"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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venerdì 6 aprile 2018

Migrazione, potere economico e calcio




La disuguaglianza fra paesi ricchi e poveri nel mondo è la principale causa del fenomeno migratorio.  Lo scrittore ed economista Milanovic sostiene che le  “differenze di luogo” hanno in buona misura sostituito le “differenze di classe”; in effetti, anche lo scontro politico si è spostato sulla contrapposizione tra chi  si sente minacciato dall’afflusso dei migranti e chi propugna soluzioni maggiormente improntate a criteri di solidarietà.

Comunque, c’è il settore popolarissimo del calcio in cui le regole da diversi anni sono cambiate per agevolare l’afflusso di una particolare tipologia di “migranti” dall’estero. Ciò ha portato a far accettare senza problemi alla pubblica opinione l’impiego massivo di persone straniere e l’assenza di giocatori autoctoni in una squadra (con buona pace di chi invoca con sistematicità “prima gli italiani!”). Insomma, la passione pedatoria è riuscita a ridurre, per certi aspetti, le pulsioni  sciovinistiche (anche se non sono infrequenti episodi di razzismo  negli stadi) .

Con la globalizzazione diverse società di calcio europee, spesso di proprietà di soggetti stranieri, sono diventati marchi mondiali, facendo paradossalmente aumentare un altro tipo di disuguaglianza. E’ risaputo che il calcio nel vecchio continente è organizzato in modo da favorire le società più ricche che possono comprare i migliori giocatori in circolazione e primeggiare nei campionati; le società che non dispongono di mezzi economici non hanno, salvo rarissime eccezioni,  probabilità di vittoria.

Negli ultimi anni, infatti, i principali campionati (Francia, Germania, Italia, Inghilterra, Spagna) sono dominati  da poche squadre con maggiori possibilità finanziarie; il  grado di concentrazione del potere sportivo è aumentato (nel caso italiano, gli ultimi sei campionati sono stati conquistati dalla stessa società).

A questo punto potremmo nobilmente invocare l’adozione di normative che salvaguardino la competitività di tutti i partecipanti (sulla falsariga dei campionati sportivi americani) e azzardare a dire che, in considerazione della vasta popolarità del calcio, un cambio di regole di governo potrebbe addirittura avere un effetto positivo  non solo nel campo dello sport ma anche in ambito culturale e civile.

 Ma non vogliamo avventurarci su un terreno pericoloso, in cui si possono scatenare polemiche provocate da ancestrali rivalità sportive mai sopite.

Comunque non possiamo dissimulare la frustrazione (alimentata anche dalla performance negativa della nazionale italiana) di chi - innamoratosi  fin dall’infanzia del calcio come si sarebbe “poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente” (“Febbre a 90’” di N. Horby) -  si trova a tifare per squadre magari belle ma incapaci di appagare le naturali ambizioni di vittoria,  purtroppo disegualmente e saldamente concentrate nelle mani  - rectius piedi - di poche e ricche società di calcio.


© P.T.


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Sistemi valutativi: I “Bollettini” – Scale mobili a doppie direzioni




In una realtà lavorativa caratterizzata dalla convivenza di tante “eccellenze” era difficile emergere, ma un sistema improntato essenzialmente sul “dividi et impera” aveva in uso un metodo valutativo infallibile, ampiamente collaudato nel tempo. 
Come in tutte le organizzazioni, esistevano pure delle eccezioni alla regola che, adeguatamente calmierate, non inficiavano mai il livello qualitativo generale della struttura.
Puntualmente si alternavano dietro le porte delle direzioni gli ansiosi singoli che, a prescindere dal ruolo, venivano informati sul risultato conseguito per l’attività prestata nell’anno precedente. 
L’omertà poi regnava sovrana, perché era implicito il detto che la valutazione ricevuta (variabile in decimali) doveva costituire un segreto da non condividere: la “preferenza” incassata, alla vista degli altri, poteva destare un certo imbarazzo ma mai confidare a nessuno il contenuto vero del “breve colloquio, confezionato ad hoc”.
Capitava pure di frequente che a parità di mansioni e con medesime prestazioni qualitative le valutazioni fra colleghi fossero differenti. La cosa ingenerava un certo imbarazzo nei più sensibili, nessun problema per i più fortunati d’indole ipocrita, portati già da loro ad essere naturalmente un po’ “stronzi”.
Un metodo limitato “a monte” da budgets valutativi, determinava quindi selezioni che andavano ad influenzare sviluppi o rallentamenti in carriera, con le annesse e connesse conseguenze economiche.
Era di certo un sistema alquanto rozzo ma efficace, speso come un metodo “sofisticato ed efficiente”.
La discrezionalità, infatti, la faceva da padrona ma, come detto, l’eccellenza media dei valutati non creava danni e non poteva mai mettere in crisi l’intera organizzazione. Una vera e propria cabala però, influenzata spesso da empatie più o meno “sane”, determinava i destini personali. Ciò a prescindere dalle potenzialità reali dei soggetti operanti nell’istituzione, ampiamente parcellizzata in tante figure professionali e realtà operative, anche periferiche.
Per quanto evidente, il primo limite era che, come accennato, i budgets assegnati localmente prescindevano dall’insieme delle specifiche categorie; ovvero, poteva capitare che eccellenze potessero essere concentrate in alcuni luoghi e mediocrità in altri e, alla tirata delle somme, vantaggi derivavano essenzialmente dalla fortunata temporanea allocazione di taluni ai fini valutativi. Ma questa non era, ovviamente, la sola pecca.
Tenendo ben presente che le principali qualità per poter fare carriera erano la “fedeltà” e la “viva intelligenza a non creare mai veri problemi”, l’aspirante doveva sempre rispettare il ruolo di “sottoposto” e nel caso, eventualmente prospettare nei dovuti modi - ai dirigenti del momento - soluzioni brillanti accessibili alla "loro portata".
Per non parlare poi dell’orgoglio, che nel caso costituiva un peccato mortale. L’arroganza no, se tornava utile al “Capo” per affermare e manifestare meglio il suo potere.
Un direttore ebbe a dire una volta: “ricordati sempre che sei un dipendente della …….”, pur sapendomi assegnato ad un compito di livello ben superiore. Neanche appartenessimo ad una caserma o fossimo componenti dell’arma dei Carabinieri.
Nei ricordi si affollano i tanti “delatori compiacenti”, i molti amici che t’invitavano a fregartene e altri che ti tranquillizzavano dicendoti “stai sereno” …… quante belle eccellenze, quante scialbe figure. 
Come in tutti i casi della vita, la fortuna era la somma regina che gestiva i diversi destini dei singoli.
Anche se c’è da dire che comunque i migliori trovavano sempre il modo per andare avanti in carriera, di regola, le intelligenze più dotate, erano spesso chiamate a scomputare almeno per una volta "una pena"; magari per apprendere e somatizzare bene la lezione del “chi comanda”.
Tutto sommato, però, il sistema funzionava, anche perché tantissime brave persone si adattavano ai ruoli e, preferendo “alla carriera ad ogni costo” ben altri valori, concedevano ampi spazi ai più ambiziosi che erano portati alla lotta.
Sono le prime figure quelle più significative che si ricordano più facilmente e che affollano piacevolmente la memoria dei tanti trascorsi; tutto il resto fa parte delle esperienze che rimangono nell’ombra e che, qualora siano state brutte, ci hanno intanto forgiato “uomini”. Leonardo Sciascia docet.

