intenzione di “dimettersi”dalla cittadinanza attiva: da anni non ascoltavano i Tg, perché megafoni “falsi e bugiardi” dell’establishment, ma ora non leggeranno più neppure quel quotidiano e mezzo che racconta il mondo vero, perché questo mondo vero è troppo disperante, alla ripugnanza del regime di Berlusconi è seguito un governo Napolitano-Monti-Passera che ne perpetua l’iniquità con uno stile meno sboccato e più accattivante, e poiché nessuna opposizione “repubblicana” si profila all’orizzonte, meglio “evadere” con qualche buon libro o addirittura qualche serie tv a lieto fine, altrimenti si finisce nel suicidio (e le cronache ci ammoniscono che non è un modo di dire). Cosa si può rispondere, che non sia omiletico cataplasma consolatorio, per convincere questa Italia a “non mollare”?

Perché la diagnosi, se non imbellettiamo la realtà, è davvero disperante. Manette agli evasori, abrogazione della prescrizione, pene “americane” per il falso in bilancio e l’intralcio alla giustizia, tolleranza zero verso il “concorso esterno”, restano un “va-de retro Satana” per quel governo che non ha esitato a salassare esodati e pensionati, poveri e ceti medi. A che serve ribellarsi, senza una forza politica che trasformi la rivolta in voti, e dunque in un governo di “giustizia e libertà”? Verissimo: questa forza non c’è, e il catalizzatore che la farà nascere non si crea a tavolino. Ma intanto va coltivato il brodo di coltura in cui potrà cristallizzare: la rete di lotte diffuse, iniziative individuali, rivendicazioni locali, i club, la scelta di un giornale, l’esercizio della critica e della solidarietà sul territorio e nel web, dipendono esclusivamente da noi, dalla nostra “inventività civica”.

Sembrano impotenti perché frammentarie e isolate. Ma dieci anni fa bastò il catalizzatore di un “resistere, resistere, resistere”e di un “con questi dirigenti non vinceremo mai” per ritrovarsi in piazza in oltre un milione. Oggi può avvenire lo stesso, a partire da una testata giornalistica, un sindacato che non si piega, un appello contro un’indecenza di establishment che passi il segno, il combinato disposto di questi o altri fattori. Non sappiamo quando, ma il brodo di coltura lo creiamo noi, quotidianamente.

Paolo Flores d'Arcais (Il Fatto Quotidiano - 17 Aprile 2012)

giovedì 12 aprile 2012

A B C

Altro

Losco

Figuro

Alternativo

Noto

Ossessionato


Bonaccione

Emiliano

Romagnolo

Succube

Atavici

Noti

Inciuciatori


Capace

Affabulatore

Suggerisce

Incantesimi

Nazione

Inbambola


Legge d’iniziativa popolare per abolire il finanziamento pubblico ai partiti

"Caro amico

il governo precedente ci ha resi ridicoli sul piano internazionale;

il governo dei tecnici sta ulteriormente impoverendo gli italiani;

i partiti che sostengono Monti (PDL, Terzo Polo, PD) non appaiono credibili;

la Lega Nord non è più il partito dei duri e puri;

In questo preoccupante quadro politico Italia dei Valori rimane punto di riferimento “dalla parte dei Cittadini” e si adopera per cambiare le cose, impegnandosi in azioni concrete.

Giovedì 5 aprile u.s. abbiamo presentato in Cassazione due quesiti referendari per abolire il finanziamento ai partiti che, per ragioni formali, sarà possibile avviare solo in autunno.

Abbiamo anche depositato un progetto di legge d’iniziativa popolare per abolire il finanziamento pubblico ai partiti e su questo dobbiamo impegnarci … da subito!

Abbiamo dimostrato che possiamo raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo e confido tu voglia fare la tua parte per raccogliere le firme necessarie, che vogliamo depositare entro il 15 maggio.

Da lunedì 16 i moduli arriveranno nelle provincie; raccordati con i riferimenti territoriali (segretario regionale e coordinatore provinciale) che puoi trovare al link:

http://organizzazione.italiadeivalori.it/organizzazione.htm

Impegnati in questa giusta iniziativa: firma e fai firmare i tuoi amici, parenti e conoscenti!

