"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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mercoledì 11 febbraio 2015

Se nel 1992 la classe politica avesse capito la lezione, forse avrebbe potuto salvarsi

A fine marzo partirà su Sky la fiction «1992», in dieci puntate. L'oggetto è naturalmente Mani Pulite e la fiction inizia con l'arresto, il 19 febbraio 1992, di Mario Chiesa un parvenu socialista che il partito di Craxi aveva messo alla presidenza del Pio Albergo Trivulzio perché lucrasse anche sui vecchietti. Mani Pulite avrebbe potuto essere per la classe politica l'occasione per emendarsi, per prendere coscienza che la propria corruzione era diventata insostenibile,  economicamente quanto moralmente. E forse anche per salvarsi. Invece Craxi, segretario dell'allora potentissimo Psi, definì Chiesa «un mariulo» facendo intendere che si trattava di un'occasionale mela marcia in un cesto di mele intonse. E quando il 3 luglio del 1992 Craxi fece il famoso discorso alla Camera  chiamando in correità tutti i partiti, non solo era troppo tardi ma quel discorso, contrariamente a quanto quasi tutti hanno sostenuto scambiandolo per un atto di coraggio, era particolarmente vile perché il segretario del Psi lo fece quando era stato colto a sua volta con le mani sul tagliere. Quello che Craxi disse in luglio avrebbe dovuto dirlo nel febbraio del 1992. Allora avrebbe avuto un minimo di credibilità.
Il periodo 1992-94 fu per una parte esaltante e per l'altra penoso. Esaltante perché per la prima volta anche la classe dirigente era chiamata al rispetto di quelle leggi che tutti noi cittadini siamo tenuti a osservare. Penoso perché l'esercizio di paraculismo dei giornali che avevano sostenuto le nefandezze della Prima Repubblica raggiunse livelli acrobatici da sport estremi. Abbandonato rapidamente il vecchio idolo, Craxi, tutti si stesero come sogliole ai piedi di quello nuovo, Antonio Di Pietro, il leader del pool di Mani Pulite. Mi ricordo in particolare, per lussuria laudatoria, un editoriale di Paolo Mieli, direttore del Corriere, intitolato «Dieci domande a Tonino».
Ma durò poco. Passata la buriana i partiti si rimisero in pista con le seconde linee e i giornaloni, come li chiama Travaglio, tornarono a rigar dritto. In un paio di anni vedemmo con stupore rovesciare le carte in tavola: i colpevoli erano diventati i magistrati, le vittime i ladri e giudici dei loro giudici.
Berlusconi si inserì abilmente nella grande confusione. Prima cercò di cavalcare Mani Pulite offrendo a Di Pietro (definito in seguito «un uomo che mi fa orrore») il ministero della Difesa. Poi, indagato a sua volta, con una costante, capillare, tambureggiante campagna condotta dai suoi giornali, dalle sue Tv, private e pubbliche, e da 'lui meme', fece di tutto per delegittimare la Magistratura.
La lunga stagione berlusconiana ha questo di diverso: mentre nella Prima Repubblica i partiti rispettavano almeno la forma della legalità (sei ministri del governo Amato si dimisero per aver ricevuto un avviso di garanzia, cosa, a mio parere, anche eccessiva), dopo l'illegalità divenne sfacciata, spudorata, un titolo di merito.
Cito a titolo di puro esempio Luigi Bisignani. Piduista, in seguito condannato a due anni di carcere nell'ambito delle inchieste di Mani Pulite, radiato dall'Ordine dei giornalisti, divenne il principale consigliere dell'amministratore delegato delle Ferrovie, Lorenzo Necci, e poi di quello dell'Eni Paolo Scaroni. Oggi è un'opinionista molto richiesto dalle maggiori Tv. Nella sua parabola si riassume, in miniatura, la storia italiana degli ultimi trent'anni.


La mina derivati sull'Italia: esposta tre volte più della Germania


Nessun Paese europeo è esposto come l'Italia alla mina dei derivati, strumenti finanziari sottoscritti dal Tesoro che servono per proteggersi, nella maggior parte dei casi, dalle fluttuazioni dei tassi di interesse o del cambio. Una sorta di assicurazione contro eventi avversi, che come tutte le polizze presentano un conto da saldare qualora questi non si verifichino. Strumenti sui quali il Parlamento, attraverso l'Ufficio di bilancio, chiede ora maggiore trasparenza.

Si tratta di contratti che hanno un valore nozionale di 163 miliardi di euro e che, al settembre 2014, presentavano un conto negativo potenziale da 36,87 miliardi per lo Stato: tanto avrebbero dovuto sborsare le casse pubbliche se quella massa di derivati fosse stata chiusa al momento della rilevazione.

Maria Cannata, il dirigente del Tesoro, in commissione Finanze alla Camera ha spiegato che si tratta di una cifra che rappresenta "poche tipologie di derivati, funzionali agli obiettivi strategici di riduzione debito". Il raffronto con gli altri Paesi europei è poco rassicurante (si vedano le tabelle in fondo all'articolo). I dati al 2013, che permettono la comparazione a livello Ue e che - come visto sopra - sono poi peggiorati per il Belpaese, vedono l'Italia primeggiare per perdite potenziali delle amministrazioni pubbliche: quell'anno i derivati tricolori avevano un valore di mercato negativo per circa 29 miliardi di euro. Peggio dei 16,8 miliardi della Germania e dei 3,9 miliardi della Grecia, mentre a primeggiare per valore positivo erano i Paesi Bassi con 9,6 miliardi. Anche guardando all'incidenza percentuale sul Pil, che tiene maggiormente conto delle reali dimensioni dell'economia di riferimento, l'Italia è messa male: il valore di mercato dei suoi derivati risultava negativo per l'1,8% del Prodotto interno lordo, peggio solo della Grecia (-2,1%) ma tre volte più della Germania (-0,6% del Pil).

A fare luce sulla materia sta provando la commissione Finanze della Camera, in un'indagine ad hoc, in occasione della quale l'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), l'organismo voluto dalle regole europee perché validi i documenti finanziari dello Stato, ha rilasciato questa serie di dati. Una richiesta di chiarimenti giustificata anche dalla recente innovazione normativa, che con l'ultima Legge di Stabilità dà facoltà al Tesoro di stipulare accordi di garanzia bilaterale sui derivati, cioè di mettere (o richiedere) titoli di Stato o liquidità come garanzia delle perdite (o dei guadagni) potenziali legate a quei contratti. E vista la situazione attuale di mercato sarebbe un aggravio non da poco.

Il report dell'Upb non manca di annotare più volte quanto la materia resti ai più oscura, tanto da aver "creato nel tempo incertezza in numerosi osservatori, scaturita essenzialmente dalle scarse informazioni e dall'insufficiente trasparenza delle operazioni stipulate". Il gruppo di lavoro presieduto dal professor Giuseppe Pisauro (Emilia Marchionni e Maria Rosaria Marino hanno curato il report) insiste sulla necessità di "conoscere i valori nozionali e di mercato distinti per tipologia di derivato, scadenza, controparte e relativo merito di credito" delle operazioni in derivati del passato e ancora in essere. "Il Dipartimento del Tesoro dovrebbe impegnarsi a rendere pubbliche con regolarità (ad esempio annuale) le informazioni" sui contratti stipulati.

Non aiuta a stare tranquilli il fatto che il valore di mercato negativo sia cresciuto sensibilmente negli ultimi tempi. Viene da pensare che i derivati proteggano l'Italia dall'aumento dei tassi d'interesse (circa 110 miliardi sui 160 totali hanno questa funzione), e che il recente calo degli spread - stimolato in primis dall'annuncio del Quantitative easing della Bce - stia favorendo le controparti del Tesoro nel gioco degli swap. Nel 2007, il valore di mercato era negativo per 17,2 miliardi, diventati 27,9 nel 2013. Le ultime dichiarazioni ufficiali, dopo che nel giugno 2013 Repubblica aveva stimato le perdite potenziali del Tesoro e da lì era partita una nuova campagna di trasparenza, avevano indicato circa 34 miliardi di valore negativo di mercato.