© Essec


mercoledì 4 aprile 2018

Papa Francesco, il discorso sul lavoro



Cagando todos somos iguales

Genova, 27 maggio 2017 - Papa Bergoglio incontra il Mondo del Lavoro all'inizio della sua Visita pastorale.
 
Il discorso di Papa Francesco è stato una sorta di intervista collettiva, quattro domande preparate per l’incontro e rivolte al Pontefice da un imprenditore, da una rappresentante sindacale, da una lavoratore in formazione e da una disoccupata. Di seguito, il bollettino della Santa Sede sull’incontro con il mondo del lavoro all’Ilva,sulle domande e le risposte di Papa Francesco.

1) L’imprenditore Ferdinando Garré del distretto Riparazioni Navali
Nel nostro lavoro ci troviamo a lottare contro tanti ostacoli – l’eccessiva burocrazia, la lentezza delle decisioni pubbliche, la mancanza di servizi e infrastrutture adeguate – che spesso non consentono di liberare le migliori energie di questa città. Condividiamo questo impegnativo cammino con il nostro cappellano e siamo incoraggiati dal nostro Arcivescovo, Cardinal Angelo Bagnasco. Ci rivolgiamo a Lei, Santità, per chiedere una parola di vicinanza. Una parola che ci conforti e ci incoraggi di fronte agli ostacoli in cui ogni giorno noi imprenditori ci imbattiamo.
Papa Francesco:
E’ la prima volta che vengo a Genova, e essere così vicino al porto mi ricorda da dove è uscito il mio papà… Questo mi dà una grande emozione. E grazie dell’accoglienza vostra. Il signor Ferdinando Garré: io conoscevo le domande, e per alcune ho scritto idee per rispondere; e tengo anche la penna in mano per riprendere qualcosa che mi venga in mente al momento, per rispondere. Ma a queste domande sul mondo del lavoro ho voluto pensare bene per rispondere bene, perché oggi il lavoro è a rischio. E’ un mondo dove il lavoro non si considera con la dignità che ha e che dà. Per questo risponderò con le cose che ho pensato e alcune che dirò al momento.
Faccio una premessa. La premessa è: il mondo del lavoro è una priorità umana. E pertanto, è una priorità cristiana, una priorità nostra, e anche una priorità del Papa. Perché viene da quel primo comando che Dio ha dato ad Adamo: “Va’, fa’ crescere la terra, lavora la terra, dominala”. C’è sempre stata un’amicizia tra la Chiesa e il lavoro, a partire da Gesù lavoratore. Dove c’è un lavoratore, lì c’è l’interesse e lo sguardo d’amore del Signore e della Chiesa. Penso che questo sia chiaro. E’ molto bella questa domanda che proviene da un imprenditore, da un ingegnere; dal suo modo di parlare dell’azienda emergono le tipiche virtù dell’imprenditore. E siccome questa domanda la fa un imprenditore, parleremo di loro. La creatività, l’amore per la propria impresa, la passione e l’orgoglio per l’opera delle mani e dell’intelligenza sua e dei lavoratori. L’imprenditore è una figura fondamentale di ogni buona economia: non c’è buona economia senza buon imprenditore. Non c’è buona economia senza buoni imprenditori, senza la vostra capacità di creare, creare lavoro, creare prodotti. Nelle Sue parole si sente anche la stima per la città – e si capisce questo – per la sua economia, per la qualità delle persone dei lavoratori, e anche per l’ambiente, il mare… E’ importante riconoscere le virtù dei lavoratori e delle lavoratrici. Il loro bisogno – dei lavoratori e delle lavoratrici – è il bisogno di fare il lavoro bene perché il lavoro va fatto bene. A volte si pensa che un lavoratore lavori bene solo perché è pagato: questa è una grave disistima dei lavoratori e del lavoro, perché nega la dignità del lavoro, che inizia proprio nel lavorare bene per dignità, per onore. Il vero imprenditore – io cercherò di fare il profilo del buon imprenditore – il vero imprenditore conosce i suoi lavoratori, perché lavora accanto a loro, lavora con loro. Non dimentichiamo che l’imprenditore dev’essere prima di tutto un lavoratore. Se lui non ha questa esperienza della dignità del lavoro, non sarà un buon imprenditore. Condivide le fatiche dei lavoratori e condivide le gioie del lavoro, di risolvere insieme problemi, di creare qualcosa insieme. Se e quando deve licenziare qualcuno è sempre una scelta dolorosa e non lo farebbe, se potesse. Nessun buon imprenditore ama licenziare la sua gente – no, chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando la gente, non è un buon imprenditore, è un commerciante, oggi vende la sua gente, domani vende la propria dignità –, ci soffre sempre, e qualche volta da questa sofferenza nascono nuove idee per evitare il licenziamento. Questo è il buon imprenditore. Io ricordo, quasi un anno fa, un po’ di meno, alla Messa a Santa Marta alle 7 del mattino, all’uscita io saluto la gente che è lì, e si è avvicinato un uomo. Piangeva. Disse: “Sono venuto a chiedere una grazia: io sono al limite e devo fare una dichiarazione di fallimento. Questo significherebbe licenziare una sessantina di lavoratori, e non voglio, perché sento che licenzio me stesso”. E quell’uomo piangeva. Quello è un bravo imprenditore. Lottava e pregava per la sua gente, perché era “sua”: “E’ la mia famiglia”. Sono attaccati…
Una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori. L’imprenditore non va assolutamente confuso con lo speculatore: sono due tipi diversi. L’imprenditore non deve confondersi con lo speculatore: lo speculatore è una figura simile a quella che Gesù nel Vangelo chiama “mercenario”, per contrapporlo al Buon Pastore. Lo speculatore non ama la sua azienda, non ama i lavoratori, ma vede azienda e lavoratori solo come mezzi per fare profitto. Usa, usa azienda e lavoratori per fare profitto. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda non gli crea alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, “mangia” persone e mezzi per i suoi obiettivi di profitto. Quando l’economia è abitata invece da buoni imprenditori, le imprese sono amiche della gente e anche dei poveri. Quando passa nelle mani degli speculatori, tutto si rovina. Con lo speculatore, l’economia perde volto e perde i volti. E’ un’economia senza volti. Un’economia astratta. Dietro le decisioni dello speculatore non ci sono persone e quindi non si vedono le persone da licenziare e da tagliare. Quando l’economia perde contatto con i volti delle persone concrete, essa stessa diventa un’economia senza volto e quindi un’economia spietata. Bisogna temere gli speculatori, non gli imprenditori; no, non temere gli imprenditori perché ce ne sono tanti bravi! No. Temere gli speculatori. Ma paradossalmente, qualche volte il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro. Perché? Perché crea burocrazia e controlli partendo dall’ipotesi che gli attori dell’economia siano speculatori, e così chi non lo è rimane svantaggiato e chi lo è riesce a trovare i mezzi per eludere i controlli e raggiungere i suoi obiettivi. Si sa che regolamenti e leggi pensati per i disonesti finiscono per penalizzare gli onesti. E oggi ci sono tanti veri imprenditori, imprenditori onesti che amano i loro lavoratori, che amano l’impresa, che lavorano accanto a loro per portare avanti l’impresa, e questi sono i più svantaggiati da queste politiche che favoriscono gli speculatori. Ma gli imprenditori onesti e virtuosi vanno avanti, alla fine, nonostante tutto. Mi piace citare a questo proposito una bella frase di Luigi Einaudi, economista e presidente della Repubblica Italiana. Scriveva: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. E’ la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con gli altri impegni”. Hanno quella mistica dell’amore…
La ringrazio per quello che Lei ha detto, perché Lei è un rappresentante di questi imprenditori. State attenti voi, imprenditori, e anche voi, lavoratori: state attenti agli gli speculatori. E anche alle le regole e alle leggi che alla fine favoriscono gli speculatori e non i veri imprenditori. E alla fine lasciano la gente senza lavoro. Grazie.

