"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

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lunedì 6 aprile 2009

Aldo Moro: Discorso al Congresso della Democrazia Cristiana (29 giugno 1969)

Signor Presidente,

Cari amici, questo Congresso presenta alcuni elementi di novità che devono essere rilevati. Esso si svolge in anticipo sulle scadenze statutarie come conseguenza, da un lato, del carattere un po' artificioso del Congresso di Milano, dall'altro dei movimenti sociali e di opinione pubblica, messi in evidenza dalle elezioni dell'anno scorso. Esso dovrebbe dare perciò maggiore consapevolezza dei problemi del Paese ed un assetto del Partito più giusto ed aperto in piena armonia con la politica di centro-sinistra. Siamo poi di fronte alla logica della proporzionale, che riflette esattamente la Democrazia cristiana, ma insieme ne frammenta le forze. Nessuno schieramento può raggiungere la maggioranza in Congresso e presentare la propria posizione come piattaforma ideale e programmatica della Democrazia cristiana.' Tuttavia, a limitare questa dispersione, vi è il composito raggruppamento d'Impegno Democratico e, dall'altra parte, lo schieramento delle forze di sinistra, unite, pur nella loro diversità, in una comune azione congressuale e nella iniziativa politica susseguente. Numericamente essi in sostanza si bilanciano. Al centro sono altre forze che, in una situazione come questa, devono scegliere e qualificarsi. Scelta, peraltro, come abbiamo più volte chiarito, non esclusiva, poiché per i gruppi di Nuove Cronache e dell'on. Taviani si tratta di rifiutare l'arbitraria chiusura alla quale fino ad ora con deplorevole incoerenza hanno dato il loro avallo e di rendere possibile, lasciando da parte ambiguità e comodità, il più ampio dialogo in vista di una nuova e qualificata maggioranza. Le componenti di sinistra debbono ormai assumere pienamente le loro responsabilità; non si tratta più di essere pungolo, ma guida. Ma si può contare davvero, ora, sulle forze alle quali poc'anzi ci richiamavamo? I rilievi critici non possono essere evitati. Nel complesso esse hanno dimostrato, in questo anno difficile, diffidenza, ostilità, scarso spirito di apertura. Sono state fatte, per resistere all'urto di una situazione nuova e che poneva semplicemente dei problemi, cose che sarebbe stato bene evitare. Ad una domanda politica si è risposto con una difesa massiccia. Non si è aperto invece, come si doveva, come ci si era impegnati a fare dopo le elezioni ed in ispecie al momento della costituzione del Governo, un discorso serio. Formato il Governo, stabilito un contatto diretto con il Partito socialista, le sinistre scomode sono state abbandonate a se stesse. Non una parola, neppure di replica critica. Si è preferito chiudere il caso ed andare avanti. Che cosa significa l'autonomia dei gruppi di Nuove Cronache e dell'on. Taviani, affermata sì, ma senza nessuna iniziativa, senza nessun interesse per quel che avveniva fuori del munito castello nel quale tutti i privilegiati si sono ritirati? Un'autonomia così inerte potrebbe essere un atteggiamento tattico, che prepara una ritirata a Congresso concluso. Nel fondo c'è la vocazione al potere del gruppo di maggioranza relativa, come un fatto naturale, una condizione alla quale si è predestinati ed infine un dovere che corrisponde puntualmente al compito di Governo della Democrazia cristiana. Il gruppo di Nuove Cronache sembra preferire, per chissà quale disegno, uno schieramento più ristretto, nel quale la sua presenza e la sua forza condizionante siano più marcate. Esso invita al confronto sui problemi, ma lascia subito cadere un qualsiasi discorso. Che cosa c'è di serio ed impegnativo dietro il silenzio operoso dell'on. Taviani, il quale rilancia un ponte sul quale sembra pericoloso avventurarsi, ma mette subito le mani avanti, dicendo che non si tratta di ribaltare la vecchia maggioranza? ' Noi attendiamo, prima che una risposta politica, una risposta su basi di fiducia e di eguaglianza. E', questo che si vuol sapere, al di là di ogni tatticismo. Vogliamo sapere, se ci si riconosce eguali tutti (ed eguali anche quelli che hanno importanti esperienze, le quali danno titolo non alla superiorità ma appunto solo all'eguaglianza) e se, essendo eguali, ci incontriamo e ci dividiamo davvero e solo per ragioni politiche o invece per altro, al quale le ragioni politiche, appena confusamente accennate, diano solo una copertura. Vorremmo essere convinti che non si tratta, quando si mostra di voler costruire qualche cosa, di espedienti per guadagnare tempo ed annebbiare tutto, evitando di dare una risposta imbarazzante. Ecco, vorremmo sapere, una volta per sempre, se queste forze trovano più comodo gestire tra loro il potere senza integrazione o copertura, o se sentono la responsabilità di fare un discorso politico, ad esso legando e subordinando quello del potere. Solo in questa seconda ipotesi prevarrebbero gli interessi del Partito. Solo da questa assunzione di responsabilità può venire la salvezza della Democrazia cristiana e cioè un mutamento veramente significativo nella sua fisionomia ed iniziativa secondo le esigenze dei tempi ed il valore che assume coerentemente la politica di centro-sinistra. Formalmente dunque in questo Congresso non vi è una maggioranza preesistente o anche solo immaginata che attenda la sua ratifica. Almeno così è stato detto e noi vogliamo credere, malgrado il comportamento finora deludente, alla dichiarata autonomia e disponibilità al dialogo dei vari gruppi interni alla Democrazia cristiana. Se queste affermazioni sono sincere, vuol dire che vi è la possibilità di correggere, nel senso di una larga apertura, il grave errore che fu compiuto, quando inopinatamente, ed in modo segreto e misterioso, fu costituita nel gennaio scorso, invece che la nuova, una vecchissima maggioranza. Sarebbe già qualcosa, se si volesse davvero cambiare ora la insostenibile situazione nella quale il Partito si è andato a cacciare. Si deve tuttavia rilevare che, se esso ha vissuto un anno di grande travaglio, se ha svolto un'azione frammentaria, nervosa, scarsamente costruttiva, se ha mancato tante occasioni di utile raccordo con la realtà sociale, se ha perduto in capacità rappresentativa, se questo Congresso si svolge nel segno dell'incertezza e dell'ambiguità, ciò si deve al colpo di mano di una maggioranza che ebbe scarso scrupolo e poca ponderazione nel costituirsi, e nel chiudere in fretta e male i gravi problemi di ordinamento interno e d'iniziativa politica della Democrazia cristiana. Una maggioranza che alla prova dei fatti si è rivelata solo relativa, ma ha continuato ad andare avanti con un misto di abnegazione e di opportunismo fino a questa scadenza congressuale, fino a quest'ora della verità. Quale sia il nostro giudizio su di essa, non abbiamo bisogno di dire. La riteniamo una maggioranza, se pure di maggioranza si può parlare, del tutto arbitraria, perché solo reali convergenze e divergenze politiche, e mai la comodità e la forza, possono tracciare in un Partito i confini tra maggioranza e opposizione. Essa è conseguentemente priva di autentico significato politico. Per la sua origine e la sua composizione dà infatti una fisionomia distorta della Democrazia cristiana e ne diminuisce grandemente la credibilità soprattutto presso il mondo giovanile e quello del lavoro, i quali non possono non rilevare l'assenza voluta ed ingiusta di quelle componenti che meglio ne riflettono le idealità e le aspirazioni. Aggiungeremo che la gestione è stata tutt'altro che esemplare per discrezione, equità e rigore morale, come sarebbe stato opportuno almeno per bilanciare l'atto di forza. Non vogliamo disconoscere lo spirito di sacrificio del Segretario politico, che abbiamo sempre rispettato e, per quanto possibile, aiutato. Ma le cose sono quelle che sono e vanno dette, perché vere, con inflessibile durezza. E' stata davvero una gestione chiusa, inerte, carica di diffidenza e di malinteso spirito di difesa, lontanissima da quel vasto respiro di libertà e di fraternità che dovrebbe caratterizzare un Partito come il nostro e cogliere in ogni vicenda una occasione di dialogo e di incontro. Non sono stati così stabiliti contatti con le opposizioni interne. Mai, come in questo periodo, ciascuno è andato per la propria strada. Nella preparazione del Congresso, gli organi d'incontro paritetico non hanno funzionato, se non formalmente ed episodicamente, mentre tutto l'apparato del Partito, inopinatamente arricchito di innumerevoli uffici a semplice richiesta, e, in alcuni casi, quello dello Stato, sono stati proiettati verso una massiccia operazione di recupero, riuscita solo in parte, per consolidare il fragile sistema, sino allora costruito, e togliere vigore all'alternativa che si andava profilando. Noi abbiamo tollerato molte cose né vogliamo riaprire ora questo sgradevole capitolo della nostra vita di Partito. Ma non possiamo rinunciare almeno a questo cenno, perché non si ritenga accettato e ratificato da noi quel che è avvenuto nel corso di questi mesi. Noi abbiamo invece gravi riserve. Senso di responsabilità ha reso assai misurata la nostra opposizione interna mentre abbiamo tenuto, com'era nostro impegno, un atteggiamento di leale appoggio al Governo dell'on. Rumor, che vogliamo cordialmente salutare in questo momento. Dobbiamo però dire che questo comportamento indulgente non può durare dopo il Congresso, se la situazione che ci offende, escludendoci, dovesse ancora continuare. In particolare risulta incomprensibile ed inaccettabile la diversità di struttura tra Governo e Partito. Se si è in grado di assumere responsabilità nel primo, non si vede perché tale possibilità non vi sia nel secondo. Non si dimentichi che il Partito è il veicolo attraverso il quale passa la nostra fiducia verso il Governo. Chi vorrà assumersi per l'avvenire la responsabilità di ostruire o rendere scarsamente praticabile questo canale di vitale importanza? Chi vorrà assumersi per l'avvenire la responsabilità di porre, con la formazione di maggioranze ingiustamente preclusive, una ragione obiettiva di dissociazione in seno alla Democrazia cristiana? I problemi di fondo nel nostro Paese rimangono e non si potrà evitare che una forte iniziativa si cimenti nella loro soluzione in termini nuovi ed umani. Se questo Congresso non sciogliesse il nodo politico per il quale è stato convocato, le conseguenze sarebbero gravi. E non voglio dire solo che nessuno può attendersi dagli altri più senso di responsabilità di quello del quale egli stesso non dia prova, ma soprattutto che il torpore della Democrazia cristiana non potrebbe restare, se dovesse continuare ancora, senza una sanzione storica. La forzata non partecipazione delle componenti più vive nella gestione del Partito si tradurrebbe, a più o meno lunga scadenza, in un incoraggiamento ed aiuto a quelle tendenze alla dispersione a sinistra che costituisce oggi un grave rischio per la democrazia italiana. La nostra battaglia ha dunque il significato di promuovere una qualificata ed incisiva presenza della Democrazia cristiana nel mondo ricco di fermenti rinnovatori nel quale oggi ci troviamo a vivere. La integrità della componente democratico-cristiana, come del resto di quella socialista, è essenziale ad una seria politica di centro-sinistra. Certamente non è agevole guidare la Democrazia cristiana, comporla cioè giustamente nel suo interno e condurla ad una vittoriosa battaglia politica. Il compito è difficile, ma non impossibile, solo che si abbia il coraggio di rinunciare ad ogni pretesa di predominio, per ricercare non un mediocre compromesso, una semplice e ben dosata estensione del potere concepito nei termini che abbiamo appena finito di criticare, ma una solida intesa, senza assurde gelosie, sulla base di una precisa linea politica. Del resto devono caratterizzare la Democrazia cristiana il rispetto, non solo verbale, delle persone e dei gruppi, siano essi di maggioranza o minoranza, un sobrio uso degli strumenti di potere, la rinuncia ad ogni autoritarismo, la garanzia di una perenne dialettica delle idee, l'instaurazione di un autentico rapporto umano entro il Partito e nel collegamento della Democrazia cristiana con il Paese. Mentre entra in crisi ogni forma, come si dice, di collateralismo e la società civile rivendica tutta la sua autonomia, la libertà, il civile costume e l'intelligenza profonda delle cose sono condizione necessaria ed appena sufficiente per consentire alla Democrazia cristiana di condurre con successo la sua battaglia politica nelle condizioni più complesse e difficili nelle quali oggi si svolge. Converrà dunque dare all'organizzazione il giusto peso, ma senza dimenticare che si tratta non di trascinare ma di convincere e cioè di aprire ad ogni istante e su ogni tema un dialogo tra eguali, nello sforzo di rendere possibile un orientamento positivo degli uomini liberi, dei tanti uomini liberi della nostra società. Ciò vuol dire che la Democrazia cristiana è chiamata ad essere sempre più un partito di opinione e che a convogliare le volontà, e non solo nel voto, ma nella risposta quotidiana alla sollecitazione sociale e politica, non è il potere, ma l'idea. Il potere diventerà sempre più irritante e scostante e varrà solo un'idea comunicata per un tramite discreto ed umanamente rispettoso. Queste, cari amici, non sono fantasie, sono cose che già cominciano ad avvenire e che avverranno sempre di più, cose che nascono e prendono il posto di quelle che muoiono. Se noi vogliamo essere ancora presenti, ebbene dobbiamo essere per le cose che nascono, anche se hanno contorni incerti, e non per le cose che muoiono, anche se vistose e in apparenza utilissime. Non direi purtroppo che sia questa oggi la nostra esperienza. Il modo di essere del Partito dinanzi al Congresso, al di là della retorica con la quale ci si può sempre, ma vanamente, consolare, è in aperta contraddizione con queste cose e, in definitiva, desolante. Senza affatto trascurare i contenuti programmatici, che aderiscono puntualmente alla linea politica, noi abbiamo sempre dato grande rilievo ai temi di schieramento, al quadro generale dei rapporti tra i partiti. Non è concepibile una posizione indifferente o neutrale di fronte ad essi. Il primo problema è quello relativo alle forze che assumono l'impegno di realizzare gli obiettivi di sviluppo della società. La soluzione che se ne dà ha un significato fondamentale. Assume dunque valore a sé stante il dialogo politico, il quale conduca, sulla base di una sostanziale omogeneità nei grandi indirizzi, a naturali e costruttive intese. Esse esprimono - tale è la democrazia una vasta e varia partecipazione, nella quale si riflette la realtà multiforme del Paese. Va definita così l'area delle positive collaborazioni, delle sistematiche convergenze per guidare la comunità in forme molteplici e a livelli diversi. In questo Congresso, io credo, il principio del dialogo e cioè il rifiuto di ogni esclusivismo della Democrazia cristiana, che essa lo possa o non lo possa realizzare, è fuori discussione. Ed è parimenti fuori discussione l'area nella quale esso, oggi come dal 1962, è chiamato a svilupparsi. Esistono tuttora le condizioni positive che lo indirizzano verso i partiti della coalizione di centro-sinistra e non esistono le condizioni per mutarne gli interlocutori. Per quanto complesse siano le vicende di questi anni e dure le prove affrontate e da affrontare, resta fermo il valore di questo incontro, che sottolinea una felice evoluzione della situazione italiana, mette in contatto ideologie ed esperienze diverse, allarga il respiro della democrazia italiana, offre possibilità, tutt'altro che esaurite, di rinnovamento sociale e politico. A noi non è lecito interferire nella soluzione dei problemi interni di altri partiti. Ma ci sarà consentito di esprimere l'augurio che questo più avanzato equilibrio politico non sia messo in forse e che una forte componente socialista, nella sua dialettica interna, concorra in modo determinante ad affrontare i grandi problemi del nostro tempo. La coalizione di centro-sinistra corrisponde infatti alle esigenze di una società largamente rinnovata ed ancora rinnovantesi. Essa è nata, essa è stata resa possibile proprio da una situazione in movimento. Da questo tipo di rappresentanza non si può arretrare, proprio ora, mentre le novità sono maggiori e più impegnative, verso un altro modo di guida politica, meno largamente compreso, meno legato alla coscienza popolare, meno rispondente alla realtà sociale. Quella di centro-sinistra viene perciò oggi confermata come la linea politica della Democrazia cristiana, che essa trae da sé medesima, dalla sua natura ed esperienza. Esprime, al di là dell'importante incontro con i partiti alleati, la tendenza della Democrazia cristiana a porsi in collegamento con le masse, ad assumerne seriamente la rappresentanza, ad assicurare ad esse un'effettiva influenza sul potere politico, ad esercitare il compito di guida del Paese nel senso di un'autentica liberazione di tutti gli oppressi. Nell'attuale contesto storico la vocazione popolare del Partito, principio del vasto consenso che ci è stato e che ci viene dato, trova dunque nella coalizione di centro-sinistra la sua estrinsecazione. In questo quadro appare limpido il rapporto della Democrazia cristiana e, per quanto ci riguarda, della coalizione di Governo con le opposizioni tutte ed in ispecie con l'opposizione comunista. Il dialogo politico infatti non esclude nessuno anche se il modo di parlare con le forze di maggioranza, in termini di omogeneità e di comune responsabilità di Governo, è diverso da ogni altro ed assai più impegnativo. Quest'ultimo qualifica l'alleato, l'altro l'oppositore, il termine dialettico nella vita democratica. Che vi sia un siffatto collegamento, è espressione irriducibile del nostro sistema di libertà. Che i termini del confronto siano quelli della diversità e l'uno sia e resti maggioranza e governo, l'altro sia e resti opposizione, sta a dimostrare che il dialogo democratico non porta ad alcuna confusione. Per quanto riguarda il Partito comunista, la particolarità è nel fatto che si assume una diversa visione circa le regole del gioco democratico-parlamentare, alle quali quel partito non appare interamente riconducibile. Ed infatti non lo è. Per quanto esso, almeno nell'esperienza occidentale, faccia riferimento al sistema che liberamente raccoglie e fa valere il consenso, non si può ritenere che tutto in esso si riduca alla dialettica parlamentare e che le profonde innovazioni alle quali tende, non sempre chiaramente definite, possano costituire un momento, per sua natura reversibile, della determinazione di un certo assetto politico sociale. Non occorre una polemica di vivida contestazione, per riconoscere che siamo assai diversi e che i contenuti innovatori, da noi pure perseguiti, si inquadrano in una visione ben altrimenti stabile e significativa dei meccanismi parlamentari e del rispetto del suffragio universale. L'atteggiamento dei partiti democratici nei confronti del Partito comunista viene talvolta legato all'evoluzione del comunismo mondiale ed in particolare di quello italiano in quanto distinto, per caratteristiche ed aspirazioni proprie, nell'ambito del suo sistema. In generale non possono essere disconosciuti la rottura del monolitismo del mondo comunista e quei fermenti di analisi critica e di differenziazione che una simile frattura insieme determina e rivela. Il fatto che, nell'ambito dei paesi socialisti, sia stata applicata, per correggere delle deviazioni, e forse con finalità più vaste, la legge del più forte e che, in altro caso, un dissenso ideologico ed un urto di interessi di potenza renda pensabile un conflitto armato non riconducibile alla logica del capitalismo, rende inevitabile un ripensamento promosso, d'altra parte, dallo spirito critico, dall'evoluzione sociale e politica, dal confronto con