"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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mercoledì 28 ottobre 2020

Una specie di tazebao che raccoglie esternazioni di tanti.


Ad oggi 28 ottobre 2020 i “Mi piace” sono: 3846. Invece i “Non mi piace” assommano: 560

Gli accessi al filmato: Kashgar - Il mercato della domenica, postato su You Tube il 16 aprile 2011 sono state poco meno di novecentomila (nel momento in cui scrivo: 893.318).

Al di là della valenza del video, che sostanzialmente rappresenta un documento di una realtà oggi profondamente cambiata, particolarmente interessanti risultano i tanti commenti postati dai visitatori del web.

E’ indubbio che i commenti, specie di coloro che hanno pure manifestato il classico “Like”, si riferiscono principalmente ad appartenenti al popolo degli Uiguri o a loro sostenitori o simpatizzanti, ma piace registrare come il filmato possa ora costituire un pretesto e una specie di tazebao per raccogliere le esternazioni di tanti. 

Soffermandosi sulle letture emergono - con ogni evidenza - le naturali differenti posizioni sociopolitiche di ciascun commentatore. 

Ognuno può e potrà sempre continuare a giudicare e scrivere secondo le proprie idee, più o meno indipendenti dalle diverse ideologie che condizionano. Un fatto è però certo e cioè che quanto rappresentato nelle scene filmate costituisce il vero volto di una comunità fotografata asetticamente nel lontano 1995 (circa 25 anni fa) e di cui si è già scritto in un precedente articolo. 

Le mie riprese sono, infatti, assolutamente fedeli ai luoghi e corrispondo a quello che l’occhio e l’orecchio umano erano in grado di percepire, senza aggiunta alcuna di ulteriori suoni o altre manipolazioni varie.

Riporto di seguito alcuni degli ultimi commenti che ho tradotto con Google Translate, per i più curiosi indico di seguito i links del video in questione e di un an altro analogo meno visitato.

 

https://youtu.be/bJysrj2u3GQ  https://youtu.be/EiR9mP4NFsM

 https://youtu.be/o1K2r997dac

 

 © Essec

 

Ecco alcuni dei commenti tradotti col softweare di Google:

 

Inchino basso all'operatore, grazie mille per l'opportunità di vedere la nostra patria, non importa quanto soffra la nostra gente, non si perdono d'animo (((

 

"I loro volti sono tutti gentili, calmi, laboriosi dei fratelli di mia nonna rimasti a Kashkar ea Urumqi non li abbiamo mai incontrati. È un peccato".

 

Gli uiguri sono le sorelle degli uzbeki. Abbiamo la stessa lingua, religione e usanze. Che Allah vi aiuti, cari fratelli uiguri.

 

Gli uiguri sono brave persone 👍 ... io stesso sono cresciuto con loro, li conosco bene))) Ho un bravo ragazzo Bazha Uygur

 

Sì, tua madre è cinese. Guarda la situazione dei poveri. Apprezza l'indipendenza, uzbeka, tagika, turkmena, kirghisa e kazaka.

 

Questi sono i nostri parenti musulmani, sono meravigliosi, ma ora i cani cinesi ti stanno torturando. Dio ti benedica

 

Urumqi era una terra uigura e rimarrà uigura per sempre

 

Tayyp Erdogan aiuta Uygur, nessun altro come te lo aiuterà

 

TUTTO IN COPRICAPI OTTIMO ROLLER BRAVO OPERATORE PROSPERITÀ DI PACE E BUONE PERSONE UIGURE

 

Possa Allah aiutare gli uiguri, buoni musulmani,

 

Fratelli Salomalekum Uyguri Sono tagiko, sii sempre sano e felice

 

Mi dispiace per questo popolo, sono come un leone messo in un angolo, questo è ciò che fa l'accupazione con il popolo cinese non li ama e non permette loro di secedere, quindi sono in questa posizione, aiutali l'Onnipotente a trovare la libertà, dagli forza e pazienza. Kazakistan

 

Gli uiguri sono grandi lavoratori nella vita, ben fatti! Rahmyat!

 

I poveri vengono torturati dai cinesi. Possa Dio punire quei cinesi.

 

Fratelli Assalam Aleikum uiguri! ... Tartari per te.

 

Assalamualaikum al popolo uigura, che Dio ti protegga

 

È chiaro senza parole che la vita è dura, ma le persone, nonostante le difficoltà, lavorano, e qui possiamo solo rimproverare il presidente in tutti i peccati

 

Fratelli miei ... gli uiguri vi salutano da Tashkent

 

Abbiamo matchmaker uiguri. 👍 Bella gente ??

 

 

martedì 27 ottobre 2020

..... se non fosse per il puro “cazzeggio”, che mi piace praticare .....


Certe volte taluni panegirici appaiono dispersivi. Ci si trova sempre più spesso a leggere ridondanze letterarie che, più che focalizzare aspetti particolari, inducono a perdersi nei giri di valzer continui, talvolta descrittivi di contorni inconcludenti, altre volte incentrati a mostrare una cultura nozionistica e saccente da sbattere deliberatamente in faccia al lettore. 

In questi casi si tratta, quasi sempre, di tecniche di scrittura che, a lungo andare, inducono però a far desistere e ad abbandonare presto ogni lettura della prosa dello specifico scrittore, anche quella superficiale e meglio nota come “lettura veloce”. 

