"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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Fotogazzeggiando: Immagini e Racconti

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mercoledì 14 ottobre 2020

“La vita è un gghiòmmaru ri guai, i nichi ‘nannu picca, i granni ‘nannu assai”

 

Nel film “C’era una volta in America” di Sergio Leone i cinque ragazzi del racconto, delinquenti in erba, si presentano ai titolari di una distilleria proponendo un sistema di loro invenzione per recuperare i carichi di whisky che i contrabbandieri erano costretti a gettare in mare all’arrivo della polizia.  

Il sistema era ingegnoso. Si trattava di legare i carichi a dei galleggianti e di aggiungere ad essi dei sacchi di sale per procurarne l’inabissamento immediato, ma quando il sale andava a sciogliersi, le cassette di alcool sarebbero ritornate a galla per essere facilmente recuperate.

Una tecnica simile forse succede anche con i ricordi di chi è anziano. Avvenimenti apparentemente passati nel dimenticatoio e certi personaggi con le relative storie ad un certo momento riaffiorano spontanee e se ne sente anche il bisogno di renderli pubblici e condividerli.

Oggi mi è capitato di ricevere dall’amico Gaetano un suo scritto che narra di un personaggio che forse anch’io nella comune infanzia avrò pure conosciuto.

Il suo racconto mi ha fatto tornare indietro nel tempo e, nel descrivere i rapporti intergenerazionali d’allora, la sua memoria mi ha fatto ritornare a quei periodi.

Ho chiesto a Gaetano di poter condividere nel mio blog abituale il suo bel ricordo che ha intitolato “La vita è un gghiòmmaru ri guai, i nichi ‘nannu picca, i granni ‘nannu assai” e, avendone avuto l’assenso, lo propongo di seguito spero per il piacere di altri "cursaloti".

 © Essec

 

Nella mia vita ho sempre avuto la predilezione ad avvicinarmi alle persone più anziane di me, questo è stato il primo dei gradini che ho salito per accostarmi all’alto monte della cultura.

Quando ero poco più che quindicenne, incontravo ogni pomeriggio un uomo anziano, che aveva allora poco meno di ottant’anni. Questo personaggio era noto come:‘Zu Carru, (zio Carlo) la cosa che m’incuriosiva era, di averlo visto sempre con la mano sinistra serrata a pugno chiuso.

Questa mano chiusa, che agitava sempre e comunque anche quando chiacchierava con qualcuno, da lontano sembrava un gesto minaccioso; ma di fatto non era un segno di minaccia, perché u ‘Zu Carru di fatto era un uomo buono, morigerato e molto educato.

I più grandi raccontavano che il povero ‘Zu Carrusi si era fatto trent’anni di galera per un omicidio. Io lo guardavo, non mi sembrava possibile che quel vecchio fosse stato un assassino. Lo guardavo e cercando di cogliere dei particolari, come ad esempio dei tatuaggiche in quel periodo erano diffusi tra i galeotti. Ma quest’uomo sia d’estate che d’inverno era sempre coperto, anche solo da una camicia che teneva abbottonata ai polsi. Questo tale sollecitava ogni giorno di più la mia curiosità, più di una volta ero stato sul punto di chiedergli se fosse stato veramente un galeotto.

Una volta chiesi a mio padre cosa ne sapeva di questo ‘Zu Carru, che incontravo quasi ogni giorno al bar, la sua risposta fu evasiva, disse che ne sapeva poco come tutti, essendo venuto da una ventina d’anni ad abitare nel nostro quartiere con la sorella, qualcuno raccontava qualcosa ma di certo nessuno sapeva niente.

Bisogna considerare che fino alla metà degli anni sessanta, fosse ancora in vigore, la pratica dell’omertà e che questa pratica era diffusa pure per le stupidaggini.

Quando andavo alla scuola media si era cambiato l’antico detto «Cu è orbu, surdu e taci, campa cent’anni in paci», con uno più moderno del: “Io non c’ero e se c’ero dormivo…” Quest’ultima battuta fu usata in un film e per un certo periodo diventò il tormentone, che veniva ripetuto, ad ogni domanda a cui non si voleva rispondere; ma io più guardavo o ‘Zu Carru e più mi incuriosiva la sua storia.

