"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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martedì 30 dicembre 2014

Ti porterà fortuna


Con il volume “Ti porterò fortuna”, edito da Mondadori nello scorso mese di settembre, ancora una volta Luciano De Crescenzo torna a stupire.
Con inesauribile fantasia ed originalità creativa De Crescenzo trova una nuova formula per narrare la sua amata Napoli.
Confrontandosi nel racconto con una giovanissima fan bolognese, impegnata a realizzare una tesi universitaria su di lui ed intanto ignara di stare contribuendo alla realizzazione di un’ennesima felice opera letteraria dell’eclettico e imprevedibile scrittore, torna con una sua nuova formula editoriale.
Nel libro, al particolare ruolo di guida “insolita” della città, De Crescenzo interpola anche una serie di aneddoti e nuovi racconti ovvero, richiamando alcuni suoi precedenti scritti e tanti suoi famosi personaggi, ne approfondisce i tratti, attutalizzando con ciò i profili filosofici della quotidianità partenopea.
Come sempre è difficile trovare nelle opere di Luciano De Crescenzo delle ripetizioni. Nei suoi libri egli ogni volta trova modo per leggere le molteplici sfaccettature che gli offre la realtà che lo circonda, della società civile, della sua Napoli e del suo passato; angolature nuove che gli consentono di fare affiorare nuovi personaggi, ruoli e aneddoti sempre particolari.
Tra i tanti, ad esempio, riesce oggi a romanzare e a rendere un po’ ilare la qualifica di “interprete” esercitata dal padre in tempi di guerra, per poi rivendicare seriamente la valenza insostituibile degli idiomi dialettali, ricchi di essenze filosofiche e piena espressione di localismi nati da spunti di vita reale.
Spaziando nei luoghi della capitale campana, De Crescenzo ancora una volta eccelle nel mescolarli con tesi e teorie dei filosofi del passato e con la semplicità del quotidiano, del popolo che ivi vive.
Un sempre prolifico Luciano De Crescenzo, frizzante e lucido, anche in questo suo nuova opera letteraria viene a raccontare cose nuove e, con la sua fervida fantasia, riesce sempre a mescolare personaggi nel tempo, rivitalizzando il passato e focalizzando risvolti di attualità apparentemente nascosti.
Per chi ama De Crescenzo, un ulteriore libro che non si può fare a meno di leggere, ottima strenna per un buon regalo di natale; leggero e profondo come i tanti suoi altri, scritto sempre con estro e piglio genialoide.


Essec


Natale romano in Bianco/Nero


Mafia Capitale, il mondo di mezzo e il mondo al contrario

Cittadini!
Vi ricordate le parole che le intercettazioni pubblicate sui giornali attribuiscono a Salvatore Buzzi?
“Lo sai quanto ce guadagno sugli immigrati?” dice l’indagato nell’inchiesta su Mafia Capitale, “il traffico de droga rende de meno”.
Cittadini!
Il topo va dove sta il formaggio e dove c’è il denaro sarebbe strano non trovarci anche la criminalità. Gli stranieri poveri, soprattutto quelli che scappano per salvarsi la vita, vengono rinchiusi e ammassati come animali, schiavizzati nella campagne, sfruttati come facchini nei magazzini della grande distribuzione e della logistica. I più fortunati riescono a lasciare l’Italia per raggiungere i parenti in altri Stati o semplicemente per andare a vivere in paesi più accoglienti del nostro. A loro i soldi non arrivano mai, ma su di loro si specula assai. La Mafia non è solo spaccio e prostituzione.
Saviano lo ripete da anni. Parlando dei rifiuti tossici delle imprese settentrionali sversati al sud punta il dito contro l’intero sistema sostenendo che “cio’ che ha fatto la politica è disastroso, (…) tutti hanno fallito. A guadagnare è un’azienda, la più grande, la Camorra: che gestisce il tutto perché garantisce i prezzi migliori. Smaltire legalmente i rifiuti tossici costa 62 centesimi al chilo, ma la camorra a 8 centesimi risolve tutto”.
Cittadini!
Le mafie gestiscono servizi che costano meno e fanno guadagnare di più. Lo fanno con i rifiuti, ma anche con le energie rinnovabili. Guadagnano e fanno guadagnare con la droga e non solo spacciandola.
Sempre Saviano scriveva in Gomorra che i clan coinvolgevano la piccola borghesia “stanca di affidare alle banche i propri averi” e si inventava un “azionariato popolare della cocaina” nel quale “pensionati, impiegati, piccoli imprenditori davano denaro ad alcuni agenti che poi lo reinvestivano per l’acquisto di partite di droga”. Lo stesso meccanismo può essere replicato ovunque. E infatti a Roma si fa il business a spese degli ultimi: Rom e stranieri.
“L’ultima indagine di Roma dimostra che la corruzione è un cancro che spesso si sposa con organizzazioni criminali che creano un vincolo di intimidazione e si procurano affari” questo ha dichiarato la settimana scorsa il ministro Alfano. E invece no. O meglio: succede anche questo, ma non solo.
Le indagini di Roma sono l’ennesima dimostrazione che il sistema ha bisogno della Mafia per gestire denaro, potere e conflitti propri di una società capitalista. C’è da gestire la presenza dei Rom nelle nostre città? Non importa che siano italiani o stranieri. Ci si inventa che siano nomadi (anche se non lo sono) e li si chiude nelle riserve indiane. Gli italiani che stanno fuori sono contenti e non si chiedono: se fossero davvero nomadi dovrebbero stare in giro, perché li chiudono lì dentro? Una volta creato il meccanismo dell’esclusione bisogna gestirlo. Ci sono cooperative e associazioni che fanno un ottimo lavoro, ma spesso il criterio non è la qualità. E allora arriva il mafioso (magari un po’ fascistello, che non guasta) romano che si mette a disposizione. Se lavori con lui potrai ricevere un aiuto per la campagna elettorale, una buona parola per avere una poltrona e magari qualche altro servizio stuzzicante.
Cittadini!
E se uscissimo fuori dal nostro paese? Passando dagli sfruttati nostrani a quelli planetari lo spettacolo è ancora più vario. Come faresti a comprare un paio di jeans a pochi euro se li confezionasse un operaio italiano che lavora 8 ore e quando torna a casa ha luce elettrica e acqua calda? Ci sono paesi dove gli operai lavorano il doppio e non ce l’hanno una casa: vivono nei dormitori della fabbrica e comprano l’acqua calda dal padrone. Eppure i jeans prodotti da un operaio schiavizzato sono legalmente venduti nei nostri negozi. Il sistema capitalista non solo accetta lo schiavismo, ma ne ha bisogno.
Una multinazionale che fornisce gratuitamente latte agli ospedali favorisce l’insuccesso dell’allattamento al seno. Io ho due figli: il primo è cresciuto col latte in polvere, la seconda con quello naturale. Non mi pare che il primo abbia meno salute della seconda, ma io lavoro e vivo in un paese ricco e posso, con qualche sacrificio, permettermi di acquistare latte costoso per alcuni mesi. Una famiglia indigente nel nostro paese o addirittura in un paese estremamente povero può farlo? In più mescolare polvere e acqua può recare due danni: una madre povera diluisce eccessivamente e tiene il figlio in stato di malnutrizione; in molti paesi l’acqua è inquinata e ciò può causare la morte.Cittadini!
Questi sono piccoli esempi di un meccanismo planetario che distrugge le foreste, inquina le acque, schiavizza milioni di persone. Un meccanismo che è via via meno visibile se dalle fasce più indigenti si sale verso quelle più benestanti, se dai paesi totalitari e poveri si sale verso quelli ricchi e democratici.
Le indagini di questi giorni su Mafia Capitale ci dicono che i boss amano gestire il potere e gli piacciono i soldi, ma in una società capitalista, sia a livello globale che locale, questi due elementi si rafforzano grazie ai conflitti.
“È la teoria del mondo di mezzo compà. Ci stanno… come si dice… i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo” dice Carminati in un’intercettazione. Ma non c’è un solo mondo di mezzo, ce ne sono tanti e hanno la stessa funzione: fare in modo che quelli di sopra sfruttino quelli di sotto. L’importante è trasformare la rabbia contro i potenti in un odio sterile e far capire a quelli di sotto che c’è sempre qualcuno più giù col quale prendersela. Un conflitto che deve somigliare a una catena alimentare dove il pesce medio mangia quello piccolo e il piccolo si nutre del piccolissimo, e tutto ciò per alimentare il pesce più grosso e distribuire poche briciole a cascata per tenere tutti i pesciolini tranquilli.
Se la catena si rovesciasse sarebbe drammatico per chi gestisce questo sistema.Cittadini!
Ve li immaginate gli stranieri del centro di Tor Sapienza che rimproverano gli italiani poveri del quartiere perché stanno indirettamente sfruttando i bambini dell’estremo oriente? Sarebbe interessante che si indignassero per gli occidentali che comprano scarpe cucite da bambini orientali per i piedini dei propri figli. Ve li immaginate quei cittadini italiani che smettono di acquistare i prodotti dei supermercati e si affidano esclusivamente ai GAS? Ve li immaginate i lavoratori europei delle multinazionali che invece di scioperare per l’aumento di stipendio manifestassero contro l’inquinamento prodotto dalle loro aziende e contro le speculazioni dei finanzieri che siedono nei loro consigli di amministrazione? Ve l’immaginate se i militari delle opposte fazioni invece di spararsi stupidamente tra di loro rivolgessero (magari simbolicamente) le loro armi contro i politici e i generali che li mandano a morire?
Cittadini!
Ve lo immaginate quest’altro mondo?
 
