"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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martedì 7 maggio 2013

Travaglio su Andreotti: Colpevole, ma tutti in coro gridarono "Assolto"

Il giornalista del Fatto ripercorre la storia di Giulio Andreotti. Quanto è rara la verità al giorno d'oggi

LA SENTENZA D'APPELLO, CONFERMATA IN CASSAZIONE, STABILÌ CHE IL REATO FU "COMMESSO FINO ALLA PRIMAVERA DEL 1980". LO SALVÒ LA PRESCRIZIONE.

Lo Stato non può processare se stesso", diceva Leonardo Sciascia. Senza prevedere che, in una breve e luminosa stagione, quella dei primi anni 90 del XX secolo, lo Stato avrebbe processato se stesso grazie a un pugno di magistrati coraggiosi, raccolti in poche Procure e Tribunali. Fra questi, quelli di Milano e di Palermo. Giulio Andreotti passerà alla storia come l'unico presidente del Consiglio (lo fu per ben sette volte) processato per mafia. Ma come sia finito il suo processo a Palermo, che per questo motivo è il più importante della storia non solo d'Italia, ma del mondo, lo sanno in pochi, e in pochissimi lo sapranno nelle generazioni future. Perché quel processo è stato il banco di prova di una delle più colossali manipolazioni mai viste nella storia dell'informazione.

Le prime rivelazioni sui rapporti di Andreotti con la mafia le raccolgono i pm di Palermo dalla bocca del pentito Leonardo Messina subito dopo l'omicidio del suo luogotenente siciliano, Salvo Lima, nella primavera del 1993. Poi, dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino uccisi con gli uomini delle scorte, si decidono a parlare altri collaboratori di giustizia: Gaspare Mutolo,Francesco Marino Mannoia e Tommaso Buscetta (che già aveva fatto il nome di Andreotti nel 1983 dinanzi ai giudici americani che lo interrogavano sul caso Pizza Connection, ma si era rifiutato di ripeterlo dinanzi a Giovanni Falcone perché "dottore, se parlo di politica ci mettono in manicomio tutti e due"). Seguiti a ruota da un'altra trentina (più vari testimoni, supportati da numerosi riscontri documentali) negli anni successivi.

DOPO LE STRAGI DEL '93

Nel gennaio del '93 Gian Carlo Caselli arriva a Palermo devastata dalle stragi come nuovo procuratore capo e tira le somme del lavoro svolto dai colleghi. Ce n'è abbastanza per chiedere al Senato l'autorizzazione a procedere contro Andreotti per 416-bis: "partecipazione all'associazione per delinquere di stampo mafioso denominata Cosa Nostra". Il Senato, favorevole lo stesso illustre indagato, la concede. E nel 1994, dopo il rinvio a giudizio, inizia il processo del secolo. Dura cinque anni. Nel 1999 l'imputato Giulio Andreotti, che ha presenziato a quasi tutte le udienze, rispettando almeno formalmente il potere giudiziario, viene assolto dal Tribunale di Palermo in base all'articolo 530 comma 2: la vecchia insufficienza di prove, come dimostrano le 5mila pagine di motivazioni. I giudici ritengono provate numerosissime accuse portate in aula dai pm Caselli, Lo Forte, Natoli e Scarpinato, ma non le considerano sufficienti per integrare il reato contestato. Andreotti - concludono - era in contatto diretto con vari mafiosi; incontrò il giovane boss Andrea Manciaracina a quattr'occhi in una saletta d'albergo; visitò Michele Sindona mentre quest'ultimo era latitante; aveva intensi rapporti con Licio Gelli; è addirittura "possibile" il suo incontro del 1980 con il boss Stefano Bontate narrato da Mannoia; è un mentitore professionale, avendo raccontato almeno 21 bugie su aspetti decisivi delle accuse.

In particolare: sei menzogne sull'affettuosa amicizia (sempre sdegnosamente negata) con i cugini Antonio e Ignazio Salvo; due sul generale Dalla Chiesa (le stesse testimoniate sotto giuramento al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino negli Anni 80); una sull'andreottiano mafioso Bevilacqua; due su Ciancimino; dieci su Sindona; due sull'incontro con Manciaracina. Ma le prove contro di lui, alla fine, vengono ritenute contraddittorie o insufficienti per condannarlo.

Poi però, il 2 maggio 2003, la I sezione della Corte d'appello ribalta la sentenza di primo grado, accogliendo in parte il ricorso della Procura e "dichiara non doversi procedere nei confronti dello stesso Andreotti in ordine al reato di associazione per delinquere a lui ascritto al capo A della rubrica, commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione". Per il periodo seguente invece è confermata l'assoluzione con formula dubitativa. Dunque Andreotti ha "commesso" il reato di associazione per delinquere con Cosa nostra sino alla primavera del 1980, ma il reato è coperto da prescrizione, appena scattata nel dicembre 2002 (22 anni e mezzo dopo i fatti - primavera del 1980 - e pochi mesi prima della sentenza). E solo perché, essendo incensurato, Andreotti ottiene le attenuanti generiche. E solo perché nel 1980 non esisteva ancora il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, introdotto nel 1982: per l'associazione "semplice" le pene sono più basse e i termini di prescrizione più brevi.

