"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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Fotogazzeggiando: Immagini e Racconti

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venerdì 3 aprile 2020

Corona e fu... Sentenza! (I “Misteri” in dieci minuti)


Vi vengo a dire su quanto mi è capitato oggi. Un accadimento che dimostra plasticamente come l'abbattimento dello spazio e l'ottimizzazione del tempo, ormai nei tempi dell'informatica moderna, rendono  possibili fatti come quello che vado a raccontare.
Stamani, quindi, ho postato questo mio slide show riferito all'evento religioso dei"Misteri" di Trapani, un lavoro fotografico sostanzialmente incentrato, non tanto sull'evento estetico delle "vare" ma sul popolo dei fedeli.
Un caro amico del luogo, dopo aver visto lo slide, ha rilanciato segnalandomi a sua volta un recentissimo lavoro approntato da Giuseppe Vultaggio. Il lavoro proposto era stato messo a punto per colmare l’abolizione dell'evento - causa Covid  - per il 2020.
Il prodotto, che merita un'ampia diffusione, rappresenta un eccellente documento che nel riepilogare la storia delleprocessioni dei "Misteri" trapanesi racchiude anche una bellissima poesia composta per l'occorrenza dal Vultaggio, che costituisce un accompagnamento didascalico alle immagini che scorrono.
Dopo aver visto il video, invito a soffermarsi nella lettura della poesia, gentilmente messami a disposizione dall'autore e che riporto di seguito. 

Buona luce a tutti!

© Essec

--

Corona e fu... Sentenza!   (I “Misteri” in dieci minuti)
Son 400 anni, era il Seicento,
quand’è che prese vita, come aurora,
la processione che, con fare lento,
ancora oggi, a Trapani, dimora.


Diciotto vare, la “Madonna” e il “Cristo”
realizzate con grande maestria,

con legno, tele e con sughero misto,
con l’arte del “carchet1” di casa mia.


Portate a spalla, sono venti vare2,
poggiate sulle spalle dei massari3,
concretizzate da maestranze rare,
scultori, intagliatori, artisti rari.


Artisti dal talento innato e vero
come Giuffrida, Li Muli e Pisciotta;
Lombardo, i Nolfo e, ancor, Beppe Cafiero
e poi Tartaglia, il Milanti e Ciotta.


Come a scontare un misterioso arcano,
al “Purgatorio” vennero allocati

la chiesa che, nel suo immenso piano,
li offre come quadri inargentati.


Sono affidati a arcaiche maestranze,
congregazioni d’arti e di mestieri,
che, rispettando religiose usanze,

li curano con sentimenti veri.


Venerdì Santo si esce in processione,
ad uno ad uno, lenti tra la gente,
raccontano, del Cristo, la Passione

in modo delicato...mestamente.


Son gli orafi ad aprir la processione,
e c’è Giovanni, insieme, con Maria,
si rappresenta la “Separazione”,

col Cristo sofferente che va via;


dei piedi, la “lavanda” si racconta,

nel gruppo ch’è affidato ai pescatori,

si vede un servo e Pietro che sormonta,
inginocchiato il Cristo, in mezzo ai fiori.


Pronti, a seguire, sono gli ortolani.
Un angelo, sul monte degli ulivi,
ha un Calice tenuto tra le mani,

gli apostoli riposano giulivi.


Il gruppo, ai metallurgici affidato,
racconta del momento dell’arresto;
Giuda ha tradito, Cristo è ammanettato,
sguaina la spada Pietro, con un gesto;


Nel mentre che al Sinedrio è accompagnato,
vicino al Cedron “cade” e non va avanti,
dalle due guardi viene trascinato.

La vara è affidata ai naviganti.


Il quadro, ai fruttivendoli concesso,
“Gesù dinanzi ad Hanna” rappresenta,
il Sacerdote altero, il Cristo oppresso,
la guardia con lo schiaffo lo tormenta...


La “Negazione”, gruppo dei barbieri,
parla di Pietro che, con cuore infranto,
con Cristo, nega di esser amici veri...
d’un gallo, ben tre volte, si ode il canto.


Portano, i pescivendoli, Re Erode,
dinanzi a lui Gesù viene umiliato;
un servo ride, un giudeo ne gode,
lo scriba guarda disinteressato.


Gesù a una colonna, ora, è legato
e insultato da offensivi cori

con rovi e cattiveria è flagellato.
È l’opera affidata ai muratori.


Il gruppo dei fornai avanza lento,
qui si evidenzia l’incoronazione,
viene beffato con fare irruento,
si legge in viso la rassegnazione.


La vara, che ai calzolai è affidata,

ci mette in evidenza il Cristo umano,
con lui Pilato sulla balconata

che lo presenta al popolo sovrano.


Ai macellai è affidata la “Sentenza”,
raccontano di insulti sovraumani
mentre Pilato, per pulir coscienza...
lava dinanzi al popolo le mani.


Col Cireneo procede verso il monte

ma a terra il Cristo cade, ormai, distrutto,
mentre una donna lava la sua fronte.
Questa è la vara del popolo tutto!


Segue la vara dell’abbigliamento

che ci racconta della spogliazione
siamo al Calvario, è l’ultimo momento
che gli precede la crocifissione.



Ora è un momento di gran sofferenza,
il gruppo è quello dei maestri d’ascia,
la croce si solleva con violenza,

il corpo del “Signore” che si accascia.


Finisce Gesù Cristo la Passione,
si spengono le luci e i riflettori,
un tuono segna la Crocifissione
che viene raccontata dai pittori.


Ai sarti e tappezzieri fu affidato
un quadro amaro: la Deposizione!
Si dice fu Giuseppe che ha pagato
per dare al Cristo dignitosa unzione.


Ora al sepolcro viene accompagnato,
con volti mesti e con gli sguardi amari,
si piange con dolore il Cristo amato.
La vara è dei mastri salinari.


La massima espressione del dolore

è il viso di Gesù dentro la bara.

Sono i pastai che, con grande amore,
lo portano con cura sulla vara.


La Vara dei baristi e pasticceri

vanta il trasporto dell’Addolorata

che immensa, e avvolta nei tristi pensieri,
piange su figlio, docile e accorata.


