"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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sabato 17 ottobre 2015

Renzi, la lettera (immaginaria) a B.: ‘Scusami Silvio, tutto è perdonato’



Ecco la lettera che Matteo Renzi non ha (ancora) inviato a Silvio B.

“Caro Silvio, è un po’ che non ci vediamo, ma i molti amici che abbiamo in comune mi assicurano che godi di ottima salute, anche se rosichi perché ti sto rubando il mestiere di leader di Forza Italia. Proprio per questo ti scrivo: per scusarmi con te della concorrenza sleale. Ricordi quando mi proponesti di passare dalla tua parte come tuo delfino? Rifiutai – ora te lo posso dire – perché avevo un’idea migliore: fare le stesse cose che facevi tu, o che volevi fare tu, o che avevi fatto tu e ti avevano cancellato i successori e la Consulta, ma da leader del Pd, visto che il mio partito – non per merito mio – è arrivato primo alle ultime elezioni, mentre il tuo solo terzo.
Quando la Bce, nell’agosto 2011, ti mandò la famosa lettera con le leggi di austerità da approvare, tu dicesti più o meno che l’Europa doveva farsi i cazzi suoi, mentre io dichiarai al Sole 24 Ore (26.10.2011): “Mi ritrovo nella lettera della Bce. E non condivido l’atteggiamento prevalente del Pd che invoca l’Europa quando conviene e ne prende le distanze se propone riforme scomode. Dobbiamo essere coerenti: sulle pensioni è stato un errore del governo Prodi abolire lo scalone-Maroni. Ora ci ritroviamo al punto di partenza. Sono per estendere a tutti il contributivo: non è pensabile che a fronte di un allungamento dell’aspettativa di vita non si faccia nulla. Chiedere a un lavoratore di lavorare un anno o due di più per avere un asilo nido in più, credo sia equo”. Ora tuono un giorno sì e l’altro pure contro l’austerità e dico all’Europa, che pretende addirittura il rispetto degli impegni sul deficit, di farsi i cazzi suoi. Avevi ragione tu, scusami.
Quando il governo Letta, di cui eri alleato indispensabile, obbedì al tuo diktat di cancellare l’Imu sulla prima casa per il 2013, mi scatenai (20.5): “È una cambiale pagata a Berlusconi. Io avrei agito sull’Irpef. L’Imu è il meccanismo che Berlusconi ha avuto per rientrare sulla scena politica, complice un centrosinistra che ha dormito”. Infatti diedi tempo a Letta di rimettere l’Imu con un altro nome (Tasi), poi lo feci fuori per abolirla io, come avevi già fatto tu prima che Monti la ripristinasse. Ora te lo posso dire: avevi ragione tu, scusami.
Ai tempi di Letta, dopo la sentenza della Consulta sul Porcellum che delegittimava le Camere uscite dalle urne nel 2013, tu dicevi che il governo di larghe intese doveva durare l’intera legislatura.
Io invece affermavo (20.5. 2013) che, “fatte la legge elettorale, alcune cose semplici e urgenti per l’economia, bisogna andare a votare al più presto, anche per farla finita col centrodestra e il centrosinistra che fingono di fare a botte come nel wrestling, e poi fanno le cose insieme”. Ma era solo per logorare Letta e prenderne il posto: infatti ora dico anch’io che la legislatura deve arrivare alla scadenza naturale, e chissenefrega della Consulta e del Parlamento delegittimato (anche perché con l’Italicum abbiamo resuscitato tutto il peggio del Porcellum). Avevi ragione tu, scusami.
Quando tu governavi, noi del Pd ti accusavamo di favorire l’evasione fiscale e votammo con entusiasmo la legge di Monti che riduceva a mille euro il tetto per i pagamenti cash. Ora l’ho riportato a 3 mila euro, come ai bei tempi tuoi. Se l’avessi fatto tu, ti avremmo lapidato in piazza. Avevi ragione tu, scusami.
Quando, nel 2001, mandasti l’esercito a bombardare l’Afghanistan, ti accusammo di essere un guerrafondaio agli ordini di Bush. Ora Obama mi ha ordinato di restare a Kabul e io gli ho subito obbedito. Avevi ragione tu, scusami.
Quando il tuo governo pagava i riscatti ai terroristi per far liberare gli ostaggi italiani in Iraq e Afghanistan, noi ti accusavamo di incoerenza. Ora abbiamo pagato 11 milioni ai terroristi per liberare due cooperanti rapite in Siria. Avevi ragione tu, scusami.
Quando, nel novembre 2013, criticavi la legge Severino che imponeva la tua decadenza da senatore dopo la tua condanna definitiva, andai a Porta a Porta e dissi che bisognava rispettarla e che per te era game over. Ora ce ne infischiamo della legge Severino che impone la sospensione degli amministratori locali condannati in primo grado, infatti abbiamo fatto eleggere il condannato e sospeso Vincenzo De Luca a governatore della Campania e per giunta chiediamo le dimissioni della giunta lombarda anche se il presidente Maroni e il vicepresidente Mantovani non sono stati condannati. Avevi ragione tu, scusami.
Nel 2006, quando tu scassasti la seconda parte della Costituzione a colpi di maggioranza per dare più poteri al premier a scapito del Parlamento, io firmai l’appello degli amministratori toscani per il Comitato del No, che poi vinse il referendum confermativo e cancellò la tua riforma. “Dieci sono le ragioni per votare NO”, scrivevamo nel documento: “Un NO a una riforma che stravolge la nostra Costituzione riscrivendo ben 53 articoli… un NO per fermare il progetto che conferisce al premier poteri che nessuno Stato democratico prevede e lo rende sostanzialmente inamovibile…”. Ora ho appena scassato la Costituzione a colpi di minoranza riscrivendone ben 45 articoli e, complice l’Italicum, ho conferito al premier poteri che nessuno Stato democratico prevede e lo rendono sostanzialmente inamovibile. Ovviamente stavolta guiderò i comitati del Sì al referendum. Avevi ragione tu, scusami”.