La data della primavera 1980 è quella dell'incontro a Palermo (pienamente accertato) fra Andreotti e il boss Stefano Bontate, all'indomani del delitto Mattarella. Ma i giudici ritengono provati anche altri vertici fra il senatore a vita e diversi boss di prima grandezza: lo stesso Bontate (nella primavera-estate 1979 a Catania, dove il boss preannunciò all'uomo politico l'intenzione di assassinare il presidente della Regione, il dc Piersanti Mattarella), Tano Badalamenti (nel 1979 a Roma, per aggiustare il processo a carico di Vincenzo e Filippo Rimi, parenti di don Tano), Andrea Manciaracina (nel 1985, a Mazara del Vallo), mentre non ritengono sufficienti le prove sul presunto incontro con Totò Riina nel 1987. Incontri diretti, dunque, e non solo mediati dai luogotenenti andreottiani in Sicilia, i cugini Nino e Ignazio Salvo (mafiosi doc che Andreotti ha sempre negato di conoscere) e Salvo Lima. Fino al 1980, dunque, l'uomo politico intrecciò "un'autentica, stabile ed amichevole disponibilità verso i mafiosi". Che non costituisce "una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante", ma "una vera e propria partecipazione all'associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo".

I RAPPORTI DEL SENATORE

Negli Anni 70, fino almeno alla primavera 1980, "la Corte ha ritenuto la sussistenza: - di amichevoli ed anche dirette relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco della c.d. ala moderata di Cosa nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, propiziate dal legame del predetto con l'on. Salvo Lima, ma anche con i cugini Antonino ed Ignazio Salvo, essi pure peraltro organicamente inseriti in Cosa nostra; - di rapporti di scambio che dette amichevoli relazioni hanno determinato: il generico appoggio elettorale alla corrente andreottiana, peraltro non esclusivo e non esattamente riconducibile a un'esplicitata negoziazione e, comunque, non riferibile precisamente alla persona dell'imputato; il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze - di per sé, non sempre di contenuto illecito - dell'imputato o di amici del medesimo; la palesata disponibilità e il manifestato buon apprezzamento del ruolo dei mafiosi da parte dell'imputato, frutto non solo di un autentico interesse personale a mantenere buone relazioni con essi, ma anche di un'effettiva sottovalutazione del fenomeno mafioso (...); - della travagliata, ma non per questo meno sintomatica ai fini che qui interessano, interazione dell'imputato con i mafiosi nella vicenda Mattarella, risoltasi, peraltro, nel drammatico fallimento del disegno del predetto di mettere sotto il suo autorevole controllo l'azione dei suoi interlocutori ovvero, dopo la scelta sanguinaria di costoro, di tentare di recuperarne il controllo, promuovendo un definitivo, duro chiarimento, rimasto infruttuoso per l'atteggiamento arrogante assunto dal Bontate".

LA SUA AMICIZIA CON I BOSS

Come si traducono questi comportamenti alla luce del Codice penale? "Il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi;ha loro chiesto favori;li ha incontrati;ha interagito con essi;ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite;ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l'assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all'omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza".

I giudici scolpiscono così, in poche righe, la storia dei rapporti fra Andreotti e Cosa nostra, smentendo preventivamente (e profeticamente) chiunque tenti di gabellare la loro sentenza per un'assoluzione o per una prescrizione che non entra nel merito dei fatti: "L'imputato ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi. In definitiva, la Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione all'associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all'ambiente siciliano, il quale, nell'arco di un congruo lasso di tempo, anche al di fuori di un'esplicitata negoziazione di appoggi elettorali in cambio di propri interventi in favore di un'organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento territoriale nell'Isola: a) chieda e ottenga,per conto di suoi sodali, a esponenti di spicco dell'associazione interventi paralegali , ancorché per finalità non riprovevoli; b) incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione; c) intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio tagliate fuori da tali rapporti; d) appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso; e) indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati; f ) ometta di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti con i mafiosi; g) dia, in buona sostanza, a detti esponenti mafiosi segni autentici - e non meramente fittizi-di amichevole disponibilità,idonei,anche al di fuori[...] di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento dell'organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale".

VIA ALLA DISINFORMAZIONE

E allora, fino al 1980, niente assoluzione, ma prescrizione del reato "commesso", e solo grazie alla concessione delle attenuanti generiche prevalenti, che la accorciano: "Alla stregua dell'esposto convincimento, si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione, il giudizio negativo espresso dal Tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente , siano nel merito fondate le censure dei pm appellanti. Non resta allora che confermare, anche sotto il profilo considerato, il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione".

Parole talmente pesanti da indurre gran parte della classe politica (centrodestra, ma anche Margherita, Udeur, Sdi) e l'informazione al seguito a orchestrare la campagna di disinformazione, anzi di sterminio della verità, per ribaltare il verdetto che suona come campagna a morto per tutta la Casta. E spacciare Andreotti come "assolto", cioè perseguitato ingiustamente dalle toghe rosse palermitane. Dalla commissione Antimafia al Parlamento, su su fino al premier Silvio Berlusconi, che in una celebre intervista al settimanale britannico The Spectator, dichiara: "Andreotti non è mio amico. Lui è di sinistra [sic]. Ma hanno creato questa menzogna per dimostrare che la Dc non era un partito etico, ma vicino alla criminalità. Non è vero. È una follia! Questi giudici sono doppiamente matti! Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana". Intanto il caso Andreotti approda in Cassazione: la Procura generale di Palermo ricorre contro l'assoluzione post-1980 e la difesa Andreotti contro la prescrizione pre-1980.