Mi sentivo sfacciato a chiedergli se era vero ciò che la gente mormorava, e mi sarei sentito come un giudice al suo processo.

Pesavo e ripensavo a come chiedergli la sua storia ma non trovavo il modo per fargli la domanda che mi frullava in testa da tanto tempo. Intanto il tempo passava e io lentamente mi resi conto che con lui parlavo quasi di tutto, di calcio, di televisione, di cinema e persino di teatro. Si, di teatro, e lo faceva pure con competenza, finché un giorno mi disse che lui aveva letto tanti drammaturghi da Shakespeare a Verga passando per Molière, capii che ne sapeva certo più di me. Questo dubbio mi rendeva difficile domandargli ciò che mi era chiaro in testa: “Ma lei, ha soggiornato per qualche tempo in Via Enrico Albanese?”. Questo, secondo me, sarebbe stato un modo elegante per chiedergli se era stato all’Ucciardone a scontare qualche pena.

Ma come facevo a chiedere a uno che mi aveva detto che Molière era uno pseudonimo e non il suo vero nome e che il drammaturgo in realtà si chiamava: Jean-BaptistePoquelin, io lo sapevo ma tanti studenti come me certamente non lo sapevano, non glielo dissi per non sembrare un piccolo arrogante, saccente studentello.

Un giorno, dopo l’ennesimo caffè pomeridiano preso al bar, parlando delle solite sciocchezze, u ‘Zu Carro mi guardò negli occhi da sopra la tazzina del caffè, mi sembrò uno sguardo un poco inquietante, nella mia mente in quei pochi secondi provai come se una tempesta si fosse abbattuta nella mia testa e provai pensieri opposti e confusi. Quando lentamente scopri tutto il volto e apri la bocca disse: “Mi puoi fare due domande, a cui io risponderò, ma dopo che ti avrò risposto non potrai chiedermi nessun dettaglio”.

Mi sentii come se una pentola di acqua bollente mi fosse stata versata addosso, come se stessi affogando e mi mancò il fiato.

Secondo me lui, si accorse del mio disagio e mi sorrise. Io non capii se quel sorriso fosse di simpatia o di divertimento per il mio evidente imbarazzo, riuscii a dire con un filo di voce, soltanto: “Ci posso pensare dato che sono solo due le domande?” Sorrise e annui, – paga il caffè – disse e si allontanò.

Guardando la sua nuca mi sembrò di vedere il suo volto compiaciuto per avermi sconvolto.

Ci pensai una notte come formulare le domande per avere più risposte possibili e non trovai il modo di formularle.

Mi stavo convincendo che non avrei avuto mai il coraggio di chiedergli qualcosa e più ci pensavo e più mi sembrava che il cervello diventasse decotto, non trovando una soluzione razionale.

Pensai di non andare all’incontro quotidiano del rito “caffè. Poi pensai pure che se non fossi andato si sarebbe sentito autorizzato a credere che fossi solo uno spocchioso arrogante che, al momento della verità, per paura della risposta, non avrei saputo fare la domanda giusta, vanificando l’occasione che mi aveva dato.

Mentre mi recavo all’incontro ricordai quello che mi ripeteva sempre un mio insegnante quando frequentavo la scuola media. Diceva sempre: “Se vuoi avere le risposte giuste devi saper fare le domande giuste”.

Si, pensavo, valla a trovare la “domanda giusta”, con un ex galeotto qualsiasi domanda avrebbe potuto urtare la sua sensibilità.

Passando davanti alla chiesa parrocchiale mi segnai con il segno di croce, pensai che in confessione si chiede perdono dopo un esame di coscienza e un contrito pentimento; forse avevo trovato la prima domanda da fare, gli avrei chiesto se si fosse pentito di quello che aveva fatto. Non ebbi modo di fare congetture e riflettere ulteriormente perché una mano si posò sulla mia spalla, mi girai ed era lui.

Mi chiese se ero pronto a fare le mie domande: certo, risposi baldanzoso. Allora – rispose lui – prima il caffè e poi l’interrogatorio, mi disse ridendo quasi sghignazzando. Riuscii solo a calare la testa senza proferire parola.

Finito il rito del caffè ci incamminammo senza parlare, si fermò mi guardo e disse: dai spara, fammi queste maledette domande. Pensai alla confessione e gli dissi: “‘Zu Carru,  s’è pentito di quello che ha fatto?”