l'Occidente, dall'insufficienza intellettuale e morale di ogni dogmatismo e conformismo. Non può sottrarvisi il comunismo italiano, almeno in una certa misura, sotto la pressione di una realtà psicologica e politica che non si lascia ricondurre negli schemi. Il punto dominante resta quello appunto della autonomia nei confronti del sistema mondiale del comunismo e del suo centro più potente e prestigioso. Perché solo nell'autonomia è ipotizzabile che un umanesimo marxista, benché in strutture economiche, sociali e politiche dissimili, dalle nostre, possa trovare un modo d'attuazione appunto con lineamenti umani e perciò diverso da quello inaccettabile che ci è offerto dall'esperienza storica. Ed infatti il Partito comunista italiano dice di volere un sistema pluralistico e libero, fatalmente diverso perciò dagli schemi conosciuti anche se esso più ne postuli l'esistenza, che non ne delinei in modo chiaro ed impegnativo la fisionomia. L'autonomia è dunque essenziale, per tentare la grande impresa di definire un comunismo nuovo compatibile con un'economia industriale avanzata, una democrazia matura, una società viva ed aperta. Ed autonomia significa possibilità di considerare a sé, per quelli che sono, gli interessi nazionali e definire la politica interna ed estera dello Stato, al di fuori dell'intreccio con il dogmatismo del sistema comunista. Se il comunismo è universale, uniforme ed imperativo, non vi è posto per un'autonomia politica interna ed estera. I rapporti, anche distesi ed amichevoli, con l'Unione Sovietica ed i Paesi dell'Est non sarebbero una scelta, ma un obbligo e quest'obbligo avrebbe una sua severa sanzione. Queste cose non sono immaginate, ma esistono. Si tratta di vedere se possono cambiare; se basta una sola volontà, per quanto energica, ad assicurare una effettiva autonomia del proprio modo di concepire il comunismo, gli interessi nazionali, la politica estera, o se allo stato troppe condizioni di fatto concorrano a rendere una o più volontà ribelli espressione di una rivendicazione morale, di un sussulto della coscienza, ma purtroppo nella realtà storica impotenti. Perché di questo si tratta; non solo d'intenzioni e di buona volontà, ma di concreta possibilità di affermare la propria autonomia. Non è tanto il fatto che si riaffermi l'internazionalismo proletario. Ciò è comprensibile. Ma è giustificata la fiducia che questo dato sia conciliabile con l'altro della effettiva autonomia? Basta non accettare alcuni paragrafi di un documento, per sottrarsi ad un vincolo, tendenzialmente limitativo, ma che è un dato troppo importante nella ideologia e nell'esperienza del comunismo? Nell'ambito del sistema dei rapporti tra Paesi socialisti legati da patti di alleanza il vincolo prevale, è prevalso sulla autonomia. Che ciò sia stato deplorato anche da parte comunista, non toglie, pur senza perdere il suo significato, che il fatto sia rimasto incancellabile. Possiamo pensare che, venendo meno per ipotesi l'alleanza e, rimanendo l'internazionalismo, una vera autonomia sia concepibile? Sembra difficile, allo stato delle cose, rispondere affermativamente. Insomma se è apprezzabile lo sforzo dei comunisti italiani, per affermare e sottolineare la propria autonomia, questa istanza può apparire velleitaria, se non evolva nel suo complesso l'intero sistema comunista ed il suo centro politico; se non venga posto in essere, non qua e là, ma nell'insieme del sistema, quel processo di revisione che renda immaginabili davvero vie nazionali al socialismo e posizioni distinte fuori di ogni pressione e minaccia. La difficoltà di comprendere, in una esperienza complessa, contraddittoria ed in movimento come quella comunista, un movimento che può andare anche in opposte direzioni, il modello di società che caratterizzerebbe il nostro futuro, il dubbio circa la sua credibilità e realizzabilità, il timore, tutt'altro che immotivato, circa il modo egemonico di collaborazione che potrebbe confermare l'affermato pluralismo politico, il blocco storico così come il fronte, il diverso contesto internazionale nel quale ci collochiamo, anche per sottrarci al rischio di una sovranità comunque limitata e controllata, le profonde divergenze che ancora sussistono nella valutazione di tanti problemi della vita nazionale giustificano la impossibilità di una comune gestione del potere e di qualsiasi intesa che crei un equivoco in una situazione da chiarire. Sappiamo che vi sono modi di reagire al bisogno, all'ingiustizia, all'oppressione interna ed esterna, i quali sono talvolta somiglianti a dimostrazione di quel comune fondo umano, di quello sviluppo di civiltà, di quella ansia di libertà che caratterizza il nostro tempo. Sappiamo che milioni e milioni di lavoratori non possono non esercitare sul partito che hanno prescelto, nel contesto civile dell'Italia di oggi, una pressione, un'influenza non dissimili da quelle che esercitano su di noi vasti ceti sociali in larghissima parte discredati e risorgenti. Da qui l'interesse a conoscere valutazioni, esigenze e proposte; da qui una dialettica che non cessa di essere significativa, benché non ci sia la minima idea, da una parte e, credo, anche dall'altra, di discostarsi dalla condizione di diversità e di contrapposizione nella quale ci siamo trovati e ci troviamo non certo a caso. Il rapporto con il Partito comunista è dunque solo un capitolo del grande libro, nel quale registriamo i dati che richiamano la nostra sensibilità e ci rendono pensosi, e le nostre meditate reazioni ai mutamenti in atto ed alle esigenze nuove di una società tutta in movimento. Sta di fatto che non solo in quest'anno di vigorosa analisi critica, non solo nell'ambito della coalizione di centro-sinistra, ma da sempre, ed in ispecie dalla felice ripresa della vita democratica in Italia, noi democratici, cattolici e laici (ed è stata certo determinante la scelta della Democrazia cristiana), abbiamo deciso di accettare la dialettica democratica senza lasciare margini, senza operare esclusioni e di condurre la nostra lotta politica non in base alla logica degli altri, ma alla logica del nostro sistema. Noi crediamo fino in fondo nella libertà e riteniamo che nessuno stabile e fecondo assetto politico possa essere realizzato con un sistema, aperto o mascherato, di costrizione. In termini di libertà dunque deve svolgersi il nostro confronto con il Partito comunista. Ciò importa che, salva sempre la tutela delle istituzioni e della legalità democratica, ci si è collocati e ci si colloca di fronte al comunismo, avendo coscienza delle diversità e quindi in posizione critica e polemica, ma anche attenti alla presenza di quel partito nella vita sociale e politica, alle sue sensibilità e proposte, alla sua capacità di rappresentare effettivamente, anche se, a nostro avviso, in modo distorto, vasti settori del Paese. E non è un'attenzione tutta recettiva, perché anche per questa via si promuovono responsabili decisioni, si eccita una risposta penetrante e persuasiva, si esalta l'autonomia dell'azione politica e di governo, la quale non ha affatto bisogno di essere espressione di disattenzione e contraddizione, ma deve essere sintesi intelligente di tutto quel che fermenta e tende ad affermarsi nella vita sociale e politica. Un tale atteggiamento del resto non è riservato al Partito comunista. No, esso riguarda tutto il sociale e tutto il politico. L'attenzione rivolta in ogni direzione non è una copertura ipocrita dell'interessamento portato al Partito comunista. Esso ha certo il peso della sua forza popolare; è un fatto storico di grandi dimensioni; è un'inquietante e problematica presenza nella vita nazionale ed internazionale. Ma il metro di giudizio non cambia. E la nostra accettazione non formale della dialettica politica vale per tutti e si estende ad ogni novità, ad ogni interrogativo, ad ogni sussulto della nostra società. Si evita così una rigida e opaca contrapposizione, una politica fatta di soli "no" drastici ed emotivi, per far posto ad una civile e, alla lunga, efficace iniziativa, fondata su di un'articolata e motivata differenziazione polemica. Tutto ciò è implicito, ho detto altrove, nella scelta degasperiana in favore di un regime di libertà difeso solo dalla libertà. L'evoluzione dei tempi ha dato più ricco contenuto di effettive proposte e di significative sensibilità alla dialettica democratica che abbiamo accettato tutta intera e senza paura. La presenza, nell'ordine legale della democrazia italiana, del Partito comunista nel Parlamento e nel Paese, è diventata mano a mano occasione di un confronto sempre vigoroso e polemico, ma più attento e significativo, teso alla soddisfazione di interessi popolari, non secondo una visione settaria e demagogica, ma piena di organicità e di verità. E' venuta avanti così l'idea della sfida, dell'impegno cioè, in una netta battaglia politica con un forte Partito comunista, a fare emergere e prevalere le idee migliori, la sensibilità più acuta, la politica più aperta, popolare ed umana, ma anche più responsabile e lungimirante. Non siamo qui per perdere, ma per vincere civilmente questa battaglia. Non ci sono in noi né sfiducia né debolezza. Il rispetto e l'attenzione non significano in nessun modo rinuncia al nostro compito. E non si pensi che il Partito comunista eserciti, nel gioco democratico, una sua influenza, senza essere a sua volta influenzato; esprima cose significative, senza ricevere le cose significative che, nella loro sensibilità e funzione, la Democrazia cristiana e le forze di Governo a loro volta esprimono. Un gioco democratico serio contribuisce a ricondurre in limiti accettabili le tensioni del sistema sociale ed a garantire i giusti equilibri politici, dei quali proprio il confronto con le opposizioni comprova la validità e vitalità. E' un obiettivo che non è agevole raggiungere, poiché l'opposizione difficilmente si sottrae alla sua propria logica, ma che pure in qualche misura deve essere perseguito, quello di coinvolgere queste forze in assunzioni di responsabilità, impedendo che siano puro strumento di raccolta della protesta indiscriminata. E ciò in ispecie sui punti essenziali della salvaguardia del sistema democratico, delle scelte prioritarie del programma ed in ordine alle grandi riforme che traducano in atto la Costituzione repubblicana. Si tratta, come ho avuto occasione di dire, di un contesto unitario, il quale assume, proprio in questa sua natura d'insieme, al di là cioè di episodiche realizzazioni, il significato di un atteggiamento politico di fondo, di una risposta puntuale, implicita in un documento che è ancora tutto nuovo, alla tensione ed alle attese della società di oggi. Bisogna dunque adeguare leggi ed ordinamenti allo spirito libertario e pluralistico della Costituzione repubblicana; dalla difesa, sempre più vigorosa, dell'uomo con tutte le sue caratteristiche ed esigenze fino alla instaurazione degli istituti i quali diffondono e rendono effettivo il potere di tutti i cittadini. E' in questa luce, soprattutto, che va collocata l'esperienza dell'ordinamento regionale come dell'autonomia dell'Università e della cultura. Questo è il precetto che la Costituzione, reinterpretata alla luce dei grandi mutamenti sociali e politici, ci dà. Vi sono tracciate le linee di evoluzione per una società nuova ed umana. E sono anche indicati i binari da seguire e i limiti che non possono essere sorpassati, perché non si sconfini nell'arbitrio, la libertà, perennemente creatrice, non sia travolta, la garanzia della vita democratica non venga mai meno. Possiamo dunque metterci al lavoro come si va facendo ed ancor più si dovrà fare. Su ciascuno di questi temi sarebbe irragionevole immaginare che manchi una seria linea della maggioranza di Governo; ma sarebbe ingiustificato escludere un contributo, e non già un'imposizione, di tutte le forze politiche, le quali si sono ritrovate nel definire e consacrare quel patto di libertà, di giustizia e di progresso, che tutt'ora ci regge e contiene la premessa di ogni serio perfezionamento e sviluppo. Se un equivoco c'è al fondo delle polemiche sul cosiddetto patto costituzionale, esso può e deve essere rapidamente chiarito. Il patto costituzionale esiste nella legge fondamentale dello Stato, d'incontestata validità, che pone la libertà garantita come strumento di rinnovamento e di giustizia. Rinnovare e rendere giustizia è un compito che si assolve nella dialettica democratica, ferme sempre le responsabilità di guida del Paese. Solo chi non crede in sé stesso, nell'autonomia, nella forza, nella serietà, nella sensibilità storica della Democrazia cristiana come della avanzata coalizione democratica alla quale concordemente si è dato vita, può pensare che questo confronto ci metta in crisi e sia il principio della dissoluzione delle strutture portanti della democrazia italiana. Evitato ogni equivoco, crediamo che questo atteggiamento intelligente, fiducioso, polemico, sia un segno apprezzabile di vitalità; che ad esso sia legata la permanente validità della nostra funzione storica, che non si fonda sulla timidezza e sulla chiusura difensiva, ma sul coraggio, sull'attacco, sulla iniziativa politica. E sia ben chiaro che ciò non significa recepire solo dalle forze sociali e politiche, ma, capendo tutto, esercitare la propria funzione di decisione e di sintesi. Quello che immaginiamo non è un qualunquismo pandemocratico (e quindi neppure un Governo di Assemblea), ma una aperta, motivata e rigorosa iniziativa per la giustizia, l'ordine e la guida nella vita nazionale. La politica estera italiana corrisponde agli impulsi ed agli stati d'animo della nostra comunità nazionale, così come essa si viene configurando in questo tempo di evoluzione umana e sociale. Caratterizzano questa politica l'attenzione, la prudenza, la tensione ideale atte a salvaguardare i nostri fondamentali interessi d'indipendenza e di sicurezza ed il bene supremo della pace. E' quindi presente in essa in modo più accentuato che in passato una componente di rigore morale, quella ansiosa ricerca di dignità, di libertà, di uguaglianza, di concordia e di progresso che contrassegni il nostro contesto sociale. Da qui il rifiuto dell'oppressione nei popoli e tra i popoli, il grave disagio di fronte alla violenza dovunque e comunque esercitata, il riconoscimento di una società nazionale ed internazionale di eguali, il diritto all'autonomo sviluppo ed al progresso. Sulla soglia della politica internazionale non ci si arresta più con una sorta di rassegnato fatalismo come si fosse di fronte ad una dura necessità, ma ci s'impegna, pur con i doverosi accorgimenti della prudenza e del realismo, per fare, semplicemente, della legge morale un criterio di azione politica a tutti i livelli. I giovani soprattutto sono, su questo terreno, intransigenti. Essi non accettano compromessi nello sforzo di spingere innanzi, molto innanzi, la riduzione della politica a dimensioni umane. Si dischiudono così orizzonti che toccano l'intera comunità. Si tratta dell'organizzazione delle Nazioni Unite e dei Paesi in sviluppo, in ordine ai quali si rivela un interesse prima sconosciuto e si profila un nuovo modo, più profondo e responsabile, di affrontare i problemi della giustizia e dell'ordinato assetto del mondo. Si va svolgendo una seria iniziativa di comprensione e di pacificazione e si ravviva l'impegno rivolto ad eliminare i punti di tensione. E', un grande e paziente lavoro, anche se con frequenti battute di arresto e possibili ritorni. Esso è in corso, si tratti del Vietnam o del Medio Oriente, mentre pesano tuttora la conculcata sovranità cecoslovacca e la compromessa libertà di popoli occidentali a noi vicini ed amici. I fatti di Cecoslovacchia, per la loro rilevanza insieme ideologica e politica, hanno introdotto molte ombre in un quadro che tendeva a chiarirsi. L'affermato carattere interno della vicenda, contro ogni verità, ne sottolinea gli aspetti drammatici ed allontana una normalizzazione autentica, oggi ancora fuori prospettiva. Ciò malgrado non abbiamo voluto considerare questo un ostacolo insuperabile sulla via della distensione ed abbiamo cercato di proseguire il cammino, pensando che ciò avrebbe giovato al popolo cecoslovacco e non avrebbe comportato invece la ratifica della sua sudditanza. Lavoriamo quindi sulla base di un'ipotesi, malgrado tutto, abbastanza realistica di distensione, anche se non ci sfuggono i forti contrasti in atto e gli insoluti problemi del dopoguerra. La presenza cinese, se viene a contestare l'assetto bipolare del mondo ed a stabilire, insieme con le emergenti unità continentali, una varietà, nello schieramento internazionale, più rispondente al vero, introduce per altro un rilevante punto di frizione, destinato ad influenzare tutta la politica mondiale. Lo stesso trattato di non proliferazione atomica, con la prospettiva di un disarmo generale e bilanciato che vi è implicita, e in certo senso la condiziona, subisce l'ipoteca della tensione russo-cinese e più in generale della irriducibilità, allo stato delle cose, degli interessi da grande potenza e da centro ideologico della Cina entro gli schemi della distensione e dell'equilibrio internazionale così come abbiamo cominciato a concepirli. Non è possibile dunque non intendere quali nuovi e gravi problemi ponga la tripolarità ormai in evidenza. Ad ogni modo a noi tocca fare la nostra parte ed affrontare con spirito costruttivo anche questa tensione senza dimenticare la realtà e le sue vicine e lontane implicazioni. Nel processo di distensione sono coinvolti i due blocchi politico-militari che si fronteggiano in Europa. Tale è infatti, malgrado la naturale prudenza, la politica che l'uno pratica di fronte all'altro, anche se esistono diffidenze e ragioni di allarme, anche se è difficile decifrare compiutamente la politica sovietica, perché dettata da gruppi dirigenti, ed acquisire la certezza di una conseguente ed irreversibile scelta distensiva. A questo sviluppo anche i singoli Paesi ed in ispecie la componente europea dell'Alleanza Atlantica possono dare un utile apporto, nella misura in cui esso non significhi dissociazione dalle comuni responsabilità. Tutto quello che abbiamo detto e tutto ciò che avviene stanno a dimostrare che, allo stato delle cose, i blocchi militari non hanno ancora perduto la loro ragion d'essere, come garanzia di equilibrio mondiale e strumento di una dignitosa ed efficace trattativa, la quale potrebbe essere compromessa più che favorita dalla dispersione delle forze. La condizione attuale innegabilmente sospinge più verso la distensione che verso la tensione. Va dunque sviluppandosi un processo, il cui successo, il più rapido possibile, dipende dalla intelligente comprensione delle cose e dalla buona volontà, il quale potrebbe far cadere man mano la diffidenza ed il timore dell'uso della forza. Finché esistono gravi punti di attrito e seri problemi mondiali tuttora aperti, finché la fiducia, oggettivamente fondata, non abbia prevalso, permarranno come male minore i blocchi militari. Ma non vi è dubbio che la distensione tende a superarli e che non è immaginabile, allo stato della nostra cultura e del nostro sviluppo morale, che la pace del mondo possa essere per sempre affidata all'equilibrio del terrore e al bilanciamento delle potenze in campo. Si deve quindi lavorare per la giusta soluzione dei problemi mondiali, per un disarmo garantito che ne è piuttosto la conseguenza che la premessa, per una reciproca fiducia la quale renda inimmaginabile l'uso della forza. Mirare a questi obiettivi significa operare per il superamento dei blocchi militari, per la loro contemporanea ed equilibrata dissoluzione. Questa è una politica difficile, ma realistica, che, con la necessaria prudenza, ma anche con slancio e fiducia, possiamo e dobbiamo praticare. Ogni anticipazione unilaterale sarebbe però del tutto ingiustificata. Che l'Italia esca, essa sola, dall'Alleanza Atlantica e dalla Nato, avrebbe il significato di una