"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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lunedì 10 novembre 2014

Cosa rimane del sistema bancario italiano dopo gli esami europei



Cosa rimane del sistema bancario italiano dopo gli esami europei
(D.Corsini, D. De Crescenzi)

Larchitettura di vigilanza di Basilea è il regno dei fini, vale a dire è un punto di arrivo per chi esercita lattività bancaria. Per essere sul mercato è necessario rispettare i ratios di capitale, secondo le modalità di calcolo che si sono nel tempo succedute. Come fare per rispettarli rientra nelle strategie di impresa, nelle politiche stabilite e perseguite dai manager, nelle caratteristiche dei mercati serviti: più credito e meno finanza, ovvero più titoli di Stato e meno finanza, ovvero ancora più credito meno finanza e titoli di Stato e così via secondo mix diversi tra le macro attività.
A questo sistema di regole, che è molto chiaro nel suo insieme, è stato associato lesercizio di valutazione compiuto da BCE e da EBA partendo dai dati di bilancio 2013, cui si sono aggiunti i risultati della revisione degli attivi a rischio e infine quelli degli stress test per tener conto dell'impatto sul capitale delle banche di alcuni scenari di turbolenza economica.
Lenorme mole di dati rilasciati e disseminati sul sito web della BCE ci permette di mostrare cosa è effettivamente accaduto e quali sfide ha il nostro sistema bancario da affrontare, essendo uscito purtroppo un pomalconcio dagli esami europei.
Il punto di partenza delle valutazioni è dunque il dicembre 2013 per ciascuna istituzione creditizia o gruppo di banche ritenute a rischio sistemico, con limportante avvertenza che non l'intero attivo di bilancio è rilevante ai fini di che trattasi, ma soltanto quelle componenti che presentano rischi secondo le categorie economico/finanziarie individuate dalle regole di vigilanza prudenziale. Pesano molto le partite deteriorate e i crediti alleconomia (seppure con diversi coefficienti di ponderazione) e hanno invece impatto minore i titoli di Stato e tutto il coacervo degli strumenti finanziari.
La disclosure dei dati ci consente di capire come le banche si sono di fatto presentate allimportante appuntamento. Tra il totale attivo di bilancio e le attività a rischio considerate - proprio per il differente peso dei coefficienti vi sono differenze eclatanti. Esse riflettono sia le relative specializzazioni di business in concreto perseguite sia la capacità di governare i rischi prescelti. Come si vede dalla tabella, la differenza più ampia si riscontra per le grandi banche tedesche e per le francesi che hanno poco più di un terzo delle attività di bilancio a rischio cui proporzionare il capitale di primo e secondo livello.
Per le banche italiane e quelle spagnole la differenza tra valore ponderato e valore nominale degli attivi è pari a circa la metà. Il valore minimo si ha per Deutsche Bank, una tra le più grandi banche del mondo, con il 22%, mentre il valore massimo si ha per la banca spagnola Banca Bilbao con quasi il 60%, che segna soprattutto il grado di esposizione al rischio di credito.
Nella quarta colonna della tabella è poi riportato il peso del rischio di controparte per sovereign and supranational non governamental organization che riflette i rischi connessi con la detenzione di titoli di Stato. Si nota agevolmente che per le banche italiane, come per tutte le altre, esso è del tutto trascurabile, in virtù del trattamento di favore riservato dalle regole di Basilea ai titoli del debito pubblico e nonostante le quantità accumulate da ciascuna banca. E, come si sa, alcune banche italiane hanno in bilancio titoli della specie per centinaia di miliardi di euro sia per diversificare il proprio portafoglio sia per gli effetti indotti dalle operazioni di rifinanziamento promosse dalla BCE.
In definitiva, si capiscono un podi cose.
Basilea concede aree di facilitazione, di ammorbidimento molto ampie invero, e un potutte le banche ne hanno beneficiato, come è abbastanza comprensibile per assicurare un accettabile livellamento del campo di gioco. Si è tuttavia detto che le banche italiane avevano le mani legate: recessione, sofferenze e altro ancora. In effetti, nonostante manovre di bilancio volte a modificare la composizione dellattivo a favore dei titoli di Stato, molte di esse non sono riuscite a passare lesame o lo hanno passato a stento. Con il che si è data la stura ad asseriti svantaggi competitivi rispetto agli altri sistemi bancari.
Si trascura però un aspetto essenziale. Basilea va adattata alla struttura di ciascun sistema creditizio e un pocome hanno fatto gli spagnoli era necessario intervenire con una incisiva opera di razionalizzazione e di consolidamento del sistema, mettendo al centro una decisa regia politico/strategica che, per noi, è chiaramente mancata. Di per sé una operazione di fusione tra banche migliora i ratios sia per rivalutazione di asset, ma, se si accompagna a un forte progetto industriale, anche per la crescita delle prospettive reddituali; ciò induce il mercato a valutare con favore l'immissione di nuove risorse, consentendo di aumentare il capitale di migliore qualità. La questione della profittabilità è quindi centrale, venendo a dipendere dal mix capitale/lavoro più adatto al business. E qui ci si imbatte in una di quelle peculiarità italiche, di cui siamo gelosissimi e convinti della loro bontà al punto da volerle esportare a tutta Europa, la quale, al contrario, non è tanto propensa ad accoglierle.
