"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

Fotogazzeggiando

Fotogazzeggiando
Fotogazzeggiando: Immagini e Racconti

Cerca nel blog

Translate

mercoledì 7 gennaio 2009

IL MITO DEL «CHE»

La contestazione interna si ispirava naturalmente, in gran parte, anche a modelli stranieri. Ed è chiaro che la congiuntura internazionale del periodo rivoluzionò, fra gli italiani, la scelta dei punti di riferimento. La guerra del Vietnam, con le immagini dei villaggi bombardati più volte trasmesse in tv, incrinò - per la prima volta dalla fine della guerra - il mito dell'America. I vietcong diventarono così il simbolo della lotta per il comunismo e contro l'imperialismo del grande capitale; le marce e gli slogan anti-Usa («Creare uno, due, tre, cento Vietnam») furono una costante soprattutto all'inizio del decennio della contestazione. L'America, certo, forniva ancora miti ed eroi; che non erano più, però, interpreti del «sogno americano», ma al contrario rappresentanti della rivolta contro quel sistema: gli studenti dei campus occupati, le comuni californiane, la controcultura, il Black Power e Malcolm X. La grande potenza-modello diventò così la Cina, dove la Rivoluzione culturale del 1966-67 sembrava aver indicato una nuova strada per la costruzione del socialismo: non più l'organizzazione gerarchica e centralistica dell'Unione Sovietica, ma – finalmente - un movimento di massa spontaneo e antiautoritario. Ma nulla e nessuno colpi l'immaginazione dei giovani come il personaggio di Ernesto Guevara, detto il «Che». Argentino, nato nel 1928 da Ernesto Guevara Linch (figlio di un'irlandese) e da Cella de La Serna, laureato in medicina a Buenos Aires nel 1953, il «Che» aveva cominciato a costruire la sua leggenda nel 1955, quando si era arruolato nel corpo rivoluzionario cubano di Fidel Castro. Arrestato, liberato, ferito in battaglia, il 31 dicembre 1958 vinse la battaglia (decisiva) di Santa Clara, costringendo alla fuga il leader cubano Batista. Era la vittoria della rivoluzione castrista, e il «Che» divenne prima cittadino cubano, poi ambasciatore, poi capo del dipartimento dell'industrializzazione dell'istituto per la riforma agraria, quindi presidente del Banco Nacional, infine ministro dell'Industria. Ma anziché godersi poltrone e successo, Che Guevara continuò il suo sogno di rivoluzionario al servizio non di una patria, ma di un'idea: e girò il mondo che riteneva oppresso, dall'America Latina all'Algeria, per organizzare guerriglie e rivolte. L'8 ottobre 1967 venne ferito e catturato in Bolivia, il cui governo era andato, appunto, a combattere. Interrogato, si rifiutò di rispondere. Il giorno dopo, 9 ottobre 1967, alle 13.10 il sergente Mario Teran lo uccise con una raffica di mitra. Come sempre, morto l'uomo nacque il mito. «Perché ci piaceva tanto, perché ci piaceva più di tutti?» ha scritto Massimo Fini. «Perché il "Che", con i suoi ideali, con il suo agire totalmente disinteressato, nobilitava e mascherava alcune inconfessabili pulsioni della mia generazione: la voglia di violenza, la voglia di guerra. (...) Noi, come tutti i giovani, amavamo la violenza, rimpiangevamo la guerra, anche se non potevamo dirlo nemmeno a noi stessi. E il "Che" legittimava se non la guerra perlomeno la guerriglia, se non le armi almeno i bastoni e i cubetti di porfido.» Naturalmente Che Guevara piaceva molto meno alla sinistra ortodossa, quella del Partito comunista e del socialismo reale. Che Guevara era per loro un rompiscatole che avrebbe messo in discussione anche lo status quo raggiunto dopo la rivoluzione, un teorico della trotzkiana «rivolta permanente», un personaggio difficilmente addomesticabile. Molto tempo dopo, verso la metà degli anni Ottanta, non pochi si sorpresero quando il «Che» venne celebrato anche dalla Nuova Destra. Ma se la sorpresa era giustificata dal fatto che, politicamente, Che Guevara è da collocare fra i nemici, cioè fra i marxisti, per altri versi l'ammirazione che certi elementi della destra estrema hanno nutrito per lui è più che comprensibile. Che Guevara era un paladino di quell'antiamericanismo che è una delle poche cose che uniscono sinistra extraparlamentare con destra radicale; combatteva le odiate plutocrazie, e soprattutto incarnava quel mito dell'eroe, del guerriero romantico tanto celebrato dalla mistica fascista. La storia gli ha dato torto. Non tanto perché la Cuba di Castro si è rivelata ben diversa da quel paradiso terrestre che i rivoluzionari credevano e volevano far credere. Ma perché Che Guevara rappresenta la massima espressione dell'utopista, di colui che non vuole accettare né l'impossibilità del sistema perfetto né l'ineluttabilità di un lungo e duro lavoro per un lento (e peraltro sempre parziale) miglioramento delle cose. Rappresenta l'utopista che si illude di cambiare tutto con un solo atto risolutivo, e che ritiene, secondo l'insegnamento di Jean-Jacques Rousseau, che cambiato il regime tutti gli uomini diventeranno buoni. L'illusorio mito dell'«uomo nuovo» è stato spinto alle estreme conseguenze da questo guerrigliero che, una volta constatati i limiti del sistema che lui stesso aveva contribuito a edificare, anziché fermarsi a lavorare per migliorare il regime ha sempre preferito andare alla caccia di altre rivoluzioni, e quindi di altri paradisi terrestri. Ha scritto l'insospettabile Giulio Savelli nel venticinquesimo anniversario della morte: «Avrei preferito che Guevara, uomo onesto, fosse ancora vivo (avrebbe solo sessantaquattro anni): per spiegarci dove i rivoluzionari cubani avevano sbagliato e per distogliere i giovani dal seguirne l'esempio. Ma fino a questo punto Guevara non ebbe coraggio. Come molti suoi compagni dell'originario gruppo guerrigliero che, per continuare a tacere, hanno preferito togliersi la vita». Così scrive oggi l'ex editore-rivoluzionario Savelli. Ma per anni il volto del guerrigliero Guevara, con basco e stella rossa, è stato un'icona immancabile nelle case di centinaia di migliaia di giovani.