 

lunedì 29 dicembre 2014

Sull'Intolleranza e sulla tolleranza

Sull’intolleranza
Un vizio attraversa tutte le culture: l'intolleranza, quella individuale e quella sociale. In nome di principi etici, di fondamenti religiosi, di concezioni del mondo diverse, di ingiustificati pregiudizi, gli uomini si aggrediscono fra loro, irrazionalmente. Nelle sue forme estreme, l'intolleranza si intreccia al fanatismo. Una razza si ritiene superiore ad un’altra e si genera il razzismo. Più che di razzismo è legittimo parlare di razzismi, basati su pregiudizi e discriminazioni e di forme di negazione del dialogo fra gruppi titolari di culture diverse, fondato sull’incomunicabilità delle culture.
Come fermare la storia? Dalla depenalizzazione dell’omosessualità, dai tempi del divorzio e dell’aborto ad oggi, molte cose sono cambiate. Diritti ed equità non possono essere più disattesi in una civiltà e società cosiddetta evoluta. Non esiste alcun motivo razionale per il quale i cittadini con caratteristiche sessuali diverse non possano avere gli stessi diritti degli altri. In tale ottica sia l’intolleranza sessuale che la morale religiosa vanno di pari passo per impedire che ciò avvenga. Di contro il sistema consumistico basato sui processi economici scopre che la tolleranza, in tal senso, è fonte di un grande profitto. E non per ragioni di rispetto dei diritti dei singoli ma per interessi di mercato, sostengono la parcellizzazione della famiglia, sostengono le associazioni di lesbiche, gay, transessuali, bisessuali poiché sottendono nuovi mercati. “La tolleranza è un buon affare”, dicono gli esperti di marketing e di vendite. I maggiori istituti finanziari del mondo sostengono manifestazioni ed iniziative di gay pride a New York, a Londra e in molte città italiane.
I problemi che si sono sviluppati negli ultimi decenni diventano dibattiti, interrogazioni parlamentari, discussioni senza fine e politici e non, sono impegnati a cercare nuove regole, nuovi compromessi, pari opportunità, quote rosa, quote gay. La Chiesa diventa intollerante, rivendica i cosiddetti “valori non negoziabili”, sostenuti da politici conservatori e bigotti che si fingono democratici ma nella realtà difendono l’indifendibile. Secondo le convinzioni religiose i “valori non negoziabili”, in termini morali, determinano l’orientamento delle scelte individuali e pubbliche. Non ammettono compromessi, deroghe, interpretazioni sul diritto alla vita dall’origine al termine dell’esistenza, il valore della famiglia fondata sull’unione perenne tra uomo e donna, il valore della giustizia sociale, il valore della pace. I legislatori, dovendo affrontare tali problematiche, devono, secondo questa ottica, essere guidati dalla morale umana. Ma in una società laica e pluralista, multiculturale e per ciò indipendente da una morale di tipo religioso, su quali basi autenticamente democratiche si baserebbe il principio d’eguaglianza dei diritti umani se nei termini morali che sono le basi delle convinzioni religiose, si discute di “valori non negoziabili” palesemente equivocando sui valori e diritti cattolici come valori e diritti umani? Perchè sconoscere che il destino dell’umanità è unico? Come non riconoscere che il rispetto, (nelle diversità culturali prodotte dalla storia e dalla sua memoria) di ogni uomo, del suo pensiero, della sua identità culturale è il vero insostituibile e condivisibile patrimonio dell’umanità?
Che dire delle convinzioni di altre confessioni religiose fondamentaliste e intolleranti, anch’esse basate sulla morale, che rifiutano ciò che contrasta con le convinzioni di verità rivelate, ovviamente non dimostrabili, che tanti disastri e dolore regalano? Ma questo è un altro discorso.
Queste brevi considerazioni, basate sulla verità di ragione, contrapposte alla verità di fede e che attivano il fenomeno dell’intolleranza che tanta parte ha negli assetti e negli equilibri dell’uomo e del cittadino. In Italia l'intolleranza sta diventando un problema sempre più grave. Lo riscontriamo giorno dopo giorno. L’uno contro l’altro sia nella sfera privata che nel pubblico, asserragliati nelle proprie convinzioni e certezze senza se e senza ma. La politica è gridata, si esprime ad insulti,  per diffamazioni; è diffusa l’ostilità preconcetta con la tifoseria per le proprie convinzioni di parte e i problemi di qualsivoglia natura creano discussioni continue con un’intolleranza individuale di fondo insostenibile. In Italia per qualsiasi cosa non si discute ma si polemizza.
La gente dice di non sentirsi a suo agio, tende a chiudersi sempre più nel privato, è sospettosa degli altri, si autodifende, litiga su ogni cosa contro tutto e tutti, non dialoga ritenendo di essere sempre da un’altra parte. Giudica gli altri senza conoscere. Appare chiaro che tutto ciò esprime un disagio sociale collettivizzato prodotto da un sistema generalizzato che esprime differenze, stili di vita, modelli diversi sempre più incomprensibili. Un ruolo fondamentale è imputabile alla mancanza di cultura e alla perdita progressiva di valori che hanno sostenuto per secoli la gente. Su questo accidentato terreno sociale i pregiudizi, gli stereotipi mentali determinano l’intolleranza collettiva, discriminazioni gratuite sempre più radicali.
Nel nostro paese in un momento come questo che stiamo attraversando, di crisi economica, politica, morale e culturale si va assottigliando sempre più il senso della solidarietà, della reciprocità che rendono nazione un popolo. Prevale l’indifferenza ad ogni cosa. Prevale il rifiuto dell’altro. Perdiamo progressivamente la memoria del nostro percorso culturale millenario. Tutto si concentra sull’incertezza politica, sul catastrofismo, sui dissesti economici sempre più gravi. Incombe una grande paura del futuro. Si coltiva così un territorio conflittuale di insofferenza diffusa che si manifesta in una vera e propria cultura dell’intolleranza. Non è facile trovare soluzioni immediate. Si aggirano i problemi, non li si affronta. Non se ne parla, si esprimono disagio e intolleranza.
Eppure il concetto di tolleranza enunciato da Voltaire nel suo Dizionario filosofico dovrebbe far riflettere. “Siamo tutti deboli, incoerenti, volubili, soggetti all'errore. Una canna piegata dal vento nel fango dice forse alla canna vicina, piegata in senso contrario: Prostrati come me, miserabile, o presenterò istanza perché ti strappino e ti brucino? ... perdoniamoci reciprocamente i nostri errori; la discordia è il grande male del genere umano, e la tolleranza ne è il solo rimedio”.