Si tratta della base sociale di ben nove delle 15 banche che abbiamo affidato alle cure dirette di Francoforte: tutte a base cooperativa e quindi a) difficili da far aggregare sia come preda che come cacciatore, b) a ridotta redditività, stante le politiche distributive fortemente dispersive loro tipiche.
Quindi a ciascuno il suo. Se le grandi banche continentali hanno usato la finanza per lenire le pene di Basilea e le due principali banche italiane hanno modificato il mix delle attività di bilancio, riducendo il credito all'economia rispetto ai titoli di stato, le altre banche italiane, in specie quelle contrassegnate da siffatte peculiarità/debolezze di governance, avrebbero dovuto prepararsi meglio e in tempo prima di presentarsi allesame di questi ultimi mesi. Invece sono andate avanti come se nulla fosse, pensando che sarebbero state sufficienti operazioni sul capitale da approntare all'ultimo minuto. A qualcuna è andata bene, ad altre meno, avendo superato la prova davvero per il rotto della cuffia. Le eccedenze di poche decine di milioni dopo le misure di rafforzamento varate da 4 banche su 15 lasciano facilmente prevedere che la loro propensione al rischio di credito sarà in futuro praticamente nulla: Veneto Banca eccedenza 24 milioni di euro, Popolare di Sondrio 26, Popolare di Vicenza 30 e Credito Valtellinese 50 (quest’ultima poi uscita dalla lista perché, al termine dei conteggi, non in possesso dei parametri dimensionali previsti). A queste sono da aggiungere MPS e Carige con i noti, cospicui deficit. Ma sta di fatto che per tutti, mercato in testa, la valutazione che conta era quella misurata alla partenza, dove nessuna banca dei grandi paesi europei si è fatta cogliere impreparata. Le nove italiane, su 25 bocciate, sono infatti rimaste in compagnia di banche greche, slovene, cipriote....
E ora?
Pensavamo, prima di conoscere i risultati finali, che il sistema bancario si sarebbe diviso tra banche assoggettate alla vigilanza diretta della Bce – cioè tutte le 15 esaminate - e le restanti assoggettate alla vigilanza indiretta cioè tutte le banche locali, le piccole popolari e le bcc e compagnia cantante. Si scommetteva insomma che gran parte del sistema si assicurasse lEuropa e la vigilanza comune.
Sappiamo invece oggi che il treno su cui viaggiano le nostre banche ha tre classi e non due. In prima viaggiano le due banche maggiori fermamente ancorate al mercato europeo, in seconda banche medie, alcune delle quali presentano difficoltà strutturali avendo superato di poco e con grande sforzo il passaggio europeo, in terza classe, infine, tutte le restanti istituzioni. In seconda e terza classe troviamo banche davvero problematiche i cui nomi sono cronicamente sulla stampa quotidiana anche per essere, alcune di esse, commissariate. Una sola operazione di aggregazione, peraltro tra banche interprovinciali, è stata nel frattempo annunciata. Anzi i pur limitati superamenti degli stress test fanno, un po' spavaldamente, dire ad alcuni esponenti aziendali di essere in grado di proseguire la loro strada in piena autonomia. Anche questo ci spinge ad affermare che non abbiamo ancora imparato la lezione che, in situazioni come quella descritta, non si possa procedere caso per caso, riconoscendo una buona volta che, trattandosi di criticità a più ampio raggio, occorre una visione di insieme e una forte azione di politica creditizia. Questo è l'auspicio che chi scrive si sente di formulare, avendo anche ben presenti i ripetuti, quasi noiosi, richiami al localismo bancario, considerato un po' acriticamente, assoluto fattore di distinzione e di sviluppo del paese. Quel tempo, che ci ha comunque portato ad avere un sistema configurato come l'attuale senza considerarne gli elevati costi impliciti ed espliciti, è passato da un pezzo. E forse è anche il momento che una spinta alla sua rapida riconversione diventi istanza politica, per suffragare le speranze di una ripresa economica ancora di la' da venire. Riconoscere l'esistenza di una questione bancaria fa parte del mosaico da ricomporre.
Circolava in questi giorni a Francoforte un aneddoto riferito a un alto funzionario della vigilanza europea che, di fronte alla lista delle 15 banche italiane, pensava che vi fosse un errore, dato che nella piccola città di Sondrio (50.000 abitanti) risultavano coesistere ben due banche popolari aventi rilevanza sistemica.
Gli è stato risposto che non c'era nessun errore.
Se non fossimo stati sufficientemente netti, lo ripetiamo. Noi pensiamo fermamente che per le banche della II e III classe sia indifferibile procedere ad aggregazioni e fusioni intorno a credibili progetti industriali affidati a una nuova classe dirigente che punti sulla tecnologia e risponda professionalmente a strutture proprietarie meno farraginose e complesse. Forse solo a queste condizioni potranno riprendere adeguati flussi di credito a favore dell'economia.
Ma già, dimenticavamo che da ieri, 4 novembre, le responsabilità di vigilanza sono ormai saldamente in mano alla BCE!