Grazie"


mercoledì 11 aprile 2012

La Lega vista da una maestra elementare

Caro Beppe buongiorno, voglio esprimere umana comprensione per il famigerato rampollo di casa Bossi. Che poteva fare un ragazzo cresciuto con l’unico ideale del malsano egoismo e con la cultura del “difendi con i denti il tuo prezioso orticello”? Niente di diverso da quello che ha fatto. Nessuna sorpresa. Se si aggiunge “il santo subito” per l’altrettanto famigerato padre… Se io, maestra elementare, avessi detto a scuola solo alcune delle frasi o riflessioni(?) esternate dai vertici della Lega sarei sicuramente finita nei guai… ma tant’è, hanno voti e considerazione. Che rabbia, che vergogna, che amarezza. Povero Renzo. A lei cordialissimi saluti e buon lavoro.
Isa Mazzucchi, saim@libero.it

Posso dirlo, Isa? Considerato ciò che accade nella politica italiana – e anche in regione Lombardia – il povero Trota sta pagando un prezzo molto salato. Non lo voglio difendere, sia chiaro. Ma dico: non solo s’è beccato accidenti e prese in giro. Alla fine, ha dovuto dimettersi. Il presidente del Consiglio regionale, il leghista Davide Boni, giusto per fare un nome, avrebbe potuto/dovuto fare altrettanto: ma se ne guarda bene (http://affaritaliani.libero.it/milano/davide-boni-ad-affaritaliani-100412.html). Se andiamo in Puglia, Calabria, Campania o Sicilia dovrebbero distribuire moduli per le dimissioni come volantini. Certo, la politica nazionale fa più notizia. Prima della Lega, negli ultimi mesi, c’è stato il Pd (Penati), la Margherita (Lusi) e il solito cospicuo drappello Pdl. Destra, centro e sinistra; nord e sud; giovani e meno giovani; uomini e donne. Credo che la deriva della classe politica italiana sia ormai una questione antropologica, non soltanto legale, morale e civile. In attesa che cambino il cuore e la mente delle persone, occorre stabilire regole ferree, basate su pochi principi - La politica deve avere tra le mani i soldi necessari ai propri compiti, e niente di più - Il controllo sui denari pubblici va affidato all’esterno - Gli eletti devono essere controllati dagli elettori: riconferma/bocciatura sono il premio/la punizione più ovvia, ma non possono essere l’unica. E’ anche necessario che cambiamo noi elettori. Finché continueremo a basare il nostro giudizio morale/civile/legale sull’appartenenza del furbastro di turno, qualcuno ne approfitterà.

Beppe Servergnini (Italians - 11 aprile 2012)

Occhio alla truffa

Ci volevano le retate perché le alte cariche dello Stato scoprissero lo scandalo dei “rimborsi elettorali”. Ma ora che persino Napolitano, Fini e Schifani, parlamentari rispettivamente dal 1953, dal 1983 e dal 1996, se ne sono accorti, tutti danno per certo che la legge verrà cambiata.

La qual cosa è considerata, di per sé, positiva. Ma non è affatto detto che sia così. Infatti Alfano, Bersani e Casini non contestano né il principio dei “rimborsi” nè il quantum, che nessuno vuole ridurre: vogliono soltanto creare un ente che ne controlli la gestione una volta incassati. La Corte dei Conti è lì apposta, ma lorsignori preferiscono un’”Authority indipendente”, ciò dipendente da loro come le altre. Insomma una legge-truffa che non cambia nulla se non la facciata. Invece bisogna cancellare sia il principio sia il quantum dei rimborsi, azzerando tutto e tornando allo spirito del referendum del 1993: nessun trasferimento automatico di denaro dallo Stato ai partiti. E, siccome l’attuale Parlamento non azzera un bel nulla, non resta che il referendum Di Pietro, per cancellare i rimborsi e creare un sistema tutto nuovo.

Conosciamo l’obiezione: “così farebbero politica solo i ricchi”. Ma non regge: i ricchi partono favoriti solo se ciascun partito può spendere ciò che vuole. Se invece si fissa un tetto massimo per le spese elettorali, tutti combattono ad armi pari. Nel ‘ 93, subito dopo il referendum che abolì il finanziamento pubblico, il governo Amato lo ripristinò sotto le mentite spoglie di rimborso elettorale, pur modestissimo. Infatti per le elezioni nazionali ed europee del 1994 i partiti ricevettero appena 70 milioni e per quelle (solo nazionali) del 1996 ancora meno: 46,9. Il che significa che possono cavarsela egregiamente con 50 milioni per ogni elezione su scala nazionale. Invece, grazie alla legge del 1999 che prelevava 4 mila lire a ogni iscritto alle liste elettorali, i rimborsi si allontanarono anni luce dalle spese effettive. E la legge del 2006 raddoppiò lo scandalo: rimborso pieno anche per le legislature monche.