Lui abbassò la testa e dopo qualche secondo, che a me sembro un secolo, con un velo di tristezza disse: certo, ho avuto trent’anni per pentirmi. Poi cambiò espressione come di chi è soddisfatto di essersi liberato di un peso e aggiunse: ma vuoi metter il piacere che ho provato quando il dito ha sfiorato i due grilletti e sentito partirei due colpi dal fucile? E poi, vedere il tuo nemico accasciarsi al suolo. Non è giusto ma purtroppo è così, si prova la soddisfazione e si affrontano le conseguenze.

Dai fammi la seconda domanda.

Non sapevo cosa dire e pensai al suo pugno chiuso, e gli chiesi: perché non apre mai la mano sinistra, neanche quando parla?

Lui alzò lentamente il braccio e apri la mano e vidi solo un groviglio di spago per imballaggio.

Lo guardai stupito e lui rispose alla mia domanda: “La vita è un gghiòmmaru ri guai, i nichi ‘nannu picca, i granni ‘nannu assai” che, tradotto per chi non è siciliano, vuol dire: la vita è un groviglio di guai, i piccoli ne hanno pochi, i grandi ne hanno molti.

 

(Racconto di Gaetano Martorana ©  postato su “Il Siciliano”)


martedì 13 ottobre 2020

Pippo è come un “Juke Box” enciclopedico

Intrattenersi con Pippo, anche telefonicamente, è un’occasione che accultura sempre l'interlocutore.

Chi ha avuto modo di assistere ai suoi eventi pubblici o a sue letture di portfolio ne sa certamente qualcosa.

Ci siamo sentiti ieri e dopo un introduttivo, ciao come stai, un primo disco si è subito avviato. In ogni caso, ad ogni piccolo mio intervento che assicurava la presenza attenta all’altro capo della frequenza (una volta avremmo detto all’altro capo del filo), un nuovo disco si sostituiva.

Con lui succede come in quella famosa barzelletta del bambino giapponese da poco arrivato in Italia, che rispondeva simultaneamente a ogni domanda “chi l’ha detto?”, che veniva fatta agli alunni dalla professoressa di storia. E che poi finiva con riferimenti allo scandalo sessuale tra Monica Lewinsky e Bill Clinton.

Pippo è come un “Juke Box” enciclopedico …… ben oleato e perfettamente funzionante …… che custodisce milioni di dischi di variegato genere ……. Io immagino la sua libreria come una biblioteca generalista sì, ma che riserva anche ampi spazi specifici dedicati agli specialisti di settore.

Nel tempo, le esperienze accumulate gli hanno creato peraltro di certo un groviglio di sinapsi complesse che solo la sua mente può discernere.

In ogni caso la sua eloquenza si adegua all’intrattenuto, col quale riesce a sviluppare qualunque tipo di dialogo alzando e abbassando l’asticella a seconda del caso.

Generoso e disponibile, per lui ogni novità diviene occasione per approfondire la specifica materia.

Nel muoversi fra argomenti differenti, poi, ha la parvenza di un flipper che maneggiato con oculatezza non rischia mai di andare in tilt.

Una recente degenza l’ha allontanato per un breve periodo dalle sue tante passioni, ma nel sentirlo ieri, ho registrato la sua solita carica entusiastica che riesce a profondere in ogni cosa.

Tanti sono i progetti accumulati nei suoi molteplici ripostigli, molti i nuovi lavori che intravede. Te ne accorgi parlandoci. 

Pippo è una motrice diesel che non sbuffa e che legge i percorsi nel macinare chilometri.

Buona luce a tutti!

 

 © Essec

sabato 10 ottobre 2020

I RAGNI ZINGARI di Sura Bizzarri

 

 

Ogni scrittore, a prescindere dalla personale tecnica elaborativa, addensa nella sua opera combinati complessi.

Le letture influenzano molto nel redigere narrazioni, ma spesso nelle storie c’è dentro anche molto di vissuto, direttamente sperimentato o raccontato per interposta persona.

Lo scrivere è spesso anche un’occasione per lasciare campo a illusioni, desideri, ossessioni, piccole patologie, che vengono sempre intestate e distribuite ai tanti personaggi che intervengono nella trama.