domenica 9 novembre 2014

Fermi e infelici, forse abbiamo avuto troppo

Secondo il rapporto 'Prosperity index 2014' l'Italia è al 37° posto perdendo cinque posizioni rispetto all'anno precedente. Ma l'indice più interessante è quello sulla fiducia nel futuro che ci vede 134esimi. Tuttavia io non credo che l'Italia sia in una situazione molto diversa dagli altri Paesi occidentali. Solo che il nostro Paese, straordinario laboratorio dei fenomeni più importanti dell'ultimo millennio (da noi, a Firenze e nel piacentino, si impose la classe dei mercanti che con la sua filosofia del profitto diede origine, insieme ad altri, complessi, fattori, alla Modernità, qui nacque il fascismo, padre dei totalitarismi di destra europei che, soprattutto nella loro declinazione tedesca, furono un tentativo, contradditorio, di respingere la Modernità -è il cosiddetto 'modernismo reazionario') è un termometro più sensibile di altri, e più di altri avverte il 'sensus finis', l'irreversibile decadenza dell'Impero Occidentale. Che prima ancora che economica è esistenziale. Le grandi ideologie partorite dalla Modernità, il liberalismo, il comunismo, il fascismo hanno fallito. E quando Nietzsche nella seconda metà dell'800 proclama «la morte di Dio», non fa che constatare, con qualche decennio d'anticipo, che Dio è morto nella coscienza dell'uomo occidentale. Nello stesso tempo l'individualismo illuminista e i processi tecnologici hanno spazzato via ogni senso della comunità e i valori, prepolitici e preideologici, che include: solidarietà, lealtà, onestà. Cosa resta allora all'uomo occidentale? La prigionia in un meccanismo anonimo che un gruppo musicale, i CCCP, ha sintetizzato nel verso «produci-consuma-crepa», basato sull'invidia per cui raggiunto un obbiettivo bisogna subito inseguirne un altro e poi un altro ancora, senza poter così mai raggiungere un momento di equilibrio, di armonia, di pace. Rovesciando venti secoli di pensiero occidentale e, ora, anche orientale (vedi Cina e India), l'industrial-capitalismo (ma il marxismo non è cosa diversa) col postulato «non è bene accontentarsi di ciò che si ha» ha creato la premessa programmatica dell'infelicità umana, perché 'ciò che non si ha' non ha confini.
Ma adesso questo meccanismo, basato sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica ma non in natura, è arrivato al suo limite. E' fermo, come una macchina davanti a un muro. Ed è quindi vero ciò che scriveva Marcuse nei primi anni '70: «Al di sotto della sua ovvia dinamicità di superficie, questa società è un sistema di vita completamente statico, che si tiene in moto da solo con la sua produttività oppressiva». Siamo fermi. Nella creatività artistica, in cui pur noi europei fummo grandissimi, nella filmografia (i film più interessanti ci vengono da culture 'altre') e persino nella musica leggera in cui non facciamo che ripetere o scimmiottare motivi degli anni '60, '70, '80.
Questo 'sensus finis' globale si riflette inevitabilmente nelle nostre relazioni personali. Proprio nel momento in cui, liberatici della sessuofobia d'antan, i rapporti fra i sessi dovrebbero essere facilitati, sono diventati invece estremamente difficili. Viviamo in un mondo di solitudini. E l'impressionante fenomeno dei social network ne è una conferma.
Il benessere ci ha fatto male. Ci ha tolto vitalità. Ci farebbe bene uno stage in Iraq o in Afghanistan. E allora forse riusciremmo a ricomporre una gerarchia dei valori, a distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è, e a non fare una tragedia se si rompe un frigo.


mercoledì 5 novembre 2014

L'Unione bancaria ci porterà fortuna (Daniele Corsini, Davide De Crescenzi)



L'Unione bancaria ci porterà fortuna

(Daniele Corsini, Davide De Crescenzi)



Continua la fase di autoflagellazione sugli stress test delle banche italiane e sulle sonore bocciature ricevute da ben nove di esse in sede europea. Si invoca di tutto pur di trovare una comprensibile giustificazione e un tiepido lenimento a quanto accaduto, ma l’impressione è che siano lacrime di coccodrillo.

