"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 22 marzo 2018

Celebrare la Felicità rende l'uomo infelice


La Giornata della Memoria, la Giornata del Ricordo, la Giornata della Donna, la Giornata della Famiglia, la Giornata dell’Amicizia, la Giornata dei Single, la Giornata dei Poveri, la Giornata del Malato, la Giornata dei Disturbi alimentari, la Giornata del Sonno, la Festa della Mamma, la Festa del Papà, la Festa dei Nonni, la Giornata dell’Orecchio. Questi sono inesausti. Ma è mai possibile che non ci sia un solo giorno dell’anno in cui si possa stare tranquilli, senza ricordare o festeggiare qualcosa o qualcuno? Se non fosse una contraddizione in termini, e ammesso che rimanga un qualche interstizio, istituirei una ‘Giornata del Nulla’ (in fondo anche Dio il settimo giorno si riposò) in cui non pensare a nulla o magari riflettere su chi siamo o, come singoli e società, dove stiamo andando.
Oggi, 20 marzo, ci tocca la Giornata internazionale della Felicità. Se c’è una celebrazione idiota è questa. Felicità è una parola proibita che non dovrebbe essere mai pronunciata. Sono stati gli americani, col loro consueto e ottuso ottimismo, ad avere l’ardire di inserire nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776 “il diritto alla ricerca della felicità”, che però è stato quasi subito tradotto dall’edonismo straccione contemporaneo in un vero e proprio ‘diritto alla felicità’. Diritti di questo genere non esistono. “Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicità. Non un suo diritto” (Cyrano, se vi pare…). Come, forse, esiste l’amore (che, a parer mio, è un disturbo psicosomatico che la Natura si è intelligentemente inventato per favorire ciò che più le interessa: l’accoppiamento fra due esseri di sesso diverso e quindi la filiazione, ma lasciamo perdere questa tasto oggi particolarmente dolente). Ma certamente non esiste un ‘diritto all’amore’. Sono sentimenti e, come tali, non possono appartenere al giuridico. Del resto nonostante generazioni di filosofi si siano estenuati nel cercare di definire quale sia l’essenza della felicità o dell’amore o anche del denaro non ne hanno cavato un ragno dal buco (l’accostamento al denaro non paia azzardato perché si tratta in tutti e tre i casi di astrazioni, anche se possono avere, e hanno, ricadute molto concrete).
Postulare un ‘diritto alla felicità’ significa rendere l’uomo, per ciò stesso, infelice. “Felice in tutto nessuno è mai” dice Orazio nelle Odi (ma leggetevi, esimi colleghi, un po’ di classici, invece di ricavare improbabili citazioni da internet fingendo di avere una cultura che non possedete). E poiché quel che ci manca non ha limiti non si può essere “felici mai”. Solo la Superintelligenza illuminista, dei Kant, degli Hegel and company, poteva attingere a simili livelli di cretineria.
Naturalmente i think tank del World Happiness Report 2018 per valutare l’invalutabile, la felicità, ricorrono a criteri quantitativi e sociologici. Davanti a tutti c’è l’onnipresente Pil, seguito da speranza di vita, libertà, sostegno sociale, assenza di corruzione. Al primo posto di queste classifiche ci sono i Paesi nordici, Finlandia, Norvegia, Danimarca. Bisognerebbe che i think tank del World Happiness Report ci spiegassero come mai questi stessi Paesi, ben ordinati, regolati ‘dalla culla alla tomba’, hanno il più alto tasso di suicidi, maggiore di Paesi sgarrupati come il Venezuela, le Filippine, l’Honduras. Di questa apparente aporia mi ero già accorto quando scrivevo La Ragione aveva Torto? (1985) notando che in Italia i tassi di suicidio più alti appartenevano alle regioni del Nord, benestanti e industrializzate. Dati confermati da statistiche più recenti: Lombardia 5,0% di suicidi (per 100 mila abitanti), Piemonte 5,3%, Veneto 6,5%, Emilia-Romagna 6,3%, Campania 2,4%, Puglia 2,9%, Calabria 4,5%. Se si vuole il dato più sconcertante è quello dell’Emilia-Romagna che al tempo in cui scrivevo La Ragione, ottimamente governata dai comunisti, esprimeva il maggior benessere riscontrabile nel nostro Paese.
Naturalmente il suicidio non è che la punta dell’iceberg di un malessere molto più generale perché, per fortuna o purtroppo (dipende dai punti di vista, l’elogio del suicidio lo faremo in altra occasione), solo una minima parte di coloro che si sentono a disagio in una società si toglie la vita. Che il benessere crei il malessere è confermato dai classici studi di Durkheim (Il suicidio) il quale osserva che durante una guerra crollano quasi a zero le depressioni, le nevrosi e quindi anche i suicidi. Quando si lotta per la vita e per la morte non si ha il tempo per sentirsi infelici. Si ha ben altro cui pensare (parlo naturalmente delle guerre d’antan, non di quelle moderne, occidentali, in cui predomina la tecnologia togliendo così alla guerra, oltre alla sua epica, anche quei valori positivi, umani, che pur aveva).
Quando ci si annoia in una vita cullata dal benessere è allora che si aprono gli abissi degli enigmi esistenziali, irrisolvibili. E’ quindi il disordine e non l’ordine a dare vitalità a quel personaggio complicato e ambiguo che è l’essere umano.