Sulla tolleranza
Cos'è la tolleranza? Ci vieneancora in aiuto Voltaire, nel suo “Dizionariofilosofico” del 1763: “Che cosa è la tolleranza? È l'appannaggio dell'umanità. Noi siamo tutti impastati di debolezza e di errori: perdoniamoci reciprocamente le nostre balordaggini, è la prima legge di natura”.
I grandi filosofi dell’era moderna Voltaire, padre dell’illuminismo e John Locke, nella celeberrima Lettera sulla tolleranza condannano tutte quelle Chiese che tentano di imporre il proprio culto agli altri, appellandosi alla coscienza di ognuno. A distanza di due secoli le parole di tolleranza sono sempre più attuali ed urgenti. Quelle di Voltaire: “Odio quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”.Quelle di Locke: “Nessuno può dirsi Cristiano se impone ad altri la sua religione con la forza e la violenza”. Tra le numerose affermazioni del Trattato, dai toni provocanti e spesso graffianti, molto eloquente è quella tratta dal ventiduesimo capitolo: “...Questo piccolo globo, che non è che un punto, ruota nello spazio come tanti altri globi; noi siamo sperduti in tanta immensità. L’uomo, alto circa cinque piedi, è certamente poca cosa nella creazione. Uno di questi impercettibili dice a qualcuno dei suoi vicini, nell’Arabia o sulla terra dei Cafri: “Ascoltatemi, perché il Dio di tutti questi mondi mi ha illuminato! Ci sono novecento milioni di piccole formiche come noi sulla Terra, ma non c’è che il mio formicaio ad essere caro a Dio; tutti gli altri Egli li ha in orrore fin dall’Eternità; solo il mio formicaio sarà beato, tutti gli altri saranno dannati in eterno!”. I miei interlocutori allora mi catturerebbero e mi domanderebbero chi è il folle che ha affermato questa stupidaggine. Sarei costretto a rispondere: voi stessi. Cercherei in seguito di placarli, ma sarebbe troppo difficile...”.
In verità non è semplice, affrontando queste problematiche, ipotizzare soluzioni concrete. Come comunemente avviene nei momenti di maggior pericolo e difficoltà dell’esistere, in questi anni confusi e drammatici ci affidiamo, come riflessione ad alta voce, alla metaforica “Preghiera a Dio” di Voltaire: Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura. Fa sì che questi errori non generino la nostra sventura. Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l'un l'altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “omini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione. Fa in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera; che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo. Fa che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo, e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”, e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c'è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi. Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime, come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell'attività pacifica! Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace, ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.
Questa lunga, ma ritengo non troppo gratuita, chiacchierata introduttiva potrebbe servire per identificare alcuni spunti di riflessione collettiva, sulle problematiche particolarmente complesse circa i rischi sociali, rispetto al passato, che stiamo vivendo con difficoltà e che costituiscono le motivazioni culturali.  Bisogna promuovere l’indispensabile “cultura del rispetto” della persona,  dei diritti dell’uomo e delle differenze e sollecitare la consapevolezza della dignità della persona umana.  
 