Ovviamente, per scrivere s’intende ogni forma di scrittura, cioè tutto l’ambito creativo che va dalla poesia, al romanzo, al cinema, al teatro, alla pittura, alla fotografia e, in definitiva, all’insieme dell’espressività artistica.

Quando si legge un romanzo e in qualche modo se ne conosce anche l’autore, inevitabilmente la curiosità induce ad andare a leggere tra le righe, per cercare di capire quanto ci sia di vero e quanto d’inventato nel racconto proposto ovvero quanto nello scritto costituisce frutto di pura fantasia.

Interrogati al riguardo, in un paio di casi, le risposte che mi sono state fornite dagli autori sono risultate “tranquillizzanti”, ma non sempre completamente convincenti.

In questi giorni mi è stato regalato il volume “I Ragni Zingari”, edito da “Milluminodimmenzo” del giugno 2018.

La dedica personalizzata apposta dall’autrice, Sura Bizzarri, recita: “Una storia adolescenziale omosex molto cattiva, raccontata da una cinquantenne etero ossessivo-compulsiva”.

Si tratta di un romanzo che alterna “dolcezze e profondità” insite in un contesto, che potremmo definire normale, con una maturazione sottotraccia di sensazioni e sentimenti vissuti dal protagonista che rivelano, col passare del tempo, realtà nascoste. L’aspetto dell’omosessualità è affrontato nel romanzo come un accadimento possibile e naturale.

Più in generale, per chi appare allergico al tema e per fornire una cognizione su quanto possa costituire la portata dell’omosessualità in Italia, può tornare utile una rilevazione statistica (indagine MODI.DI. condotta nel 2005) e che è riportata nella pagina ufficiale del sito http://www.famigliearcobaleno.org/it/informazioni/studi-e-ricerche/, dove si stima che circa centomila minori vivono con almeno un genitore omosessuale, la maggior parte nati all’interno di relazioni eterosessuali precedenti.

Indipendente da come uno la possa pensare, questo è - senza distinzione di generi o classi - e tutto quanto andrebbe correlato alla tanta omofobia negazionista che tende a marginalizzare una realtà manifesta.

Tornando al romanzo della Bizzarri, la lenta scoperta della propria naturale dimensione omosessuale, vede Federico coinvolto in situazioni che lo indirizzano e trascinano in realtà sempre più pericolose.

Il racconto alterna scenari radicalmente contrapposti, come accade spesso nella vita.

Un ambiente familiare sostanzialmente protettivo e genitori aperti, di larghe vedute, sostengono la crescita del giovane che, quasi senza accorgersene, scopre un innamoramento che lo coinvolge. Sperimentazioni morbose e perverse, descritte con durezza di dettagli, evidenziano quanto possa comportare la dipendenza assoluta da un amore incontrollabile.

La tragicità del racconto, scremato dai dettagli crudi, non sempre gradevoli e dell’aspetto omosessuale della vicenda, pone in luce il fatto che, indipendentemente da accadimenti borderline, certe sensazioni e sentimenti possono risultare ingovernabili e diventare per taluni anche un marchio indelebile che ne condizionerà l’intera esistenza.

Per la crudezza che talune pagine rivelano, se ne consiglia la lettura a un pubblico adulto e magari non incline o votato a superficialità o pregiudizi. Il costo del volume è di 10 euro. 

Buona luce a tutti!

 

© Essec 

 

 

venerdì 2 ottobre 2020

Luciano & Sergio …… e il loro volo spiccato da una finestra della IBM


Con Sergio più volte ci siamo intrattenuti nel parlare di Luciano De Crescenzo. 

Io perché curioso di conoscere nuovi aneddoti e risvolti professionali di un personaggio che ho sempre ammirato, lui per le scene convissute come "quasi collega" alla IBM di Napoli. 

Si erano conosciuti, avendogli lavorato spesso a fianco per un certo periodo della sua vita, in quanto collaboratore esterno operante presso il Centro Servizi della IBM. 

Grazie a questo Sergio conserva ora tanti ricordi che fanno immaginare come fosse stato originalissimo anche l'approccio “professionale” del De Crescenzo impegnato nel marketing dell’azienda americana più tecnologicamente avanzata.