Michele BRAMBILLA (Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto - Rizzoli - 1994)

Parla della condizione della donna

Le donne, poverelle, non sono state mai considerate. Al tempo degli Egiziani le donne o facevano le sacerdotesse o le modelle per le Piramidi. Il pittore di una piramide le faceva entrare e le metteva di profilo, con i piedi di profilo e le mani alzate di profilo. Poi quando aveva finito se ne andava e magari le lasciava sempre ferme di profilo. Diventate romane, le donne pettinavano le madri oppure preparavano da mangiare. Se veniva un ricco principe in casa e si sdraiava sul lettino, dovevano ballare e fare la spaccata. Ai tempi medioevali portavano un lungo cappello in testa a forma di coppetto (1), e una cintura di castità a chiave. Se si apriva quella chiave le donne medioevali erano uguali a quelle attuali. Nel Mille e Ottocento le donne suonavano solo il violino, nel Mille e Novecento aspettavano l'uomo che ritornava dalla guerra. Se passavano due o tre mesi e ancora non tornava non aspettavano più e se ne prendevano a un altro. Le donne moderne anche se sono moderne, lo stesso non contano niente. Per esempio: perché in questa classe ci sono venti maschi e solo due bambine? Allora si dovrebbe chiamare SCUOLO, non SCUOLA!

(1) Cartoccio conico, ad esempio per avvolgere le caldarroste.

