"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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Fotogazzeggiando: Immagini e Racconti

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venerdì 21 settembre 2018

Pino Ninfa (fotografo)




Pino Ninfa, catanese di nascita e milanese d’adozione.
Un incontro casuale con un fotografo a me sconosciuto che ha consentito di allargare ancor di più il mio orizzonte sul saper osservare e sul concetto di fotografia, convincendomi sempre più sull’importanza che questa forma d’arte potrebbe assumere, come disciplina a se stante, nella formazione educativa e culturale, se fosse efficacemente inserita nei programmi della normale didattica scolastica.
Con il suo carattere asciutto, pratico e severo ma assolutamente disponibile al dialogo ed eventualmente al contraddittorio, durante il breve viaggio in macchina che ci porta a Trapani abbiamo modo di affrontare una infinità di argomenti inerenti al mondo della fotografia e non solo.
Sollecitato, accenna ai suoi trascorsi, alle innumerevoli esperienze, alla collaborazione per un quarto di secolo prestata a testate giornalistiche importanti, alla sua specializzazione primaria e di più lunga durata volta a fotografare artisti e concerti nei vari angoli del mondo ma, soprattutto, la musica.
Poi mi racconta che a un certo momento decide di staccare la spina dalle dipendenze, dai rapporti che in qualche modo logorano, per dedicarsi a pieno alla realizzazione professionale dei suoi tanti progetti.
Tale scelta gli consente oggi di gestire al meglio il suo tempo che dedica anche ad altri aspetti, senza però mai abbandonare il mondo della musica.
Esperienze si accumulano nel suo girovagare per documentare luoghi lontani, ma mai esotici, alla ricerca di realtà "autentiche" e di comunità che “profumano” ancora di umanità.
Le immagini che vengono proposte nel suo intervento trapanese partono illustrando l’imbarcadero di Manaus e luoghi della foresta amazzonica più remota, proposte in bianco e nero spiegandone pure il motivo, poi si succedono diverse foto congolesi per poi concludere con immagini scattate durante diversi concerti di artisti illustri. Denoninatore comune della maggior parte degli scatti è il principio del "cogli l'attimo" e il fotografo si sofferma a lungo e sottolinea il fatto di quanto sia importante nella fotografia prededere/prevenire un accadimento per poter realizzare uno scatto "unico". 
Racconta anche di come molte di queste foto sono state anche oggetto di copertine di riviste specializzate o usate per manifesti o poster delle corrispondenti manifestazioni.
Nel clou della serata mostra immagini a cui tiene molto. Si riferiscono all’esperimento/evento realizzato da Giovanni Sollima che, esibendosi con un violoncello di ghiaccio realizzato da Tim Linhart, ha voluto sensibilizzare e far riflettere sul futuro dell’ambiente. 
In questo caso, partecipe attivo fin dall’origine del progetto, ha quindi proiettato foto di varie fasi della costruzione dell’originale strumento armonico e momenti di varie esibizioni quali quella al MUSE di Trento ed al teatro Politeama di Palermo.
Nel viaggio di ritorno si continua a parlare di tanti argomenti e si discute ovviamente anche sul come è andata la serata. Constato - e del resto lo ammette lui stesso apertamente - che a Pino interessano moltissimo i pareri degli altri, anche perché è convinto che, al di là di come uno la pensi, ogni occasione è valida per ascoltare altre campane e, se del caso, rifletterci anche poi sopra.

Per chi volesse approfondire e avere una idea più precisa del personaggio e delle sue produzioni può tornare utile il seguente video NOC-WORK - Pino Ninfa - Jazz Spirit ovvero visitare il sito ufficiale http://www.pinoninfa.it/

Buona luce a tutti!