Il senatore, almeno lui, la sentenza l'ha letta e capita, dunque chiede di essere assolto con formula piena, ben sapendo che quella prescrizione è un'ombra infamante su gran parte della sua lunga carriera politica. Ma il 15 ottobre 2004 la II sezione penale della Cassazione conferma tale e quale la sentenza d'appello e "condanna l'imputato al pagamento delle spese processuali". Insomma le macchie restano. E diventano indelebili. Ma ancora una volta la politica e la sottostante "informazione" si attivano immantinente per spacciare la merce avariata dell' "assoluzione definitiva". Con annessa beatificazione dell'imputato. Berlusconi, grande esperto in prescrizioni, si dice "molto felice per Andreotti". Pera si rallegra per la "fine del calvario". Casini addirittura esulta per la "sentenza liberatoria per le istituzioni", come se ci fosse qualcosa di liberatorio nell'apprendere che, fino al 1980, un sette volte presidente del Consiglio fu alleato di Cosa nostra. Il Vaticano esprime "grande soddisfazione". Emanuele Macaluso pubblica sul Riformista un commento dal titolo "Andreotti assolto, il Teorema è finito. Ma ora cancelleranno anche l'infamia?", in cui parla di "Procura battuta", di "vicenda politico-giudiziaria iniziata male, molto male dalla Procura di Palermo e chiusa da un verdetto che certamente assolve Andreotti dal reato di associazione mafiosa" Romano Prodi parla di "bella notizia". Giuseppe Fioroni (ex Margherita ora Pd) si spinge oltre: "Andreotti esce a testa alta da accuse infamanti contro le quali ha usato solo la forza della verità".

Non male, per un imputato che già secondo il Tribunale aveva mentito 21 volte. Di fronte all'ennesima colata di menzogne, Caselli scrive un articolo su La Stampa intitolato "Ma Andreotti è stato mafioso", per ricordare il contenuto della sentenza appena confermata. Nessuno lo può smentire, sentenza alla mano. Anche perché la sentenza non l'ha letta nessuno. Ma un coro unanime di politici di ogni colore, a Camere unificate, con l'eccezione dei Ds e Di Pietro, lo zittisce come un impiccione importuno. Il laico forzista del Csm Giorgio Spangher propone di trasferirlo lontano da Torino per incompatibilità ambientale e raccomanda di escluderlo dalla prossima corsa per la Procura nazionale Antimafia. Verrà accontentato per legge (poi bocciata dalla Consulta). Il 28 dicembre 2004 arrivano le motivazioni della Cassazione, eccezionalmente firmate da tutti e cinque i membri del collegio. I quali definiscono "logica", "razionale", "esaustiva", "conseguente", "ineccepibile", "non censurabile" la sentenza d'appello e ricordano che la prescrizione comporta l'accertamento del reato commesso da Andreotti: "La sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione". Non sempre è vero che, come diceva Sciascia, lo Stato non può processare se stesso. È vero però che, le rare volte in cui processa se stesso, i cittadini non devono saperlo. 
  

Lettere di Aldo Moro a A Benigno Zaccagnini (non recapitate)