Marcello D'Orta ("Dio ci ha creato Gratis - 1992)

L'incorregibile

In sogno, Dio apparve al Cavaliere. Questi lo riconobbe subito, perché il Signore era esattamente come lo raffiguravano, col tunicone e la gran barba bianca. «Sono venuto a trovarti», fece Dio, «per farti capire come la tua smodata ambizione, la tua inesauribile sete di potere siano assolutamente ridicole. Anche se tu conquistassi l’universo intero, resteresti sempre un nulla. L’universo, figlio mio, è finito». «In che senso?», domandò il Cavaliere. «Ora te lo spiego», rispose Dio. «Immagina che io possegga una collezione di migliaia e migliaia di bottiglie di champagne. Ne ho stappata una, e quello che chiamate big bang non era altro che il rumore del tappo che saltava, ho riempito un bicchiere, e ora sto per berlo. Le stelle che i vostri astronomi vedono nascere e morire sono semplicemente le bollicine che si formano e scoppiano. E tu sei dentro quel bicchiere e quel bicchiere è il tuo universo. Ma appena avrò bevuto il mio champagne, il vostro universo scomparirà. Hai capito?». «Perfettamente», rispose il Cavaliere. «E quanto mi verrebbe a costare questa vostra collezione?».

Andrea Camilleri


La solitudine dei numeri primi

I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci. Il secondo pensiero lo sfiorava soprattutto di sera, nell'intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi delle bugie.
In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l'11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l'uno all'altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finché non li si scopre.

Paolo Giordano (da "La solitudine dei numeri primi" - Mondadori - Premio Strega 2008)

Due volte in vendita la stessa patacca

Aveva ancora negli occhi le splendide immagini dell'Olimpiade di Torino il presidente Ciampi, quando ieri alle dieci del mattino ha firmato il decreto di scioglimento delle Camere. La legislatura è finalmente conclusa, sicché è tempo di farne un bilancio e tracciare un preventivo politico e programmatico dei bisogni e delle frustrate speranze degli italiani. Ma prima un'osservazione preliminare. La festa olimpica di Torino era un appuntamento atteso con comprensibile ansia dagli organizzatori del Comitato olimpico e soprattutto dalle istituzioni italiane coinvolte in quella manifestazione: il capo dello Stato, grande sponsor dei Giochi, il ministro dell'Interno, le forze di pubblica sicurezza, il Comune di Torino e la Regione Piemonte. Non metterei nel novero il presidente del Consiglio che nella festa olimpica ha visto soltanto la possibile occasione per dimostrazioni di piazza che avrebbero reso necessarie azioni repressive e sarebbero state usate elettoralmente contro la sinistra "rossa". Questa occasione per fortuna non c'è stata. Una città in festa nelle strade e nelle piazze ha impedito e isolato con la sua sola presenza le velleità contestatrici dei facinorosi di professione. I quali hanno dovuto rinfoderare striscioni e bastoni limitandosi ad un malinconico corteo di poche centinaia di persone dissoltosi nell'ombra della notte gelata. Insieme agli striscioni ha dovuto essere rinfoderato anche l'appello che Berlusconi voleva diffondere fin dal mattino, denso di minacce e di chiamate alle armi: il ministro dell'Interno ne ha impedito la diffusione giudicandolo come una spruzzata di benzina sulla brace. Sicché al "premier" silenziato dal suo ministro non è rimasta altra consolazione che riparare nel sicuro studio di Mentana a Canale 5, dove dalle ventitré all'una dopo mezzanotte ha messo in scena il consueto monologo televisivo che da un mese si svolge con assoluta regolarità: insulti e fango sull'avversario, disprezzo e velate minacce contro i suoi stessi alleati, descrizione di un'Italia benestante ma tinteggiata di bolscevismo rivoluzionario e terrorista. Il flop dei contestatori di Torino ha dimostrato una volta di più il farnetico di questa visione berlusconiana che i suoi alleati criticano aspramente in privato ma supportano in pubblico. In realtà sia Fini che Casini puntano ora alla loro ultima spiaggia e cioè ad un pareggio elettorale al Senato che gli consentirebbe di negoziare con la parte "buona" del centrosinistra. Sperano cioè in un risultato incerto e gravido di confusione ulteriore. Credo che facciano molto male i loro conti e sottovalutino la profonda saggezza degli elettori.