Per chi ha voglia di avventurarsi a scrivere, dovrebbe valere in ogni caso il sistema della scaletta-canovaccio, degli appunti sintetici buttati giù preventivamente per preparare al succo del discorso, ma a ciascuno appare bello quel che piace ed è per questo che l’oggettività anche di affermati critici talvolta si perde. 

La cultura con la C maiuscola presuppone, infatti e sempre più spesso, un pizzico di prosopopea, che rappresenta il sale da addizionare sapientemente ad ogni minestra. 

Citazioni e aneddoti impreziosiscono di certo ogni scritto, ma – alla fine della fiera - occorre sempre saper dire ciò che si vuol veramente far intendere con le tante parole usate.  Ed è per questo che può tornare utile predisporre una sintesi schematica preventiva, necessaria anche a noi stessi, quando ci accingiamo all'intrapresa. 

I dictat sono sempre efficaci per la loro estrema sintesi, anche i proverbi non si perdono mai in tanti giri di parole. Ma è altrettanto vero che una certa loquacità filosofica qualche volta induce a perdersi, vuoi perché rivolta a una cerchia ristretta di lettori abilitati al lessico, vuoi per le forme espressive e i termini concettuali ad uso dei soli addetti ai lavori. 

E’ anche vero che la prosa di taluni riesce sempre ad affascinare, anche se in fondo quegli stessi vogliono dire poco.  

In fondo, poi, la fluidità nello scrivere corrisponde sempre all’analoga esigenza del lettore medio, che vuol trovare sempre piacevole perdersi anche in dissertazioni che, pur prendendo spunto da piccoli particolari per articolare vari argomenti, spaziano e vagano riuscendo a sfiorare tante altre cose. 

Di certo scrivere è un dono, anche se – in ogni luogo – rimane costantemente e fortemente legato alle mode e alla cultura del tempo. 

Questa pretestuosa "apologia" letteraria è un po’ la dimostrazione pratica di voler trattare la questione della scrittura senza avere a monte un vero spunto specifico e concreto, se non fosse per il puro “cazzeggio”, che mi piace praticare e che potrebbe tornare utile in molti casi anche ad altri. 

Non saprei dire come tecnicamente può costruirsi al meglio un articolo o un trattato, o se forse scrivere romanzi potrebbe costituire una soluzione per mettere a proprio agio chi è portato a delle estenuanti maratone letterarie. 

Il dubbio e ogni incertezza valgono per entrambe le sponde del fiume che scorre. Indifferente comunque: al praticante della scrittura in un caso e al semplice osservatore lettore che dovrebbe esserne il vero fruitore. 

Chissà? 

 

Buona luce a tutti!

 

© Essec

 

P.S. - Il mio "Amico P." dopo aver letto ha trasmesso il commento che riporto di seguito e che introduce - peraltro - alcune ulteriori considerazioni sociologiche che caratterizzano il nostro modo di essere italici. 

"Da sempre si dice che gli italiani sono un popolo di scrittori, anche se amano poco leggere. Forse è questo che voleva evidenziare Massimo Troisi con la sua nota battuta “Io non leggo, perché io sono solo a leggere, mentre loro sono tanti a scrivere!” Oggi con l’uso diffuso dei social media è ulteriormente aumentato il numero di chi vuole esprimere in forma scritta le proprie opinioni e considerazioni. Basta un cellulare o un computer per diffondere in forma scritta i propri pensieri; come qualcuno ha fatto notare,  il cellulare consente a tutti di sentirsi anche fotografi, ma sono pochi quelli che conoscono le elementari tecniche per fare fotografie.
Ogni libro (ben scritto) deve molto alle letture precedenti dell’autore.
Insomma, ribadirei sempre la ben nota regola fondamentale: prima di (imparare a) scrivere, bisogna (imparare a) leggere."

Mi pare proprio che ci sia poco altro da aggiungere, o no?

 

sabato 24 ottobre 2020

"Accadde domani - Scritti quasi profetici" di Luciano De Crescenzo

 

In tanti ci si avventura a voler scrivere sulle quotidianità del nostro mondo, molti articoli trattano sui vari argomenti, ma sono pochi quelli che riescono a concettualizzare pienamente le questioni per poi trarne anche delle considerazioni interessanti. 

Certo su quanto mi accingo a dire si evidenzierà, ancora una volta, la mia grande ammirazione per l’intellettuale De Crescenzo, ma tant'è.

Chi andrà a leggere il libro “Accadde domani. - Scritti quasi profetici” ne avrà la prova e si renderà subito conto di quanto erano ampie le dissertazioni di Luciano De Crescenzo. Un saggista, narratore, fantasista, regista, autore, etc. che, in modo semplice, attraverso un breve articolo sapeva anche rendere comprensibile a tutti la teoria della relatività di Albert Einstein.

Il prodotto editoriale realizzato dalla figlia Paola (Mondadori Libri – 2020) raccoglie una serie di articoli che, abbracciando un ampio arco temporale, evidenziano una certa preveggenza di fenomeni di costume solo in embrione e acute ironie sulla politica e la società in genere.

Per creare un parallelismo con l’attualità sociale dei nostri giorni, mi piace soffermarmi sull’articolo di pag. 129 intitolato “La democrazia spiegata a un marziano”. Rimandando il lettore al testo originale, riporto alcuni brani dello scritto.

