"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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domenica 23 agosto 2015

Quando un Papa cita Ulisse e si oppone al potere temporale

Al di là delle numerose occasioni che papa Francesco offre a tutto il mondo dei cattolici, dei cristiani, dei fedeli di altre religioni ed anche ai non credenti, l'ultima va colta per alcune importanti novità della sua predicazione: è il messaggio da lui inviato al meeting di Comunione e Liberazione il giorno dell'apertura a Rimini, per il tramite del vescovo di quella diocesi.
Francesco siede sul soglio di Pietro ormai da due anni e la sua attività è enormemente aumentata. Vorrei dire il suo lavoro, le sue iniziative, la sua fatica. Eppure non sembra. Viaggia, scrive, parla, prega, incontra e soprattutto pensa e combatte. È un uomo come noi, la sua vecchiaia avanza e sta sfiorando gli ottant'anni, ma sembra miracolato. Forse è la fede ad imprimergli un'energia incommensurabile. Ho scritto più volte che un uomo così la Chiesa non lo vedeva al suo vertice da millesettecento anni. Ma non per sapienza teologica né per scaltrezza politica e neppure per inclinazioni mistiche. Francesco ha dentro di sé un'energia rivoluzionaria e un dono profetico, queste sono le sue eccezionalità.
Qualche settimana fa, nel corso di un lungo colloquio telefonico dopo vari incontri, gli domandai se avesse preso in considerazione l'ipotesi d'un nuovo Concilio, un Vaticano terzo che discutesse e sancisse le novità rivoluzionarie che sta introducendo nella struttura della Chiesa. Mi ha risposto di no aggiungendo che il compito che sta cercando di condurre a termine è il mandato ricevuto dal Vaticano II laddove indica come finalità l'incontro della Chiesa con il mondo moderno. Sono passati cinquant'anni da allora e tre Pontefici si sono susseguiti: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI senza contare papa Luciani che durò poco più di un mese e papa Giovanni XXIII che di quel Concilio fu il promotore. Alcuni obiettivi previsti dal Vaticano II furono realizzati, ma l'incontro con la modernità no, non è stato affrontato e questo è il compito che Francesco si prefigge. Solleverà, non c'è dubbio, una selva di problemi ma lui ha tutte le qualità e tutta l'energia per portarli a termine. O almeno così sperano quelli che gli sono amici per la tempra, l'umanità e la bontà che gli sono innate.

***

"È una ricerca, quella che dobbiamo intraprendere, che si esprime in domande sul significato della vita e della morte, sull'amore, sul lavoro, sulla giustizia e sulla felicità. Le esperienze più frequenti che si accumulano nell'animo umano provengono dalla gioia d'un nuovo incontro, dalle delusioni, dalla solitudine, dalla compassione per il dolore altrui, dall'insicurezza del futuro, dalla preoccupazione per una persona cara". E più oltre: "Perché dobbiamo soffrire e alla fine morire? Ha ancora un senso amare, lavorare, fare sacrifici e impegnarsi? Che cosa stiamo a fare nel mondo?" E infine: "Il mito di Ulisse ci parla del "nostos algos", la nostalgia, che può provare soddisfazione solo in una realtà infinita".
Il testo del messaggio inviato al meeting di Rimini è molto più lungo e si conclude con il sostegno che proviene dal Dio creatore e misericordioso e dall'amore di Cristo verso gli uomini suoi fratelli, ma il tema che sta al centro di questo documento papale è racchiuso secondo me nelle frasi che ho qui citato. Esse colgono i problemi, le domande, la sofferenza e le speranze che gli uomini si sono posti in tutte le epoche e che oggi più che mai la modernità scatena nei cuori dei giovani e degli anziani, degli uomini e delle donne, dei credenti e dei non credenti. Rispondere a quelle domande realizza l'incontro della Chiesa con la modernità, ci fa sentire tutti simili e, anche se le singole risposte sono differenti, risulterà sempre più chiaro che la radice della nostra specie è comunque la stessa: libertà, dignità, fratellanza. Francesco lo dice esplicitamente nel messaggio ma consentirà ad un amico quale io mi sento di ricordare che quei tre valori, con l'aggiunta dell'eguaglianza che anche Francesco più volte evoca, sono quelli che dominarono il pensiero liberale e illuminista inaugurando l'Europa moderna.
Non a caso nel messaggio si parla perfino di Ulisse, della sua nostalgia del ritorno ai valori tradizionali della famiglia e della patria, ma insieme al suo inestinguibile desiderio di "realtà infinita".
Che io sappia nessun Papa aveva evocato il mito odisseico, l'eroe moderno per eccellenza che Dante, pur collocandolo all'Inferno, eleva alle vette più alte del pensiero: "Considerate la vostra semenza / fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza". "Una scintilla di divinità c'è in tutti noi" mi disse il Papa in uno dei nostri incontri. Lui a questo crede: in tutti, di qualunque nazione, etnia, condizione sociale, male e bene, fede o miscredenza, peccato e perdono. La scintilla di divinità c'è in tutti e il Dio in cui Lui crede è unico in tutto il mondo. Un solo Dio che nessuno può sostituire con un Dio proprio da opporre agli altri. Il fondamentalismo è l'errore più terribile e porta con sé guerre, stragi, terrore.
La Chiesa predica da duemila anni la fede e l'amore del prossimo e una larga parte di essa mise in pratica quei valori. Ma contemporaneamente quella stessa Chiesa patrocinò guerre, stragi, inquisizioni, crociate, in nome del proprio Dio contro quello degli altri. E quando cessò di far questo, continuò a praticare in varie forme e misura il potere temporale. Contro il potere temporale, questa è la battaglia che Francesco sta conducendo e che incontra opposizioni numerose e potenti dentro la Chiesa. E questo è anche il significato del pensiero moderno che divide la politica dalla religione. Rappresentano entrambe il bene comune, la politica quello del benessere, la religione quello dell'anima. Ho detto più volte a papa Francesco nei nostri incontri che Lui concepisce una libera Chiesa in un libero Stato, esattamente come diceva il conte Camillo Benso di Cavour. Benso e Bergoglio uniti insieme: per un liberale come me non ci potrebbe essere un sodalizio ideale migliore di questo. E chi l'avrebbe mai detto: un miscredente e un gesuita che prende il nome di Francesco d'Assisi? La vita è faticosa, ma a volte ti dà anche soddisfazioni e felicità e per me questo è un caso felice.