giovedì 15 ottobre 2015

Caro Riccardo Iacona Lei è un salvagente!



Il Papa? Rimandiamolo ad Avignone

Ma chi gliel’ha fatto fare al Santo Padre di indire un Santissimo e Straordinario Giubileo nella Città Santa proprio quest’anno? Bergoglio sta a Roma da più di due anni, non può non conoscerne le condizioni. Oltretutto si picca di viverla in prima persona andando a rifarsi gli occhiali in via Condotti o entrando da semplice fedele in una qualche chiesa o cercando ed esibendo di continuo il contatto con gli ‘umiliati e offesi’. Non può quindi non sapere che la Città Eterna, che nel corso dei millenni ha assorbito tutto, anche i lanzichenecchi, oggi non è più in grado di contenere, com’è per ogni altra città d’arte, da Venezia a Firenze, il flusso dei turisti. Come farà ad assorbire i milioni che sono previsti in arrivo per il Santo Giubileo? L’altro giorno ero davanti alla Fontana di Trevi. Non la si vedeva. Era letteralmente sommersa da corpi di umani. E, dietro, altre decine, forse centinaia, scattavano fotografie. Di che cosa? Forse dei culi di coloro che gli stavano davanti. Non può non sapere che il sistema dei trasporti, nella Città Santa, è al collasso.
Ma oltre che la realtà di Roma non può non conoscere quella italiana. Anzi la conosce benissimo. Tanto che vi ficca il naso di continuo come quando emana una sorta di bolla contro il sindaco uscente Ignazio Marino –cosa inaudita come, mi pare, abbia notato la sola Sabrina Ferilli- o fa dire al suo Vicario, il cardinale Agostino Vallini, che “Il tema di una nuova classe dirigente non è più rinviabile”. Perché non fa lo stesso per la classe politica francese o belga o spagnola? In realtà poiché non siamo, almeno per ora, una teocrazia, il Papa non ha alcun diritto di intromettersi negli affari interni dello Stato italiano. Questo vezzo è cominciato una quarantina di anni fa con un altro Beatissimo Pontefice il ‘Santo subito’ Karol Wojtyla. Da allora il Papa e le gerarchie ecclesiastiche non hanno perso occasione per occuparsi della politica italiana. Wojtyla semiscomunicò la Lega perché chiedeva l’indipendenza della Padania. Come se l’unità o meno di uno Stato avesse qualcosa a che fare col magistero della Chiesa per quanto si voglia estenderne le funzioni. All’epoca dei democristiani, quelli veri, simili intromissioni non erano permesse. Perché i democristiani, almeno da De Gasperi fino a Fanfani e dintorni, avevano il senso dello Stato. Questi qui invece gli permettono tutto, al Papa e ai suoi.
Comunque proprio perché è così interessato agli affari italiani Bergoglio non può non conoscere gli scandali dell’Expo, del Mose, di Mafia Capitale, dei consiglieri regionali rubamutande (non pretendiamo che sappia qualcosa di Tangentopoli, allora stava beatamente, per noi, altrove) e quindi non sapere, come sa chiunque anche chi non è Papa, quale orgia di corruzioni, di grassazioni, di appalti truccati porterà il Santissimo Giubileo.
“S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo; s’i’ fosse vento, lo tempestarei; s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo; s’i’ fosse papa, serei allor giocondo, ché tutti cristiani embrigarei; s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei? A tutti mozzarei lo capo a tondo. S’i’ fosse morte, andarei da mio padre; s’i’ fosse vita, fuggirei da lui: similemente faria da mi’ madre. S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: e vecchie e laide lasserei altrui”. 
Se fossi io, come sono e fui, il Papa lo rimanderei volentieri ad Avignone.