 

Marziano: Quale sistema di governo avete?

Luciano: La democrazia.

M: E che cos’è la democrazia?

L: Un sistema che serve a eleggere i governanti dello Stato. In un giorno dell’anno prestabilito si va tutti a votare.

M: E chi va a votare?

L: Tutti gli italiani che hanno più di 18 anni.

M: Anche gli stupidi?

L: Anche gli stupidi.

M: E poi che succede?

L: Che vengono scelti i governanti. Noi li chiamiamo “Parlamentari”.

M: Ho capito e, una volta scelti, questi parlamentari che fanno?

L: Governano.

M: E cioè?

L: Fanno le leggi e nominano gli amministratori che devono gestire gli enti pubblici, tipo la Rai, l’Inps, l’Enel e via dicendo.

M: Si, ho capito, ma così facendo, non restano in qualche modo obbligati nei confronti di chi li ha nominati?

L: Certo che restano obbligati. Perché vedi, marziano mio, un partito per farlo funzionare come si deve ha bisogno di un sacco di soldi, e allora può accadere che qualcuno degli eletti, per disobbligarsi di essere stato nominato, che so io …. Amministratore delegato delle ferrovie ….

M: Non ho capito, delegato a che cosa?

L: A raccogliere i soldi per ………….

 

Domande e risposte continuano ancora nell’articolo e alla fine, alla domanda del marziano che chiede: “E questa è democrazia?”, Luciano mestamente e fanciullescamente risponde: “Praticamente, si”.

 

Ora, sotto la cappa catastrofica di un Covid 19 che fa tanta paura, sono portato a fare delle semplicissime considerazioni.

Abbiamo oggi un Presidente del Consiglio di estrazione civica, peraltro nominato e assurto casualmente al ruolo e che non si era mai occupato di politica attiva.

Lasciando perdere l'ampio consenso popolare che lo sostiene, in un contesto politico ed economico completamente avverso, è indubbio che questa figura di cittadino normale sta mostrando maggiore "padronanza gestionale" rispetto all’isteria dei tanti politicanti che gli ruotano attorno e che lo dovrebbero, almeno alcuni, pure "professionalmente", sostenere.

Appare altresì sorprendente che, davanti ad una pandemia acclarata e diffusa a livello mondiale, neanche l’opposizione politica riesca a trovare una logica costruttiva o quanto meno intellegibile sulle proposte praticabili e, nel caso, alternative. O che taluni politici più sgamati, da sempre concentrati al mantenimento del potere e dei relativi benefici, continuino a tenere d’occhio principalmente le disponibilità liquide presenti nei bilanci delle loro “Fondazioni di riferimento” ovvero ai tanti affari che si potrebbero incrementare attraverso ulteriori debordi di debito pubblico, MES compreso, ovviamente per il "rilancio dell'economia". 

Per i meno esperti in politica che si ritrovano casualmente ad occupare gli scranni del parlamento può ancora valere quello che qualcuno una volta ebbe a dire: "perdona loro, perchè non sanno quello che fanno".

Se al marziano fossero state spiegate anche queste cose, sicuramente avrebbe concluso che i marziani siamo proprio noi, nel vero senso italiota del termine.

Nel chiudere, rimando alla lettura del libro che raccoglie variegati articoli che, pur spaziando dal 1977 al 2002 dimostrano un’attualità incredibile o delle vere e proprie profezie come quelle di un oracolo.

 

  © Essec

 

P.S. - Il mio solito lettore, che spesso vede in anteprima i miei post, in questo caso ha perso tempo e io avevo la fregola di pubblicare. In ogni modo, alla fine mi ha fornito la "chicca" attesa che accolgo e che mi fa piacere riportare, per impreziosire il pezzo. "Ti propongo la frase di Churchill sulla democrazia (che può avere sapore consolatorio). Winston diceva: E’ la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora". 


 

 