(Una parte del  mio testo tratto dalla  presentazione per la mostra fotografica di Francesco Seggio: “Rispetto” 100 faccecontro l’intolleranza", gennaio 2013)


Tanti auguri di collasso economico. Per salvarci

In un suo recente 'Cucù' sul Giornale Marcello Veneziani lamentava «la disfatta dell'intelligenza». Non mi pare sia così. Non è certo l'intelligenza che manca ai Ferrara, ai Battista, ai Della Loggia. Gli manca l'onestà intellettuale, deficit che poi, discendendo giù per rami meno nobili, diventa anche disonestà materiale. Di intelligenze, in Italia, ne abbiamo a carrettate. Siamo diventati tutti furbissimi. E i fessi, cioè le persone magari intellettualmente modeste ma oneste, rispettose della propria come dell'altrui dignità, sono una minoranza, ridicola, patetica, da rinchiudere in qualche riserva, per conservarli se non altro come curiosità antropologica.
Più convincente mi sembra il discorso di Veneziani quando osserva che alla politica, di sinistra o di destra, manca una visione d'insieme. Ma questo non è un problema precipuamente italiano ma occidentale. Fin dagli albori della nostra civiltà sono stati i filosofi a orientare la politica. Nella Grecia antica Aristotele e Platone, nell'Alto Medioevo ancora Aristotele (ipse dixit) e i Padri della Chiesa, nel Basso Medioevo la Scolastica (Tommaso d'Acquino, Alberto Magno, Raymond de Pennafort, Enrico di Langenstein, Nicola Oresme) che condusse una generosa battaglia, a lungo vincente, contro il profitto e contro non solo l'usura, come si cerca di far credere, ma anche contro l'interesse con la sottile motivazione che «il tempo è di Dio e quindi di tutti e non può essere quindi oggetto di mercato». In seguito, con l'Illuminismo, Kant, Hegel, la sinistra e la destra hegeliana, Marx e tutti i discendenti di queste linee, liberiste o marxiste in economia. L'ultimo filosofo degno di questo nome è stato Martin Heidegger, attivo negli anni Trenta, che ha posto la questione cruciale, nella modernità, della tecnica. Da allora il pensiero è morto. E anche la filosofia politica. Perché si basa su due categorie, la Destra e la Sinistra, che, oltre a non differenziarsi quasi più in nulla da quando anche la Sinistra ha accettato le regole del mercato, sono vecchie di due secoli, due secoli che hanno corso a velocità cosmica, e non sono in grado di comprendere le esigenze più profonde dell'uomo contemporaneo che, al di là delle apparenze, non sono economiche ma esistenziali. Ci muoviamo determinati da un meccanismo, «il produci, consuma, crepa» per dirla con i CCCP (che negli ultimi tempi è diventato, paradossalmente, «consuma per produrre» e, naturalmente, crepa). Ma non ci chiediamo nemmeno più se questo meccanismo abbia un senso e quale e dove ci stia portando. Beppe Severgnini scrive sul Corriere (22/12): «Il mondo ci riconosce che, per adesso, non si è inventato niente di meglio della democrazia e del mercato». Mi sembra un modo molto autoreferenziale, e anche un tantino infantile, di ragionare. Quel mondo che «ci riconosce» siamo noi. In altri mondi la si pensa diversamente. E anche nel nostro mondo c'è molta gente, meno intelligente di Severgnini, che sente, intuisce, che siamo al tracollo. Si possono immaginare, per parafrasare Isaac Asimov, un paio di 'catastrofi a piacere'. Un collasso del mondo economico globale, perché abbiamo immesso nel sistema una quantità di denaro talmente enorme da non corrispondere più a nulla se non a una scommessa su un futuro così sideralmente lontano da essere inesistente. Oppure un collasso ambientale. Il primo precederà, molto probabilmente, e fortunatamente, il secondo, evitandolo. E dobbiamo sperare che arrivi al più presto. Perché almeno le nuove generazioni possano ricominciare da capo.
Questo, cari lettori del Fatto, è il mio augurio di un Buon e Santo Natale.