"Caro Zaccagnini,

ecco, sono qui per comunicarti la decisione cui sono pervenuto nel corso di questa lunga e drammatica esperienza ed è di lasciare in modo irrevocabile la Democrazia Cristiana.  Sono conseguentemente dimissionario dalle cariche di membro e presidente del Consiglio Nazionale e di componente la Direzione Centrale del Partito.  Escludo ovviamente candidature di qualsiasi genere nel futuro.  Sono deciso a chiedere al Presidente della Camera, appena potrò, di trasferirmi dal Gruppo Parlamentare della D.C. al Gruppo Misto. E' naturale che aggiunga qualche parola di spiegazione.  Anzi le parole dovrebbero essere molte, data la complessità della materia, ma io mi sforzerò di ridurle al minimo, cominciando, com'è ovvio, dalle più semplici.  Non avendo mai pensato, anche per la feroce avversione di tutti i miei familiari, alla Presidenza della Repubblica, avevo immaginato all'inizio di legislatura di completare quella in corso come un vecchio al quale qualche volta si chiedono dei consigli e con il quale si ama fare un commento sulle cose, che l'età ed il personale disinteresse rendono, forse, obiettivo.  Come più volte ti ho detto, fosti tu a deviare questo corso delle cose, mentre furono ancora tuoi amici che fecero riserve, sempre nell'illusione che io dovessi dare ancora qualche cosa al Partito, non appena si accennò ad una presidenza di Assemblea, per concludere in tal modo la mia attività politica.  Così mi sono trovato in un posto difficile e ambiguo, che dava all'esterno la sensazione di un predominio (inesistente) della D.C. ed all'interno creava imbarazzi, gelosie, equivoci, timori.  Essendoci lasciati in ottima intesa la sera del martedì, già pochi giorni dopo, qui dove sono, avevo la sensazione di avervi in qualche modo liberato e che io costituissi un peso per voi non per il fatto di non esserci, ma piuttosto per il fatto di esserci.  E questo per ragioni obiettive, perché non c'è posto, accanto al Segretario Politico eletto dal Congresso, per un Presidente del Partito che abbia rispetto di sé e delle cose.  E se il vostro profondo pensiero coincideva con quello che io avevo fatto valere, perché non accontentarci tutti in una volta?  Aggiungerò poi (e questo va al di là della Presidenza del Consiglio Nazionale di cui abbiamo parlato sin qui) che io non ho compreso e non ho approvato la vostra dura decisione, di non dar luogo a nessuna trattativa umanitaria, anche limitata, nella situazione che si era venuta a creare. L'ho detto cento volte e lo dirò ancora, perché non scrivo sotto dettatura delle Brigate Rosse, che, anche se la lotta è estremamente dura, non vengono meno mai, specie per un cristiano, quelle ragioni di rispetto delle vittime innocenti ed anche, in alcuni casi, di antiche sofferenze, le quali, opportunamente bilanciate e con il presidio di garanzie appropriate, possono condurre appunto a soluzioni umane.  Voi invece siete stati non umani, ma ferrei, non attenti e prudenti, ma ciechi.  Con l'idea di far valere una durissima legge, dalla quale vi illudete di ottenere il miracoloso riassetto del Paese, ne avete decisa fulmineamente l'applicazione, non ne avete pesato i pro e i contro, l'avete tenuta ferma contro ogni ragionevole obiezione, vi siete differenziati, voi cristiani, dalla maggior parte dei paesi del mondo, vi siete probabilmente illusi che l'impresa sia più facile, meno politica, di quanto voi immaginate, con il vostro irridente silenzio avete offeso la mia persona, e la mia famiglia, con l'assoluta mancanza di decisioni legali degli organi di Partito avete menomato la democrazia che è la nostra legge, irreggimentando in modo osceno la D.C., per farla incapace di dissenso, avete rotto con la tradizione più alta della quale potessimo andar fieri.  In una parola, l'ordine brutale partito chissà da chi, ma eseguito con stupefacente uniformità dai Gruppi della D.C., ha rotto la solidarietà tra noi.  In questa (cosa grossa, ricca di implicazioni) io non posso assolutamente riconoscermi, rifiuto questo costume, questa disciplina, ne pavento le conseguenze e concludo, semplicemente, che non sono più democratico cristiano.  Essendo scontata in ogni caso dal momento del mio rapimento (e della vostra mistica inerzia) il mio abbandono della Direzione e del Consiglio Nazionale, restava, se il vostro comportamento fosse stato diverso e più costruttivo, la possibilità della mia permanenza senza alcun incarico nella famiglia democratica cristiana e che è stata mia per trentatré anni.  Oggi questo è impossibile, perché mi avete messo in una condizione impossibile.  E perciò il mio ritiro da semplice socio della D.C. è altrettanto serio, rigido ed irrevocabile quanto lo è il mio abbandono dalle cariche nelle quali avevamo creduto di poter lavorare insieme.  Tutto questo è finito, è assolutamente finito.  Ed ora che posso parlare, senza che nessuno pensi ad una pretesa di successione, a parte il mio durissimo giudizio sul Presidente del Consiglio e su tutti coloro che hanno gestito in modo assolutamente irresponsabile questa crisi, c'è, per dovere di sincerità ed antica appannata amicizia, la valutazione su di te, come, per così dire, il più fragile Segretario che abbia avuto la D.C., incapace di guidare con senso di responsabilità il partito e di farsi indietro quando si diventa consapevoli, al di là della propaganda, di questa incapacità.  Guidare e non essere guidato è il compito del Segretario del più grande partito italiano.


Giunti a questo punto, i motivi di dissenso, che non ci faranno incontrare più, sono evidentemente molti.  Tu non penserai che possa trattarsi solo del modo chiuso e retrivo che ha caratterizzato il vostro comportamento in questa vicenda, nella quale vi sembrerà di avere conseguito chissà quale straordinario successo.  Questa è una spia, la punta dell'iceberg, ma il resto è sotto.  Ho riflettuto molto in queste settimane.  Si riflette guardando forme nuove.  La verità è che parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente.  La verità è che ci illudiamo di essere originali e creativi e non lo siamo.  La verità è che pensiamo di fare evolvere la situazione con nuove alleanze, ma siamo sempre là con il nostro vecchio modo di essere e di fare, nell'illusione che, cambiati gli altri, l'insieme cambi e cambi anche il Paese, come esso certamente chiede di cambiare.  Ebbene, caro Segretario, non è così.  Perché qualche cosa cambi, dobbiamo cambiare anche noi.  E, a parte il fatto che davvero altri (socialisti ieri, comunisti oggi) siano in grado di realizzare una svolta in accordo con noi - il che possiamo augurarci e sperare - la D.C. è ancora una così gran parte del Paese, che nulla può cambiare, se anch'essa non cambia.  E per cambiare non intendo la moralizzazione, l'apertura del Partito, nuovi e più aperti indirizzi politici.  Si tratta di capire ciò che agita nel profondo la nostra società, la rende inquieta, indocile, irrazionale, apparentemente indominabile.  Una società che non accetti di adattarsi a strategie altrui, ma ne voglia una propria in un limpido disegno di giustizia, di eguaglianza, di indipendenza, di autentico servizio dell'uomo.  Ecco tutto.  Benché sia pessimista, io mi auguro che facciate più di quanto osi sperare.  Non era questa la conclusione cui avevo pensato né l'addio immaginato per te ed i colleghi.  Ma le cose sono così poco nelle nostre mani, specie se esse sono troppo deboli o troppo forti.  Che Iddio ti aiuti ed aiuti il Paese.  Cordialmente.