domenica 18 marzo 2018

Quando l’amore conta più del colesterolo



Non chiedetemi come hanno fatto, certo è che ci sono riusciti. L’idea dei ricercatori di Boston era assolutamente lungimirante e l’obiettivo davvero ambizioso: capire cos’è che ci consente di vivere bene e a lungo. Così gli studiosi dell’Università di Harvard hanno preso nota di tutto quello che succedeva ai quasi 300 studenti ammessi al College tra il 1938 e il 1944: stato di salute — fisica e mentale — lavoro, famiglia, amici e tanto d’altro (lo studio va avanti da 80 anni e non si fermerà, pare, tanto presto).
E cosa hanno scoperto? Quello che avevano già capito i Beatles: «Love, love, love», insomma, è l’amore a farti vivere bene. Non solo ma l’educazione è più importante dei soldi e dello stato sociale, mentre la solitudine uccide, proprio come l’alcol e il fumo. «Non basta essere brillanti per invecchiare bene — ha scritto George Vaillant, uno di coloro che si sono avvicendati a capo di questa avventura — devi essere innamorato, o comunque avere relazioni affettive forti, in famiglia (padre e madre naturalmente, ma anche fratelli, sorelle, zii, cugini e tutti quelli che ci vengono in mente) e fuori, e poi tanti amici». «Ma non dovevano essere i livelli di colesterolo e la pressione alta a far male?» direte voi. Sì certo, ma l’uno e l’altra a detta degli studiosi di Harvard contano meno della famiglia o dell’avere un legame affettivo stabile per esempio. Insomma è come se a tutti i consigli, comunque preziosissimi, di tanti bravi medici per invecchiare bene «non fumate, bevete poco alcol, e poi frutta, verdura e pesce, e attività fisica» ne mancasse uno che è forse il più importante: «Dedicate tempo ed energie ai vostri rapporti con gli altri». Sul lavoro? Certo, ma anche fuori se volete, non importa.
Imparare a farlo avvantaggia specialmente il cervello e gli scienziati l’hanno documentato con test di performance intellettuale e con tanti altri esami incluso l’elettroencefalogramma (che hanno ripetuto periodicamente per 80 anni!). Anche i rapporti sociali dei più piccoli sono importanti — con gli altri bambini o con gli adulti non importa, l’importante è che ne abbiano — più fanno esperienze diverse e più giocano, meglio è. Nessuno studio è perfetto e non lo è nemmeno lo studio «Grant» non fosse altro perché quanto abbiamo scritto finora potrebbe valere solo per i maschi in quanto al College a quei tempi ci andavano solo gli uomini — tutti fra l’altro bianchi — gente altolocata di solito (uno dei primi a prendere parte allo studio fu un certo John Fitzgerald Kennedy, sì, proprio lui, il futuro Presidente degli Stati Uniti e poi Ben Bradlee per moltissimi anni direttore del Washington Post). E gli altri? Ci sono stati grandi imprenditori, avvocati di grido e medici famosi, ma c’era anche gente normale e persino certi che poi ebbero una vita miserevole: alcolizzati per esempio o drogati o schizofrenici.
Col passare degli anni lo studio si è arricchito di molte altre persone, anche donne e di un’attività parallela «Glueck» cui hanno preso parte soprattutto ragazzi, questi però vivevano nei sobborghi di Boston e, come potete immaginare, il confronto fra loro e quelli del College ha fornito indicazioni preziose. Vi chiederete dove gli studiosi abbiano trovato i fondi per fare tutto questo e per poter andare avanti per così tanti anni. Dal governo federale in parte e poi dai National Institutes of Health e dalle tasse dei cittadini; anche se adesso c’è chi comincia a criticare questa scelta a cominciare dal presidente Trump: «Cosa continuiamo a spendere soldi per questo studio quando dovremmo invece preoccuparci di trovare nuove terapie per il cancro o per l’Alzheimer?». Se lo chiedete a Robert Waldinger, che ha seguito «Grant» per più di 30 anni, vi dirà che proprio grazie ai dati che sono stati raccolti in tutto questo tempo è stato possibile stabilire che chi è omosessuale non ha scelto di esserlo per esempio o che l’alcolismo non è una colpa ma una malattia e tante altre cose ancora.
Non solo ma se oggi siamo capaci di interpretare almeno un po’ certe scelte di vita della gente dipende proprio dal fatto che qualcuno si è preso la briga di seguire queste persone dalla giovinezza alla vecchiaia. Il bello è che Waldinger non ha alcuna intenzione di fermarsi, adesso sta studiando i figli degli studenti del College del ’38 e persino i figli dei figli: «È entusiasmante — dice — presto avremo tantissime informazioni e sapremo rispondere a domande a cui nessuno ha mai saputo rispondere fino ad ora». E chissà che un giorno questi dati non possano persino portare un contributo allo sforzo che si sta facendo un po’ dappertutto per prevenire certe malattie — cardiovascolari e diabete per esempio — ma anche i disturbi del sistema nervoso, o per rallentare l’invecchiamento. Se fosse così avremmo un mondo migliore e i sistemi sanitari di tutto il mondo risparmierebbero tantissimi soldi.

Giuseppe Remuzzi (Corriere della Sera - 17 marzo 2018)


Astori. Un atleta che muore nel suo letto: come un vecchio



Perché la morte di Davide Astori, il centrale della Fiorentina, ha colpito così profondamente l’immaginario collettivo? Tanto che si è sospeso per una giornata il Campionato di calcio –cosa accaduta soltanto nell’ultima guerra mondiale- e in quella successiva si è osservato un minuto di silenzio su tutti i campi, non solo italiani ma anche di altri paesi, come la Spagna e l’Inghilterra, e a Tiago Motta a tre giorni dalla morte di quello che era stato per breve tempo un suo compagno di squadra si è chiesto di onorarlo invece di fargli qualche domanda sulla disastrosa prestazione del Paris Saint Germain contro il Madrid in Champions.
Perché era un giocatore noto? Astori noto lo era solo ai tifosi della Fiorentina e a chi segue compulsivamente il Campionato su Sky, non era Rivera o Baggio o Totti. Se fosse morto sul campo, mentre giocava, in trance agonistica, l’impressione non sarebbe stata la stessa. E’ già capitato. A Renato Curi, giocatore del Perugia, 24 anni, che nel 1977 si accasciò sul campo. E più recentemente al calciatore ungherese Miklos Feher, 23 anni, la cui caduta sul terreno di gioco, mentre allarga lentamente le braccia in segno di resa, fu ripresa da tutte le televisioni del mondo. Eppure la drammatica morte di Feher non ci ha colpito come quella di Astori. Proprio perché Astori è morto d’infarto, nel suo letto, come un vecchio.
E’ stato un ‘memento mori’ collettivo. Che dovrebbe mettere qualche pulce nelle orecchie dei terroristi della medicina preventiva, nel settore delle patologie cardiologiche ma non solo. Che senso ha auscultarsi, palpeggiarsi continuamente, mettersi in allarme per un’extrasistole, misurare ogni giorno la pressione, sottoporsi a una mezza dozzina di esami clinici l’anno, se poi un atleta di 31anni, controllato periodicamente e minuziosamente come solo un atleta può esserlo, muore d’improvviso senza che ci sia stato alcun segno premonitore?
La morte per malattia di un giovane suona come un campanello d’allarme per tutti i suoi più o meno coetanei, ma paradossalmente è un motivo di rassicurazione per i vecchi. I vecchi, si sa, non fanno che guardar necrologi, è la loro lettura preferita. Se muore un coetaneo si preoccupano, sono presi dall’angoscia. Ma se muore un giovane alzano i calici, brindano, improvvisano fescennini, nascondono con lacrime di coccodrillo la loro intima soddisfazione. “Guarda quel ragazzo, credeva di farmela in barba, mi guardava dall’alto in basso come un morituro, invece lui è stecchito e io, vedi un po’, sono ancora qua, a rompere le balle”. I vecchi sono crudeli, sono cattivi. Senza contare che, qualsiasi età si abbia, “la sofferenza degli altri ci fa star bene, questa è la dura sentenza” come scrive Nietzsche con la consueta, cruda, spietata lucidità.
Dovremmo anche cambiare la percezione della vecchiaia che abbiamo noi moderni. Siamo bombardati dal mantra “vecchio è bello”. Sì, “è bello” se se la dà da giovane, se si veste come un giovane, se sgambetta impudicamente nelle discoteche, se scopa, con Viagra, anche quando non ne ha più voglia oppure, pur essendo ancora sessualmente integro, ”il bel gioco” come lo chiama Epicuro, a furia di ripeterlo, gli è venuto a noia. Insomma il vecchio è tollerato se accetta, anche lui, di essere degradato a consumatore, pur se in modica quantità. Altrimenti subentra il sottaciuto sottomantra: e adesso vai a curare le gardenie, povero, vecchio e inutile stronzo.
Oggi si può essere vecchi già da giovani, superati dalla supersonica velocità delle variazioni tecnologiche. Negli antichi costumi non era così. Il vecchio era il saggio, colui che, in una società a tradizione prevalentemente orale, era il detentore del sapere e lo trasmetteva gradualmente ai membri più giovani del gruppo. Conservava un ruolo e la sua vita un senso. Ma nei costumi antichi non si negava nemmeno, a differenza di oggi, che un vecchio potesse essere all’altezza anche fisicamente. Molti imperatori romani, soprattutto nel III secolo, secolo di decadenza per la verità, sono stati elevati al trono sulla settantina e, sottoponendosi a viaggi faticosissimi, hanno guidato le truppe nelle più lontane province dell’Impero. Nessuno è morto di malattia. Sono stati tutti assassinati (l’elogio dell’assassinio lo faremo in altra occasione). Il fatto è che per i romani antichi, a differenza di quelli moderni, degli italiani moderni direi, disposti a tutto pur di sopravvivere (vedi, per tutti, le incresciose lettere di Aldo Moro) due sole erano le morti degne: quella che ci si dava per mano propria, il suicidio, e la morte in battaglia, che davano il significato e il suggello definitivo a una vita, giovane o vecchia che fosse. La morte di Cicerone che a 64 anni, pur sapendo di non aver scampo, fugge come un coniglio e alla fine, raggiunto, “sporge tremante ai sicari di Antonio un volto canuto e disfatto” (Plutarco), lo infama per l’eternità, al contrario del suo grande avversario, Lucio Sergio Catilina, che a 45 anni offre in battaglia una performance atletica formidabile e poi cade, sconfitto nel presente, vincitore nel futuro.
A noi che siamo uomini comuni basti sapere, come ci ricordano la morte di Astori e i versi di Ungaretti, che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”.