***

Questa legislatura, se si vuole compilarne un giudizio consuntivo, è nata con un vizio di origine; è partita fin dall'inizio col piede sbagliato puntando non sulla coesione sociale ma sulla divisione del paese, una sorta di lotta di classe alla rovescia che mettesse una volta per tutte sotto schiaffo i lavoratori definiti privilegiati perché garantiti da un posto di lavoro fisso che in quanto tale bloccava la mobilità, la produttività, la competitività, penalizzando i giovani, i disoccupati, i pensionati futuri. La strategia del governo e della sua maggioranza vittoriosa alle elezioni del 2001 fu chiarissima fin dall'inizio: bisognava azzerare la politica dei redditi basata sulla concertazione e questo fu fatto. E poi bisognava battere i sindacati confederali e dividerli, accrescere la flessibilità già introdotta largamente dal governo Prodi con la legge Treu, creare per quanto possibile una rete di ammortizzatori sociali, proteggere i redditi dei lavoratori autonomi e delle partite Iva tollerandone l'ampia fascia di evasione fiscale. Infine sferrare la battaglia - simbolica ma anche sostanziale - contro l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori accrescendo i limiti di licenziabilità senza giusta causa con l'intento di favorire l'evoluzione delle piccole aziende verso imprese di maggiori dimensioni. Il tutto innaffiato da una robusta diminuzione delle aliquote delle imposte sul reddito favorendo in misura più che proporzionale le fasce superiori ai 20mila euro di reddito annuo. Perché dico che questo programma era condannato da un peccato originale? Perché le condizioni dell'economia mondiale lo rendevano di impossibile attuazione ed anche perché molte delle premesse erano inesistenti. Per esempio l'ipotesi di far crescere le dimensioni delle piccole imprese: nel quinquennio esse non sono aumentate ma anzi drasticamente diminuite. Per esempio l'ipotesi di migliorare la competitività: dalla posizione 26 siamo scivolati alla posizione 43 nella classifica mondiale. Per esempio l'ipotesi di un aumento della produttività, reso vano dalla stasi dell'innovazione di prodotto. E poi la stagnazione della domanda mondiale con le sue drammatiche ripercussioni sui nostri mercati. Conseguenza: stasi del Pil, aumento del deficit, aumento del fabbisogno, aumento del debito pubblico, azzeramento dell'avanzo primario, crescita della spesa e diminuzione delle entrate. Per far fronte a queste falle i previsti ammortizzatori sociali furono rinviati a miglior tempo e così pure la restituzione ai lavoratori del "fiscal drag"; il credito d'imposta che favoriva la creazione di nuovi posti di lavoro fu abolito. Per fortuna, grazie all'euro, i tassi di interesse sui prestiti e sui mutui si mantennero bassi, ma la conversione dei prezzi dalla lira all'euro dimezzò il potere d'acquisto dei ceti più deboli. Berlusconi parla a vanvera del cambio lira-euro. Ci sarebbe voluto, dice il premier, un cambio a 1500 lire anziché a 1936. Cioè una follia, ammesso che fosse possibile (e non lo era): con 1500 lire contro 1'euro le esportazioni si sarebbero bloccate, la domanda di merci e servizi italiani a cominciare dal turismo sarebbe crollata. Insomma una vera catastrofe, come lo fu la famosa "quota novanta" voluta da Mussolini, che fece precipitare nel disastro l'economia italiana di allora. Per sostenere in qualche modo la finanza pubblica si ricorse ai condoni e alla svendita dei beni patrimoniali. E a tutti gli artifici della cosiddetta finanza creativa. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Il governo conclude l'opera sua consegnando al prossimo Parlamento una finanza ipotecata e un'economia stagnante. È migliorato, è vero, il livello dell'occupazione, dovuto per un terzo alla regolarizzazione di mezzo milione di immigrati. È aumentato però il lavoro precario. Sono peggiorate le prospettive dei giovani. Il sommerso ha toccato la percentuale record del 40 per cento e con esso l'evasione fiscale. Infine il potere d'acquisto è crollato mentre il governo ha buttato dalla finestra 12 miliardi di minori aliquote sull'Irpef, peraltro più che compensate da un drastico aumento delle imposte indirette e dei tributi locali. Questo è lo stato dei fatti nella finanza e nell'economia.