Per le politiche 2008, le europee 1999 e le amministrative varie, i partiti hanno dichiarato spese per 100 milioni, ma nel 2013 a fine legislatura ne avranno incassati 503 in cinque anni. Totale negli ultimi 17 anni: 2,3 miliardi erogati contro 579 milioni documentati. Partiamo da questi 579: diviso 17 anni fanno 34 all’anno, contro una media di 135 incassati. Dunque, secondo quel che essi stessi dichiarano, i partiti devono coprire spese per una trentina di milioni l’anno. Con un corso accelerato presso il Movimento 5 Stelle, presente in consigli comunali, provinciali e regionali senza un soldo pubblico, si può scendere ancora di parecchio. Ma facciamo finta che ai partiti servano 30 milioni l’anno: come raccoglierli, nel rispetto della volontà degli italiani, più che mai contrari ai trasferimenti pubblici? Sistema misto: in parte donazioni da privati (purchè dichiarate sopra i 5 mila euro e non anonime fino a 50 mila come da legge-golpe 2006); in parte contributi pubblici, ma volontari. Come? Ripristinando la legge Prodi del 1997, che consentiva di devolvere il 4 per mille dei redditi Irpef.

Ma con una decisiva differenza: allora i soldi finivano in un unico calderone che poi i partiti si dividevano in base al peso elettorale (infatti non li versò quasi nessuno); invece ogni contribuente deve poter indicare a quale lista destinare il suo eventuale 4 per mille, a vantaggio dei partiti più credibili e popolari. Fissato il come e il quanto, occorrono poi sanzioni draconiane per chi sgarra: chi spende più del tetto, o presenta documentazione poco credibile, o tiene bilanci opachi, o viola le regole di democrazia interna (congressi, primarie, tessere, candidature, codice etico), paga con la decadenza immediata dei suoi eletti, in più restituisce tutti i contributi privati e pubblici dell’ultimo quinquennio e perde il diritto a incassare quelli del quinquennio successivo: cioè fallisce e chiude bottega. Tutto il resto è truffa.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano - 10 Aprile 2012)

domenica 8 aprile 2012

IL DIRITTO ALLA STORIA

E' una Sentenza storica, destinata a far discutere ed a scatenare un'autentica rivoluzione nel mondo dell'informazione online quella segnalata da Giovanni Negri e Luca Tremolada su le pagine de Il Sole 24 ore.

I Giudici della Corte Suprema hanno, infatti, stabilito che l'editore online - o, comunque, il titolare del sito internet a contenuto informativo - è tenuto ad aggiornare - o almeno contestualizzare - tutte le notizie pubblicate che riguardino un determinato soggetto. Solo così, infatti, secondo i Magistrati la notizia risulterebbe "non violativa sia del diritto all'identità personale o morale del titolare, nella sua proiezione sociale del dato oggettivo di informazione e di trattamento, sia dello stesso diritto del cittadino utente a ricevere una completa e corretta informazione".

La vicenda all'origine della decisione vale a mettere a fuoco la tesi dei Giudici. Sono gli anni di tangentopoli e un amministratore locale viene arrestato per corruzione. Il Corriere della Sera - al pari, presumibilmente di decine di altri media online e tradizionali - ne da notizia.

Passano gli anni, l'amministratore viene successivamente prosciolto ma l'articolo del Corriere con la notizia del suo arresto rimane online. Il protagonista della vicenda si rivolge quindi dapprima al Garante per la privacy e quindi al Tribunale chiedendo che - a tutela del proprio diritto all'oblio - la notizia venisse rimossa dal web o, in alternativa, che venisse integrata con quella inerente gli sviluppi successivi della vicenda giudiziaria e, quindi, la notizia del proprio proscioglimento. Garante e Tribunale, gli danno, tuttavia torto.

La notizia è di rilevanza pubblica e non è stata riproposta ma è semplicemente rimasta accessibile online con la conseguenza che il diritto all'oblio deve cedere il passo alle esigenze di cronaca, al diritto alla storia e, più in generale, alla libertà di informazione. Non l'hanno, invece, pensata allo stesso modo i Giudici della Cassazione i quali pur confermando la legittimità della pubblicazione e della permanenza online della notizia in questione - vera, storicamente rilevante e di interesse pubblico - hanno ritenuto, come anticipato, che sia obbligo del gestore del sito quello di integrarla con link e riferimenti ipertestuali ad ogni contributo idoneo a garantire una ricostruzione aggiornata della vicenda che tenesse anche conto del successivo proscioglimento dalle accuse del suo protagonista. Due le facce della decisione.