2) Micaela, rappresentante sindacale
Oggi di industria si parla nuovamente grazie alla quarta rivoluzione industriale o industria 4.0. Bene: il mondo del lavoro è pronto ad accettare nuove sfide produttive che portino benessere. La nostra preoccupazione è che questa nuova frontiera tecnologica e la ripresa economica e produttiva che prima o poi verrà, non portino con sé nuova occupazione di qualità, ma anzi contribuiscano nell’incrementare precarietà e disagio sociale. Oggi la vera rivoluzione invece sarebbe proprio quella di trasformare la parola “lavoro” in una forma concreta di riscatto sociale.
Papa Francesco:
Mi viene in mente di rispondere, all’inizio, con un gioco di parole… Tu hai finito con la parola “riscatto sociale”, e mi viene il “ricatto sociale”. Quello che dico adesso è una cosa reale, che è accaduta in Italia circa un anno fa. C’era una coda di gente disoccupata per trovare un lavoro, un lavoro interessante, di ufficio. La ragazza che me lo ha raccontato – una ragazza istruita, parlava alcune lingue, che era importante per quel posto – e le hanno detto: “Sì, può andare…; saranno 10-11 ore al giorno…” – “Sì, sì!” – ha detto lei subito, perché aveva bisogno di lavoro – “E si incomincia con – credo che abbiano detto, non voglio sbagliare, ma non di più – 800 euro al mese”. E lei ha detto: “Ma… 800 soltanto? 11 ore?”. E il signore – lo speculatore, non era imprenditore, l’impiegato dello speculatore – le ha detto: “Signorina, guardi dietro di Lei la coda: se non le piace, se ne vada”. Questo non è riscatto ma ricatto!
Adesso dirò quello che avevo scritto, ma l’ultima parola tua mi ha ispirato questo ricordo. Il lavoro in nero. Un’altra persona mi ha raccontato che ha lavoro, ma da settembre a giugno: viene licenziata a giugno, e ripresa a ottobre, settembre. E così si gioca… Il lavoro in nero.
Ho accolto la proposta di fare questo incontro oggi, in un luogo di lavoro e di lavoratori, perché anche questi sono luoghi del popolo di Dio. I dialoghi nei luoghi del lavoro non sono meno importanti dei dialoghi che facciamo dentro le parrocchie o nelle solenni sale convegni, perché i luoghi della Chiesa sono i luoghi della vita e quindi anche le piazze e le fabbriche. Perché qualcuno può dire: “Ma questo prete, che cosa viene a dirci? Vada in parrocchia!”. No, il mondo del lavoro è il mondo del popolo di Dio: siamo tutti Chiesa, tutti popolo di Dio. Molti degli incontri tra Dio e gli uomini, di cui ci parlano la Bibbia e i Vangeli, sono avvenuti mentre le persone lavoravano: Mosè sente la voce di Dio che lo chiama e gli rivela il suo nome mentre pascolava il gregge del suocero; i primi discepoli di Gesù erano pescatori e vengono chiamati da Lui mentre lavoravano in riva al lago. E’ molto vero quello che Lei dice: la mancanza di lavoro è molto più del venire meno di una sorgente di reddito per poter vivere. Il lavoro è anche questo, ma è molto, molto di più. Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti soltanto lavorando. La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre visto il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che sperimentano lavorando, come ci sono pochi dolori più grandi dei dolori del lavoro, quando il lavoro sfrutta, schiaccia, umilia, uccide. Il lavoro può fare molto male perché può fare molto bene. Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro, e per questo non è facile riconoscerlo come nemico, perché si presenta come una persona di casa, anche quando ci colpisce e ci ferisce. Gli uomini e le donne si nutrono del lavoro: con il lavoro sono “unti di dignità”. Per questa ragione, attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale. Questo è il nocciolo del problema. Perché quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale. E’ anche questo il senso dell’articolo 1 della Costituzione italiana, che è molto bello: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. In base a questo possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato o come sia, è anticostituzionale. Se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia, perché il posto di lavoro lo occupano e lo hanno sempre occupato privilegi, caste, rendite. Bisogna allora guardare senza paura, ma con responsabilità, alle trasformazioni tecnologiche dell’economia e della vita e non rassegnarsi all’ideologia che sta prendendo piede ovunque, che immagina un mondo dove solo metà o forse due terzi dei lavoratori lavoreranno, e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale. Dev’essere chiaro che l’obiettivo vero da raggiungere non è il “reddito per tutti”, ma il “lavoro per tutti”! Perché senza lavoro, senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti. Il lavoro di oggi e di domani sarà diverso, forse molto diverso – pensiamo alla rivoluzione industriale, c’è stato un cambio; anche qui ci sarà una rivoluzione – sarà diverso dal lavoro di ieri, ma dovrà essere lavoro, non pensione, non pensionati: lavoro. Si va in pensione all’età giusta, è un atto di giustizia; ma è contro la dignità delle persone mandarle in pensione a 35 o 40 anni, dare un assegno dello Stato, e arràngiati. “Ma, ho per mangiare?”. Sì. “Ho per mandare avanti la mia famiglia, con questo assegno?” Sì. “Ho dignità?” No! Perché? Perché non ho lavoro. Il lavoro di oggi sarà diverso. Senza lavoro, si può sopravvivere; ma per vivere, occorre il lavoro. La scelta è fra il sopravvivere e il vivere. E ci vuole il lavoro per tutti. Per i giovani… Voi sapete la percentuale di giovani dai 25 anni in giù, disoccupati, che ci sono in Italia? Io non lo dirò: cercate le statistiche. E questo è un’ipoteca sul futuro. Perché questi giovani crescono senza dignità, perché non sono “unti” dal lavoro che è quello che dà la dignità. Ma il nocciolo della domanda è questo: un assegno statale, mensile che ti faccia portare avanti una famiglia non risolve il problema. Il problema va risolto con il lavoro per tutti. Credo di avere risposto più o meno…