* * *

Gli elettori che votarono per Berlusconi cinque anni fa non volevano questo. Volevano e speravano in un paese in cui la burocrazia fosse ridotta all'essenziale e guadagnasse in efficienza (non fatto); una giustizia più rapida (non fatto); una sicurezza personale più garantita (non fatto); una lotta vittoriosa contro la criminalità organizzata (non fatto); trasporti più agevoli e veloci (non fatto); mercati più liberi e concorrenziali (non fatto); scuola moderna e capace di formare i giovani (non fatto); un po' più di agio familiare e individuale (non fatto). Questo volevano coloro che votarono per il centrodestra nel 2001. Per ottenere queste necessarie riforme chiusero gli occhi sul più clamoroso conflitto d'interessi mai verificatosi in Italia, in Europa, nelle democrazie del mondo intero. Sperarono che il titolare di quel conflitto non ne profittasse, come aveva solennemente promesso, e che non ne traesse beneficio a danno della comunità. Poi, man mano che il tempo passava, che l'arricchimento della famiglia "Fininvest" diventava clamoroso, che le leggi in favore del "clan" fioccavano in un parlamento bulgaro, quegli elettori cominciarono a disertare fino a quando il disincanto diventò un fenomeno di massa. Ma purtroppo i guasti morali oltre che materiali sono stati immensi. La perdita di prestigio all'estero così profonda che ci vorrà una generazione per recuperare. Il titolare del potere esecutivo è convinto (lo è veramente e questo è il dramma suo e nostro) di essere il meglio, di aver lui creato il G8, d'esser lui l'amico numero uno di Bush, di Putin e di Blair, d'aver guidato a fianco dell'America la politica dell'intero Occidente. Ieri sera, davanti ad un allibito conduttore, ha detto di sentirsi secondo solo di fronte a Napoleone, ma se vincerà il 9 aprile supererà anche l'imperatore. È una battuta? Non lo è. Chi conosce Silvio Berlusconi sa che le cose in cui veramente crede lui le dice sotto forma di battuta. Mai stato così serio. Lo ripeto: questa legislatura è partita col piede sbagliato. Ma i danni maggiori li ha fatti a partire dal 2003. Nel 2004 avrebbe dovuto già concludersi per risparmiare altri danni al paese. Nel 2005 sono emersi in tutta la loro gravità con il Pil a livello zero e l'avanzo primario del bilancio cancellato. A gennaio c'è stato l'assalto alle televisioni a dispetto d'ogni regola scritta o di semplice buonsenso. L'Europa ride di lui e di noi. Bush e Putin lo accontentano con le pacche. Pacche a lui patacche a noi. Non vi sembra ora di farla finita con questa buffonata che dopo cinque anni è diventata un incubo nazionale?


EUGENIO SCALFARI (12 febbraio 2006)


martedì 6 gennaio 2009

Ho visto

Ho visto un binario morto che aspettava di essere sepolto.

Ho visto un cartello per la strada con scritto: ESSO a 1200 m, ma lui non sono riuscito a vederlo.