Decisamente questa fase è la peggiore e sarebbe ora preferibile mantenere un basso profilo dopo che le uova sono state rotte. Invece si continua a parlare di complotti internazionali, di economia in crisi, dei vantaggi consentiti alle attività in derivati, comunque almeno in parte bilanciati con la rimozione dei filtri prudenziali sui titoli di stato, della quota di crediti all'economia più rischiosi delle attività finanziarie ecc. Ed è sorprendente giungere ad affermare - tanto per salvarsi l'anima - che le crisi di MPS e Carige sono casi di mala gestio, come se ammettere che nel nostro sistema hanno scorazzato tranquillamente banditi contribuisca a rafforzarlo.

In ogni caso non dobbiamo dimenticare l'enorme ammontare di crediti anomali che pesano molto più che in altri sistemi e che a qualche considerazione di imprudenza debbono pure portare. Dal 5% del 2007, l’incidenza dei crediti deteriorati lordi (sofferenze, incagli, ristrutturati, scaduti e sconfinanti) è triplicata e la notte prima degli esami (a fine dicembre 2013) era al 16% sul complesso dei crediti, raggiungendo, in valore assoluto, quasi 300 miliardi di euro. Più che impreparati, all’esame siamo arrivati nudi alla meta e nonostante avessimo accatastato oltre 400 miliardi di titoli di Stato (di cui 140 tra il 2012 e il 2013) che alleggeriscono le attività ponderate per i rischi, secondo la tassonomia di Basilea.

In verità gli stress test dimostrano che il sistema bancario italiano è sottocapitalizzato e quindi non in grado di fornire credito al sistema economico. E dobbiamo ricordare che lo era, nel confronto con le banche europee, anche quando la crisi non era deflagrata e i metodi di misurazione meno sofisticati. Fa anche sorridere che le autorità di controllo si limitino a dichiarare che non vi saranno interventi pubblici per rendere migliore la situazione di alcune grandi banche, dato che non ci si debbono dimenticare gli sprechi andati a favore di grandi debitori, quali Ilva e Alitalia (ricordiamo per pudore solo i più recenti, e non certo trascurabili, quanto a impatto sulle disastrate finanze pubbliche) e quindi indirettamente delle banche creditrici. Non è denaro pubblico anche quello?

Vi è un'altra verità purtroppo. I test della Bce e dell'Eba sono di natura comportamentale ovvero prudenziale. Se i manager di una banca vogliono perseguire una certa politica aziendale devono accantonare a patrimonio risorse predeterminate. Questo principio si applica indipendentemente dalla struttura più o meno efficiente del sistema creditizio considerato. E' in definitiva la logica degli accordi di Basilea. Devi fermarti se il semaforo è rosso, ma se di semafori non ce ne è o ce ne sono tanti non importa. Puoi proseguire.

Per le banche italiane ai problemi comportamentali si associano quelli strutturali che investono, al momento, anche banche non incluse nella vigilanza europea, ma pur sempre rilevanti per la nostra economia (basta leggere la lista, anche con nomi illustri, dei commissariamenti): assetti inadeguati di governance, conflitti di interesse, eccessivi costi di struttura, ROE da anni molto basso se non negativo nel 2013, frutto di politiche, ai tempi delle vacche grasse, espansive oltre le nostre forze. Un localismo italico esaltato a prescindere, ma con visibili punti critici anche quando se ne voleva vedere solo gli aspetti positivi. Si pensi ad esempio ai ridotti investimenti in tecnologia! Per cui, a ben guardare, la crisi ha senza dubbio peggiorato le condizioni di molti, ma non è l'unica responsabile della attuale situazione.

Dire che questo stato di cose non impone una soluzione pubblica, vale a dire una guida esterna per la ristrutturazione dell'intero settore bancario non è cosa saggia. Perché oramai non possiamo più permetterci un sistema siffatto. Da qui l'invito a procedere speditamente alla sua riconversione industriale, esercitando poteri che l'Unione bancaria non lesina certo alle Autorità nazionali ove proiettate al rafforzamento delle infrastrutture finanziarie di ogni singolo paese.

Luciano De Crescenzo nel recente libro "Ti porterà fortuna. Guida insolita di Napoli" racconta del suo esame di analisi matematica con il celebre matematico Renato Caccioppoli. Lo scrittore fece una pessima prova e il professore, con fare tra il cinico e l'ironico (ahi, gran virtù dei professori antichi), lo congedò con un 21 di "scoraggiamento" invitandolo a cambiare facoltà.

Forse è proprio così per il nostro sistema finanziario. Se vogliamo per forza sostenere che siamo passati, siamo passati a stento e il voto finale è un invito - neanche troppo nascosto - a voltare decisamente pagina o a cambiare mestiere.
 