***

C'è stata finora una sola voce della sinistra che ha chiarito e difeso il segretario della Conferenza episcopale italiana, il vescovo Nunzio Galantino, indicato come traditore del nostro Paese e perfino della Chiesa da gran parte della forze politiche ed è lui che voglio citare per introdurre un tema che coinvolge ancora una volta, sia pure indirettamente, papa Francesco e la politica. Si tratta di Enrico Rossi, governatore della Toscana e comunista come lui ama definirsi nell'intervista rilasciata ieri a Repubblica . "Basta leggere la "lectio" di Monsignor Galantino su De Gasperi per capire che non ce l'ha affatto con la politica ma con il politichese ridotto alla ricerca del consenso e del marketing. Proprio riconoscendo il ruolo cruciale della politica nella società, Galantino l'ha invitata a ritrovare una forte dimensione ideale ed etica. È una sfida lanciata a tutti, nessuno escluso, non a un governo e ad una parte politica. La destra ha risposto in modo sguaiato ma anche dal Pd sono venute repliche segnate dal risentimento. Dobbiamo invece riconoscere che Galantino ha ragione, la politica non ha più una propensione ideale e pensa solo a difendere se stessa. Se la sinistra italiana non si misurerà con questo tema proprio nel senso indicato dalla Chiesa di papa Francesco e di Galantino, è destinata a somigliare sempre più alla destra e quindi a scomparire".
Ho letto anch'io nella sua integralità la lectio di Galantino su De Gasperi e vi ho trovato una visione sociale e politica che va molto al di là del personaggio, certamente rilevante, che guidò la Dc e la politica italiana dal 1945 al '54, nel periodo che vide la ricostruzione del Paese dalle macerie lasciate dalla guerra. Quella visione degasperiana è una democrazia governante sulla base di un'alleanza tra la classe operaia e il ceto medio; un obiettivo la cui realizzazione costò a De Gasperi "come una traversata del deserto", dice Galantino; alla fine De Gasperi riuscì a trasformare l'Italia da un Paese sconfitto in una repubblica democratica che puntò su un'Europa unita, insieme alla Germania di Adenauer e alla Francia della sinistra e degli intellettuali. Naturalmente Galantino ricorda il De Gasperi della legge "maggioritaria" del 1952 ma soprattutto il suo scontro con papa Pio XII, che per le elezioni del 1953 puntava su un'alleanza della Dc con i fascisti del Msi e con i monarchici. De Gasperi rifiutò e il Papa affidò alla rivista Civiltà cattolica il compito di stroncarlo partendo dalla notizia che il Papa non condivideva la linea politica degasperiana e ritirava il suo appoggio alla Dc.
È contro quel tipo di Chiesa pacelliana e temporalistica che ancora esiste e combatte duramente contro Francesco per la propria sopravvivenza, che Galantino ricorda i passaggi fondamentali della politica di De Gasperi e chiama in campo personaggi più recenti, cattolici che sia pur nelle mutate condizioni politiche hanno proseguito quella visione del bene comune cattolico-liberale e cattolico-democratica. Cita Pietro Scoppola, un anti-pacelliano molto acuto; cita Romano Prodi che un anno fa a Trento disse che "la risposta ai problemi del Paese non va cercata in un solo individuo ma nella forza delle idee". Cita addirittura Rosmini che un secolo prima e in tutt'altra situazione storica delineò una Chiesa che fu respinta e scomunicata dal Vaticano di allora. E ancora il De Gasperi del congresso Dc del 1954, quando disse che "il credente opera come cittadino nello spirito e nella lettera della Costituzione, e impegna se stesso, la sua classe, il suo partito ma non la Chiesa". Naturalmente Pio XII non fu d'accordo e lo disse pubblicamente. Ad un certo punto improvvisamente nel documento che stiamo esaminando l'autore cita un pensiero di Pascal che è sorprendente; due righe che dicono cosi: "Gesù Cristo senza ricchezze e nessuna ostentazione esterna di scienza, sta nel proprio ordine di santità. Non ha fatto invenzioni, non ha regnato, ma è stato umile, paziente, santo di Dio, terribile per i demoni, senza alcun peccato ".
Dico sorprendente perché Pascal, citato senza commenti da Galantino, descrive Gesù non come un Dio ma come un uomo, "santo di Dio, ma terribile con i demoni e senza peccato ". Un uomo con qualità ammirevoli proprio perché uomo. Così lo concepiscono i non credenti che proprio perché uomo lo ammirano. Così lo considera ormai gran parte dell'Occidente moderno e secolarizzato. Fa parte di quell'incontro con la modernità che Francesco si propone di realizzare. Ed ora il finale di Galantino: "De Gasperi ha avuto il dono di comprendere che nella società contemporanea la politica deve ispirarsi a valori universali, a cominciare dalla carità. La politica non è quella che vediamo oggi, forze che disputano all'interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi. Noi vescovi italiani dobbiamo pensare al destino del nostro Paese a cui siamo non solo fedeli ma servitori". L'atroieri, parlando brevemente al meeting di Rimini, Galantino ha concluso dicendo: "Non va bene la politica guidata da interessi e fini immediati, etichettati spesso dalla ricerca dell'utile e meno da un progetto consapevole. Ma anche la Chiesa è destinata a rinnovarsi ".
Caro papa Francesco, ti faccio gli auguri più affettuosi e mi permetto di abbracciarti. Hai ancora lunga strada da percorrere ma credo e spero che arriverai fino in fondo.