© Essec


martedì 18 settembre 2018

Affido condiviso, il ddl Pillon e i pericoli di una legge infarcita di ideologia



Non sembra certo essere questo il migliore dei mondi possibili secondo il neo senatore promoter dei Family day Simone Pillon. Nelle scuole italiane trova sempre qualcuno di troppo che racconta favole di streghe ai bambini, succede che alcune gravidanze indesiderate vengono interrotte e anche che talvolta qualcuno si innamori di una persona dello stesso sesso e reclami il diritto all’uguaglianza. Tutte brutte faccende per lui, di cui si sta alacremente occupando da quando è iniziato il suo mandato, stregoneria inclusa. In più, suo recente cruccio, i matrimoni in Italia non sono indissolubili dal referendum sul divorzio del 1974. Un po’ come in tutti gli altri paesi occidentali. Senza più troppa fede in un Dio che unisce ciò che l’uomo non può dividere, nel corso degli ultimi vent’anni sia le separazioni che i divorzi sono più che raddoppiati. Così ecco comparire, gocciolante di limpida acqua di fonte battesimale il ddl Pillon, ambiziosamente destinato a risolvere tutte le sperequazioni dell’odierno diritto di famiglia “rimettendo al centro la famiglia e i genitori”.
Punti essenziali, tempi di collocamento paritari tra papà e mamme dopo una separazione, mantenimento in forma diretta dei figli cercando di evitare gli assegni di mantenimento e contrasto di tutte quelle situazioni in cui i figli rifiutino di incontrare uno dei genitori. Il tutto confezionato con l’ambiziosa etichetta di “bigenitorialità perfetta”.
Leggendo un po’ meglio, tuttavia, ci si accorge che la perfezione è in effetti attributo non umano. Mescolando un po’ nel calderone stregonesco responsabilità genitoriale, affidamento e collocamento dei figli, Pillon ci racconta che la norma che prevede l’affidamento condiviso in Italia dal 2006 ha fallito. Ma i dati Istat lo contraddicono: gli affidamenti condivisi sono passati da meno del 20% nel 2005 prima della legge all’89% del dopo legge 54. Una misura importante, visto che l’affidamento ha a che fare con la responsabilità delle decisioni ordinarie e straordinarie sulla vita dei propri figli, che i genitori devono ora prendere insieme nella quasi totalità dei casi.
Il collocamento dei bambini, che non riguarda la responsabilità delle scelte ma dove un bambino debba stare, è però altra faccenda. Spesso, è vero, il giudice decide di consentire ai bambini, che non hanno colpa delle decisioni dei genitori, di continuare a vivere nella casa in cui hanno vissuto. I genitori dopo la separazione se ne prendono cura in modo e con tempi che vengono valutati di caso in caso sulla base dell’investimento dei genitori sul ruolo genitoriale e delle effettive disponibilità di tempo. La situazione piuttosto frequente del prevalente collocamento dei figli presso la madre non è conseguenza di una preferenza ideologica, ma del tessuto sociale italiano in cui i ruoli culturali, sociali e lavorativi tra uomo e donna sono tuttora lontani dall’uguaglianza. I dati sono ancora una volta chiari: in Italia la nascita di un figlio raddoppia il divario occupazionale tra uomini e donne, e se i figli sono più di uno la forbice si allarga ulteriormente. Non significa che non vi siano papà dediti all’accudimento dei propri figli, ma che la realtà va valutata guardando in faccia ogni bambino e la realtà di ogni famiglia anche dopo una separazione.
Viceversa imporre “d’ufficio” un’unica soluzione di collocamento rischia di essere un errore. Non di rado, nei fumi del conflitto di una separazione conflittuale il collocamento dei bambini diventa oggetto di disputa, si “vince” se si ha il bambino di più, salvo poi parcheggiarlo da nonne o tate se l’orario in ufficio va ben oltre quello in cui risuona la campanella della scuola. In questi casi, ogni Giudice agisce sulla base della migliore delle scelte possibili, che è quella che tiene al centro l’interesse dei bambini.
Senza togliere niente a nessuno, visto che per fortuna essere genitori è inoltre qualcosa di straordinariamente complesso. Certamente si deve avere un tempo da vivere con i propri figli, ma anche chi vive una relazione matrimoniale intonsa sa che si può essere eccellenti genitori anche svolgendo un lavoro impegnativo, che costringe ad assenze frequenti come anche, se il matrimonio è naufragato, senza necessariamente dover pretendere di veder rimbalzare i bambini tra le nuove case del papà e della mamma per garantire la “bigenitorialità perfetta” secondo Pillon.
L’economia del tempo e del denaro rimane relativamente indifferente a cosa realmente significhi essere padri, madri e figli dopo una separazione.
E a proposito dei grandi assenti in questo ddl, anche la crociata di Pillon contro l’alienazione genitoriale sa di ideologia. Nei casi in cui i bambini rifiutano uno dei genitori si prevedono anche misure estreme, quasi coercitive, di “contrasto” appunto. Ma che dire dei motivi? Vi sono casi di trascuratezza, di violenza domestica subita o anche solo assistita, di abuso, anche sessuale. Non sono casi infrequenti, e non si può mescolare ancora il calderone. Non tutto è alienazione, le madri non sono tutte malevoli, e non si può costringere un bambino ad andare a vivere da un padre violento o abusante perché il bambino – talora ben giustamente – lo rifiuta. Lo stesso Richard Gardner, l’“inventore” del concetto di alienazione genitoriale aveva ben specificato che si può parlare di alienazione solo nei casi in cui non vi siano elementi obiettivi che giustificano l’estraniazione dei bambini nei confronti del genitore. La genitorialità è una competenza, non un dato incontrovertibile e prevede anzitutto il dovere di fornire ai propri figli un ambiente sicuro.
Certamente, con l’attenzione che dimostra per il tema dell’assegnazione della casa coniugale, del mantenimento diretto dei figli e dello strumento della mediazione familiare, assurta al ruolo di professione senza requisiti con un colpo di reni legislativo, il ddl Pillon tradisce il fatto di essere motivato anzitutto da questioni economiche che schiacciano il “maggiore interesse del minore” come principio giuridico sull’economia. Eppure dopo una separazione il rapporto tra donne e uomini che faticano ad arrivare a fine mese aumenta e vede le donne sfavorite in una proporzione quasi doppia, 26,0% contro 14,6%. Per ogni uomo costretto a dormire in auto perché impoverito dalla separazione, ci sarebbero quindi quasi due donne in difficoltà economica altrettanto grave.
Il ddl Pillon, con le sue confusioni, le sue imprecisioni, le sue realtà taciute, suona soprattutto come un’imposizione o un auspicio ideologico. Se l’affidamento condiviso è infatti un principio sacrosanto, il collocamento alternato è solo una delle soluzioni possibili per i figli di una famiglia in fase di separazione, e spesso non è la migliore. La speranza è che prevalga sempre il principio del maggiore interesse del minore anche di fronte alla logica delle maggioranze e che si possa mantenere la capacità di guardare in faccia i bambini con le loro specifiche esigenze concrete, affettive e relazionali.




Strage di via d’Amelio, Di Matteo al Csm: “Il depistaggio cominciò con il furto dell’agenda rossa. E non furono i mafiosi”



“La prima azione del depistaggio sulla strage è rappresentata dal furto dell’agenda rossa. E a rubarla non possono essere stati i boss di Cosa nostra“. Dopo il rinvio di cinque giorni fa, Nino Di Matteo è comparso davanti al Consiglio superiore della magistratura. L’audizione del sostituto procuratore della Direziona nazionale antimafia era stata fissata il 12 settembre scorso. Il pm del processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, però, ha inviato una lettera a Palazzo dei marescialli per chiedere che la seduta fosse pubblica e non segreta. Una richiesta che ha fatto slittare la sua convocazione per parlare delle indagini che hanno portato, immediatamente dopo la morte del magistrato Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta, al depistaggio culminato con il falso pentito Vincenzo Scarantino.
“Siamo a un passo dalla verità” – “Sulla strage di via d’Amelio siamo a un passo dalla verità. Mai come ora siamo vicini alla verità. E questo grazie a me e ad altri magistrati. Non è vero che in 25 anni non si è mai fatto niente. Ci sono 26 condanne. Mai messe in discussione e non interessate dal processo di revisione. Il pericolo che io intravedo oggi è che tutto il dibattito si concentri solo sulla gestione del falso pentito Scarantino. Gli elementi che abbiamo oggi portano a circostanze che potrebbero essere chiarite in via definitiva”, ha detto Di Matteo. Che ha spiegato il suo ruolo nei vari processi celebrati sulla strage. “Il primo processo Borsellino non l’ho seguito io e del bis mi sono occupato solo della fase dibattimentale. E non è vero che quel processo é basato solo sulle dichiarazioni di Scarantino”,  ha detto Di Matteo al Csm. “Noi ci siamo resi conto che l’attendibilità di Scarantino era limitata , tant’è che nei confronti di 3 dei 7 soggetti chiamati in causa da Scarantino abbiamo chiesto l’assoluzione e lui non lo abbiamo inserito tra i testi”, ha aggiunto il magistrato. Il Borsellino bis, infatti – dove Di Matteo rappresentava la pubblica accusa insieme ad Annamaria Palma – è quello depistato dalle dichiarazioni di Scarantino. E poi diventato oggetto di un processo di revisione, dopo le dichiarazione di Gaspare Spatuzza, che ha ricostruito la fase esecutivo dell’eccidio.  “La strage di Via D’Amelio- dice Di Matteo – è in Italia quella con il più alto numero di condannati. Non è giusto che questi magistrati siano oggi accostati a depistaggi e questa accusa è strumentale a chi non vuole che si vada avanti” ha detto sempre Di Matteo, parlando di “prezzi altissimi” pagati da lui stesso e dai suoi familiari per l’accertamento della verità. Per quelle false dichiarazioni che inquinarono le prime indagini su via d’Amelio sono recentemente finiti accusati di calunnia tre poliziotti: il questore Mario Bo, sugli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.
“Depistaggio cominciò con furto agenda rossa” – Il pm della Trattativa Stato-mafia si è poi soffermato su uno dei tanti interrogativi rimasti senza risposta sulla strage del 19 luglio 1992. “Non c’è alcun dubbio che Paolo Borsellino tenesse un’agenda rossa che gli era stata regalata dai carabinieri e che quel giorno l’avesse con sé. Non c’è alcun dubbio che avesse annotato con particolare ansia circostanze che aveva scoperto, cose molto gravi”, ha detto Di Matteo mettendo in fila gli avvenimenti di quell’estate di ventisei anni fa e contenuti nella motivazioni della sentenza sul Patto tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra. “E non c’è alcun dubbio che in quel momento c’era una trattativa tra il Ros e Riina con l’intermediazione e Ciancimino. Oggi si sa anche che Borsellino il 15 luglio aveva parlato alla moglie di un alto ufficiale del Ros che prima gli era amico. I mafiosi hanno fatto la strage ma il furto dell’agenda rossa non può essere stato fatto da chi ha premuto il pulsante”. Per questo motivo, ha concluso il magistrato “per arrivare alla verità sulla strage di Via D’Amelio la prima cosa da approfondire e il furto dell’agenda rossa sulla quale lui scriveva cose molto gravi, parole sue”.
“Sentite Boccassini” – Il pm ha poi polemizzato, in un certo senso, con i consiglieri. “Non ho visto chiamare qui i magistrati che hanno fatto le indagini che hanno portato all’arresto di Scarantino”, ha detto facendo i nomi di Ilda Boccassini, Fausto Cardella e Francesco Paolo Giordano. Erano loro che si occuparono delle prime indagini sulla strage di via d’Amelio e con lui giovane pm, dice Di Matteo, loro nemmeno parlavano. “Non ho mai parlato nemmeno con La Barbera” allora a capo del pool investigativo, “ci tiene a precisare il pm. E il presidente della Prima Commissione, Antonio Leone, ha replicato: “Non abbiamo voluto scegliere qualcuno ed escludere qualcun’altro. Il completamento della fase preistruttoria aveva previsto la fisiologica audizione dei magistrati Fausto Cardella, Francesco Paolo Giordano, Roberto Saieva, Ilda Boccassini. Questo programma istruttorio potrà essere concluso dalla prima Commissione nella prossima consiliatura”. Il depistaggio di via d’Amelio, dunque, sarà tra i primi atti sul tavolo del nuovo Consiglio.