Con lei finisce questa processione
compita con dei sacrifici veri...
Nessuno sa capirne la ragione,

per questo qui, si chiamano “Misteri”.


Però quest’anno resta tutto fermo,
silenti come al tempo del conflitto,
un fermo destinato a essere eterno
per non scordare l’urlo di un delitto.


Pare che il male...voglia far più male,
opprimere e annientare il vero amore,
seppure abbia insegnato quanto vale
un grande abbraccio dato con il cuore.


È il Santo venerdì duemila venti
è tutto strano, sono un po’ confuso,
le vare sono rigide e silenti:
quest’anno quel portone starà chiuso.


Non so se, come e quando, ne usciremo
ma si conferma, qui, una storia immensa:
una corona rossa ha messo un freno,

una corona e fu...triste sentenza!


© Giuseppe Vultaggio



1 Carchet:
 tecnica tipicamente trapanese che permette di modellare gli abiti in statue lignee, grazie all’immersione delle stoffe in una mistura di colla e gesso, concedendo una maggiore naturalezza e maggiore plasticità espressiva.

2 Vara: è un termine utilizzato in Sicilia e in alcune regioni dell'Italia del sud per indicare il carro trionfale su cui vengono posti statue o dipinti di santi per essere portati in processione.

3 Massari:  Nella forma antica indica il massaio. Nell’Italia centro-meridionale, il termine è stato largamente usato per indicare il mezzadro o fattore. Nel contesto dei “Misteri”, a Trapani, il termine indica il gruppo di persone ai quali viene affidato l’incarico di trasportare la vara per tutta la durata della processione.



giovedì 2 aprile 2020

“QUID NOCTIS?” (Isaia) - “forse, di ciò che non sappiamo spiegare, possiamo solo narrare” – (L. Wittgenstein)



Nella piccola valle della riserva indiana, sui Monti della Luna, tra l’Arizona e il Nuovo Messico, gli anziani della tribù del “popolo delle piccole ombre” si erano riuniti intorno al sacro totem della memoria.
Durante il giorno, i tam tam dei fratelli rossi, prossimi al loro campo, anche loro rinchiusi nella riserva, avevano scandito messaggi inquieti.
A lungo, e reciprocamente, gli anziani si chiesero le ragioni, le cause, le origini di quello strano morbo che tanta paura e tanto malessere stava seminando tra la loro gente.
Ognuno parlò con saggezza e lingua dritta ma nessuna certezza venne fuori.
Occorreva prendere una decisione; magari, era opportuno parlare con i visi pallidi e comunicare loro i disagi imminenti e i pericoli che “correva” la tribù.
Gli anziani si ritirarono nei loro tepee rimandando ogni decisione al ritorno dei giovani guerrieri che stavano cacciando lungo gli altipiani della Mesa ignari, ancora, del pericolo incombente.
Accovacciati per terra, accanto al fuoco morente, due anziani si trattennero ancora a discutere; erano il gran capo Capelli Argentati e lo stregone Giuseppe, “uomo della medicina” riconosciuto e stimato da tutti, onorato in tutte le tribù del popolo indiano.
“Il sole è tramontato Giuseppe, le ombre s’infittiscono. Riesci a comprendere i segni degli antichi spiriti?”.
“Non dormo più bene. Da qualche tempo, il mio riposo è disturbato da incubi, da voci indistinte, da bagliori, da riflessi senza logica e senza causa. Nel sonno la visione è sfocata e disturbata. Ho chiesto agli spiriti dei nostri morti un aiuto per meglio vedere, comprendere, capire. Quando ci provo, sento solo la voce di un bambino che mi prende in giro e, scherzando, m’invita a giocare”.
“Un bambino? Cosa significherà mai?”
“Non riesco a capirlo. Ho chiesto alla squaw Girasole Scortese di mandare, alle altre tribù, segnali di fumo per stabilire un contatto, una comunicazione; ma, ancora, non giungono risposte”.
“ Ma quel bambino di cui parli? E’ uno spirito? E’ un’ombra?”
“No, affatto. E’ un birbantello, un ladruncolo goloso di miele, che non vede l’ora di cavalcare e andare a caccia di bisonti. Quando, però, mi ritiro a studiare i segni di questi tristi giorni, lui mi segue sempre e prende in giro ogni mia riflessione, anche la mia stessa silenziosa meditazione. E fa stancare le mie vecchie meningi, e gli occhi pure”.
“Voglio conoscerlo. Gli ordinerò di portar più rispetto agli anziani”.
“Lo sta educando Pettirosso Fumante, una squaw che spiega ai nostri giovani gli strumenti per guardare i segni della natura che li circonda. Quel monello, però, inventa un “come” sempre diverso e sempre nuovo”.
“Ma tu, Giuseppe, che sei stato saggio e prudente, di veramente nuovo, cosa hai sperimentato per capire cosa ci sta accadendo?”
“Assolutamente niente: mi pongo ogni volta le stesse domande ‘Cosa, come, perché?’, così come m’insegnarono quand’ero bambino; ma questi interrogativi non bastano più. Adesso occorre porre  domande ‘giuste’ per ricevere, da ciò e da chi ci sta accanto, risposte ‘responsabili’”.
“Hai provato a chiedere alle ombre parlanti? Hai gettato i sacri ossicini nelle ceneri del nostro fuoco sacrificale? Hai guardato i riflessi dell’acqua? Provaci ancora vecchio Giuseppe. La Luna è alta, la notte avanzata e comincia a far freddo; ma tu provaci. Io mi ritiro e ti lascio in ascolto dei nostri spiriti”.
Rimase solo Giuseppe con i suoi pensieri. Intorno, oscure presenze lo agitavano rendendolo più triste e privo di ogni volontà risolutiva.
Sentì un passo leggero che si avvicinava; i suoi occhi stanchi frugarono ancora nel buio e fecero in tempo a riconoscere il ragazzo dei suoi sogni che, adesso, sorridendo, gli porgeva una pipa.
“Dove l’hai presa, figliolo?”
“L’ho rubata a Pettirosso Fumante. Lei ne ha tante. Non è corretto, lo so. Ma tu stasera hai bisogno di scrutare le tue immagini oscure e prive di senso; devi rimanere assai sveglio”.
Da molti anni non fumava il calumet ma il gesto innocente di quel bambino gli fece capire che il tempo, in quel preciso istante, si stava strutturando intorno a loro perché lui, loro, dovevano percepire qualcosa, dovevano sciogliere un enigma, dovevano risolvere una misteriosa agnizione. E tutto questo riguardava l’atmosfera malata nella quale era caduta la tribù che li ospitava.
“Facciamo ancora il gioco delle domande?” - chiese il ragazzo.
“Non so più formularne” - rispose mestamente Giuseppe.
“Allora sei rincitrullito oltre che vecchio. Per fortuna ci sono io. Ti ricordi quelle domande intorno al “cosa, come e perché”? E quelle altre della “tematica, della poetica, dello stile”? Non ti ricordi la sequenza con la quale ci hai tormentato l’inverno passato e cioè “guardare, vedere, osservare, riflettere, condividere?" E quell’altra “dell’impressione che si fa emozione per divenire espressione e finire come rappresentazione”? E la tiritera sulla “forma che ha bisogno di una superficie, di un volume, di un colore” per essere compresa. Ti risparmio “il quadrato” dell’ermeneutica. Vuoi che te ne ricordi altre?”
“No, non tormentarmi. Vuoi dirmi, forse, che è stato tutto inutile? Che era solo aria fritta nella mia bocca sdentata?”
“Non ti offendere, ma guardando i colori delle tende del villaggio, i disegni dei totem, i tatuaggi sulla pelle dei guerrieri nei pow-wow di festa o le penne dei copricapo dei nostri sachem, io ho provato a utilizzare le domande che mi hai insegnato ma non ho cavato un ragno dal buco. Ora voglio proprio vedere cosa sarai capace di trarre tu, uomo della medicina, dai segni nascosti in quest’oscurità assoluta”.
Lontano, il sofferto ululato di un coyote sembrò fare eco alle parole del ragazzo.
“Ascolta. Getterò le ceneri in aria e tu, presuntuoso puledro non ancora domato, cerca di comprendere ciò che vedi oltre le ombre; e prova, anche, a capire ciò che chiedo alle immagini”
Alla luce dell’esile fiamma Giuseppe gettò le ceneri in aria.
“Cosa hai visto?” - chiese al ragazzo.
“Niente” - fu la sua onesta risposta.
Giuseppe, tristemente, convenne su quell’evidenza. 
Deluso ma non rassegnato prese allora il vecchio sacchetto che stava legato alla cintura. Era la sua ultima risorsa. Non l’aveva mai aperto.
Racchiusi, vi conservava gli ossicini dei corpi animati che aveva avuto più sacri.
Con gli occhi lacrimanti scagliò per terra quelle reliquie, cercando di capire, dalla forma che avrebbero assunto, se partecipavano qualche messaggio. Poi chiese al ragazzo:
“ E adesso?”
“Idem con patate” - fu l’impertinente risposta.
Disperato, allora, provò a mescolare le ceneri, le reliquie, le ombre, i pensieri e le lacrime; tutto in vecchio tegame di coccio. Poi ne guardò il fondo e rivolse gli occhi interrogativamente al ragazzo.
“Questa schifezza te la bevi tu” – fu la sua pronta reazione.
Una civetta, intanto, fece sentire la sua presenza nelle tenebre.
“Vedi, non siamo soli” – disse, pensieroso, il ragazzo.
“Già, non siamo soli” – rispose, meditabondo, Giuseppe.
Un reciproco sorriso, improvvisamente, si incontrò e si confrontò nei loro sguardi: avevano sorpreso uno spirito buono e, insieme, avevano afferrato che quel qualcosa che cercavano di capire, interessava tutti, e tutti, pertanto, erano in consonanza con la tensione di quella notte.
“Non siamo soli: questo mi conforta. È un buon dato di partenza. Sei stato bravo ragazzo”
“Niente di antico sotto il sole, caro Giuseppe; è stato sempre così”.
“Cosa hai detto? Il Grande Spirito parla in te. La luce del sole farebbe nuova ogni cosa? Quindi le forme che non vediamo in questa notte buia, all’alba ci appariranno assolutamente evidenti?”
“Certo, perché le riconosceremo per quello che sono. Io, per adesso, caro Giuseppe, so solo che le luci dell’alba mi fanno vedere solo le creste delle colline dei nostri canyon. Domani invece scruterò il profilo delle nuvole che mi rivelerà”  …………………..