Eugenio Scalfari (La Repubblica - 23 agosto 2015) 

 

sabato 22 agosto 2015

Mafia, si cambia verso: cacciato Ultimo, onore al capoclan e bavaglio a Mafia Capitale



Ci sono segnali che contano più di un trattato di sociologia. Ci sono messaggi che, messi assieme come le tessere di un puzzle, descrivono il Paese meglio di qualsiasi studio storico-politico. In queste settimane ne abbiamo colti tanti. L’immagine dei vigili urbani che scortano la carrozza funebre di Vittorio Casamonica, identica a quella utilizzata per le esequie di Lucky Luciano, si rivolge, per esempio, al mondo di sotto. Comunica agli altri boss che “Roma è loro” perché nella Capitale ci si può ancora mettere d’accordo con lo Stato e le altre istituzioni. Dice alle mafie: noi siamo qui e ci resteremo sempre, nonostante le inchieste e la memoria da moscerino di tanti politici, di molti giornali e di troppe tv.
La destituzione dalle funzioni operative di coordinamento tra i vari nuclei del Noe del colonnello Sergio De Caprio, parla invece agli investigatori. Spiega semplicemente a tutti che non farai carriera se arresti Luigi Bisignani, scopri i conti del tesoriere leghista Francesco Belsito, rompi le uova nel paniere a Finmeccanica e sveli le tangenti rosse della Cpl Concordia. Chiarisce che ti faranno saltare pure se sei il Capitano Ultimo, se hai catturato Totò Riina e ora stai facendo solo il tuo dovere. Anche perché non sta bene intercettare per caso il numero due della Guardia di Finanza mentre parla con il premier Matteo Renzi, o va a cena con il sindaco di Firenze Dario Nardella conversando amabilmente di presunti ricatti al presidente Giorgio Napolitano.
La decisione del direttore dell’Isola del Cinema, Giorgio Ginori, di vietare al Fatto Quotidiano la sua festa a Roma, guarda poi – anzi si mostra – alle nomenklature di partito. Dire “niente Festa se recitate le stra-pubbliche trascrizioni di Mafia Capitale” fa sapere che si può stare tranquilli. Nel Belpaese c’è ancora un sacco di gente che pagherebbe per servire. In autunno quando quasi tutto il Parlamento (con complice sottovalutazione da parte della magistratura) voterà una nuova legge bavaglio per limitare, con la scusa della privacy, la pubblicazione di intercettazioni sgradite al Potere, da frotte di sedicenti intellettuali gli applausi arriveranno a scrosci.
Infine, c’è la scelta del governatore della Campania, Vincenzo De Luca. C’è la sua decisione, avallata da Matteo Renzi, di correre alle elezioni appoggiato da una lista ispirata dagli uomini Nicola Cosentino, il forzista detenuto in attesa di giudizio per fatti di camorra. Quell’alleanza parla ai cittadini. Dice che davvero l’Italia #cambiaverso. Perché cammina veloce a passi da gambero. Torna ai Settanta e Ottanta quando nella Dc c’era posto per uomini da rispettare come Mino Martinazzoli o Carlo Rognoni e per i voti e i volti sporchi di Salvo Lima e Vito Ciancimino. Racconta come oggi per vincere si faccia di nuovo finta di non sapere che la mafia è mafia solo se ha rapporti con la politica. Perché se non li ha è solo “normale” gangsterismo. E sarebbe già stata sconfitta da un pezzo.
Con una differenza però. La linea della Palma, di cui scriveva tanti anni fa Leonardo Sciascia, ha superato Roma e Firenze. E viaggia veloce verso le Alpi. Diventa quotidiana normalità non solo per la politica. Anche per milioni di italiani. Così, mentre si ascoltano le Autorità giustificarsi per mancata prevenzione sulle esequie solenni per Vittorio Casamonica dicendo che in fondo quello era un boss di secondo piano, vale la pena di prepararsi al futuro funerale di Riina. Guardato il puzzle nel suo insieme, quando verrà il tempo, è giusto che sia di Stato.




