"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 28 maggio 2015

Con gli occhiali di Nash si vede meglio il gioco della Grecia



Forse l’espressione “equilibrio di Nash” può non avere un significato per molti, ricordando però il famoso film “A Beautiful Mind” con Russell Crowe ecco che a tutti viene in mente la “teoria dei giochi” elaborata da John Nash, premio Nobel 1994, tristemente scomparso in un incidente stradale.
Il lavoro di Nash ha cambiato il modo di pensare degli economisti e rivoluzionato la metodologia e i modelli utilizzati per analizzare problemi legati all’ottimizzazione dell’allocazione delle risorse. I modelli di economia politica – semplificando la realtà – si basano sulla massimizzazione della utilità individuale che porta al raggiungimento dell’ottimo paretiano. Quest’ultima è una condizione che descrive un’allocazione delle risorse tale per cui non è possibile apportare miglioramenti al sistema, cioè non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro.
Il contributo accademico di Nash ci permette di analizzare situazioni conflittuali con l’ausilio di occhiali nuovi che chiameremo gli “occhiali di Nash”, le cui lenti sono quelle della teoria dei giochi appunto. Infatti il risultato più importante dell’economista appena scomparso è quello di dimostrare matematicamente l’esistenza di un equilibrio raggiunto da individui che agiscono seguendo delle proprie strategie, la più razionale che si può adottare, con le quali ogni individuo (giocatore) compete con un altro altrettanto razionale in un “gioco non cooperativo”.
Se ogni giocatore massimizza il suo “pay-off” (dove il guadagno di un giocatore in generale dipende infatti non solo dalla sua strategia ma anche dalle scelte strategiche degli altri giocatori) si perviene ad un “equilibrio di Nash” e nessun individuo può più migliorare il proprio risultato modificando solo la propria strategia, ed è quindi vincolato alle scelte degli altri individui-giocatori.
Tuttavia, non è detto che tale equilibrio sia la soluzione migliore per tutti, ossia un ottimo paretiano, come citato sopra.
L’esempio più eclatante è rappresentato dal dilemma del prigioniero che riguarda la situazione di due prigionieri detenuti in celle separate i quali hanno due possibili scelte (strategie): confessare o non confessare. Nella seguente tabella possiamo rappresentare l’esito del gioco:


I due prigionieri, massimizzando il loro pay-off, sceglieranno entrambi di confessare, ma come si nota dalla tabella sopra, non è una soluzione pareto-efficiente.
L’ottimo di Pareto è razionale dal punto di vista collettivo, ma non lo è affatto dal punto di vista individuale; difatti sarebbe preferibile una combinazione “non confessa / non confessa”. Ma come arrivare a questa “migliore” configurazione? Semplice: con la cooperazione tra i giocatori.
Proviamo ora ad utilizzare questi “occhiali di Nash”. Se guardiamo alla situazione davvero conflittuale della Grecia con i suoi creditori internazionali, ci chiediamo se la teoria dei giochi possa in qualche modo essere utile nella difficile negoziazione con la ex Troika (FMI, UE e BCE), oggi ribattezzata Brussels Group. Sappiamo che Yanis Varoufakis, ministro delle finanze in carica, è un matematico, appassionato di teoria dei giochi e fine intenditore di questa teoria, due libri sul tema all’attivo, ma non gradisce che si faccia tale accostamento nella realpolitik della Grecia.
Ma noi la tentazione l’abbiamo eccome.
Effettivamente, nel contesto europeo, l’entrata in scena di Varoufakis è stata vista come quella di un nuovo “giocatore” che ha modificato il gioco stesso, modificando di conseguenza i pay-off di tutti.
Le azioni intraprese da Varoufakis si sono modificate ed articolate seguendo schemi diversi, o meglio, giochi diversi che rappresentano applicazioni della teoria di Nash. Ripartiamo dall’inizio del gioco. L’Europa in situazioni simili era abituata a prevedere le mosse della controparte, la strategia era semplice: aiuti in cambio del rispetto di un programma di austerity.
Qui invece la mossa della Grecia è stata del tipo: niente aiuti e no ad interventi sul taglio del welfare. Inutile dire che la UE non si aspettava una simile mossa ed è rimasta completamente interdetta. Varoufakis ha manifestato apertamente i suoi obiettivi: restare nell’Euro e ridefinire il debito estero. Un classico “dilemma del prigioniero”.
Varoufakis più volte ha richiamato l’Europa perché facesse la sua parte. La strategia della Grecia infatti si è articolata come uno dei famosi giochi teorizzati da Nash: “il dilemma dei coniugi”, ispirato come si può intuire dalla vita quotidiana, la scelta se oziare o fare le pulizie domestiche. Oziare mentre l’altro fa le pulizie permette di raggiungere il massimo benessere (la casa pulita senza il minino sforzo), di converso pulire mentre l’altro ozia è la situazione peggiore (ci vuole il doppio della fatica).
Se entrambi oziano, si sta bene ma non troppo, dato che la casa rimane sporca. Insomma, la situazione migliore è se entrambi i coniugi puliscono (il lavoro è diviso, consentendo di oziare almeno un po’ con la casa è pulita). In questo ambito, la continua dialettica di Varoufakis con la Germania era volta a sperimentare il “gioco” per raggiungere la cooperazione.
Infatti se il gioco viene ripetuto un numero finito di volte si dimostra che è possibile la cooperazione ricorrendo alle “grim strategies” ossia le strategie inflessibili. Riprendendo l’esempio, dato che i due coniugi si preoccupano dei loro rapporti futuri, allora collaborano e puliscono entrambi, ma se poi uno di loro ad un certo punto ozia, la cooperazione sparisce per sempre.
Ritornando al caso greco, Varoufakis sa bene a che partita sta giocando e intende portarla avanti, come ha fatto fino ad ora, seguendo un “gioco di segnalazione” nel quale dinamicamente ha sperimentato diversi segnali, perfino quello della richiesta dei risarcimenti alla Germania per i fatti della Seconda Guerra Mondiale. Queste dinamiche sono messe in atto con lo scopo di “svelare” i veri pay-off dei giocatori, prestando attenzione ad eventuali debolezze da sfruttare, studiandone dunque la probabilità statistica di ogni mossa.
Ma se il gioco si fa più duro, come pare stia succedendo nel negoziato Grecia-BCE-EU, il dilemma del prigioniero, con le sue più fini articolazioni, può collassare nel noto “chicken game” (o gioco del pollo) che si rifà al famoso film “Gioventù bruciata” in cui due ragazzi fanno una gara di coraggio correndo con la macchina verso un burrone, chi sterza prima fa una figura del codardo, ma se alla fine nessuno sterza entrambi moriranno cadendo nel burrone.
La situazione delle finanze greche è davvero preoccupante, nel mese di giugno il Paese ellenico deve restituire un ammontare pari a 6,74 miliardi di euro. Il rapporto debito/PIL è pari al 177% e il tasso di disoccupazione ha toccato il 26% con un crollo del PIL pari al 25% dal 2010. Il “bailout” totale, l’entità dei prestiti concessi per salvare Atene dal collasso, ammonta a oltre 240 miliardi.
Ma quali suggerimenti possiamo ricavare e magari suggerire come soluzione al pesante braccio di ferro sulla situazione greca?
Semplifichiamo e pensiamo ai due principali attori: la Grecia e la Germania. Ci sono due aspetti da considerare. Primo, i due Paesi non si fidano l’uno dell’altro, nei loro calcoli non sono cooperativi e finiranno per “confessare”, come ci insegna Nash. Infatti Varoufakis, consapevole, ha più volte dichiarato che la UE non è tanto un’unione di Stati che cooperano tra loro ma meglio un gruppo di Stati che competono tra loro.
Secondo, per attuare una strategia vincente, il negoziato deve concentrarsi sugli obiettivi primari raggiungendo un compromesso su quelli secondari. La Grecia guidata dal partito di sinistra radicale Syriza ha promesso un allentamento delle misure di austerity (obiettivo irrinunciabile) mentre quello del taglio del debito può essere considerato secondario. Per la Germania invece risulta primario evitare una diminuzione del valore nominale del debito (obiettivo primario) mentre potrebbe trattare sul tema delle riforme.
La partita è sicuramente globale e Nash, sono sicuro, ci suggerirebbe di collaborare.
Les jeux sont faits, faites vos jeux

  Pasquale Merella (Il Sole 24 Ore - 27 Maggio 2015)

Politica italiana: noi non podemos


In Spagna vince Podemos, una sinistra giovane che fa la sinistra e con un leader serio che alimenta speranze, che vedremo se saprà soddisfare, ma intanto segnala la vitalità di una democrazia giovane e in buona salute. Nella cattolicissima Irlanda vincono addirittura i matrimoni gay, mentre noi siamo ancora qui a domandarci se sia il caso di riconoscere le unioni civili, patrimonio comune della destra e della sinistra in tutto il resto d’Europa. E l’Italia? L’altra sera, come ogni tanto gli accade quando è sovrappensiero, Berlusconi ha detto almeno una cosa vera a Che tempo che fa. Vera e al contempo agghiacciante: i due Matteo, nel senso di Renzi e Salvini, sono i beniamini dei sondaggi e degli elettorati di centrosinistra e di destra perché sono sempre in televisione. Il fatto che abbiano poco di nuovo da dire, e che quel poco sia perlopiù falso, non conta: lo dicono benissimo, e tanto basta in tv, dunque nella testa degli italiani. La differenza con B. è che lui, di nuovo, non ha proprio nulla da dire e per di più lo dice malissimo: dunque anche se occupasse da mane a sera i teleschermi come ai (suoi) bei tempi, non sposterebbe voti. E lo sa bene, infatti promette nuovi (o nuove) leader che non ha.

Ancora una volta, con buona pace di chi l’ha sempre negato per giustificare il conflitto d’interessi, il Fattore Tv si dimostra, come a ogni elezione dal ‘94 a oggi, fondamentale per conquistare o conservare i consensi: il video logora chi non ce l’ha e chi non la fa. Prendete anche i 5Stelle: l’anno scorso si illusero che bastassero le piazze, mentre Renzi girava i talk show a televendere i suoi 80 euro, e alle elezioni europee li doppiò: 40,8 a 21. Poi Grillo e Casaleggio scoprirono che la tv non è il demonio, basta saperla usare con un pizzico di sale in zucca e saperci mandare chi “buca” e “funziona”, tipo i cinque del Direttorio più alcuni altri. E subito un movimento che pareva destinato al viale del tramonto è tornato a salire nei sondaggi.