Una, indiscutibilmente, positiva: la Corte di Cassazione ha, finalmente, riconosciuto che la permanenza online di un contenuto pubblicato in un momento nel quale lo stesso risultava di interesse pubblico non ha niente a che vedere con il diritto all'oblio e che, pertanto, in linea di principio può - ed anzi deve - restare accessibile al pubblico. E' un'ottima notizia se si pensa che, ormai, sempre più di frequente, va diffondendosi l'idea della necessità di una sorta di amnesia collettiva della Rete al fine di precludere ad Internet di aiutare gli uomini a ricordare.

L'altra faccia della medaglia, al contrario, potrebbe avere delle conseguenze devastanti per il sistema dell'informazione online. Secondo i Giudici, infatti, non basterebbe che le notizie pubblicate online siano integrate - o, almeno, integrabili - attraverso la possibilità, offerta dai motori di ricerca e dagli aggregatori - di individuare accanto ad una certa notizia del passato anche altre informazioni, più recenti, ad essa correlate.

L'integrazione e la correlazione di tutte le notizie pubblicate che abbiamo per protagonista una persona costituirebbe una responsabilità specifica del gestore del sito internet che ha originariamente pubblicato il contenuto.

Ecco quanto scrivono i Giudici: "All'interessato odierno resistente va dunque riconosciuto il diritto di ottenere l'integrazione ovvero l'aggiornamento della notizia in argomento a lui relativa. Così come la rettifica è finalizzata a restaurare l'ordine del sistema informativo alterato dalla notizia non vera (che non produce nessuna nuova informazione), del pari l'integrazione e l'aggiornamento sono invero volti a ripristinare l'ordine del sistema alterato dalla notizia (storicamente o altrimenti) parziale). L'aggiornamento ha in particolare riguardo all'inserimento di notizie successive o nuove rispetto a quelle esistenti al momento iniziale del trattamento ed è volto a ripristinare la completezza e pertanto la verità della notizia, non più tale in ragione dell'evoluzione nel tempo della vicenda".

Ed ecco la conclusione: "Appare al riguardo invero necessaria una misura che consenta l'effettiva fruizione della notizia aggiornata, non potendo...considerarsi in proposito sufficiente la mera generica possibilità di rinvenire all'interno del 'mare di internet' ulteriori notizie concernenti il caso di specie ma richiedendosi la predisposizione di sistema idoneo a segnalare (nel corpo o a margine) la sussistenza nel caso di un seguito e di uno sviluppo della notizia, e quale esso sia, consentendone il rapido ed agevole accesso ai fini del relativo adeguamento ed approfondimento".

In questi termini l'obbligo che i Giudici pongono a carico di chiunque pubblichi una notizia online che riguardi chicchessia è straordinariamente oneroso e prepotentemente invasivo della libertà di impresa e delle scelte editoriali di chiunque scelga - per passione o per mestiere - di fare informazione.

Difficile, infatti - per non dire impossibile - pretendere da un blogger ma, anche, da un professionista dell'informazione che mantenga aggiornati tutti i propri contenuti e che continui ad occuparsi, negli anni, a tempo indeterminato, di ogni vicenda trattata. Tale opzione può non essere compatibile con la struttura organizzativa o il modello di business del gestore del sito o, più semplicemente, non rientrare nei piani editoriali che finiscono, inesorabilmente, con i risultare condizionati da tale vincolo giuridico. L'obbligo che i Giudici della Cassazione hanno posto a carico di ogni gestore di sito web, rischia di produrre, per questo, cosenguenze censoree: pur di non affrontare costi ed oneri di aggiornamento, in molti - specie i più piccoli o coloro che fanno informazione a livello amatoriale - potrebbero preferire rimuovere dallo spazio pubblico telematico i contenuti pubblicati nel passato.

Ad uscirne sconfitti, tuttavia, sarebbero la storia, l'informazione e la libertà di impresa. Occorre, pertanto - pur muovendo dalle considerazioni dei Giudici della Corte, in linea di principio, condivisibili [n.d.r. le anticipavo ed anzi auspicavo come possibile esito della questione qui] - fare un passo ulteriore: escludere un obbligo generale ed assoluto di aggiornamento e stabilire che, chi vi ha interesse e titolo, può chiedere, al gestore di un sito, di integrare le notizie pubblicate in passato con uno o più link relativi a contenuti che raccontano di eventuali successivi sviluppi della vicenda.