Edoardo Pellegrini: "Romanziere autonomo" autore di "Angeli o Angeli" e "Percorsi e incontri"



Credo che sarà capitato anche a tanti altri palermitani di avere incrociato in via Ruggiero Settimo, all’angolo di via Belmonte, Edoardo Pellegrini. Una persona gradevole che con molto garbo intrattiene o almeno cerca di intrattenere  occasionali passanti, prima per stimolarne reazioni su argomenti complessi che riesce ad esporre rapidamente, poi, se gli lasci lo spazio, proponendoti un romanzo autoprodotto. Nel mio incontro, intrigato anche dal personaggio che di certo incuriosisce, ho aderito alla proposta acquistando copia del suo libro.

Dopo qualche settimana ne ho cominciato la lettura che ho ultimato in brevissimo tempo. “Percorsi e incontri”, edito nel luglio 2012; supportato da una buona scrittura, mi è apparso un romanzo alquanto originale.

Definirne il genere risulta compito arduo, di certo è un’opera coinvolgente, per nulla banale, che evidenzia una veemente vena creativa dell’autore. L’estrosità dialettica di Pellegrini corrisponde alla sua voglia di comunicare. Del resto l’invito al lettore di interloquire in merito al suo scritto ne è testimonianza. Al riguardo, nel sito lo stesso autore si propone, in modo inconsueto, per l’invio gratuito della sua opera prima  “Angeli o Angeli” pubblicata nel 2008, ricezione verificata e avuta a strettissimo giro di email.

Dopo alcune settimane, ne ho iniziato la lettura ed ho subito riscontrato lo stile sobrio e scorrevole che caratterizzava già “Percorsi e incontri”. Stesso metodo di scrittura e stessa efficacia comunicativa mi hanno fatto attendere con ansia l’immancabile colpo di scena che puntualmente anche in questo caso arriva e che costituisce poi centralità della vera storia,

Anche qui la prima parte del romanzo risulterebbe apparentemente strana e leggera, ma rimane pienamente coerente e significativa premessa per l’intero racconto.

Nel leggere “Angeli o Angeli” il pensiero porta subito a Nanni Moretti ed al suo film “Habemus Papam” del 2011. Però, anche se è comune l’idea dell’aspetto umano dei personaggi principali nelle storie, lo svolgimento dei due racconti si sviluppa su percorsi completamente diversi.

Non saprei dire quale fra i due libri di Edoardo Pellegrini  possa definirsi il migliore, di certo entrambi hanno uno specifico stile, un loro spessore e un’originalità che li accomuna.

Per quanto superfluo posso ben dire che risulterebbero entrambi meritevoli di maggiore visibilità e di una più ampia platea. Per i contenuti e le trame si omette ogni anticipazione per mantenere intatta la curiosità del lettore.

Essec

domenica 16 agosto 2015

La saga estiva della gioventù consumata

Questa gioventù consumata. Esaurisce la vitalità e la vita stessa in discoteca e nei dintorni. Questi giovani: che si avvelenano con pasticche e droghe.