3) Un lavoratore che fa un cammino di formazione promosso dai Cappellani
Non raramente negli ambienti di lavoro prevalgono la competizione, la carriera, gli aspetti economici mentre il lavoro è un’occasione privilegiata di testimonianza e di annuncio del Vangelo, vissuto adottando atteggiamenti di fratellanza, collaborazione e solidarietà. Chiediamo a Vostra Santità consigli per meglio camminare verso questi ideali.
Papa Francesco:
I valori del lavoro stanno cambiando molto velocemente, e molti di questi nuovi valori della grande impresa e della grande finanza non sono valori in linea con la dimensione umana, e pertanto con l’umanesimo cristiano. L’accento sulla competizione all’interno dell’impresa, oltre ad essere un errore antropologico e cristiano, è anche un errore economico, perché dimentica che l’impresa è prima di tutto cooperazione, mutua assistenza, reciprocità. Quando un’impresa crea scientificamente un sistema di incentivi individuali che mettono i lavoratori in competizione fra loro, magari nel breve periodo può ottenere qualche vantaggio, ma finisce presto per minare quel tessuto di fiducia che è l’anima di ogni organizzazione. E così, quando arriva una crisi, l’azienda si sfilaccia e implode, perché non c’è più nessuna corda che la tiene. Bisogna dire con forza che questa cultura competitiva tra i lavoratori dentro l’impresa è un errore, e quindi una visione che va cambiata se vogliamo il bene dell’impresa, dei lavoratori e dell’economia. Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata “meritocrazia”. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il “merito”; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono: il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. Così, se due bambini alla nascita nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente. E così, quando quei due bambini andranno in pensione, la diseguaglianza tra di loro si sarà moltiplicata. Una seconda conseguenza della cosiddetta “meritocrazia” è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa. Questa è la vecchia logica degli amici di Giobbe, che volevano convincerlo che fosse colpevole della sua sventura. Ma questa non è la logica del Vangelo, non è la logica della vita: la meritocrazia nel Vangelo la troviamo invece nella figura del fratello maggiore nella parabola del figliol prodigo. Lui disprezza il fratello minore e pensa che deve rimanere un fallito perché se lo è meritato; invece il padre pensa che nessun figlio si merita le ghiande dei porci.

4) Vittoria, disoccupata
Noi disoccupati sentiamo le Istituzioni non solo lontane ma matrigne, intente più ad un assistenzialismo passivo che a darsi da fare per creare le condizioni che favoriscano il lavoro. Ci conforta il calore umano con cui la Chiesa ci è vicina e l’accoglienza che ognuno trova presso la casa dei Cappellani. Santità, dove possiamo trovare la forza per crederci sempre e non mollare mai nonostante tutto questo?
Papa Francesco:
E’ proprio così! Chi perde il lavoro e non riesce a trovare un altro buon lavoro, sente che perde la dignità, come perde la dignità chi è costretto per necessità ad accettare lavori cattivi e sbagliati. Non tutti i lavori sono buoni: ci sono ancora troppi lavori cattivi e senza dignità, nel traffico illegale di armi, nella pornografia, nei giochi di azzardo e in tutte quelle imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o della natura. Come è cattivo il lavoro di chi è pagato molto perché non abbia orari, limiti, confini tra lavoro e vita perché il lavoro diventi tutta la vita. Un paradosso della nostra società è la compresenza di una crescente quota di persone che vorrebbero lavorare e non riescono, e altri che lavorano troppo, che vorrebbero lavorare di meno ma non ci riescono perché sono stati “comprati” dalle imprese. Il lavoro, invece, diventa “fratello lavoro” quando accanto ad esso c’è il tempo del non-lavoro, il tempo della festa. Gli schiavi non hanno tempo libero: senza il tempo della festa, il lavoro torna ad essere schiavistico, anche se superpagato; e per poter fare festa dobbiamo lavorare. Nelle famiglie dove ci sono disoccupati, non è mai veramente domenica e le feste diventano a volte giorni di tristezza perché manca il lavoro del lunedì. Per celebrare la festa, è necessario poter celebrare il lavoro. L’uno scandisce il tempo e il ritmo dell’altra. Vanno insieme.
Condivido anche che il consumo è un idolo del nostro tempo. E’ il consumo il centro della nostra società, e quindi il piacere che il consumo promette. Grandi negozi, aperti 24 ore ogni giorno, tutti i giorni, nuovi “templi” che promettono la salvezza, la vita eterna; culti di puro consumo e quindi di puro piacere. E’ anche questa la radice della crisi del lavoro nella nostra società: il lavoro è fatica, sudore. La Bibbia lo sapeva molto bene e ce lo ricorda. Ma una società edonista, che vede e vuole solo il consumo, non capisce il valore della fatica e del sudore e quindi non capisce il lavoro. Tutte le idolatrie sono esperienze di puro consumo: gli idoli non lavorano. Il lavoro è travaglio: sono doglie per poter generare poi gioia per quello che si è generato insieme. Senza ritrovare una cultura che stima la fatica e il sudore, non ritroveremo un nuovo rapporto col lavoro e continueremo a sognare il consumo di puro piacere. Il lavoro è il centro di ogni patto sociale: non è un mezzo per poter consumare, no. E’ il centro di ogni patto sociale. Tra il lavoro e il consumo ci sono tante cose, tutte importanti e belle, che si chiamano dignità, rispetto, onore, libertà, diritti, diritti di tutti, delle donne, dei bambini, delle bambine, degli anziani… Se svendiamo il lavoro al consumo, con il lavoro presto svenderemo anche tutte queste sue parole sorelle: dignità, rispetto, onore, libertà. Non dobbiamo permetterlo, e dobbiamo continuare a chiedere il lavoro, a generarlo, a stimarlo, ad amarlo. Anche a pregarlo: molte delle preghiere più belle dei nostri genitori e nonni erano preghiere del lavoro, imparate e recitate prima, dopo e durante il lavoro. Il lavoro è amico della preghiera; il lavoro è presente tutti i giorni nell’Eucaristia, i cui doni sono frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Un mondo che non conosce più i valori e il valore del lavoro, non capisce più neanche l’Eucaristia, la preghiera vera e umile delle lavoratrici e dei lavoratori. I campi, il mare, le fabbriche sono sempre stati “altari” dai quali si sono alzate preghiere belle e pure, che Dio ha colto e raccolto. Preghiere dette e recitate da chi sapeva e voleva pregare ma anche preghiere dette con le mani, con il sudore, con la fatica del lavoro da chi non sapeva pregare con la bocca. Dio ha accolto anche queste e continua ad accoglierle anche oggi.

Il dialogo di Papa Francesco termina con una preghiera, “Vieni Santo Spirito”, che è anche una preghiera, spiega Bergoglio, “del lavoro e per il lavoro”.