Intendiamoci. Non c’è nulla di incoraggiante nel constatare che siamo ancora il paese più teledipendente d’Europa, dopo tutte le teorie sulla morte della tv generalista, sulle magnifiche sorti e progressive della Rete e sull’inutilità di darci una legge antitrust e sul conflitto d’interessi. Ma le cose stanno così: anche questa campagna elettorale che dovrebbe essere più vicina e attenta ai problemi locali si fa negli studi televisivi: le Regioni sono le istituzioni più sputtanate che abbiamo (fra le tante), e dei loro problemi sembra fregare poco o nulla. Tant’è che in video i candidati si vedono pochissimo, oscurati dai soliti Renzi & Salvini, con l’aggiunta (tardiva in tutti i sensi) di B. Tutti e tre accomunati da un sovrano disprezzo per i cittadini, trattati come carne da cannone, o di porco.

Anni fa, in un altro raro lampo di sincerità, B. paragonò l’elettore medio a “un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco”. Tutti, ma proprio tutti i leader di partito ci considerano un ammasso di creduloni che si bevono tutto e a cui si può raccontare di tutto. Renzi, il più grande riciclatore di vecchie muffe della storia repubblicana, continua a raccontarci che sta “cambiando l’Italia”. Salvini, che non ha mai lavorato in vita sua e vive di politica da 20 anni, cioè da quando ne aveva 20, si spaccia per il nuovo che avanza e gabella per ricette nuove ed efficaci contro l’immigrazione le vecchie e ammuffite patacche usate per vent’anni da Bossi e Maroni e regolarmente fallite a livello nazionale, regionale, provinciale, comunale e rionale. B. continua a menarla con la “svolta autoritaria” di Renzi, a cui ha collaborato fino all’altroieri. Mai, nella pur ragguardevole tradizione italiota, s’era visto un così alto, trasversale e totalitario concentrato di balle. In un paese maturo, la rivolta degli elettori umiliati porterebbe a uno sciopero plenario del voto.

Qui è tutto più lento, anche se i sondaggi registrano da qualche mese le prime fughe di massa dal nuovo pifferaio, che è riuscito a farsi sgamare molto più in fretta di quell’altro. Fughe che però si indirizzano prevalentemente verso l’astensione, che l’anno scorso con l’aggiunta delle bianche e delle nulle toccò il 45% degli aventi diritto, e che ora sfiorerà il 50. Cioè toglierà all’insieme delle forze politiche l’ultimo scampolo di legittimità: quel quorum al di sotto del quale i referendum non valgono. Se poi la forza antisistema dei 5Stelle confermasse i sondaggi sopra il 20% (pari al 10 degli aventi diritto), avremmo i due terzi degli elettori che contestano in blocco tutti i partiti. Ma servirà a poco. Per un paio di giorni si aprirà il solito dibattito-farsa sul “divario fra paese reale e paese legale” (si fa per dire) e su come “riavvicinare i cittadini alla politica”. Seguirà la consueta spartizione delle poltrone fra partiti la cui voracità è inversamente proporzionale alla rappresentatività. Il manuale Cencelli calcola le percentuali di cadreghe in base ai voti validi, fossero anche 2 o 3. Si spera che stavolta chi vuole protestare davvero lo faccia attivamente, votando contro gli impresentabili di ogni risma e a favore dei presentabili. Chi non vota ha quasi sempre ragione, ma lascia tutta la torta a chi ha torto.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano - 26 maggio 2015)


venerdì 8 maggio 2015

Daniele Corsini e Davide De Crescenzi: il mondo della finanza e altre cose.

In un contesto sempre più caratterizzato da improvvisati e improbabili opinionisti o, peggio, sedicenti scrittori partigiani, per avere informazioni qualificate, occorre sempre approfondire le tematiche ricorrendo a letture dedicate. 
Per questo, sempre più, rimangono insostituibili gli specialisti dotati di onestà intellettuale che, nella loro qualifica  di analisti del pensiero, con oculati e chiari scritti riescono a rendere comprensibili anche i fenomeni più complessi. 
Per quanto ovvio, consentire e facilitare a questa tipologia di scrittori l'accesso ad una editoria non monopolizzata assicurerà sempre la libera circolazione delle idee e di qualsiasi modello socio-politico. Ancor di più oggi, atteso il fatto che la globalizzazione - riuscendo ad espandere le platee di ascolto e le occasioni di verifica - può facilitare una virale diffusione del pensiero.
Le scelte dei lettori (cittadini del mondo) contribuiranno poi al successo o magari al diffondersi delle mode, ma daranno sempre linfa propositiva ai dibattiti, alle critiche ed all'affinamento di ogni ipotesi teorizzata. 
In questa linea si muovono gli autori Daniele CorsiniDavide De Crescenzi che, ancorché fini saggisti specializzati in tematiche finanziarie, riescono spesso a fare immaginare dei nuovi mondi possibili; i due, peraltro, nell'illustrare efficacemente le loro creative proposte organizzative, non disdegnano mai di discuterle - esponendo, se è il caso, eventuali criticità o loro possibili dubbi - e di rendersi disponibili a confronti. 
Per avere un esempio della loro produzione può tornare utile consultare alcuni articoli postati nel presente blog o dei loro saggi reperibili in commercio anche in forma di ebook (Banche e Vanghe).