Stupefacenti. Sono loro i protagonisti di questa estate torrida. D’altronde, i giovani suscitano sempre – e da sempre - l’attenzione  sociale. Perché sono l’icona del futuro. Il luogo della speranza. Ma quando interpretano, da protagonisti, episodi di morte, generano un’angoscia che va oltre il fatto specifico. D’altronde, le tragedie si ripetono, da qualche settimana. In diverse parti d’Italia. Nella riviera romagnola, ma anche in Salento e, ancora, nel messinese. Dove alcuni giovani sono morti. Stroncati, pare, da “ecstasy killer”. Pasticche di ultima generazione “consumate” da chi insegue grandi emozioni. Oltre ogni limite. Non solo dai giovani. Ma i giovani, si sa, affollano maggiormente gli ipermarket delle droghe. Che, spesso, affiancano i locali da ballo. E da sballo. Bacini di mercato ampi.

Tuttavia, le principali “cause di morte giovanile” sono diverse. Secondo l’Istat, in primo luogo, gli incidenti stradali. In auto e in moto. Accentuati, anch’essi, dalle droghe, ma, soprattutto, dall’abuso di alcol. Che spingono alla ricerca e al piacere del rischio, alimentato dalla velocità. Non da oggi. Come dimenticare “Il Sorpasso”, capolavoro di Dino Risi, girato nei primi anni Sessanta e interpretato da Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant?

Anche oggi la cronaca degli incidenti mortali che coinvolgono giovani e giovanissimi scandisce le giornate. Con cupa regolarità. Ma la narrazione mediale che accompagna la nostra estate si sofferma soprattutto sui giovani consumati, anzi, fulminati dalle droghe. Fuori dalle discoteche. In riva al mare. Giovani consumati. Come Ismaele. Ammazzato perché colpevole di aver mostrato simpatia verso una ragazza. Impegnata con un altro giovane dello stesso paese. Intorno a Urbino.

Eppure  le morti dei giovani associate agli sballi alcolici  e tossici in discoteca ci sono sempre state. Soprattutto in estate. Ma non hanno sempre sollevato la stessa attenzione mediale. Non hanno sempre fatto “notizia”. Negli anni precedenti abbiamo assistito ad altri serial ansiogeni. Anch’essi drammatici, anche se impostati su episodi meno frequenti. Come registra, da tempo, l’Osservatorio sulla Sicurezza, curato da Demos, Oss. di Pavia e Fondazione Unipolis.
I “cani killer”, ad esempio, che, all’improvviso, aggrediscono e sbranano i “padroni”, dopo aver vissuto a lungo, fedeli, accanto a loro. Una follia che esplode soprattutto in estate. Quando la politica fa meno notizia. E non vi sono altri drammi “mediatici”, su cui soffermarsi.

Quest’anno, però, la politica non si è mai fermata. Renzi non va in ferie. E Salvini, Grillo, insieme alla Sinistra Dem: lo (in)seguono. Poi, c’è il dramma degli sbarchi. Che proseguono, un giorno dopo l’altro. Come le morti dei disperati in fuga, che affondano nel mare. Ma non fanno notizia. Perché sono morti e non hanno volto. Mentre i sopravvissuti suscitano polemiche infinite. Dovunque ne sia prevista l’accoglienza. In Italia e nel resto d’Europa.

Così la “saga della gioventù consumata”, fra pasticche e sballi alcolici, orienta la nostra angoscia estiva in direzione a noi più familiare. Perché i giovani riflettono sempre e da sempre le nostre paure. Ma oggi, più di ieri, ci preoccupa la “triste gioventù” (come la definisce Elisa Lello in un saggio di prossima pubblicazione per Maggioli). “Triste”, perché la attende – e si attende - un futuro precario. Da precari. In una società certamente incerta. Dove il tempo è ridotto a un eterno presente. “Triste”, perché l’immagine dei giovani riprodotta sui media riflette il sentimento degli adulti. Le loro paure: sono anzitutto le nostre. La tristezza di questa “gioventù consumata”, in effetti, è la nostra. Noi, schiacciati sull’immediato, proiettiamo sui giovani la nostra in-capacità di progettare. Di immaginare il domani. “Un” domani. E questa cronaca estiva di tragici sballi giovanili rispecchia la nostra paura di perderci. Nel presente infinito.