venerdì 23 ottobre 2020

IL QUESTORE INNAMORATO


 
IL QUESTORE INNAMORATO
di DANIELE BILLITTERI 
 
In tanti anni di “cronacaccia” ho conosciuto diversi questori. Alcuni buoni, altri meno, altri… beh, lasciamo perdere, parce sepulto.
Ma non ne avevo mai visto uno scrivere una lettera d’amore perché uno immagina un questore che… quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Oppure un funzionario passacarte con l’unico problema di non farsi notare in negativo dal Ministero o da qualche politicante locale. Difficile che gente così si innamori, in generale. Men che mai che si innamori di una città della quale si parla generalmente male salvando solo una sparuta pattuglia di benpensanti sempre più difficile da identificare perché le apparenze ingannano, beh questo mi appare sorprendente.
Il questore che ha scritto una lettera d’amore si chiama Renato Cortese e ha diretto la questura di Palermo dal 2017 sino a qualche giorno fa quando è stato “messo a disposizione” per ordine del capo della Polizia, prefetto Gabrielli in conseguenza di una condanna in primo grado comminata, come si dice, dal tribunale di Perugia davanti al quale Renato Cortese ed altri erano imputati del reato di sequestro di persona. Fatti accaduti a Roma nel 2013 quando Cortese era capo della Squadra Mobile della Capitale.
Ora io non so quasi nulla della vicenda diventata un processo. So che riguarda la moglie di un dissidente kazako che venne fermata per applicare un provvedimento di espulsione firmato dal governo e che venne trovata in possesso di un passaporto falso. La donna rimase in stato dei fermo per qualche giorno, poi venne espulsa. Quel fermo adesso è stato giudicato illegittimo ed è diventato un sequestro di persona per il quale Cortese è stato condannato, tra l’altro, a 5 anni di reclusione, sentenza che il poliziotto ha ovviamente appellato.
Non riporto qui la sua lettera. E’ lunga, spesso inciampa in un po’ di retorica e di sentimentalismo. Ma Cortese è uno sbirro, non è uno scrittore romantico. E’ uno che a Palermo, già prima di essere questore, ha acchiappato Binnu Provenzano “u tratturi” e una sfilza di mafiosi assassini. Da capo della Polizia nella provincia ha confermato le sue qualità di investigatore di razza e di leadership di una squadra di altissimo livello operativo. Ma ha fatto di più e nessuno lo pretendeva: ha aperto le porte della questura non solo ai malacarne (in transito per l’Ucciardone) ma soprattutto ai cittadini, quelli della “società civile” con la quale ha costruito un rapporto stretto e vero. Altro che “corpo separato”, come la cultura degli anni Settanta (spesso – però – a buon titolo) classificava i corpi investigativi. Cortese ha organizzato dibattiti, proiezioni, ha invitato personaggi della cultura, delle istituzioni, dello spettacolo. Perfino Gigi D’Alessio ha cantato in questura, il che è quanto dire. Insomma non aveva certo il volto della polizia del caso Cucchi.
Ma c’è di più: che segnale si sta dando a Palermo? Proprio all’indomani dell’operazione al Borgo Vecchio che ha mostrato quanto Cosa nostra ci sia ancora e riesca ad adattarsi perfettamente ad ogni pur piccolo spazio che riesce a gestire? In quante celle si sta brindando in queste ore?
Chi ha seguito tutte queste cose capisce, allora, come sia possibile che in questo momento Cortese abbia scritto una lettera d’amore a una città che, per molti versi, questo amore ha ricambiato.
Io faccio un altro mestiere ed è un’attività che induce alla malizia. E maliziosamente mi chiedo se una vicenda come quella nella quale è incappato Cortese, possa essere relegata, nella Capitale d’Italia, alle decisioni e alle azioni di un capo della squadra mobile che, gerarchicamente e per il tipo di vicenda di cui trattasi, sta sotto a: Presidente del Consiglio, Ministro degli Esteri, Ministro degli Interni, capo di gabinetto del Ministro, questore della Capitale, al dirigente della Seconda Divisione, forse anche al capo della Digos.
Io non so come si sia difeso Cortese davanti ai giudici. E questo perché nella lettera non c’è traccia di difesa. Non ha scritto per dire: non sono stato io, hanno sbagliato, ho eseguito ordini, sono il capro espiatorio. No, niente di tutto questo. Solo parole d’amore e di stima per una città che fu la tomba della speranza dei palermitani onesti ai tempi dell’omicidio di Dalla Chiesa e ben prima delle grandi stragi. Solo parole d’amore e un addio. Ma subito seguito da un arrivederci.
Per uno che si chiama Cortese ha una bella carta d’identità e io sto con lui, fino a prova contraria. Con la ragione e col cuore. Anche se non dovrei, perché i cronisti devono essere distaccati. Ma io sono vecchio e me lo posso permettere.
 

giovedì 22 ottobre 2020

B1 & Co.


Qualche mese addietro, il lockdown audacemente violato da taluni, ebbe a portare alla ribalta il degrado urbanistico e sociale di molte periferie italiane. A carattere nazionale, fecero più scalpore anche dei “festini” organizzati su tetti di palazzoni ubicati nei quartieri Brancaccio-Torrelunga di Palermo, che, al fine di ricondurre al buon senso i comportamenti irrazionali e pericolosi che si erano scatenati, registrarono l’intervento delle forze dell’ordine.

Ma come sempre, non si può fare di tutta l’erba un fascio. Una bellissima lettera aperta di Monica Li Vigni (https://laquartadimensionescritti.blogspot.com/2020/04/vivo-nel-quartiere-dello-sperone-da-37.html) metteva in guardia sulla superficialità con la quale i media stavano affrontando la complessa questione.

 

 

Questa premessa mi appare oggi appropriata per descrivere anche un lento processo di recupero culturale messo in atto da tempo da alcuni graffitari e dagli artisti in genere nei territori.

Attraverso un’operazione che coinvolge sempre e pienamente gli abitanti dei luoghi, da qualche tempo dei veri e propri artisti moderni procedono nel realizzare un arredo urbano non indifferente. 

Il loro intervento trasforma gli ambienti che, come per incanto, oscurano il degrado di alcuni quartieri e la fatiscenza di palazzi, riuscendo ad esaltare in modo imperioso le stesse opere di streetart realizzate.

 

 

In verità si tratta di un’operazione non originale. Ripercorrendo un percorso originatosi in America, analoghe iniziative sono già delle belle realtà nei quartieri romani, napoletani e in molte altre parti del paese. Operazioni consolidate a fenomeno artistico, ad esempio a Roma, sono quelle di “Tor Marancia”, Trullo, San Lorenzo, Pigneto, Tor Pignattara, Ostiense, etc.