Fu a questo punto che strappai il giornalino al corsista che stava, di soppiatto e irrispettosamente, leggendo questa storia impipandosene del seminario di fotografia di base. Nello strappo, l’ultima (?) pagina rimase nelle sue mani.
Ed ora, rileggendo quel che ho provato a raccontarti, non ricordo  più nulla; qualcosa dentro di me mi dice che il ragazzo, quel piccolo principe, aveva trovato un bandolo della matassa.
Cosa avrebbe rivelato il profilo delle nuvole?

Se qualcuno ritrova l’ultima (?) pagina, magari …………………………

© Pippo Pappalardo


sabato 28 marzo 2020

Il testo integrale dell'omelia di Papa Francesco in tempo di epidemia


Di seguito il testo integrale dell'omelia pronunciata da Papa Francesco al momento di preghiera straordinario in tempo di epidemia:

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre      piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).


mercoledì 25 marzo 2020

"Brunello"


In questi periodi di Covid 19 che costringono tutti noi a restare a casa, il tempo libero abbonda e così ci inventiamo tante occupazioni. 
Riordiniamo  spazi, cose, idee, rivediamo programmi, focalizziamo scelte.
Per quanto mi riguarda, mi capita di saltellare da una cosa all'altra, cercando di mescolare e diversificare gli impegni.
Nel dare un'occhiata alle bozze di idee rimaste nel cassetto, oggi mi sono imbattuto in uno scritto di qualche tempo addietro e, il rileggerlo, mi ha fatto tornare a riflettere su considerazioni ormai accantonate e di cui mi ero già fatto una ragione.
L'articolo, scritto nel giugno scorso, al di là delle reali motivazioni che lo avevano ispirato, mi è apparso però ancora valido e meritevole di essere postato. 
Ho pensato che potesse, in qualche modo, anche essere valido per utilità altrui; a monito di possibili scivoloni o di aperture di credito eccessive che potrebbero sempre presentarsi a ognuno. 
Per dovere di cronaca, confesso che il pezzo ha trovato ispirazione da una curiosità "terminologica" per un termine disuso che nel periodo dell'infanzia era molto utilizzato fra noi ragazzini a mò di insulto, casualmente incontrato nel web per la mia innata mania di ricercare ogni tanto nelle praterie delle curiosità offerte dalle tante piattaforme dell'informatica moderna.