LA COERENZA È MERCE RARA MA IN ITALIA LA CONOSCE SOLO LA MAFIA

Prima di affrontare il tema mi corre tuttavia l'obbligo di dire alcune verità (così almeno credo che siano) su tre questioni di bruciante attualità: il Jobs Act, la legge delega approvata dal Parlamento ha dato luogo ai primi due decreti attuativi; la legge elettorale che sarà tra breve trasmessa in Parlamento e la riforma della legge di Bilancio che il governo proporrà alle Camere il prossimo autunno.
Tre temi della massima importanza, i primi due hanno già suscitato profonde divisioni e aperto un confronto molto serrato con le organizzazioni sindacali dei lavoratori, mentre il terzo è finora ignorato da giornali e pubblica opinione, ma il governo ci sta lavorando e susciterà anch'esso nel momento in cui sarà presentato in Parlamento, proteste altissime e profonde divisioni. *** Ho già scritto domenica scorsa che il Jobs Act non crea alcun nuovo posto di lavoro, semmai può distruggerne alcuni. Saranno infatti assunti altri precari per un periodo massimo di tre anni, con salari inizialmente assai bassi ma lentamente crescenti. Dopo tre anni gli imprenditori decideranno se assumerli con un contratto a tempo indeterminato ma fermo restando che non godranno — come invece ancora accade per i vecchi assunti — dell'articolo 18. Per i nuovi assunti il 18 non esiste più; ci sarà dunque una diversa contrattualità per lavoratori che fanno il medesimo lavoro nella medesima azienda. La questione potrebbe creare imbarazzi con la Corte costituzionale.
Il Jobs Act non crea dunque alcun posto di lavoro. Potrà forse promuovere i precari in dipendenti regolari di quell'azienda (ma senza articolo 18) concedendo contemporaneamente un forte risparmio agli imprenditori che saranno premiati con l'esenzione dai contributi e con la piena libertà di licenziare i neoassunti durante i primi tre anni ma anche dopo, contro pagamento di un indennizzo da trattare tra le parti.
Il Jobs Act ha avuto nel corso del suo iter parlamentare sotto forma di legge delega molteplici mutamenti, quasi tutti in maggior favore degli imprenditori. In questi ultimi giorni sono usciti i due primi decreti attuativi che saranno presentati alla commissione parlamentare incaricata di fornire al governo un parere puramente consultivo, ma già si sa che in quei decreti c'è anche un trattamento per i licenziati collettivamente (in numero da cinque in su): anche in questo caso indennizzi ma non reintegro deciso — come era un tempo — dal giudice del lavoro.
Grande soddisfazione degli imprenditori ma altrettanto grande opposizione dei sindacati che protestano, invieranno ricorsi alla Corte di Bruxelles contestando i licenziamenti collettivi e forse indiranno nuovi scioperi di categoria o generali. Si può ovviamente dissentire in merito ma sta di fatto che il governo ha scelto da che parte stare e non è una scelta accettabile quella dei forti mettendosi sotto i piedi i deboli.
Si dice che leggi di questo tipo sono gradite dalla Commissione europea, dalla Bce e dal Fmi. A me non pare. Quei tre enti desiderano che l'Italia, come tutti i governi dell'Eurozona, rispetti gli impegni presi: il "fiscal compact", una politica tendente a ridurre il debito pubblico sia pure con qualche concessione nei tempi e nella quantità, l'aumento della produttività e della competitività. Con quali strumenti questi due ultimi obiettivi debbano essere realizzati non c'è scritto da nessuna parte. Secondo me dovrebbero essere realizzati dagli imprenditori attraverso la creazione di nuovi prodotti e nuovi metodi di produzione e distribuzione. Dell'articolo 18 all'Europa non interessa nulla, riguarda il governo italiano. Produttività e competitività riguardano le aziende e chi le guida, il costo del lavoro, i licenziamenti eventuali e quanto ne deriva pesano esclusivamente sui lavoratori. Per un partito che si definisce di sinistra democratica questa scelta non mi sembra molto coerente.
*** 
La legge elettorale approderà in Parlamento la prossima settimana e il primo voto dovrebbe avvenire prima del 14 gennaio, giorno in cui sembra che Napolitano lascerà il Quirinale. A me quella legge complessivamente sembra una buona legge che contiene nell'ultimo articolo la clausola di garanzia secondo la quale non potrà essere applicata prima dell'autunno 2016.
La chiamano l'Italicum e — lo ripeto — mi sembra efficace ma è aggrappata all'abolizione del Senato, riforma che mi sembra invece pessima. Ne ho spiegato più volte i motivi e non starò dunque a ripetermi, ma è evidente che la legge elettorale della Camera senza più un Senato crea un regime monocamerale che rafforza moltissimo il potere esecutivo e attenua i poteri di controllo del potere legislativo.
Questo è l'aspetto estremamente negativo: non l'Italicum ma il Senato relegato ad occuparsi delle attività delle Regioni essendo i suoi membri eletti dai rispettivi Consigli regionali. Per un governo che vuole rafforzare i propri poteri questa riforma è l'ideale.
*** 
 Terzo argomento la legge di Bilancio. Attualmente ce ne sono tre: quello che fu un consuntivo del bilancio alla fine dell'anno; quella che un tempo si chiamò legge finanziaria e indica la politica economica e i suoi obiettivi per l'anno futuro; la terza è il trattato europeo dal quale deriva il "fiscal compact" applicato all'Italia da una deliberazione di Bruxelles che ha valore costituzionale per tutti i Paesi dell'Unione. Ricordo tra parentesi che nella Costituzione italiana esiste l'articolo 81 (che fu ispirato da Luigi Einaudi, a quell'epoca ministro del Bilancio e ancora governatore della Banca d'Italia).
Era molto semplice l'articolo 81: tre commi in cui la frase decisiva diceva: «Non può esser fatta alcuna spesa senza che ne sia indicata l'entrata corrispondente ». Ricordo che negli anni Sessanta esisteva alla Camera un comitato di Bilancio (del quale io feci parte nella legislatura 1968'72) al quale andavano tutte le leggi di spesa per un controllo preliminare. Il comitato aveva a disposizione tutti i dati necessari per valutare se il dettato dell'articolo 81 fosse stato rispettato. Se il parere era negativo il governo ritirava il disegno di legge per rifarlo su basi completamente diverse.
Credo che quel comitato sia stato sciolto e forse ricostituito con nuove e più elastiche mansioni. Ma la legge di Bilancio, sia pure attenuata, esiste tuttora e discute, approva o respinge il bilancio sempre sulla base dell'articolo 81 che però è stato alleggerito con l'abolizione del terzo comma dal governo Monti nel 2012.
Nel prossimo autunno quella legge sarà fusa con l'attuale legge di stabilizzazione. Nel frattempo la parola pareggio è stata sostituita (negli studi preparatori in corso) dalla parola equilibrio. La legge deve cioè dimostrare per il passato e promuovere per il futuro l'equilibrio tra le entrate e le spese. All'articolo 81 dunque diamo addio. È chiaro che l'equilibrio sarà anche valutato dal Parlamento cioè dalla Camera ed è chiaro altrettanto che la Camera è un'assemblea in gran parte di "nominati" dalle segreterie del partito che vincerà le elezioni. E poiché siamo un Paese di spendaccioni, è legittimo pensare che il debito continuerà ad aumentare come del resto sta già avvenendo sia pure in regime di "fiscal compact". Avveniva perfino con l'81 vigente, aggirato in vari modi; figurarci ora che sarà completamente abolito che cosa farà la "Compagnia dei magnaccioni". Dio ci scampi, ma temo che il Padreterno sia in tutt'altre faccende affaccendato.
 *** 
Ed ora la coerenza. Mi è rimasto meno spazio di quanto pensassi ma qualcosa dirò.
Noi non siamo un Paese abitato da persone coerenti. Parlo naturalmente di coerenza nei rapporti con la società e quindi con la vita pubblica e le istituzioni che la rappresentano.
Noi non amiamo lo Stato, non amiamo le Regioni (che del resto fanno poco o nulla per meritarselo). Non amiamo i giudici e i loro tribunali. Insomma non amiamo chi emette regole alle quali dovremmo attenerci. Detestiamo le tasse e cerchiamo di evaderle. Noi amiamo il "fai da te". È una libertà? Certo è una grande e importante libertà, ma con un limite: la puoi applicare in pieno purché non danneggi gli altri e la società che tutti ci contiene.
Le mafie prosperano in Italia perché i capi ottengono completa obbedienza e rispetto dello statuto dell'organizzazione e ai riti di iniziazione. Se li tradiscono li aspetta il giudizio del capo e la punizione da lui decretata. Perciò, salvo rare eccezioni, i mafiosi sono coerenti. I non mafiosi no. L'esercito ausiliario della mafia è fatto da non mafiosi il cui "fai da te" ha scelto quella zona grigia che tiene un piede dentro la scarpa mafiosa ed uno fuori. Senza di loro la mafia conterebbe assai poco ma con loro conta moltissimo. Le mafie sono Stati nello Stato perché lo combattono ma ci vivono dentro.
Le persone coerenti della nostra vita pubblica sono molto poche. Li chiamiamo "padri della Patria", una buona definizione, ma quanti sono da quando nacque lo Stato unitario? Certamente Mazzini, Garibaldi, Cavour lo furono. In modi diversi e spesso conflittuali ma l'obiettivo era unico.
Gran parte della Destra storica che andò al governo dopo la morte di Cavour, e lo tenne per sedici anni costruendo lo Stato unitario nel bene e nel male, merita quel titolo: Ricasoli, Sella, Minghetti, Fortunato, Silvio Spaventa, Nitti e in tempi più recenti Einaudi, De Gasperi, Parri, La Malfa, Di Vittorio, Trentin, Lama, Adriano Olivetti, Calamandrei, Berlinguer, Raffaele Mattioli, Menichella, Pertini, Ciampi, Napolitano.
Ma poi ci furono scrittori e personaggi da loro creati, in Italia e in Europa, che sono esempi di coerenza. Pensate a padre Cristoforo dei "Promessi Sposi" e pensate a Jean Valjean dei "Miserabili" di Victor Hugo. Ed alcuni santi, specialmente monaci, a cominciare da Francesco d'Assisi e Benedetto.
Sembrano tanti questi nomi e molti altri me ne scordo. Ma gli incoerenti sono una massa, senza nome e senza volto ma una quantità che esiste in ogni Paese del mondo. Qui da noi è una moltitudine, una popolazione che vuole ignorare la sua storia e vivere il presente ignorando passato e non riuscendo ad immaginare futuro. Se i docenti delle nostre scuole partissero dal concetto della coerenza e lo applicassero nel bene e nel male ai fatti accaduti, credo farebbero un'opera santa e fornirebbero un'educazione che costituisce la base di un Paese civile.