Essec


Linea d'ombra


Qualche settimana fa ho scritto un pezzo che, avendo come tema il confezionamento dell'autoriforma del sistema del credito cooperativo, era intitolato "Ildifficile mestiere del sarto". Oggi dovrei riprendere quella metafora e intitolarla "Il sarto impazzito". Nel frattempo infatti sul tavolo da lavoro del nostro immaginario artigiano i modelli cartacei, presupposto per passare al taglio e alla cucitura definitiva dell'abito, si sono moltiplicati e affastellati, al punto che la confusione è massima ed è financo complicato distinguerli l'uno dall'altro.
Ne ho contati almeno sei o sette, proposti da altrettante componenti centrali e periferiche del movimento bancario cooperativo, nessuno dei quali sembra al momento prevalere. Chiedo comunque venia se, citandoli, ne ho scordato qualcuno, magari uscito proprio mentre sto scrivendo.
Le endiadi che possono aiutare a riassumerli sono: obbligatorietà vs volontarietà di adesione a nuovi schemi, ovvero coscrizione obbligatoria o libera uscita, unicità/centralismo vs pluralismo/decentramento, cioè l'unione fa la forza, ma è anche vero che più aiuole fiorite esprimono la biodiversità del localismo bancario. Infine centrale cooperativa o gruppo bancario S.p.A., vale a dire se debba prevalere l'anima associativa del movimento piuttosto che lo spirito imprenditoriale delle sue articolazioni. Ma vi dico ancora che non sono mica tanto sicuro di saperne cogliere le effettive diversità. Quindi, per favore, ancora una volta non criticatemi.
Quanto ai protagonisti, elenco senza un ordine preciso: l'iniziativa di Federcasse, quella degli ultimi giorni di Iccrea Holding, un'iniziativa ciascunodella Cassa Centrale del Trentino e di quella altotesina, la proposta della BCC di Roma, quella della BCC CentroPadana, nonché la ormai storica, dati gli anni trascorsi dalla sua prima uscita pubblica, della Federazione Toscana con il suo affezionatissimo gruppo cooperativo paritetico.
Tra i vari raggruppamenti, vi è da considerare anche quello delle BCC, che, con valide ragioni, si propongono di sottrarsi alla logica di ogni erba un fascio e cercano di approfondire le implicazioni di una trasformazione in banca popolare o in società per azioni.
Non sembra che, così facendo, si vada verso un'auto soluzione di sistema, dato che i compromessi necessari richiederebbero a ciascuno dei proponenti di rinunciare a parti essenziali delle loro idee riformatrici.
Ma, come in politica, anche in banca non conviene coltivare certezze. Può essere che da ultimo qualche "coniglio unitario" esca dal cilindro che al momento ne contiene tanti, ma mi sembra sempre più probabile che ci voglia un arbitratore, un decisore, un "sarto dei sarti", che autorevolmente, da esterno, dia soluzione al problema. E così il valore politico di un movimento che, riconoscendo le proprie criticità, ne promuove, autonomamente e con determinazione, il superamento va definitivamente perduto. E con esso l'autorevolezza. Va da se' che il "magister sartorum" non potrà che essere, in base alle rispettive competenze, il binomio Governo-Bancaditalia.
Il secondo punto riguarda, invece, ciò che manca a tutte le proposte di rinnovamento della Governance fin qui rese note. Non mi stancherò di dire che manca un progetto industriale che, intervenendo sulle prospettive di sviluppo del credito cooperativo, dia supporto ai cambiamenti di Governance.
La nuova Governance senza Progetto Industriale è zoppa, il Progetto Industriale senza la nuova Governance è cieco.
Molti sono gli spunti da progetto industriale. Si va dalle esigenze di rilancio e ampliamento del business, agli investimenti in tecnologia, al rafforzamento delle professionalità degli addetti e dei vertici, al consolidamento delle troppo numerose entità della galassia, al ridimensionamento della rete distributiva. E così via.
Ma forse, più ragionevolmente si dovrebbe almeno parlare di come mettere in sicurezza i resti del sistema del credito cooperativo con un piano di natura straordinaria volto a semplificare e rilanciare quello che ne rimane. È talmente rilevante la quantità dei crediti dubbi anche presso le Bcc che oggi la consapevolezza si dovrebbe spostare sulla natura macroeconomica degli interventi necessari per rammendare non tanto le singole aziende, quanto il movimento nel suo complesso. Invece prevale la sensazione di un continuo gioco dell'oca che torna sempre alla casella iniziale.
La fascinazione che esercitano i modelli della nuova Governance impedisce di occuparsi di mutamenti strutturali sempre più necessari. Con il che i ritardi e le inefficienze rischiano di accumularsi ulteriormente.
Scusatemi ancora, ma mi viene d'impulso il detto che mentre a Roma e in altri luoghi d'Italia si discute a non finire di autoriforma, Sagunto, ovvero il sistema bancario cooperativo, si indebolisce ancora di più. E citando a memoria, mi viene alla mente anche Einstein sulla contraddizione di affidare ai responsabili delle attuali criticità la soluzione dei problemi che essi hanno contribuito a generare.
C'è poi un terzo punto che riguarda l'affanno che si avverte per chiudere rapidamente situazioni di crisi bancaria di BCC di grande dimensione, prima che entri in vigore il nuovo quadro europeo sulla risoluzione delle crisi e sui fondi di garanzia dei depositi, che ruoterà intorno al minaccioso bail-in, il quale, nelle discussioni e sulla stampa, sta diventando quasi un luogo comune, senza che se ne siano finora sperimentate le conseguenze sulla fiducia del depositante bancario.
È bene che queste ultime operazioni avvengano nella massima trasparenza (cioè evitando ogni possibile conflitto di interessi) e sostenibilità per tutto il movimento, considerato il cospicuo impegno di risorse richiesto da detti salvataggi e l'emergere di fattispecie non proprio edificanti, quali il collocamento da parte di gestioni un po' allegre e per anni senza efficaci controlli di obbligazioni attinenti a prestiti subordinati a clientela con profilo tecnico non adeguato alla comprensione dei relativi rischi. Elementi di gravità tale che, doverosamente, i commissari straordinari di alcune banche decotte portano alla luce, con la conseguente necessità di onerosi interventi a protezione dai rischi di reputazione, se non addirittura da ipotesi di accuse per truffa.
Infine, è da poco terminata l'ispezione presso Iccrea Holding, una dei primi test di integrazione della nuova vigilanza europea con la vigilanza nazionale, avente ad oggetto, per quanto se ne sa, Governance e Tecnologia di quel gruppo bancario diventato di rilevanza sistemica. Credo che ci sia, tra gli addetti ai lavori, curiosità per conoscerne gli esiti. 
Tutto il resto, avrebbe cantato il grande Califano, è noia e non è gioia.