Gli opposti cretinismi


L’ha scritto ieri Curzio Maltese sul Fatto: siccome la soluzione più ragionevole sarebbe un appoggio di quel che resta del centrosinistra a un governo 5Stelle, è molto probabile che il Pd farà di tutto per evitarla. Ma va detto che anche Luigi Di Maio sta facendo sforzi sovrumani per complicarla o impedirla. Infatti continua a ripetere che sul programma non si tratta perché l’hanno scelto gli elettori; sui ministri non si tratta perché li hanno scelti gli elettori; e ovviamente non si tratta neppure sul premier (lui), perché l’hanno scelto gli elettori. Dimentica sempre di precisare: i suoi elettori. Che sono tanti. Ma non tutti. Arrivare primi (come lista) con il 32,7% significa partire favoriti per l’incarico di formare un governo (anche se Mattarella potrebbe iniziare col centrodestra, cioè con la prima coalizione, sempre che non si sfasci nel frattempo). Ma non conferisce il diritto divino di fare un governo con i voti altrui, per giunta gratis. È vero che l’ammucchiata centrodestra-Pd la vogliono solo i due trombati del 4 marzo, cioè B. e Renzi, terrorizzati dalle rispettive ininfluenze e soprattutto da nuove elezioni. E un governo Lega-M5S non conviene né a Salvini né a Di Maio, ormai concorrenti e alternativi. Ma è pure vero che una maggioranza del 50% più uno non nasce da sola per mancanza d’altro.
Bisogna costruirla: non aspettando che si facciano vivi gli altri e poi meravigliandosi perché “finora non s’è visto nessuno” (e ti credo!). Ma facendo ai partner una proposta che non possano rifiutare. Se Di Maio vuole i voti del Pd derenzizzato e di LeU, glieli chieda. Poi vada a parlare con Martina e Grasso su un’offerta chiara, realistica, generosa e rispettosa della democrazia parlamentare (che non si regge su maggioranze relative, ma assolute). Proprio quello che non fece il Pd nel 2013, quando pareggiò col M5S: si pappò le presidenze delle due Camere, designò Bersani come premier, stese un programma e una lista di ministri, poi pretese che i 5Stelle sostenessero al Senato il suo governo di minoranza. Risultato: il famoso e disastroso incontro in streaming. Quella di Bersani e Letta era una proposta che Crimi e Lombardi non solo potevano, ma dovevano rifiutare. Quando poi Grillo, venti giorni dopo, ne avanzò una non solo accettabile, ma auspicabile per il M5S, per il Pd e soprattutto per l’Italia – “eleggiamo Rodotà al Quirinale e poi governiamo insieme” – fu il Pd napolitanizzato e lettizzato, cioè berlusconizzato a rifiutarla. E condannò il Paese a cinque anni di vergogne. Ora Di Maio crede che avere quasi doppiato il Pd lo autorizzi a fare altrettanto.
Ma sbaglia di grosso. Nessuno regala voti a chi nemmeno si abbassa a chiederglieli. Se il Pd pretendesse poltrone, i 5Stelle farebbero bene a rifiutare. Ma se chiedesse alcuni punti programmatici condivisibili, perché no? La cosa sarebbe meno difficile se Di Maio aprisse la sua squadra di esterni ad altri indipendenti di centrosinistra, per un governo senza ministri parlamentari. E bilanciasse la sua premiership lasciando la presidenza di una Camera alla Lega. Dopodiché, è ovvio, è sul programma che dovrebbe garantire il cambiamento che gli elettori hanno appena chiesto. La palla tornerebbe al Pd, che dovrebbe scegliere: accettare una soluzione equilibrata o suicidarsi con nuove elezioni. Intendiamoci: il Pd sarebbe capace di optare per la seconda ipotesi. Ma almeno sarebbe chiaro di chi è la colpa.
Purtroppo, mentre personalità autorevoli della sinistra come Zagrebelsky, Settis, Spinelli e Cacciari indicano la strada, c’è chi lavora per bruciare i ponti. Su Repubblica si leggono commenti che fanno ridere per non piangere. Stefano Cappellini rimuove dalla scena del 2013 Napolitano e le Presidenziali che lo rielessero impallinando Prodi e Rodotà, per spacciare la sua favoletta – “Se i dem hanno governato col centrodestra è perché Grillo e Casaleggio mandarono Crimi e Lombardi a umiliare in streaming Bersani” – e spingere il Pd sull’Aventino in nome della “centralità del Parlamento” (chissà dov’era Cappellini nell’ultimo quinquennio, mentre il Parlamento veniva calpestato da 107 fiducie, due leggi elettorali incostituzionali e due governi di minoranza dopati dal Porcellum illegittimo). Corrado Augias, siccome gli elettori non ascoltano i consigli di Repubblica, cita il politologo Jason Brennan, teorico dell’“epistocrazia” cioè “una democrazia degli informati”, e invoca “nuovi strumenti che limitino le scelte sciagurate fatte sull’onda di risentimenti alimentati dalle reti sociali”. Ideona: si potrebbe tornare al voto per censo, onde evitare che il popolo bue continui a votare e poi scelga chi non vuole Augias; oppure, visto che anche il voto censitario presenta dei rischi, riservare l’elettorato attivo e passivo ai lettori di Repubblica, o meglio ancora ai suoi giornalisti ed editori. Sebastiano Messina fa esercizi matematici per dimostrare che: a) i 5Stelle hanno perso perché li ha votati solo un terzo degli elettori e gli altri due terzi no; b) nel 2013 il M5S (25,5%) doveva dire di sì al Pd (25,5%), ora invece il Pd (18.7%) deve dire di no al M5S (32,7) perché Bersani aveva “344 deputati e 119 senatori mentre oggi nessuno ha raggiunto queste cifre”. Il nuovo Pitagora s’è scordato che nel 2013 c’era il premio incostituzionale del Porcellum, senza cui Renzi e Gentiloni non avrebbero governato un giorno.
La comica finale è di Alessandra Longo, che sbeffeggia Pif, la Spinelli, Muccino, Zagrebelsky e Flores d’Arcais perché osano dare “consigli non richiesti” al Pd. Come si permettono? Non sanno che funziona come a scuola? Si parla solo se interrogati, oppure si alza la mano e si chiede l’autorizzazione. A Repubblica o al Pd, tanto è lo stesso.



lunedì 12 marzo 2018

Populismo: una parola pericolosa


Puntualmente alla vittoria di Trump, di Le Pen, del Brexit, della Lega o Cinquestelle, opinionisti e giornali analizzano il voto con valutazione quasi infantile. I popoli sceglierebbero i “partiti della paura”, della sicurezza, spesso sottintendendo che il popolo, votando per nuove formazioni politiche, sia irrazionale, voti con la pancia e non sia capace di intendere e di volere, accecato dalla crisi. Probabilmente, senza nemmeno essercene accorti, da qualche anno c’è una parola che è tornata di moda e attorno alla quale si è creata un’ambiguità pericolosa: il “populismo”. Un’analisi di questa parola permette di capire molto del mondo politico attuale nell’era post-ideologica del superamento della logica “destra-sinistra”.