lunedì 17 settembre 2018

I ripetenti di B. attaccano la Magistratura e Mattarella


Nel corso di una cerimonia in onore di Oscar Luigi Scalfaro a cent’anni dalla sua nascita il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato un discorso che è l’ultima linea di difesa dei cittadini dall’arroganza degli uomini politici, siano essi di destra, di sinistra, di centro o di qualsiasi altra parte. Ha detto il presidente della Repubblica: “Nel nostro ordinamento non esistono giudici elettivi. I magistrati traggono legittimazione e autorevolezza dal ruolo che loro affida la Costituzione. Non sono chiamati a seguire gli orientamenti elettorali, ma devono applicare la legge e le sue regole. Nessun cittadino è al di sopra delle leggi”. Un discorso tanto ovvio quanto ineccepibile in risposta a Matteo Salvini che aveva tirato fuori un antico refrain berlusconiano secondo il quale l’uomo politico poiché è stato eletto dal popolo o da una parte di esso, ha cioè un consenso, non può essere sottoposto alla legge allo stesso modo degli altri cittadini. Aveva detto il leader della Lega: “Io sono un organo dello Stato eletto dal popolo, non come i magistrati”. Il discorso di Mattarella riporta le cose al loro posto. Mi ricordo che all’epoca in cui Silvio Berlusconi tirò fuori dal suo cilindro lo strabiliante concetto che il consenso garantiva all’uomo politico la legittima possibilità di commettere reati, Marco Travaglio ed io ci divertivamo a scherzare, in privato e sui giornali, su quale dovesse essere l’entità di questo consenso per garantire l’impunità: bastavano due milioni, ce ne volevano quattro o forse otto?
Per contestare in qualche modo questo discorso ineccepibile Alessandro Sallusti deve arrampicarsi sugli specchi, come fa ormai da anni, da decenni, cioè da quando è entrato nel giro berlusconiano, mentre in precedenza era stato un ottimo professionista. Innanzitutto liquida il discorso di Mattarella in risposta all’inaudita pretesa di Salvini come “un gioco delle parti”. Questo è il classico modo berlusconiano, e non solo berlusconiano, di considerare le Istituzioni. Le Istituzioni non fanno, non possono fare, non devono fare alcun politico “gioco delle parti”, ma semplicemente rispettare e rendere effettivo il ruolo per cui esistono: il presidente della Repubblica è il supremo garante della Costituzione, l’Esecutivo governa, il Parlamento approva le leggi, la Magistratura controlla che queste leggi non siano violate e punisce, con tutte le garanzie previste dall’ordinamento, chi queste leggi invece le infrange.
Ma l’affanno di Alessandro Sallusti è ancora più evidente quando si aggrappa all’occasione in cui Mattarella ha fatto il suo discorso cioè la celebrazione di Scalfaro. Il direttore del Giornale definisce Oscar Luigi Scalfaro “il peggior presidente nella storia della Repubblica”. E lo credo bene. Scalfaro rifiutò di firmare il decreto-legge Conso che voleva depenalizzare il “finanziamento illecito dei partiti” e salvare così nel pieno delle inchieste di Mani Pulite (siamo nel marzo del 1993) i politici e i partiti che avevano ricevuto per anni quei soldi, depredando di fatto il cittadino italiano. In precedenza, nel giugno del 1992, Scalfaro aveva rimandato al mittente la pretesa di Bettino Craxi, sulle soglie di essere indagato per quella corruzione che gli costerà dieci anni di galera mai scontata ma vissuta in Tunisia sotto la protezione del dittatore Ben Ali, di fare ugualmente il presidente del Consiglio. E Craxi era il grande protettore di Silvio Berlusconi, e viceversa, cui consentì attraverso la famigerata legge Mammì di essere per anni il padrone assoluto di tutto il comparto televisivo privato italiano. Sallusti insinua poi che Scalfaro avrebbe tramato per far fuori Berlusconi attraverso pressioni sui magistrati di Mani Pulite perché gli inviassero il famoso avviso a comparire mentre presiedeva a Napoli una conferenza internazionale sulla criminalità. A parte che, viste le cose con gli occhi di oggi, è abbastanza curioso che un uomo che sarebbe stato poi definito dai Tribunali della Repubblica un “delinquente naturale” presiedesse un convegno sulla criminalità, nella mente bacata di Sallusti non ci può proprio stare che la magistratura agisca per tutelare il rispetto delle leggi, come richiamava l’altro giorno Mattarella, e non per motivi politici. Il governo Berlusconi non cadde per le supposte trame di Scalfaro, fu Umberto Bossi a farlo cadere con quello che rimane il suo miglior discorso, anche dal punto di vista stilistico, in Parlamento (“Oggi finisce qui la Prima Repubblica”. Si illudeva, il buon Umberto).
Sallusti tira fuori poi il suo asso nella manica: il “non ci sto” pronunciato da Scalfaro in televisione quando fu accusato di aver percepito in modo irregolare i 100 milioni al mese destinati al ministro degli Interni quando lo stesso Scalfaro aveva ricoperto quel dicastero. Peccato che nel 1999 Oliviero Diliberto, in quel momento ministro della Giustizia, abbia ricordato che la Procura di Roma aveva comunicato il 3 marzo 1994 che “nei confronti dell’onorevole Scalfaro non sussiste alcun elemento di fatto dal quale emerga un uso non istituzionale dei fondi”.
Alessandro Sallusti deve rendersi conto che il ventennio berlusconiano della guerra senza esclusione di colpi alla Magistratura è definitivamente tramontato. E deve smetterla di fare come uno scadente illusionista il gioco delle tre tavolette contando sulla smemoratezza degli italiani. Perché alcuni testimoni di quel tempo, quorum ego, sono per buona o mala sorte ancora vivi. E anche che il progetto di legge, di matrice Cinque Stelle, secondo il quale le amministrazioni dello Stato non devono fornire la pubblicità ai giornali non è diretto al suo Giornale come scrive, facendo la vittima, nell’editoriale del 12 settembre, ma a tutti i giornali perché non c’è nessuna ragione per la quale lo Stato, cioè noi cittadini si sia chiamati a pagare pubblicazioni private. I giornali si mantengano da soli, se ce la fanno. Ma visto come sono fatti e la malafede di cui sono intrisi, di cui il Giornale di Sallusti può essere considerato il vessillifero, dubito molto che ce la facciano.