 

venerdì 7 agosto 2015

Matteo Renzi è caduto dal cavallo della Rai



Da sempre le svolte politiche maturano in Parlamento e nei partiti, ma poi si sperimentano nella tv pubblica. Così le sue nomine, dai consiglieri a Campo Dall'Orto, mostrano l'invecchiamento precoce della rivoluzione renziana.
«Sono dolente che per il modo con cui si svolgono le cose non mi sia possibile darle le consegne e porgerle di persona il mio saluto augurale: voglia credere che questo, anche se dato per lettera, è fervidissimo e che per l'affetto che ho preso alla Rai in 15 mesi di Presidenza mi dà una sincera soddisfazione di sapere che passa nelle sue mani esperte...».
Era l'inizio di agosto anche allora, quasi settant'anni fa. Il 2 agosto 1946: con un biglietto su carta intestata dell'Eiar corretta a macchina con la scritta "Il Presidente Rai", il primo presidente dell'azienda dopo la Liberazione del 1945 Arturo Carlo Jemolo salutava il suo successore, Giuseppe Spataro.
Jemolo era uno storico e giurista insigne, fuori dai partiti. Spataro era uno dei fondatori della Dc (le prime riunioni clandestine del partito si erano svolte nella sua casa romana), il sottosegretario per la stampa e l'informazione, un notabile potente che per tutta la sua presidenza (1946-1950) resterà deputato e nella direzione di piazza del Gesù.
Confermata la giornalista come presidente della Rai ora tocca alla casella del direttore generale, che sarà Antonio Campo Dall’Orto. Sorvolando sui debiti lasciati a La7
Eccolo tracciato, una volta per tutte, il dna della Rai. Regola numero uno: le nomine da sempre si fanno in estate, all'inizio di agosto. Regola numero due: le svolte politiche maturano in Parlamento e nei partiti, ma si sperimentano prima nelle stanze della grande azienda del servizio pubblico.
Di cosa parliamo, quando parliamo di Rai? Le nomine in viale Mazzini eccitano la fantasia di politici, giornalisti e operatori del settore più di Sanremo, campionato di calcio e premio Strega messi insieme ma raccoglie l'indifferenza del pubblico. Sbagliando, però. La Rai anticipa e riflette la politica, più che lo schermo e uno specchio.
Breve storia, abbiate pazienza.
Il Tesoro indica la direttrice di Rainews. Per il Dg, invece, Renzi vuole Antonio Campo Dall’Orto, ex La7. Il sindacato dei giornalisti Rai protesta: «Non spetta al governo fare il nome». Per il Cda polemiche sui pensionati eletti, per la legge Madia dovranno lavorare gratis.
Nel 1945-46 l'epurazione di Jemolo e l'arrivo di Spataro anticipa in Rai la lunga stagione politica dell'egemonia democristiana. Nel 1961 viene nominato direttore generale un fiorentino di 41 anni che si chiama Ettore Bernabei. Direttore del “Popolo”, uomo di Amintore Fanfani, sembra l'ennesimo democristiano parcheggiato in Rai in vista di altri incarichi. Invece durerà fino al 1974. E sotto la sua guida da «tiranno illuminato», come lo definirà molti anni dopo Andrea Barbato, la televisione diventerà uno dei motori della modernizzazione italiana e strumento decisivo di lotta politica.
Nel 1975, quarant'anni fa, c'è la prima riforma della Rai. Viene limitato il potere del governo e della Dc (con gli alleati minori, i socialisti, i famelici socialdemocratici) di nominare i vertici di viale Mazzini. La nomina del Cda Rai viene consegnata al Parlamento, alla commissione parlamentare di vigilanza in cui c'è anche il Pci di Berlinguer che quell'anni stravince le elezioni amministrative e aspira a diventare forza di governo. «La Rai comincia a riflettere la dialettica culturale e sociale del Paese e la sua articolazione diventa più complessa, meno monopolitica e centralizzata», esulta il giovane responsabile stampa del Psi che si chiama, indovinate?, Fabrizio Cicchitto. E nasce la sequenza Fibonacci di viale Mazzini, il numero magico 732111: sette consiglieri Dc, tre socialisti, 2 comunisti, uno a testa al Psdi, Pri e Pli. Un anno dopo partono il Tg1 democristiano (direttore il moroteo Emilio Rossi, ferito alle gambe dalle Br nove mesi prima della strage di via Fani) e il Tg2 laico, con la direzione di Andrea Barbato.
Lo spin doctor di Matteo Renzi e quello di Fitto. L’ex deputato forzista Mazzuca. La storica dell’arte vicina a Orfini. L’ex presidente della Fnsi. La commissione di Vigilanza elegge il Cda Rai. E l’unico che viene dalla tv è Freccero, eletto dai 5 stelle e da Sel.