Come l’amico Luciano, per certi aspetti e ad un certo momento, anche Sergio scelse percorsi diversi, avventurandosi su nuove strade per sperimentare nuovi sentieri alternativi; cimentandosi in ultimo, con successo, in lavori più consoni a quelli che da sempre erano stati i suoi reali desiderata, fondando una propria società d'informatica. 

“Caro Sergio, qui c’è scritto tutto quello che è capitato a me e tutto quello che è capitato a te. Buon Natale. Luciano” è la dedica - apposta il 23 dicembre del lontano 1981 - sul volume che raccoglie il romanzo “Zio Cardellino”. Un delicato racconto, per molti aspetti surreale e apparentemente leggero, ma che invece illustra in maniera efficace l’incontenibile desiderio di volare che c’è in molti di noi, per osservare il mondo anche dall’alto e da tante altre angolazioni. 

La vita di Luciano De Crescenzo la conosciamo in molti per i suoi tanti scritti. Al di là della supponenza critica del “Ghota culturale” contemporaneo, oltre a una profonda e non comune efficacia divulgativa, le sue opere – letterarie, cinematografiche, teatrali, televisive, etc. – riescono a fornire un quadro della enorme e variegata fantasia creativa di un soggetto motivato, che certamente non poteva rimanere incastrato nei percorsi standardizzati e stereotipati che caratterizzano l’impiegato, dirigente, manager comune, qualunque sia il reddito economico che ne può derivare. 

Chissà, forse con la dedica regalata a Sergio, De Crescenzo avrà magari anche voluto dare un po' di conforto e coraggio a se stesso; rispecchiandosi nell’amico che aveva, anche lui, scelto di percorrere - rischiando quindi - una strada autonoma e più consona a quello che taluni vogliono fortemente, che sognano veramente per "diventare da grandi”, con annessi i pericoli e i rischi di possibili flop. In questi casi, del resto, ci può stare tutto, ogni accadimento è possibile, fortuna compresa.

Il romanzo in argomento l’ho ricercato lungamente quando era difficile trovarlo e lo conservo anch’io oggi fra le cose più preziose, ma per i contenuti dello scritto. La sua lettura infonde una certa leggerezza e aiuta certamente ciascuno di noi a riflettere, sul proprio percorso di vita, in entrambi i sensi: avanti e indietro. 

Annoverarlo fra le cose lette per i giovani può costituire un aiuto nel cercare di non sbagliare nelle scelte importanti che si presentano e che arriveranno. 

Per chi è invece più anziano contribuisce nel tentativo di fare un sereno bilancio del vissuto e riflettere sulle molte opportunità che la vita aveva offerto e che, per pigrizia o quieto vivere o per altro, non abbiamo avuto il coraggio di scegliere, seguendo fino in fondo quanto l'istinto ci suggeriva. 

Ma non si dice nulla di nuovo nell'affermare che le buone letture consentono, nel loro complesso contenuto culturale, di avere un aiuto per un'analisi e un riesame del proprio vissuto o per soffermarsi nel saper meglio valutare eventuali opportunità nuove, imprevedibili, che invece possono ancora e sempre capitare.  

Concludo con un sincero ringraziamento a Sergio per il regalo che a sua volta mi ha fatto, girandomi la foto della copertina di “Zio Cardellino” e della preziosa dedica scritta per lui dal compianto Luciano. 

Buona luce a tutti!

 

 © Essec 

 

 

lunedì 14 settembre 2020

"Alla fine va a culo …… non so se rendo l’idea”


La fotografia è una forma rappresentativa che sostanzialmente riproduce la realtà, anche se in molteplici forme espressive.

Può tranquillamente fissare i tratti che testimoniano il soggetto in un ritratto, catturare un panorama che ci suggestiona, congelare in un’immagine una scena di vita, creare - anche con l’ausilio della fantasia - immagini irreali che suscitano emozioni.

La sintassi che c’è in ciascuno di noi costruisce e crea ciò che si vuole, ma è altrettanto vero che chi andrà a leggere avrà una sua metodologia, una sua grammatica, una sua proprietà di linguaggio che non sempre coincide.

Insomma, per grandi linee, tutto è riproducibile e ciascuno sarà libero di gradire e interpretare quanto viene proposto.