domenica 11 ottobre 2015

Renzi, il Reticente del Consiglio



Ahiahiahi, signor Renzi, lei mi cade sulle cene! L’altro giorno, quando il premier & C. hanno preteso le dimissioni del sindaco Marino per aver mentito su qualche cena da poche centinaia di euro ciascuna, avevamo come il sospetto che la scelta di alzare improvvisamente l’asticella dell’etica pubblica si sarebbe rivelata un boomerang, o almeno un pericoloso precedente per molti.
Infatti. Il nostro Davide Vecchi è andato a controllare quanto spendeva Renzi in cene “di rappresentanza” da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze. E ha scoperto che, al confronto, Marino è un dilettante col braccino corto. Matteo il Magnifico faceva le cose in grande. 
Nel quinquennio alla Provincia (2004-2009), spese con la Visa dell’ente pubblico, cioè a carico dei contribuenti, la bellezza di 1 milione di euro, di cui 70 mila in tre anni per trasferte negli Stati Uniti (anche lui) e 600 mila in ristoranti, anche a botte di mille-duemila euro, per pranzi e cene giustificati (si fa per dire) con ricevute molto generiche e anche comiche: la scritta “pasto unico” sotto conti da 1.855, 1.300 e 1.050 euro è roba da Pantagruel. 
Comunque la Provincia sborsava senza discutere: il capogabinetto addetto alla firma, Giovanni Palumbo, seguì Renzi al Comune e a Palazzo Chigi: meglio non lasciarlo mai solo. E il procuratore di Firenze che archiviò varie denunce, dopo che il ministero dell’Economia aveva evidenziato “gravi anomalie” nelle spese della gestione renziana, andò in pensione e fu subito ripescato come consulente del sindaco renziano Nardella.

I dati sulle spese di Renzi sindaco (2009-2013) sono invece un mistero, almeno per i dettagli: la Corte dei conti li sta esaminando da un anno e mezzo. Ma oggi pubblichiamo (a pag. 5) un’intervista al proprietario del ristorante fiorentino “Da Lino”, che ricorda le cene e le feste di Renzi con moglie, parenti e amici al seguito, e soprattutto le modalità di pagamento: l’allegra comitiva se ne andava senza passare per la cassa perché l’ordine era di inviare la fattura al Comune, che poi saldava tutto. Tutta attività “istituzionale”, ci mancherebbe.

Ora, può essere che l’oste ricordi male. Ma lo stesso si può dire degli osti che sbugiardano Marino sulle sue cene, peraltro costate ai contribuenti romani molto meno di quelle di Renzi ai fiorentini. Che farà il capo del governo? Sarà ingenuo come Marino e indicherà uno per uno i commensali tra ambasciatori, manager, dirigenti di onlus e preti per rivestire di “rappresentanza” le gaie tavolate?

Oppure farà come sempre, cioè non dirà nulla, rimettendosi alle sentenze definitive dei giudici penali e contabili (campa cavallo)? Se sappiamo che Marino ha mentito, infatti, è perché ha avuto la malaugurata idea di rispondere, e per iscritto, a chi contestava le sue spese. Se avesse fatto come Renzi e le altre reincarnazioni del Marchese del Grillo, nessuno gli rinfaccerebbe le bugie. Ma al massimo i silenzi. Che, nel suo caso di brutto anatroccolo, farebbero comunque notizia. Le non-risposte di Renzi invece non le ha mai denunciate nessuno, anche perché avrebbero dovuto farlo gli stessi cortigiani che non gli hanno mai posto una domanda.