Come detto, si tratta di perdite potenziali che si verificherebbero alla chiusura dei contratti. Ma anche su questo aspetto una trasparenza maggiore è richiesta: "E' rilevante sapere su quanti e quali contratti derivati sono presenti clausole di chiusura anticipata e conoscere il costo che dovrebbe sostenere oggi la Repubblica italiana qualora venissero esercitate", dice l'Upb.

Il caso scuola risale a inizio 2002, quando Morgan Stanley chiese la chiusura anticipata di un contratto al verificarsi del superamento di un limite prestabilito di esposizione nei confronti dell'Italia. Allora, i conti pubblici ne risentirono con un aggravio da 2,6 miliardi. Cannata, in audizione alla Camera ha garantito che non ci sono altre clausole come quella, relativa a un contratto sottoscritto nel 1994 che riguardava l'intera esposizione della banca. "Ciò - ha però precisato - non vuol dire che su singole posizioni non ci sia qualche clausola di chiusura anticipata, ma di tratta sempre di clausole 'mutual', ovvero esercitabili da entrambe le parti sotto determinate condizioni".

Nella relazione depositata alla commissione Finanze di Montecitorio, si specifica che attualmente in 13 contratti sono presenti clausole di risoluzione anticipata a valore di mercato. Il portafoglio attuale "è il risultato di una strategia di modifica" che "ha mirato a eliminare le clausole stesse", che in effetti ha visto la cancellazione di 20 clausole dall'inizio del 2011 a oggi.

Raffaele Ricciardi (La Repubblica, 10 febbraio 2015)



lunedì 9 febbraio 2015

Governo, 27 decreti in ritardo in tredici mesi. Costituzionalisti: “Carta violata”

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi non lo sa. Magari perché nessuno glielo ha detto sinora. Oppure è al corrente e fa finta di non accorgersene. Ma, secondo l’opinione di alcuni autorevoli studiosi, dal 22 febbraio 2014, giorno del suo insediamento, al 23 gennaio scorso, cioè in soli 335 giorni, l’esecutivo avrebbe violato per ben 27 volte la Costituzione. Nel silenzio generale, naturalmente, senza che nessuno abbia mai mosso un dito, dentro e fuori il Parlamento. E soprattutto dal Colle del Quirinale, dove il presidente della Repubblica dovrebbe vigilare innanzitutto sul rispetto della Carta costituzionale.
DEBOLE COSTITUZIONE – In ballo c’è il rispetto dell’articolo 77 della Costituzione, uno di quelli riportati nella delicatissima sezione dedicata alla “formazione delle leggi”. Recita testualmente che “quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza”, il governo adotta “provvedimenti provvisori con forza di legge”, cioè i famosi decreti, “deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere”. Ebbene, che cosa è successo da quando l’ex sindaco di Firenze si è insediato a palazzo Chigi? Analizzando i dati del ministero per i Rapporti con il Parlamento guidato da Maria Elena Boschi, ilfattoquotidiano.it ha scoperto che i 27 decreti legge (su 75 provvedimenti complessivamente varati) prodotti dal governo Renzi, rispetto alla data di approvazione in Consiglio dei ministri (Cdm) registrano un ritardo medio di trasmissione alle Camere di ben 10 giorni. Tempo che il governo spesso si è preso per inserire nel testo nuove norme, ritoccarle, o mettere a punto l’intero testo, che il Consiglio dei ministri aveva approvato “salvo intese”, ovvero sulla fiducia.
CARTA STRACCIA – Un modo di operare che non ti aspetti da un governo che aveva promesso di fare giustizia di tutti i ritardi governativi negli adempimenti legislativi e che, secondo i costituzionalisti interpellati da ilfattoquotidiano.it, vìola i principi della Carta per due ordini di motivi: in primis, perché non trasmettendo un decreto immediatamente si contraddice la sua stessa natura di “urgenza e straordinarietà”. Secondo, perché spesso i testi vengono approvati dal Consiglio dei ministri  “sotto forma di bozza e poi ritoccati non solo nella forma successivamente”. “Un modo di fare preoccupante, in conflitto con lo spirito e la lettera della Carta costituzionale”, denuncia il costituzionalista Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza”. Che non è il solo a lanciare grida d’allarme: “La violazione dell’articolo 77 è evidente, soprattutto quando il ritardo è di decine di giorni”, sottolinea la collega Lorenza Carlassare, professore emerito di diritto costituzionale. Eppure, anche tra Camera e Senato, nessuno sembra preoccuparsene più di tanto. Nonostante i gravi episodi di ritardo che continuano a registrarsi. Qualche perla tra le tante. Ci sono per esempio i casi eclatanti del decreto Emilia, trasmesso alle Camere 24 giorni dopo il suo varo da parte del Consiglio dei ministri, e del decreto Proroga commissari, varato in un primo tempo a marzo dal neonato governo Renzi, tornato poi in un Consiglio dei ministri il mese successivo e quindi arrivato alle Camere a maggio, con 42 giorni di ritardo e una norma completamente riscritta (sull’asse stradale Lioni-Grottaminarda). Fino al caso dei decreti Pa (Pubblica amministrazione) e Competitività, approvati in Cdm in un unico testo e poi ritoccati, spacchettati e trasmessi alle Camere solo 11 giorni dopo. Ma vediamo nel dettaglio tempi e ritardi degli altri provvedimenti del governo Renzi.
MAL DI TESTO – Il segretario del Pd si insedia sloggiando il compagno di partito Enrico Letta e, come primo atto vara il Salva Roma ter (il primo era stato ritirato dallo stesso Letta su monito di Napolitano, il secondo è stato fatto decadere dall’attuale governo appena insediato). Siamo al 28 febbraio 2014. Il testo viene pubblicato in “Gazzetta ufficiale” e trasmesso alla Camera il 6 marzo, ovvero sei giorni dopo. Tempi più lunghi per il decreto Casa del ministro Maurizio Lupi e per il dl Lavoro: entrambi varati dal Consiglio dei ministri del 12 marzo, sono stati pubblicati e trasmessi alle Camere il primo con 16 giorni di ritardo (il 28 marzo) e il secondo dopo 8 giorni (il 20 marzo). Stessa tempistica per il decreto Scuola, varato dal Cdm del 31 marzo e trasmesso al Senato l’8 aprile. Sei giorni ci vogliono lo stesso mese per trasmettere in Parlamento il decreto Irpef, quello sugli 80 euro fortissimamente voluto da Renzi. Sei giorni di braccio di ferro tra Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia (Mef) sulle coperture che avrebbero portato, tra le altre cose, di lì a poco alle dimissioni dell’allora capo dell’ufficio legislativo-economia di via XX settembre, Andrea Simi. La media non cambia per i decreti di primavera: 9 giorni sono necessari per pubblicare e trasmettere alle Camere il decreto Cultura, detto anche “Art bonus” e 4 giorni per il decreto Tasi (poi confluito nel dl Irpef).
ESTATE ROVENTE – Quello che accade a inizio estate, poi, fa storia a sé. Siamo al 13 giugno, il Consiglio dei ministri approva e vara il decreto “Misure urgenti per la semplificazione e per la crescita del Paese”, un testo monstre di circa 100 articoli, stando alle bozze circolate in quei giorni. Ci vogliono però quasi due settimane (11 giorni) perché il testo venga pubblicato in Gazzetta ufficiale e ci andrà in una veste ben diversa rispetto a quella che il Cdm ha visto e approvato. Durante quegli 11 giorni, il testo viene ritoccato e suddiviso in due su richiesta del Quirinale, che solleva più di un dubbio sull’omogeneità del testo. Alla fine il decreto viene spacchettato: da una parte il decreto Pubblica amministrazione e dall’altra il decreto Competitività.
MAGICI RITOCCHI - La prassi consolidata del governo non cambierà da lì in poi, anzi. Sul finire dell’estate i tempi di trasmissione alle Camere dei decreti rispetto al loro varo sembrano anche crescere: si parte con i 7 giorni per il decreto Detenuti e per il primo decreto Ilva (quello poi confluito nel dl Competitività), per passare a 12 giorni per il decreto Proroga missioni e arrivare a ben 14 giorni di attesa per il decreto Stadi-migranti, per il decreto Processo civile e per il decreto Sblocca Italia. Siamo a settembre e il governo inizia a lavorare alla legge di Stabilità che, pur non essendo un decreto, vale la pena di citare come altro esempio di ritardo cronico: varata dal Consiglio dei ministri del 15 ottobre è stata trasmessa al Parlamento il 23 ottobre. Un lasso di tempo in cui la stesura della Finanziaria è stata ritoccata quasi ogni giorno. Stessa musica per il Jobs Act che per arrivare alle Camere ci ha messo ben 22 giorni.
GELIDA MANINA – Il resto è storia recente, fino al Cdm del 24 dicembre che ha visto imperversare sulle prime pagine dei giornali la famosamaninadel decreto legislativo Fiscale (che il premier Renzi si è poi autoattribuita), ma in cui sono stati varati anche il decreto Milleproroghe ( pubblicato sette giorni dopo) e il secondo decreto Ilva, che è arrivato alle Camere con 12 giorni di ritardo. Il 2015 invece sembra aver accelerato i tempi del governo. I primi due decreti dell’anno, il decreto Banche e il decreto Imu agricola, sono arrivati alle Camere velocemente: rispettivamente 4 giorni e 1 giorno dopo il loro varo. Amaro comunque il comento degli studiosi. “La Costituzione – ribadisce la Carlassare - stabilisce e vale la pena ripeterlo che il governo può emanare decreti solo in casi straordinari e li deve inviare alle Camere il giorno stesso. Se così non accade non c’è dubbio che c’è una violazione della Costituzione perché si sconfessa la stessa urgenza del provvedimento”. “Preoccupa anche, per quello che se ne sa – sottolinea invece Azzariti – che in sede di Consiglio dei ministri sempre più spesso si approvano delle “copertine”, cioè un articolato incompleto. E’ per questo che spesso si usa quella formula “salvo intese” che da un lato dovrebbe riguardare profili meramente tecnici, ma che in realtà nasconde il fatto che il contenuto deve essere ancora deciso e verrà deciso dopo il Consiglio dei ministri. Presumibilmente e prevalentemente dalla presidenza del Consiglio o dal presidente e dal ministro competente. E pure questo è preoccupante”. E, naturalmente, contro la Costituzione.
E il governo che dice? Come giustifica questo modo di procedere sui decreti, messo così duramente in discussione da autorevoli costituzionalisti? Abbiamo contattato la presidenza del Consiglio dei ministri per un commento. Al momento senza avere una risposta ufficiale.