Daniele Corsini (A.D. Cabel Holding)

mercoledì 6 maggio 2015

Renzi e le parole in libertà. Così l’Italia diventa Disneyland

Renzi è tv e parole. Nulla di male, se non fosse che con le parole trasforma, stravolge la realtà, e stravolge le parole per stravolgere la realtà. Bastano alcuni, significativi esempi. Una delle sue passioni è indubbiamente quella delle citazioni colte; peccato che chi gliele suggerisce (tipo Baricco e i suoi holdeniani? perché non è credibile che siano farina del suo sacco) o lo informa male o le piega ai suoi interessi. E’ il caso della frase di Conrad che segnò la sua corsa alla segreteria del Pd nel 2012, quel “Solo i giovani hanno di questi momenti” che fu lo slogan della Leopolda.
Oltre al fatto che Conrad ha avuto una gioventù tremenda, vissuta in povertà, violenza e depressione, quello è l’incipit del capolavoro La linea d’ombra, che lo scrittore anglo-polacco scrisse a 60 anni, e che prosegue così: “Che momenti? Ebbene, momenti di tedio, di stanchezza, di scontento. Momenti di irriflessione. Parlo dei momenti in cui chi è giovane è incline a commettere atti inconsulti”. Se solo Renzi fosse andato oltre pagina uno riga uno, non avrebbe scelto quella frase come suo manifesto, a meno di non volersi dare la zappa sui piedi. “Ma in fondo chissenefrega della verità?”, avrà pensato, “Oggigiorno chi va più a controllare? Basta che funzioni qui e ora, e se la bevano”.
E così è stato. La conquista del Pd, poi il governo, sempre sulla scia della parola e dello slogan e dell’hashtag che buca, spacca, funziona e chissenefrega se è un camouflage della realtà. Basta che gli italiani se la bevano. Ecco allora il florilegio di #cambioverso (ma per andare dove? verso il meglio o il peggio?), #lavoltabuona, “le riforme contro chi dice sempre no”, senza porsi minimamente il problema che magari se dicono no hanno ragione, che la “riforma” in sé non è necessariamente buona, magari è cattiva e allora meglio non farla. O magari (anzi, sicuramente) ponendoselo, il problema; tanto basta aggirarlo trasformando il linguaggio della politica in pubblicità ingannevole. Per la serie: se ti dico che sei brutta t’incazzi, allora meglio “sei bella come il cielo”, senza specificare se c’è il sole o piove a dirotto. E tu ci stai.
E ti bevi la “riforma” autoritaria (nel merito e nelle modalità d’approvazione) dell’Italicum (è una ri-forma, mica si può rimanere ancorati alla forma del passato); la “buonascuola”, che favorisce i ricchi, le scuole private e lascia a casa insegnanti già abilitati (lo dice la parola stessa: è buona, quindi è buona); le “tutele crescenti” e il “rimansionamento” del Jobs Act (se ti dico che sono in realtà “calanti” e ti “demansiono” mica mi voti); l’Expo che “nutre il pianeta”, cominciando da Farinetti (da qualcuno si dovrà pure cominciare, no?); i black bloc che rovinano la festa (e così non si parla di chi protesta – giustamente e pacificamente – per i lavori non finiti, gli scandali degli appalti, i soldi pubblici sprecati, le infiltrazioni mafiose, e se Fedez interviene è un “mentecatto”); il “basta col capitalismo di relazione” (tanto chi si ricorda Davide Serra o il decreto sulle banche popolari?); e il giù le mani da De Gennaro, Descalzi, i sottosegretari indagati e i candidati alle regionali condannati (il “Daspo per i politici corrotti” vale solo come flatus vocis all’indomani dello scandalo, per tutti gli altri giorni c’è “L’avviso di garanzia non può costituire un vulnus all’esperienza professionale di una persona”).
E, a forza di bere l’assenzio-Renzi, sei ubriaco e felice, e l’Italia diventa Disneyland. Finché dura l’effetto. Tanto, appena cala, è pronto il nuovo bicchierino di parole. Stravolte anche per togliersi qualche sassolino: l’ex direttore De Bortoli gli dà del “maleducato di talento”? E Renzi rifila un’altra citazione farlocca di Gilbert Keith Chesterton: “La democrazia è il governo dei maleducati, e l’aristocrazia è degli educati male”. Tiè. Ma Chesterton ha scritto tutt’altro: “Democrazia significa governo degli incolti” (cioè dei non educati, non istruiti), “aristocrazia dei maleducati” (cioè educati male). Mi sa che Renzi rientra in entrambe le categorie. Ma tanto #chissenefrega? Chi va a controllare? Basta che funzioni qui e ora, e se la bevano. Glu-glu.