(Daniele Corsini, Davide De Crescenzi)

martedì 4 novembre 2014

IZNER OETTAM

Che nostalgia. Nostalgia del Renzi che vinceva – nel partito, nel paese e nelle urne (europee) – promettendo più democrazia, più pulizia, più trasparenza e più partecipazione per uscire insieme dalla crisi. Nostalgia del Renzi che non cercava scuse né alibi e si assumeva preventivamente ogni responsabilità: “Se falliremo, sarà soltanto colpa mia”. 
Otto mesi a Palazzo Chigi sono bastati a trasformarlo nel suo contrario: izneR oettaM, l’Ogm di se stesso, una via di mezzo fra un ducetto e una macchietta che ogni giorno si fa nuovi nemici e, se non li trova, se li inventa. Il tutto per cercare di frenare una crisi di consensi che comincia a notarsi pure nei sondaggi, conseguenza inevitabile di promesse al vento, logorrea smodata, arroganza rancorosa, ignoranza al potere e risultati catastrofici. La notte delle Europee, quelle del suo 40,8%, mi capitò di dire in collegamento con La7 che gli italiani avevano trovato il nuovo “uomo solo al comando”. Ora lo scrive anche Scalfari. E Renzi, come sempre gli capita dinanzi a quei rari giornalisti non genuflessi, ha subito preso cappello: “Qui non c’è un uomo solo al comando, c’è un intero Paese che vuol cambiare”. Il che è vero, ma sul modo di cambiare e sul concetto di intero Paese bisognerebbe intendersi. L’intero paese non è il 40,8% dei votanti, specie in un’elezione europea dove vota appena il 57,2% degli aventi diritto.
Se gli regalassero un pallottoliere, Renzi scoprirebbe che anche nel suo momento di massimo consenso – fine maggio – ha preso meno voti di Veltroni nel 2008, quando il Pd sconfitto da B. totalizzò il 33,2. Da allora è riuscito a sfanculare o inimicarsi sindacati, magistrati, costituzionalisti, senatori, deputati, mezzo Pd, lavoratori dipendenti, statali e privati, precari o fissi, l’Economist e persino un imprenditore come Della Valle. Infatti ora, prima di visitare una fabbrica, deve farla svuotare di tutti gli operai e portarsi appresso la forza pubblica armata di manganelli. Gli unici che l’applaudono sono – oltre ai maggiordomi e alle veline leopolde – Marchionne, Squinzi, Berlusconi e Verdini. Governa con piglio ducesco come se avesse una maggioranza oceanica, mentre senza il premio incostituzionale del Porcellum non avrebbe i numeri al Senato e neppure alla Camera. E anche sommando le percentuali delle elezioni europee, Pd, Ncd e quel che resta dei montiani, la coalizione di governo arriva al 46,4%, ben al di sotto della maggioranza.
Numeri che dovrebbero suggerire estrema cautela: invece lui riforma la Costituzione e commissaria il Parlamento a botte di decreti da convertire subito, senza fiatare, piaccia o non piaccia, o mangi ‘sta minestra o voli dalla finestra, con continue fiducie (la prossima è sul Jobs Act), fra gli applausi del presunto garante della Costituzione Giorgio Napolitano. Sotto la minaccia di non essere ricandidati e dunque di doversi trovare un lavoro, malpancisti e oppositori interni gli votano tutto. Forza Italia fa l’opposizione di Sua Maestà e, nel 90-95% dei casi, vota col governo.
Eppure l’uomo solo al comando, che nel Paese non rappresenta neppure la metà dei cittadini ma nel Palazzo fa il bello e il cattivo tempo senza incontrare ostacoli, continua a dipingersi come il piccolo fiammiferaio solo contro tutti. Ieri s’è inventato l’ultimo complotto: “C’è un disegno per dividere il mondo del lavoro, per fare del lavoro il luogo dello scontro. Vogliono contestare il governo? Cambiare il presidente del Consiglio? Lo facciano, ma non usino il mondo del lavoro come un campo di gioco di una partita politica, sfruttando il dolore dei disoccupati”. Verissimo: l’Italia la sta spaccando qualcuno che definisce i licenziamenti “un diritto degli imprenditori”, ospita alla Leopolda un finanziere che vuole levare il diritto di sciopero ai dipendenti pubblici, giurava che l’articolo 18 non era un problema e poi lo abolisce, si circonda di evasori e corruttori e non muove un dito contro l’evasione e la corruzione, tratta B. e Verdini coi guanti di velluto e Camusso e Landini a pesci in faccia. Solo che quel qualcuno è il suo nuovo lui: izneR oettaM. 