Massimo Fini riscrive il suo manuale del ribelle al tempo dei grillini


«Tempo di libri», tempo di idee, ideologie, pensieri. La Fiera milanese dell'editoria è perfettamente in tempo per celebrare, oggi, a 50 anni dal '68, il tema della «Ribellione». Dai moti studenteschi alle rivoluzioni sociali, la parola d'ordine è «contro»: contro le convenzioni, le abitudini, le autorità.
Ma è ancora così? C'è ancora spazio per l'Uomo in Rivolta? E, soprattutto, chi è il Ribelle? Per saperlo, oggi, appuntamento in Sala Bianca, ore 17: in cattedra, uno che le cattedre le ha ribaltate tutte, nel giornalismo, nella politica, nel pensiero corrente e corretto: Massimo Fini. Titolo della lezione dell'anti-maestro, che è lo stesso della sua opera omnia, La modernità di un antimoderno, pubblicata da Marsilio nel 2016 e ora alla seconda edizione. Dentro ci sono tutti i suoi pamphlet più celebri e fastidiosi, da La Ragione aveva torto? all'Elogio della guerra a Il vizio oscuro dell'Occidente, e tutte le sue battaglie, intelligenza in resta: contro la democrazia, la tecnologia, la moneto-crazia. La ribellione è un tema antico, ma come aggiornarla - hashtag #ribellione - ai tempi del grillismo e della Lega, prima di Lotta e ora di Potere? Ecco a voi un dizionario del Perfetto Ribelle, in parole-chiave, a uso della Terza Repubblica. Firmato Massimo Fini.
(ANTI)MODERNITÀ Il Ribelle è antimoderno? «Il Ribelle è colui che rifiuta l'ordine costituito. Non è né un rivoluzionario né un cospiratore. Ed è difficile che aderisca a un modello di sviluppo ipertecnologico e disumanizzante come è quello che segna la modernità. Il Ribelle di solito lo si pensa come colui che guarda in avanti. Per me guarda all'indietro: a un mondo più semplice, più vero, dove i valori - lealtà, coraggio, tutela dei deboli, responsabilità - avevano un senso. E che, a partire dalla rivoluzione industriale, abbiamo perduto».
GRILLINI&LEGHISTI Grillini e leghisti si sono ribellati al vecchio potere della casta. Sono veri ribelli? «I grillini senz'altro, perché si sono posti contro il potere dei partiti, cioè l'ordine costituito della prima e seconda Repubblica, quando la democrazia si è trasformata, appunto, in partitocrazia. Salvini invece lo è meno, perché la sua azione politica rimane dentro un vecchio ordine. Un po' come Renzi: è giovane, fa il rottamatore, ma resta incardinato nella storia di un partito. Si dà arie di quello che vuole cambiare tutto, ma resta un perfetto conservatore».
POPULISMI Il Popolo fa la rivoluzione, i capipopolo la guidano. I populisti sono per definizione ribelli? «Mai capito cosa vuol dire populismo. Se la democrazia è il governo del popolo, populista non dovrebbe essere un aggettivo peggiorativo. E poi tutti, negli ultimi 30 anni, sono stati populisti, nel senso che hanno fatto riferimento al popolo, da Berlusconi - che lo ha fatto nel modo più efficace - ai grillini. Non vedo niente di male nell'essere populisti. Il termine populismo viene usato in maniera spregiativa dai vecchi partiti morenti contro coloro che cercano di sovvertire il loro sistema».
EUROPA E l'Europa? Bisogna ribellarsi all'Europa? «Premesso che il mio ideale è un mondo fatto di piccole patrie - un'utopia, per ora - trovo legittimo criticare l'Europa. Ma sapendo che non possiamo farne a meno. È impensabile che oggi un Paese, fosse anche forte come la Germania, possa fare a meno dell'Europa. Per contrastare Usa, Russia, Cina, India, le grandi potenze, bisogna lavorare per un rafforzamento dell'Europa, come fa la Merkel. Certo, non è un'Europa perfetta. Certo, è a guida tedesca. Ma non possiamo liberarcene, se no ci disgreghiamo. Personalmente trovo che la battaglia dei grillini e della Lega contro l'Unione europea sia un po' miope. Si tende a scaricare sull'Europa, un'entità astratta, molte inefficienze concretamente italiane».
DESTRA/SINISTRA Il Ribelle di fronte alle Ideologie. Esistono ancora Destra e Sinistra? «Destra e Sinistra, come ideologie, hanno avuto una funzione per due secoli e mezzo, ma ora sono superate dalla Storia. Non comprendono più le esigenze dell'uomo contemporaneo, che non sono soltanto economiche, ma anche esistenziali. Quali? Ad esempio, vivere dentro una comunità dove ci sia ancora qualcosa di umano, al di là della tecnologia e dell'economia. Bisogna tornare a mettere al centro di tutto l'Uomo, come sta facendo questo Papa, e riportare tecnica e finanza al loro posto. Ecco la rivolta culturale per cui si batte il vero Ribelle».
ISLAM Gli jihadisti sono Ribelli? «Sono gli unici ribelli. I soli che si ribellano all'ordine costituito mondiale. Il guaio è che in sostituzione propongono un altro totalitarismo, di segno contrario. L'Occidente vuole imporre all'intero globo il proprio modello, loro l'opposto. Ma sono gli unici che lottano. E se una delle caratteristiche del Ribelle - insieme all'onore, al senso di giustizia, eccetera - è il coraggio... beh... agli jihadisti, che combattono in seimila contro eserciti di 150mila uomini, puoi negare tutto, ma non il coraggio».
NEOFEMMINISMO #Me Too: le donne che denunciano Weinstein e le molestie nel mondo del cinema sono Ribelli? «Assolutamente no, sono perfette conformiste. Soprattutto da un certo momento in poi, quando il caso Weinstein diventa un vaso di Pandora in cui infilarsi per avere visibilità, le attrici hanno fatto finta di non capire come è la vita. La vera Ribelle è la Deneuve quando dice: Lasciate che i maschi ci corteggino. E comunque il vero Ribelle è quello che non segue le regole del politically correct sessuale».
CONFORMISMI Il conformismo è l'antitesi del Ribelle. Chi sono i conformisti oggi? «Mi verrebbe da dire: tutti. Ma più di tutti, i radical chic, quelli che hanno il conto corrente a destra e la battaglie per i diritti civili a sinistra. Alla fine la destra conserva un pezzetto di individualismo e di indipendenza di giudizio che la sinistra non ha mai avuto. E poi, scusa: un conto è quando la puzza sotto il naso ce l'aveva la sinistra di Amendola. Ma che ce l'abbiano Renzi o i giornalisti di Repubblica fa ridere...».
SOVVERSIONE In politica, quale sarebbe un vero atto di ribellione, oggi? «La violenza». Temi che ci si possa arrivare? «Non temo. Spero. È l'unico modo, purtroppo, per cambiare davvero le cose. Vedi, anche i Cinque Stelle alla fine sono rivoluzionari pacifici, e col tempo il sistema riuscirà a neutralizzarli, come fece con Bossi, altro grande Ribelle. E a quel punto non resta che la rivoluzione violenta. Anche se poi...». Anche se poi? «Anche se poi non accadrà. È che siamo italiani. Vecchi, con un'età media di 45 anni contro i 33 ad esempio dei tunisini, senza coraggio e de-virilizzati. I padroni del sistema possono stare tranquilli. Ormai siamo tutto fuorché ribelli».

Luigi Mascheroni (Il Giornale, 6 marzo 2018)



martedì 3 aprile 2018

Poi venne il tempo dei computers e dei files registrati e poi ancora fu l'avvento del protocollo elettronico.