Fra le branche fotografiche le letture di portfolio hanno un loro specifico spazio che accomuna tanti nella sua pratica complessa.

Tanti sono coloro si accostano oggi a questa disciplina che, a un primo approccio, appare complicata per le tante variabili e i tasselli che compongono ogni insieme.

Se si ha modo d'introdursi al tema, si coglieranno infinite “tonalità di pensiero” che raramente fanno coincidere aspettative degli autori con i giudizi di differenti lettori chiamati di volta in volta a intervenire.

Esperienze insegnano che anche il portfolio fotografico si muove nell'ambito di paletti minimali, sta al fotografo seguirne in qualche modo il percorso e lo stesso si richiede a chi è chiamato a leggere. Ciascuna delle parti mette in campo il proprio modo di vedere le cose e non solo fotograficamente.

Pertanto, aperture mentali, fantasia e cultura la fanno sempre da padrone, specie quando le tessere del puzzle costituiscono spunti per i più ampi racconti che i lettori vedono, talvolta travalicando i confini in origine immaginati dagli stessi autori.

In questi casi, in particolare - ma si potrebbe anche dire in generale sempre - è interessante ciò che accade durante una lettura di portfolio.

L’autore si pone a fianco o, per meglio dire, dietro il critico che va a leggere la sua composizione, per cercare di seguire la sua logica visuale. Per provare entusiasmo nelle sfaccettature e nelle angolazioni prospettiche che l’esperto va a focalizzare mettendo in campo esperienza, intuito, conoscenze, cultura, sollecitato in ciò dalle immagini proposte.

Capita molto spesso di sentir dire che il portfolio funziona. Raramente sarà anche detto che l’argomento trattato è banale e men che meno che le immagini proposte sono di qualità scadente. Ma, fra le righe, l’autore avrà quasi sempre modo di capire se il suo lavoro ha bucato o se è rimasto nel panorama dell’ordinarietà più generale.

Il tutto, in ogni caso, non comporta problemi. Costituisce un’ennesima occasione per sperimentare e accumulare esperienze. Fare un checkup dei propri prodotti fotografici, osservare con molta attenzione i lavori proposti dagli altri.

In un appuntamento svoltosi in questi giorni, ho avuto modo di vedere due belle letture di uno stesso lavoro realizzato da un fotografo senese e dal titolo “Il mattino ha l’oro in bocca”. Il portfolio, costituito da immagini in bianco e nero, risultava, anche a mio parere, molto ben fatto e la storia reale che l’accompagnava era anch’essa di spessore.

Nella proclamazione dei risultati finali m’aspettavo che l’autore risultasse fra i vincitori ma l’esito della giuria non ha premiato il portfolio proposto. Capita. E’ forse l’eccezione che conferma la regola? Chissa?

“Solo opinione personale, è tutto opinabile, questione di gusti”, aveva detto uno dei due giurati durante la sua lettura del portfolio in questione. Rivolgendosi all’autore ebbe pure a fare una considerazione ampiamente condivisibile: “ricordati che per avere qualche soddisfazione per questo progetto devi provare a proporlo a molti” …. “quando hai un bel progetto, comunque come questo ben fatto, ben realizzato, alla fine va a culo …… non so se rendo l’idea”, suscitando l’ilarità dell’autore e certamente di tutti coloro che erano presenti nella stanza di lettura.

Attesa la qualità di un prodotto, la riproposizione a più critici, lettori, editori o osservatori in genere sottopone la possibilità di accettazione anche a un criterio probabilistico, a un fattore statistico, in quanto sono sempre diversi i giurati in ogni contesto, differenti il numero dei partecipanti e variegata la qualità delle proposte degli autori. Occorre essere, quindi, ostinati, specie se si sono raccolti intanto tanti consensi.

 

Buona luce a tutti.

 

© Essec

 


venerdì 21 agosto 2020

“È meglio sposare una donna ricca, bella e intelligente che una donna brutta, povera e stupida”

 

“È meglio sposare una donna ricca, bella e intelligente che una donna brutta, povera e stupida”. Oppure: “Meglio essere giovani, belli, ricchi e in buona salute piuttosto che vecchi, brutti, poveri e malati”. Erano queste alcune delle tante sentenze lapalissiane di Massimo Catalano, il filosofo dell'ovvio, che a metà degli anni Ottanta impressionava gli italiani con le sue banalità.