Populismo è un concetto che ha varie accezioni a seconda del periodo storico e che occorre riprendere per potere comprendere a fondo la logica dell’utilizzo attuale.

I primi ad essere definiti “populisti” furono nei primi del Novecento i membri di un movimento contadino e popolare russo che esaltava il carattere tradizionale delle campagne russe e promuoveva tendenze socialiste contro il mondo occidentale industriale, ben lontano quindi dal significato attuale. Poi fu il momento di un’accezione più vaga di populista, che dagli anni’30 indicava ciò che era destinato in favore del popolo: il “premio populista” in Francia era un premio destinato a scrittori che, stanchi di rappresentare un mondo borghese di élites cittadine, davano spazio a personaggi e a vicende popolari.
Infine da qualche decennio l’uso del termine si riferisce ad un atteggiamento politico volto a soddisfare e ad ammaliare il popolo tradito da una “casta” o “classe dirigente” a lui ostile. La confusione con il termine demagogia è lampante.

L’uso di questo termine comporta una serie di conseguenze solitamente ignorate.

In primo luogo viene utilizzato come un’ “insulto gentile” nei confronti di qualsiasi movimento politico che non faccia parte dello schieramento tradizionale: i primi furono i leghisti ad essere additati di questo “crimine”, poi i Cinquestelle che vennero definiti come “l’anti-politica”.
In pratica secondo il sottotesto di questa etichetta il mondo sarebbe diviso, da un lato da un gruppo di “politici ragionevoli” (liberali di centro sinistra e di centro destra) contro, dall’altro, i populisti che sarebbero agli estremi ovvero gli incompetenti che parlano alla pancia del paese, all’irrazionalità o che, peggio ancora, creano paure per sfruttare l’odio in veste elettorale.
Nel caso specifico italiano se è vero che la Lega appartiene ad un populismo di destra, i Cinquestelle si mantengono in maniera ambigua in un contesto post-ideologico che rassicura la popolazione educata dai tempi del dopoguerra alla paura degli estremi e del totalitarismo.
Insomma, secondo questa logica, l’elettore è ragionevole se accetta l’economia di mercato, oppure è demente e si fa abbindolare dai populisti.

Se la conseguenza dell’uso di questo termine fosse soltanto quella di rappresentare i lamenti di una vecchia classe dirigente che si sente insidiata da quella nuova e che la sottovaluta, questa analisi sarebbe piuttosto velleitaria. Le conseguenze, senza voler essere catastrofista, si possono spingere fino alla legittimazione di comportamenti estremisti.

Se è vero che l’Italia è un paese di analfabeti funzionali, l’argomento di un popolo stupido incapace di votare non permetterebbe di far luce su alcune dinamiche importanti, e questo atteggiamento paternalistico nei confronti del popolo non fa altro che allontanare non solo la politica dalla gente, ma certa sinistra sempre più radical-chic dalla realtà e dalle masse.

L’abuso di questo termine, per screditare il nemico politico, ha ed avrà delle conseguenze pericolose.

La più importante, come scrive Guillaume Roubaud Quashie, membro della direzione del PCF (Partito Comunista Francese) e autore della rivista “Cause Commune“, è che si rinuncia a definire l’estrema destra come tale e gli si fa un regalo enorme poiché non sarà più qualificata come “estrema” e spesso non sarà nemmeno qualificata di “destra”. Spogliarla di questi due termini significa non solo legittimarla costituzionalmente, ma anche vestirla di un aggettivo, quello “populista” sul quale la gente, seppur rappresenti qualcosa di negativo agli occhi dei media espressione di una classe liberale, sente vicino e in un certo senso capito dal politico “populista”.

L’abuso di “populista” viene poi allargato come accusa anche ad istanze politiche di sinistra: Syriza, Podemos e Mélenchon, che in Francia ha provocatoriamente affermato “Se populista significa denunciare le collusioni, allora chiamatemi pure populista”.

Ora, si parla tanto della perdita di identità della sinistra, a seguito delle sue sconfitte in moltissimi paesi, ma non si è fatto altro che alimentare questa perdita di identità, dimenticando o non riadattando un vocabolario vetusto come quello di “lotta di classe” e si è invece adottato un vocabolario che era creato ad arte per cancellare le differenze tra sinistra e destra, perché tendenzialmente estreme e quindi negative.

Il populismo attuale non solo nasconde in sé la vecchia “lotta di classe”, ma ne è diventato l’erede mascherato e depotenziato perché privo di una “coscienza di classe”. Parlare poi di una classe risulta antistorico poiché occorrerebbe parlare di una serie di classi sociali subalterne alla ragione economica, con grande sdegno della sinistra che oltre ad aver tradito i contenuti politici di uguaglianza e lavoro, ha anche abbandonato la retorica e il vocabolario degli “esclusi” e degli “ultimi” che non si sentono così più rappresentati. Vocabolario che è stato ripreso dai partiti anti-casta ed anti-sistema. Se è scomparsa quindi la differenza tra destra e sinistra, non è scomparsa quella tra chi è escluso dalla mondializzazione e chi invece ne trae benefici.

Un esempio analogo a quello dell’abuso della parola “populista” vale per parole come “complottista” o “totalitarismo”.

Complottista è diventato un insulto nei confronti di qualsiasi persona si opponga ad una verità costituita, quali che siano gli elementi di prova portati. Se ci sono elementi di denuncia all’interno delle informazioni che talvolta circolano, queste sono facilmente qualificate come “fake news“, permettendo così ai media tradizionali di tenersi stretto un posto sempre più precario, ma con il rischio per l’opinione pubblica di gettare il bambino con l’acqua sporca.

La nozione, imparata o meno a scuola, di totalitarismo invece è stata una nozione coniata per equiparare gli elementi comuni di fenomeni storici completamente diversi come comunismo, fascismo e nazismo. Così facendo, la nostra tradizione del dopo guerra filo-americana e democristiana ci allontanava dalle tentazioni sovietiche ricordando quanti morti avesse fatto il comunismo in pieno clima di guerra fredda. E quante volte recentemente abbiamo letto commenti sui social di gente che, a proposito delle marce antifasciste e del ritorno di atti violenti e di clima da “anni di piombo”, voleva l’equiparazione del divieto di costituzione del partito fascista a quello comunista o più in generale un atteggiamento politico di odio degli estremismi.

Tutte queste parole hanno una carica politica latente che condiziona il modo in cui vediamo il mondo politico stesso.
Gli italiani, stufi delle ideologie del XX secolo, prima ancora che della politica, hanno abbracciato la neutralità ideologica del populismo pentastellato. Questi potrà prendere la strada delle correnti in stile DC o, molto più probabilmente, la strada delle correnti in stile fascista, data la portata rivoluzionaria iniziale del movimento, senza per forza diventare un partito unico o una dittatura.

Ma, quello che appare evidente, nonostante sia sempre scientificamente scorretto fare paragoni storici decontestualizzando i fenomeni, è che ad un’ideologia nazionalista nel caso dei 5S si è sostituita una ideologia anti-casta digitale, in cui la ricerca del consenso non si manifesta attraverso la mobilitazione continua delle masse nelle piazze (come sostiene De Felice nel caso del fascismo) ma come mobilitazione continua della “rete” attraverso la piattaforma Rousseau, che mira a legittimare la nuova “democrazia liquida”. De Felice sosteneva che la caratteristica peculiare del fascismo italiano rispetto ad altri totalitarismi fosse proprio questa necessaria mobilitazione continua della base per la creazione del consenso.