Solo chi ha avuto un passato da "amministrativo" può capire l'importanza dei riferimenti e il valore della raccolta di lettere tipo che arricchivano i tanti possibili precedenti.
Ricordo che era il tempo in cui tante "minute" difficili da interpretare venivano passate per le stesure a macchina da scrivere; tempo in cui dei bizzarri capiufficio per una mezza battitura mal riuscita chiedevano - e più volte - di ripetere la scrittura; magari per fare una più bella figura cambiando solo un termine nella loro frase o togliendone la sola congiunzione. Qualche altra volta solo per fare una "soverchieria" al collaboratore antipatico, ancorché pasticcione. 
Poi chissà perché più erano in alto in grado e più avevano una pessima grafia nello scrivere ..... veri e propri geroglifici obbligavano quasi sempre a interpretazioni stenografiche che venivano felicemente assimilate solo dopo ripetute letture.
I "riferimenti" indicati erano di diverso tipo a seconda che l'estensore della missiva fosse l'autore in primis o solo il battitore esecutivo della minuta. Nel primo caso si aveva una "/xx" nel margine sinistro della lettera, nel secondo veniva esposto invece un  "/xx/yy". 
Le sigle in questione servivano per consentire ai capi d'individuare con immediatezza i responsabili dell'istruttoria per ogni eventuale possibile verifica successiva.
I dirigenti, nell'apporre a loro volta le sigle di avallo propedeutiche alla firma del direttore, avevano anche modo di constatare quindi l'affidabilità di chi aveva istruito la pratica, confortati anche dall'esperienza negli anni di servizio dell'incaricato nel relativo settore.
Capitava anche che qualcuno talvolta truccasse un pò il gioco e, con la scusa di correggere un refuso o di cambiare un termine o un aggettivo, ribattesse come fosse sua la lettera multandone quindi i riferimenti con i propri. Con ciò faceva due operazioni in una, manipolando il lavoro di un collega a latere o in subordine ne annullava il prodotto originale (nel caso, infatti, non comparivano più i doppi riferimenti "/xx/yy"): a far questo erano perlopiù le "primedonne" e gli smaniosi proiettati a far ad ogni costo carriera.
In altri casi, dei superiori invece mantenevano sigle di subalterni pur snaturando del tutto il contenuto sostanziale delle lettere; in questi casi accadeva pertanto il contrario, ci si nascondeva con la sigla di un altro nel cambiare ogni cosa.
Poi c'erano i "raccoglitori di precedenti" e i "collezionisti di belle frasi". Questi ultimi, in particolare, custodivano ermeticamente chiusi nei loro inaccessibili cassetti una miriade di appunti, una raccolta di periodi, scopiazzature di corrispondenze "firmate", cui attingere furtivamente nell'allestire lettere d'effetto per fare bella figura con le direzioni. 
Del resto perché scervellarsi a trovare nuove soluzioni se qualcun altro più dotato aveva già felicemente predisposto ottimi semilavorati riciclabili per ogni scopo?
Capitava molto di frequente, quindi, che dai cassetti svuotati di "abili scrittori", intanto promossi e trasferiti, uscissero inaspettatamente fuori brani appuntati che, adeguatamente assemblati, avrebbero potuto costituire dei veri e propri poemi. 
Erano i tanti cavalli di troia che i colleghi rimasti vedevano spesso abbandonati nelle tante spiaggie rimaste deserte.
Poi venne il tempo dei computers e dei files registrati e poi ancora fu l'avvento del protocollo elettronico. Un nuovo tempo che cristallizzò il passato, rendendo mitici quei lontani ricordi.
 © Essec