  (Il Fatto Quotidiano,| 9 febbraio 2015)


domenica 8 febbraio 2015

Kashgar 1995


E' la corruzione non la magistratura il cancro del Paese

«Garantire la Costituzione significa affermare e diffondere un senso forte della legalità. La lotta alla mafia e quella alla corruzione sono priorità assolute. La corruzione ha raggiunto un livello inaccettabile». A parte l'incongruenza di aver invitato alla cerimonia del suo insediamento un detenuto, che non è certamente un esempio di «un senso forte della legalità», questo mi è sembrato il passaggio più importante del discorso del nuovo Presidente della Repubblica. La corruzione infatti, e non la Magistratura come sosteneva il Detenuto Eccellente, è il vero cancro della nostra società. Non intendo qui unirmi al coro demagogico di coloro, giornalisti e grillini in testa, che,  confondendo cose completamente diverse, si indignano per i costi del Quirinale, gli alti stipendi dei parlamentari, le auto blu e i privilegi di cui godono nel campo dei trasporti gli amministratori pubblici (il tempo è un bene prezioso per tutti, ma lo è in particolare per chi ha responsabilità pubbliche, doveri di rappresentanza e di incontri estenuanti, per questo ho trovato ridicoli o comunque sproporzionati gli scandali menati perché il sindaco di Roma, Marino, aveva fatto sette infrazioni stradali senza pagarle o perché il premier Renzi ha portato la famiglia in vacanza su un aereo dell'aereonautica militare). Ho sempre pensato che gli amministratori pubblici debbano essere pagati bene, anche per sottrarli alle tentazioni. Ma proprio per questo se sgarrano, se rubano, applicherei la giustizia talebana: taglio delle mani e, nei casi più gravi, anche di un piede. Capisco che queste pratiche non possono essere utilizzate da noi, anche perché ci troveremmo con un Parlamento di moncherini e di monopede. Però ci vogliono pene, non particolarmente feroci (perché le pene troppo severe fanno la fine delle 'grida' di manzoniana memoria: non vengono applicate) ma certe. Altrimenti, come ha detto Raffaele Cantone, chiamato a tamponare le megatruffe sull'Expo, «il rischio è talmente aleatorio che vale la candela della possibilità di arricchimenti enormi». So bene che gli alti stipendi, le auto blu, irritano i cittadini, per la loro evidenza, ma sono una pagliuzza rispetto a quanto ci costa la corruzione i cui danni sono più sotterranei e meno visibili ma ben più devastanti. Se oggi abbiamo quell'enorme debito pubblico che ci mette in difficoltà in Europa non è certo per le auto blu ma a causa della corruzione che solo con la prima Tangentopoli ci è costata 630 miliardi delle vecchie lire (quella che va dai vent'anni che corrono dal 1994 ad oggi non è stata ancora calcolata).
Ma il danno non è solo economico. Ancora più grave è quello morale. La corruzione della classe dirigente discendendo giù per li rami è diventata un'epidemia che coinvolge l'intera popolazione. Se l'esempio che viene dall'alto è questo – ragiona il 'very normal people' – perché proprio io dovrei essere l'unico fesso? E questo rompe la fiducia fra di noi e, con essa, quel senso della comunità cui giustamente, quanto utopisticamente, Mattarella si è richiamato. Che senso della comunità posso avere quando non so mai se chi mi sta di fronte è una persona perbene o un furbacchione? Su questo versante una bella mano l'ha data Matteo Renzi. Perché accanto alla corruzione materiale ce n'è una intellettuale, a volte ancor più remunerativa. Se in un bar uno dicesse all'amico «stai sereno» e due giorni dopo gli rubasse il posto, non potrebbe metterci più piede. Invece nelle Istituzioni, quelle che, secondo Mattarella, dovremmo rispettare, si viene premiati. E' l'apoteosi della furbizia, uno dei mali endemici, insieme alla retorica, del popolo italiano. E non ci può essere di consolazione che anche il più furbo dei furbi alla fine trova uno più furbo di lui, che lo frega. Perché la sostanza non cambia. Anzi si aggrava.



sabato 7 febbraio 2015

I VOLTAGABBANA “STABILIZZATORI”