Alla piccola e media borghesia postbellica che aveva fatto l’esperienza della violenza, che quindi imparava ad incidere nella realtà con i muscoli, e che intendeva proiettarsi come nuova classe dirigente che soppiantava quella post-unitaria, si sostituisce ora una massa di haters che hanno fatto l’esperienza del commento sul social, fiera di avere contribuito ad una decisione del movimento. Il fascismo si proponeva di applicare una “terza via” tra capitalismo e socialismo, i Cinquestelle vogliono lasciare intendere che la loro post-ideologia, oltre a permettere di acchiappare consensi qua e là, permette di riproporre una visione pragmatica della politica che piace agli italiani, poiché permette di unirli attorno ad un progetto, una visione, indipendentemente dal contenuto ideologico che spesso fuggono. O meglio, il contenuto ideologico è lo strale lanciato alla vecchia classe dirigente, privo della difesa di un valore specifico se non quello della legalità, che è pur sempre qualcosa, anche se insufficiente e che difficilmente resisterà di fronte ad un popolo corrotto per definizione e natura dalla sua storia.
Chiaramente nel passaggio da “movimento”, come espressione dei ceti medi emergenti e portatore di forti istanze di rinnovamento, a “regime”, in quanto prodotto dei compromessi con i poteri tradizionali, si vedrà poi la vera natura del populismo pentastellato che ha già strizzato l’occhio all’Europa e a Confindustria.

Infine il confine tra demagogia (attuale accezione della parola populismo) e democrazia è sottilissimo e passa attraverso la realizzazione concreta di punti programmatici con un contenuto politico preciso. Dubito che un progetto politico possa essere vuoto di contenuti ideologici: essi possono essere nascosti, taciuti o smussati ma devono necessariamente essere presenti, perché la politica è scelta, non solo raccolta del consenso, altrimenti, come dice Emilio Gentile, diventa “democrazia recitativa”.

Il problema è che oggi il tecnico si è spesso sostituito al politico, che dovrebbe indicare obiettivi e scelte. Il tecnico invece dovrebbe indicare il come si arriva all’obiettivo stabilito dal politico. Il centro di sinistra e destra, non compiendo più scelte politiche, si è limitato al “governo tecnico” e la sinistra raggiungendo la destra nella politica economica e soprattutto nei diritti sociali e del lavoro, ai quali ha sostituito quelli civili (trattasi di “populismo culturale”), ha perso completamente la sua identità. Ed insieme alla sinistra, l’autorità statuale appare vanificarsi rispetto a quello europea.

Da anni ormai, si fa sentire la voce di coloro che rimangono esclusi dalla mondializzazione e non vedendo effetti benefici nell’immigrazione e nella Unione europea hanno deciso di inseguire nuove forme politiche, nuovi rappresentanti che effettuino scelte in loro nome.

Essere demagogici non è un male, purché si è in tanti: in fondo, secondo la Teoria della scelta pubblica i politici non sarebbero altro che dei mercanti di idee.

La democrazia non è altro che la “concorrenza delle demagogie” (Marcel Gauchet), l’importante è non farla diventare un monopolio, poiché in quel caso saremmo di fronte ad un totalitarismo.



venerdì 9 marzo 2018

Qui comincia l'avventura dei Cinque Stelle


Non vorrei aver l’aria di sminuire la straordinaria vittoria del Movimento Cinque Stelle (in fondo sono stato uno dei pochissimi intellettuali, insieme a Travaglio, a partecipare al primo, e irriso, ‘Vaffa’ di Grillo) dovuto all’impegno dei suoi militanti, al suo programma, alla grande abilità di Di Maio (altro che “uno che ha solo un bel visino” come lo definì il geronte Berlusconi) ma almeno una parte del trionfo dei ‘grillini’ è dovuta alle stesse ragioni che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca. Quando il ceto medio americano si è accorto che quella madonnina infilzata di Hillary Clinton aveva dalla sua parte tutta la finanza internazionale, tutti i più importanti giornali internazionali, tutto lo star system di Hollywood si deve esser chiesto “ma costoro mi rappresentano?” e ha votato ‘the Donald’. Così quando una parte degli italiani vessati e di fatto impoveriti da una partitocrazia sempre più arrogante e corrotta ha visto che tutti i partiti e tutti i giornali che a loro fanno riferimento (cioè la totalità, fatte un paio di eccezioni) si accanivano contro i Cinque Stelle con gli argomenti più pretestuosi, falsi e ridicoli deve aver capito che l’unico movimento veramente antipartitocratico, o se si preferisce antisistema, era proprio quello fondato da Beppe Grillo. Della malafede e della straordinaria spudoratezza delle accuse mosse ai Cinque Stelle può essere presa come esempio Virginia Raggi che non aveva avuto ancora il tempo di mettere piede in Campidoglio che subito si è scoperta la monnezza di Roma, i topi di Roma, i maiali di Roma e in seguito è stata accusata della siccità di Roma e poi della pioggia e della neve cadute su Roma e quindi ancora del dissesto delle Ferrovie dello Stato che sono appunto di Stato e non del Comune capitolino. Ma è, appunto, solo un esempio degli infiniti, e ancora più gravi, che si potrebbero fare.
Dopo una vertiginosa ascesa durata cinque anni i veri problemi per i Cinque Stelle arrivano ora. Ho sempre scritto che i difetti dei Cinque Stelle dipendono dai loro pregi. Legalità, trasparenza, incorruttibilità, la volontà ferrea di non accettare alcun compromesso sono stati i loro vincenti cavalli di battaglia, ma adesso o accettano una qualche mediazione o resteranno una fortissima forza di opposizione che però in quanto tale non conterà nulla perché nulla hanno mai contato le opposizioni in Italia, se si eccettua il caso del Pci che però per avere voce in capitolo dovette consociarsi col potere democristiano e socialista, cioè non fare più l’opposizione.
In linea teorica i Cinque Stelle possono allearsi con tutti, perché nel loro Movimento ci sono fattori sia di sinistra che di destra oltre alcuni del tutto nuovi che sono i più interessanti perché i Cinque Stelle hanno finalmente capito (come l’aveva capito a suo tempo Umberto Bossi) che Destra e Sinistra sono due categorie ormai superate dalla storia perché non sono in grado di comprendere le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo, che sono esistenziali e non più solamente economiche.
Con tutti si possono alleare i Cinque Stelle tranne che con Forza Italia e il suo leader che hanno fatto della illegalità, intesa sia in senso penale che politico e morale, la loro bandiera. Lo ha ribadito l’altra notte, forse senza nemmeno rendersi conto della gravità di quanto stava dicendo, Renato Brunetta quando ha affermato che se la coalizione di centro-destra fosse arrivata ad avere 260 seggi alla Camera non le sarebbe stato difficile comprare o corrompere la sessantina di deputati mancanti (i metodi li conosciamo, De Gregorio docet).
Silvio Berlusconi è stato dato per politicamente morto mille volte, ma il 5 marzo è “scaduto” davvero come teneva spiritosamente scritto sul petto la ragazza col seno nudo mentre andava al seggio.
E noi che abbiamo contestato il Grande Imbroglione da quando nel 1986 fece la sua prima vistosa apparizione pubblica presentando all’Arena un Milan totalmente americanizzato, possiamo finalmente chiudere gli occhi serenamente.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2018)

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Lettera di Renato Brunetta a Massimo Fini