Aldo Moro"



"Caro Zaccagnini,
la lunga e tormentata vicenda della mia prigionia presso le Brigate Rosse pone dei problemi ai quali è doveroso e sempre più urgente rispondere.  Mi riferisco all'atteggiamento di totale indifferenza assunto dal Partito nei confronti della mia persona e della mia famiglia, la quale paga un prezzo altissimo per un modo di fare che non ha assolutamente precedenti nella D.C. Quest'ultima è venuta incontro, più o meno, alle necessità che premevano sui suoi associati, ma mai, come in questo caso, è restata del tutto fuori da una vicenda gravissima, delicatissima e per la quale non era certo priva di mezzi d'intervento.  Si poteva fare, solo che si fosse voluto rimuovere una inconsistente pregiudiziale, ed invece non si è fatto.  Il culto esasperato del rispetto della legalità formale ha reso rigidi e insensibili, ha ridotto ad essere soffocante, come mai era stata, la disciplina di partito, ha tolto ogni libertà di ragionevole movimento, ed ha sacrificato, con me e con la mia famiglia, quelle ragioni umanitarie che militano a favore, oltre che di vittime innocenti, ma anche di persone condannate le cui condizioni di salute e di vita abbisognano di particolare cura e per le quali si offre l'ospitalità, caritatevole o amichevole, di un paese straniero.
 
Questi sono i principi sanciti nella nostra coscienza civile, e nei paesi più evoluti non manca mai una giusta considerazione di ragioni umanitarie, siano esse prevalenti, di volta in volta, per le vittime innocenti o per persone ormai condannate. Io pensavo che, al di là della mia persona sofferente ed in pericolo, in un partito d'ispirazione cristiana a queste cose non si potesse guardare con indifferenza.  E proprio mentre i socialisti, sia pure in modo incompiuto, si fanno carico di cose delle quali ben prima proprio i cristiani dovevano avere la maggiore sensibilità.
 
Da qui un profondo stupore ed un profondo disagio.  Certo l'impresa portata a termine dalle Brigate Rosse è di notevole rilievo politico: ma è pur vero che essa pone in luce quei problemi umanitari dei quali parlavo innanzi e dei quali né il partito né tu potete assolutamente disinteressarvi.  Ed invece ve ne disinteressate con sfacciato cinismo, essendo del resto in buona compagnia.  Mi stupisco del fatto che così si manifesti la tua sensibilità umana e cristiana.
Questo, a prescindere da tante altre cose, per gli aspetti personali e per quelli obiettivi, è un capitolo importante, ed altamente deludente, dei miei rapporti con la D.C. Questo disagio di fondo l'ho capito ogni giorno di più, questa incomprensione, questa diversità tra noi diventano ogni giorno più vistose, rendendomi impossibile di ritrovarmi con gli antichi amici con la scioltezza e la naturalezza di sempre.

Questa irremovibile intolleranza, che nasce, sia ben chiaro, da un fatto morale più che politico mi induce a questo punto a rendere formali le mie dimissioni dal Partito, intendo non solo dalle cariche, comprese quelle ipotetiche e future, ma proprio dal corpo, dalla famiglia della D.C. Passerò perciò, per la durata della legislatura al Gruppo Misto.  Dopo tanti anni di amicizia, che ha sofferto anch'essa di questa crisi ci troviamo su posizioni estremamente lontane ed incongiungibili.  Stranamente vedo in te quell'arroganza del potere che abbiamo tante volte lamentato in altri e che, ricordalo, il paese sente con crescente insofferenza, senza che possa essere questa assurda gara di resistenza nello sbarazzarci di ogni ragione umanitaria a farcelo perdonare.
Sia dunque ben chiaro, perché non vi siano equivoci, che non si pone solo il problema della mia persona per quel che poco significa per la D.C., ma il problema oggetto del modo di reagire con senso cristiano e democratico di fronte a situazioni di obiettivo pericolo e che richiedono interventi umanitari.  Ritengo dunque sbagliata e urtante la linea del partito che hai assunto e che incautamente si è fatto in modo che tu assumessi.  La colpa è grave in entrambi i casi.  Siamo guidati male, in modo insicuro e non coerente ai principi.
Ma in un travaglio così complesso non sono solo queste le ragioni della mia decisione".[...]