revisione e di una rivalsa. Alterando l'equilibrio militare e soprattutto politico, un evento come questo, oltre ad esporre pericolosamente il nostro Paese, rallenterebbe ed inficerebbe il processo distensivo. Noi vediamo dunque la situazione in modo globale. Essa è in movimento per l'accresciuto contatto tra Oriente ed Occidente. Ma non è tale da giustificare, nel suo insieme ed in particolare per noi, un radicale mutamento. Sussistono ancora insomma le ragioni di sicurezza e di corretto rapporto politico, le quali ci condussero a far parte dell'Alleanza Atlantica. Essa è tuttora per noi un importante nucleo di solidarietà irrinunciabile, un contesto di preziose amicizie in campo internazionale, un mezzo per dare un vasto respiro, ed anche un respiro mondiale, alla nostra politica. L'essere nell'Alleanza non ci esime del resto dal lavorare per la pace e per un più umano e stabile assetto dei rapporti tra i popoli, anzi c'impegna a fare dell'Alleanza, e di noi nell'Alleanza, un mezzo di comprensione e di intesa con una varia iniziativa che, senza essere mai dettata da ragioni di dispetto e di contraddizione, abbia una sua autonomia ed una portata che lo svolgersi degli eventi configura rilevante. Un momento di questo sviluppo è la ventilata conferenza europea. Essa è certamente auspicabile e perseguibile, senza dissimularne le difficoltà, perché essa coinvolge la sorte della Germania e l'equilibrio Stati Uniti-URSS il quale in larga misura si verifica in Europa; ma è toccata ancora dagli sviluppi della politica asiatica nel lungo confine Unione Sovietica-Cina, perché essa condiziona l'approccio America-Russia, e dà la misura della possibile e vera autonomia di un'Europa largamente unita. In ordine alle cose sulle quali noi abbiamo un'influenza, certamente limitata, ma effettiva, nostro fondamentale dovere è puntare su di un'Europa Unita, consolidata nelle attuali strutture, allargata ai Paesi già pronti all'adesione, avendo presenti i traguardi più ambiziosi della sovranazionalità e di più intensi rapporti intereuropei. Tutto ciò nella consapevolezza dell'alto valore che una unitaria realtà europea è destinata ad assumere, dell'influenza che può esercitare, dell'equilibrio mondiale che può concorrere a stabilire, della distensione che può promuovere e favorire. E' possibile che ora gli ostacoli siano meno gravi, anche se sarebbe illusorio immaginare che sia spianata la strada per il cammino unitario. Stanno forse maturando i tempi per una sorta di costituente politica dell'Europa. E' certo che l'obiettivo è nobile e urgente. L'Europa Unita è nelle cose; una necessità ed un dovere insieme. Essa darà al mondo una voce nuova ed ascoltata; ci farà protagonisti di uno sviluppo di equilibrio e di pace; offrirà, oltretutto, la garanzia che il grande negoziato distensivo, che non cessiamo di auspicare, non si compia senza di noi e perciò contro di noi. A fare da sfondo a queste prospettive politiche, c'è la nuova società italiana; una società già grandemente mutata, ma ancora impegnata in un rapido processo di evoluzione. Essa ha risolto alcuni problemi essenziali, ma ne vede emergere ogni giorno di nuovi in relazione a più complesse esigenze; ha raggiunto importanti traguardi sociali e politici, ma registra ad un punto la rottura del vecchio equilibrio e l'emergere in modo acuto della necessità che se ne stabilisca uno diverso ed a più alto livello. Un tumulto di rivendicazioni e di aspirazioni insoddisfatte la scuote nel profondo. Questa è dunque la nostra difficile condizione di oggi. Ci troviamo a fronteggiare una società più mossa ed esigente che non sia mai stata nel corso di questi anni. L'iniziativa politica deve tenerne conto. Più ristretto poi è lo spazio nel quale essa si esplica; più difficile il suo svolgimento; più incerto il suo risultato; maggiore la carica di intelligenza e di distacco della quale essa deve essere fornita, per non fallire alla prova dei fatti. La società italiana è in movimento e conta più largamente che in passato sulle proprie forze. Essa coglie ed analizza criticamente i suoi problemi. Rivendica la sua autonomia e, in essa, la capacità di trovare in sé stessa, il più largamente possibile, la sua guida. Si riconosce in centri propri di proposta ed anche di decisione. Deferisce meno al potere politico le sue scelte, e, quando accetta di delegarle ad organi rappresentativi, sottopone l'autorità ad un più rigoroso e continuo controllo. Esige di partecipare, non una volta tanto, ma dal principio alla fine, ad ogni deliberazione, che essa prepara e condiziona con autonomi atteggiamenti. Essa invoca la coerente applicazione di una legge morale, non contorta e deformata dal compromesso, ma tale da esaltare veramente la libertà e la dignità e da rendere possibile ed anzi inevitabile una svolta storica verso una società di eguali, una autentica ed universale democrazia. Ed il potere politico è appunto trasfigurato in un'autentica democrazia che restituisce alla società molte delle sue prerogative e si misura con essa in un confronto quotidiano ed impegnativo. Il potere si legittima davvero e solo per il continuo contatto con la sua radice umana e si pone con un limite invalicabile, le forze sociali che contano per se stesse, il crescere dei centri di decisione, il pluralismo che esprime la molteplicità irriducibile delle libere forme, di vita comunitaria. I giovani ed i lavoratori conducono questo movimento e sono primi a voler fermamente un mutamento delle strutture politiche ed un rispettoso distacco. I giovani chiedono un vero ordine nuovo, una vita sociale che non soffochi, ma offra liberi spazi, una prospettiva politica non conservatrice o meramente stabilizzatrice, la lievitazione di valori umani. Una tale società non può essere creata senza l'attiva presenza, in una posizione veramente influente, di coloro per i quali il passato, è passato e che sono completamente aperti verso l'avvenire. La richiesta d'innovazione comporta naturalmente la richiesta di partecipazione. Essa è rivolta agli altri, ma anche e soprattutto a sé stessi. Non è solo una rivendicazione, ma anche un dovere ed un'assunzione di responsabilità. L'immissione della linfa vitale dell'entusiasmo, dell'impegno, del rifiuto dell'esistente proprio dei giovani nella società, nei partiti, nello Stato è una necessità vitale, condizione dell'equilibrio e della pace sociale nei termini nuovi ed aperti nei quali in una fase evolutiva essi possono essere concepiti. I lavoratori, e naturalmente innanzitutto i giovani lavoratori, escono finalmente dalle zone d'ombra, dai settori marginali nei quali, senza adeguato potere, erano o si sentivano ingiustamente ricacciati. Al di là della tecnica del sistema economico adottato, essi chiedono che le scelte decisive siano fatte in sede responsabile e nell'interesse generale e che essi vi partecipino, in condizione di dignità e sicurezza, nella fabbrica, nel sindacato, nella programmazione, nei partiti, e nello Stato. Non accettano di essere solo parte di un meccanismo, anello di una catena, ma vogliono erigersi a consapevoli protagonisti del processo che crea la ricchezza, la distribuisce, la finalizza verso obiettivi umani. Ed essi, pur nella loro operosità, si sentono non il mezzo, ma il fine. Una società così viva non può che essere una società in sviluppo. Essa non è certo paga della sua opulenza ed ha quindi tutti aperti i problemi della degna condizione umana, della partecipazione al potere, dell'appagamento dello spirito, del primato della persona sull'efficienza del sistema e sui lucidi e ben rodati meccanismi sociali. Essa non è rassegnata certo alle troppe sperequazioni, all'interno ed all'esterno del suo sistema, le quali rendono, perciò solo, la ricchezza intollerabile ed offensiva. Ma è certo una società nella quale l'iniziativa economica deve svilupparsi adeguatamente come premessa di progresso civile ed occasione per porre e risolvere grandi problemi umani. Nella nostra epoca, in presenza di questi stati d'animo e movimenti d'opinione, l'iniziativa economica deve essere rigorosamente inquadrata nella programmazione per ragioni anche tecniche, ma soprattutto sociali e politiche. Ciò comporta la previsione e promozione dello sviluppo, l'indicazione delle politiche da adottare e dei comportamenti da tenere, la mobilitazione di tutte le energie del Paese per precise finalità economiche e civili, una generale assunzione di responsabilità, la giusta subordinazione degli interessi di parte al generale interesse della collettività nazionale, una vasta partecipazione delle forze sociali alla formulazione del piano, la verifica della sua validità a livello locale e soprattutto della Regione. In tal modo l'elevazione della libertà creativa ad atto di responsabilità sociale, che investe tutti i protagonisti della vita economica, ed alla quale non può essere indifferente neppure il sindacato nel suo determinante potere di autorità salariale e di forza sociale e politica di eccezionale rilievo, garantisce l'attuazione dei molteplici obiettivi di giustizia nello sviluppo che il piano si propone ed in prima linea il riscatto del Mezzogiorno amareggiato e depresso e dell'inquieto mondo rurale da una inammissibile condizione di inferiorità. Proprio nell'ambito della programmazione è possibile riconoscere, anche alla luce della norma costituzionale, la naturale varietà della vita sociale ed il pluralismo della iniziativa economica, nella quale settore privato e settore pubblico assolvono entrambi ad una importante funzione e sono tutti riconducibili, per potere e dovere dello Stato, all'interesse generale. Il bene comune può e deve prevalere, in una seria programmazione, senza ricorrere ad un livellamento mortificante, il quale farebbe perdere all'economia lo slancio operoso e la ricchezza inventiva proprie di una molteplice iniziativa, guidata però sempre verso finalità pubbliche. In questo quadro, avendo di mira gli interessi della comunità, utilizzando senza debolezze tutti gli strumenti utili al fine proposto, sostituendo agli obiettivi di mero profitto, la efficienza, la razionalità e la responsabilità, può svolgersi una politica di sviluppo e di giustizia, può articolarsi efficacemente la partecipazione, può essere affermato il primato dello Stato, garante della libertà ed eguaglianza di tutti i cittadini, di fronte alla crescente potenza economica della tecnostruttura. Sappiamo dunque che cosa c'è nel profondo che scuote e rende problematica ed aperta la nostra società. E conosciamo anche i segni che rivelano stati d'animo, attese, speranze dell'uomo d'oggi, ai quali né il potere politico né un qualsiasi centro di responsabilità sociale possono essere indifferenti. Questi segni sono in qualche caso sconcertanti. Talune forme di contestazione appaiono solo negative, dispersive, inutilmente grossolane e violente. Talune situazioni mettono direttamente in discussione la libertà ed il sistema democratico. Lo Stato deve essere dunque sempre presente, attento al duplice rischio che corrono le istituzioni, di essere messe in forse da un'anarchia che degenererebbe presumibilmente in autoritarismo e di essere svuotate o inaridite per il mancato continuo raccordo con la realtà sociale in movimento e le aspirazioni popolari. Sarebbe un grave errore, un errore fatale, restare in superficie e non andare nel profondo; pensare in termine di contingenza, invece che di sviluppo storico. Tocca alle forze politiche ed allo Stato creare in modo intelligente e rispettoso i canali attraverso i quali la domanda sociale e anche la protesta possano giungere ad uno sbocco positivo, ad una società rinnovata, ad un più alto equilibrio sociale e politico. Non c'è da compiacersi, se queste forze, ad un certo punto, ristagnano smarrite e stanche. Non c'è da compiacersi dell'abbassamento di tono e dell'incertezza di obiettivi del movimento universitario. Dobbiamo temere gli eccessi che vanno corretti, ma salvando la sostanza del processo rinnovatore della nostra società. Essere cioè con la storia. Alla mortificazione seguirebbe fatalmente un sussulto più pericoloso e meno controllabile. Eppoi quello che è vero deve farsi largo, con la maggiore possibile compostezza, ma con un ricco contenuto evolutivo. Noi evitiamo il riflusso illiberale come l'esplosione rivoluzionaria, quando, consapevoli come siamo di tutti i rischi ed insieme di tutte le straordinarie possibilità che questo risveglio della coscienza sociale comporta, ci rivolgiamo ad un movimento forte e caratterizzato con tutta l'attenzione che esso merita, quando lo cogliamo, utilizzando tutti i canali per i quali esso si manifesta e tende ad assestarsi; vi applichiamo la nostra iniziativa; vi adattiamo i necessari strumenti politici, comprendendo in essi quella zona di rispetto che è propria del sociale. Riconoscendo la sfera di responsabilità altrui, rivendichiamo, com'è naturale, la nostra. Per limitati e difficili che siano i compiti politici, essi costituiscono per noi un dovere. Comportano la difesa della libertà, il continuo arricchimento dei suoi contenuti, l'attuazione della sintesi sociale che, sia pur in modi di gran lunga più spontanei ed aperti che per il passato, deve essere alla fine ritrovata. E' in questa sintesi vitale l'alternativa al tumulto anarchico come alla mortificazione ed all'inaridimento della vita sociale. Le forze democratiche non possono sostare, ma debbono tendere a fare andare avanti, a determinare un mutamento di qualità il quale esprima la nuova civiltà del nostro tempo. La laicità, il carattere cioè meramente politico, della scelta in favore della Democrazia cristiana è ormai fuori discussione. Essa ha avuto una clamorosa conferma anche in questi ultimi giorni. Ogni consenso ed appoggio bisogna dunque meritarlo. Una vasta mobilitazione popolare non diventa per questo impossibile, ma essa non è, neanche in minima parte, un dato certo. Va conquistata, con ampiezza e modernità di vedute, nel succedersi delle generazioni e soprattutto oggi, mentre entra nella scena della vita sociale e politica una generazione tutta nuova, nata e cresciuta fuori delle lacerazioni della guerra esterna ed interna e della realtà o della minaccia ravvicinata dell'oppressione. La rinuncia ad ogni investitura dall'alto, ad ogni pretesa di rappresentanza, ad ogni residuo di esclusivismo è fatta ben volentieri, perché rispettosa della verità, delle due distinte dimensioni, politica e religiosa, dell'autonomia e sovranità dell'ordinamento civile e di quello ecclesiastico, così come stabilisce la Costituzione repubblicana. Tuttavia questa condizione non significa agnosticismo, mancanza di una visione del mondo e di un punto di riferimento globale, che ispirino ed animino la vita politica. La nostra libera scelta, la nostra scelta meramente politica resta ancorata ad ideali cristiani, da noi interpretati sotto la nostra esclusiva responsabilità, in vista dell'applicazione socialmente utile che se ne può fare e delle rette soluzioni che se ne possono trarre per i problemi, e soprattutto per i grandi problemi di fondo, della nostra comunità nazionale. Sono convinto che sono in questo patrimonio culturale e morale delle linee di guida per una convivenza ordinata, ma moderna ed altamente evolutiva. Sono convinto che in esso è una riserva di umanità e di equilibrio che non comportino alcuna rinuncia. Sono convinto che in esso è una carica emotiva, la quale, nella nostra condizione storica, caratterizza e rende particolarmente efficace la spinta unitaria, senza della quale una libera società non può sopravvivere. Non vorrei che, per uscire rapidamente da schemi ritenuti angusti, rinunciassimo ad ideali che sono nostri e validi criteri di interpretazione e di sviluppo della vita sociale. Non si tratta solo di risolvere problemi con una tecnica perfetta e nel segno dell'efficienza. Anche ciò va fatto, ma non è tutto. Non si vive senza grandi valori umani e profonde convinzioni politiche. Una democrazia è libero confronto di siffatti valori e principi. Il successo è affidato al consenso. Un democratico può promuoverlo con tutte le sue forze, ma non può esigerlo mai. Quale che sia il tema in discussione, questo è il senso della nostra civile battaglia. Dobbiamo combattere, ma non necessariamente vincere. La nostra fermezza nel sostenere tesi di valore morale e sociale in ordine all'unità e stabilità della famiglia, tesi da noi formulate liberamente e con profonda convinzione, non diminuisce il nostro rispetto per un dibattito democratico che pur registra forti contrasti. Il mancato incontro con le forze politiche su di un tema di così rilevante importanza è motivo di rammarico e induce a richiamare considerazioni di opportunità e di responsabilità, specie quando riguardino l'interpretazione controversa di accordi tra ordinamenti autonomi, ma non ci induce ad alcun rinnegamento dei vincoli della comunità democratica e delle alleanze politiche. La posizione dei cattolici democratici infatti è sempre naturalmente così esposta nei grandi dibattiti civili. Cari amici, ho detto in quale complessa realtà si trovi dunque ad operare la Democrazia cristiana. Ho detto quali dovrebbero esserne, a mio parere, la struttura e l'equilibrio interni, quali la linea politica e le relative alleanze, quali i rapporti con le opposizioni, quale il nuovo legame con la realtà sociale del Paese. Ritengo che, osservando queste condizioni, rispondendo a queste esigenze, essa possa meritare ed ottenere un consenso elettorale e politico tanto vasto, quanto è stato ad essa sinora riservato. Per altro in avvenire il titolo di rappresentanza popolare che questa adesione conferisce sarà meno automatico, sarà meno garantito dalla forza delle cose e più fondato su di una effettiva risposta politica ed una chiara scelta. Operando in un quadro politico appropriato e con l'attenzione tesa all'intera realtà sociale e politica, la Democrazia cristiana può e deve porsi come il legame più importante e significativo del potere con la coscienza popolare e la base stabile delle libere istituzioni in Italia. A queste condizioni, a costo cioè di una nuova ed ardita iniziativa che, conservandone la funzione di garanzia, dia ad essa tutta la capacità di interpretare questo momento di storia, in questo senso collocandosi sulla sinistra, sulle posizioni cioè di movimento, essa potrà essere ancora protagonista della politica italiana. Riuscirà ad evitare cioè che un'alternativa si affermi, facendo essa, con il mutare dei tempi, da opposizione ed alternativa a sé stessa. Una Democrazia cristiana così ispirata ed attenta al momento storico non può dunque essere una forza conservatrice, ma, come essa si definisce ed è nelle cose, una forza popolare. Degli interessi popolari, delle grandi spinte al benessere, alla cultura, alla giustizia, alla libertà, alla eguaglianza, alla pace, essa deve sempre più farsi interprete e garante. Il Partito, espressione di milioni e milioni di voti popolari, i quali, accordando la loro fiducia, intendono aprire la via all'effettivo esercizio del potere da parte del popolo per la giusta soluzione dei problemi nazionali, non può che obbedire a questa volontà ed adempiere ai suoi compiti a servizio della generalità dei cittadini e delle masse lavoratrici. Lo farà, dovrà farlo, con assoluta coerenza e fermezza. Ma lo farà nella sua autonomia, nella sua diversità, nella sua originalità, con la sua carica ideale. Per capire e dare il giusto peso agli altri, occorrono e bastano l'attenzione e la vita democratica. Ma la Democrazia cristiana deve essere se stessa, fino in fondo senza alcuna abdicazione. Questo è possibile per il Partito e necessario, crediamo, per il Paese. A conclusione di questo Congresso vorremmo poter cogliere una Democrazia cristiana che ritrova se stessa e riassume, con acuta comprensione di tutta la realtà e forte tensione ideale, il suo posto di protagonista in questo secondo tempo, così interessante e vivo, della democrazia italiana.