In qualche modo, con l’aggiunta di un tocco surreale, gli facevano da sponda, nel mitico gruppo di Arbore di “Quelli della notte”, i vari Pazzaglia, Laurito, Frassica e compagnia.

A pensarci bene, in qualche modo Catalano aveva anticipato i tempi di un costume che oggi va per la maggiore.

A sentire certi personaggi contemporanei - e in tutti i campi – si riscontra sempre più quella superficialità di analisi cui sfociano pensieri semplici, “alla Catalano” per intenderci, che allora erano di un sano cabaret che faceva sorridere e che è sempre piaciuto a quella fascia di popolo che tende a rimuovere con faciloneria tutti i problemi, specie se interessano solo gli altri.

Al mondo di esperti che si basa su cognizioni scientifiche si affiancano oggi opinionisti in grado di rispondere a qualunque domanda, a trovare risposte anche su questioni complesse e complicate, basandosi sostanzialmente su loro tesi "originali", molto spesso pure preconcette.

Ad esempio, mentre ieri la politica responsabile basava la sua azione di opposizione su articolati approfondimenti specifici e a tema che producevano financo “governi ombra”, oggi si fonda su slogan semplici che rispondono ai desiderata della massa, canalizzata a pensieri banali, con soluzioni che non prospettano alternative comprensibili e tantomeno fattibili. Basta parlare alla pancia ed il rutto è sicuro. Sigh!

Anche un recente discorso dell’ex Capo della BCE, già Governatore della Banca d’Italia, seguendo quella logica del banale ha ritrovato cassa di risonanza nella maggioranza dei media.

Ai tempi odierni sembriamo per lo più tutti concentrati a ricercare un nemico, per additarlo alla folla come responsabile dei nostri disagi. Per evidenziare quello che non va ma che è ovvio e che del resto vedono tutti, piuttosto che dare chiare prospettive per possibilità di nuovi sbocchi. Siamo tornati indietro di duemila e venti anni circa, quando alla folla veniva chiesto chi volesse che fosse liberato. Anche allora il ladrone ebbe la meglio.

In tutto questo i tanti social costituiscono una manna piovuta dal cielo. Dietro anonimati che alimentano impunità, i manganellatori di un tempo ora usano il nuovo mezzo di gogna e tutti prima o dopo lo utilizzano e magari talvolta ne fanno pure in qualche modo le spese.

I pifferai magici quindi abbondano, perché le masse deluse e scontente innalzano di continuo nuovi patiboli e cercano sempre nuove teste da mandare alla forca.

E la folla ne trova gaudio e si immortala in infiniti selfie, convinta che il tutto resti estraneo alla propria cerchia d’interessi.

Tornassero in vita “Catalano & Co.” sarebbero oggi il partito politico vincente. La pletora di seguaci quantomeno mostrerebbe sorrisi e non importa se da ebeti o meno, nei tantissimi selfie.

Buona luce a tutti!

 

 © Essec


mercoledì 19 agosto 2020

G. Vi racconto Gaber

 

In genere gli scritti che in qualche modo hanno a che fare con le biografie di autori, anche se dense di eventi e interessanti, alla lunga possono risultare un po’ noiosi.

Il libro dedicato alla storia del Signor G, realizzato per la Fondazione Gaber dopo oltre un decennio dalla scomparsa di Giorgio Gaber da Roberto Luporini, figlio del cugino di colui che ha accompagnato Gaber nella creazione del “teatro-Canzone”, costituisce invece un felice racconto ricco di aneddoti connessi al connubio dei due autori e non solo.

Nello storicizzare l’evoluzione creativa degli spettacoli portati in giro nei teatri nazionali, si evidenziano i dibattiti e i mutamenti socio-politici che hanno interessato un trentennio, sui quali, con una arguta ironia, talora anche romantica, surreale o cinica, Giorgio Gaber e Sandro Luporini hanno saputo imbastire e dipingere chiari e alquanto dettagliati paesaggi.

Sollecitato dalla moglie Dalia (figlia unica della coppia Gaber-Colli) Roberto Luporini (a sua volta figlio del cugino Sandro Luporini) ha saputo abilmente raccogliere anche confidenze, riuscendo a regalare al lettore un ruolo di spettatore attento, facendo sì che – alla fine - anche il suo ampio saggio costituisse una ulteriore partitura di uno spettacolo nuovo, questa volta però fatto con una narrazione fuori scena.