[...] la lettera s'interrompe senza conclusione

sabato 4 maggio 2013

Emma il ministro una "fanatica" dei diritti umani

C'è in Emma Bonino, nuovo ministro degli Esteri, la bontà sanguinaria di una Santa Caterina da Siena. E' una fanatica dei 'diritti umani'. Un po' meno degli esseri umani. Se sospetta che uno di questi Diritti sia leso, in una qualsiasi parte del globo, è pronta ad invocare l'arrivo delle truppe, dei carri armati, dei B52, delle bombe all'uranio impoverito. «Sono una non violenta, non una pacifista» dichiara. Fatto è che sono più di quindici anni che la Bonino è una guerrafondaia dai purissimi e santi intenti. Comincio' durante le vicende di Bosnia, saltellando da una Tv all'altra del Vecchio Continente e strillando: «Gli stupri etnici! Gli stupri etnici! Non possiamo tollerare gli stupri etnici!», mentre migliaia di persone morivano sotto le bombe all'uranio impoverito della Nato, il cui intervento, con questo pretesto, la Bonino aveva invocato nella sua qualità di Commissario europeo. E ha continuato, la 'non violenta', appoggiando tutte le guerre occidentali, successive e preventive: alla Serbia, all'Afghanistan, all'Iraq, alla Libia, mentre non sarebbe aliena alla «soluzione di forza» con l'Iran dove le donne indossano il chador che è una delle ossessioni di questa suorina laica.
Cio' che inquieta in Emma Bonino è l'indiscutibile buona fede. La malafede è meno pericolosa. Perchè ha la debolezza della cattiva coscienza, mentre la buona fede è inossidabile, incrollabile, invincibile, marcia con la Verità in tasca e la spietatezza che solo i Giusti possono pensare di potersi permettere.
Irrisolta come tutte le persone che si sono vocate a un Assoluto , e che amano il mondo senza amare gli uomini, Emma Bonino è, in un certo modo, una figura patetica. Crede di essere laica ed è fortissimamente impregnata di cultura cattolica di cui ha la crudeltà inconscia. Crede di essere liberale e non lo è. Un liberale che pretende che tutti lo siano non è un liberale: è un fascista. Crede di essere democratica ed è totalitaria, perchè non concepisce 'l'altro da sè'.
Donna destituita di ogni ironia e autoironia, come puo' esserlo solo una che è nata a Bra (Cuneo), quando parla ai suoi, ai radicali, si sente in dovere di essere spiritosa, con risultati imbarazzanti, in omaggio a un passato da Giamburrasca, da Ribelle, che è ormai un po' sbiadito, dopo otto legislature come deputato, due come parlamentare UE, un incarico come Commissario europeo e ,ora, ministro degli Esteri.
Catafratta nelle sue incrollabili certezze, refrattaria a ogni cultura e sensibilità che non siano le sue, la Bonino si reco' nel 1997, come Commissario europeo, nell'Afghanistan dei Talebani. I quali le permisero di vedere tutto quel che voleva. Lei si introdusse nel reparto femminile del policlinico di Kabul, con un codazzo di giornalisti, fotografi, cineoperatori che si misero a riprendere tutto e tutti, degenti comprese. Ora, è noto che nella cultura islamica c'è una particolare sensibilità sulla riproduzione della figura umana, maschile e femminile (se ci badate i loro tappeti hanno decorazioni solo animali, floreali, vegetali). Del resto nemmeno in Italia è permesso fotografare i degenti senza il loro consenso. Intervenne il 'Corpo per la repressione del Vizio e la promozione della Virtù', acchiappo' la Bonino e il suo codazzo e li porto' alla prima stazione di polizia. Li' le spiegarono come andavano le cose dalle loro parti e la rilasciarono. Lei, tornata a Bruxelles, ordino', per ritorsione, di tagliare gli aiuti umanitari all'Afghanistan.
Con un ministro degli Esteri di questo genere svanisce qualsiasi possibilità di ritirare le nostre ipocrite 'missioni di pace' all'estero (l'unica che è veramente tale è quella in Libano per tutelare quelle popolazioni dagli scontri fra Hezbollah e israeliani) risparmiando, fra l'altro, quei tre o quattro miliardi che si renderebbero utilissimi per risolvere alcuni problemi di casa nostra, come gli esodati e il rifinanziamento della Cassa integrazione.