Finalmente capiamo perché Scelta civica si chiama così: a noi pareva che stessero lì, parcheggiati tra Camera e Senato, sempre un po’ opachi e anodini; in realtà erano in attesa di scegliere di chi mettersi civica-mente a disposizione. Insieme ad alcuni ex-grillini che agitano le braccia nel mare di Twitter sperando che qualcuno nel Pd se li fili, e in compagnia delle frattaglie dei meravigliosi “stabilizzatori” di Gal, sei senatori e due deputati della falange che fu montiana (ma non Monti) accorrono in soccorso di Renzi, consolabile vedovo di Forza Italia dopo la presunta rottura del famigerato patto.
Così potrebbe pure sembrare, se gli intelletti in gioco fossero tanto raffinati da concepirlo, uno sberleffo in soprammercato il fatto che il vicesegretario del Pd Serracchiani abbia annunciato la transumanza degli sceglitori civici proprio a Canale 5, in un programma che si chiama La telefonata: “Io non escludo che la consapevolezza che tanti parlamentari hanno acquisito il giorno dell’elezione del capo dello Stato li renda consapevoli della responsabilità che hanno da qui al 2018”.
La consapevolezza, si sa, rende consapevoli, e se non lo esclude lei c’è da crederle. Ma è il concetto di “responsabilità” ad aprirci un mondo di sterminate delizie. Incantata dai numeri di prestidigitazione istituzionale di Renzi, l’Italia tutta avverte il peso della responsabilità cui chiamano l’approvazione dell’Italicum e il varo degli altri scempi decretizi come il Jobs Act. Per tutto lo stivale scorre una filigrana di costruttivo sacrificio. Perché si avverta soprattutto al Senato, dove i numeri di Renzi traballano e l’unica garanzia di stabilità è Alfano cioè niente, è un segreto di Pulcinella che attiene alla natura stessa della responsabilità.
L’Italia è ingovernabile; ciò si sa, soprattutto a sinistra. Da qui i patti della crostata, le larghe intese, la pacificazione, il trattato del Nazareno e tutti i giochi di ruolo che gli accordisti e i trasformisti di ogni risma hanno messo in scena nel corso degli anni. È stata l’ingovernabilità a consentire non solo gli inciuci ma anche tutti i cambi di casacca che hanno contraddistinto la vita della Repubblica. Si può dire che senza l’ingovernabilità l’Italia sarebbe ingovernabile. Nondimeno, fu nell’interesse del “popolo”, come ha rivelato Scilipoti sul Fatto di ieri, che lui e gli altri lillipuziani, scombiccherati, proverbiali “responsabili” hanno salvato B. e il suo governo nel 2010, confluendo dall’Idv.
Solo che per uno strano e virtuoso prodigio, laddove quelli erano per tutti traditori, voltagabbana, venduti e altre cose offensive tra cui la più offensiva di tutte, la metonimica “scilipoti”, quelli che oggi transumano a dare il rinforzino a Renzi sono responsabili e basta, senza ironia, gente tutto sommato seria che, piccone in spalla, lavora alla ricostruzione avviata dal professionista delle strategie. E perciò pure i grandi giornali adeguano il vocabolario alla retorica “narrativa” del premier. Tra tutti, il Corriere della Sera – che al tempo dei Razzi, De Gregorio, Calearo, Cuffaro e Scilipoti sguinzagliava le solide e argomentate indignazioni di Severgnini – ieri titolava: “Operazione scelta civica. Renzi amplia il Pd”. 

Eh, certo. B. comprava, ricattava, seduceva, convinceva, minacciava, persuadeva; Renzi amplia. E i traditori diventano risorse umane da riallocare per il bene del Paese. Di più: il Pd è una casa e Renzi, da buon edile, la amplia buttando giù i muri vecchi e qualche tramezzo di “intermediazione”, e rende il salone delle riforme un open-space.
L’impressione è che più che un grande architetto Renzi sia l’inventore di un format politico che ha reso il Pd un reality, un Amici di Matteo molto liquido, talmente cinico e poco caratterizzato ideologicamente da poter accogliere con scioltezza chiunque ci salti dentro. A cose fatte, il premier ringrazia, senza ringraziare, parlando di “approdo comune” e di “comune cammino per le riforme”. 
Un capolavoro di involontaria ironia la nota dei “fuoriusciti”: “Accogliamo l’invito rivoltoci da Matteo Renzi a un percorso e a un approdo comuni”, con “l’obiettivo di concorrere al lavoro entusiasmante che attende il Parlamento nei prossimi anni”. D’altra parte, il partito di Monti aveva proprio l’entusiasmo come sua cifra peculiare. “Decidiamo”, continuano, “di aderire ai gruppi parlamentari del Pd, alcuni di noi anche al partito stesso”, abudantis abundantibus. Intanto domenica c’è il Congresso di Scelta civica, a cui a questo punto non si capisce chi si presenterà. Il deputato Zanetti la butta lì: “Se magari Renzi fa un salto…”. Ecco, facciamo così e chiudiamo tutte le polemiche: il Pd entri in Scelta civica. 



venerdì 6 febbraio 2015

Un omaggio a Sile


A TUTTE LE AUTO BLU: ULTIMA CHIAMATA PER I TAGLI

Mussolini, altri tempi, fu sbrigativo: «Attualmente risultano in uso 16 vetture: di esse 13 dovranno dismettersi entro domani sera». Marianna Madia non pretende tanto. Dopo mesi di tira e molla, però, ha deciso di dare un ultimatum: entro dieci giorni tutti i ministeri e tutte le amministrazioni pubbliche devono fare rapporto sulla drastica diminuzione delle autoblu decisa dal governo subito dopo il debutto. Obiettivo dichiarato: «Calare nei ministeri da 1.600 a 95 auto». Ambizioso. La stessa campagna lanciata dal Duce il 7 marzo 1923, con la lettera inviata agli Interni dal ministro del Tesoro Alberto De Stefani («Per preciso ordine ricevuto dal presidente del Consiglio ho disposto che rimangano in servizio presso codesto ministero 3 auto…») non diede poi i frutti sperati. E proprio il timore che finisca come altre volte, con l’evaporazione giorno dopo giorno delle buone intenzioni, deve aver spinto Matteo Renzi e il ministro della Pubblica amministrazione a tentare il braccio di ferro. Giurano a Palazzo Chigi che va già meglio di un tempo. Che «le autoblu messe all’asta in varie tranche su eBay sono andate tutte vendute» e che sono state bruscamente ridotte le macchine della Presidenza del Consiglio e dei ministri senza portafoglio che intorno alla presidenza gravitano. Le auto, che fino all’anno scorso sarebbero state una quindicina nel cortile e nei parcheggi annessi più altre 115 in un autoparco, «sono state ridotte a 11: una per Renzi, tre per i tre ministri, le altre gestite via via che servono per Graziano Delrio e gli altri sottosegretari o dirigenti che ne abbiano bisogno per motivi d’urgenza». Bastano? «Sì. Si è visto che bastano». Certo la scrematura è appena cominciata: all’inizio del 2014 le autoblu vere e proprie, che già Renato Brunetta aveva fatto censire avviando quando era ministro la sua campagna di censimento e di riduzione del fabbisogno (c’è chi contava come fossero auto di lusso anche la Panda delle guardie forestali che girano per i boschi) risultavano essere 4.273. Adesso, assicurano gli uffici della Madia, «sono scese a 3.510, delle quali 2.553 di proprietà e le altre in leasing».
Le resistenze, però, sono fortissime. E lo dimostra il tempo passato dalla promessa iniziale dell’ex sindaco di Firenze. Dalla fine di marzo l’attesissimo decreto della Presidenza del Consiglio con la «Determinazione del numero massimo e delle modalità di utilizzo delle autovetture di servizio con autista adibite al trasporto persone» è arrivato solo il 25 settembre. Ed è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale altri due mesi e mezzo dopo, l’11 dicembre scorso. Un mese intero, per capirci, se ne sarebbe andato solo per la domanda e la risposta a un quesito della Corte dei Conti: ma quando si parla di un massimo di cinque autoblu per ogni ministero si intende compresa quella del ministro?
Lì nel documento, le regole, sono chiare. Eccole: «L’articolo 2 dà attuazione al comma 2 del sopra citato articolo 15 del decreto-legge n. 66 del 2014. Il comma 1 prevede che le amministrazioni centrali dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, ivi comprese le strutture di cui si avvale ciascun Ministro senza portafoglio, le Forze di polizia, le Forze armate e le Agenzie governative nazionali, comprese le agenzie fiscali, possono disporre, in uso non esclusivo, di un numero massimo di 5 autovetture di servizio, secondo determinati criteri, ovvero:
a) 1 autovettura se il numero di dipendenti in servizio presso l’amministrazione è inferiore o pari a 50 unità;
b) 2 autovetture se il numero di dipendenti in servizio presso l’amministrazione è compreso tra 51 e 200 unità;
c) 3 autovetture se il numero di dipendenti in servizio presso l’amministrazione è compreso tra 201 e 400 unità;
d) 4 autovetture se il numero di dipendenti in servizio presso l’amministrazione è compreso tra 401 e 600 unità;
e) 5 autovetture se il numero di dipendenti in servizio presso l’amministrazione è superiore a 600 unità».
Unici calcolati a parte, i ministri: «In aggiunta alle autovetture in uso non esclusivo, può essere assegnata un’ulteriore autovettura, in uso esclusivo, al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri». Di più, aggiunge il documento: «Al fine di conseguire il massimo risparmio di spesa, il comma 3 prevede che all’interno del numero massimo di autovetture concesse a ciascuna amministrazione sono computate anche quelle oggetto di contratto di locazione o noleggio, o a qualunque altro titolo utilizzate. I commi 4 e 5 prevedono le modalità e i tempi di dismissione delle autovetture in eccesso».
Va da sé che è ribadito «l’obbligo di utilizzare le auto di servizio solo per singoli spostamenti ed esclusivamente per ragioni di servizio», «il divieto di utilizzare le autovetture per gli spostamenti tra abitazione e luogo di lavoro», «il divieto di assegnare autovetture di servizio in uso esclusivo a soggetti diversi da quelli indicati». Una stretta al radicale. Decisa dopo molti anni in cui perfino alla Croce Rossa, nell’ottobre 2006, nonostante la metà delle ambulanze avessero «più di vent’anni» e fossero state usate per «più di 250.000 chilometri», c’erano a disposizione della direzione, denunciò un dossier, 28 autoblu nuove. Lussuose. Luccicanti. Un andazzo che andava stroncato. Ma che si sta rivelando, com’era prevedibile, complicato. Fatto sta che, contro le scadenze graduate sulla dimensione delle diverse amministrazioni è venuto giù un diluvio. Telefonate, lettere, email… Per chiedere rinvii, rinvii, rinvii… Un assedio tale da convincere la Madia a lanciare a tutti l’ultimatum che dicevamo: «Si richiede con la presente di comunicare ai miei uffici ogni misura adottata al fine di rispettare le scadenze previste dal decreto.
Si resta in attesa di una risposta entro dieci giorni, al fine di formulare un documento di sintesi sull’applicazione del DPCM da parte di ciascuna amministrazione, che sarà presentato al Consiglio dei ministri entro la fine del mese». Sarà preso sul serio o sarà vissuto da qualcuno come «il solito penultimatum»?