sabato 31 marzo 2018

La mia Costituzione


Poiché, raccolte le firme necessarie, intendo presentarmi alle prossime, e probabilmente vicine, elezioni, ritengo doveroso esporre alla cittadinanza il mio programma che è anche una parziale riforma dell’attuale Costituzione.
PRINCIPI FONDAMENTALI
Art. 1.- Ogni cittadino maggiorenne è libero di fare ciò che preferisce nella misura in cui la sua attività non nuoce ad altri.
Art. 2.- Il primo articolo della Costituzione promulgata nel 1948 viene così modificato: l’Italia è una Repubblica fondata sul tempo liberato.
TITOLO I – Ordinamento della Repubblica
Art. 3.- Il Premier è scelto con sorteggio fra cittadini in età compresa fra i 30 e i 70 anni in possesso di diploma superiore. Sono ineleggibili i soggetti che siano stati condannati per reati dolosi o che, al momento del sorteggio, siano sotto procedimento per lo stesso tipo di reati. Il Premier resta in carica cinque anni. Il mandato può essere replicato per una sola volta.
Art. 4.- Il Premier può essere sfiduciato da un referendum cui partecipi la metà più uno dei cittadini con diritto a elettorato attivo. Per il raggiungimento della sfiducia è prevista la maggioranza semplice.
Art. 5.- Il Premier sorteggiato è obbligato a disfarsi entro 30 giorni di media di sua proprietà o di proprietà di congiunti fino al sesto grado, pena la decadenza. Le stesse limitazioni valgono per i ministri e i sottosegretari.
Art. 6.- Il Premier può scegliere liberamente i propri ministri secondo valutazioni di capacità, competenza, esperienza. Altrettanto liberamente può dimissionarli.
TITOLO II- Rapporti economici
Art. 7.- Viene abolita qualsiasi attività finanziaria in qualsivoglia forma. E di conseguenza è abolita ogni rendita finanziaria. Holding finanziarie costituite all’estero ma operanti in Italia sono fuorilegge e i loro attori e prestanome perseguiti per evasione fiscale.
Art. 8.- Vengono abolite le banche che nel tempo si sono trasformate in Istituti che prestano ad usura ai cittadini denaro che appartiene agli stessi cittadini. Restituito il denaro ai correntisti i beni, mobili e immobili, delle Banche sono requisiti dallo Stato che li destinerà a usi sociali.
Art. 9.- E’ abolita la Borsa.
Art. 10.- Gli imprenditori con più di 15 dipendenti vengono espropriati dei beni mobili e immobili pertinenti all’impresa, requisiti dallo Stato e destinati a usi sociali.
Art. 11.- L’orario di lavoro della Pubblica Amministrazione è portato a quattro ore. Il resto delle incombenze è rimandato alla robotica.
Nei rapporti di lavoro privati l’orario è stabilito attraverso una libera contrattazione fra proprietà e i sindacati di categoria.
Art .12.- I Supermarket e i Grandi Magazzini di qualsiasi tipo vengono abbattuti e i terreni sono requisiti dallo Stato che si adopererà per favorire, con opportuni incentivi, la nascita su quegli stessi terreni di piccoli negozi e botteghe artigiane.
Art. 13.- Con i mezzi ottenuti grazie alle requisizioni e con una mirata campagna culturale lo Stato si adopera per favorire un ritorno all’agricoltura, alla campagna e a una relativa disurbanizzazione delle metropoli.
Art. 14.- E’ istituita una tassa sul patrimonio con esclusione delle prime e delle seconde case e dei liquidi fino a un milione di euro.
Art. 15.- Lo Stato italiano chiude le proprie frontiere ai turisti. Le apre, senza discriminazioni e limiti alcuni, a coloro che abbiano bisogno di vivere o transitare sul suo territorio. Chiunque, sotto le mentite spoglie di profugo o di migrante, si introduce in Italia per fini turistici è punito per il reato di frode.
TITOLO III- Diritti civili
Art. 16.- Le cure mediche e i trasporti pubblici sono gratuiti.
Art. 17.- La libertà di opinione non conosce limiti se non quelli della diffamazione e dell’istigazione a delinquere nei confronti di persone precise, individuate o individuabili. Ogni idea ha diritto di essere espressa purché non si faccia valere con la violenza. Sono abrogati tutti i reati liberticidi, sia quelli derivanti dal Codice Rocco sia quelli introdotti dopo la Costituzione del 1948, compreso il divieto di ricostituzione del partito fascista contenuto nelle Disposizioni transitorie e finali (XII) che come tali sono destinate a cadere.
TITOLO IV- Società
Art. 18.- La Repubblica promuove il nucleo familiare comunque si sia formato. Per le coppie con più di due figli è previsto un bonus per ogni figlio che superi il numero di due, bonus da determinare attraverso decreti attuativi che terranno conto, per ogni biennio, delle disponibilità di cassa. E’ previsto un tributo capitario per i single, uomini e donne, senza figli in età compresa fra i 30 e i 60 anni. Sono provvedimenti già presi in passato, a partire dall’Impero romano, in periodi di grave crisi demografica qual è quello in cui viviamo.
Art. 19.- Informazione. Le Tv, le Radio, i media su carta stampata o su web sono esentati dal limite previsto dall’art. 11 del Titolo II della nuova Costituzione.
E’ prevista una Rete pubblica televisiva e radiofonica, che dipende dal Ministero della Cultura. I soggetti privati non possono possedere più di una Rete. In tutte le Televisioni e Radio, sia pubbliche che private, sono proibiti i programmi di intrattenimento.
Art. 20.- Sono aboliti tutti i social network ad esclusione di Twitter. I trasgressori verranno puniti con una pena dai 2 ai 5 anni.
TITOLO V- Giustizia
Art.21.- Il processo si divide in tre fasi: indagini istruttorie, un giudizio di merito, uno di legittimità (Cassazione).
L’istruttoria è segreta, il dibattimento pubblico. L’Editore, il Direttore e i singoli giornalisti sono chiamati a rispondere in solido delle violazioni del segreto istruttorio qualora ne sia derivato un grave danno all’onorabilità di uno o più cittadini.
Art. 22.- Il Codice Penale viene depurato di tutte le norme che allungano il procedimento, visto l’interesse della società e dei singoli a che il cittadino sia giudicato nel più breve tempo possibile, cui si aggiunge il diritto a non subire una carcerazione preventiva dai tempi inaccettabili. Quali norme siano da abolire per snellire il processo è questione demandata al Governo e in particolare al Ministro della Giustizia.
Sono aboliti gli arresti domiciliari perché discriminano fra cittadini con diversa caratura sociale. Lo Sato si adopera per la costruzione di nuove carceri e il riordino, in senso favorevole al cittadino detenuto, di quelle già esistenti.
TITOLO VI- Esteri
Art.23.- L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Art.24.- L’Italia ritira tutti i propri contingenti stanziati all’estero.
Art.25.- L’Italia resta nell’Unione Europea cercando di indirizzarla, nei limiti delle proprie possibilità, verso una giusta equidistanza fra le Potenze attualmente egemoni.
Art.26.- L’Italia denuncia il Patto Atlantico (NATO). Le Basi straniere attualmente presenti sul suolo italiano dovranno smobilitare entro un ragionevole preavviso. Il terreno così recuperato sarà adibito ad agricoltura.
Art. 27.- Il Sommo Pontefice dovrà lasciare il suolo italiano. Il Vaticano, con i suoi beni immobili e mobili, ridiventa proprietà dello Stato italiano. Sono abolite le immunità fiscali concesse a Enti religiosi.
Art. 28.- Il Concordato viene abrogato.
TITOLO VII- Ricerca scientifica
Art.29.- E’ proibita qualsiasi ricerca che intenda andare a intaccare o modificare il dna umano o animale. I trasgressori sono puniti con la pena dell’ergastolo.
Norma di chiusura
Restano in vigore tutti gli articoli della Costituzione promulgata nel 1948 e le leggi conseguenti che non contrastino con le suesposte disposizioni.


 