Ne deriva quindi che la documentazione sulla genesi del teatro-canzone e la sua evoluzione risultano così, oltre che complete, mescolate dall’umanità che intanto accompagna i due coautori che, con il trascorrere degli anni, si ritrovano sempre più complici e consolidati amici nella vita.

In alcuni capitoli, anche per meglio rendere comprensibile il contesto storico in cui si collocano alcuni scritti e canzoni, Roberto riassume pure in estrema sintesi i principali eventi che hanno interessato le contemporaneità del tempo, soffermandosi parallelamente sulle maturazioni/accadimenti che hanno interessato - unitamente e separatamente - Gaber e Luporini.

Alla fine ne risulta un bel racconto, scritto dal di dentro, che tramanda l’avventura a generazioni diverse; da chi ha vissuto in prima persona la complessa pulsione e passione creativa a chi ne ha avuto notizia solo dal racconto, facendone magari solo oggi la scoperta e anche oggetto di approfondimento.

Un libro che per i suoi contenuti induce ciascun lettore, infine, a riflettere anche su se stesso, sulle sue esperienze vissute, sul mondo che è stato e che è oggi, sui tanti valori e ideali, sui tanti incontri avuti, sul futuro rimasto da percorrere e su tutto quello che ancora ci resta.

Buona luce a tutti!

  © Essec

 

 

 

sabato 1 agosto 2020

Usi, abusi e liturgie. A chi tocca oggi il patibolo?



La foto del grande murales su Indro Montanelli apparso in questi giorni a Palermo – accompagnato da un suo testo – induce a fare qualche considerazione.
Intanto, per contemporaneità di datazione, la raffigurazione del Montanelli statuario mostra le tracce di vernice rossa che è stata riversata sulla figura bronzea ubicata a Milano, nello stesso luogo dove il giornalista venne gambizzato dalle Brigate Rosse, evidentemente per la sua attività di cronista.
Il testo di Indro Montanelli riportato nel murale recita: “La ragazza si chiamava Destà, aveva 12 anni: Particolare che mi tirò addosso i furori di alcuni imbecilli ignari che nei paesi tropicali a 12 anni una donna è donna e passati i 20 è una vecchia. Faticai molto a superare il suo odore dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che oltre a opporre ai miei desideri una barriera insormontabile (ci volle per demolirla, un brutale intervento della madre) la rendeva del tutto insensibile.” Sulle informazioni di Destà (Segheneiti, Eritrea, 1923 - ?) viene specificato “vittima del colonialismo e del patriarcato. Comprata da Indro Montanelli al prezzo di 350 lire, durante l’aggressione fascista dell’Etiopia nel 1935”.
Sulla vicenda molti osservatori si sono autorevolmente pronunciati evidenziando la necessità di contestualizzare le epoche storiche per evitare che il "politicamente corretto" sfoci in attività puramente vandaliche e distruttive; nel caso di Montanelli qualcuno ha fatto notare che l'illustre giornalista nel rendere nota la sua storia non ha mostrato a distanza di tanti anni nessun segno di pentimento, ma ciò non giustifica in nessun modo un'azione di natura vandalica nei confronti della statua. 
La critica è doverosa e giustificata, la violenza anche nei confronti delle cose assolutamente no!
Tornando al titolo dell’articolo, nulla cambia nel tempo.
Assicurando continuità alle ritualità pagane, ogni giorno qualcuno indicherà la vittima sacrificale che più aggrada, magari seguendo la moda del momento, e tutti gli astanti si affolleranno per bere un po’ del sangue purificatore che assolverà da ogni peccato. E pure qualche credente terminerà il suo rito declamando la tipica clausola liturgica definitiva: “et in saecula e saeculorum. Amen!”

Buona luce a tutti!

 © Essec

P.S. Su input dell'amico P. e allo scopo di rendere più efficace il senso dello scritto, ho accolto il suggerimento di sintetizzare i concetti per non perdersi in dissertazioni articolate (e ci sarebbe molto da dire) che potrebbero esser presi a pretesto per polemiche infinite.

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)