Autografi - L'intervista di Silvia Truzzi

Si vedono i grattacieli dalla finestra di questa casa in zona Repubblica. Ma è molto più interessante guardare dentro il salotto che così tanto assomiglia a chi lo abita. Due macchine da scrivere, librerie sterminate, divani scoloriti, quotidiani sparsi, un tiro a segno al muro, pacchetti di Gauloises rosse a cui staccare il filtro. Massimo Fini ha la sua divisa, maglietta e camicia in jeans, in faccia un sorriso irriverente, come tutto il resto in lui. Si comincia subito, quasi prima di sedersi, e subito la prima cosa sono i giornali (Il Fatto, l'ultimo approdo: del Fatto sul Fatto parleremo solo per lo stretto necessario). La bussola dell'inquieto girovagare tra i quotidiani è la libertà: l'autonomia, la dignità, il potere, quelli che pagherebbero per vendersi. Con Dostoevskij nei Fratelli Karamazov, «Quale libertà ci può essere se l'obbedienza la si compra?».
L'alba è il 1943, l'anno delle bombe terribili su Milano. «Potrei dire, con più ragione di Bernard Henry-Levi, che sono figlio di due dittature. Mio padre era un pisano antifascista, a un certo punto è costretto a migrare in Francia. Mia madre era un'ebrea russa: per motivi uguali e contrari fuggiva dal bolscevismo. S'incontrano a Parigi, dove vivono fino al '40. Quando Italia e Francia entrano in guerra, mio padre decide di tornare. E fa quel pochissimo di resistenza che si può fare al Corriere della sera, senza vantarsene mai. Mia sorella nasce a Parigi nel '35 e io nel '43, nel momento più tragico della Seconda guerra mondiale, a Cremeno sul Lago di Como, dove i miei erano sfollati».
E poi, Milano.
Prima vivevamo in periferia, in una casa diroccata, molto bella. Quando venne costruita la casa dei giornalisti ci trasferimmo. Mio padre faceva il giornalista, ma io sono entrato in questo mondo quando lui era morto da dieci anni e in un giornale, l'Avanti!, dove se avessero saputo che ero figlio di mio padre non mi avrebbero mai preso.
Il primo lavoro è stato alla Pirelli.
Era il '69, mi ero laureato in Giurisprudenza. Avevo fatto un liceo sciagurato, tipo che in greco non avevo mai preso più di tre. Avrei voluto fare Filosofia, non avevo la basi. Volevo fare bene l'Università e infatti ci sono riuscito perché mi sono laureato con la lode. Aggiungo che mi è servito aver studiato Legge. Non tanto perché ho cominciato come cronista giudiziario, ma perché la logica formale del diritto mi è stata utile. Soprattutto nelle polemiche.
Uno non si immagina che lei abbia lavorato all'Avanti!
E' stato un periodo meraviglioso. Erano socialisti molto diversi, non erano al governo. Era un ambiente molto libertario, che mi suonava dentro. Io poi lavoravo all'Avanti! di Milano che era molto meno politicizzato di quello romano. Il capo era Ugo Intini, una persona onestissima e la cosa è clamorosa perché è difficile mantenersi onesti in un posto dove poi quasi tutti sarebbero diventati ladri. Eravamo in 22, undici erano funzionari di partito ma non contavano nulla, facevamo tutto noi.
Era stato compagno di banco di Claudio Martelli.
Al liceo. Però mi sono allontanato da Claudio nel momento della sua ascesa: non concepisce che l'amicizia resti un'amicizia, avrei dovuto, secondo lui, sopportarlo nella carriera. Ma io non sono nato per fare il servo né di Martelli né di nessun altro. Quindi si è rotto il nostro legame, ripreso nel momento della caduta. L'ho chiamato io, non c'era più nessun equivoco. Per un po' ci siamo frequentati, anche con le nostre fidanzate. Lui ne aveva, come sempre, una molto carina che era la figlia dell'ex dirigente del Sisde Michele Finocchi, ma era una bravissima ragazza. Poi quando lui risale -anzi pensa di risalire- scompare come sempre. Ricade e si rifà vivo. Come quando si è separato dall'ultima moglie, che lui aveva improvvidamente sposato quando aveva 58 anni e lei 28. Lei l'ha lasciato per un altro e questa cosa l'ha ferito a morte. Martelli è uno che quando tutti lo sfanculano, dice «ho sfanculato tutti». In quel caso era veramente un uomo dolente.
Ma l'Avanti! è una storia breve.
Dopo un anno e mezzo ricevo contemporaneamente due proposte, una dall'Europeo e l'altra dall'Espresso attraverso Camilla Cederna. Scelgo l'Europeo per ragioni totalmente irrazionali. Una sera un collega mi aveva detto: «Si sa com'è con quelli come te. Stanno da noi un anno poi vanno all'Europeo». E io scelsi l'Europeo sulla base di questa affermazione.
Chi lo dirigeva?
Il mitico Tommaso Giglio, un sadico da cui io mi sono salvato in modo molto puttanesco perché ero molto giovane e lui non aveva figli. Era bravissimo, ma ci costringeva a non fare i riposi, spolpava i colleghi. Resto fino all'79, quando arrivano i socialisti. E allora me ne vado: l'Europeo era sempre stato lontano dalla partitocrazia. Io lo definivo il giornale di destra più a sinistra o il giornale di sinistra più a destra. Succedevano cose incredibili, poco professionali. Un inviato arrivò da un altro giornale, a patto che fosse assunta anche la fidanzata, una con un culo bellissimo ma assolutamente incapace. Avevamo una straordinaria segretaria di redazione, rimpiazzata da bellissime ragazze che però non erano in grado di prenotare un volo: so ancora a memoria il numero dell'Alitalia di allora.
C'era anche Oriana Fallaci.
Con lei ho avuto un buon rapporto per un certo periodo. Poi siccome litigava con chiunque, ha litigato anche con me. Una piccola casa editrice le aveva chiesto di scrivere un'autobiografia per le scuole. Lei non aveva tempo e mi disse se volevo scriverla per lei. Accettai volentieri per stare a fianco di uno dei miti del giornalismo italiano. Abbiamo lavorato a questa cosa per un po'. Poi si è giustamente accorta che era uno spreco dare la sua vita a me. Ma siccome lei era fatta com'era fatta, non mi disse questo. Ma che improvvisamente aveva scoperto che ero una spia della Cia. Allora era antiamericana, quando passeggiavamo per Firenze bisognava sempre nascondersi dentro un portone perché, nella sua megalomania, era convinta di essere inseguita da qualche agente. Io sorridevo di questa megalomania, considerandola innocente. Poi mi sono un po' ricreduto.
Stava con Panagulis allora.
Lui era un viveur simpatico e divertente. La trattava in modo piuttosto rude. Mi ricordo una sera al ristorante, lui la prese a ceffoni davanti a tutti: era l'unico modo di trattarla, altrimenti lei ti mangiava, ti portava all'esasperazione. Era un periodo bello per Oriana: sentimentalmente era appagata anche se Alekos aveva altre donne. Quando lui muore, per lei è un mancanza terribile: perde lui e insieme i limiti che le dava. Il suo ego esplode.