 

In questi giorni è programmato un evento culturale di Antonio Curcio, che si accinge a presentare un volume incentrato su "B1", prodotto da AutAut Edizioni. In qualche modo anche "B1" s'accosta all'argomento.

"B1" è in verità un personaggio scaturito dalla fantasia artistica di Antonio che, rappresentato su mattonelle affisse in punti più impensabili dei quartieri popolari palermitani, s'identifica nei luoghi e spesso esterna, con metodi fumettistico-pittorici, idiomi tipici del territorio urbano in cui si va ad allocare e a cui fa, quindi, riferimento. 


Le foto che accompagnano questo scritto si riferiscono al territorio palermitano citato in premessa "Torrelunga-Settecannoli-Sperone", che associa l’intervento di una nuova linea tranviaria cittadina ai fenomeni di streetart realizzati di recente da diversi artisti, quali Igor Palminteri, in primis, e tanti altri.

 

 © Essec

 

 

mercoledì 14 ottobre 2020

“La vita è un gghiòmmaru ri guai, i nichi ‘nannu picca, i granni ‘nannu assai”

 

Nel film “C’era una volta in America” di Sergio Leone i cinque ragazzi del racconto, delinquenti in erba, si presentano ai titolari di una distilleria proponendo un sistema di loro invenzione per recuperare i carichi di whisky che i contrabbandieri erano costretti a gettare in mare all’arrivo della polizia.  

Il sistema era ingegnoso. Si trattava di legare i carichi a dei galleggianti e di aggiungere ad essi dei sacchi di sale per procurarne l’inabissamento immediato, ma quando il sale andava a sciogliersi, le cassette di alcool sarebbero ritornate a galla per essere facilmente recuperate.

Una tecnica simile forse succede anche con i ricordi di chi è anziano. Avvenimenti apparentemente passati nel dimenticatoio e certi personaggi con le relative storie ad un certo momento riaffiorano spontanee e se ne sente anche il bisogno di renderli pubblici e condividerli.

Oggi mi è capitato di ricevere dall’amico Gaetano un suo scritto che narra di un personaggio che forse anch’io nella comune infanzia avrò pure conosciuto.

Il suo racconto mi ha fatto tornare indietro nel tempo e, nel descrivere i rapporti intergenerazionali d’allora, la sua memoria mi ha fatto ritornare a quei periodi.

Ho chiesto a Gaetano di poter condividere nel mio blog abituale il suo bel ricordo che ha intitolato “La vita è un gghiòmmaru ri guai, i nichi ‘nannu picca, i granni ‘nannu assai” e, avendone avuto l’assenso, lo propongo di seguito spero per il piacere di altri "cursaloti".

 © Essec

 

Nella mia vita ho sempre avuto la predilezione ad avvicinarmi alle persone più anziane di me, questo è stato il primo dei gradini che ho salito per accostarmi all’alto monte della cultura.

Quando ero poco più che quindicenne, incontravo ogni pomeriggio un uomo anziano, che aveva allora poco meno di ottant’anni. Questo personaggio era noto come:‘Zu Carru, (zio Carlo) la cosa che m’incuriosiva era, di averlo visto sempre con la mano sinistra serrata a pugno chiuso.

Questa mano chiusa, che agitava sempre e comunque anche quando chiacchierava con qualcuno, da lontano sembrava un gesto minaccioso; ma di fatto non era un segno di minaccia, perché u ‘Zu Carru di fatto era un uomo buono, morigerato e molto educato.

I più grandi raccontavano che il povero ‘Zu Carrusi si era fatto trent’anni di galera per un omicidio. Io lo guardavo, non mi sembrava possibile che quel vecchio fosse stato un assassino. Lo guardavo e cercando di cogliere dei particolari, come ad esempio dei tatuaggiche in quel periodo erano diffusi tra i galeotti. Ma quest’uomo sia d’estate che d’inverno era sempre coperto, anche solo da una camicia che teneva abbottonata ai polsi. Questo tale sollecitava ogni giorno di più la mia curiosità, più di una volta ero stato sul punto di chiedergli se fosse stato veramente un galeotto.

Una volta chiesi a mio padre cosa ne sapeva di questo ‘Zu Carru, che incontravo quasi ogni giorno al bar, la sua risposta fu evasiva, disse che ne sapeva poco come tutti, essendo venuto da una ventina d’anni ad abitare nel nostro quartiere con la sorella, qualcuno raccontava qualcosa ma di certo nessuno sapeva niente.

Bisogna considerare che fino alla metà degli anni sessanta, fosse ancora in vigore, la pratica dell’omertà e che questa pratica era diffusa pure per le stupidaggini.

Quando andavo alla scuola media si era cambiato l’antico detto «Cu è orbu, surdu e taci, campa cent’anni in paci», con uno più moderno del: “Io non c’ero e se c’ero dormivo…” Quest’ultima battuta fu usata in un film e per un certo periodo diventò il tormentone, che veniva ripetuto, ad ogni domanda a cui non si voleva rispondere; ma io più guardavo o ‘Zu Carru e più mi incuriosiva la sua storia.

Mi sentivo sfacciato a chiedergli se era vero ciò che la gente mormorava, e mi sarei sentito come un giudice al suo processo.