Gentile Direttore,

ho letto con sconcerto un articolo pubblicato ieri dal Suo giornale – ‘I problemi per i 5 stelle arrivano ora’ – e firmato da Massimo Fini. Tralascio le offese a Forza Italia e a Berlusconi – abitudini alle quali ‘il Fatto Quotidiano non riesce proprio a sottrarsi – ma non posso soprassedere sulle falsità riportate nel pezzo in questione e che riguardano il mio pensiero sul post voto.
Secondo Massimo Fini il sottoscritto, per tentare di formare un governo a guida centrodestra, vorrebbe ‘comprare o corrompere la sessantina di deputati mancanti’. Un vero e proprio insulto, una mistificazione inaccettabile della realtà che rispedisco al mittente e nei confronti della quale mi riservo di adire le vie legali per difendere l’onorabilità della mia persona e la verità dei fatti.
Nelle analisi dei possibili scenari per la formazione di un governo, ho dichiarato nei giorni scorsi che potrebbero esserci dei cosiddetti ‘responsabili’ a sostegno della maggioranza di centrodestra che ha vinto le elezioni, che in Parlamento si potranno formare gruppi di deputati e senatori concordi con questa ipotesi e che, naturalmente, l’operazione dovrà trovare il benestare del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
È incredibile affermare una cosa, scandirla bene, spiegandola con le relative motivazioni, e trovare poi sui giornali falsità e assurdità di questo tipo. Non è la prima volta che Massimo Fini utilizza simili squallidi mezzucci. Faremo in modo che perda il vizio…
Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia

Il Fatto Quotidiano, 8 marzo 2018

Brunetta minaccia, ma stia attento allo score
Il forzista annuncia querela per l’articolo sulla sua “chiamata” ai responsabili.

Confesso che la minacciosa lettera dell’onorevole Renato Brunetta mi preoccupa. Nella mia ormai quasi cinquantennale carriera di giornalista ho avuto 23 processi per diffamazione. E li ho vinti tutti: 23 su 23. Uno score degno di Cristiano Ronaldo o Robert Lewandowski o Edinson Cavani (irriconoscibile l’altra sera contro il Madrid). Ma non è detto che non possa perdere il ventiquattresimo, se l’onorevole Brunetta avrà la bontà di convenirmi in giudizio. Ogni partita fa caso a sé. Anche perché le precedenti erano partite facili, come giocare contro il Benevento senza per questo pretendere di essere la Juventus o il Napoli. L’onorevole Cesare Previti mi citò in una causa civile per quel che avevo scritto, a commento dell’articolo, in cui Giovanni Ruggeri si occupava dei rapporti fra lui e l’orfana Annamaria Casati Stampa, nel suo libro Berlusconi. Gli affari del Presidente, parlando di un vero e proprio raggiro ai suoi danni. Io con tre successivi editoriali sull’Indipendente del maggio 1995 lo costrinsi, non senza una certa fatica, a farmi causa perché mi pareva importante sapere se un ex Presidente del Consiglio e un ex Ministro della Difesa si fossero davvero resi responsabili di un atto così grave, come quello descritto da Ruggeri, cosa che mi pareva impossibile. Con sentenza del 2.5.08 la Corte d’Appello di Roma ha rigettato la domanda, riconoscendo che avevo legittimamente esposto il mio pensiero. In altra occasione l’avvocato e parlamentare socialista Achille Cutrera mi querelò perché avevo parlato dei suoi rapporti con Salvatore Ligresti e il costruttore Brenta, smascherando così, con largo anticipo su Mani Pulite, il sacco edilizio di Milano. Venni assolto. Un altro querelante è stato la buonanima del missino Teodoro Buontempo, detto “er pecora”. Come si può vedere sono ‘trasversale’ anche come querelato.
La minacciata querela di Renato Brunetta è importante. Poiché Brunetta è un uomo d’onore. E quindi merita che alle sue doglianze si risponda con attenzione e il dovuto rispetto. Veniamo quindi al punto. Nella lunga maratona elettorale di Sky Tg24 all’affermazione di Brunetta che se il centro-destra avesse preso 260 deputati non gli sarebbe stato difficile raggiungere i 316 necessari per la maggioranza, qualcuno in redazione, non ricordo se la brava e bella Ilaria D’Amico o l’altrettanto brava e bella Veronica Gentili o il conduttore della trasmissione o altri, gli chiese come sarebbe stato possibile per il centro-destra accaparrarsi più di 50 deputati ad esso estranei. Brunetta rispose ridacchiando: beh, ci sono ‘i responsabili’ o così almeno vengono chiamati (altro ridacchio), dando a divedere, almeno ai miei occhi, che per ‘responsabili’ non intendeva persone che avrebbero agito per senso di responsabilità ma per qualche altro meno confessabile motivo. Ricordo all’onorevole Brunetta che la compravendita di un soggetto non si concreta solo con la dazione di una stecca di denaro, attività cui peraltro il gruppo politico cui appartiene lo stesso Brunetta non sembra essere alieno vista la condanna del Tribunale di Napoli a tre anni di reclusione a Silvio Berlusconi per aver corrotto, perché cambiasse casacca, il senatore Sergio De Gregorio con tre milioni di euro (reato poi prescritto), ma anche quando si procura a taluno un’ingiusta utilità.
Nella sua lettera Renato Brunetta scrive “non è la prima volta che Massimo Fini utilizza simili squallidi mezzucci”. Mi piacerebbe che Brunetta, che è un uomo d’onore, invece di limitarsi ad affermazioni generiche indicasse in quali occasioni io avrei fatto uso di “simili squallidi mezzucci”. Anche parlare riferendosi a me di “squallidi mezzucci” è un’offesa passibile di querela. Ma io non querelerò perché non ho mai querelato nessuno. Per difendermi ho la mia penna, anche se certamente non ha la stessa potenza di fuoco di cui può disporre un parlamentare della Repubblica, numero due o tre di un potente partito, come l’onorevole Renato Brunetta.