domenica 16 settembre 2018

I giovani: una classe politica mancata


Quando ero al liceo agli inizi del 2000 sentivo dire che quando si è giovani si è di sinistra e poi, da adulti, ci si sposta verso posizione più conservatrici perché si raggiunge uno status quo e si tende a difenderlo. Le sfiorite ideologie del Novecento indicavano un orizzonte verso cui le società volevano tendere, dei modelli di società migliore. Il miglioramento delle condizioni di vita era di solito possibile attraverso un fisiologico scontro generazionale, una stimolante e sana competizione tra padri e figli che innescandosi nell’adolescenza permetteva la crescita dei giovani educandoli all’indipendenza. Il cambiamento in politica era portato avanti da chi era nuovo, dai giovani, secondo una dialettica che tendeva a portare avanti le istanze di nuove classi o di nuovi gruppi sociali.
Eppure come diceva Mentana in un recente evento organizzato da Gino Strada, nelle aziende trilionarie della Silicon Valley oggi l’età media è di 30 anni, mentre in Italia alle riunioni di Confindustria l’età media è di quelli della piscina di Cocoon, senza gli effetti della piscina. In pratica in Italia questo conflitto generazionale non si è completamente verificato. I giovani infatti sono stati (e si sono?) completamente esclusi da tutto.
Nelle famiglie più fortunate un patto implicito infatti ha legato il padre e il figlio secondo cui, il primo paga al secondo una formazione sempre più lunga e dispendiosa, mentre il secondo, mantenuto dalla famiglia restando sotto il tetto familiare, impegnandosi nello studio, ambisce a posizioni lavorative sempre più rare in un contesto di allargamento della classe media.
Questo patto scellerato ha creato una “classe disagiata”, la cui teoria è stata elaborata da Raffaele Alberto Ventura, che dovendo accettare spesso il declassamento della propria posizione sociale, poiché esclusa dalla competizione ai sempre più rari posti di lavoro, nasconde il proprio disagio con pratiche ostentatorie di un tenore di vita che non può permettersi.
Noi giovani siamo stati quindi esclusi dal mondo del lavoro, principale elemento di affermazione personale e sociale. Con una retorica volutamente paternalista, facendo affidamento nel ricatto dell’ ”esercito di lavoratori a gratis di riserva”, i datori di lavoro possono ottenere la massima produttività con una paga prossima allo zero, giustificandola con la logica del “devi imparare il mestiere”. Dopo anni e anni di esami, i giovani escono dall’università e gli si dice che non sanno lavorare, che quella fatta finora era teoria, la pratica è altro.
Complici di questo paternalismo lavorativo sono paradossalmente i genitori stessi. Coscienti di aver contribuito ad un mondo più ingiusto e chissà alla crisi economica, mossi da un senso di colpa di inadeguatezza, si comportano contemporaneamente in due modi. Da un lato ci accolgono sotto il loro tetto, mantenendoci, lasciandoci come unica responsabilità economica, quella di decidere come spendere il sabato sera la paghetta o i 500 euro gentilmente concessi dallo sfruttatore di lavoro. Dall’altro lato talvolta ci screditano poiché nel periodo del boom economico sono riusciti a fare quello che noi non saremo capaci di fare.
Secondo questa logica familiaristica che ha fondato le politiche giovanili fino ad oggi, si è sempre sperato che garantendo un sistema fiscale per i genitori e i nonni, si potesse per effetto cascata, costruire un welfare familiare che aiutasse i giovani, senza capire che tale sistema li rende ancora più dipendenti delle morbose braccia familiari. Da qui l’idea dell'”italiano mammone”.
Il fisiologico conflitto generazionale che porta cambiamento è stato pacificato dall’emergenza della crisi ed ha quindi fatto venir meno una classe politica di giovani.
Escludendo coloro che restano in uno stato di disoccupazione e sotto il tetto familiare, non rimangono che tutti coloro che hanno voluto o dovuto tentare la via dell’emigrazione e quei sempre meno fortunati che sono riusciti a trovare un lavoro in Italia, spesso ripiegando rispetto alle iniziali ambizioni, e che sono riusciti a fondare una famiglia, non si sa se per meritocrazia o per conoscenze personali.
Se una parte dei disoccupati sono pacificati dal paternalismo familiare e lavorativo, e se l’altra parte si imbatte nel calvario dell’emigrazione, vera valvola di sfogo sociale e politica delle conflittualità generazionali, portando via con sé rivendicazioni ed entusiasmo, chi si fa avanti per un cambiamento politico?
Chi deve portare avanti le politiche giovanili che mirano all’indipendenza economica ed abitativa se non i giovani stessi? Di sicuro non saranno i “vecchi” contenti di averci ancora sotto il loro tetto, elargitori di una paga che non si sa quando diventerà produttiva e quindi bruciando nel frattempo importanti risorse economiche.
Di certo nessuno delle vecchie generazioni si farà da parte e nessuno delle nuove leve abbozza una qualche forma di riscatto generazionale.
Condannati al presentismo della cultura del consumo e dei social, disillusi dalle delusioni politiche dei nostri genitori, non crediamo nel cambiamento perché non crediamo, purtroppo, che la politica possa contribuirvi, sia perché non l’abbiamo mai sperimentata, sia perché a scuola ci hanno sempre scoraggiato a trattarne, sia ancora perché non abbiamo fiducia nel prossimo così come non abbiamo fiducia in noi stessi. Il prossimo non è visto come un compagno di lotta ma come un possibile concorrente di un posto di lavoro che ci garantirebbe l’obiettivo di costruirci una vita.
Increduli ad un cambiamento che non abbiamo mai vissuto, incapaci di organizzazione e destinati a sopravvivere in maniera individualista, dobbiamo per la sopravvivenza stessa della società e di noi stessi, riprendere in mano il nostro destino attraverso la partecipazione politica personale. 