Eugenio Scalfari (La Repubblica, 28 dicembre 2014)


mercoledì 24 dicembre 2014

Il Colle ha (di nuovo) passato il limite

Non ho mai avuto alcuna considerazione per Giorgio Napolitano (definito a suo tempo, da qualcuno, «coniglio bianco in campo bianco») e in questo senso ho scritto più volte e in particolare in un articolo pubblicato su Giudizio Universale nel giugno del 2006, quando fu eletto Presidente della Repubblica, poi rieditato in un libro di Chiarelettere del 2010. Ma questa volta l'anziano Presidente, da sempre cauto, cautissimo, cosa a cui deve la propria longevità politica, pare aver perso la testa. In un momento in cui l'Italia è nel pieno del più grave scandalo della sua Storia, che pur è un sequel di scandali, colpita da un fenomeno criminale-politico che è più pericoloso e inquietante della mafia, perché la mafia è perlomeno un cancro individuato e, almeno teoricamente, circoscrivibile, mentre qui siamo in presenza di una serie di metastasi incontrollabili che attraversano l'intero Paese (in questo senso va intesa la contestatissima affermazione di Grillo «era meglio la mafia») Napolitano che fa? Non indica come prima emergenza del Paese la corruzione politico-criminale, ma «l'antipolitica che in Italia è ormai degenerata in una patologia eversiva», con un chiaro riferimento al Movimento 5 Stelle, che di tutto può essere accusato tranne che di corruzione. E' anzi l'unico partito che ha restituito 42 milioni che pur, per legge, gli spettavano. Grillo ha replicato: «Napolitano stia attento, rischia che lo denunciamo per vilipendio del Movimento». Ma non è questo il punto. Napolitano ha violato il proprio dovere costituzionale di imparzialità. Il Presidente della Repubblica, che rappresenta tutti i cittadini, non può prendere parte contro un movimento presente in Parlamento e che oltretutto, allo stato, è il primo partito, il più votato con i suoi 8 milioni 688 mila 231 voti. Napolitano dovrebbe essere semmai denunciato per 'alto tradimento'.
Ma perché mai il movimento di Grillo sarebbe 'eversivo'? Perché «nel biennio alle nostre spalle hanno fatto la loro comparsa metodi e atti concreti di intimidazione fisica, di minaccia, di rifiuto di ogni regola e autorità». Nessuno meglio di Napolitano può sapere, perché c'era, che quando in Parlamento sedevano i comunisti le botte e le scazzottature, con il capintesta Pajetta, erano all'ordine del giorno (naturalmente Napolitano, che non è mai stato uomo di passioni, a quelle zuffe non partecipava, come quando era ragazzo preferiva stare ai bordi del campo).
Ma l'affermazione più inquietante di Giorgio Napolitano è quando dice che di questa situazione 'eversiva' portano «pesanti responsabilità anche alcuni mass media e opinionisti senza scrupoli». Qui siamo in pieno regime fascista o, peggio, stalinista quando ogni critica era considerata «un'attività oggettivamente antipartito» e quindi meritevole di purga, come Napolitano che di quegli orrori fu a conoscenza e, per la sua parte, complice, non può non sapere.
Napolitano afferma anche che «serve una scossa civile che spinga i cittadini a reagire». Se ci sarà una 'scossa civile' si dirigerà proprio contro quella politica in cui Napolitano è incistato da quando esiste. Questo non è fare dell' 'antipolitica', ma volere un' 'altra' politica, democraticamente. Ma se la politica persevererà nel derubare sistematicamente i cittadini verrà il giorno in cui la gente, grazie anche alle provocazioni di Napolitano, perderà la pazienza. E non sarà una 'scossa'. Sarà rivolta. Né civile, né democratica, né indolore.


Sì, Buon Natale a tutti Voi



Sì, Buon Natale a tutti Voi, amici miei. A voi, che anche quest’anno avete avuto la pazienza di leggere i miei post, di seguire il mio blog e soprattutto di confrontarvi e interloquire con me sulle varie vicissitudini della politica italiana ed anche sulle tante incomprensioni che si sono create con il partito che ho avuto l’onore di fondare (IDV) e che hanno portato alla mia dolorosa fuoriuscita da esso (con tutto il rispetto e gli auguri che voglio sinceramente fare anche a chi ci è rimasto). 