Solo l'eventuale rifiuto di provvedervi, dovrebbe poter dar luogo a responsabilità da parte del gestore del sito. La privacy - nelle sue più moderne declinazioni - dei singoli merita certamente tutela ma, guai a dimenticarci che in Rete ed attraverso la Rete stiamo scrivendo la nostra storia e che raccontarla - in assoluta autonomia - è e deve continuare a rappresentare esercizio della libertà di informazione senza la quale non c'è società che possa ambire ad un futuro libero e democratico.

Guai se i singoli potessero - in un modo o nell'altro - diventare padroni di tessere dello straordinario mosaico della storia.

Fonte: Wired

Guido Scorza
(Cado in piedi - 8 Aprile 2012)

mercoledì 4 aprile 2012

Chi vuole spegnere le web tv (e la rete)

Nell’Italia delle caste e delle rendite di posizione può anche succedere che una web tv cittadina venga invitata a farsi da parte, magari addirittura spenta. La sua unica responsabilità è che in questo canale di comunicazione cittadini di ogni ordine e grado condividono video, testimonianze, pareri sulla città.

Ha dell’incredibile l’esposto depositato alla Procura di Pordenone dall’ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia nei confronti di Francesco Vanin, amministratore delegato di Pnbox, web tv cittadina nata a Pordenone, piattaforma online che non è testata registrata. Vanin, fondatore della web tv che oggi dà lavoro a quattordici collaboratori, sarebbe reo di “aver diffuso gratuitamente notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale specie riguardo ad avvenimenti di attualità, politica e spettacolo”. Insomma, Vanin sarebbe responsabile di ciò che fanno abitualmente migliaia di piattaforme informative, blog, web radio, web tv.

Il fatto è tanto grave quanto paradigmatico: viviamo in un Paese di apparati e quindi creare occasioni di confronto in rete significa infrangere l’ordine costituito. Ma come si fa a pensare che per fare web tv occorra necessariamente essere giornalista? Non è anacronistico ipotizzare, nell’era di Internet e in assoluta controtendenza rispetto a quello che accade in ogni altra parte del mondo, che per raccontare un evento al quale abbiamo partecipato o che abbiamo visto accadere serva un tesserino dell’ordine? L’ordine sembra quindi sostenere che soltanto chi è munito di tesserino possa fare informazione e diffondere notizie.

Il capo d’accusa pone a rischio tutta l’informazione online, come ha giustamente ricordato l’avvocato Guido Scorza in un suo post sul blog del Fatto: “Personalmente credo che mentre la professione e la professionalità dei giornalisti vada tutelata e salvaguardata in ogni modo come quella di chi è chiamato a garantirci ogni giorno un’informazione libera, affidabile e di qualità, il citizen journalism e l’informazione partecipativa e dal basso del web 2.0 siano un fenomeno prezioso ed irrinunciabile per ogni Paese democratico del presente e del futuro”.

L’azione promossa dalla procura della Repubblica di Pordenone su denuncia del consiglio regionale dell’ordine dei giornalisti contro Vanin e la sua web tv è autentico attacco alla libertà di informazione online, al fare impresa sostenibile attraverso la rete. E, in fondo, un attacco a tutti noi che in rete lavoriamo e ci informiamo.

Giampaolo Colletti (Il Fatto Quotidiano - 4 aprile 2012)

venerdì 30 marzo 2012

Monti e l'Italia in offerta speciale

PECHINO - Mario Monti atterra a Pechino e in Italia si moltiplicano gli elenchi di ciò che il nostro Paese offre in saldo alla Cina. E' bastata una presunta battuta di Hu Jintao a Seul, "dirò di investire in Italia", perché esplodesse un'offerta infinita di imprese, infrastrutture e prodotti finanziari nostrani pronti a gettarsi nelle braccia del Dragone. A Pechino però nessuno conferma che l'invito del presidente cinese, in ogni caso una vaga formula di cortesia, sia mai stato effettivamente pronunciato. In attesa di chiarire il mistero, quando nelle prossime ore Monti incontrerà il premier Wen Jiabao e il suo vice Li Keqiang, affinché le relazioni economiche Italia-Cina si approfondiscano realmente, può essere utile uscire da annosi equivoci.