Una breve stagione di libertà e di concorrenza, la professionalità del Tg1, il più autorevole canale di informazione e il Tg2 corsaro di Barbato, nell'Italia degli anni Settanta delle radio libere, dei primi esperimenti di tv via cavo e della scalata di Silvio Berlusconi. Alla fine di luglio 1977, sempre in estate, il Pci rientra per la prima volta nella lottizzazione: direttore dell'informazione regionale è il dc irpino Biagio Agnes, il condirettore è il capo della Federstampa, appena assunto in Rai, il “compagno scomodo” Sandro Curzi. «Lottizzano anche i comunisti», titola il “Corriere” (29 luglio 1977).
Domenica 7 dicembre 1986 è un'altra data storica per la tv italiana: per la prima volta l'Auditel fotografa i rapporti di forza tra la Rai e la Fininvest, il cavallo di viale Mazzini ne esce agonizzante, l'audience del servizio pubblico è appena tre punti sopra quella del Biscione. «La Rai era in gravissima crisi, doveva cercare una fetta di pubblico molto fedele ma che fino a quel punto era rimasto escluso dalla yv», ha ricordato Enrico Menduni, all'epoca consigliere di amministrazione in quota Pci.
«Gli unici erano i comunisti. Furono loro i nostri “taxi della Marna”, gli arruolati dell'ultima ora che ci fecero vincere la battaglia decisiva». Decidono in tre, a tavola, nella saletta riservata di un ristorante del centro di Roma: il dc Agnes, il socialista Enrico Manca (quello che ha cacciato Beppe Grillo dalla tv di Stato) e il comunista Walter Veltroni, giovane responsabile informazione di Botteghe Oscure.
Al Pci va la direzione di Raitre con Angelo Guglielmi e la direzione del tg3 con Curzi: le due anime, l'intellettuale di avanguardia e il giornalista di partito. Il Pci riporta una paradossale vittoria nel momento del suo minimo elettorale, alla vigilia del crollo del muro di Berlino e del cambio del nome. Per il sistema politico la tripartizione Dc-Psi-Pci è la lottizzazione perfetta. E invece è vicina la fine, Tangentopoli e la Seconda Repubblica. I partiti tradizionali spariscono dalla scena in pochi mesi. Al loro posto i due super-partiti che si sono formati sulle guerre mediatiche ed editoriali degli anni Ottanta-Novanta: il partito Rai, la sinistra Dc, il Pci. E il partito Fininvest di Berlusconi, Gianni Letta, Confalonieri, i socialisti, la destra dc. Il bipolarismo all'italiana, prima che dalle leggi elettorali, nasce dalla televisione. Ancora pensate che la tv non c'entri nulla con il resto del Paese?
Nel 1993 c'è un ritorno all'antico modello Jemolo, la Rai dei professori fuori dai partiti. Dura pochissimo. E nel 2005 la legge Gasparri consacra il ritorno in grande stile della lottizzazione partitica, con la vigilanza che elegge il cda e il governo che sceglie il direttore generale. A ciascuno il suo: ex direttori di giornali di partito, ex parlamentari, ex capi uffici stampa. E tutti contenti.
Arriviamo, finalmente, a oggi. Cosa dice questa tornata di nomine in viale Mazzini dello stato di salute del governo Renzi e della politica italiana? Il premier gioca a dire che non è colpa sua se è stato costretto a scegliere i nomi con i metodi del passato perché la legge Gasparri non è stata eliminata: la colpa è sempre colpa degli altri. Ma se non cambia la musica, cambiano i suonatori. E il concerto, già mediocre, rischia di trasformarsi in un'assordante cacofonia. Partiamo dalle dichiarazioni di principio: «Fuori i partiti dalla Rai.
La governance della Tv pubblica dev’essere riformulata sul modello Bbc (Comitato Strategico nominato dal Presidente della Repubblica che nomina i membri del Comitato Esecutivo, composto da manager, e l’Amministratore Delegato). L’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della televisione pubblica».
Recitava così il punto numero 17 del programma dei cento punti presentato da Renzi alla stazione Leopolda nel 2011. In quell'edizione l'econonista Luigi Zingales (nominato in seguito dal governo Renzi nel cda Eni da cui si è di recente dimesso) era stato travolto dagli applausi quando aveva tuonato contro i premiati per fedeltà al boss partitico di turno: «L’Italia è governata dai peggiori. L’80 per cento dei manager dichiara che la principale strada per arrivare al successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà e obbedienza, la competenza arriva solo quinta».
Conoscenza o competenza? Guelfo Guelfi, per provenienza geografica, si presenta dal nome e dal cognome. La sua unica competenza, pare, sono le campagne di comunicazione della provincia di Firenze presieduta da Renzi. Ex lottacontinuista di piazza, testimone al processo Sofri-Calabresi, ma i giudici credettero a Leonardo Marino e non a lui, oggi è stato collocato nel cda Rai, una perfetta parabola craxiana.