Ripeto: è tempo di auguri ed io non voglio sottrarmi a questo rito propiziatorio, perché esso è - all’un tempo - sia un momento per ritrovarci con le persone che ci stanno più a cuore, sia un anelito di speranza per un futuro migliore.
A mio avviso, deve essere però, anche l’occasione per tracciare – da soli e nel nostro intimo - un rendiconto di ciò che ciascuno di noi ha fatto per meritarsi la fiducia ed il rispetto degli altri e per potersi guardare orgogliosamente allo specchio senza dover arrossire per la vergogna. 
Dico innanzitutto a te, caro Matteo: anche tu la fiducia dei cittadini te la devi meritare e non te la devi, invece, comprare (come stai spudoratamente facendo dal primo giorno che sei entrato a Palazzo Chigi) illudendo e circuendo le persone sempre più ridotte alla fame con fantasmagoriche promesse irrealizzabili e futuribili (i doni di Natale, ricordalo, si mettono sotto l’albero prima e non chissà quanto, come fraudolentemente stai promettendo tu di fare, da navigato imbonitore, insieme alla tua corte mediatica asservita!!!).
Quanto a me, anche io sento il bisogno di farmi un approfondito esame di coscienza e dico subito che non sono affatto soddisfatto di ciò che mi è accaduto intorno quest’anno. Non voglio nascondermi dietro il dito del facile vittimismo: ammetto, subito e senza infingimenti, che molto è dipeso e scaturito anche dalle mie decisioni (ed anche da miei errori di valutazione). 
In particolare, so bene che se fossi riuscito ad assicurare la presenza di IDV all’interno del Parlamento, oggi questa forza politica poteva essere il vero punto di riferimento per un elettorato deluso, arrabbiato e schifato da tutte le porcherie che sono avvenute proprio durante l’anno che ci accingiamo a lasciarci alle spalle (dal Mose di Venezia, a Roma Capitale, passando per l’Expo di Milano, solo per citarne alcune).  
Ma so anche bene che l’IDV che ho lasciato non era e non è più quel che avevo immaginato di realizzare quando l’ho fondata (e cioè un luogo di formazione di una classe dirigente in grado di battersi senza alcun compromesso per rilanciare la legalità e la democrazia reale nel nostro paese) ma si è rifugiato anch’esso sotto l’ala protettrice del PD pur di poter assicurare a qualche suo rappresentante la rielezione (come purtroppo i falliti tentativi posti in essere in occasione delle recenti elezioni in Calabria ed in Emilia Romagna hanno dimostrato). 
So, infine, bene che questa evoluzione negativa è dipesa molto da mei errori nello scegliere alcune persone di cui mi sono attorniato (e non mi riferisco all’attuale classe dirigente di cui non ho più titolo per giudicare l’operato) bensì soprattutto con riferimento all’ultima legislatura nazionale ed europea in cui IDV è riuscita ad eleggere propri rappresentanti e con riferimento alle varie competizioni elettorali regionali in cui pure abbiamo eletto numerosi consiglieri regionali (mi vengono in mente in questo momento i tanti personaggi con atteggiamenti da "prime donne” che si sono fatti eleggere con il simbolo IDV e dal giorno dopo ci hanno sputato addosso).
Ma sono anche convinto che la causa del collasso del partito sia stata causata soprattutto da una premeditata azione di killeraggio esterno portato avanti da "strutture di potere” che temevano che l’affermarsi del binomio "IDV/Di Pietro” potesse impedire o comunque ostacolare il nuovo "compromesso storico” che - a destra come a sinistra - i tradizionali partiti si accingevano a realizzare, come di fatto è avvenuto dapprima con il Governo Monti, poi con il Governo Letta ed infine con quello Renzi (in cui – caso unico della storia repubblicana del nostro paese –  per ben tre volte di fila abbiamo avuto Governi sostenuti da maggioranze non elette dal popolo ma costruite appositamente a tavolino). 
Immaginate, infatti, solo per un attimo se - invece del varo del Governo Monti - si fosse andato a votare, com’era giusto e doveroso fare in quel momento, essendo venuta meno una maggioranza parlamentare eletta dai cittadini. L’IDV - allora alleata con il PD e non ancora "sputtanata” dagli scandali veri e dai falsi dossiers che l’hanno poi attraversata - sarebbe stato il partito di riferimento di buona parte dell’elettorato (soprattutto di quell’elettorato successivamente rifugiatosi nel voto di protesta grillino). Avremmo avuto un Governo ed un Parlamento che – grazie al peso messo sulla bilancia parlamentare dai rappresentanti di IDV - avrebbe dovuto necessariamente affrontare e risolvere le questioni relative alla effettiva funzionalità della giustizia ed al rispetto delle regole di un moderno Stato di diritto. Di conseguenza avremmo finalmente potuto sconfiggere le predette "strutture di potere” che da sempre fanno e disfano le regole del gioco democratico a proprio uso e consumo.
Per tutte queste ragioni – se davvero vogliamo augurarci qualcosa di buono er l’anno prossimo – la prima cosa che mi viene in mente è quello di sperare che succeda qualcosa o intervenga qualcuno (la magistratura?) che riesca a dare un nome ed un cognome a queste occulte (ma non troppo) "strutture di potere” che stanno pesantemente condizionando la democrazia e lo Stato di diritto nel nostro paese.
Siccome, però, non vorrei che si pensasse che io stia descrivendo un mondo immaginifico che non esiste, mi assumo la responsabilità di indicare da subito ed ora – proprio alla luce di quel che è successo nel corso del 2014 – il nome di una persona che ritengo faccia parte (non secondaria, peraltro) della "struttura di potere” a cui faccio riferimento. 
Si chiama Giorgio Napolitano, che fa di mestiere il Presidente della Repubblica e che – in tale sua funzione e ruolo aveva il dovere di sciogliere le Camere allorché prese atto che non esisteva più una maggioranza parlamentare eletta dal popolo ed allorché la Corte Costituzionale aveva dichiarato incostituzionale la legge elettorale con cui erano stati eletti gli attuali parlamentari. Soprattutto aveva il dovere di non opporsi alle richieste dei magistrati di volerlo sentire come testimone nel processo "Stato-Mafia” in corso a Palermo, come inizialmente ha fatto, contribuendo così a scoraggiare i cittadini ad avere fiducia verso la giustizia (i quali si sono detti: "se non va a testimoniare su quel che sa nemmeno il Presidente della Repubblica perché mai dovremmo farlo noi!!). 
Giorgio Napolitano – in quanto Presidente della Repubblica – avrebbe dovuto essere e comportarsi da "arbitro terzo” rispetto alle vicende politiche ed alle azioni portate avanti dal Parlamento e dal Governo. Invece egli è intervenuto spesso a gamba tesa per dare indicazioni su cosa fare e cosa non fare: insomma comportandosi da giocatore fazioso, a favore di una parte ed ai danni dell’altra, anzi, quasi sempre ai danni degli oppositori all’attuale regime renziano (quest’ultimo, a sua volta, assecondato da una maggioranza complice e compiacente pur di non fare le valigie e andarsene a casa). E che dire, infine, dei tanti interventi a gamba tesa del Capo dello Stato Napolitano –  nel suo ruolo di Capo del CSM - nei confronti dei magistrati non allineati e non arrendevoli ai diktat del sistema politico?
Qualcuno potrà ribattere: va beh! Ma è inutile ora rimuginarci sopra tanto adesso se ne va a casa. 
Già, ma proprio qui sta il punto, perché non vorrei che dalla padella si finisse nella brace. 
Dobbiamo capire da subito e con quale logica verrà scelto il prossimo Capo dello Stato, perché c’è il concreto rischio che esso sarà il solito frutto del compromesso a cui perverrà la "struttura di potere” di cui ho dianzi parlato, non per garantire all’Italia un Presidente terzo ed indipendente che rappresenta tutti i cittadini ma solo un "portavoce” di specifici interessi, a cominciare da qualche amnistia mascherata o "riabilitazione ad personam”!
Ecco perché lo dico in modo forte e chiaro: per ora passiamo un Santo Natale con i nostri cari ma subito dopo predisponiamoci ed organizziamoci per affrontare un nuovo anno di impegno civile affinché l’anno prossimo non sia più deludente e non ci lasci l’amaro in bocca come quello che sta per finire. 
Si badi bene: ho detto "impegno civile”, non quindi rincorrendo questo o quel partito né facendone di nuovi, non fosse altro perché la gente è stanca delle promesse dei politici e delle tante versioni rivedute e scorrete dei partiti esistenti. 
Impegno civile che dovrà coinvolgere direttamente i cittadini su cose concrete di cui essi possano avere la percezione di poter incidere personalmente sull’esito finale dell’obiettivo per cui si stanno impegnando. 
Questo vuol dire che l’impegno civile a cui faccio riferimento potrà e dovrà svolgersi soprattutto a livello territoriale, laddove ogni persona di buona volontà - che sa e conosce l’esigenza del territorio (e di chi ci abita e ci vive) - potrà dare il proprio contribuito nell’individuazione degli specifici obiettivi ed impegnarsi per la loro realizzazione nel modo localmente più appropriato.
Certo, dovranno e potranno esserci anche obiettivi specifici comuni di rilevanza nazionale su cui possiamo impegnarci tutti insieme ma sempre a livello di società civile. Mi riferisco, ad esempio, al referendum costituzionale riguardante le modifiche alla Carta costituzionale (soprattutto la parte che modifica i compiti, le funzioni e la composizione del Senato) che si stano approvando in Parlamento e che richiedono appunto il voto confermativo da parte degli elettori. Ebbene, la mia proposta è che, in tale occasione, costituiamo una bella cordata di cittadini che si oppongono a tale riforma costituzionale in quanto dannosa per lo stato di diritto e pericolosa per la democrazia.
Con questo augurio, rinnovo a tutti gli amici (e anche a quelli che non si sono dimostrati buon amici) gli auguri sinceri di Buon Natale. 