Pesavo e ripensavo a come chiedergli la sua storia ma non trovavo il modo per fargli la domanda che mi frullava in testa da tanto tempo. Intanto il tempo passava e io lentamente mi resi conto che con lui parlavo quasi di tutto, di calcio, di televisione, di cinema e persino di teatro. Si, di teatro, e lo faceva pure con competenza, finché un giorno mi disse che lui aveva letto tanti drammaturghi da Shakespeare a Verga passando per Molière, capii che ne sapeva certo più di me. Questo dubbio mi rendeva difficile domandargli ciò che mi era chiaro in testa: “Ma lei, ha soggiornato per qualche tempo in Via Enrico Albanese?”. Questo, secondo me, sarebbe stato un modo elegante per chiedergli se era stato all’Ucciardone a scontare qualche pena.

Ma come facevo a chiedere a uno che mi aveva detto che Molière era uno pseudonimo e non il suo vero nome e che il drammaturgo in realtà si chiamava: Jean-BaptistePoquelin, io lo sapevo ma tanti studenti come me certamente non lo sapevano, non glielo dissi per non sembrare un piccolo arrogante, saccente studentello.

Un giorno, dopo l’ennesimo caffè pomeridiano preso al bar, parlando delle solite sciocchezze, u ‘Zu Carro mi guardò negli occhi da sopra la tazzina del caffè, mi sembrò uno sguardo un poco inquietante, nella mia mente in quei pochi secondi provai come se una tempesta si fosse abbattuta nella mia testa e provai pensieri opposti e confusi. Quando lentamente scopri tutto il volto e apri la bocca disse: “Mi puoi fare due domande, a cui io risponderò, ma dopo che ti avrò risposto non potrai chiedermi nessun dettaglio”.

Mi sentii come se una pentola di acqua bollente mi fosse stata versata addosso, come se stessi affogando e mi mancò il fiato.

Secondo me lui, si accorse del mio disagio e mi sorrise. Io non capii se quel sorriso fosse di simpatia o di divertimento per il mio evidente imbarazzo, riuscii a dire con un filo di voce, soltanto: “Ci posso pensare dato che sono solo due le domande?” Sorrise e annui, – paga il caffè – disse e si allontanò.

Guardando la sua nuca mi sembrò di vedere il suo volto compiaciuto per avermi sconvolto.

Ci pensai una notte come formulare le domande per avere più risposte possibili e non trovai il modo di formularle.

Mi stavo convincendo che non avrei avuto mai il coraggio di chiedergli qualcosa e più ci pensavo e più mi sembrava che il cervello diventasse decotto, non trovando una soluzione razionale.

Pensai di non andare all’incontro quotidiano del rito “caffè. Poi pensai pure che se non fossi andato si sarebbe sentito autorizzato a credere che fossi solo uno spocchioso arrogante che, al momento della verità, per paura della risposta, non avrei saputo fare la domanda giusta, vanificando l’occasione che mi aveva dato.

Mentre mi recavo all’incontro ricordai quello che mi ripeteva sempre un mio insegnante quando frequentavo la scuola media. Diceva sempre: “Se vuoi avere le risposte giuste devi saper fare le domande giuste”.

Si, pensavo, valla a trovare la “domanda giusta”, con un ex galeotto qualsiasi domanda avrebbe potuto urtare la sua sensibilità.

Passando davanti alla chiesa parrocchiale mi segnai con il segno di croce, pensai che in confessione si chiede perdono dopo un esame di coscienza e un contrito pentimento; forse avevo trovato la prima domanda da fare, gli avrei chiesto se si fosse pentito di quello che aveva fatto. Non ebbi modo di fare congetture e riflettere ulteriormente perché una mano si posò sulla mia spalla, mi girai ed era lui.

Mi chiese se ero pronto a fare le mie domande: certo, risposi baldanzoso. Allora – rispose lui – prima il caffè e poi l’interrogatorio, mi disse ridendo quasi sghignazzando. Riuscii solo a calare la testa senza proferire parola.

Finito il rito del caffè ci incamminammo senza parlare, si fermò mi guardo e disse: dai spara, fammi queste maledette domande. Pensai alla confessione e gli dissi: “‘Zu Carru,  s’è pentito di quello che ha fatto?”

Lui abbassò la testa e dopo qualche secondo, che a me sembro un secolo, con un velo di tristezza disse: certo, ho avuto trent’anni per pentirmi. Poi cambiò espressione come di chi è soddisfatto di essersi liberato di un peso e aggiunse: ma vuoi metter il piacere che ho provato quando il dito ha sfiorato i due grilletti e sentito partirei due colpi dal fucile? E poi, vedere il tuo nemico accasciarsi al suolo. Non è giusto ma purtroppo è così, si prova la soddisfazione e si affrontano le conseguenze.

Dai fammi la seconda domanda.

Non sapevo cosa dire e pensai al suo pugno chiuso, e gli chiesi: perché non apre mai la mano sinistra, neanche quando parla?

Lui alzò lentamente il braccio e apri la mano e vidi solo un groviglio di spago per imballaggio.

Lo guardai stupito e lui rispose alla mia domanda: “La vita è un gghiòmmaru ri guai, i nichi ‘nannu picca, i granni ‘nannu assai” che, tradotto per chi non è siciliano, vuol dire: “la vita è un groviglio di guai, i piccoli ne hanno pochi, i grandi ne hanno molti”.