"Ci sono vari tipi di brunello, il più noto in assoluto è quello di Montalcino, un vino toscano dalla caratteristiche particolari, forse un po’ troppo pungente, ma sono gusti.
Nel nostro modo di dire locale l’uso di questo termine non vuole comunque evidenziare aspetti malevoli in un soggetto che noi definiamo “brunello”; è una peculiarità specifica dell’individuo e di cui lo stesso non ha colpa.
Un soggetto può oggettivamente e in modo naturale essere biondo, bruno, rosso, nero, alto, basso, grasso, smilzo e anche ……. 'brunello'. Non sarà anche in questo caso deliberatamente colpa sua, è una prerogativa che si può avere o no ……. semplicemente assegnata dal destino.
Potrà forse tornare d’aiuto, al riguardo, l’articolo di Saverio Schirò (Le parolacce a Palermo - https://www.palermoviva.it/le-parolacce-palermo/), che in modo alquanto chiaro esplicita la funzione e il significato di alcuni appellativi in uso nel linguaggio palermitano e che tendono a sintetizzare - spesso in una sola parola - le peculiarità che, a nostro dire, caratterizzano taluni personaggi. 
Nello specifico, ad esempio, lo Schirò descrive il “brunello” come uno che non ha parola, un cambiabandiera, uno tipo poco affidabile.
Per deridere un pò - o forse di più - un soggetto che presentava caratteristiche similari,  qualcuno qualche tempo addietro, ironizzando, ebbe a scrivere questa poesiola: 
'Un odore di merda si spande nell’aria, s’insinua pian piano avvolgendo anche te. Il puzzo che domina ti nausea assai, ma fai finta di nulla sperando che cessi. Però l’odore è continuo e tu solo lo noti. Nessun dubbio ti assale, non ti poni domande e non provi a chiedere neanche a te stesso: “è d’intorno uno stronzo o son io che lo sono?'.
Il titolo del componimento era, ovviamente, 'Dedicato a …'
Un modo forse eccessivamente elegante per mandare a quel paese qualcuno che evidentemente se lo meritava a pieno titolo? Chissa? 
Un 'vaffa' di cuore, però, rimane sempre più terapeutico, principalmente per quell’aspetto spiccatamente liberatorio collegato all’esternazione accorata che l'accompagna."

Il mio solito correttore di bozze, che mi legge spesso in anteprima", mi chiosa:  "😂😂😂  È vero, un’espressione di “irosa insofferenza e risentita avversione” è sempre alquanto liberatoria . 👌"

 © Essec


lunedì 23 marzo 2020

Non è questo il tempo delle polemiche, ma …...



Il lupo perde il pelo ma non il vizio, recita un vecchio e popolare detto.
Fa specie che in un momento così problematico qualcuno possa continuare a ergersi con critiche inconcludenti.
Taluni non hanno ancora capito, forse, che la gente è stanca di ascoltare negatività, leggere pettegolezzi, dietrologie improbabili, contestazioni gratuite e senza alcun costrutto.
Con ciò non si vuol certo dire che non occorre vigilare sull’operato di tutti coloro che ricoprono ruoli di responsabilità, specie su quanto mette in campo chi ci amministra e governa.
Quando già piove a catinelle e non c'è riparo, non serve a nulla lamentarsi perchè mancano i tetti.
Chi disapprova ora e denuncia mancanze dov’è stato finora? Perché non ha evidenziato, con una pari virulenza come quella attuale, queste critiche che odorano tanto di tatticismo da sciacalli?
Oggi a capo del Governo abbiamo un avvocato cooptato dal mondo civile, un soggetto imprestato alla politica che, con tutti i limiti umani possibili, sta cercando di gestire un apparato pubblico fino a ieri amministrato anche da tanti burocrati e da politici incapaci.
Per quanto evidente le carenze di certo affiorate, in sanità, in infrastrutture, in sicurezza, non sono ascrivibili “tout court” alla gestione di questi ultimi due o tre anni.
È abbastanza risaputo il panorama che sta nel rovescio della medaglia generato dalla politica, con l'abdicazione del pubblico verso il privato. 
Oggi però ingenuamente scopriamo quanto sia fondamentale, per la gestione degli interessi della collettività, il ruolo super partes di uno Stato che ha il dovere di tutelare al meglio il benessere e la sicurezza dei cittadini.
Se non bastasse, il degrado amministrativo risente anche dell'abbandono del progetto d’integrazione politico-economico europeo, al quale  si è associata una globalizzazione che, in molti gangli sociali, ha indirizzato al ribasso anche le economie nazionali più evolute.
Nei primi degli anni novanta, "checchè" se ne dica, tutti speravamo in qualcosa o in qualcuno che riuscisse a frenare la corruzione economica e politica dilagante. La magistratura a quel tempo – e in particolare quella milanese con "Mani Pulite" - assurse a un ruolo forse improprio. Stante i vuoti decisionali della politica, invase in parte il campo della stessa, con un’azione che risultò efficace per frenare il dilagante sconquasso.
Qualcuno lamenterà prigioni facili e suicidi eccellenti, era forse un rischio che si doveva pur correre e, in molti casi, si tolsero la vita persone che avevano un’etica che non consentiva loro di sopportare lo scherno e – per carità – furono anche coinvolti in questo pure degli onesti.
Oggi, nell'attualità che ci allarma, ci ritroviamo magari con dei politici governanti forse anche impreparati e non sempre puntuali nelle risposte, ma animati in buona parte – con i loro seppur evidenti limiti - di acclarata buona fede.
Se una certa parte della classe politica - e qualche esponente in particolare - continua a speculare e a criticare in una fase di così grave emergenza, cosa deve ancora accadere perché torni ad alcuni un minimo di senno?
Questi "onorevoli" si comportano da avventurieri, in comunella con quegli pseudo giornalisti criticoni, quei soloni insolenti che giudicano – senza se e senza ma - chi magari si impegna a immaginare e a trovare soluzioni, senza però mai avanzare un minimo di proposta concreta e realizzabile.
Un amico che ha letto questo pezzo in anteprima, molto abile nelle "chiose" che hanno il pregio della sintesi, mi ha risposto che "c’è sempre qualcuno che non riesce, nemmeno oggi, a liberarsi della sindrome da campagna elettorale. E anche per questo non esistono ancora cure né vaccini.👍👋"
In tutto questo, nello scenario noto degli opportunismi speculativi affiorano gli atavici fantasmi dell'economia, fioriscono i mercanti delle mascherine, dei respiratori e perfino dei carri funebri e delle tante bare.
Non manca poi la sudditanza della politica alle varie lobbies e alla finanza speculativa. Tutta l'economia è pressochè ferma ma inspiegabilmente le borse restano aperte. Per rendere ancor più vulnerabile la debolezza dei mercati? Che forse giova a qualcuno. Chissà! 
I credenti potrebbero a questo punto ben dire: "God, if you are here and listen us, send us good!" (Dio, se sei lì e ci ascolti, mandaci il bene!).