Tobia Savoca (Pressenza - 15 settembre 2018)


martedì 11 settembre 2018

Cose da pazzi: il governo degl'incapaci funziona


Incredibili dictu. Il governo degli incompetenti, degli incapaci, degli sprovveduti, degli steward, dei populisti, degli sfascisti, dei fascisti ma anche un poco comunisti, che doveva squagliarsi, come un ghiacciolo, già al sole di luglio per incompatibilità di vedute e di carattere dei suoi due leader, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, non solo tiene, nonostante si sia trovato ad affrontare quasi fin da subito un’imprevista e grave emergenza come il crollo del ponte sul Polcevera, ma sembra funzionare. E anche piuttosto bene.
Il vice premier e ministro del Lavoro Di Maio ha risolto al meglio, data la quasi inestricabile condizione di partenza (conciliare l’occupazione col problema dell’ambiente) la difficilissima questione Ilva. L’accordo con Arcelor Mitall non sarà il massimo, ma era il possibile e non si è sempre detto dai soloni che ci hanno governato fino a qualche mese fa e dai loro lacchè intellettuali che la politica è “l’arte del possibile”? Altro che “dilettanti allo sbaraglio”. L’opposizione, ammesso che possa dirsi tale quell’accozzaglia di disperati chiamata Dem, ha dovuto, con Calenda e Martina, arrampicarsi sugli specchi, aggrapparsi a un cavillo giuridico, per cercare di sminuire l’incontestabile successo di Di Maio.
Matteo Salvini è riuscito a porre all’attenzione dell’Europa la questione dei ‘migranti’ che riguarda il nostro Paese più di altri. Lo ha fatto con modalità discutibili, sia nel caso dell’Acquarius (la Ong poteva essere preavvertita prima che la sua nave si presentasse davanti alle coste italiane) sia, e ancor più, con la Diciotti per cui è indagato per sequestro di persona. Ma qui acquista più rilevanza un altro elemento. Dopo le iniziali sbruffonerie Salvini, probabilmente su pressione di Di Maio, ha lasciato perdere le consuete geremiadi sulla “giustizia a orologeria”, sulle “sentenze politiche”, sulla “magistratura politicizzata”, di berlusconiana memoria e ha riconosciuto che anche gli uomini politici sono sottoposti a quelle leggi che tutti noi siamo chiamati a rispettare (“Non sono sopra la legge”). Cosa ovvia, ma che fino a ieri ovvia non era soprattutto in quel mondo di destra o centrodestra che sta alle spalle di Salvini. Il peloso ‘pseudogarantismo’ berlusconiano è stato, forse, messo alle spalle per sempre. E fosse anche solo per questo il governo gialloverde meriterebbe un’imperitura riconoscenza da parte di chi per 25 anni ha dovuto subire la violazione sistematica del principio cardine della democrazia e della nostra Costituzione: la legge è uguale per tutti. Io credo che fra Di Maio e Salvini, pur con le loro diverse personalità e culture, si sia creata, conoscendosi, una certa amicizia e un rapporto di collaborazione autentico e sincero.
Giovanni Tria nell’incontro tenuto a Vienna fra i ministri finanziari dell’Eurogruppo e Giuseppe Conte al workshop Ambrosetti di Cernobbio hanno rassicurato gli stramaledetti mercati e soprattutto l’Unione Europea che l’Italia non ha alcuna intenzione di uscire dall’euro e tantomeno dall’Europa. Mettendo così la parola fine sull’infantile ‘sovranismo’ di Salvini.
Alla Versiliana Di Maio, da me sollecitato, si è pubblicamente impegnato a ritirare i nostri militari dall’Afghanistan, confermando ciò che l’anno scorso, sempre alla Versiliana, aveva detto Alessandro Di Battista. Con la differenza che Di Battista era allora solo un parlamentare all’opposizione, mentre Di Maio è il vice premier e il suo impegno quindi ha ben altra autorevolezza. Se questo impegno dovesse concretizzarsi sarà per me una soddisfazione particolare perché vorrebbe dire che anche da una piccola stanza, qual è quella da cui scrivo, si può smuovere qualcosa di importante anche a livello internazionale. Sono infatti 17 anni che mi batto contro l’occupazione dell’Afghanistan. Per noi italiani non sarebbe solo e tanto una questione di quattrini (470 milioni di euro l’anno buttati via) ma etica. Vorrebbe dire sottrarsi a una sopraffazione infame e sanguinaria voluta e praticata dagli americani. Ciò potrebbe preludere a un’uscita dalla NATO. Non della sola Italia, ovviamente, che sarebbe pura utopia, ma di tutti i Paesi europei che ne fanno parte e che sono stufi, arcistufi dell’avventurismo bellico americano che si è regolarmente ritorto contro l’Europa. In questo senso si muove, sia pur con una cautela obbligata, Angela Merkel per trovare un’equidistanza fra Stati Uniti e Russia. In questo potrebbe tornar buono Matteo Salvini col suo ‘putinismo’, purché il leader leghista si renda conto che non si può essere nello stesso tempo filorussi, filoamericani e antitedeschi e antieuropei.
Di Maio mi ha deluso solo quando, sempre alla Versiliana, gli ho chiesto perché mai fosse andato a incontrare in pompa magna il tagliagole Al Sisi e lui ha dribblato la domanda in perfetto stile politichese ‘ancien régime’ focalizzando la questione solo su Giulio Regeni. L’infamia che si sta consumando da cinque anni in Egitto non è grave perché vi è stato coinvolto anche un italiano, è grave per i motivi che ho cercato di riassumere sul Fatto del primo settembre (“Di maio non doveva incontrare il tagliagole Al Sisi”, Il Fatto, 1/1/2018). Se ne è accorto perfino il manifesto di domenica con un titolo di taglio centrale (“Il boia non molla”, Manifesto, 9/9/2018). Se proprio, per motivi economici, dobbiamo avere a che fare con questi golpisti manigoldi e assassini la prossima volta Di Maio ci mandi Enzo Moavero Milanesi che come tutti i ministri degli Esteri è il più simile ai diplomatici per attitudini e compito: mandar giù della merda senza vomitare.