 

(Racconto di Gaetano Martorana ©  postato su “Il Siciliano”)


martedì 13 ottobre 2020

Pippo è come un “Juke Box” enciclopedico

Intrattenersi con Pippo, anche telefonicamente, è un’occasione che accultura sempre l'interlocutore.

Chi ha avuto modo di assistere ai suoi eventi pubblici o a sue letture di portfolio ne sa certamente qualcosa.

Ci siamo sentiti ieri e dopo un introduttivo, ciao come stai, un primo disco si è subito avviato. In ogni caso, ad ogni piccolo mio intervento che assicurava la presenza attenta all’altro capo della frequenza (una volta avremmo detto all’altro capo del filo), un nuovo disco si sostituiva.

Con lui succede come in quella famosa barzelletta del bambino giapponese da poco arrivato in Italia, che rispondeva simultaneamente a ogni domanda “chi l’ha detto?”, che veniva fatta agli alunni dalla professoressa di storia. E che poi finiva con riferimenti allo scandalo sessuale tra Monica Lewinsky e Bill Clinton.

Pippo è come un “Juke Box” enciclopedico …… ben oleato e perfettamente funzionante …… che custodisce milioni di dischi di variegato genere ……. Io immagino la sua libreria come una biblioteca generalista sì, ma che riserva anche ampi spazi specifici dedicati agli specialisti di settore.

Nel tempo, le esperienze accumulate gli hanno creato peraltro di certo un groviglio di sinapsi complesse che solo la sua mente può discernere.

In ogni caso la sua eloquenza si adegua all’intrattenuto, col quale riesce a sviluppare qualunque tipo di dialogo alzando e abbassando l’asticella a seconda del caso.

Generoso e disponibile, per lui ogni novità diviene occasione per approfondire la specifica materia.

Nel muoversi fra argomenti differenti, poi, ha la parvenza di un flipper che maneggiato con oculatezza non rischia mai di andare in tilt.

Una recente degenza l’ha allontanato per un breve periodo dalle sue tante passioni, ma nel sentirlo ieri, ho registrato la sua solita carica entusiastica che riesce a profondere in ogni cosa.

Tanti sono i progetti accumulati nei suoi molteplici ripostigli, molti i nuovi lavori che intravede. Te ne accorgi parlandoci. 

Pippo è una motrice diesel che non sbuffa e che legge i percorsi nel macinare chilometri.

Buona luce a tutti!

 

 © Essec

sabato 10 ottobre 2020

I RAGNI ZINGARI di Sura Bizzarri

 

 

Ogni scrittore, a prescindere dalla personale tecnica elaborativa, addensa nella sua opera combinati complessi.

Le letture influenzano molto nel redigere narrazioni, ma spesso nelle storie c’è dentro anche molto di vissuto, direttamente sperimentato o raccontato per interposta persona.

Lo scrivere è spesso anche un’occasione per lasciare campo a illusioni, desideri, ossessioni, piccole patologie, che vengono sempre intestate e distribuite ai tanti personaggi che intervengono nella trama.

Ovviamente, per scrivere s’intende ogni forma di scrittura, cioè tutto l’ambito creativo che va dalla poesia, al romanzo, al cinema, al teatro, alla pittura, alla fotografia e, in definitiva, all’insieme dell’espressività artistica.

Quando si legge un romanzo e in qualche modo se ne conosce anche l’autore, inevitabilmente la curiosità induce ad andare a leggere tra le righe, per cercare di capire quanto ci sia di vero e quanto d’inventato nel racconto proposto ovvero quanto nello scritto costituisce frutto di pura fantasia.

Interrogati al riguardo, in un paio di casi, le risposte che mi sono state fornite dagli autori sono risultate “tranquillizzanti”, ma non sempre completamente convincenti.

In questi giorni mi è stato regalato il volume “I Ragni Zingari”, edito da “Milluminodimmenzo” del giugno 2018.

La dedica personalizzata apposta dall’autrice, Sura Bizzarri, recita: “Una storia adolescenziale omosex molto cattiva, raccontata da una cinquantenne etero ossessivo-compulsiva”.

Si tratta di un romanzo che alterna “dolcezze e profondità” insite in un contesto, che potremmo definire normale, con una maturazione sottotraccia di sensazioni e sentimenti vissuti dal protagonista che rivelano, col passare del tempo, realtà nascoste. L’aspetto dell’omosessualità è affrontato nel romanzo come un accadimento possibile e naturale.

Più in generale, per chi appare allergico al tema e per fornire una cognizione su quanto possa costituire la portata dell’omosessualità in Italia, può tornare utile una rilevazione statistica (indagine MODI.DI. condotta nel 2005) e che è riportata nella pagina ufficiale del sito http://www.famigliearcobaleno.org/it/informazioni/studi-e-ricerche/, dove si stima che circa centomila minori vivono con almeno un genitore omosessuale, la maggior parte nati all’interno di relazioni eterosessuali precedenti.

Indipendente da come uno la possa pensare, questo è - senza distinzione di generi o classi - e tutto quanto andrebbe correlato alla tanta omofobia negazionista che tende a marginalizzare una realtà manifesta.

Tornando al romanzo della Bizzarri, la lenta scoperta della propria naturale dimensione omosessuale, vede Federico coinvolto in situazioni che lo indirizzano e trascinano in realtà sempre più pericolose.