Luisella Costamagna (Il Fatto Quotidiano - 5 maggio 2015

sabato 2 maggio 2015

ITALO-ADOLESCENTI



La natura degli italiani vista da un italiano all’estero.
“Le avventure di Pinocchio”, il romanzo scritto 130 anni fa da Carlo Collodi, è stato da sempre considerato una favola di intrattenimento per ragazzi. Si trattava in realtà di una metafora del giovane popolo italiano, rappresentato con le sembianze di un burattino di legno ma coi tratti caratteristici di un adolescente ribelle, bugiardo e disubbidiente. L’adolescenza è quell’età della vita durante la quale si rifugge da ogni autorità, l’età in cui le attività più attraenti e piacevoli sono proprio quelle proibite, mentre al contrario imposizioni e solleciti “dall’alto” vengono regolarmente elusi o disattesi. Vietate a vostro figlio sedicenne di perdere troppo tempo con i videogiochi, e state pur certi che questa diverrà l’attività che lo appassionerà di più. Chiedetegli con insistenza di studiare o di impegnarsi col corso di musica, e molto probabilmente non aprirà più i libri o non toccherà più gli spartiti per un po’. Con sottili giochi psicologici, un attento genitore dovrebbe provare a proibire al figlio teenager ciò che vuole fargli fare, e viceversa imporre o consigliare vivamente le attività che vorrebbe limitare. “Basta rovinarti gli occhi con questi stupidi libri scolastici, vai a distrarti un po’ in discoteca con gli amici!”… Insomma, trasformarsi un po’ nel Gatto o nella Volpe, anziché nel Grillo Parlante. Potrebbe rivelarsi un trucco per vedere i nostri figli fare quello che vorremmo da loro, ma ci vuole molta coerenza e perseveranza, e una sintonìa perfetta tra ciò che diciamo e ciò che pensiamo. I giovani, che sono molto più furbi di quello che crediamo, scoprirebbero il trucco in breve tempo.
Trasponendo il discorso dal piano individuale al piano etnico, possiamo sostenere che il popolo italiano è un popolo (ancora) fortemente adolescente. Non solo per età (l’Italia come nazione unitaria esiste da soli 150 anni, da poco prima di Collodi) ma anche e soprattutto per comportamento. Una delle attività più eccitanti per un italiano è quella di infrangere regole e leggi.
Gli italiani sono un popolo che, proprio come un ragazzo, ha bisogno di un’autorità, ma più per criticarla e ribellarsi che per seguirla. Persino la lingua italiana a volte rispecchia questo stato mentale, questa forma di “pubertà” sociale. Il “burocratese” con cui si esprime il potere in Italia, è una forma linguistica che, come fanno a volte padri e madri coi figli adolescenti, prescrive, impartisce ordini, chiede senza farsi capire troppo, per ridurre i rischi di insubordinazione. Se dico a mia figlia “non mangiare troppi dolci” vado incontro a un sicuro rifiuto. Ma se le prospetto che “mangiando troppi dolci potrebbe ingrassare e farsi venire i brufoli, con conseguente perdita di appeal nei confronti dei ragazzi”, be’ allora potrei avere qualche possibilità di successo.
In questo senso, le altre lingue possono permettersi di essere più dirette, le società che le parlano lo consentono, avendo più il senso dell’autorità e della disciplina. Non è un caso che, sui treni, il divieto di sporgersi dai finestrini sia impartito come ordine in ogni lingua, mentre in italiano si trasforma in un suggerimento, in un consiglio:
– Niet naar buiten leunen (è un ordine!)
– Do not lean out of the window (è un ordine!)
– Ne pas se pencher au dehors (è un ordine!)
– Nicht hinauslehnen (è un ordine!)
– È pericoloso sporgersi (è un’informazione, un avvertimento. Poi, fate come volete…)
Lo scenario che più di tutti simboleggia il carattere ribelle degli italiani è la strada. Sappiamo che gli italiani al volante perdono la loro proverbiale galanteria, trasformandosi in despoti e tiranni a quattro ruote. Ma non è cattiveria, semplicemente il mondo di un italiano che guida è tutto incluso nell’abitacolo della propria auto, è un pianeta composto da sé stesso, dall’automobile e dai suoi passeggeri, in viaggio in uno spazio dove tutto il resto, ciò che è “là fuori”, non è altro che spazzatura cosmica, asteroidi e corpi estranei che disturbano il proprio moto. Chi guida è concentrato su se stesso e su quanto accade nel proprio veicolo, impegnato a discutere animatamente al cellulare o col compagno di viaggio, a voltarsi verso il sedile posteriore per menare ceffoni ai figli che litigano… Chiedergli anche di prestare attenzione alla strada e a ciò che gli si para davanti sarebbe davvero troppo; per quello c’è il clacson, che dovrebbe bastare a liberare l’orbita di viaggio. Pigiare poi il pedale del freno non se ne parla, sarebbe un’umiliazione.