Massimo Fini


mercoledì 5 settembre 2018

"Marenostrum" - IV Festival Internazionale della Fotografia del Mediterraneo




L’amico Roberto Rubino, tra gli organizzatori dell’appuntamento annuale di Mazzara del Vallo, ha invitato alcuni soci IMAGO a partecipare alla IV edizione del Festival Internazionale della Fotografia del Mediterraneo denominato “Marenostrum”, che coinvolge tanti appassionati di fotografia e che propone immagini attinenti al tema dell’evento.
Confrontandoci è risultato abbastanza facile convenire sulla scelta tematica e di comune accordo abbiamo optato per i “mercati”.


Chi ha visitato la Sicilia ha avuto modo di appurare la similitudine dei nostri mercati con quelli nordafricani e del Mediterraneo più in generale, per colori, suoni, allocamenti più o meno stabili e quant’altro.

Nell'articolo propongo quattro delle foto (ciascuna per autore e di Gregorio Bertolini, Salvatore Clemente, Salvo Cristaudo e Vincenzo Montalbano) esposte nell’ambito della manifestazione mazarese che si svolge dal 14 settembre al 7 ottobre 2018.


Nello stesso Festival sono pure esposte trenta foto di autori siciliani dell’UIF (Unione Italiana Fotoamatori) a tema “Palermo città d’Arte”.

Per chi conta di trovarsi nel trapanese in questo periodo si consiglia vivamente di visitare la ricca mostra, articolata peraltro in differenti siti di prestigio messi a disposizione dall’Amministrazione comunale di Mazara del Vallo.

Per ulteriori informazioni si rimanda alla specifica pagina Facebook dedicata.



Collegato al Festival vi è un "Contest" che prevede la libera partecipazione gratuita di tutti gli appassionati di fotografia.


Buona luce a tutti!

 © Essec


Slide show "Mercati" Collettiva di soci IMAGO a Mazara del Vallo nell'ambito della manifestazione "Marenostrum" dal 14 settembre al 7 ottobre corrente https://youtu.be/yOnoPUvTZgk


martedì 4 settembre 2018

Sorpasso da Cazzaro


Mentre il TgLa7 rompe la tregua estiva dei sondaggi e comunica che la Lega ha abbondantemente scavalcato i 5Stelle – piazzandosi oltre il 32% (il loro risultato del 4 marzo) e staccandoli al 28,3 e rubando 4 punti a Di Maio e 4 a B. – e che comunque la maggioranza cresce e l’opposizione si assottiglia – penso all’ultimo dibattito della nostra bella festa alla Versiliana: quello sulla verità perduta nell’era del web.

“I social – ha detto Milena Gabanelli – sono un ottimo vivaio perché consentono ai giornalisti di non lavorare, tanto c’è una sparata al giorno da riprendere per costruire pagine. Anni fa le chiacchiere da bar restavano tali, ora anche l’ultima dichiarazione dell’ultimo segretario dell’ultima sezione di provincia ha una grande potenza. Dovrebbe finire in un trafiletto di due righe a pagina 46, invece spesso diventa l’apertura dei giornali. A quel punto ci indigniamo, ma poi continuiamo a ravanare tra queste sparate”. Enrico Mentana ha obiettato: “Un conto è ravanare nei tweet dell’ultimo segretario di provincia o di un parlamentare semisconosciuto, un conto è prendere atto della mutazione genetica dei codici politici. Una volta i giornali dovevano fidarsi di addetti stampa che rilasciavano frasi sussurrate o dichiarazioni ufficiali. Ora, dall’uomo più potente del mondo, cioè Donald Trump, in giù si usa direttamente il social network per dire una cosa e a quel punto è lì scolpita, non la cancelli più. E su quello il giornalista si basa come 30 anni fa sulla relazione a un congresso di partito. Infatti il candidato alla segreteria del Pd Nicola Zingaretti dice: ‘Dobbiamo essere il primo partito sul web’. Questo ci dà l’idea della distorsione in corso: conta più la piazza virtuale di quella reale, lo slogan del progetto”.

Noi, come i lettori sanno, releghiamo la politica chiacchierata o cinguettata nei trafiletti a pagina tot (vedi rubrica “Il Cazzaro Verde” che raccoglie le flatulenze verbali del cosiddetto ministro dell’Interno). Ma i pastoni e i panini dei tg e spesso le prime pagine dei giornaloni si nutrono di quella, e i risultati si vedono. Se, come diceva Umberto Eco, sul web la parola di un premio Nobel vale quanto quella dello scemo del villaggio, la sparata di un consigliere comunale vale quanto la parola (peraltro rarissima, dall’avvento di Conte) del presidente del Consiglio. Il quale viene accusato di non esistere e non far nulla solo perché non straparla ogni due per tre, mentre il consigliere comunale pirla diventa una star e si apre un dibattito sul perché il premier non prenda subito le distanze dallo scemo del villaggio. Non tutte le esternazioni di tutti i politici vanno ignorate.

Se Salvini, che non sembra ma è il vicepremier, annuncia che il governo non sforerà il tetto del 3% o che la nave Diciotti non può sbarcare, la notizia c’è tutta. Ma se insulta Asia Argento o Michele Riondino, chissenefrega. Invece lui litiga con Asia e Riondino proprio perché sa che verrà “ripreso” in pompa magna come quando parla del 3% o della Diciotti, giornali e tv apriranno il “dibattito” e lui si sarà guadagnato la fama del leader e ministro più attivo, anche se è il più assenteista e il meno produttivo (al Viminale lo vedono di rado, come prima a Bruxelles, e non è detto che sia una disgrazia). Finora non i risultati (piuttosto scarsini, viste le aspettative), ma i sondaggi gli hanno dato ragione: anche perché non solo la politica delle sparate via Twitter o in diretta Facebook funziona, ma anche perché tutti lavorano per lui (giornaloni, tv, oppositori, intellettuali, persino magistrati). Tant’è che in tre mesi s’è mangiato quel che restava di Forza Italia e nell’ultimo mese ha iniziato a sbocconcellarsi anche gli alleati grillini, che fino a luglio avevano tenuto botta. E questo dipende dalla sovraesposizione che un po’ si conquista da solo e un po’ i media gli regalano, ma anche dalla diversità del suo elettorato vecchio e nuovo rispetto a quello degli altri partiti maggiori. Un elettorato che ricorda molto (e in parte è) quello del berlusconismo arrembante e trionfante: gente di bocca buona e stomaco forte, poco informata e molto credulona, che al suo leader consente di tutto e perdona tutto. Non esige né coerenza, né efficienza, né legalità: chiede soltanto parole forti, toni alti e pugno duro, anche a saldo zero.