1) “Nelle conversazioni non è neppure citata l’ipotesi di avvicendamento dell’allora premier” Enrico Letta. Falso: Renzi ventilava con l’amico ufficiale l’ipotesi di “buttare all’aria tutto”, cioè di rovesciare il governo Letta, il che “sarebbe meglio per il Paese perché lui è proprio incapace”.

2) “Quel che è grave è che intercettazioni prive di rilevanza penale anziché essere stralciate siano finite a un giornale e siano state pubblicate. Su questo sono in atto delle verifiche per accertare eventuali responsabilità”. Falso: le intercettazioni non sono “finite a un giornale”: le hanno depositate i pm agli avvocati dell’inchiesta Cpl Concordia. E, dopo il deposito, hanno perso il carattere di segretezza, dunque il Fatto le ha legittimamente e doverosamente riferite, senza commettere alcunché di “grave”.

3) “Nulla da riferire ha il governo, perché non sono coinvolti esponenti del governo”. Falso: dalle intercettazioni emergono le pressioni di Renzi e del sottosegretario Lotti per far promuovere l’amico Adinolfi a comandante generale della Gdf al posto del gen. Capolupo.

4) “Non si fa riferimento mai a possibili sostituzioni o promozioni nella Guardia di Finanza né tantomeno a possibili ricatti nei confronti dell’allora presidente Napolitano”. Falso: Adinolfi e Nardella, durante una cena romana, attribuivano la conferma di Capolupo al presunto strapotere del figlio di Napolitano, Giulio, e ai conseguenti pretesi ricatti sul capo dello Stato (“ce l’hanno per le palle Gianni De Gennaro e Letta, pur sapendo qualcosa di Giulio”, diceva Adinolfi).

Ora, per carità, nessuno pretende le dimissioni della Boschi per aver mentito al Parlamento e di Renzi per avere speso molto più di Marino in cene molto poco istituzionali. In cambio però Renzi e i suoi cari potrebbero smetterla di fingere scandalo per le cene e le bugie di Marino. Se ne inventino un’altra.


Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2015)