Attraversare una strada, superare un incrocio, trovare un parcheggio diventano così sfide gigantesche, duelli senza regole in cui tutto è possibile. E infatti l’immagine di “far west urbano” è usata spesso e si applica perfettamente alle metropoli italiane (e non solo). Tra gli esempi di duelli urbani si annoverano i sorpassi da destra, le sgommate al semaforo, i parcheggi selvaggi: auto lasciate in varie posizioni, in ogni spazio disponibile, sul marciapiede, a bloccare l’accesso ai portoni, ai passi carrai, alle cabine telefoniche, alle strisce pedonali. Soprattutto queste ultime, le “zebre”, rappresentano un seducente invito alla sfida.
Ma come già accennato per i teenagers, anche sulla strada una trasgressione non è più eccitante e perde tutto il suo fascino se viene autorizzata, normalizzata. Riguardo alle zebre, ricordo che due anni fa mi recai in macchina a Roma con la famiglia, per mostrare la Città Eterna ai figli che non c’erano mai stati. Alla fine di via Veneto, nell’immettermi in piazza Barberini, ho notato un paio di persone ferme davanti alle strisce pedonali, impegnate nel tentativo di attraversare la strada. Io, corrotto e pervertito dai vent’anni vissuti in Belgio, mi sono fermato davanti alle zebre per farle passare. Gli increduli pedoni, confusi e disorientati, senza muovere un passo, si sono guardati tra loro con perplessità, domandandosi cosa stesse succedendo. Hanno cercato di osservarmi attraverso il parabrezza, chiedendosi chi fosse quel conducente che osava fermare il traffico per far passare qualcuno sulle strisce. Notando che io facevo loro cenno con la mano di attraversare, concedendogli così di trasgredire senza combattere, e superato il turbamento e lo sconcerto iniziali, si sono decisi finalmente a guadare via Veneto. Forse avranno capito l’arcano, quando voltandosi per guardare la mia auto che era intanto ripartita, hanno notato le cifre rosse della mia targa belga. Un veicolo alieno, dunque, un UFO estraneo allo spazio cosmico della città italiana…
A proposito di spazio, non solo la strada ma anche l’uso che si fa del territorio italiano dimostra una mentalità utilitaristica e poco lungimirante dello spazio. Una mentalità di breve termine, del “qui” e “adesso”, che ritroveremo di nuovo, più avanti. Ormai in Italia ogni temporale, ogni pioggia provoca disastri: frane, alluvioni, fiumi straripati, crolli. Sarà pur vero che col riscaldamento globale le pioggie sono più violente di una volta, ma questa non è l’unica spiegazione. In realtà il terreno non è più in grado di assorbire l’acqua che cade del cielo, semplicemente perché non c’è più terreno: asfalto, cemento, argini, fiumi interrati, disboscamenti, costruzioni di ogni tipo, hanno impermeabilizzato il suolo e dunque l’acqua, non trovando più sfogo sotterraneo, non può che continuare a scorrere in superficie travolgendo tutto quello che incontra. Tutto ciò che è stato costruito abusivamente è ancora lì, regolarizzato grazie ai “condoni” decisi dai governi per far cassa a breve termine, ignorando le conseguenze nei tempi lunghi (ormai non più tanto lunghi: li vediamo già…). Ma anche le costruzioni regolari e legali rientrano nell’ottica della speculazione edilizia. Espansioni urbane selvagge, autostrade, aree industriali, ormai si costruisce dappertutto, tranne laddove è troppo difficile costruire (come in alta montagna) o nelle aree protette come i Parchi Nazionali.
Eppure si è riusciti a costruire ville abusive persino nella Valle dei Templi di Agrigento e nel parco della via Appia Antica a Roma, in spregio al patrimonio storico della nazione. Ma questo è un capitolo dolente, la conservazione del patrimonio culturale non è il punto di forza dell’Italia, che spende meno dello 0,2% del bilancio dello Stato per manutenzione e restauri, meno del costo di 20 km di autostrada. L’atteggiamento superficiale verso le testimonianze storiche non è una novità degli ultimi tempi, se consideriamo che per oltre un millennio – dalla caduta dell’Impero Romano fino all’Ottocento – gli antichi siti monumentali venivano considerati come delle cave da cui attingere materiale per nuove costruzioni. Il Colosseo non è così danneggiato e malconcio per cause naturali o atmosferiche, ma semplicemente perché è stato smantellato pezzo per pezzo durante i secoli, da costruttori che necessitavano di materia prima. È già un miracolo se oggi possiamo ancora ammirare così tanti monumenti nel centro di Roma, per come sono andate le cose…