 

lunedì 3 novembre 2014

Francesco Viviano: “Io, Killer mancato”


Si potrebbe forse facilmente dire che il giudizio è influenzato dalle origini socio-territoriali di chi recensisce, ma “Io, killer mancato” è un  libro economico molto bello, edito da Chiarelettere nel settembre 2014, che nessun palermitano dovrebbe fare a meno di leggere.
Una classica dimostrazione reale di come i luoghi comuni siano spesso sconfessati dai fatti. Come talvolta basta un nulla per cambiare il destino degli uomini. Di come onestà, umiltà, intelligenza e determinazione forse anche associate a un po’ di fatalismo possano talvolta produrre eccellenze insospettabili.
Francesco Viviano condensa in meno di centocinquanta pagine una serie di avvenimenti, personaggi e fatti, collegandoli e raccontandoli con quella naturale leggerezza che è solo propria e caratteristica del buon giornalismo.
Un racconto di una vita che sembra un romanzo, scritto come un editoriale, privo di fronzoli e ricco di notizie che ancor oggi risultano fresche ed attuali.
La scrittura fluida e coinvolgente induce a non abbandonare la lettura e a rileggere con attenzione i vari capitoli, scoprendo talvolta risvolti che spesso inducono a riflettere un po’ su ciò che si è letto.
Viviano, che racconta il suo vissuto affiancandolo ai cruenti avvenimenti mafiosi succedutisi a Palermo nell’ultimo trentennio, cita un ampio ventaglio di personaggi che ha avuto modo di incrociare nel suo tortuoso percorso di vita; li illumina con efficacissimi “occhi di bue”, accentuandone, nei contrasti, luci ed ombre più o meno note di ciascuno.
Tantissimi personaggi vengono accostati in un ristretto territorio siciliano: Falcone, Riina, Bolzoni, Provenzano, D'Avanzo, Greco, Borsellino, Ciancimino, Mancino, Dell’Utri, Manganelli, Madonia, Francese, La Barbera, Lo Piccolo, Grasso, Brusca, Boris Giuliano, Mori, Montana, Russo, Cassarà, Giaccone, De Mauro e molti altri. Raccontandone concomitanze e coincidenze nei tempi e ruoli, con qualche chicca, che in questi casi intriga e non guasta mai.
Al di là dei contenuti, un libro che merita di essere letto, non ultimo per quanto racconta sul dietro le quinte che si nasconde nell’operato di un brillante reporter e delle caratteristiche innate insite nel DNA di Francesco Viviano, che lo rendono attendibile e bravo.

Essec

Papa Francesco e il vizio dell'ingerenza

Papa Bergoglio ha stufato. La deve smettere di intromettersi negli affari interni dello Stato italiano. La settimana scorsa, ad un convegno, ha dichiarato: «La carcerazione preventiva quando in forma abusiva procura un anticipo della pena, previa alla condanna o come misura che si applica di fronte al sospetto più o meno fondato di un delitto commesso, costituisce un'altra forma contemporanea di pena illecita occulta, al di là di una patina di legalità». Ora, per quanto si voglia dilatare il magistero della Chiesa, non solo religioso ma anche sociale, non può comprendere l'organizzazione giudiziaria di uno Stato. Sarebbe come se un ministro della Repubblica mettesse in discussione il dogma della verginità della Madonna. Non sono affari suoi. «Libera Chiesa in libero Stato» ha detto il conte Camillo Benso di Cavour che l'Italia l'ha fondata, al contrario dei politici attuali che la stanno sfondando. Il che vuol dire che la sfera statuale e quella religiosa devono rimanere ben separate e distinte. E' invece da almeno trent'anni, dall'avvento di Wojtyla, che Papi, cardinali, vescovi e altre sottane hanno il malvezzo di entrare a piedi uniti nelle questioni del nostro Stato. Wojtyla arrivò a lanciare anatemi contro la Lega per le sue pulsioni indipendentiste (da che pulpito vien la predica: la Chiesa ha sempre cercato di impedire in tutti i modi, finché ha potuto, l'unità del nostro Paese) come se un popolo fosse più morale e spirituale se unito invece che trino.
Finché c'è stata la cara, vecchia e mai troppo rimpianta Democrazia Cristiana, quella vera, d'antan, queste intrusioni non erano permesse, almeno su questioni così prettamente statuali (aborto e divorzio sono fatti di coscienza e quindi anche religiosi). Perché i democristiani, anche quando cattolici convinti, avevano la consapevolezza di essere classe dirigente di uno Stato laico e non teocratico.
I politici di oggi invece fanno a gara per baciare le babucce papali, cardinalizie e vescovili convinti di procacciarsi con ciò il voto dei cattolici. Oltre a contravvenire al dettame di Cavour si sbagliano. A parte qualche nicchia in Italia non esistono più cattolici, è sparito, come in tutto l'Occidente, il senso del sacro e la sua assenza si avverte in particolare proprio a Roma, dove il Papa risiede, la città più pagana che io conosca (e questo vorrà pur dir qualcosa). Il cattolicesimo è stato sostituito da forme di superstizione quasi medioevali.
Ma Papa Bergoglio piace. O, per essere più precisi, è un 'piacione'. Io lo definisco «il Renzi della Chiesa». E' destino che i Papi, siano polacchi o argentini, quando arrivano in Italia cadano preda di forme di narcisismo e di protagonismo dove l'apparire è più importante dell'essere. Wojtyla si spinse fino a telefonare a 'Porta a Porta' di Bruno Vespa, arrivando a un passo dal distruggere quel che resta di Santa Madre Chiesa (durante il quarto di secolo del suo Magistero Superstar le vocazioni sono crollate, i monasteri desertificati, i conventi pure e anche le vecchie, care suorine, che io rispetto profondamente perché nel momento del bisogno loro ci sono, forse l'ultimo baluardo di un credo in gravissima crisi, hanno perso colpi). Papa Bergoglio mi pare avviato sulla buona strada. Forse, fra non molto, lo vedremo condurre un talk insieme a Renzi e a Barbara D'Urso. Che male ci sarebbe? Siamo o no moderni?