Scandali come quello dei 49 milioni di soldi pubblici scomparsi dalle casse della Lega danneggerebbero il Pd e distruggerebbero i 5Stelle, mentre Salvini se ne avvantaggia persino, raccontando di non saperne nulla, di essere vittima dei giudici e venendo creduto. Idem per la scoperta del suo voto favorevole, nel 2008, con tutta la Lega e FI, alla proroga della concessione autostradale ai Benetton, con continui rialzi dei pedaggi: lui lo ammette, lo rivendica e nessuno gli sputa in faccia se ora contesta quella concessione da scandalo che porta anche la sua firma. Durerà, la bolla del Cazzaro? Per B., salvo rari intervalli, durò oltre 20 anni, anche per l’inettitudine, la cialtronaggine, la complicità del centrosinistra. Ora, per Salvini, la situazione è un po’ diversa. Gli unici rivali in grado di impensierirlo non sono all’opposizione, ma al governo con lui: i 5Stelle. Se pensassero – come ogni tanto sembrerebbe – di recuperare terreno e rubargli la scena strillando più forte di lui, avrebbe già perso in partenza: quanto a decibel, non c’è chi lo valga. L’unica strada, anche se più lunga, tortuosa e impervia, è quella della serietà, della concretezza e dell’efficienza: studiare molto, parlare poco e ottenere risultati (come la legge, ottima, contro la corruzione presentata ieri dal ministro Bonafede, con la radiazione dei corrotti e l’agente sotto copertura per smascherarli). Vedi mai che, alla lunga, anche il Paese dei creduloni e dei cazzari torni a premiare i fatti al posto delle ciance.
 
Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 4 settembre 2018)


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Di Maio non doveva incontrare il tagliagole Al Sisi


Ieri Marco Travaglio sottolineava le cose che non funzionano nel governo gialloverde focalizzandole soprattutto sulla Lega e sulla ubiqua e martellante presenza di Salvini. Bene. Ma qualcosa che non funziona c’è anche nei 5stelle. Non in politica interna dove col loro programma sociale hanno il difficilissimo compito di rimontare una situazione che si è creata nei decenni. Ma in politica estera. Una persona perbene come Luigi Di Maio non va a trovare, tutto soave, attuzzi e moine, un tagliagole come il generale Abdel Fatah Al Sisi, per discutere, fra le altre cose, del ‘caso Regeni’. Non tanto perché è inutile. Dubito molto che Al Sisi si presenti spontaneamente al Procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone per farsi arrestare, dato che è evidente che l’ordine di assassinare Regeni se non direttamente da Al Sisi dipende dalla filiera dei servizi segreti da lui controllati. Il ’caso Regeni’ non è che un pulviscolo delle infamie che sono state perpetrate in Egitto negli ultimi anni. Ricapitoliamole perché tutti, in Italia e nel liberale e democratico Occidente, sembrano essersene dimenticati. Nel 2012, nell’ambito delle cosiddette ‘primavere arabe’, in Egitto era stato deposto il dittatore Hosni Mubarak e proclamate le prime elezioni libere in quel paese vinte dall’avvocato Mohamed Morsi leader dei Fratelli Musulmani. Una vittoria che oltre ad avere tutti i crismi della legalità era giustificata dal fatto che i Fratelli erano stati per anni gli unici veri avversari della dittatura di Mubarak, pagando prezzi altissimi (carcerazioni, assassinii), mentre i cosiddetti ‘laici’ che tanto piacciono al democratico e liberale Occidente se ne erano stati ben al coperto. Dopo un anno e mezzo il legittimo governo di Morsi fu rovesciato con un colpo di stato militare guidato proprio da Al Sisi, con l’appoggio del sempre democratico e liberale Occidente (all’epoca l’allora presidente del consiglio italiano Matteo Renzi, che come Salvini non sa tenere un cecio in bocca, si spinse ad affermare che Al Sisi era “un grande uomo di Stato”). La deposizione violenta di Morsi fu giustificata con una motivazione a dir poco grottesca: l’inefficienza del governo dei Fratelli. A parte il fatto che essendo stati alla macchia o in galera per decenni i Fratelli non potevano avere maturato una cultura di governo (così come non l’hanno maturata, ma per motivi meno sanguinosi, i 5stelle in Italia), se si dovesse legittimare un colpo di stato per l’inefficienza di un governo, e solo dopo un anno e mezzo dal suo insediamento, in Italia i colpi di Stato avrebbero dovuto essere almeno, dai primi anni Ottanta in poi, una trentina. La beffa delle beffe era che Al Sisi era stato il braccio militare di Mubarak: a una dittatura se ne sostituiva un’altra ancora più feroce. Al Sisi fece mettere in galera Morsi e tutta la dirigenza dei Fratelli e col pretesto di una manifestazione a favore di Morsi, dove era stato ucciso un poliziotto, dico uno, fece assassinare 2500 Fratelli cui seguirono circa 2500 desaparecidos fra cui c’è anche Giulio Regeni, trovato in seguito cadavere e con segni di tortura (perché i servizi segreti egiziani non hanno nemmeno l’abilità della Mafia che fa sparire la gente in qualche pilone di autostrada). In ogni caso, se vogliamo essere schietti, e noi lo vogliamo, qualche ragione in quell’occasione i servizi egiziani ce l’avevano: non si va in quell’Egitto a fare un’improbabile inchiesta sui ‘sindacati indipendenti’ (una responsabilità grave ce l’ha anche l’università di Cambridge: non si manda in quell’Egitto un ragazzo quantomeno sprovveduto). Dopo di che Al Sisi ha abolito tutte le libertà civili che tanto piacciono al liberale e democratico Occidente e per le quali lo stesso Occidente, quando gli fa comodo, è disposto a muover guerra a destra e a manca (Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011). Il risultato di questa bella operazione nel regno dei Faraoni è che 10000 egiziani sono andati a fare i foreign fighters per lo Stato Islamico e che il Sinai è oggi in mano all’Isis.
Dopo l’incontro col tagliagole, Luigi Di Maio ha sostenuto che le relazioni tra Roma e Il Cairo vanno rinsaldate lodando la presenza di Eni che è rimasta, “anche nel periodo più difficile”, diventando una realtà importantissima. Faccio notare l’ipocrisia di quell’inciso “anche nel periodo più difficile”, cioè quando si massacravano e si incarceravano gli oppositori. Insomma siamo alle solite: non olet.
Intanto siamo sempre presenti in Afghanistan. Di ciò che succede in Afghanistan nel liberale e democratico Occidente nessuno parla. Per forza: lì gli occupanti siamo noi. Il 13 agosto i Talebani con un attacco militare, e non con kamikaze disposti a farsi saltare in aria in mezzo alla gente, questo lo fa l’Isis, erano riusciti a conquistare l’importante città di Ghazni, 150 kilometri da Kabul. Per ristabilire la situazione sono intervenuti gli americani con 23 raid di bombardieri e droni. Loro i “boots on the ground” non ce li mettono, a lasciarci la pelle sono i soldati del cosiddetto ‘esercito regolare’ afghano, dei poveri ragazzi che in questa guerra civile, da noi provocata e che ha ulteriormente impoverito un paese già poverissimo, non hanno scelta: per guadagnarsi il pane quotidiano o vanno a combattere, senza alcuna convinzione, per il governo fantoccio di Ashraf Ghani o si arruolano, un po’ più motivati, con i talebani, altri fuggono verso l’Europa. Il 21 agosto, primo giorno della ‘festa del Sacrificio’, Eid al Adha, l’Isis ha attaccato in Kabul con razzi e bombe di mortaio (Ma chi glieli dà? I Talebani non dispongono nemmeno di uno stinger). Il numero dei morti non è stato precisato. Ma come l’Isis, che in genere si fa saltare in aria in mezzo ai civili, soprattutto sciiti, non è considerato il più grave pericolo per l’Occidente? Sì, quando colpisce in Europa, se lo fa in Afghanistan chissenefrega. A combattere l’Isis in Afghanistan lasciamo i Talebani che, stretti fra i guerriglieri di Al Baghdadi e gli occupanti occidentali, perdono terreno a favore appunto dei terroristi islamici. Una strategia molto intelligente quella Occidentale: guerra ai resistenti afghani, laissez faire con i terroristi islamici.
Alla Versiliana dell’anno scorso Alessandro Di Battista, da me incalzato, promise che se i 5stelle fossero andati al governo avrebbero ritirato il contingente italiano a Herat che, fra le altre cose, ci costa 1,3 milioni di euro al giorno, vale a dire 474 milioni l’anno. Se il governo gialloverde non rispetterà l’impegno preso da Di Battista, non crederò più a una sola parola né di Di Battista, né di Di Maio, né di Davide Casaleggio, né degli altri bravi ragazzi dei 5stelle. Compagni addio.