 © Essec


mercoledì 11 marzo 2020

Massimo Fini: "Ho capito, ora devo darmi una calmata"


La cosa peggiore del Coronavirus, secondo me, è che ci rende untori li uni verso gli altri. L’altra sera doveva venire da me e cucinarmi una cena vegana (lei lo è, sai lo spasso) una mia cara amica. Mi ha telefonato dicendomi che era più prudente rimandare tutto. Non per lei. E’ nel pieno dei suoi quarant’anni, sana come un pesce, ma va avanti e indietro fra Verona e Milano, inoltre nella sua azienda, per fortuna non nel suo reparto, c’è una persona infettata. Del resto di influenza si è sempre morti. Secondo una ricerca molto seria pubblicata da International Journal of Infectious nel periodo dal 2013 al 2017 in Italia sono morte per influenza 68.000 persone. Naturalmente si tratta, in genere, di soggetti molto anziani o affetti da patologie pregresse. La vita si è allungata troppo. E’ una delle “trappole della ragione”. Nei Paesi occidentali siamo vecchi, l’Italia in particolare, credo sia al primo o al secondo posto, col Giappone, in questa classifica. Una “spuntatina” prima o poi dovevamo aspettarcela. 
Io di anni ne ho 76, vengo da una disintossicazione da alcol che mi ha portato in clinica per una decina di giorni e sono ancora in convalescenza. E’ questo il motivo per cui sono stato lontano dal giornale un mese. Molti lettori, insospettiti per quest’assenza, mi hanno chiesto della mia salute. Queste mail da una parte mi facevano piacere, dall’altra incazzare, ma qui entreremmo in meandri da Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij che non è il caso di approfondire. Quindi, anche se in clinica mi hanno fatto una serie infinita di esami che incredibilmente sono risultati perfetti, sono un soggetto “a rischio” (termine che ho sempre detestato perché usato e abusato dal ‘terrorismo diagnostico’, è ovvio che siamo tutti “a rischio”, è vivere che ci fa morire).
Madre Natura non è né maligna né benigna (qualcuno ricorderà, forse, lo splendido film di John Boorman Un tranquillo weekend di paura). Non è né morale né immorale, è amorale. E’ Neutrale. Tutte le epidemie nascono dal fatto che c’è un’eccessiva popolazione o, per essere più precisi, un’eccessiva concentrazione di popolazione (mi piacerebbe che sul Corona si facesse un rilevamento su quanti si sono infettati in città e quanti in campagna, sono abbastanza sicuro che percentualmente questi ultimi sono molti di meno). Il costante inurbamento ha aumentato questa concentrazione, ci sono città con 25, 15, 10 milioni di abitanti. La Natura allora interviene per eliminare i più fragili e mantenere in vita i più robusti. Questa è la dura sentenza. Anche se non credo proprio che il Coronavirus abbia questa forza falcidiante, è solo un’influenza un po’ più forte delle consuete, non è la peste.
Una causa del panico che si è creato è anche che nella società del benessere e del “diritto alla felicità” noi non sappiamo più accettare la morte, quella biologica intendo, che è inevitabile, da quella violenta si può sempre pensare di scapolarla. Non la si nomina nemmeno là dove sembrerebbe ineludibile (basta leggere i necrologi). Nel mondo contadino si sapeva attraverso il ciclo seme-pianta-seme che la morte non è solo la fine inevitabile della vita, ma ne è la precondizione, senza la morte non ci sarebbe la vita. Inoltre in quel mondo ognuno si sentiva parte di una comunità e della natura e quindi la sua morte era meno individuale. Noi viviamo circondati da oggetti, che non si riproducono ma casomai si sostituiscono, ai quali ci sentiamo sinistramente simili e quindi percepiamo la nostra morte come un evento del tutto individuale, radicale, assoluto, definitivo. E quindi inaccettabile.
Non tutto il male vien per nuocere. Credo che questa epidemia ci servirà per riflettere sui nostri stili di vita e sullo stesso modello di sviluppo o quantomeno a non farci incazzare o deprimere per i piccoli intralci che costellano la nostra vita quotidiana. 
Quanto a me dopo aver fatto negli ultimi anni una vita rutilante (viaggi, conferenze, cene, aperitivi, fidanzate una dietro l’altra) non corrispondente alla mia età, ho capito che anche qui è ora di darsi una calmata. Allo stato mi accontento d’esser vivo. E mi basta.

 

lunedì 2 marzo 2020

Sull’opportunità del suffragio universale e altro ....