martedì 27 marzo 2018

Dodici cose che (forse) non sai sulla stupidità



Antica e moderna, ma soprattutto, infinita «Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo all’universo ho ancora dei dubbi». La frase, attribuita ad Albert Einstein, esprime un’idea antica. Già nel 250 a. C. il libro biblico dell’Ecclesiaste avvertiva: “Infinito è il numero degli stolti”, rivelando che il problema era già stato colto in tutta la sua gravità. Del resto, il primo stupido della storia fu già... Adamo: per gustare un frutto perse il Paradiso.
Ma che cosa si intende per stupidità? Il concetto, istintivamente noto a tutti, sembra però sfuggire a qualsiasi definizione teorica. Non è il contrario di intelligenza: ci sono infatti persone intelligenti che, a volte, si comportano da stupide.
Come definire la stupidità? L’economista Carlo Cipolla ha elaborato un sistema efficace per identificarla senza ambiguità: un grafico cartesiano. L’asse orizzontale misura il guadagno che si ottiene dalle proprie azioni, l’asse verticale indica il guadagno che ottiene un’altra persona o un gruppo di altre persone. Il guadagno può essere positivo, nullo o negativo (cioè una perdita). I due assi determinano 4 quadranti che identificano 4 “tipologie umane”:
gli sprovveduti, persone che con il loro agire danneggiano se stesse mentre producono un vantaggio per qualcun altro;
gli intelligenti, persone le cui azioni avvantaggiano loro e anche gli altri;
i banditi, persone che agiscono in modo da trarne vantaggio ma danneggiare gli altri;
e gli stupidi: persone che causano un danno agli altri senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno. Il peggior risultato possibile.
Le cause della stupidità Secondo un esperimento condotto dallo psicologo Balazs Aczel, dell’Eötvös Loránd University di Budapest, ci sono tre situazioni che ci spingono a comportamenti stupidi.
Il primo contesto, considerato dai ricercatori il più grave, è quello della “fiduciosa ignoranza”. Tutti ci sopravvalutiamo: un esempio classico è quando ci mettiamo al volante dopo un bicchiere di troppo, sicuri che gli incidenti capitino solo agli altri.
Il secondo è legato alla “mancanza di controllo”: caso classico, arriviamo in ritardo a un appuntamento importante per giocare all’ultimo videogame o per vedere la fine di un telefilm.
Il terzo tipo di stupidità viene definito “assenza mentale” (veniale, ma letale in certe circostanze) ed è quando non prestiamo attenzione a ciò che stiamo facendo. Per esempio, quando attraversiamo la strada leggendo un messaggio sul cellulare.
Lo stupido è come il diamante: è per sempre.
La stupidità è inconsapevole e recidiva. Il pericolo della stupidità deriva anche dal fatto che lo stupido non sa di essere stupido. Ciò contribuisce a dare maggiore forza ed efficacia alla sua azione devastatrice. Lo stupido infatti non riconosce i propri limiti, resta fossilizzato nelle proprie convinzioni, non sa cambiare. Come Fantozzi che ripete all’infinito gli stessi errori. In ambito clinico la stupidità è la malattia peggiore, perché è inguaribile. Lo stupido è portato a ripetere sempre gli stessi comportamenti perché non è in grado di capire il danno che fa e quindi non può autocorreggersi.
Le cinque leggi della stupidità. La stupidità ha alcune costanti e secondo gli esperti risponde a 5 leggi:
1) Ognuno di noi sottovaluta sempre il numero di stupidi in circolazione.
2) La probabilità che una persona sia stupida è indipendente da qualsiasi sua altra caratteristica (educazione, ambiente ecc).
3) Stupido è chi causa un danno ad altri senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
4) Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano sempre che in qualsiasi momento e luogo, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
5) Lo stupido è la persona più pericolosa che esista.
Idiozia al comando. Uno dei fattori che spesso amplificano la stupidità, secondo gli studiosi, è il trovarsi in una posizione di comando. Le persone al potere tendono a pensare che, visto che si trovano lì, è perché sono migliori, più capaci, più intelligenti, più sagge del resto dell’umanità. Inoltre, di solito sono circondate da cortigiani, ovvero seguaci e profittatori che rinforzano continuamente questa convinzione del leader. Così, i personaggi al governo possono arrivare a commettere grosse sciocchezze in mezzo all’accondiscendenza generale. Spezzare questo circolo vizioso non è facile, occorre che qualche altra persona (meglio se autorevole) smascheri il potente vanesio di turno, denunciandone le azioni più stupide.
I maschi sono più stupidi? Osservazioni sporadiche dalla vita quotidiana fanno propendere per la teoria che gli uomini siano assai più inclini delle donne a fare cose davvero stupide. A sostegno di questa tesi c’è anche un’analisi (scientifica) condotta sui vincitori dei Darwin Awards: quasi il 90% dei premiati (88,7% per la precisione) risulta di sesso maschile, il che porta a concludere che c’è una evidente differenza di comportamento stupido tra i sessi. A onor del vero (e a difesa dei maschi) c’è da sottolineare che il campione utilizzato non è rappresentativo né del genere umano, né degli stupidi.
La stupidità è anche contagiosa. Le folle, cioè, sono molto più stupide delle singole persone che le compongono. Questo spiega anche come interi popoli (come avvenne per la Germania nazista o l’Italia mussoliniana) possono essere facilmente condizionati a perseguire obiettivi folli. Un fenomeno ben noto in psicologia. Il contagio emotivo proprio del gruppo diminuisce le capacità critiche. Si verifica la “polarizzazione della presa di decisione”: si sceglie la soluzione più semplice, che spesso è anche la meno intelligente. Come dicevano i Romani, Senatores boni viri, Senatus mala bestia: anche se i singoli senatori sono brave persone, il Senato è una brutta bestia.
Stupido è meglio? La chiave dell’efficienza di un’organizzazione può essere... la stupidità. O meglio la “stupidità funzionale”, come l’ha definita l’economista svedese Mats Alvesson. Lo studioso la descrive come basata «sull’assenza di riflessione critica. Uno stato di unità, che fa sì che gli impiegati non mettano in discussione decisioni e strutture». Insomma, una schiera di dipendenti che svolgono i compiti assegnati senza obiezioni è il segreto di un’azienda armoniosa e produttiva. Qui avevamo raccontato la tesi di Alvesson ed espresso le nostre perplessità.
Stiamo diventando tutti più stupidi? La stupidità? Sul piano evolutivo è il nostro inevitabile destino. A sostenerlo è un genetista della Stanford University, Gerald Crabtree, che in una recente ricerca ha ricostruito le possibili mutazioni del nostro corredo genetico attraverso varie epoche.
Dobbiamo preoccuparci? No, perché molti studiosi non sono d’accordo con le conclusioni di Crabtree.
Stupidi e innovazione Secondo alcuni però la stupidità ha perfino una funzione evolutiva: serve a farci compiere atti avventati, che in molti casi possono essere più utili che il non fare nulla. La stupidità, in quanto atteggiamento irrazionale, consente all’uomo di accettare sfide che normalmente non accetterebbe. E la deviazione dalla stupidità porta alla genialità e all’invenzione di soluzioni innovative. Grandi gesti eroici, per esempio, nascono spesso da un’idea irragionevole. Basta pensare a tutti quelli che affogano per salvare chi chiede aiuto in mare: la stupidità porta spesso con sé qualcosa di poetico ed epico.
La stupidità nel mito: Epimèteo Già il suo nome (che in greco significa “colui che riflette dopo”) non promette nulla di buono.
Epimèteo, infatti, era sciocco e imprudente, al contrario di suo fratello Promèteo, ingegnoso e saggio. Secondo il mito, Promèteo ebbe in dono da Vulcano la bellissima Pandora (nella foto), recante con sé un misterioso vaso: fiutando la fregatura, rifiutò il regalo. Epimèteo invece non ci pensò due volte: sposò Pandora e ne aprì il vaso, liberando così tutti i mali del mondo che vi erano rinchiusi. Un’altra sciocchezza la fece quando distribuì le qualità a tutti gli esseri viventi. Epimèteo li distribuì a caso e solo quando arrivò all’uomo si rese conto che non gli restava più nulla. Per riparare al danno, Promèteo rubò il fuoco agli dèi e lo regalò agli uomini insieme a sapere tecnico, intelligenza e cultura. La pagò cara: venne legato a una roccia e tormentato quotidianamente da un’aquila che gli divorava il fegato.



domenica 25 marzo 2018

“Tante belle cose”.



Ci sono personaggi che nel nostro vivere hanno la proprietà di caratterizzarsi per un gesto, per un’espressione o per anche una tipica frase che rimane impressa nei ricordi. 
"Tante belle cose" era il saluto di commiato che concludeva ogni suo incontro. Un saluto che in poche parole riassumeva efficacemente un modo di essere positivo, augurale e generoso. 
Nel nostro quotidiano ci sono e ci saranno sempre soggetti che hanno delle ricchezze dentro e che emanano positività; soggetti che indipendentemente dalla loro reale condizione intima hanno la capacità, in ogni caso, di rassicurare chi li circonda e che, forti di un’onestà intellettuale non comune, riescono a regalare, comunque e sempre a tutti, un sorriso.
Onestà a tutto tondo e ben solida che consente loro di saper leggere la vita per quella che è, con lucidità, e che sapientemente sanno scomporre per narrarla agli altri positivamente, scartando argutamente le tante scorie che inevitabilmente incontrano, come tutti noi, durante il percorso.
Di regola sono soggetti dotati d’intelligenza fuori dal comune, che gli consente di dialogare con tutti, di rapportarsi con chiunque, adattandosi naturalmente e a prescindere della profondità delle "acque".
Sono tante le persone belle che la vita regala, se si avrà la fortuna di riconoscerle nell'incontrarle, e sono le "cose belle" che alimenteranno costantemente l'edificazione dei nostri punti di forza che, con mattoncini che restano perennemente vivi e riconoscibili, ci accompagneranno per il tempo che rimane.
In questo caso "tante belle cose", associato a un sereno e pieno sorriso, è il ricordo che costituisce estrema sintesi e che resta fisso e fervido nella memoria che mi accompagna. 
Ciao Ciccio.




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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)