Il pelo, non il vizio

In Iliata ci fu un Cavaliere che, in pochi anni, accumulò una fortuna immensa. Un giorno alcuni magistrati cominciarono a interessarsi dei suoi affari. E cominciarono a piovergli addosso accuse di falso, corruzione, concussione, evasione fiscale e altro ancora. Arrivarono le prime sentenze di condanna. Il Cavaliere, attraverso i suoi giornali, le sue televisioni, i suoi deputati (aveva fondato un partito), scatenò una violenta campagna contro i magistrati che indagavano su di lui accusandoli d’esercitare una giustizia di parte. Lui stesso si definì un perseguitato politico. Tanto fece e tanto disse che molti iliatesi gli credettero. Poi un giorno (come capita e capiterà a tutti), morì. Nell’aldilà venne fatto trasìre in una càmmara disadorna. C’era un tavolino malandato darrè il quale, sopra una seggia di paglia, stava assittato un omino trasandato. «Tu sei il Cavaliere?», spiò l’omino. «Mi consenta», fece il Cavaliere irritato per quella familiarità. «Mi dica prima di tutto chi è lei». «Io sono il Giudice Supremo», disse a bassa voce l’omino. «E io la ricuso!», gridò pronto il Cavaliere che aveva perso tutto il pelo, la carne, le ossa, ma non il vizio.