sabato 1 novembre 2014

Il premier che twitta ci farà rimpiangere perfino il Cavaliere

«Pagherete caro, pagherete tutto» ero il motto dei sessantottini. Da molti anni io l'ho riformulato così: «Rimpiangerete caro, rimpiangerete tutto». Visto Renzi, temo che toccherà anche a noi, che gli siamo ostili da sempre, rimpiangere Silvio Berlusconi. Per una patologica ipertrofia dell'io Renzi e Berlusconi sono alla pari, ma quanto a spocchia, arroganza, villania, volgarità e persino «una ridicola autocrazia mascherata da riformismo parolaio», come scrive Piero Ostellino sul Corriere (29/10), il primo batte il secondo e di parecchie lunghezze.
Questo signore che non è stato eletto da nessuno, che non ha avuto il consenso di nessuno (perché le elezioni europee poco o nulla hanno a che fare con quelle italiane), che dice, tronfio di sè, di rappresentare il 40% della popolazione mentre, se va bene, ne rappresenta solo un quinto, perché solo la metà dei cittadini è andata a votare, ci informa che governerà fino al 2023, altri nove anni, e solo dopo, bontà sua, si farà da parte. Credo che nemmeno Berlusconi sia arrivato a tanto.
Provvedimenti importanti del governo li annuncia via twitter o nei talk show, in cui è onnipresente aggirandovisi come una trottola impazzita, e il cittadino è frastornato perché non capisce se si tratta già di leggi dello Stato o di semplici boatos propagandistici destinati ad approdare nel nulla, come finora è quasi sempre avvenuto. E se invece qualcuno di questi provvedimenti diventa effettivamente una legge si scopre che manca la copertura economica, e tutto viene rinviato a degli imprecisati decreti attuativi, o si rivelano una solenne presa in giro. Come per le tasse. Anche se su questo terreno Berlusconi ha la coscienza assai sporca, ha buon gioco nel dire che «Renzi quel che dà con una mano lo toglie con l'altra».
Parla si sè in terza persona, come il Re Sole. Tende ad abolire ogni dibattito interno nel suo partito. E' un'esperienza già fatta da Craxi e abbiamo visto com'è andata a finire. Si sente 'novo', 'novissimo' ma in realtà è entrato nel partito che oggi vuole distruggere, identificandolo con la sua persona, all'età di 22 anni, godendo del privilegio, come quasi tutti i politici, di non aver fatto una sola ora di lavoro vero (almeno Berlusconi ha lavorato per più della metà della sua vita ed è diventato, sia pure con metodi che per carità di patria chiameremo solo 'disinvolti', un grande imprenditore).
Ha affermato che «i piccoli partiti sono stati la sciagura dell'Italia». Per la verità una sciagura molto più grave è stata proprio il suo partito, non intendo il Pci che era una cosa seria ma quel Pds in cui milita da diciassette anni. In realtà approffitando di un vuoto politico, del collasso di una destra che non è mai riuscita ad esser tale, vuole arrivare a 'un partito unico nazionale' di cui sarà ovviamente il Capo. Beh, se è per questo andiamo a Predappio e riesumiamo la salma di Benito Mussolini. Almeno il Duce aveva in testa un'idea di Stato e di Nazione, costui in testa ha solo se stesso.
Dicono che ha un linguaggio giovanilistico. Non è giovanilistico, è solo volgare. «Burraco tua sorella» è un'espressione che ho sentito, l'ultima volta, trent'anni fa, in bocca a un ragazzotto di un paesino romagnolo.
Dicono sia un bel ragazzo. I gusti son gusti. Ma se si entra in questo terreno lombrosiano sia consentito anche a noi di fare qualche osservazione. Guardategli gli occhi: sono ambigui, sfuggenti, infidi, come ambigua, sfuggente, infida è la sua persona. Del resto ha detto al suo compagno «stai sereno» e due giorni dopo gli ha soffiato il posto. Se si fosse comportato così in un bar non avrebbe più potuto metterci piede. E invece è presidente del Consiglio della Repubblica italiana.