Il racconto alterna scenari radicalmente contrapposti, come accade spesso nella vita.

Un ambiente familiare sostanzialmente protettivo e genitori aperti, di larghe vedute, sostengono la crescita del giovane che, quasi senza accorgersene, scopre un innamoramento che lo coinvolge. Sperimentazioni morbose e perverse, descritte con durezza di dettagli, evidenziano quanto possa comportare la dipendenza assoluta da un amore incontrollabile.

La tragicità del racconto, scremato dai dettagli crudi, non sempre gradevoli e dell’aspetto omosessuale della vicenda, pone in luce il fatto che, indipendentemente da accadimenti borderline, certe sensazioni e sentimenti possono risultare ingovernabili e diventare per taluni anche un marchio indelebile che ne condizionerà l’intera esistenza.

Per la crudezza che talune pagine rivelano, se ne consiglia la lettura a un pubblico adulto e magari non incline o votato a superficialità o pregiudizi. Il costo del volume è di 10 euro. 

Buona luce a tutti!

 

© Essec 

 

 

venerdì 2 ottobre 2020

Luciano & Sergio …… e il loro volo spiccato da una finestra della IBM


Con Sergio più volte ci siamo intrattenuti nel parlare di Luciano De Crescenzo. 

Io perché curioso di conoscere nuovi aneddoti e risvolti professionali di un personaggio che ho sempre ammirato, lui per le scene convissute come "quasi collega" alla IBM di Napoli. 

Si erano conosciuti, avendogli lavorato spesso a fianco per un certo periodo della sua vita, in quanto collaboratore esterno operante presso il Centro Servizi della IBM. 

Grazie a questo Sergio conserva ora tanti ricordi che fanno immaginare come fosse stato originalissimo anche l'approccio “professionale” del De Crescenzo impegnato nel marketing dell’azienda americana più tecnologicamente avanzata.

Come l’amico Luciano, per certi aspetti e ad un certo momento, anche Sergio scelse percorsi diversi, avventurandosi su nuove strade per sperimentare nuovi sentieri alternativi; cimentandosi in ultimo, con successo, in lavori più consoni a quelli che da sempre erano stati i suoi reali desiderata, fondando una propria società d'informatica. 

“Caro Sergio, qui c’è scritto tutto quello che è capitato a me e tutto quello che è capitato a te. Buon Natale. Luciano” è la dedica - apposta il 23 dicembre del lontano 1981 - sul volume che raccoglie il romanzo “Zio Cardellino”. Un delicato racconto, per molti aspetti surreale e apparentemente leggero, ma che invece illustra in maniera efficace l’incontenibile desiderio di volare che c’è in molti di noi, per osservare il mondo anche dall’alto e da tante altre angolazioni. 

La vita di Luciano De Crescenzo la conosciamo in molti per i suoi tanti scritti. Al di là della supponenza critica del “Ghota culturale” contemporaneo, oltre a una profonda e non comune efficacia divulgativa, le sue opere – letterarie, cinematografiche, teatrali, televisive, etc. – riescono a fornire un quadro della enorme e variegata fantasia creativa di un soggetto motivato, che certamente non poteva rimanere incastrato nei percorsi standardizzati e stereotipati che caratterizzano l’impiegato, dirigente, manager comune, qualunque sia il reddito economico che ne può derivare. 

Chissà, forse con la dedica regalata a Sergio, De Crescenzo avrà magari anche voluto dare un po' di conforto e coraggio a se stesso; rispecchiandosi nell’amico che aveva, anche lui, scelto di percorrere - rischiando quindi - una strada autonoma e più consona a quello che taluni vogliono fortemente, che sognano veramente per "diventare da grandi”, con annessi i pericoli e i rischi di possibili flop. In questi casi, del resto, ci può stare tutto, ogni accadimento è possibile, fortuna compresa.

Il romanzo in argomento l’ho ricercato lungamente quando era difficile trovarlo e lo conservo anch’io oggi fra le cose più preziose, ma per i contenuti dello scritto. La sua lettura infonde una certa leggerezza e aiuta certamente ciascuno di noi a riflettere, sul proprio percorso di vita, in entrambi i sensi: avanti e indietro. 

Annoverarlo fra le cose lette per i giovani può costituire un aiuto nel cercare di non sbagliare nelle scelte importanti che si presentano e che arriveranno. 

Per chi è invece più anziano contribuisce nel tentativo di fare un sereno bilancio del vissuto e riflettere sulle molte opportunità che la vita aveva offerto e che, per pigrizia o quieto vivere o per altro, non abbiamo avuto il coraggio di scegliere, seguendo fino in fondo quanto l'istinto ci suggeriva. 

Ma non si dice nulla di nuovo nell'affermare che le buone letture consentono, nel loro complesso contenuto culturale, di avere un aiuto per un'analisi e un riesame del proprio vissuto o per soffermarsi nel saper meglio valutare eventuali opportunità nuove, imprevedibili, che invece possono ancora e sempre capitare.  

Concludo con un sincero ringraziamento a Sergio per il regalo che a sua volta mi ha fatto, girandomi la foto della copertina di “Zio Cardellino” e della preziosa dedica scritta per lui dal compianto Luciano. 

Buona luce a tutti!

 

 © Essec 

 

 

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)