Andrea Camilleri

AAA Cercasi poltrona per trombato - Migliaia di cariche nelle società pubbliche per sistemare gli «ex»

L'arzillo polentone Ernesto Cravos, classe 1914, si è gagliardamente lanciato col paracadute, nel cielo sopra il Piave, a 90 anni passati: «Mi preoccupava un po' solo un piede malandato». L'attore Philippe Leroy, reduce della guerra d'Indocina, si è buttato a 75 atterrando con un inchino e un baciamano galante alle signore. E un gruppo di pazzi guidato dalla signora Karina Willerup ha battuto ogni primato allacciando in un girotondo aereo sotto il sole di Bangkok, mano nella mano, 357 paracadutisti. Ma se ne facciano tutti una ragione: nessuno atterra col paracadute come i politici italiani. Disse un giorno Giuliano Ferrara dopo una sconfitta, per il gusto dello sberleffo: «La caduta è il momento magico della politica, quello in cui essa ti si rivela con le sue maschere, le sue debolezze, le sue vanità. E in cui riassapori il piacere di gironzolare per Roma. E bellissima, la caduta». Sarà. Ma la grande maggioranza dei nostri deputati, senatori, sindaci, governatori, assessori regionali, ci fa una malattia, a cadere. C'è chi reagisce sventagliando insulti, come Vittorio Sgarbi dopo esser stato trombato dagli elettori veneti nel '96: «Sono dei deficienti. Egoisti. Stronzi. Destrorsi. Unti. Razzisti. Evasori. Hanno scelto la Lega? Complimenti. Risultato: si ritrovano a essere governati dai meridionali democristiani e dai comunisti. (...) Voglio fare un'Antilega al Sud, incitando i meridionali a non comprare più prodotti veneti. Questi qui ormai coltivano il razzismo puro. Questa gente non è stupida. È peggio: ignorante e plebea. Il concetto di fondo è: questi elettori sono tutti delle teste di cazzo». La maggior parte dei trombati, però, si accascia distrutta sul divano con gli occhi fissi al soffitto: oddio, e adesso? L'unica che un giorno ha avuto il coraggio di confidarlo è stata Emma Bonino, dopo la botta alle Politiche del 2001 in cui s'era illusa di ripetere il trionfo delle Europee: «Mi sento come un limone spremuto. Non ho fame, non ho sete, non ho sonno. Mi sento una disadattata in questo Paese. Dico e credo in cose aliene rispetto alla cultura generale dell'Italia. L'impegno civile, la passione per la nobiltà della politica... Ma cosa pensa la gente? Forse ho parlato arabo. Marco Pannella ha una tigna di reazione diversa... Io invece sono un limone spremuto, adesso ho solo bisogno di curarmi: perdo i capelli, mi ballano i denti, soffro di fotofobia. Porto gli occhiali neri, non sopporto più la luce, non riesco più a mangiare. Ho ripreso a mangiare minestrina, ricotta... ma non mi va giù niente, sono sotto anestesia». Niente paura, però. Se come obiettivo non hai quello di ottenere spazi per portare avanti le tue idee ma avere piuttosto una bella busta paga, una segreteria, un'autoblu, una piccola corte di potere, il Palazzo non ti molla mai. E se la poltrona di assessore e quella di parlamentare e quella di consigliere regionale hanno fatalmente una scadenza, la tessera di fedeltà a un partito (o la disinvolta disponibilità a cambiarlo in corsa) è un contratto a tempo indeterminato. Più sicuro di un posto in banca. Intoccabile e millenario come il Dente di Buddha a Kandi. Basta essere di bocca buona e accettare tutto. Sei un chimico? Eccoti la presidenza di un Istituto letterario. Sei un letterato? Eccoti nel consiglio d'amministrazione d'un ente idraulico. Sei una soubrette? Eccoti ai vertici di un organismo atomico. Sei un elettricista? Eccoti all'Enea. Come successe a Claudio Regis. Un tizio di Biella che in gioventù aveva fatto il rappresentante dell'Ampex e gironzolava nei dintorni di Telebiella, famosa per essere stata la prima emittente privata del Paese. Giovanotto sveglio ed elettricista provetto si era guadagnato, per la capacità di risolvere ogni problema, un soprannome divertente: Valvola. Va da sé che, svelto com'era nel cogliere le novità, all'arrivo della Lega aveva subito scoperto una grandissima fede in Alberto da Giussano. Fede che lo aveva portato prima in Consiglio comunale e poi dritto a Palazzo Madama. Dove aveva scritto di suo pugno nel curriculum fornito alla celebre Navicella che raccoglieva le autobiografie dei parlamentari: «Laureato in ingegneria. Imprenditore. Ha studiato presso l'Ecole Polytechnique. Presidente di una società operante nel settore della ricerca aerospaziale. Esperto di relazioni internazionali». Quale Ecole Polytechnique? Quali relazioni internazionali? Mistero. Mancata la riconferma al Senato non si sa bene cosa faccia. Per un po' non solo conserva, in attesa della nomina del successore, il ruolo di responsabile della delegazione italiana alla Nato, ma partecipa a una riunione ad Atene parlando «a nome del presidente del Consiglio della Padania» e diffondendo su carta intestata di Palazzo Madama (sic!) un appello ai parlamentari stranieri in favore della secessione. Quanto basta, insomma, per guadagnare le critiche di tutti e la riconoscenza di Umberto Bossi. E il 3 settembre del 2003, con la benedizione della Lega, l'«ing. Claudio Regis» viene nominato da Letizia Moratti, con tanto di stipendio e segretaria e prebende varie, nel consiglio d'amministrazione dell'Enea, l'Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente. Anni d'oro. Uomo giusto al posto giusto, campeggia nel sito internet dell'organismo come «ing. Regis». Firma come «Claudio Regis, ingegnere Enea» articoli dal titolo Idrogeno fonte di energia, realtà o mito sulla rivista on-line «Kosmos». Querela gli ex soci facendo scrivere nell'atto giudiziario, nero su bianco, che lui è l'«ing. Regis» nonché il «consigliere del Premio Nobel Rubbia». Viene fatto da Silvio Berlusconi vicecommissario con la conferma del titolo addirittura nel decreto di nomina: «ing. Regis». Finché, dopo che aveva liquidato Rubbia come un somaro («Nessuno mette in discussione le sue competenze sulle particelle, ma quando parla di ingegneria è un sonoro incompetente») viene smascherato: macché ingegnere! La famosa Ecole Polytechnique di Friburgo, ammesso che ci sia andato davvero visto che è stata fondata quando lui era già adulto, non è affatto un'università. Vero, ammette lui, ma precisa di considerarsi «comunque un ingegnere a tutti gli effetti». Anzi, guai a chi osa mettere in dubbio la sua preparazione: «Non ho sostenuto alcun esame di abilitazione all'esercizio della professione poiché ho poi scelto la via dell'imprenditoria privata». Minaccia querele. Emette comunicati: «Preciso sempre che non desidero venir chiamato ingegnere ma non posso impedire ad altri di farlo». In ogni caso, ci tiene a far sapere: «Come parlamentare mi sono battuto per l'abolizione del valore legale del titolo di studio». Fatto sta che, dopo esser finito in prima pagina con una storia del genere, in qualunque altro Paese del mondo un finto ingegnere vicecommissario per meriti politici in un ente scientifico come l'Enea verrebbe sbattuto fuori all'istante. Lui no: resterà ancora per 18 interminabili mesi. Inamovibile. Finché il nuovo ministro delle Attività produttive, Pier Luigi Bersani, non ci darà un taglio, ai primi di febbraio del 2007. E chi li schioda, i paracadutati? Chi la tocca quella rete di interessi, relazioni, serbatoi elettorali, rapporti consolidati con le camere di commercio e le associazioni artigiani e le accademie culturali e insomma quel reticolo di conoscenze così preziose il giorno delle elezioni? Prendete, per esempio, Franco Bonferroni. Ai più giovani non dirà nulla, ma un tempo era un potentissimo senatore democristiano, luogotenente di Arnaldo Forlani in Emilia. Si eclissò dopo Tangentopoli, come una parte della classe dirigente dello scudocrociato, vittima fra l'altro d'una «disavventura» singolare. In un impeto di generosità aveva regalato un giorno al vescovo di Reggio Emilia, Paolo Gibertini, una fiammante Fiat Croma, avuta a sua volta in dono dall'imprenditore Costantino Trabucchi. Il magistrato, sospettando fosse una tangente, l'aveva mandato a processo. Assolto. Sia lui sia Trabucchi avevano concordato: «Nella caldissima estate del 1991 incontrammo il vescovo su una vecchia Uno e noi, che viaggiavamo su una Mercedes Coupé, decidemmo assieme di donargli la Croma». Uomini pii. Evidentemente male interpretati anche dal vescovo, che aveva restituito subito le chiavi della macchina, protestandosi in buona fede. L'incomprensione non lasciò però alcuna traccia nei rapporti fra il nostro e la Chiesa. Tanto che nel settembre del 2006, al matrimonio di Marcello Bonferroni, a tagliare la torta col ca- ro Franco c'erano il massimo esponente dei vescovi Camillo Ruini, il braccio destro del massimo esponente del centrosinistra Angelo Rovati (l'amico Prodi non ce l'aveva proprio fatta a venire) e il massimo esponente del centrodestra Silvio Berlusconi. Prova provata che, al di là delle cariche ufficiali, c'è in politica un peso specifico che spesso è personale. Tanto che 15 anni dopo essere stato sottosegretario all'Industria nell'ultimo governo Andreotti, il bravo Bonferroni ha avuto in dono nel luglio del 2005 una piccola poltrona in un'impresa pubblica. Nel consiglio di amministrazione della Finmeccanica. E Antonio La Pergola ve lo ricordate? Presidente della Corte costituzionale, ministro dei governi di Ciriaco De Mita e Giovanni Goria, parlamentare europeo socialista, dotato di capelli miracolosamente neri come la pece a dispetto del passare degli anni, fu uno dei tre saggi che nel '94 venne incaricato da Berlusconi, fresco conquistatore di Palazzo Chigi, di studiare una via d'uscita dal conflitto d'interesse. E lì, avendo già l'autoblu perenne e un paio di belle pensioni, avrebbe potuto chiudere. Ma s'annoiava. Così nel 2006, a 75 anni suonati, lo fecero atterrare alla presidenza del Poligrafico dello Stato. Accettata, s'intende, con lo stesso spirito di servizio che spinse Giuseppe Garibaldi a rispondere da Bezzecca: «Obbedisco». L'ex ministro dei Trasporti dicì Giancarlo Tesini, ormai quasi ottantenne, ha così accettato la presidenza dell'Agenzia nazionale per la logistica: «Obbedisco». Roberto Radice, ministro dei Lavori pubblici nel primo governo Berlusconi, ex parlamentare forzista e candidato trombato alla poltrona di sindaco di Monza, ha accettato la presidenza della Consip, la società del Tesoro incaricata di fare gli acquisti per la pubblica amministrazione: «Obbedisco». E così ha risposto Maretta Scoca (già deputata berlusconiana e poi casiniana e poi mastelliana e sottosegretaria ai Beni culturali nel governo di Massimo D'Alema e autrice di una proposta di legge per far cantare agli alunni delle elementari l'inno di Mameli prima dell'inizio delle lezioni) accettando prima la nomina nel Consiglio di presidenza della Corte dei Conti e poi quella di consigliere della Consip: «Obbedisco». E così l'ex sindaco di Formia, Clemente Carta, lui pure transfuga verso lidi mastelliani prima di tornare all'ovile casiniano, ritorno benedetto dall'offerta di uno strapuntino nel consiglio di amministrazione delle Ferrovie: «Obbedisco». E via così. A centinaia e centinaia. Con qualche caso particolarmente spassoso. Come quello del commissario straordinario nominato nel 2006 dal governatore calabrese Agazio Loiero alla camera di commercio di Cosenza, Pietro «Pierino» Rende. Un settantenne, ai bei tempi tre volte deputato della Dc, che della sua stagione d'oro ha conservato un eloquio che ricorda i ghirigori sul marzapane di una volta, con appelli a tutti gli imprenditori «considerati non particelle elementari di solitudine ma elementi essenziali di comunione produttiva». Poffarbacco! Doveva mettere pace, grazie a questi modi vellutati e mielosi, nella rissa da saloon scoppiata tra i protagonisti dei vertici precedenti. Nella battaglia giudiziaria di ricorsi e controricorsi davanti al Tar un faro ha finito invece per illuminare lui. Mettendo in luce un dettaglio strepitoso: fatto commissario per il «physique du rôle» da pacificatore, Pierino il fisico non ce l'aveva proprio. Sedici anni prima, quando era ancora poco più che cinquantenne, aveva ottenuto infatti di lasciare la sedia di funzionario della Provincia e di andare a riposo perché non ce la faceva più. Stando alla visita medica, il poveretto lamentava «dispnea (cioè respiro affannoso) a volte anche a riposo, di tanto in tanto edemi (gonfiori) agli arti inferiori, insonnia, sudorazioni, tremori, episodi di tachiaritmia (alterazione del ritmo cardiaco), digestione laboriosa, stipsi (stitichezza) e miopia». Quanto bastava perché la commissione, dando il via libera alla pensione (2.400.000 lire al mese, di allora, da sommare al vitalizio parlamentare), lo riconoscesse «inidoneo permanentemente non solo alle proprie mansioni ma a ogni proficuo lavoro». Sedici anni ed è tornato in forma. Prova provata che la politica non fa male alla salute... Direte: ma ci capiscono, almeno? Talvolta. Come l'ex deputato missino Antonio Parlato, barbuto recordman delle interrogazioni parlamentari ed esperto di diritto della navigazione, piazzato alla presidenza dell'Ipsema, l'ente previdenziale dei marittimi. Oppure, volendo riderci su, come Giuseppe Fortunato, schierato nel 2005 dal governo Berlusconi all'authority per la Privacy. Uomo giusto al posto giusto: qualche anno prima era stato infatti condannato fino in Cassazione per avere violato la privacy di alcuni avversari politici. Consigliere comunale a Napoli nelle file di Alleanza nazionale, era riuscito a procurarsi i tabulati delle telefonate fatte coi cellulari di servizio dagli assessori comunali. E aveva subito convocato i cronisti per svergognare la giunta: «C'è chi telefona ogni notte alle centraliniste erotiche!». Oddio, può anche capitare che qualcuno ammetta candidamente di aver ricevuto una prebenda per motivi squisitamente politici. Lo ha fatto, per esempio, Franco Bassanini. Parlamentare per quasi un trentennio, ministro e sottosegretario nella stagione ulivista, cose che gli garantivano comunque un buon vitalizio, nel 2006 era sfaccendato. Era già ministro la moglie Linda Lanzillotta, come potevano portarlo al governo? Collocato nel consiglio della Cassa Depositi e Prestiti, la banca del Tesoro, sembrò a qualche malizioso il segnale di un rigurgito statalista. Lui abbozzò: «Perché mi hanno nominato? Forse perché non avevo altri incarichi». Viva l'onestà. Ma è merce rara. Vi chiederete: ma non esistono regole precise sulla scelta di questi bramini, destinati a guadagnare spesso stipendi favolosi? Sì e no. Prendiamo l'Antitrust: può annoverare fra i suoi componenti, oltre a professori universitari e alti magistrati, anche «personalità provenienti da settori economici dotate di alta e riconosciuta professionalità». Una formula così generica da aver permesso anche la nomina di Giorgio Guazzaloca, l'ex sindaco di centrodestra di Bologna buon amico dell'ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. Uomo intelligente, spiritoso, buon organizzatore, autoironico, lettore onnivoro e di gusti non grossolani, era stato catalogato dal grande Sergio Saviane (che lo chiamava «Copaoche», ammazza-oche) come un «macellaio umanista». E sia chiaro: se il «Franchino», cioè il socio della sua macelleria, dice che «non si è mai visto nessuno svelto di coltello come lui perché gli dai un quarto di vacca e in un quarto d'ora ti serve le fettine», è altrettanto vero che il «Guazza» ha alle spalle una lunga esperienza come presidente dei macellai bolognesi e poi presidente dei commercianti e poi presidente dell'Unione regionale delle camere di commercio. Insomma: ci sono in giro un mucchio di dottoroni che non hanno la sua statura. Detto questo, è difficile dare torto a Sabino Cassese che in un articolo sul «Corriere» ha denunciato nella nomina all'authority dell'ex sindaco di Bologna, al di là delle qualità dell'uomo, un esempio da manuale di come queste investiture siano mille miglia lontane da quelle caratteristiche ormai definite solo sulla carta. Soprattutto sui due punti centrali: «Non ha una "alta e riconosciuta professionalità", essendo stato attivo solo quale operatore e solo nel campo del commercio. Non ha "notoria indipendenza", essendosi presentato a elezioni locali in uno dei due schieramenti». Un limite, quest'ultimo, comune a molti. Non era di «notoria indipendenza» Stefano Rodotà, per quattro legislature deputato (indipendente di sinistra) prima del Peci e poi dei Ds quando fu nominato garante della Privacy. Non lo era il socialista ed ex presidente del Consiglio Giuliano Amato quando fu messo all'Antitrust. Non lo era l'ex deputato comunista (indipendente di sinistra) Luigi Spaventa, sfidante di Silvio Berlusconi alle elezioni del '94 nel collegio Roma uno e ministro del Bilancio con Carlo Azeglio Ciampi, quando fu nominato presidente della Consob, la Commissione nazionale per le società e la Borsa. Non lo era l'ex ministro iperberlusconiano alle Attività produttive Antonio Marzano, che aveva accarezzato addirittura la speranzella di trasferirsi dal governo alla presidenza dell'Antitrust («massi, esageriamo» direbbe Totò) prima di accontentarsi del lussuoso stipendio di presidente del Cnel, il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro. A farla corta: la fragile diga eretta a difesa delle authority, la cui imparzialità dovrebbe essere il primissimo dei punti fermi, si è a mano a mano sgretolata fino a crollare in una nuvola di polvere. Ed ecco ammucchiarsi alla Privacy l'ex deputato verde Mauro Paissan e l'ex deputato di An Gaetano Rasi e l'ex governatore azzurro calabrese Giuseppe Chiaravalloti. E poi all'autorità delle Comunicazioni delegata al sistema televisivo, dove la «notoria indipendenza» sarebbe indispensabile in un Paese come il nostro, l'ex sottosegretario forzista alle Comunicazioni Giancarlo Innocenzi, già a capo dei servizi giornalistici delle reti berlusconiane e poi l'ex senatore della Margherita Michele Lauria e l'ex sottosegretario casiniano Gianluigi Magri e gli ex parlamentati aennini Stefano Morselli ed Enzo Savarese e l'ex senatore dell'Udeur Roberto Napoli. Per non dire dell'ex deputato casiniano Alfredo Meocci, che dopo aver passato otto anni all'authority fu imposto, nonostante la plateale incompatibilità (che sarebbe poi stata sanzionata da una sentenza che annullò tutto e costrinse il nostro a restituire i soldi) alla direzione generale della Rai. «Imparziali», loro? Delegati a rispettare l'articolo 1 della legge istitutiva, dove si spiega che l'authority «opera in piena autonomia e con indipendenza di giudizio»? Loro? Ma dai... «Spirito di servizio» ovvio. Tutti mossi da «spirito di servizio», sono. E una vita, per esempio, che Silvestre detto Silvio Liotta accetta di essere strapagato con soldi pubblici per «spirito di servizio». Prima come segretario generale dell'Ars, ruolo che per status, stipendio e prebende ha precedenti storici solo nella carica di gran visir di Solimano il Magnifico. Poi deputato forzista nella prima stagione berlusconiana. Poi emigrato tra i diniani in soccorso del centrosinistra. Poi pugnalatore di Romano Prodi (fu suo il voto decisivo) il giorno della caduta nel '98. Poi di nuovo parlamentare della destra e ricandidato da Pierferdy Casini nel collegio blindato di Partinico per un'ultima anonima legislatura. Poteva uno come lui restare senza uno straccio di poltrona ad appena 70 anni suonati e con due sole pensioni sia pure faraoniche? No. E così, poche settimane prima delle Politiche del 2006, il Tesoro lo nominò nel consiglio di amministrazione dell'«Acquirente unico», una delle società pubbliche create per sostenere la liberalizzazione del mercato elettrico: forza, Silvestre, un altro sforzo al servizio della collettività. E le Poste? Avendo un solo azionista, lo Stato, potrebbero avere un consiglio di amministrazione, giusto perché non decida un uomo solo, ridotto all'osso. Tanto è vero che Tommaso Padoa-Schioppa, appena ha messo mano a un paio di società pubbliche, Sviluppo Italia e la Sogin (Società gestione impianti nucleari) ha ridotto i membri dei CdA a 3. Bene, alle Poste sono 11. C'erano infatti da sistemare un po' di trombati e amici vari: l'ex parlamentare diessino Salvatore Biasco, l'ex deputato leghista Mauro Michielon, l'ex assessore socialista della Provincia di Trapani Francesco Pizzo, l'ex sindaco forzista di Monza Roberto Colombo... Potremmo andare avanti per pagine e pagine. Ma a far la lista di tutti i trombati, tutti gli ex collaboratori in disuso e tutti i feudatari elettorali consolati con una poltrona pubblica non si finirebbe più. Come non finirebbe più l'elenco dei soldi che vengono distribuiti, dai 51.600 a Franco Bonferroni ai 371.099 dati a Giorgio Guazzaloca. Lasciamo stare, la sintesi è già chiara: la Casta politica, una volta che sei dentro, ti permette quasi sempre di campare tutta la vita. Un po' in Parlamento, un po' nei consigli di amministrazione, un po' ai vertici delle municipalizzate, un po' nelle segreterie. Basta avere un po' di elasticità. Come quella di Mario Rigo, via via sindaco rosso di Venezia, senatore ed eurodeputato socialista, deputato della Lega autonoma veneta, senatore ulivista fino all'ultimo giorno della legislatura sinistrorsa e da quello successivo capo di gabinetto del presidente del Senato destrorso Marcello Pera. Per fermarsi poi quasi ottantenne a Palazzo Madama come collaboratore di uno dei questori. Fedele sempre a se stesso e devoto, sia pure venezianamente, al vero atto costitutivo di un certo mondo politico: l'antica ammuina dei marinai del Regno delle Due Sicilie. Che alle visite a bordo di Franceschiello avevano la seguente disposizione: «Al comando di: "Facite ammuina", tutti chilli che stann'a prora vann'a poppa e chilli che stann'a poppa vann'a prora; chilli che stann'a dritta vann'a sinistra e chilli che stann'a sinistra vann'a dritta; tutti chilli che stann'abbascio vann'ncoppa e chilli che stann'ncoppa vann'abbascio passami' tutti p'o stesso pertuso; chi nun tiene nient'a ffa, s'aremeni a 'cca e a 'lla».