Dunque ancora oggi non è un caso se i monumenti si sgretolano per incuria, abbandonati a se stessi, o se opere d’arte vengono danneggiate o rubate (l’80% dei furti d’arte di tutta Europa vengono compiuti in Italia) per mancanza di controlli. Siamo un popolo con un’enorme ricchezza culturale e ambientale, che non è in grado di apprezzare e soprattutto valorizzare come dovrebbe. Un popolo che non dimostra il dovuto rispetto né per il passato dei suoi padri, né per il futuro dei suoi figli.
D’altronde, la bellezza e i pregi dell’Italia, il design, l’arte, la cucina, la sua stessa filosofia di vita, vanno pur bilanciati con lati negativi, come contropartita. Già così com’è, l’Italia fa parte delle potenze del G8; se fosse senza difetti sarebbe padrona incontrastata del pianeta. È una legge naturale: ogni esistenza è composta da yin e yang, da elementi contrapposti: bene-male, positivo-negativo. Allo stesso modo l’equilibrio tra vizi e virtù fanno parte naturale della vita e della cultura di ogni popolo. Gli inglesi sono organizzati, freddi, calcolatori. Ma (o forse mi verrebbe da dire “perciò”) hanno una pessima cucina e un clima orribile. Anche se i Beatles potevano attraversare Abbey Road in tutta sicurezza, sono rari gli inglesi che si godano la vita, così come lo intendiamo noi italiani. E sono in ogni caso afflitti da terribili sensi di colpa: qualunque piacere che vada al di là di una tazza di té con latte e biscotti diventa per loro eccessivo o empio. Il clima, il cibo e il vino della nostra penisola hanno invece spostato l’asticella del godimento per un italiano, che al contrario preferisce sacrificarvi organizzazione e disciplina.
Il destino di una nazione sembrerebbe pertanto segnato dal luogo geografico in cui nasce. È sicuramente vero, ma non è la sola causa. Un notevole impatto sull’evoluzione culturale delle società l’hanno anche la loro storia politica e soprattutto religiosa. Tra Europa del nord e Europa del sud, ad esempio, la diversa visione etica tra cattolicesimo e protestantesimo ha creato una differenza enorme anche nei comportamenti quotidiani e nei rapporti tra le persone. Per un protestante una cosa è peccato perché è bella. Mentre per un cattolico una cosa è bella perché è peccato. Da qui dunque il senso di colpa di un inglese per una giornata di sole, e la soddisfazione di un italiano per un raggiro ben riuscito (vedi il Gatto e la Volpe). Il frutto proibito è attraente proprio perché proibito. Forse anche Adamo ed Eva erano italiani…
Questo si riflette anche nel rapporto tra i sessi. Lo stereotipo dell’uomo italiano è stato sempre quello del “latin lover”, anche se questa figura, almeno com’era descritta in molti film del passato, oggi in realtà non esiste più. Ma la disposizione dei latini a “conquistare” le donne è un fatto innegabile: soprattutto l’amore per il corteggiamento, con le tecniche di ironia, parlantina, complicità e voglia di giocare, rimane una delle caratteristiche più singolari del “maschio italiano”. Inoltre, la differenza di approccio tra un italiano (o un latino in generale) e una persona del Nord Europa è che un nordico – all’inizio di una “storia” – pensa subito se un rapporto potrà funzionare: riflette insomma calvinisticamente sul lungo termine. Al contrario, un italiano ha bisogno soprattutto di sentirsi accettato subito dalla donna, di sentirsi sicuro della sua capacità di legarla a sé, sul momento. Per questo deve essere simpatico, fare regali, cercare di essere il più gentile possibile: sembra una attenzione verso di “lei” ma, in realtà, è attenzione verso se stesso.
Quello italiano è dunque un popolo che ha un gran bisogno di sentirsi accettato, di vivere la propria vita “qui” e “adesso”, preferendo il Paese dei Balocchi alla scuola, senza tanti programmi a lungo termine, senza imposizioni e senza Grilli Parlanti che gli dettino la morale.
Un popolo di Pinocchi. Di italo-adolescenti.



Louis Petrella (Jack's Blog - 28 aprile 2015


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)