Dopo l'Europeo?
Sto a spasso, vivo di collaborazioni. Poi faccio Pagina -una rivista liblab in cui io portavo l'anarchismo che è sempre stato il mio tratto- con Aldo Canale, un vero genio. Abbiamo molte colpe, però: abbiamo fatto scrivere per la prima volta Giuliano Ferrara, anche se lui nega. Ernesto Galli della Loggia e Pigi Battista che era il nostro ragazzo di bottega. Bravissimo, oggi totalmente guastato nel fare il mestiere. C'era anche uno sconosciuto Paolo Mieli.
Cosa nega Ferrara?
Che Pagina sia stato il suo esordio. In realtà lui aveva scritto solo per giornali sindacali. E Pagina era un giornale di nicchia che comunque vendeva 13mila copie. E' durato cinque anni. Ma è stato una grande avventura.
Poi arriva il Giorno.
Mi telefona Guglielmo Zucconi e mi dice: «Vorrei far commentare l'enciclica del Papa Laborem exercens da un cattolico e da un laico. Te la senti? Manda per le 4». Era mezzogiorno! Corro all'Ansa per avere delle anticipazioni, poi telefono a un mio amico comunista, perché i comunisti degli affari della Chiesa sanno tutto. Mi dà due dritte e faccio il pezzo, che sarebbe poi finito in prima. L'origine però era un'altra. Il vice di Zucconi, Magnaschi -il miglior direttore che io abbia mai avuto- mi leggeva su Pagina e gli piacevano molto le mie stroncature. E' lui che mi ha inventato come polemista. Con Zucconi, verso la fine degli anni Novanta, succede una cosa divertente: sono senza lavoro, lo chiamo perché lui è direttore editoriale del Giorno. Mi porta a colazione in un ristorante in via Senato ma capisco che non è tanto convinto di spendersi per me. Usciamo e all'incrocio con piazza Cavour una ragazza che passa in bicicletta inchioda, ignorando completamente lui. E mi dice: «Tu sei Massimo Fini! Ti leggo». Visto che lei era veramente bellissima, io ero preso da due contrastanti pulsioni. La cosa faceva un certo effetto al vecchio Zuc, ma non potevo chiederle il numero di telefono perché c'era lui. Ho lasciato andare via la ragazza, però sono rientrato al Giorno.
Il suo tempo di permanenza nei giornali è breve.
Non mi sono mai trovato bene in nessun ambiente tranne forse all'Indipendente di Feltri. Un'altra grande avventura. Eravamo liberi, liberi sul serio: il sogno di ogni giornalista. Quando venne arrestato durante Mani pulite il nostro amministratore delegato, noi uscimmo sparandolo in prima pagina, senza sconti. A Vittorio rimprovero di essersene andato: aveva fatto un miracolo, tenendo insieme teste, culture, visioni del mondo completamente opposte. E' stato un grande giornalista, il miglior direttore della sua generazione. Putroppo ha la moralità di una biscia.
Ci querela.
Sono sempre stato la sua cattiva coscienza, anche se ora abbiamo litigato in maniera irrimediabile.
Lei è stato un grande giocatore di poker.
Ho giocato, tra i tanti, anche con Raul Gardini, quando nessuno sapeva ancora chi fosse. Ma da come giocava si poteva capire la fine che avrebbe fatto: alzava continuamente la posta. Io non sono un vero giocatore, a me piaceva vincere. Il mio educatore sentimentale, Diego, invece era un giocatore. Come aveva vinto a Campione bisognava precipitarsi ai cavalli -gli stramaledetti quadrupedi- dove perdeva tutto quello che aveva vinto. Conservo i miei quaderni del poker: su dieci partite ne vincevo otto. Il mio limite era che non accettavo di perdere e quando perdevo, perdevo parecchio.
Ha raccontato Tangentopoli: come ha potuto il sistema sopravvivere pressoché intatto?
Dopo Mani pulite nel giro di due anni, con tutti i testimoni del tempo ancora vivi, si sono trasformati i ladri nelle vittime, i giudici nei veri colpevoli. E i ladri nei giudici dei loro giudici. Tangentopoli era un avvertimento, il sistema non l'ha voluto ascoltare. Ed è continuato tutto come prima. Con un'aggravante: quello che viene fuori da Roma oggi è peggio. Dire che è un fenomeno mafioso è fare un torto all'onorata società. La mafia è un cancro individuato, teoricamente, combattibile. Queste metastasi appartengono a tutto il Paese e non sono più controllabili. Siamo irredimibili.
Le monetine, infantile e violento rigurgito di coscienza, non hanno lasciato traccia. Perché?
Le monetine erano un eccesso. Il giustizialismo ovviamente non l'ha fatto la magistratura, l'ha fatto l'informazione. Feltri ipso, poi su quel giornale toccava a me difendere i figli di Craxi, che non avevano né i meriti né le colpe dei padri. C'era stata una reazione popolare, ma stampa e televisione aggiogate al potere hanno convinto la gente che i ladri erano vittime. Il Fatto non c'era, L'Indi era morto perché Feltri se n'era andato e se n'era andato con praticamente tutti tranne me.
Poi arriva Berlusconi. L'ha conosciuto?
Lo vedevo giocare a calcio dai salesiani, quand'era ragazzino: pretendeva di fare il centravanti e non passava mai la palla. C'era già tutto lui...Quelli così li chiamavano «Venezia», non so più dire perché. Decenni più tardi, l'Europeo mi manda a fargli un'intervista sul calcio. Mi è parso subito molto fuori posto, rispetto a dove abitava: con Villa Casati-Stampa, così elegante, non c'entrava niente. Ha altre qualità, non è un uomo elegante. Comunque a un certo punto, infastidito, mi dice: «Perché mi fa solo domande cattive?». Alla fine sono arrivate Barbara ed Eleonora: ho scritto che erano infiocchettate come uno pensa che i ricchi infiocchettino le loro figlie. Questa cosa l'ha fatto imbufalire, ovviamente ha protestato con il direttore. Un'altra volta ero a San Siro, ma non si poteva più andare nei popolari perché erano riservati agli abbonati e in curva nemmeno perché ero con mio figlio piccolo. Morale: finisco in tribuna d'onore, non proprio il mio posto. E c'era Berlusconi così vicino che avrei potuto ucciderlo, visto che non ci sono controlli all'ingresso. Ma non volevo passare alla storia per essere il killer di Berlusconi! Nell'intervallo molti colleghi importanti -Ostellino, Pirani- si affollano vicino al Cavaliere. Lui a un certo punto lascia tutta questa compagnia e si avvicina. E mi dice: «L'ho vista ieri al Costanzo Show». Io, secco: «Lei guarda proprio tutto». E me ne vado. Sapeva che io ero un antipatizzante, ma lui ha bisogno che tutti gli vogliano bene. Non rinuncia mai a sedurti. Nel '96, sotto elezioni, mi chiama la direttrice di Annabella e mi chiede di intervistare Berlusca. Chiamo l'ufficio stampa a Roma e lì ho la prima sospresa perché mi risponde Bonaiuti. Ora, quando eravamo a Roma Bonaiuti era più a sinistra di satanasso e io un fascista. Comunque, l'accordo è che io avrei inviato domande scritte e che poi ci saremmo visti ad Arcore. Bonaiuti, lette le domande, mi avvisa che ce ne sono alcune che non vanno bene. L'intervista non si è mai fatta. Allora gli ho scritto un biglietto: «Egregio Cavaliere, l'ho sempre criticata ma non le ho mai negato il coraggio. Vederla fuggire come una lepre impaurita davanti a tre domande non mi sembra degno di lei». Dopo tre ore arriva un fattorino gigantesco a questa porta e mi consegna una lettera piena d'insulti. Come scrive Nietzsche, anche la lettera più violenta è sempre meglio del silenzio.