S.Rizzo -G.A.Stella (La Casta - Rizzoli)

Secondo te è giusto insegnare l'educazione sessuale nelle scuole?

Sì, è giusto, giustissimo, e non parlo per me che certe cose le sapevo ancora prima di nascere ma per gli altri che se non le imparano a scuola o al Catechismo arrivano a undici o dodici anni e credono veramente che sono nati da un cavolo o da una insalata. Lo stesso vale per la Befana e Babbo Natale che se non glielo dicono a scuola che non esistono (e soprattutto la Befana) arrivano alle medie che aspettano ancora i doni gratis. La colpa principale è dei grandi che raccontano troppe palle ai bambini. Nel collegio di mia nonna le suore gli facevano addirittura imparare una canzoncina dove al posto di «amore» mettevano «rumore» e le ragazzine non ci capivano niente e credevano di essere sceme. Quindi è giustissimo svolgere educazione sessuale a scuola, perché quando si prega l'Ave Maria e si dice «Benedetto il frutto del tuo seno Gesù» bisogna spiegare ai bambini che quel seno significa pancia e non cavolo, o verza-Gesù. L'educazione sessuale è una gran bella cosa e se uno ha proprio vergogna di ascoltare basta che la sera si mette a fare la spia nella camera da letto dei genitori, e capisce come stanno le cose. L'unica cosa sbagliata nella scuola è quella di far fare educazione sessuale alle suore che quelle, le suore, perché non avevano capito niente del sesso si sono fatte suore!

Marcello D'Orta (Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso - L'amore e il sesso: nuovi temi dei bambini napoletani © 1993)

martedì 31 marzo 2009

Aneddoti

Dopo aver assistito ad un concerto diretto da Claudio Abbado, Castro ha chiesto incuriosito al maestro come mai si fosse rivolto “con maggiore insistenza verso i suonatori di sinistra piuttosto che a quelli di destra”.

A un giornalista che le chiedeva un giudizio sui ministri del suo governo, Margaret Thatcher rispose: “Non m’importa quanto a lungo parlino: mi basta che facciano quello che dico io”.

“La gente non ha memoria” fu detto, un giorno, a Dumas Figlio. “Per fortuna!” rispose lo scrittore. “Se il mondo non dimenticasse, non gli resterebbe che finire, perché credo veramente che sarebbe già stato detto tutto”.

“Non bisogna confondere lo statista con il politico” affermò il presidente francese Pompidou. “Il primo è un politico che si pone al servizio del suo Paese. L’altro è uno statista che pone il Paese al suo servizio”.


E' la teorìa che determina ciò che osserviamo (Albert Einstein)