Trattativa Stato-mafia: tutte le stragi portano a Roma

Chi legge il Fatto dal 2009 sa con quanta passione e costanza ci siamo sempre occupati della trattativa Stato-mafia. Non perché siamo dei fissati o “l’organo delle procure”, come scrivono i fessi. Ma perché ce lo impone la nostra linea politica: la Costituzione del 1948. Quella che è stata calpestata – insieme alle tombe dei magistrati, degli agenti di scorta e dei cittadini caduti o feriti a Palermo, Firenze, Milano e Roma fra il 1992 e il ‘ 93 – da politici traditori e da alti ufficiali felloni. Gentaglia che piangeva ai funerali di Stato e intanto trescava con chi aveva seminato terrore e morte. Fingeva di indagare, e intanto depistava. Fingeva di pretendere tutta la verità, e intanto la nascondeva. La nostra battaglia per informare i cittadini è stata spesso solitaria. Ci siamo beccati querele, cause milionarie per danni, ironie, insulti.

Ora che l’audizione del capo dello Stato ha costretto la grande stampa a occuparsi della trattativa col giusto risalto, ci toccano pure le lezioncine dei tuttologi del nulla, i quali ci spiegano che dai, su, in fondo si sapeva tutto, non c’è nessuna novità, siamo uomini di mondo, abbiamo fatto tre anni di militare a Cuneo. La verità, cari professorini, è che non si sapeva un cazzo. O meglio, sapevamo molte cose noi che le cercavamo e le scrivevamo, ma i cosiddetti servitori dello Stato facevano carriera a botte di “non so” e “non ricordo”, almeno finché qualche mafioso (Brusca, Spatuzza, Mutolo) o figlio di mafioso (il famigerato Massimo Ciancimino) non svelava altarini che li obbligavano a ricordare. Ciancimino dice che il padre Vito pretese “garanzie politiche” prima di trattare con Riina per conto del Ros: non solo dal ministro Mancino, ma anche dall’opposizione tramite Violante. A quel punto Violante si batte una mano sulla fronte inutilmente spaziosa e corre a Palermo a rivelare, con appena 17 anni di ritardo, che nell’estate ‘ 92 venne da lui Mori a proporgli un incontro top secret con don Vito. E lui, presidente dell’Antimafia, non pensò d’informare i magistrati. Però, del fatto che Ciancimino voleva parlare, avvertì il presidente della Camera Napolitano. Ma questo Violante s’era scordato di dirlo, e pure Napolitano, almeno finché i pm non gliel’han chiesto martedì, nella testimonianza “inutile”. Inutile perché “si sapeva già tutto”. Anche che le stragi del ‘ 93 erano opera dei corleonesi per ricattare lo Stato sul 41-bis. Peccato che nessuno l’avesse detto, anzi: il Cesis creò un tavolo fra tutte le forze di polizia e di intelligence per partorire un’informativa che ipotizzava, oltre alla pista corleonese, quelle dei poteri occulti, dei palestinesi, dei serbi e dei narcos. Mancavano solo i venusiani.

Guardacaso tre mesi dopo il ministro Conso levò il 41-bis non ai detenuti serbi, o palestinesi, o narcotrafficanti, o venusiani: ma a 334 mafiosi. Il Sismi intanto aveva scoperto che il ricatto mafioso passava anche per due progetti di attentato ai presidenti delle Camere, Napolitano e Spadolini, già avvisati dalle bombe contro due basiliche che portavano i loro nomi (San Giorgio e San Giovanni). Scorte rafforzate, misure di sicurezza eccezionali, allarme e riunioni in Parlamento, al Viminale, alla Difesa, ai servizi. Tutti sapevano, dai, su. Però ai pm di Palermo che da anni si spaccano la testa per indagare su quel ricatto allo Stato, nessuno era andato a raccontare nulla. Né Mancino, allora ministro dell’Interno, né il Sismi, né lo stesso Napolitano. Manco una telefonata. Han dovuto scoprirlo da soli, il rapporto del Sismi, ben nascosto in un fascicolo archiviato a Firenze, e andarselo a prendere il 15 ottobre, vigilia della visita al Colle. A quel punto Napolitano s’è battuto una mano sulla fronte inutilmente spaziosa e ha risposto che sì, ora gli tornano alla mente l’allarme di attentato, la visita di Parisi, la scorta rafforzata e tutto il cucuzzaro.

D’altronde mica è Pico della Mirandola: di progetti di attentato lui ne subisce due o tre al giorno, non è che possa ricordarseli tutti. E poi, nel giro dei politici, queste cose si dicevano. Ma è meglio che le sappiano solo i politici, che quanto a omertà sono molto più affidabili e impenetrabili dei mafiosi. I magistrati e i cittadini, invece, sono sempre gli ultimi a sapere. Come i cornuti.




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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)