domenica 4 ottobre 2015

Che ci facciamo ancora a Kabul

I Talebani afgani hanno riconquistato Kunduz. E’ un fatto di grande importanza simbolica e strategica. Kunduz fu la prima città a cadere, con l’aiuto determinante dei tagiki, nelle mani degli invasori occidentali, è cruciale nella via di transito verso il nord dell’Afghanistan ed è la prima città che i Talebani, dopo essersi rimpadroniti dell’intera area rurale del Paese, riescono a prendere. L’esercito fantoccio messo in piedi dagli Stati Uniti per sostenere il presidente altrettanto fantoccio Ashraf Ghani alle loro dirette dipendenze si è liquefatto in poche ore. Si ripete un po’ quel che è successo con l’esercito iracheno creato dagli americani per sostenere il Quisling al Maliki (60.000 uomini che si sono dati alla fuga davanti a qualche centinaio di guerriglieri Isis). Ed era ovvio che andasse così. Kabul all’epoca del Mullah Omar aveva un milione e 200.000 abitanti, oggi ne ha 5 milioni e mezzo. L’artigianato locale è stato distrutto dagli invasori, occidentali e non (i burqa vengono fabbricati industrialmente dai cinesi) e i giovani non hanno altra alternativa che arruolarsi, senza nessuna convinzione, nel cosiddetto esercito ‘regolare’ oppure di confluire nelle file talebane. E’ questa situazione che tra l’altro spiega il fenomeno del tutto nuovo delle migrazioni afgane verso l’Europa.
In un comunicato il mullah Akhtar Mohammad Mansour, che ha assunto la leadership del movimento indipendentista talebano dopo la morte di Omar, ha invitato gli abitanti a “condurre la loro vita normalmente in assoluta sicurezza. I commercianti, i lavoratori, gli staff degli ospedali, il comune e gli enti governativi devono continuare a fare la propria vita senza paura. I mujaheddin non pensano a rappresaglie, ma sono venuti con un messaggio di pace”. Ha ordinato ai mujaheddin di “concentrare l’attenzione sulla tutela delle vite, delle proprietà e dell’onore dei cittadini di Kunduz. L’Emirato Islamico non ha alcuna intenzione di colpire le loro proprietà personali, commettere esecuzioni extragiudiziali, saccheggiare o non rispettare l’inviolabilità delle case. In quanto ai funzionari governativi e al personale della sicurezza se si pentiranno delle loro azioni e rinunceranno al legami con l’opposizione, per loro sono aperte le porte del perdono dell’Emirato Islamico”. Un comunicato che è in perfetta armonia con la linea sempre seguita dal Mullah Omar che dopo la conquista di Kabul nel 1996 concesse subito un’amnistia generale. Infine Mansour ha chiesto al governo di Kabul di “ammettere la sconfitta e di pensare al futuro dell’intero Paese”. E ha preso le distanze dall’Isis. Del resto in una lettera aperta che il Mullah Omar inviò il 16 giugno 2015 ad Al Baghdadi, firmata dall’allora suo numero due Mansour, e pubblicata dal Il Fatto il 30 luglio, Omar intimava al Califfo di non intromettersi nelle questioni afgane perché, questa era la sostanza del messaggio, la lotta di indipendenza afgana non aveva nulla a che vedere con le mire espansionistiche dell’Isis.
Naturalmente a sostegno dell’inesistente esercito ‘regolare’ afgano sono intervenuti i bombardieri degli Usa che conservano un enorme base militare nell’aeroporto di Bagram.
A questo punto la domanda è: che cazzo ci sta a fare la Nato, italiani compresi, in Afghanistan? I Talebani afgani non sono mai stati terroristi. Non c’era un solo afgano nel comando che abbatté le Torri Gemelle, non c’era un solo afgano nelle cellule, vere o presunte, di Al Qaeda scoperte dopo l’11 settembre. E il pretesto della presenza di Bin Laden in Afghanistan non regge più, non solo perché Bin Laden è stato dato per morto nel 2011 (in realtà era morto molto prima, probabilmente fra il 2004 e il 2005), ma per la ragione più concreta che i Talebani si erano trovati in casa Bin Laden e se ne sarebbero volentieri sbarazzati tanto che il Mullah Omar accettò, sia pur a certe condizioni, la proposta di Bill Clinton del dicembre del 1998 di far fuori il Califfo saudita (documenti del Dipartimento di Stato). Fu Clinton ha tirarsi indietro.
Dopo gli attentati dell’11 settembre mentre le folle di tutti i Paesi del mondo arabo scendevano in piazza per manifestare la loro gioia, il governo afgano inviò a quello degli Stati Uniti un comunicato ufficiale che diceva: “Noi condanniamo fortemente i fatti che sono avvenuti negli Stati Uniti al World Trade Center e al Pentagono. Condividiamo il dolore di tutti coloro che hanno perso i loro familiari e i loro cari in questi incidenti. Tutti i responsabili devono essere assicurati alla giustizia”. Ma quando nell’ottobre del 2001 gli Stati Uniti pretesero la consegna di Bin Laden, il governo afgano chiese che fossero fornite delle prove o perlomeno degli indizi che il Califfo saudita era effettivamente alle spalle degli attentati terroristi, sia quelli dell’11 settembre che quelli in Kenya e Tanzania del 1998. Gli americani risposero arrogantemente: “Le prove le abbiamo date ai nostri alleati”. A questo punto il governo talebano replicò, come avrebbe fatto qualsiasi altro governo, che a quelle condizioni, fuori da ogni legalità, non poteva consegnare una persona che stava comunque nel proprio Paese. Su questa questione di principio il Mullah Omar si giocò tutto, il potere e, alla fine, la vita.
Gli afgani non sono mai stati terroristi. Storicamente non sono mai usciti dal proprio Paese e hanno solo subìto aggressioni prima dagli inglesi, poi dai sovietici e infine dagli occidentali. Adesso, pur sunniti, hanno preso le distanze, senza se senza ma, dall’Isis. Non costituiscono quindi alcun pericolo per l’Occidente. Ripeto la domanda: che cazzo ci stiamo a fare in Afghanistan? Questa infamia che dura da quattordici anni e che è costata, oltre che 200.000 vittime civili, la distruzione economica, sociale, morale di un Paese deve finire. Papa Bergoglio, che è stato di recente negli Stati Uniti, i principali responsabili delle guerre in Asia Centrale e in Medio Oriente, dall’Afghanistan del 2001 alla Libia del 2011, non ha nulla da dire in proposito?