La questione è, contemporaneamente, più semplice e più complessa e per spiegare quello che intendo dire prenderò a prestito una famosa frase di Albert Einstein. La frase, se non ricordo male, suona più o meno così: è la teorìa che determina ciò che osserviamo. Cosa significa? Significa che se abbiamo una teoria, una teoria che ci piace, che ci soddisfa, che ci sembra buona, tendiamo ad esaminare i fatti attraverso quella teoria. Piuttosto che osservare obbiettivamente tutti i dati disponibili, cerchiamo solo conferme a quella teoria. La nostra stessa percezione è fortemente influenzata, determinata dalla teoria che abbiamo scelto. Appunto, come diceva Einstein, che parlava di scienza, la teoria determina ciò che riusciamo ad osservare. In altri termini: vediamo, sentiamo, percepiamo quello che conferma la nostra teoria e, semplicemente, tralasciamo tutto il resto. C'è un detto cinese che esprime in forma diversa lo stesso concetto. Dicono i cinesi: due terzi di quello che vediamo, è dietro i nostri occhi. Tutti noi abbiamo fatto qualche esperienza di come la nostra stessa percezione sia determinata da ciò, che per le più varie ragioni è nella nostra testa o, come direbbero i cinesi, dietro i nostri occhi. "Avete mai comprato una nuova macchina e improvvisamente, mentre la guidate ne notate decine dello stesso tipo, sulle strade ? Dove erano prima ? Filtri percettivi, li chiamano gli psicologi. Parafrasando Einstein, che suppongo si starà rivoltando nella tomba per questa mia intrusione, potremmo dire: è l'ipotesi investigativa che determina quello che gli inquirenti osservano. Ma non solo. Determina quello che cercano, determina il modo in cui agiscono con i testimoni, determina le domande che fanno. Determina il modo in cui scrivono i verbali. Senza che tutto questo abbia in alcun modo a che fare con la malafede. Lasciatemelo ripetere. Tutto quello di cui sto parlando può produrre errori nelle indagini, e il processo serve per correggerli, ma non ha niente a che fare con la malafede. Semmai, in un caso come questo, ci troviamo di fronte ad un eccesso di buona fede. Dunque torniamo a quello che stavamo dicendo qualche minuto fa. Gli investigatori vogliono risolvere questo caso orribile. Vogliono farlo per le migliori ragioni e con le migliori intenzioni. Vogliono farlo per ansia di giustizia. Vogliono farlo presto, perché l'autore di un fatto così orribile rimanga libero, e in grado di nuocere ancora, per il minor tempo possibile. In questo stato d'animo scoprono una pista e individuano un possibile sospetto. Attenzione. Non fantasie o ipotesi pretestuose. Era una buona pista e gli elementi di sospetto a carico di Abdou Thiam erano plausibili. Sulla base di questa buona pista gli inquirenti si lanciano alla caccia di quello che considerano il probabile colpevole. Da quel momento in poi i carabinieri ed il pubblico ministero hanno una teoria che, come ci insegna Einstein, determinerà quello che osserveranno, come agiranno con i testimoni, cosa chiederanno loro, come e addirittura cosa verbalizzeranno. In perfetta buona fede e per ansia di giustizia. Voi capite adesso il perché di quelle domande del difensore al maresciallo dei carabinieri, sulle modalità di verbalizzazione. Perché se io verbalizzo in forma integrale, cioè con la registrazione, la stenotipia eccetera, non esiste il problema di capire cosa è successo durante l'audizione. E tutto registrato, domande, risposte, pause, tutto, e basta rileggersi la trascrizione o anche ascoltare la registrazione. Se l'investigatore ha influenzato involontariamente il testimone, è possibile verificarlo semplicemente leggendo. E poi ognuno fa le sue valutazioni. Se il verbale è riassuntivo, questo controllo è impossibile. E se il verbale riassuntivo riguarda proprio il primo contatto fra gli investigatori e il teste, il rischio di inquinamenti involontari delle dichiarazioni e degli stessi ricordi del testimone, è altissimo. Volete un piccolo esempio di come questo può accadere ? Io sono l'investigatore e mi trovo davanti a quello che potrebbe essere un teste importante, forse un teste decisivo. Ho dei fortissimi sospetti su un soggetto, Abdou Thiam. Chiedo al teste: conosci Abdou Thiam? Il nome non mi dice niente, se mi fate vedere qualche foto. Ecco la foto, lo conosci? Sì, sì. È uno di quei negri che si fermano spesso davanti al bar. Che danno un sacco di fastidio. Lo hai visto passare davanti al bar il giorno della scomparsa del bambino? Pausa del testimone, che ci pensa su. Gli investigatori sentono di essere vicini alla soluzione. Pensaci bene, il pomeriggio della scomparsa del bambino. È una settimana fa. Mi sembra di sì. Sì, deve essere passato. Mi sembra che era proprio lui. A questo punto il maresciallo detta a verbale, perché vuole fissare per iscritto, prima che il testimone cambi idea. Il che purtroppo succede spesso. Detta a verbale, all'appuntato che scrive al computer. Detta a verbale e usa il suo linguaggio burocratico, non le espressioni usate dal testimone. Presi dalle mie carte la copia del primo verbale di Renna e lessi. Nel verbale di cui stiamo parlando si trovano espressioni del tipo: "sono coadiuvato, nella conduzione del prefato esercizio commerciale..." eccetera. Ovviamente non sono espressioni del teste Renna. Ovviamente non sappiamo quali domande siano state rivolte al Renna. Non lo sappiamo perché viene utilizzata la burocratica, comoda formula: a domanda risponde. Quale domanda? Quali domande sono state rivolte al testimone. Sono domande che lo hanno influenzato ? Sono domande che hanno suggerito le risposte ? Sono domande che hanno costruito, involontariamente, un ricordo ? Non ci vuole la malafede. Basta avere una teoria da confermare, il nostro cervello fa tutto da solo, percependo, rielaborando, verbalizzando in modo da adattare i fatti alla teoria. Creando, anzi direi: assemblando il falso ricordo. Dico falso non perché il Renna abbia inventato qualcosa o i carabinieri gli abbiano dolosamente suggerito una storia falsa da raccontare. Semplicemente nel corso della prima audizione i ricordi del Renna sono stati riprogrammati alla luce della teoria investigativa che era stata scelta e per la quale non si cercavano verifiche obbiettive, ma solo conferme. Sono stati riprogrammati e come ciò sia avvenuto in concreto non lo potremo sapere mai più. Perché l'interrogatorio di questo signore non è stato registrato ed è stato solo verbalizzato. Nel modo che abbiamo visto. Volete sapere quanto è possibile influenzare la risposta di un testimone e addirittura modificare il suo ricordo, semplicemente porgendo la domanda in un modo o in un altro? Lasciate che vi racconti di un'altra ricerca, italiana questa volta. A tre gruppi di studenti di psicologia, non bambini, non sprovveduti, ma studenti di psicologia che sapevano di essere sottoposti ad un test scientifico, fu mostrato un filmato. In questo filmato si vedeva una signora che usciva da un supermercato con un carrello; alle spalle della signora si avvicinava un giovane che afferrava una borsetta posta sul carrello e poi scappava. Ai tre gruppi di studenti, con domande diverse, fu chiesto di raccontare cosa avevano visto. Al primo gruppo fu posta questa domanda: "il ladro ha urtato la signora?. Al secondo gruppo: "in che modo l'aggressore ha spinto la signora?. Agli studenti del terzo gruppo fu semplicemente chiesto di raccontare cosa avevano visto. Inutile dire che nel filmato non c'era nessun urto e nessuna spinta. Io credo che voi abbiate già intuito quale fu il risultato dell'esperimento. Fra gli studenti del terzo gruppo, quello cui era stato chiesto semplicemente di raccontare i fatti, solo il 10%, o poco più parlò di un urto o comunque di un contatto fisico fra vittima e aggressore. Fra gli studenti del primo gruppo solo il 20% parlò di un urto. Fra gli studenti del secondo gruppo, quello cui era stata posta la domanda più fortemente suggestiva, ci fu quasi un 70% di risposte in cui si parlava dell'inesistente urto. Come nel caso dell'esperimento dei bambini poi, tutti quelli che parlavano dell'urto arricchivano il racconto di particolari sulle modalità, la violenza, la direzione di questo inesistente urto. Bisogna aggiungere altro? Dobbiamo sprecare altre parole per spiegare quanto il modo di condurre un interrogatorio può influire non solo sulle risposte, ma sulla stessa ricostruzione dei ricordi dell'interrogato? Non credo. Abbiamo compreso quanto sia vitale sapere quali domande, e in che sequenza, e con che ritmo, e con che tono, siano state poste ad un testimone, nella sua deposizione più importante, cioè la prima. In questo caso questa informazione vitale ci viene negata, perché nel verbale dei carabinieri c'è semplicemente scritto: a domanda risponde. A domanda risponde. Quale domanda? Quali domande?. Alzai un poco la voce. Non faceva parte delle mie abitudini, ma i giudici cominciavano ad essere stanchi e invece mi stavo avvicinando al punto cruciale. Dovevo tenerli svegli. Abbiamo detto che se non sappiamo qual è la domanda non possiamo dire se la risposta è genuina o è stata influenzata, o addirittura manipolata. Non lo potremo dire mai più perché di quell'esame, di quel primo esame del teste Renna, ci resta solo questo succinto verbale riassuntivo. Possiamo solo fare delle congetture. Ma nel farle non possiamo trascurare un fatto. Che si è verificato davanti ai nostri occhi, in udienza, in questo processo. E quel fatto è il controesame di Renna. Nel corso del quale abbiamo appreso una serie di cose molto importanti per valutare l'attendibilità di questo teste. Che non significa: valutare se il teste mente o dice la sua soggettiva verità. Significa verificare qual è il grado di rispondenza del suo racconto al reale svolgimento dei fatti. Sintetizzo queste cose. Al signor Renna non piacciono gli extracomunitari e vorrebbe che le forze dell'ordine si occupassero di loro. Il signor Renna non conosce poi così bene Abdou Thiam se, avendo sottomano ben due sue fotografie, e trovandosi nella stessa aula di udienza, non riesce a riconoscerlo. Il signor Renna, infine e conseguentemente, non è molto fisionomista e non gli risulta facile distinguere fra un cittadino extracomunitario ed un altro. Dal suo punto di vista sono tutti negri, per adoperare testualmente la sua risposta ad una domanda del difensore. Stavo per lanciare uno degli attacchi decisivi, e allora mi fermai di nuovo e lasciai ai giudici almeno una ventina di secondi. Dovevano chiedersi per quale motivo avessi smesso di parlare e darmi tutta l'attenzione di cui erano capaci, dopo tante ore di udienza. Ripresi con un tono di voce più alto. Doveva essere chiaro che eravamo arrivati al punto. E sulle dichiarazioni di questo signore, su queste dichiarazioni di origine incerta, per tutto quello che abbiamo detto a proposito del primo verbale davanti ai carabinieri, il pubblico ministero chiede che voi applichiate la pena del carcere a vita. Ricordate che per applicare non l'ergastolo, ma anche un solo giorno di carcere voi non dovete utilizzare i criteri della verosimiglianza, non dovete utilizzare i criteri della probabilità. Ammesso che in questo caso e con riferimento al contenuto della deposizione di Renna si possa parlare di verosimiglianza o di probabilità. Voi dovete applicare i criteri della certezza. Certezza! Si può parlare di certezza nella ricostruzione di un fatto, quando ogni altra ipotesi alternativa è implausibile e quindi va respinta. È questo il caso? È implausibile pensare, per esempio, che il Renna abbia visto qualcun altro, non Abdou Thiam, quel pomeriggio, visto che per lui i negri sono tutti uguali? È implausibile pensare che, in qualche modo, questo testimone si sia sbagliato? Questo testimone che, badate, fallisce clamorosamente, sotto i vostri occhi il riconoscimento fotografico. Non può esser si sbagliato? Potete affidare serenamente tutta la vostra decisione, e tutta la vita di un uomo sulle dichiarazioni di un soggetto la cui fallibilità si è manifestata sotto i vostri occhi?. Pausa. Sette, otto secondi. E attenzione. Anche se, contro ogni evidenza, voleste ritenere che il racconto di Renna è attendibile, questo non significherebbe la prova della responsabilità dell'imputato. Perché gli altri indizi a suo carico sono poco più che carta straccia. Passai ad esaminare le dichiarazioni dei due senegalesi, i risultati della perquisizione e tutti gli altri elementi di prova. Parlai dei tabulati. Anche a voler accettare che si parlasse di verosimiglianza, dissi, la ricostruzione del pubblico ministero comunque non reggeva. Anzi era quasi grottesca. Il pubblico ministero diceva che l'imputato era rientrato da Napoli in preda a un raptus e si era diretto a Capitolo con la folle determinazione di sequestrare, violentare, uccidere il piccolo Francesco ? Era pazzo, allora. Perché solo la pazzia poteva giustificare un comportamento così assurdo. E allora perché non era stato sottoposto a nessuna perizia psichiatrica ? Se per spiegare i suoi comportamenti era necessario rinviare alla malattia mentale, allora questa malattia andava accertata. Diversamente quel riferimento rimaneva solo un tentativo di suggestionare la corte. Dissi tutte queste cose ma senza parlare troppo. I giudici erano stanchi e io ero convinto che al momento di decidere avrebbero discusso soprattutto della testimonianza di Renna. Allora, come si dice, mi avviai a concludere. Concludere dal punto in cui si è cominciato da l'idea del senso compiuto e rende più forte una argomentazione. Credo. Verosimiglianza o verità, signori giudici. Probabilità o certezza. La scelta non dovrebbe essere difficile. Invece lo è. Perché se da un lato c'è la percezione, noi tutti la condividiamo, ne sono certo, che questo processo non ha fornito nessuna risposta, dall'altro lato c'è il senso di sgomento che deriva dall'idea che un crimine orrendo possa rimanere impunito, senza un autore. È un'idea insopportabile ed è un'idea che porta con sé un rischio gravissimo. In quel momento rientrò in aula Cervellati. Si sedette al suo posto e appoggiò la testa alla mano destra, usandola come una specie di barriera. Fra me e lui. Lo sguardo era ostentatamente diretto in un punto dell'aula, in alto a sinistra. Dove non c'era nulla. Era la posizione più simile al darmi le spalle che fosse fisicamente consentita dalla disposizione dei banchi, paralleli, e delle sedie. Pensai che era uno stronzo e andai avanti. Il rischio è quello di cercare di liberarci da questa angoscia trovando non il colpevole, ma un colpevole. Uno qualunque. Uno che ha avuto la sfortuna di rimanere impigliato nel processo. Senza, avere, fatto, niente. Lasciatemelo ripetere: senza, avere, fatto, niente. Qualcuno potrebbe non condividere il tono categorico della mia affermazione. Mi sta bene. È legittimo avere dubbi. Io sono il difensore e, per molti motivi, sono convinto dell'innocenza del mio assistito. Voi avete il diritto di non condividere questa certezza. Avete diritto ai vostri dubbi. Avete il diritto di pensare che Abdou Thiam potrebbe essere colpevole, nonostante quello che dice il suo avvocato. Potrebbe essere colpevole. Nonostante l'assurdità della ricostruzione proposta dalla pubblica accusa, avete diritto di pensare che l'imputato potrebbe essere colpevole. Potrebbe. Modo condizionale. Le sentenze però non si scrivono, non si possono scrivere, al modo condizionale. Si scrivono all'indicativo, affermando certezze. Certezze. Potete fare affermazioni di certezza ? Potete dire che certamente il teste Renna non si è sbagliato ? Potete dire che alla fine di questo processo non esiste un dubbio ragionevole? Se potete dire tutto questo, allora condannate Abdou Thiam. Avevo alzato la voce e mi resi conto che non stavo recitando, questa volta. Condannatelo all'ergastolo, e a niente di meno. Se potete dire che non esiste nemmeno un dubbio, se siete assolutamente certi, voi dovete condannare quest'uomo a rimanere in carcere per sempre. Dovete avere il coraggio di farlo. Molto coraggio. Per un tempo indefinito rimase tutto sospeso. Fino a quando non sentii di nuovo la mia voce. Bassa ora, e incrinata. Se però non avete questa certezza, allora vi serve ancora più coraggio. Per non soffocare i vostri dubbi nel nome della giustizia sommaria, e quindi per assolvere, ci vorrà un enorme coraggio. Sono sicuro che lo avrete. Grazie di avermi ascoltato.