Nella scrittura, come in altri campi divulgativi o di comunicazione in genere, ognuno ha un suo stile.
L’efficacia della fidelizzazione di un proprio pubblico dipende molto dai contenuti delle composizioni che, nel tempo, devono in qualche modo anche corrispondere alle attese dei lettori.
Con questo non si vuol dire che bisogna scrivere in funzione delle “aspettative” degli altri e men che meno che gli argomenti debbano essere scelti in sintonia col momento e magari, per cercare di conquistare più soggetti possibili, rischiando di argomentare su questioni non conosciute, in maniera palesemente insufficiente.
La sobrietà e l’efficacia comunicativa in ogni caso caratterizzano le qualità del messaggio e, come dicevano alcuni miei saggi insegnanti, per potere spiegare o discutere su un qualunque argomento è fondamentale avere chiari i concetti e le proprie idee sulle questioni trattate.
L’esercizio della lettura in questo aiuta, ma non sempre assicura risultati certi.
La moda di adesso è l’estrema sintesi e i social ci obbligano a un minimo di caratteri o ci impongono un limite di durata.
E‘ certamente vero ed è scientificamente provato che, oltre un certo numero di parole per un testo o una particolare durata di un filmato, scema l’attenzione, cade l’interesse ma è altrettanto certo che argomentazioni di tesi e di messaggi complessi necessitano l’utilizzo di un minimo di approfondimento che talvolta non può trovare un limite in un numero prefissato e standardizzato di parole o di minuti.
In molti talk show attuali si vedono tanti proferire fiumi di domande, a sostegno delle proprie tesi, senza lasciare alle controparti interpellate o coinvolte i tempi necessari per un’adeguata e esaustiva risposta.
In televisione l’odiens di successo è legata alla raccolta, il più possibile plebiscitaria, dei quesiti di “pancia” che potrebbero essere proposti dalla massa generalizzata degli utenti, in maniera tale che ciascuno possa riconoscersi almeno in una rimostranza formulata. Le risposte alle domande – spesso artificiosamente inconcludenti – poi fanno da solo corollario negli show di maggiore consenso.
In tutte le manifestazioni sociali, ciascuno si distingue poi, positivamente o negativamente, a seconda delle capacità nel sapersi collocare sui molteplici aspetti espressivi che, nei tempi occorrenti, non necessariamente impongono esperienze di testimonianze attive o, ancor meno, di documentazioni certe.
Quante volte, assistendo a una qualunque performance, pubblica o privata che sia, sorge spontanea la considerazione sul referenziere di trovarlo “negato”, almeno sul punto in questione. Molti di noi ne hanno fortunatamente coscienza e evitano di esporsi in situazioni difficili che, se reiterate, possono pure apparire “patetiche”.
Diciamo spesso - e in tanti - che il mondo è bello perché è vario, ma c’è però un limite a tutto.
Ciascuno di noi, in un sistema democratico, ha ampi spazi per vivere tranquillo e per alcuni non occorrerebbe ostinarsi oltre il dovuto. E’ però vero che, spesso, barlumi di genialità trovano incomprensioni, gelosie, ostacoli, e non è detto che siano poi proprio loro ad aver torto. 
La società civile nel suo insieme e nella maggior parte dei casi, per le caratteristiche insite a una scarsa scolarizzazione, si muove lentamente; necessita di tempi lunghi per capire le innovazioni, mostra resistenze ai cambiamenti, ha bisogno di essere accompagnata con strategie e didattiche rassicuranti.
Nessuno però è nemico di nessuno, ognuno potrà portare avanti le proprie tesi a condizione che le sappia anche supportare con argomenti accettabili. Magari associandole, se può, a prove inconfutabili, seppur basate su teorie filosofeggianti. Quello che spesso risalta è la mancanza di dialogo. Ciascuno esprime proprie teorie, come fosse depositario del "vero", accompagnandole con tesi approssimate che, quasi sempre, si muovono sul parziale e in maniera pure superficiale.
Negli ultimi tempi vedo crescere il numero di coloro che mettono in dubbio l’opportunità oggi del suffragio universale. Anche questo potrebbe costituire un buon argomento di dibattito.

 © Essec


venerdì 14 febbraio 2020

La storia domani ci dirà.