In Italia abbiamo un piacione e ci vuole innamorare



Per me è molto noioso dovermi occupare ancora di Renzi ma chi esercita la professione di giornalista ha l'obbligo di capire e raccontare quel che fanno i protagonisti delle vicende politiche. Renzi è tra questi e se c'è un uomo politico che desidera comparire ogni giorno sui media d'ogni colore, questo è lui e non certo Romano Prodi da lui accusato di commettere abitualmente questo peccato. Nel merito Renzi attribuisce a Prodi una posizione che giudica totalmente sbagliata a proposito della guerra in Siria. Il tema è tra i principali e più drammatici di questo agitato periodo: guerre tribali, delitti orribili del Califfato, stragi effettuate da Assad e prima di lui da suo padre, incertezze dell'America e dell'Europa, spregiudicatezza estrema della Russia di Putin e dell'Iran e un intrico in tutto il Medio Oriente, descritto da Bernardo Valli ieri su questo giornale.

Sul tema Siria, nell'intervista rilasciata al nostro Claudio Tito, Renzi ha detto: "Dubito delle ricette scodellate in modo semplicistico: non sarà semplicemente aiutando Assad che debelleremo l'Is. Occorre un progetto pluriennale, una coalizione che non si limiti ad annunciare qualche raid aereo". Le ricette semplicistiche sarebbero quelle di Prodi, ma le sue, di Renzi, quali sarebbero? Non esclude affatto l'intervento delle truppe di Assad, ammette che i raid aerei non basteranno a debellare l'Is e auspica una coalizione delle grandi potenze. Un progetto pluriennale. Ma nel frattempo che cosa si fa?


Prodi a sua volta ha detto che "quella in Siria è un fatto determinante e il suo andamento dipende soprattutto dal rapporto tra Usa e Russia. Ma nessuna delle due potenze invierà truppe sul terreno. Aerei sì, truppe no. Quindi il malandato esercito di Assad va rafforzato perché quelle soltanto sono le truppe disponibili sul terreno. Putin appoggia Assad, Obama no, ma dovrà rassegnarsi perché con i soli bombardamenti aerei l'Is non sarà battuto" . Dunque, su questo problema Renzi e Prodi dicono cose molto analoghe. La sola differenza è che Renzi auspica una coalizione internazionale che di fatto già esiste, sia pure con tutte le contraddizioni che caratterizzano la storia dell'intero Medio Oriente. La differenza è che Prodi è soltanto un osservatore informato di prima mano, Renzi dovrebbe essere un attore ma non lo è perché su questo terreno il premier italiano non viene consultato né dall'America né dalla Russia né dall'Europa. A lui piacerebbe e anche a noi, ma le cose stanno esattamente così.



Il tema che desidero trattare oggi è quello dei rapporti tra la politica e l'informazione. La questione tra Renzi e Prodi ne è stata una necessaria premessa, ma il tema è molto più complesso e non si pone soltanto nel nostro paese ma dovunque. La politica cerca il consenso, l'informazione racconta i modi con i quali il consenso è ricercato e molte altre cose che con la politica hanno poco o nulla a che fare. Ma c'è di più: per ottenere il consenso la politica cerca di conquistare l'informazione e cioè i giornalisti e i loro editori. L'informazione a sua volta ambisce di influenzare la politica indicandole interessi da tutelare e valori ai quali ispirarsi. Entrambe si sentono depositarie di interessi generali dietro i quali tuttavia si celano spesso interessi particolari dei singoli politici e dei singoli addetti all'informazione.

Aggiungo un altro aspetto tutt'altro che secondario del problema che stiamo esaminando: spesso, in Italia soprattutto, gli editori proprietari di giornali e televisioni ricavano i loro profitti da altre attività economiche prevalenti rispetto a quelle dell'editoria. Il cosiddetto editore puro è una figura prevalente nei paesi occidentali, ma piuttosto rara in Italia, non oggi ma da sempre. Questa situazione caratterizza il rapporto tra politica e informazione, aggravandolo ancora di più se la politica possiede direttamente strumenti informativi di massa.