sabato 3 marzo 2018

Per chi non voto domenica



"Tempo pessimo per votare". L'incipit del Saggio sulla luciditàdi José Saramago sembra scritto per questi giorni. E non per questa coda crudele di inverno, ma per lo sfilacciamento terribile del tempo politico, civile, sociale in cui il popolo italiano è chiamato a votare. Nel romanzo di Saramago quelle elezioni finiscono con il 70% di schede bianche. Vengono ripetute: e le schede senza voto salgono all'83%.
Provando a guardare con un briciolo di lucidità alle elezioni di domenica prossima, ci sarebbe da aspettarsi che finiscano nello stesso modo. Quasi da desiderarlo. E se tutti coloro che non sanno cosa votare andassero comunque a depositare una scheda nelle urne, quello sarebbe davvero il risultato finale.
Mai così grande è stata l'incertezza e lo spaesamento: a sinistra, intendo. Perché il blocco ormai dichiaratamente fascista ha invece le idee assai chiare. Se, come sembra certo, vincerà la Destra, questa destra orrenda, potrà farlo grazie alla scomparsa della Sinistra: che si è progressivamente spostata a destra, fino a essere inutile, come il sale che perde il suo sapore. E che serve solo a essere calpestato dagli uomini.
Io non lo so ancora per chi voterò. So che al seggio ci andrò: troppo sangue è costato il diritto di tornare a votare, troppo pericoloso dare una mano al suicidio della democrazia.
Ma per chi votare? Per chi vota un cittadino che vorrebbe vedere attuato il progetto della Costituzione? Uno che pensa che lo sguardo più rivoluzionario sul mondo sia oggi quello della Laudato sii di Francesco; uno che si riconosce fino in fondo nell'analisi di Tony Judt; uno che voterebbe senza esitazioni per Corbyn?
Non c'è bisogno di spiegare perché il Pd (non solo questa roba terrificante del Pd di Renzi, ma già quello di Veltroni e anche il Centrosinistra dalla fine degli anni Novanta) rappresenti esattamente il contrario delle mie idee.
Ho provato ad argomentarlo nella relazione di apertura all'assemblea del Brancaccio del 18 giugno scorso. Ho provato a spiegare perché il Pd è una forza di destra. E dunque si capirà perché credo che non si possa votare non solo questo Pd, ma neanche tutta le forze che si coalizzano con esso: da Insieme sostenuto da Romano Prodi (che triste epilogo!), a Più Europa di Emma Bonino. Dichiaratamente liberista, la Bonino: socialmente di destra, ultra-atlantista, berlusconiana al momento giusto. E oggi madonna del rifugio per i benpensanti destro-renziani, fintamente pentiti.
Sulla grigia compagine di Liberi e Uguali penso purtroppo le stesse cose che pensavo quando mi sono rifiutato di partecipare alla sua nascita. Anche peggio: era difficile fare tutto il contrario di ciò che si doveva fare. Ma lo si è fatto, in una climax ascendente di masochismo.
Lo dico con estremo rispetto per i militanti (in buona parte, peraltro, depressi e delusi) e con un senso terribile di frustrazione, ma LeU è l'operazione di un ceto politico disperatamente, e ostentatamente, impegnato a sopravvivere.
Un raggruppamento che si distingue dal Pd per l'assenza del Giglio Magico. Mica poco, mi direte. Vero: ma se quel Giglio sparisse, LeU riconfluirebbe subito nella pancia del Pd. Perché la sua visione del mondo e della politica è la stessa del Pd di Bersani del 2013: come certificano l'invenzione della "leadership" surreale di Piero Grasso; un programma troppo spesso vago, moderato, compromissorio; il rifiuto proclamato di abolire la Fornero; l'alleanza con Zingaretti del Piano Casa del Lazio; l'orribile spartizione delle liste; la totale assenza di democrazia interna, e molto altro ancora.
Nelle ultime ore si sono annunciate due cose. La prima è che LeU, dopo il 4 sarà un partito: e viene da piangere, pensando che per cucinare questo improbabile polpettone si è passata al tritacarne Sinistra Italiana, infinitamente più attraente, promettente, carica di futuro.
A me viene anche un po' da ridere, ricordando che tra Cosmopolitica e Rimini mi fu offerto di fare il segretario di SI: declinai; non è il mio mestiere, non l'avrei saputo fare. Ora mi accontenterei di poterla votare: e invece non esiste più.
Uccisa in culla con un cinismo raggelante. La seconda l'ha detta l'ineffabile Grasso: LeU è pronta a un "governo di scopo" con Berlusconi e Renzi, ma solo per fare la legge elettorale. Ora, è evidente che un governo governa, se non altro governa l'ordinaria amministrazione. Al minimo per i molti mesi (o anni) necessari a che in Parlamento si trovi la quadra di una nuova legge elettorale.
E davvero si può dire a tre giorni dalle elezioni che una forza che si presenta come alternativa e radicale sarebbe disposta a stare in un trappolone del genere? Sono seguite smentite che non smentivano, correzioni di rotta, vibranti dichiarazioni contrarie dei più giovani segretari.
Ma se il presidente del Senato (che sa bene che la legge elettorale la fa il Parlamento) parla di un governo, è un lapsus freudiano: che fa tornare il rimosso di un'ambiguità evidente fin dall'inizio. Se Draghi, Mattarella, l'Europa o qualche altra superiore autorità chiederà "responsabilità", i responsabili di LeU, che fino a ieri stavano nel Pd, scatteranno sull'attenti. Legittimo almeno temerlo, a questo punto.
E così no, non voterò per Liberi e Uguali. Pur ammettendo che avrei difficoltà a non farlo se nel mio collegio ci fosse una delle tante persone degnissime di stima che con LeU alla fine si sono candidate, più o meno col naso turato: Paola Bonora, Sergio Cofferati, Anna Falcone, Sandra Gesualdi, Filippo Miraglia, Claudia Pratelli, Claudio Riccio, per citare solo alcuni di quelli che eleggerei a occhi chiusi.
E dunque? Si può votare Potere al Popolo? Sul piano delle idee, certo che sì: sono in gran parte anche le mie. E capisco chi sceglierà di votarli. Ma, a parte il riciclaggio di un altro pezzo di ceto politico non meno decotto (quello di Rifondazione Comunista), quello che non mi convince è il settarismo, la caricaturale violenza verbale, l'ostentato disinteresse verso la costruzione di qualcosa di più grande.
Manca una visione larga, un piacere contagioso: manca un po' di amore. Ho una grande ammirazione per il mutualismo dell'ex Opg di Napoli, ma credo che non abbia avuto molto senso tradurre quella esperienza in una lista elettorale, con questi tempi e in questi modi. Perché mentre vien giù il Pd, spero per sempre, è imperdonabile dividersi tra cinici opportunisti e sterili testimoni.
Perché è chiaro che senza tenere insieme il popolo che vota LeU e quello che vota PaP, quello della Cgil e quello delle USB, quello dell'Arci e dell'Anpi e quello dei centri sociali: senza ricucire, cioè, queste due anime in un corpo solo, non si può nemmeno iniziare a riparlare di Sinistra, in Italia.
Era ciò che il Brancaccio aveva provato a fare: sbagliando troppe cose, e dunque fallendo. Non ha senso pensare di rifarlo così: non ci si bagna due volte nello stesso fiume. Ma i nodi che il Brancaccio sperava di sciogliere sono ancora tutti lì, più serrati che mai. E si dovrà ben trovare un modo (un altro modo) per scioglierli: perché io non mi rassegno a non sapere per chi votare, per sempre.
E allora? I 5 Stelle, forse? Bisogna pur riconoscere che moltissimi cittadini di sinistra votano per loro. E che, anzi, la massa, il popolo, l'eccedenza che la Sinistra non trova più è in gran parte lì, oltre che nell'astensione.
Ci sono i più poveri, i sommersi, gli sconfitti, i ragazzi: quelli a cui la Sinistra dovrebbe ricominciare a parlare. Ma non c'è dubbio che il Movimento, così come è oggi, non è di sinistra. Per gli ambigui silenzi sull'antifascismo, per le ambigue parole sui migranti, per le parole purtroppo chiare contro la patrimoniale, e per molto altro ancora.
E soprattutto per la sua sterzata "di sistema". Mi spiego. Il motivo per cui una parte del popolo di sinistra vota 5 stelle, è perché vi vede una forza programmaticamente anti-sistema: e chiunque viene schiacciato da questo sistema è tentato di votarli, se non altro per istinto di sopravvivenza. Magari sforzandosi, o illudendosi, di sentir gridare "giustizia" (sociale) laddove invece si grida "onestà".
Ma qualcosa è cambiato: la campagna elettorale è stata tutta giocata sull'integrazione nel sistema. Lo slogan implicito "non siamo barbari" rischia di scoraggiare proprio chi – come me – vorrebbe i barbari: per abbattere un impero marcio fino al midollo.
E questo pesa anche sui calcoli di chi – con un ragionamento, limitato ma concreto e prudente – vorrebbe votare non pensando ai massimi sistemi, ma più modestamente agli equilibri del prossimo Parlamento. Chi vuole in ogni modo scongiurare un governo Renzusconi non può votare LeU (come sta diventando chiaro in queste ore); non può votare con tranquillità Potere al Popolo (perché non è detto che entri in Parlamento: anche se io lo spero); e oggi si chiede pure se può o no votare Cinque Stelle (perché non è chiaro fino a che punto arriverà questa perniciosa integrazione nel sistema).
Un dilemma reso più complesso dalle posizioni del Movimento in tema di riforma costituzionale: la sbandierata determinazione a modificare l'articolo 67 introducendo il vincolo di mandato per i parlamentari rischia di essere un vero pericolo per la democrazia.
Perché vietando il dissenso per legge, e dando tutto il potere ai capi dei partiti non usciamo dalla palude: entriamo all'inferno. (Ed è, tra l'altro, per questo che ho declinato la gentile offerta di Luigi Di Maio di essere incluso nella lista dei ministri che egli potrebbe trovarsi a portare al Quirinale). Eppure, nonostante tutto questo, non c'è dubbio: quello per i 5 Stelle è l'unico voto che Berlusconi e Renzi temano davvero. Ma basta?
E dunque, tirando le somme, che votare? Scheda bianca? E dunque non lo so: so che è "tempo pessimo per votare". E so che ci penserò ancora, e poi ancora, da qui a domenica. E so che sarà una scelta silenziosa, privata: comunque vada non orgogliosa, non sicura, non da propagandare.
Ma so anche un'altra cosa. E cioè che la politica vera, la costruzione di una politica capace di invertire la rotta dell'Italia, ricomincia il 5 marzo. Con persone, per strade, in modi che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare.