Se dovessimo individuare un punto di partenza, forse tutto quello che sta accadendo adesso ha avuto un inizio con l’avvento dell’era berlusconiana, la storia domani ci dirà.
Limitandoci agli ultimi decenni, dopo la seconda guerra mondiale si sono stabiliti degli equilibri imperniati su un sottaciuto accordo fra i due colossi usciti vincitori dal conflitto: URSS e USA. In relazione a ciò, in Italia, una Democrazia Cristiana dedita alla ricostruzione e riparare ai danni derivati dalla guerra, con l’aiuto politico e materiale degli Stati Uniti, si è impegnata in una pacificazione sociale del popolo diviso e contrapposto fra fascisti e antifascisti.
La DC, sotto l’egida della Chiesa cattolica, da sempre propensa ad assecondare il potere vigente, e avvantaggiata dalle opportunità assicurate con l’attuazione del Piano Marshall americano, ha consentito un veloce ammodernamento del paese, culminato con il boom economico degli anni sessanta. Di contro, si fa per dire, avveduti esponenti del Partito Comunista Italiano, hanno da subito sposato un realismo politico che ha fondamentalmente assecondato uno sviluppo economico “vigilato” che, garantito da una Costituzione illuminata che hanno contribuito loro stessi a scrivere, ha consentito la realizzazione di progressive tutele nel mondo del lavoro e a favore della classe operaia in particolare, che ne costituiva il naturale bacino elettorale.
L'equilibrio era comunque un buon compromesso per tutti e le due fazioni principali, gli uni sovvenzionati con dollari e da reciproci favori, gli altri con rubli, erano entrambe utili alla causa di ciascuna delle parti, nel continuo dibattito insito alla contingenza politica del tempo, meglio nota come "guerra fredda".
Il venir meno dei veri ideali e la susseguente caduta del muro di Berlino, associato ad un crescente sviluppo finanziato con denaro pubblico, ha fatto via via aumentare l’indebitamento del paese e finanziato illecitamente i partiti di governo e non solo.
Spartizioni predatorie con compartecipazioni anche delle opposizioni sempre più propense a compromessi, hanno creato carenze nell’assetto costituzionale, con un potere politico travolto da scandali e divenuto doveroso obiettivo della magistratura. Dalla epurazione naturale di quasi la totalità dei partiti storici, in ultimo, l'azione della magistratura ha indirettamente facilitato l'emergere di forze nuove, nate quasi naturalmente a causa dei generalizzati malcontenti.
In questa confusione, i vuoti di potere hanno visto sorgere forze politiche "originali": di estrazione popolar/populista, come per il caso della Lega Nord, o consociativa come per la nascita del partito "aziendalista" di Forza Italia.
Lo Zio Sam, interessato esclusivamente al predominio americano nel mondo, ha comunque sorvegliato ogni vicenda. In tutti i casi più importanti e eclatanti intervenuti nel fine millennio (stragismi e terrorismi compresi) l’ombra lunga degli Stati Uniti d’America si è insinuata nella politica interna nazionale. Al contempo i nuovi politici del vecchio impero zarista, accondiscendevano di fatto chiudendo un occhio, pur rimanendo svegli e vigili.
Oggi qualcuno non si capacita del successo imprevedibile dei Cinque stelle, di un movimento nato quasi come per scommessa e che ha solamente recepito l’enorme malcontento di un popolo economicamente passato - e velocemente - dalle stelle alle stalle.
Eppure l'italiana è quella stessa tipologia di popolo che, così come ebbe a innamorarsi del Leader del ventennio, ha poi stravisto per un imprenditore spregiudicato come Berlusconi, sposandone fideisticamente gli ideali che, come noto, non hanno mai posto realisticamente al primo posto gli interessi del suo stesso popolo di sostenitori meno abbienti.
La storia d’oggi continua a rivelare i risvolti di una politica che nell’ultimo trentennio ha visto primeggiare figure mediocri che, più che impegnarsi nello sviluppare progetti volti ad assicurare un futuro migliore al paese, si sono mischiate e mescolate - riconoscendosi in ciò - nel cercare di accaparrarsi qualcosa di tangibile, da possedere, se del caso da spartire: ora e subito.
Personaggi di ogni schieramento hanno pertanto sviluppato il loro linguaggio politichese volto essenzialmente a confondere gli elettori, creando magari falsi fantasmi per costruire paure, per parlare alle pance delle moltitudini votanti, per promettere favole a tutte le categorie sociali, artefacendo tanti specchietti per allodole, fatti brillare in un turbinio di campagne elettorali interminabili; dividendo principalmente la gente in fazioni da stadio, certamente, ma essenzialmente differenziando le masse fra “metinculi”, “pianculi” e “indifferenti” (1).
L’assenza della politica e di leaders con visioni da statista ha fatto pure emergere millantatori, fenomeni da baraccone ai quali la parte di popolo bovino, avvezzo alle dipendenze e ormai assuefatto, continua ancor oggi a concedere credito.
Siamo nell’era della ruota della fortuna e nell'attuale confusa stagione del digitale, che miscela il reale con il virtuale, campioni delle vecchie trasmissioni che furono di Mike Bongiorno e di Jerry Scotti, te li ritrovi ora come leader politici. Sarebbe il caso di dire: “Sogno o son desto”? 
A loro, quindi, per la stessa natura interessa solo il montepremi, il loro ciarlare serve solo ad imbonire e a inserire una serie di risposte esatte che, ancorchè finalizzate a un improbabile programma sociale, consenta di raggiungere velocemente lo scopo, quello che è il vero scopo, il loro solamente.
E' successo, pertanto, che nel fronte idealista di sinistra, lasciato fattivamente vuoto nei posti di comando, un gruppo di avventurieri toscani di provincia, interessati essenzialmente al potere, avidi di prebende e con la sola mira di occupare posti di comando, siano riusciti anche a ridicolizzare la storia di una classe politica che pure era ricca di tanti idealisti dal passato filopartigiano.
Ma accadimenti recenti dimostrano che la gente c’è sempre, anche se disgustata e con poca voglia di lottare, anche se non offre più la disponibilità a impegnarsi in prima fila. Basta infatti far intuire un pericolo vero che incomba, saperlo ben raccontare semplicemente e l’istinto innato per non restare travolti smuove anche le masse sonnecchianti, suona come una sveglia che ridesta i dormienti. 
Ciò mi fa pensare ad un nostalgico personaggio di sinistra che incombeva in una felice trasmissione televisiva della Dandini; quello che risvegliandosi da un lungo sopore traumatico, come per declamare i ricordi, evocava “i Pooh”. Giovani, di recente, ci hanno risvegliato gridando al lupo al lupo: “le Sardine”.
E siamo ai giorni d’oggi e alla crisi di governo latente, tentatrice e temuta. 
Il mio amico molto avvezzo alla musica, utilizzando parole del grande Mogol, certamente andrebbe a dire: “io vorrei, non vorrei, ma se vuoi …….. come può uno scoglio, arginare il mare, anche se non voglio torno già a" votare …. etc… etc ....

© Essec


martedì 4 febbraio 2020

Meno male



In qualche modo appare ed è sempre difficile a ciascuno il riuscire a esprimere la propria vera indole, attraverso singoli atti.
Pure assemblando anche parti di essi rimane pressochè impossibile riuscire a dare un quadro esaustivo e attendibile di quello che si è veramente.
La questione si pone su due direzioni, dall’individuo verso il mondo esterno per come ci si manifesta e da come ci vedono - per il modo di esprimerci - gli altri.
Nel suo recente libro "Io, Napoli e tu" Lello Arena afferma una tesi la quale, ancorchè possa essere prossima a verità, riesce a dare un quadro abbastanza interessante sull'argomento.
Sul punto viene detto, infatti, a proposito di Troisi, che “ha lasciato a ognuna delle persone che ha conosciuto una sua esclusiva versione di sè”, afferma pertanto Arena che “Massimo è la somma di tutti i diversi Massimo che ha lasciato in ognuno di noi”.
Su questa base risulterebbe, quindi, che se in qualche modo si riuscissero a assemblare idealmente le diverse sfaccettature di ciascuno per come ci si manifesta, attraverso scritti e detti, potremmo avere una visione più vicina all’essenza realistica di ognuno.
L’abilità di taluni più sgamati, comunque, potrebbe sempre camuffare, riuscendo a sviare e ingannare sulla verità della loro indole, ma è anche umano che nell’arco di una vita non si possa sempre mantenere coerenza e ci si possa, quindi, anche porre in maniera differente al cospetto di avvenimenti, in relazione alla peculiarità specifica dell’interlocutore di turno, e possano anche manifestarsi eventuali inciampi (in ogni caso sempre rimediabili se giustificabili o scusabili).
La sommatoria algebrica degli accadimenti - associati alle condizioni temporali in cui essi si manifestano - consentiranno di addivenire a un giudizio che, seppur umanamente fallibile, potrà più essere prossimo a una realistica definizione dei personaggi.
Guai se dovesse veramente esistere quel “padreterno” venerato da tanti ma altamente sottovalutato da moltitudini in tempo di vita; sarebbe altra musica, perchè quello saprebbe certamente leggere a tutto tondo la verità.
In questo caso, peraltro, non sarebbe sufficiente il solo manifestarsi - piu’ o meno mascherato – di noi singoli umani, perchè entrerebbero anche in ballo i pensieri reconditi inespressi insiti in ognuno.
Meno male che "quello", a prescindere dei possibili anatemi dei suoi rappresentanti, rimane nella dimensione mistica e che nel quotidiano reale non si manifesta …… 