Per esser chiari ricorderò quanto accadde durante i vent'anni di regime fascista. Il "Popolo d'Italia" fondato da Mussolini, fin dai tempi dell'intervento nella guerra del 1915, era un giornale di partito; ma quando il Duce conquistò il governo instaurò il regime le sue mire furono d'impadronirsi dei grandi giornali d'opinione e della radio. Fondò l'Eiar, servizio pubblico monopolista, e affidò i grandi giornali a gruppi economici e famiglie che barattarono quel beneficio con una completa subordinazione politica al regime. Alla "Stampa" di Torino fu estromesso Frassati al quale subentrò la famiglia Agnelli; al "Corriere della Sera" fu estromesso Albertini e prese il suo posto la famiglia Crespi; al "Messaggero" di Roma la famiglia Perrone, proprietaria dell'Ansaldo e azionista della "Banca di sconto", si asservì a Mussolini e così accadde anche al "Mattino" di Napoli, alla "Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari e al "Giornale di Palermo", al "Popolo di Roma", al "Resto del Carlino" di Bologna, alla "Nazione" di Firenze. Insomma l'intera stampa italiana, nazionale e regionale, fu in mano a famiglie succubi del regime e spesso titolari anche di altre attività economiche più redditizie dei giornali. Quindi editori "impuri" e politicizzati. Situazioni analoghe si verificarono nella Germania nazista, nella Spagna franchista, nel Portogallo salazariano. Dove esiste la dittatura o una democrazia fragile e anomala, il rapporto tra politica e informazione è assai poco confortante per la libertà.



L'Italia per fortuna non è un regime, non lo fu ai tempi della Democrazia cristiana né a quelli di Berlusconi e neppure dopo Berlusconi. Renzi è al potere da appena due anni e non mi pare che abbia in mente una dittatura. Vuole comandare da solo, questo sì; vuole un Parlamento "dominato", questo anche, ma non più di tanto. Del resto siamo anche membri dell'Unione europea, che è ancora una confederazione e quindi sono gli Stati nazionali a decidere le mosse dell'Unione. Nessuno di loro ama l'eventuale prospettiva degli Stati Uniti d'Europa. Ma comunque l'Unione c'è e chi ha la leadership in Italia deve tenerne conto.

Ciò non toglie che Renzi vuole comandare da solo e non lo nasconde. Non con editti ma con la capacità di farsi amare. A Roma uno come lui lo chiamano "piacione". È un piacione, è questo che vuole e ci riesce abbastanza. Quando non ci riesce si arrabbia e molti, che non lo amano affatto, fanno finta di esserne innamorati; altri che sono invece incantati dalla sua piacioneria, fanno finta di non esserlo, di sentirsi neutrali, liberi di decidere pro o contro. Così facendo dicono no nelle questioni marginali ma lo appoggiano in quelle fondamentali. Insomma c'è grande confusione in questo paese, col risultato che molti e specialmente i giovani si allontano dalla politica, sono indifferenti, leggono poco i giornali, guardano sempre meno la televisione e i "talk show" in particolare, dove il tema pressoché unico è ormai diventato Renzi magari anche per criticarlo ma l'argomento che predomina è sempre lui. E la gente  -  i giovani soprattutto  -  cambia canale o spegne e passa a Internet dove la scelta degli argomenti e degli interlocutori è infinita.



Renzi  -  l'ho già detto  -  non vuole un regime. Vuole piacere. Vuole comandare da solo. Vuole ridurre il Senato ad un'agenzia territoriale con 74 eletti secondo le leggi regionali, 21 sindaci di grandi città e 5 nominati dal presidente della Repubblica. Vuole una Camera di "nominati" che si presentano in più circoscrizioni contemporaneamente. Vuole insomma che l'Esecutivo sia nettamente più forte del Legislativo, mentre in una democrazia forte dovrebbe avvenire il contrario. Vuole il cambiamento ma non dice quale. Vuole la sinistra purché sia moderna, alla moda di Tony Blair che ereditò e mantenne viva nella sua essenza la politica della Thatcher, non più di destra ma di centro.

Questo è Renzi. Quanto all'informazione, in Italia è ancora libera ma difficilmente riesce a vincere l'indifferenza, forse perché anche noi stiamo diventando indifferenti e un'informazione indifferente non esiste più.

Il rischio è di diventare una democrazia che interessa un 30-40 per cento del paese. Un'ampia maggioranza non se ne interessa più, vive per proprio conto e bada alla sua situazione economica. Il resto è chiacchiera, divertimento, tristezza e musica rock. Un tempo era l'età del jazz. Adesso anche il jazz è andato in soffitta



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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)