giovedì 1 marzo 2018

Lista dei ministri 5stelle, ‘surreali’ sono le critiche. Conoscere i nomi prima del voto è giusto



Il Movimento 5 Stelle, come qualsiasi altra forza politica, può piacere o non piacere. Ciascun elettore è libero di maturare il suo giudizio in base a fattori diversi. C’è chi guarda ai programmi, chi valuta le persone. C’è chi si affida all’istinto e chi invece sceglie il meno peggio o vota semplicemente contro. Spesso la croce su un simbolo è frutto di un misto tra ragionamento e sensazioni: conta quello che i partiti e i movimenti hanno fatto in passato o promettono di fare in futuro, ma pesano pure le simpatie e le antipatie.
È però sempre importante che i cittadini abbiano in mano, prima del voto, il maggior numero di informazioni possibili in modo che arrivati nei seggi possano prendere (almeno potenzialmente) una decisione davvero consapevole. Non per nulla, tanti anni fa, un liberale come Luigi Einaudi ripeteva che bisogna “conoscere per deliberare”. Si tratta di un principio ovvio e, almeno fino a ieri, a parole, da tutti condiviso.
Per questo appaiono irrazionali e, a parere di chi scrive, del tutto immotivate, le polemiche sulla presentazione agli elettori della squadra di governo che il candidato premier Luigi Di Maio proporrà ufficialmente al presidente della Repubblica nel caso in cui fosse incaricato di formare un esecutivo.
Al contrario di quanto afferma il segretario del Pd, Matteo Renzi, averlo fatto prima del quattro marzo non viola nessuna regola. Certo, probabilmente Di Maio avrebbe potuto evitare di inviare già ora l’elenco via email al Quirinale. Ma comunicare al presidente Mattarella dei nomi che di lì a poco verranno resi noti a tutti, non è un attentato alla Costituzione. Chi del tutto legittimamente invita gli italiani a votare per sé e per il proprio partito, se lo ritiene, dovrebbe invece spiegare perché considera le persone proposte inadatte per il ruolo. Definire tout court “surreale”, come ha fatto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, l’idea di rendere pubblica la lista finisce invece solo per accentuare la convinzione che la politica voglia decidere tutto nelle segrete stanze.
Da questo punto di vista, è più razionale e democratica la polemica innestata dal dem Emanuele Fiano sul nome di Lorenzo Fioramonti, il docente di Economia politica che i pentastellati indicano come ministro dell’Economia. Fiano sostiene che Fioramonti sia a favore del boicottaggio di Israele, perché ritirò la propria partecipazione a un convegno internazionale sull’acqua a cui era stato invitato l’ambasciatore israeliano, il diretto interessato definisce “strumentale” la ricostruzione, ricordando di aver collaborato con diverse università israeliane e Di Maio assicura che il movimento è contro il boicottaggio. Ciascun cittadino, come in ogni campagna elettorale, può ascoltare le varie posizioni e può maturare un’opinione. Può cioè entrare nel merito di una feroce discussione politica intorno a un nome. Cosa che invece, guardando alle altre forze in campo, non può fare. Nessuno conosce i potenziali ministri del centrosinistra e del centrodestra. Anzi, a oggi, è persino impossibile capire quale sia il candidato premier del Partito democratico. Per statuto dovrebbe essere Renzi, ma lo stesso segretario si mantiene sul vago spiegando che il Pd ha più nomi a disposizione. Per questo, anche se si è ostili ai 5Stelle, ci si dovrebbe augurare che in futuro, in occasione di altre elezioni, tutti i partiti e tutte le coalizioni propongano in anticipo la loro squadra di governo. Perché informazione e trasparenza rendono le democrazie migliori.



Democrazia. Non basterà una scheda nell'urna a salvarla dai poteri forti



La tesi di Massimo Fini sul Fatto ("Perché l'astensione preoccupa i padroni") è che l'uguaglianza non ha bisogno di tutela, né di governanti ("gente che paghiamo perché ci comandi").  A riprova, il giornalista cita l'organizzazione sociale dei Nuer, popolazione del Sudan che non ha gerarchie, deducendo da questa particolarità un'uguaglianza perfetta. Fini si legge per apprezzarne le provocazioni. Ma su questo tema - potere, gerarchie e uguaglianza - è bene che rimangano tali, visto che non hanno alcuna attinenza con la nostra complessità.
In democrazia, chi non vota danneggia l'uguaglianza. Che non è una condizione di natura a cui si ritorna disertando le urne, ma una faticosa conquista sociale contro la legge del più forte. Tant'è che per arrivare al dominante che si astiene dal sopraffare l'inerme ci vogliono secoli di cultura, diritto, politica, fino a rendere autonoma la dignità dalla forza, con la conquista dell'uguaglianza.
La democrazia egalitaria, quindi, è un equilibrio molto precario, perché contrastato continuamente dalle forze della diseguaglianza (violenza fisica, educativa, economica). E pertanto ha bisogno di manutenzione continua, perché la legge del più forte è recidivante.
Rinunciare alla vigilanza democratica - cioè non votare, né protestare per le ingiustizie - è una cessione di sovranità, che non porta al paradiso dei Nuer, ma alla dittatura.
Quindi caro Fini, come se avessi accettato: ma preferisco difendere la democrazia in Italia.
E andare a votare. 
Massimo Marnetto


Le ‘società acefale’ erano basate su un altro elemento che a noi suona blasfemo: la violenza. Invece è proprio la possibilità della reazione individuale a limitare, in quelle comunità, la violenza e il sopruso. “Ogni Nuer ha un senso profondo della propria dignità e non tollera che sia in alcun modo intaccata”. E’ anche il venir meno del senso della propria dignità che ci impedisce di tornare a comunità tipo Nuer. Inoltre in democrazia il più forte ha strumenti così sofisticati e subdoli (economici, finanziari, mediatici, lobbies) che è pressoché impossibile combatterlo e non sarà certo l’infilare una scheda in un urna a cambiare le cose. Ci vorrebbe una rivoluzione. Ma la Storia ci insegna anche che nemmeno le rivoluzioni (francese, russa, fascista) cambiano le cose, perché a una classe dominante se ne sostituisce quasi immediatamente un’altra. E’ uno dei tanti impasse in cui si trova quell’essere tragico che è l’uomo. 
Massimo Fini (Il Fatto quotidiano, 27 febbraio 2018)


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)