Cosa poteva importare a Berlusconi di lei?
Lui ha questa attenzione agli altri, proprio per via del suo sconfinato narcisismo. Una cosa che la sinistra non ha ed è motivo del suo fallimento: questi girano con un'immotivata puzza sotto il naso, un'atteggiamento che poteva avere Amendola. Oggi un qualunque Pecoraro Scanio si permette d' ignorarti. Tornando alla domanda sul dopo Mani pulite e Berlusconi: quando il potere è in difficoltà si affida sempre all'uomo nuovo. Allora c'era il Berlusca, adesso c'è questo quaquaraqua.
Renzi, dice?
Sì, non mi piace per niente: basta guardarlo negli occhi per capire che è meglio non fidarsi. Sarò un uomo del Pleistocene, ma vorrei che le cose non fossero cinguettate via Twitter. Vorrei che venissero decise dal Consiglio dei ministri, portate in Parlamento, approvate. La politica degli annunci fa sì che non sai mai se un provvedimento esiste o è solo una chiacchiera. Renzi è un Berlusconi molto meno divertente.
Il governo è stato inaugurato dal proclama sulla parità di genere.
Una boiata. Non bisogna considerare le donne dei panda, è assolutamente insultante.
Tutte le volte che lei scrive qualcosa sul tema donne-uomini scoppia la terza guerra mondiale.
Io sottolineo solo che la sovrastruttura donna ha schiacciato troppo la struttura femmina. Comunque mi odiano le femministe e le brutte.
Per favore, il razzismo estetico no.
Per noi la bellezza di lei è un valore perché sennò non siamo in grado di andarci a letto. Dice George Bataille ne L'erotismo che la bellezza, l'umanità di una donna concorre e a rendere sconvolgente l'animalità dell'atto sessuale. «Non c'è nulla di più deprimente per un uomo della bruttezza di una donna sulla quale non risalti la laidezza dell'atto sessuale. La bellezza conta in primo luogo perché la bruttezza non può essere sciupata, là dove l'essenza dell'erotismo risiede nella profanazione».
Visione maschile di tutta la faccenda.
Vero. E sono generalizzazioni. Ma la penso così.
L'amore?
E' un'illusione necessaria alla vita, per cui carichiamo l'altro di una serie infinita di aspettative. Poi ti svegli di notte, ti giri, guardi la donna che dorme vicino a te e pensi: perché sto con questa qui?
L'uomo più straordinario che ha incontrato?
Rudy Nureyev, magnetico. L'ho visto la prima volta a una festa di «ragazzi così»- il modo con cui allora s'indicavano gli omosessuali del jet set- in una villa di Monte Carlo. Alle tre arriva lui, completamente ubriaco: si aprivano bottiglie di vodka e, alla moda russa, si buttavano alle spalle. La casa però era piena di specchi...Lui prende un ragazzo italiano molto bello, lo trascina in un ballo forsennato e in un attimo sparisce con lui in una stanza. La seconda volta l'ho visto alla Scala. Balla per 5 minuti e si pianta in equilibrio perfetto su una punta. Dal loggione uno grida: «Dio». La terza volta, lo intervisto al bar del Covent Garden di Londra e mi porto mia madre. Sapevo che gli omosessuali amano le vecchie signore e poi lei era russa. Era infagottato in un'orrenda tuta, eppure si percepiva chiaramente il sex appeal. Aveva occhi difficili da guardare, dentro c'erano delle fiammelle dorate. E sotto una fissità maniacale.
In un'intervista al Corriere ha parlato del suo incontro con Vallanzasca.
Ho cenato a casa sua pochi anni fa. Non è più il bel Renè, ha tutta la faccia spaccata perché in prigione gliene hanno fatte di tutti colori. Rappresenta la vecchia malavita con un codice d'onore. La prima volta che lo prendono a Roma, negli anni Settanta, in mezzo alla folla sociologizzante dell'epoca un giornalista gli domanda: «Lei si ritiene una vittima della società?». E lui: «Non diciamo cazzate». L'avrei ringraziato solo per questo. Ha sempre ammesso le sue responsabilità e ha sollevato altri che erano stati ingiustamente accusati al posto suo. E' un bandito onesto in una società dove accade che gli onesti siano dei banditi. Se mi chiede di scegliere tra Vallanzasca e la nostra classe politica, con gli affaristi di contorno, non ho dubbi. Quella malavita aveva codici e regole.
Che faceva negli anni della contestazione?
Il Sessantotto in Italia ha portato una sorta di conformismo al contrario. Non hanno capito che l'antifascismo non è un fascismo di segno contrario, ma è il contrario del fascismo. Se prima in Università dovevi andarci in giacca e cravatta, dopo dovevi andarci con l'eskimo. E poi i pestaggi trenta contro uno erano intollerabili, vili. Ho partecipato alle due prime occupazioni, poi ho levato le tende. Io sono nato negli anni Cinquanta, eravamo tutti poveri, nessuno se lo ricorda. Ma sulla strada c'erano regole: se uno cadeva a terra, non potevi toccarlo.
Fa il giornalista da quarant'anni: come sta il mestiere?
Non c'è più. E non voglio dire come faceva Bocca quando stava morendo che siccome lui stava morendo non c'era più giornalismo. Fatico ad aprire i giornali, ormai. C'è troppo di tutto, non esiste più il merito. Le firme sono scomparse. Montanelli e Bocca, per dire i nostri maggiori, avevano fatto trent'anni di campo e poi scrivevano gli editoriali. Adesso fanno fare gli editoriali ai ragazzini, spesso non sono altro che temini del liceo. Anche perché a trent'anni, cosa vuoi avere da dire?
E adesso, l'Italia?
Siamo un paese maleducato. Le persone si fanno continuamente sgarbi senza neanche rendersene conto, non esiste il rispetto dell'altro. Vedo molta mancanza di dignità, gente che si vende per niente. Se tu sei in uno stato di necessità e rubi, ti può essere perdonato. Ma non si può sputtanarsi per i cioccolatini o i boxer, e penso agli scandali dei consigli regionali. Una cosa che però si riverbera anche fuori dalla politica per cui se tu vai in piscina, ti fregano un paio di slip. Sporchi.