Rita Borioni, nominata dal giovane turco Orfini, confessa di candidamente di non vedere Sky e ha all'attivo in tv il programma Stendhal per Red-tv, la rete di D'Alema che ha seguito il destino di tutte le iniziative del leader massimo, cioè il disastro. E di lei si potrebbe dire quello che gridava nel 1958 il capogruppo del Pci Pietro Ingrao nell'aula di Montecitorio chiedendo di sapere «a che titolo» il ministro delle Finanze Giulio Andreotti avesse nominato il suo collaboratore Franco Evangelisti nel cda della Rai: «Per quale merito? Nessuno riesce a saperlo. Per capacità giornalistiche? Non risulta a nessuno. Per doti particolari di amministratore? Non abbiamo notizie. Almeno informateci su questo punto!». Chissà cosa risponderebbe oggi Orfini. Perché sulla Rai, ahinoi, le domande sono sempre le stesse. Solo che cala la qualità delle risposte.
Il merito? Ciascuno può giudicare: i successi del sindacato giornalisti guidato da Franco Siddi, la qualità dei consigli di Paolo Messa all'Udc e al ministro Corrado Clini, gli ascolti di Rainews 24 della neo-presidente, la bravissima Monica Maggioni, le copie vendute dai giornali del simpaticissimo Arturo Diaconale e di Giancarlo Mazzuca, il bilancio di La7 diretta da Antonio Campo Dall'Orto, altro uomo della Leopolda.
Nel 2011 si chiedeva al raduno renziano: «Chi sono le persone che ispirano i giovanissimi?», con una risposta esattamente all'insegna dell'innovazione: «Le ricerche dicono: gli amici, il papà, la mamma». Rimane Carlo Freccero, indicato dal Movimento 5 Stelle (e da Sel) che ha compiuto la prima vera operazione politica della legislatura, semplice, pulita: votare il migliore. Perché c'è il merito, non sempre uno vale uno, Freccero per genio e sregolatezza vale tutti gli altri consiglieri messi insieme. Ed è stato lui a definire il renzismo in un'intervista a Daniela Preziosi sul "Manifesto" (30 ottobre 2014) come «fanfanismo digitale»: «Renzi fa un racconto consolatorio, una storia a lieto fine, come una soap opera. C'è la crisi e la gente non vuole essere angosciata. Il politico oggi ha il compito di tranquillizzare, infondere fiducia. Come le monarchie di una volta».
In ogni caso, come si dice, non è colpa dei nominati ma di chi ce li ha messi. E le nomine Rai mostrano l'invecchiamento precoce della rivoluzione renziana. Più che fanfanismo digitale è craxismo terminale. Non si vede per ora un disegno, un progetto, un'idea. Orfini vorrebbe essere il nuovo Togliatti, ma qui non ci sono le masse proletarie da portare nei luoghi di potere per combattere i comitati d'affari della borghesia. Non c'è la borghesia e neppure i partiti, ma piccoli circuiti di amici che si auto-assegnano qualche identità di circostanza per coprire il vuoto. Dalla grande massoneria alle loggette di provincia. Dalle sezioni del grande Pci al potere spartito con la playstation, davanti a un bigliardino. Dai potenti sindacati anni Settanta ai professionisti della (s)concertazione. Dai grandi quotidiani alle gazzette senza lettori e forse senza redattori. Dai poteri forti alle micro-lobby romane. Dal professionismo al rampantismo...
L'ennesima spartizione agostana dal 1946 a oggi, il delitto di mezza estate del 2015 è l'auto-rappresentazione di un potere in crisi, di una classe dirigente evaporata. E Matteo Renzi che si era candidato a fare la rottamazione, ancora una volta, dimostra che è più facile galleggiare sul nulla, cullarsi sui vizi del passato piuttosto che provare a costruire una nuova classe dirigente. Questa nuova-vecchia Rai è per paradosso la più anti-renziana che si possa immaginare, nel senso del Renzi prima maniera che sfoggiava autonomia, coraggio, capacità di dire di no al capo. Mentre ora il Renzi 2 sta per mettere la faccia e la firma su una nuova stagione di conformismo. L'ideologia delle buone notizie, come si chiamava ai tempi di Bernabei e della Dc, che però, almeno, sapevano raccontare il Paese. 
Il cavallo di bronzo dello scultore Francesco Messina di fronte al palazzo del potere Rai di viale Mazzini è piazzato lì a testimoniare le tristi sorti dei conquistatori della tv di Stato. Nelle intenzioni dovrebbe rappresentare un destriero rampante, ma nell'immaginario si è capovolto nel suo opposto: l'ippogrifo che non riesce ad alzarsi in volo, il cavallo morente. Un simbolo rovesciato. Come il renzismo di oggi.




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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)