Alcune domande, visto che qualcuno è arrivato al punto di ammonire che adesso "tocca all'Italia meritarsi i cinesi" sono d'obbligo. Ammesso che Pechino voglia accendere il semaforo verde sull'Italia, questo significa che fino ad oggi Hu Jintao e il vertici del partito comunista cinese hanno vietato di investire nel Bel Paese? Per quale ragione? In Europa c'è realmente qualcuno convinto che nella Cina di oggi il segretario del partito fondato da Mao abbia il potere di indirizzare con una parola il flusso dei capitali, pubblici e privati, destinati all'estero?

Nell'autunno 2011, quando già in Italia si esultò per presunti investimenti cinesi, mai avvenuti, Pechino ebbe modo di chiarire la sua idea di "sbarco in Italia": l'interesse esiste per il business, per fare affari, non per prestare denaro a fondo perduto, gonfiandosi di imprese decotte e titoli di stato non remunerativi. Tradotto: la Cina è disponibile, verso l'Italia come verso qualunque altra nazione, ma la logica è investire denaro per guadagnarne di più, non per salvare l'Occidente a proprie spese. Se così è, resta da capire per quale ragione il capitalismo democratico italiano, che non perde occasione per autocertificarsi liberista, debba esultare se il leader di Pechino, ricorrendo alla forza del vecchio statalismo autoritario di un partito comunista, dichiara di voler imporre investimenti nel nostro Paese.

Perché se il Dragone spendesse in Italia, facendo incetta di porti, autostrade, compagnie aeree, ferrovie, banche, buoni del tesoro, aziende hi-tech e brevetti, lo farebbe a tre condizioni: assicurarsi il controllo dei beni acquisiti, attingere da essi tecnologia e poterli gestire secondo il sistema cinese. Per l'Italia ai saldi di fine stagione, questo equivarrebbe consegnare i gioielli di famiglia non tanto alla seconda economia del mondo, ma alla più forte economia socialista, ossia di Stato, della storia. Davvero gli imprenditori e i partiti italiani non vedono l'ora di trasformarsi in un micro-ingranaggio della differenziazione cinese, per essere amministrati come gli altri vecchi carrozzoni pubblici (a partire dalle banche) che sono la palla al piede della prima frenata della crescita di Pechino?

Mentre Mario Monti si appresta a iniziare la visita più importante e difficile del suo tour asiatico, è opportuno ricordare che i tecnocrati della Cina non sono affatto ingenui: non regaleranno nulla, rischiando una rivolta popolare nell'anno della decennale transizione del potere, e sanno bene che se gli affari proposti da Roma fossero tanto convenienti, qualcun altro li avrebbe già fatti. Pechino ha interesse nella stabilità dell'euro e nella ripresa europea, ossia nei suoi consumi, per rilanciare il proprio export. Illudersi che a questi interessi nazionali si sia aggiunta un'inedita filantropia esterofila, e in particolare che questa possa attingere ai 550 miliardi di euro a disposizione del fondo sovrano cinese, potrebbe indurre per l'ennesima volta un gelido risveglio.

Fino a poche settimane fa Roma e Bruxelles dichiaravano che l'euro e i bilanci statali della Ue dovevano "essere salvati dall'Europa e dagli Stati nazionali": cos'è cambiato nel frattempo? Dare all'Asia l'impressione che senza l'intervento delle sue potenze, dalla Corea del Sud, al Giappone e alla Cina, la zona euro non ce la fa, potrebbe essere assai pericoloso. Alle questioni di opportunità economica e finanziaria, si aggiunge infine un quesito politico. Il premier italiano approda a Pechino con l'intenzione di affrontare con gli interlocutori cinesi anche i problemi legati al rispetto dei diritti umani, alla libertà di espressione e alla repressione del dissenso, alla colonizzazione del Tibet e allo sfruttamento dei lavoratori nelle fabbriche? Un premo Nobel per la pace, Lia Xiaobo, langue in carcere e nell'ultimo anno trenta monaci tibetani si sono dati alle fiamme: sono temi all'altezza di una visita ufficiale, pur di taglio economico, oppure l'agenda politica dei valori maggioritari nella popolazione e nei partiti italiani, è ormai esclusa dalle relazioni tra i governi? Gli investimenti della Cina in Italia, che in un quadro di chiarezza ognuno si augura, non sono un auspicio finanziario astratto: significano l'ingresso di Pechino nella vita degli italiani, con tutto ciò che questo comporta anche in termini politici e sociali. Mario Monti, tutto questo, lo sa bene: è la ragione per cui in Cina nessuno si aspetta che si limiti a presentare la lista di un'Italia da battere all'asta per chi offre di più.

GIAMPAOLO VISETTI (La Repubblica - 30 marzo 2012)


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)