lunedì 2 febbraio 2015

Al Sisi, il criminale che piace all'Occidente

Una settimana fa la polizia del generale Al Sisi ha compiuto l'ennesimo massacro uccidendo 17 persone che manifestavano contro il regime. Questa volta la notizia ha trovato posto nei giornali occidentali, sia pur ben occultata nelle pagine interne, perché fra le vittime, anche se in una circostanza parallela, c'è Shaima Al Sabbagh, una donna di 32 anni, esponente dell'Alleanza socialista, laica, e quindi non sospettabile di appartenere alla Fratellanza musulmana. Ma questa non è che l'ultima delle nefandezze, e nemmeno la peggiore, commesse dal generale tagliagole Al Sisi che nel luglio del 2013 spodestò con un colpo di Stato Mohamed Morsi, il leader dei Fratelli musulmani che avevano vinto le prime elezioni libere in Egitto con 13 milioni di voti. Subito dopo mise in galera Morsi, tutti i dirigenti della Fratellanza e la mise fuori legge come movimento terrorista. A seguire vennero i massacri dei Fratelli. Prendendo come pretesto la morte di un poliziotto ne furono uccisi poco meno di un migliaio. Altri 16 mila stanno in galera. Nel maggio del 2014 Al Sisi si autoproclamò presidente attraverso delle elezioni farsa. Nonostante tutte le agevolazioni, voto prolungato di un giorno, treni gratis, vacanze e soprattutto le intimidazioni, multe di 50 euro per chi non andava a votare (una cifra enorme in Egitto), l'elettricità tolta nelle abitazioni per costringere la gente a uscire per sottrarsi al gran caldo, le minacce, mentre qualche anchorman particolarmente zelante (i Vespa della situazione) proponeva di «sparare a chi resta a casa», ai seggi si presentò solo il 20% della popolazione (per l'elezione di Morsi l'affluenza era stata del 52%). Poi sono venuti i processi, ancora più farseschi. 529 presunti Fratelli musulmani, o comunque colpevoli solo d'essere tali, sono stati condannati a morte in udienze che duravano non più di cinque minuti, con la presenza dell'accusa ma non della difesa. Poi il regime, bontà sua, ha confermato la pena capitale 'solo' per 37 imputati, per tutti gli altri l'ergastolo. In Egitto è proibita per legge qualsiasi manifestazione di protesta, anche la più pacifica. La censura è totale e decine di giornalisti sono in galera.
Nonostante queste credenziali il generale Al Sisi (che era già capo dell'esercito all'epoca di Mubarak, paradosso dei paradossi della 'primavera egiziana') è molto gradito in Occidente. Si è proposto ed è stato accettato come intermediario nell'eterna questione israelo-palestinese. Ma soprattutto è ritenuto un valido alleato contro l'Isis e gli americani, che riforniscono l'esercito egiziano dai tempi di Mubarak, gli hanno dato altri elicotteri Apache che molto probabilmente Al Sisi più che contro i guerriglieri del Califfato userà per altri stermini sui Fratelli.
Intanto a furia di essere trattati come terroristi una parte dei Fratelli lo è diventata davvero e diecimila egiziani sono accorsi a ingrossare le file dell'Isis. La gente non è scema. E gli slamici radicali meno degli altri. Chiunque può vedere che i cosiddetti 'diritti umani' sempre sbandierati dall'Occidente per andare a ficcare il naso, anzi le armi, in casa altrui, quando questa casa non ci aggrada, scompaiono dalla vista quando sono massacrati da regimi amici. Stiamo facendo da 13 anni una guerra assassina in Afghanistan perché i Talebani avevano imposto la sharia, ma in Arabia Saudita, nostro alleato, le lapidazioni delle adultere sono all'ordine del giorno (per quanto ne so io nei sei anni di governo del Mullah Omar non ci furono lapidazioni).
Continuiamo pure con la politica dei 'due pesi e due misure'. E fra non molto avremo contro non solo le popolazioni islamiche, ma anche quelle occidentali che non riescono a riconoscersi nell'ipocrisia, violenta e sanguinaria, dell'Occidente.


Siria: Damasco 1993


Soldi all'agricoltura perché sarà il cibo il vero problema

La Bce ha deciso di immettere, nel giro di due anni, circa mille miliardi e 400 milioni sul mercato europeo. E' il cosiddetto quantitative easing. Ho pochissima fiducia nelle politiche monetarie e sono d'accordo con quanto scrive Pedro de Valencia nel 1608 dopo che la Spagna aveva rapinato tutto l'oro e l'argento alle civiltà precolombiane col risultato di ritrovarsi più povera di prima: «Il male è venuto dall'abbondanza di oro, argento e moneta, che è stato sempre il veleno distruttore delle città e delle repubbliche. Si pensa che il denaro è quello che assicura la sussistenza e non è così. Le terre lavorate di generazione in generazione, le greggi, la pesca, ecco quello che garantisce la sussistenza delle città e delle repubbliche. Ciascuno dovrebbe coltivare la sua porzione di terra e quelli che vivono oggi della rendita e del denaro sono gente inutile e oziosa che mangia quello che gli altri seminano». Mi sembra che de Valencia, mutato qualche termine relativo all'economia del suo tempo, fotografi esattamente la situazione di oggi.
Naturalmente la decisione di Draghi ha anche le sue ragioni. Una è quella di controbattere la concorrenza sleale degli Stati Uniti che, insensibili, a differenza dell'Europa, a ogni politica di austerità, continuano a immettere nel sistema globale trilioni di dollari. Ma in questo modo si crea una enorme bolla speculativa che prima o poi ricadrà sulla testa di tutti come già è avvenuto, per responsabilità dell'America, col crack della Lehman Brothers che ci ha portato, dal 2008 in poi, alla crisi attuale. E la prossima bolla, essendo ancora più grande per poter coprire la prima, avrà effetti ancora più devastanti.
L'altra ragione è che nel sistema che abbiamo creato la liquidità è necessaria alle imprese per investire. E devono farsela dare dalle banche. Per la verità fino a non moltissimi anni fa, in Italia almeno fino ai tempi di Angelo Rizzoli senior che ancora nel 1970 raccomandava al figlio e ai nipoti «non fate mai debiti con le banche», le imprese la liquidità se la creavano da sole senza dover ricorrere a questi strozzini legalizzati. Ma oggi non è più così. E poiché il denaro della Bce andrà prima alle banche e solo poi, ed eventualmente, alle imprese, saliranno probabilmente i titoli delle società di credito quotate in borsa, un ottimo affare per gli azionisti che son proprio quella «gente inutile e oziosa» di cui parlava de Valencia, ma non per gli altri. Ma il punto poi non è nemmen questo. Cosa produranno, con la 'fresca' in tasca, le imprese, vecchie e nuove? Un'ulteriore, inutile, oggettistica di cui siamo già pieni zeppi? Questo servirà per nascondere per un po' la bolla ma prima o poi, più prima che poi, ci troveremo di fronte al problema che ci tormenta oggi, l'impossibilità di crescere ancora perché anche la capacità di inventarsi nuove sciocchezze ha un limite.
Io credo che questa liquidità dovrebbe essere diretta nel settore dell'agricoltura perché negli anni a venire il cibo diventerà, anche nei paesi sviluppati, anzi forse soprattutto in questi, il problema cruciale. Fu l'intelligente politica di Mussolini che senza abbandonare l'industria (l'Iri, Istituto per la Ricostruzione Industriale, fu un'efficace risposta alla crisi del '29 causata, guarda un po', dall'America) puntò sull'agricoltura con la bonifica delle paludi pontine e maremmane e con gli incentivi ('la campagna del grano' mi pare si chiamasse). Ma Mussolini era un dittatore e poteva permettersi politiche lungimiranti, anche con metodi piuttosto sbrigativi. Le leadership delle democrazie, legate al consenso 'qui e ora' non riescono a guardare al di là del proprio naso. E sarà questo, Isis o non Isis, che le porterà a fondo.


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)