Gianrico Carofiglio (Testimone Inconsapevole - Ed. Sellerio)

Scempio delle ville di Bagheria

La senia o noria oggi in disuso, era costituita da un sistema di secchielli inseriti in un nastro a catena che ruotavano con un congegno meccanico, a trazione animale (di solito asino o mulo) a mezzo di una manovella girata a mano per tirare dai pozzi l'acqua per l'irrigazione dei campi", leggo nel libro di Oreste Girgenti su Bagheria, il solo libro organico che racconti la storia della cittadina. Un uomo onesto questo Girgenti, meticoloso e molto amante della sua terra. Anche se si indovina, dietro le sue ricerche accurate, il terrore di offendere i notabili del paese, che siano sindaci, o prelati o nobili o "emeriti professori". Un libro accurato e rassicurante, di assoluto ossequio alle "autorità". Nel libro compare la data del 1985 ma immagino che si tratti di una ristampa perchè sembra uscito dai cassetti di uno studio dell'Ottocento. Anche le fotografie sembrano a cavallo del secolo, con il loro sobrio bianco e nero, e mostrano una Bagheria ormai inesistente, commovente nelle sue sfilate di scolaresche dei Convitto Manzoni, o negli scorci di ville viste da lontano, sprofondate in mezzo agli ulivi che sono stati tagliati per lo meno da mezzo secolo. Niente ci viene detto, da parte dell'onesto Girgenti, sullo scempio delle ville di Bagheria che pure lui ama e ammira. Tutto è cominciato con un esproprio voluto dal Comune di Bagheria verso la metà degli "anni '50", scrive Francesco Alliata, uno dei pochi fra i miei parenti che ha dimostrato una coscienza civica, assieme alla giovane nipote Vittoria. "Non fu possibile da parte di mia zia Caterina e di mio fratello Giuseppe di convincere il Comune a usare un'altra area vicina." Il pretesto era la costruzione di una scuola elementare. Ma chiaramente si trattava di una scusa perchè la scuola si sarebbe benissimo potuta costruire un poco più in là, mentre le terre vincolate che contornavano villa Valguarnera facevano gola a chi voleva costruire in pieno centro di Bagheria. Uno dei preziosi "polmoni verdi", uno degli spazi più deliziosamente arredati dai giardinieri di tre secoli fa è stato così brutalmente "ripulito" dei suoi alberi secolari, delle sue fontane, dei suoi vialetti, delle sue statue, delle sue balaustre in arenaria, per fare spazio a una orribile scuola che non ha nessuna vera necessità di stare dove sta. Ma si trattava di una prima mossa, apparentemente nata da una considerazione di bene comune; chi si sarebbe opposto alla costruzione di una scuola pubblica? per poi fare seguire le villette e i palazzi. Che la zona fosse vincolata da precise leggi per la difesa del paesaggio, dei monumenti e del verde pubblico non preoccupa nessuno. All'esproprio segue la costruzione di una strada e poi di un'altra strada, piùlarga e infine ecco le lottizzazioni selvagge. Solo nel '65, a scempio avvenuto, per volontà del Partito comunista di Bagheria viene costituita una Commissione d'inchiesta presieduta dall'onorevole Giuseppe Speciale. Essa, dopo avere indagato con scrupolo per mesi, compila una serie di relazioni davvero angosciate e allarmanti in cui si denunciano, con nomi e cognomi, coloro che hanno contribuito allo sfacelo del primo e del secondo polmone verde di Bagheria per favorire quelli che a Roma si chiamano "palazzinari", con la complicità a volte sfacciata, a volte sorniona e nascosta degli uomini del governo locale: sindaci, consiglieri comunali, assessori, tecnici eccetera. "L'Amministrazione comunale", scrive Rosario La Duca, uno dei più attenti osservatori delle cose siciliane, "ha volutamente ignorato gli strumenti di legge che erano predisposti nel tempo, ha favorito la speculazione privata, ha dato un eclatante esempio di malcostume politico e di corruzione [...] Dopo villa Butera, il massacro urbanistico di Bagheria prosegue senza pietà... l'Amministrazione oggi, con questa inchiesta, viene chiamata a rispondere di fronte alla magistratura di gravi imputazioni che emergono dai risultati dei lavori di una commissione d'inchiesta scrupolosa e vigile." Qualcuno ha accusato Francesco Aliata di essere coinvolto anche lui e di avere partecipato, attraverso sua zia e sua cugina Marianna Alliata, alla svendita del "polmone verde". "Ma se anche i miei congiunti furono colpevoli", risponde saviamente lui, "era comunque dovere di una Amministrazione comunale seria e responsabile impedirlo in quanto custode ed esecutore per legge dei vincoli imposti dallo Stàto. Ho avuto fra le mani, grazie all'amicizia di una delle persone più oneste, amabili e intelligenti di Bagheria, il professor Antonio Morreale, appassionato studioso della storia di Sicilia, le relazioni della Commissione di inchiesta sull'attività dell'Assessorato ai Lavori Pubblici del Comune di Bagheria fatte nel 1965. A leggere queste carte si rimane stupefatti dalla sfacciata arroganza, dalla sicurezza dell'impunità che accompagna le azioni di questi amministratori comunali senza scrupoli e senza vergogna. La manipolazione più grande dei terreni vincolati di Bagheria", raccontano i commissari, "avviene nel luglio del '63." Il personaggio che sbuca appena qualche pagina più avanti e che continuerà ad apparire dietro ogni contratto ambiguo, dietro ogni progetto, ogni lottizzazione è un altro, un certo ingegner Nicolò Giammanco. Un protagonista oscuro, minaccioso, tenace, che riesce, con le buone e con le cattive, a costringere tutti al suo volere. Ha qualcosa del demone, ma di un demone "meschino", molto simile al personaggio segreto e infelice di Sologub. Vengono interrogati i consiglieri comunali, i sindaci, ma nessuno sa niente, nè ricorda niente. Altri si rifiutano perfino di andare a rispondere. Si barricano in casa, si danno malati, o sono "partiti". Uno dei segretari del Comune dichiara candidamente "di non ricordare di avere mai partecipato a una riunione della Giunta nel corso della quale si sarebbe discusso del prezzo concordato per l'area su cui sorge la scuola, nonché sull'ampliamento della zona da edificare al di là del limite segnato dal piano di fabbricazione. E soggiunge che probabilmente di questi argomenti si parlava dopo che gli argomenti regolarmente iscritti all'ordine del giorno erano stati esauriti ed egli di conseguenza si allontanava". Ma dove andava? nel corridoio "a fumare una sigaretta"? o si chiudeva nel cesso aspettando che finissero di manomettere il piano approvato dai consiglieri, oppure se ne andava a casa? Questo non è detto nelle carte dei commissari. "Il fatto", dichiara il segretario comunale "avveniva spesso e ricordo che tutte le volte che in Giunta venivano discussi argomenti relativi ai Lavori Pubblici la Giunta chiamava ad assistervi un funzionario dell'Ufficio Tecnico e che questo funzionario era quasi sempre l'ingegner Giammanco." Il sindaco, a sua volta interrogato, dice di non saperne niente. Tutti cascano dalle nuvole quasi che la Giunta fosse fatta di soli corpi vuoti, i cui cervelli e le cui memorie rimanevano fuori della porta. Ci sono dei fatti, fra quelli raccontati dalla Commissione, che sfiorano il grottesco e farebbero ridere se non ci fosse da piangere per i risultati che ne sono seguiti, di impoverimento ai danni dei cittadini di Bagheria, di rovina delle bellezze e quindi delle ricchezze del paese, di distruzioni architettoniche e ambientali. Il Comune, tanto per dirne una, concede a un dato momento il permesso di costruire un liceo, in piena zona vincolata, a una certa ditta Barone. La ditta comincia a buttare giù alberi antichi. Scava e butta cemento. Dopo qualche mese il Comune "si accorge" che i lavori non possono più andare avanti perchè la zona è vincolata e per legge non vi si possono costruire edifici né pubblici nè privati. La ditta Barone giustamente chiede i danni. I magistrati danno ragione alla ditta e il Comune è chiamato a pagare poichè, "pur conoscendo e dovendo conoscere il vincolo di cui sopra, contrattò con il Barone in condizioni tali da rendere quanto meno prevedibile l'intervento delle competenti autorità per il rispetto del vincolo con la conseguente necessità di sospendere i lavori già iniziati e di rimaneggiare il progetto". Ma tutti sanno che è un incidente di percorso, non grave, che si troverà un rimedio alla pretesa della giustizia. Qualche intimidazione, qualche erogazione di denaro nero e i lavori ricominciano ben presto. In piena zona vincolata, senza il permesso della Soprintendenza vengono piantate le fondamenta di mostruose costruzioni a dieci piani. E i progetti sono regolarmente approvati da Assessori, Commissioni edili, Uffici Tecnici del Comune. In ognuno di questi progetti si trova però lo zampino dell'ingegner Giammanco. La Commissione addirittura ha scoperto che "da un sopralluogo effettuato nella zona risulta che una parte della strada è recintata con la proprietà dell'ingegner Nicolò Giammanco". Il quale Giammanco intanto è diventato amico della principessa Alliata e con lei progetta un'altra sede di lotti "a monte della via Seconda malgrado il vincolo esistente dalla stessa Alliata portato a conoscenza del Comune in una lettera del 24.8.57". La Commissione scopre che spesso i permessi dell’Ufficio Tecnico, che è diretto dall’ingegner Trovato, vengono scritti di pugno dall'ingegner Giammanco e poi firmati dal suo capo. Inoltre "tutte le pratiche risultano incomplete: il rilascio delle licenze è irregolare, mancano i visti della Soprintendenza, manca il deposito in Prefettura dei calcoli in C.A. [Cemento Armato], mancano tracce delle riunioni regolari della C.E. [Commissione Edilizia], manca il pagamento dei contributi dovuti per la Cassa di Provvidenza Ingegneri e Architetti". Tutti i contratti con privati risultano essere stati scritti alla presenza del notaio Di Liberto Di Chiara di Bagheria, "assistito dal professionista Nicolò Giammanco che è indicato dagli stessi come "consulente tecnico"'. Quindi un controllo totale della situazione speculativa delle aree vincolate. "Alcuni di questi lotti risultano inoltre acquistati dallo stesso ingegner Giammanco." La Soprintendenza messa all'erta dalle relazioni della Commissione (ma possibile che non se ne fosse accorta prima?), dichiara che non darà mai il permesso di costruire nelle zone vincolate. Ma nessuno evidentemente tiene conto delle dichiarazioni della Soprintendenza, poichè le "Amministrazioni comunali proprio in quel periodo autorizzavano la nuova lottizzazione sulla strada Seconda e lasciavano che si costruissero nuovi palazzi in zona verde. Insomma le relazioni della Commissione come le parole della Soprintendenza sono rimaste lettera morta. I lavori hanno continuato a imperversare, e i due polmoni verdi di Bagheria sono stati "mangiati in due bocconi". Al loro posto abbiamo una scuola elementare tirata su in un deserto di terra e fango, un liceo che non è mai stato finito e, per di più, un mare di case nuove, affastellate in dispregio di ogni regola architettonica e urbanistica. Alla fine, quando le carte della Commissione sono state rese pubbliche e se ne è parlato anche sui giornali, anzichè punire i colpevoli e riparare (nei limiti del possibile) ai danni fatti, si è risolto tutto con una sanatoria, un condono che mandava assolti gli speculatori con una piccola multa. Per la precisione: il sinor Nicolò Giammanco è stato prosciolto nel '73 dalle accuse di interessi privati in atti di ufficio e falsità ideologica per amnistia e per insufficienza di prove e, nel '75, avendo lui ricorso in Appello, il suo caso è stato giudicato "inammissibile" e il signor Giammanco è stato condannato a pagare le spese di giudizio. In questo modo le straordinarie ville settecentesche di Bagheria, che sono fra le più preziose ricchezze della Sicilia, sono state private dei loro contorni, rimanendo li, in mezzo alle case, come testimoni intirizziti e malmenati di un passato che si ha fretta di distruggere. Basti pensare ai famosi mostri in pietra arenaria della villa Palagonia, tanto originali e stravaganti da avere chiamato, ad ammirarli, a fotografarli, a scriverne, gente da tutto il mondo. Ma mentre una volta questi capolavori del grottesco barocco si stagliavano elegantemente contro il cielo, oggi sono come inghiottiti da una cortina di case, di appartamenti arrampicati gli uni sugli altri disordinatamente. Ho chiesto al professor Nino Morreale se oggi l'atmosfera a Bagheria è cambiata. E lui mi ha risposto: Finchè un magistrato non si deciderà a studiare a fondo gli atti dell'amministrazione di Bagheria, e finchè tutto rimane affidato alla buona volontà dei pochi cittadini che si prendono questa briga, non ci sono molte possibilità di cambiamento.

Dacia Maraini (Bagheria)

IL PRINCIPE RIVOLUZIONARIO

"parla il cameriere"
Quando tiene i discorsi, è vero,
è rivoluzionario, lo ammetto:
ma quando non parla cambia aspetto,
diventa di tutt'altro umore.

È a casa che avviene il cambiamento:
povero me, se manco di rispetto!
o se nel dargli un foglio non lo metto
come vuole lui, nel vassoio d'argento!

Ti basti questo: quando va in campagna
a tenere le conferenze nei comizi
sua moglie la chiama: la compagna.

La compagna? Benissimo: ma allora
perché con le persone di servizio
continua a chiamarla: la mia signora?

Trilussa

E una madonna che sorride .....?

Pare che in Italia, solo nell'ultimo secolo, ci siano state ben quattrocento Madonne piangenti e non una, dico una, che sorride. Perchè mai tutto questo? Perchè la fede tende alla tragedia e rifugge dalla commedia. Oppure perchè è molto più difficile far ridere una statua che farla piangere. Questi fenomeni avvengono quasi sempre in provincia e nei periodi d'instabilità politica. Evidentemente i santi, dall'altro mondo, seguono con molta attenzione le vicende politiche riportate dai nostri quotidiani e dai telegiornali e, non potendo intervenire in diretta, si esprimono come possono, facendo cioè piangere le loro immagini terrestri. Lo scettico non è un uomo che non crede, ma semplicemente un individuo che mette in dubbio la realtà, giacchè per lui il "credere" e il "non credere" sono sullo stesso piano emotivo. I responsi scientifici, se condotti in modo non rigoroso, lo lasciano del tutto indifferente Che il sangue o che le lacrime di una qualsiasi effigie sacra siano vere, o che le statue non nascondano cunicoli interni o altri marchingegni, per lui non ha alcuna importanza: si tratta sempre di riscontri privi di significato. Per testimoniare l'avvenuto miracolo, i reperti dovrebbero essere prelevati contemporaneamente al miracolo. In altre parole, lo scettico mette in dubbio che il sangue sottoposto a esame sia lo stesso di quello versato dalla statua e teme che la statua sia stata cambiata un attimo prima di essere esaminata ai raggi x. D'altra parte, come dargli torto? Un qualsiasi prestigiatore di mezza tacca sarebbe in grado di operare trucchi del genere. Ma allora, così ragionando, non dovrei neanche credere al miracolo di San Gennaro. E infatti non ci credo: il fatto che a sciogliere il sangue ci siano ben undici santi, di cui dieci a Napoli e uno nelle vicinanze (per la cronaca San Pantaleone), mi ha sempre fatto nascere qualche dubbio.
La stupidità è il motore del mondo. I politici, gli uomini di marketing, i religiosi, i personaggi dello spettacolo campano tutti, chi più chi meno, slla stupidità umana. Che cosa è, infatti, la pubblicità se non una forma di plagio collettivo? E su cosa si basa l'audience di un programma televisivo se non sul cattivo gusto della maggioranza? E fino a che punto sono sinceri i discorsi dei politici nel periodo elettorale? Perchè poi tutto questo non faccia ridere le statue, resterà sempre un mistero.

Luciano De Crescenzo (Il Caffè sospeso: saggezza quotidiana in piccoli sorsi - Mondadori)



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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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