Il 2 giugno facciamo sfilare chi rappresenta davvero la Repubblica

Ancora una volta devo far riferimento al mio precedente post che ha suscitato molte reazioni, anche violente e aggressive. Ma non è dei toni che mi preoccupo quanto di un equivoco di cui evidentemente sono responsabile: quando molti lettori danno alle parole un senso a cui chi scrive non pensava neppure, la colpa non è certo di chi legge ma di chi scrive e non si fa capire. Non dico dunque che sono stato frainteso, ma che non sono riuscito a essere chiaro. Invitando i “ragassi” a mollare la brutta compagnia, non mi rivolgevo ai giovani per spingerli a lasciare l’Italia, ma ai parlamentari del Pd – giovani e meno giovani – perché escano al più presto da questa ambigua maggioranza.
Chiarito e – spero – scusato l’equivoco, passiamo oltre, a una notizia che ho letto ieri sui quotidiani. Per il prossimo 2 giugno, nel piano di risparmi della spesa pubblica, non ci sarà la festa ai giardini del Quirinale. Resterà, invece, la tradizionale parata militare, sia pure con le progressive riduzioni che hanno consentito negli ultimi anni di eliminare due terzi dei costi. Si è passati dai 4 milioni di qualche anno fa a un milione e mezzo di euro. Ora, a parte che anche quest’anno non sono bruscolini, tutto questo ci conferma che fino a qualche tempo fa i soldi pubblici si buttavano davvero dalla finestra. Pare che la scelta del mantenimento della sfilata sia dettata dall’intransigenza del Presidente della Repubblica sul valore dei simboli. Ma allora mi sento di avanzare una proposta. Per rappresentare la Repubblica è proprio necessario mettere in mostra i corpi dell’esercito? Non sarebbe più significativo far sfilare – che so – i medici e gli infermieri del servizio sanitario che passano le loro giornate e le notti a salvaguardare la salute dei cittadini? O dei magistrati, con le loro scorte, che ogni giorno rischiano la pelle per riportare la legalità in varie zone? O delle maestre, che per poco più di mille euro al mese cercano di garantire delle serie basi culturali ai figli di questo paese avviato all’analfabetismo? Che ne dite? A me sembra una buona idea. Eviterebbe ogni pericolo di inquinamento ambientale, ridurrebbe drasticamente le spese e sarebbe rappresentativa della Repubblica, della sua Costituzione, dei suoi valori, non meno delle tute mimetiche, dei carri armati, dei reparti dell’esercito e di tutto il suo modernissimo e costosissimo armamentario. 
 
 
 

venerdì 3 maggio 2013

Video XII^ Maratonina Città di Terrasini (PA)


«Ho visto Messina Denaro. Hanno bloccato le mie indagini»