domenica 2 settembre 2018

Dopo aver visitato allo Z.A.C. l’allestimento di “ReSignifications”


 

Eppure ancora oggi c’è qualcuno convinto che esportare la nostra cultura, la “democrazia”, è uno dei doveri e dei compiti del mondo occidentale.
Essere prevenuti e supponenti sono forse i tarli maggiori che lavorano in modo subdolo nella coscienza dell’uomo che, generalmente, anche in assoluta buona fede crede in “valori suoi” che sono principalmente frutto di un proprio modello di vita, legato ad abitudini che impigriscono sempre più la voglia di accettazione e condivisione di possibili differenti esistenze, di variegati moduli sociali con tutti gli annessi e le connesse conseguenze.
Non si considera che porsi secondo differenti angolature visuali annulla le visioni piatte e come, di contro, le variegate prospettive arricchiscono le tridimensionalità, per non parlare poi degli ulteriori dettagli costituiti dalle luci, dagli odori e dai suoni.
Le diversità non possono continuare a essere vissute con timore ma come occasioni di confronto e crescita.
Nessuno è depositario di verità e ciascuno ha sempre qualcosa da insegnare agli altri e non solo per caratteristiche culturali, in alcuni casi basta solo il modo di manifestarsi per già dire qualcosa.
Non ultimo per l’indurre chiunque alla riflessione, anche attraverso stesse tradizioni che assommano sempre delle protratte esperienze vissute.
L’evoluzione o l’involuzione dipendono molto dall’apertura che si ha nell’osservare, nel cogliere e saper capire gli errori per correggerli, nell’utopia perenne del cercare di creare, nell’interesse che accomuna, un mondo migliore.
Anche se si ha cognizione che ogni cosa è perfettibile non tutti comprendono o riconoscono il fatto che l’arte in ogni sua forma espressiva costituisce la principale universale chiave di lettura che consente liberi scambi diretti e indiretti d’intelletto.
E non possono costituire limite la babele di lingue e dialetti o le diverse tradizioni, perché c’è sempre un filo che lega il tutto e che in qualche modo amalgama anche le differenze.
Come detto in premessa, basterebbe perciò mettere al bando intanto un bel po’ di pregiudizi e procedere nel vivere, cercando di seguire le linee guida improntate a riconoscere a tutti doveri e diritti, che dovrebbero trovare sempre dimora, nei tempi e nei luoghi più diversi.
A completamento si indica di seguito il link dello slide show della mostra https://youtu.be/NvJskkq_h9U 

Buona luce a tutti!

 © Essec

INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI



Non ho vissuto l'età dei totalitarismi, l'età della morte del pensiero critico ma oggi più che mai posso considerare quanto sia pericoloso il sonno della ragione. Nell'età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria un semplice prendere le distanze  non può bastare,  non è piu possibile una "fuga immobile" anzi può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole.Oggi non è più tempo di tacere, è tempo di prendere una posizione perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste
 culturali del secondo dopoguerra. La cooperazione internazionale, la democrazia, l'integrazione, la tolleranza non possono essere valori negoziabili.
Quello che maggiormente preoccupa non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Salvini ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona, non è di Di Maio, che mi preoccupo e del suo serbatoio di voti "protestanti" ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese ad una destra becera e livida e che una larga fetta anche di intellettuali non si sia resa ancora conto che si è prostituita alla peggiore delle destre , non a quella progressista e europeista ma alla destra razzista e violenta di Salvini. Ad una destra incapace di cogliere i segni del tempo, incapace di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l 'inclusione  di tutti ,seguendo l'insegnamento terenziano alla base della nostra cultura occidentale :"Homo sum humani nihil a me alienum puto".
Appartengo al mondo della formazione, sto, pertanto, in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e "veloce" che  "vivendo in burrasca" rischia di precipitare nel baratro dell'indifferenza o, nel peggiore delle ipotesi ,dell'intolleranza, dell 'aggressività pericolosa e ignorante.
Questi stessi giovani ,invece, meritano di essere salvati, meritano una cultura in grado di coniugare pathos e logos,una cultura che percepisca l 'uomo come fine e non come mezzo, che consideri l '"altro da sè "una risorsa importante giammai una minaccia .
Nell'età delle interconnessioni non c 'è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA  e l'essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.
Non è neanche questione di destra o di sinistra , di rosso o nero ma il problema è, soprattutto di carattere culturale. La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall'UOMO, non prima dall 'uomo Italiano , nè come in passato , prima dall'uomo della Padania ma dall'UOMO  in quanto umanità È necessario che in ogni campo sia politico che economico, culturale e sociale non si perda mai di vista l'uomo, la sua dignità, il suo inestimabile valore e, al di là di ogni faglia e filo spinato, lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto.
INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI, c'è  molto da fare, a partire dalla formazione scolastica . Se uniti si costituirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria ,principalmente di quella della mente e dello spirito.

Antonella Botti, docente.


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)