Antonio Di Pietro
                                                                                                                                                        

venerdì 12 dicembre 2014

Criminalità e corruzione ecco dove si nutre il "mondo di mezzo"

In un articolo pubblicato l'11 ottobre del 1979 sul Lavoro e intitolato 'Un salotto sinistro', scrivevo: «Basta entrare in un 'salotto' romano per rendersi conto che in Italia non si farà mai la Rivoluzione. Né le riforme. Né nulla di serio. Basta entrare in una di quelle stupende case -belle come solo a Roma possono essere- e vedere prestigiosi uomini politici, comunisti, socialisti, del Manifesto, variamente intrecciati con palazzinari, mafiosi d'alto bordo, giornalisti dall'aria di manutengoli, direttori democristiani di reti televisive, cocottes...e parassiti di tutte le risme, per capire com'è conciata la sinistra in Italia. Quando vedi il parlamentare comunista che, appena lanciate durissime accuse contro la mafia, ammicca complice al palazzinaro notoriamente legato ad ambienti mafiosi, ti rendi conto che le polemiche, gli attacchi, i furibondi scontri, gli scazzi ideologici di cui i giornali quotidianamente ci informano, non sono che lo spettacolo della democrazia, la parodia della democrazia, ma che la realtà è qui...Questo cancro enorme sta terzomondizzando l'Italia. E le sue metastasi, che si chiamano clientelismo, burocratismo, parassitismo, mentalità mafiosa, corruzione, si diramano ormai ovunque».
Il 'mondo di mezzo' esisteva già allora, 35 anni fa. E se in quel articolo puntavo il dito soprattutto sulla sinistra era solo perché in quell'epoca postsessantottina la sinistra era egemone. Ma è bastato che la destra ritornasse sulla scena politica perché si infangasse nella stessa melma.
Da allora e dalla successiva Tangentopoli nulla è cambiato. Se non in peggio. Se prima era la politica corrotta e corruttibile a comandare, adesso deve ubbidire alla criminalità cui si è intrecciata. Siamo governati dalla banda della Magliana.
E non poteva che finire così. Perché una classe dirigente interamente corrotta, se in questo termine facciamo rientrare anche il clientelismo, il parassitismo, la mentalità mafiosa di cui parlavo in quel lontano articolo del 1979, non poteva combattere il sistema del malaffare senza scavarsi la fossa sotto i piedi. Nemmeno l'avvertimento di Mani Pulite è servito. In due balletti i ladri sono diventati le vittime e la Magistratura il bersaglio preferito della classe politica. Ed è inutile oltre che oltraggiosamente ipocrita che adesso esponenti delle Istituzioni, novelle 'Vispe Terese', si facciano prendere da 'sdegno' e affermino che «le inchieste devono andare avanti», perché sappiamo benissimo che, come con Mani Pulite, si riuscirà a innocuizzarle e a far finire il tutto in un nulla di fatto. Dopo Mani Pulite c'è stata la lunga stagione berlusconiana in cui un 'delinquente naturale', come lo ha definito il Tribunale di Milano, ha guidato il Paese autoassolvendosi dai propri reati semplicemente abolendoli con leggi 'ad hoc' e quando alla fine è stato condannato sconta la pena in un modo così grottesco e irridente da far percepire come vittime coloro che in galera ci stanno sul serio.
I cittadini, scandalo dopo scandalo, violenza dopo violenza, avendo finalmente capito, anche perché percossi dalla crisi economica, da che razza di classe dirigente si sono lasciati governare negli ultimi trent'anni, hanno cercato di reagire. Prima puntando sul movimento di Grillo che perlomeno ha portato in Parlamento delle persone oneste. Ma la classe politica, avvertendo il pericolo, l'ha immediatamente demonizzato, come già aveva fatto, per lo stesso motivo, con la prima Lega. Adesso i cittadini si sono rifugiati nell'astensione che ha raggiunto quasi il 70%. Ma non servirà a nulla. Ci vorrebbe uno scatto d' orgoglio, una rivolta popolare, alla tunisina, per spazzar via l'indecenza di un'intera classe politica e poter ricominciare da capo.


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)