© Essec


 

domenica 2 febbraio 2020

Massimo Fini: "L'M5S è il nemico pubblico come il Bossi di trent'anni fa"


Nella mia ormai lunga esperienza, di cittadino e di giornalista, diciamo nell’arco, all’incirca, degli ultimi trent’anni, solo in un altro caso mi è capitato di assistere a un fuoco concentrico come quello a cui oggi è sottoposto il Movimento Cinque Stelle, per cui basta che al suo interno si scompigli anche un solo pelo per darlo per morto e finito. 
Il caso cui mi riferisco è quello della prima Lega di Umberto Bossi. L’Umberto, come allora familiarmente lo si chiamava, e che io considero l’unico, vero, uomo politico italiano dell’ultimo quarto di secolo, aveva in testa un’idea che allora parve dirompente e blasfema ma che se la guardiamo con gli occhi di oggi (“la Storia è il passato visto con gli occhi del presente” diceva Benedetto Croce) è diventata molto attuale. Secondo quella Lega l’Italia andava divisa, perlomeno da un punto di vista amministrativo, ma anche legislativo, in tre parti, Nord, Centro, Sud, perché rappresentavano tre diverse realtà, economiche, sociali, culturali e anche climatiche. L’idea di Bossi andava poi oltre i confini nazionali. Pensando a un’Europa politicamente unita il Senatùr riteneva che i punti di riferimento periferici di quest’Europa non sarebbero stati più gli Stati nazionali, ma aree coese dal punto di vista sociale, economico, culturale che avrebbero oltrepassato i confini tradizionali. L’unità politica europea non si è poi, almeno per ora, realizzata, ma l’idea bossiana rimane valida e spendibile per il futuro. Di questo vasto programma, che aveva alle sue spalle anche un giurista del peso di Gianfranco Miglio, l’Italia partitocratica di allora non capì il valore, o forse lo capì fin troppo bene (è ovvio che in un’Europa unita i partiti nazionali avrebbero perso, come alla fine finiranno per perdere, il loro peso). La Lega bossiana fu quindi attaccata da ogni parte (“le tre repubblichette”), da tutti i tradizionali partiti nazionali che avrebbero perso il loro potere e dai poteri sovranazionali, finanziari ed economici, che in un’Europa unita e confederata, alla maniera degli Stati Uniti d’America, vedevano un pericoloso concorrente. Umberto Bossi sovracaricato di reati di opinione (tipo “vilipendio alla bandiera” e simili) finì per impaurirsi e soccombere alleandosi con quello che in Italia era il suo nemico naturale, alias Silvio Berlusconi, globalizzatore, filoamericano e quindi assolutamente all’opposto di un ‘localismo’ intelligente. Io che allora avevo ottimi rapporti con l’Umberto, uomo del popolo e che del popolo capiva le esigenze, avevo un bel dirgli: “Guarda che i tuoi sono reati di opinione che nulla hanno a che vedere con quelli di Berlusconi. Fate una battaglia, sacrosanta, contro i reati di opinione, eredità del Codice fascista di Alfredo Rocco”. E per la verità Umberto Bossi questo lo aveva ben capito. Nel discorso del 21 dicembre 1994 in cui fece cadere il governo Berlusconi, un discorso perfetto anche nello stile, alla faccia di chi lo considerava, come Di Pietro, un personaggio rozzo, pose le premesse per un’Italia diversa e nuova. Ma non ci fu niente da fare. Le forze, nazionali e internazionali, che si opponevano a questo cambiamento ebbero la meglio. Complice anche una malattia, che solo chi è animato da una vera passione può essere colpito, il mio caro e vecchio amico Umberto perse la testa, si rialleò con Berlusconi e questa fu la fine sua e del suo Movimento.
Perché ho fatto questa lunga premessa che sembra non c’entrare niente con l’Italia di oggi? Perché i Cinque Stelle, che hanno un programma molto meno ambizioso di quello della Lega delle origini, ne subiscono la stessa sorte. Qual è il programma dei Cinque Stelle? Nella sostanza è un ripristino dell’onestà (come loro la chiamano ma io avrei preferito il termine “legalità”, perché l’onestà è qualcosa di più profondo che può appartenere anche a un malavitoso, è una coerenza etica) e un tentativo di ridare un ragionevole equilibrio sociale e anche meritocratico in un Paese dove, come in tutto l’Occidente, le disuguaglianze hanno assunto livelli insopportabili che umiliano quella che, senza rendersi conto dell’implicito disprezzo che c’è in questa denominazione, viene chiamata “gente comune”. Insomma il programma dei Cinque Stelle, senza assumere quella visionaria di Umberto Bossi, è assolutamente basico. Ma è sufficiente per scatenare contro “los grillinos”, come li chiamano in Spagna, tutte le forze pro sistema, non solo i partiti tradizionali che vedono messo in pericolo il loro strapotere, ma anche le lobby della finanza internazionale. Molti nemici molto onore, si dice. Ma don Chisciotte è destinato storicamente a perdere. Ma noi, pur consapevoli, preferiamo essere dalla sua parte che da quella dei vincitori di giornata. Anche perché la Storia cambia e, con la velocità a cui van le cose attualmente, i perdenti di oggi potrebbero anche essere i vincitori di domani.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 1 febbraio 2020)


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)