«Noi non abbiamo intenzione di prendere Provenzano! Non hai capito niente allora? Ti devi fermare!». È sbigottito il maresciallo Saverio Masi quando, dopo aver chiesto uomini e mezzi per catturare il boss, sente urlare il suo superiore. «Hai finito di fare il finto coglione? Dicci cosa vuoi che te lo diamo. Ti serve il posto di lavoro per tua sorella?» Allo sbigottimento segue lo sconcerto. Nessuno nell’Arma era a conoscenza che la sorella fosse disoccupata.
È solo uno degli episodi che Masi ha descritto nella denuncia presentata alla Procura di Palermo. A distanza di anni rivela il nome del superiore e di tutti gli altri che avrebbero ostacolato le indagini su Provenzano prima e Messina Denaro poi.
Un macigno scagliato mentre è in corso la requisitoria del Pm Nino di Matteo contro gli ex ufficiali del Ros accusati di avere favorito la latitanza di Provenzano. Ma la testimonianza di Masi arriva anche pochi giorni prima del 27 maggio quando si aprirà il processo sulla trattativa mafia-Stato, ed è destinata a lasciare il segno.
IL CONTATORE DELL'ENEL - I fatti si svolgono tra il 2001 e il 2007. Provenzano nel frattempo è stato arrestato (nel 2006), Matteo Messina Denaro ancora no. Masi, per uno strano intreccio di vite, oggi è il capo scorta di Di Matteo, il pm che indaga sulla trattativa.
Quando Masi nel 2001 si presenta al Nucleo Provinciale di Palermo chiede di occuparsi della cattura di Provenzano. La caccia ai latitanti è una missione che sente cucita sulla pelle e invece lo inviano a Caltavuturo, sulle Madonie. Non si rassegna e, di propria iniziativa, si mette sulle tracce di Provenzano.
Si sorprende quando intuisce che con pochi mezzi e consultando vecchi verbali, all’indomani dell’arresto del boss Benedetto Spera, riesce ad individuare un contatore Enel riferibile a chi gestiva la latitanza di Provenzano ben cinque anni prima della sua cattura. Difficile immaginare la sua reazione quando i superiori gli ordinano di sospendere le indagini.
Gli appare chiaro che non c’è tanta voglia di catturare il boss di Corleone.
Forse è per questo che molti spunti d’indagine rimangono lettera morta, come quelli raccolti in una notte dell’agosto del 2001.
LA TELEFONATA CON L'ITALOAMERICANO - I carabinieri ascoltano un noto pregiudicato della zona legato a Provenzano, dall’altra parte del filo c’è un italoamericano che ha solo una preoccupazione: invitare negli Usa il premier Berlusconi l’8 ottobre alla festa del Columbus Day.
L’americano dice: «Voglio Berlusconi e ho detto a Nicola come si deve fare. Iddu è pure in buoni rapporti con Bush», e il mafioso italiano risponde: «Certo, come lo vedo, glielo dico io». Pochi giorni dopo c’è l’attentato alle Torri, Berlusconi partecipa al Columbus Day, ma al telefono. Chi fosse Nicola e a chi fosse intestata l’utenza Usa non si è mai saputo. È rimasto anche il mistero di come un italoamericano e un picciotto delle contrade siciliane potessero condizionare Berlusconi.
LA MACCHINA PER SCRIVERE - Masi poi descrive il goffo tentativo di piazzare le cimici nel casolare di Provenzano, caduto nel vuoto perché il Ros aveva dimenticato gli attrezzi per forzare la serratura. Un episodio che fa il paio con un altro avvenuto poco dopo, quando i superiori ordinano a Masi, senza spiegare il motivo, di sospendere il pedinamento di Ficano, cognato di Simone Castello, postino di Provenzano.
Masi aveva ficcato il naso nel parco autodemolizioni di proprietà di Ficano e aveva scoperto, tra pneumatici e carcasse, un casotto con dentro una macchina per scrivere. La stessa che probabilmente veniva usata per compilare i pizzini destinati a Provenzano. E forse in alcuni casi l’aveva usata lo stesso boss. In quel casotto pochi minuti prima era entrato anche il suo capitano e, non rilevando nulla di anomalo, aveva deciso di non piazzare microspie.
Masi stupito chiede di fare accertamenti sulla macchina per scrivere. Chiede di battere l’alfabeto su un foglio, per poter confrontare i caratteri con quelli dei “pizzini” già sequestrati. Una richiesta banale, ma il capitano si rifiuta. Ne scaturisce un'animata discussione dopo la quale Masi apprende che anche nelle indagini su Gaetano Lipari, “l’infermiere di Bernardo Provenzano ”, era stato impartito lo stesso incredibile ordine: non pedinare i principali indagati.
NEL CASOLARE - La carriera di Masi s’incrocia anche con Messina Denaro, e si trova a sfogliare un copione già letto. Come quando segue il caso delle «talpe» della Procura di Palermo. Si mette sulle piste di Francesco Mesi, sospettato di essere uno dei favoreggiatori di Denaro. Piazza cimici e rilevatori satellitari sull’auto e segue Mesi nei pressi di una macelleria: è di Pietro Tornatore, che consegna a Mesi una busta e gli sussurra: «da parte del compare Giammanco», considerato vicino a Provenzano.
Masi segue la sua preda nella campagna tra Bagheria e Misilmeri, fino a quando si ferma. Il maresciallo è certo di aver individuato il “corriere” di Messina Denaro. Vuole continuare le indagini con telecamere e microspie. Per questo chiede che gli vengano revocate le ferie natalizie. Ma il suo superiore “lo invita” ad andare in vacanza perché ci avrebbe pensato lui.
Al ritorno dalle ferie "forzate", Masi chiede conto dell’esito delle indagini. Il superiore risponde di non aver trovato nulla! Masi non gli crede e con un collega e a sue spese si reca in piena notte sul punto segnalato dal Gps: trova un contatore Enel e un casolare. Si avvicina, una porta si spalanca all'improvviso. Masi intravede degli uomini intorno a un tavolo, uno di loro probabilmente è Messina Denaro. Il maresciallo si getta sotto la siepe per non essere scoperto. Torna in caserma, litiga furiosamente con il capitano e scrive l’ennesima relazione che, come le altre, cade nel vuoto.
L'APPOSTAMENTO - L’appuntamento con il capo di Cosa Nostra è solo rinviato. Nel marzo del 2004 sulle strade di Bagheria evita per un soffio lo scontro con un’utilitaria che gli taglia la strada. Sta per imprecare, ma riconosce alla guida Matteo Messina Denaro. Lo segue mentre si infila in una villa. Ad attenderlo c’è una donna. Annota tutto e chiede l’autorizzazione a proseguire le indagini.
La reazione dei suoi superiori non è quella che si aspetta: gli chiedono di cancellare dalla relazione l’identità del proprietario della villa e quella della donna che aspettava il boss. Matteo Messina Denaro poteva continuare ad essere tranquillamente un fantasma.
Masi chiede ai superiori di trasmettere comunque la relazione alla Procura. A distanza di anni non sa se l’hanno fatto. Quello che è certo è che nessuna microspia è stata piazzata sull’auto di Denaro.
L’ultima relazione Masi l’ha scritta ieri. Ha messo in fila fatti e nomi e li ha consegnati alla Procura di Palermo. La vicenda ha un epilogo classico, come quello del capitano Bellodi protagonista del Giorno della Civetta. Masi tra poco affronterà un processo dove è accusato di tentata truffa per aver chiesto l’annullamento di una multa contratta con l'auto privata mentre svolgeva gli appostamenti. «Usavamo le macchine di amici - aveva spiegato nel processo Mori - perché i mafiosi conoscevano le nostre auto di servizio». A difenderlo gli avvocati Carta e Desideri, gli stessi che ora lo assistono nella denuncia depositata pochi giorni dopo le minacce al Pm Di Matteo.
Una pagina di testo scritta al computer: "Amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr) hanno deciso di eliminare il pm Nino Di Matteo in questo momento di confusione istituzionale, per fermare questa deriva di ingovernabilità. Cosa Nostra ha dato il suo assenso, ma io non sono d’accordo”.
È il pizzino scritto da chi si identifica come uno del commando di morte. Quello che è certo è che è ben informato. Conosce nei dettagli notizie riservate, spostamenti e soprattutto i punti deboli della protezione del Pm che sta indagando sulla trattativa mafia-Stato. 



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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)