Ho visto un gallo puntare una sveglia per paura di essere licenziato.

Ho visto gatti neri rincorsi da cani razzisti.

Ho visto genitori molto attempati mettere al mondo dei nipoti.

Ho visto firmare assegni circolari con un compasso.

Ho visto astronauti al ristorante chiedere il conto alla rovescia.

Ho visto un atleta mangiare 2 primi 3 secondi e 4 decimi.

Ho visto un caffè fare un errore ed essere corretto con la grappa.

Ho visto dei cannibali leccarsi le dita e dire: era una persona veramente squisita.

Ho visto un contadino soffiarsi il naso nel suo fazzoletto di terra.

Ho visto diabetici morire in luna di miele.

Ho visto donne talmente affezionate al loro marito da usare quello delle loro amiche.

Ho visto un uomo riportare una leggera ferita al suo legittimo proprietario.

Ho visto una cicala ereditare una fortuna da una formica morta di stress.

Ho visto donne conservare in frigo il terziario avanzato.

Ho visto gondole cambiare canale con il telecomando.

Ho visto un libro con l'indice fratturato.

Ho visto lenti da sole in cerca di compagnia.

Ho visto una moschea piena di zanzare.

Ho visto pescatori morire di fame perché non sapevano che pesci pigliare.

Ho visto un uomo con un occhio pesto e uno ragu'.

Ho visto un'attrice diventare porno per aver preso tutto sottogamba.

Ho visto una porta chiudersi in un ostinato mutismo.

Ho visto preti guariti negare di essere stati curati.

Ho visto un grande regista girare l'angolo.

Ho visto la Madonna di Fatima andare in vacanza a Lourdes.

Ho visto sci con attacchi epilettici.

Ho visto servizi segreti con la tazza nascosta dietro al bidét.

Ho visto un topo d'appartamento inseguito dal gatto delle nevi.

Ho visto un torero incornato dal marito di una entraineuse.

Ho visto un verme battersi per farsi chiamare single e non solitario.

Ho visto canguri aver le tasche piene dei loro figli.

Ho visto animali in via di Estinzione cambiare indirizzo.

Ho visto cannibali starnutire e dire: era una ragazza tutto pepe.

Ho visto giardinieri innaffiare le piantine della città.

Ho visto 22 giocatori di calcio dare botte ad un pallone gonfiato.

Ho visto donne di servizio apparecchiare una tavola numerica.

Ho visto dentisti estrarre la radice quadrata di un dente.

Ho visto tossici chiedere un limone per farsi una pera...

...ho visto tutto questo, ma ancora adesso non riesco a capire una cosa molto importante:

ma una rosa senza spine... va a batteria?

Alessandro Bergonzoni

LA BANDA DELLA MAGLIANA, LA P2, I SERVIZI, LA DESTRA EVERSIVA

Il 16.10.1981 cadeva in un agguato il latitante Balducci Domenico, noto boss della c.d. banda della Magliana, quartiere periferico di Roma. Nell'ambito delle indagini per far luce su tale episodio, emergeva che tale organizzazione criminale, di eccezionale pericolosità, aveva in posizione di vertice tale Pippo Calò, latitante da oltre un decennio, processato in questi giorni a Palermo poiché indicato come componente la "cupola" mafiosa. Dagli accertamenti raccolti in più processi, emergeva che la banda della Magliana aveva rapporti di reciproco scambio di favori con estremisti di destra, nonché con personaggi del mondo economico-finanziario quali, fra gli altri, Flavio Carboni e Roberto Calvi e con personaggi appartenenti ad apparati deviati dello Stato tra i quali Francesco Pazienza ed esponenti del vertice dei Servizi Militari deviati. Tra l'altro, emergeva che Pippo Calò aveva alloggiato, contemporaneamente a Francesco Pazienza, in Porto Rotondo, in ville messe a loro disposizione da Luigi Faldella (ord.-sent. 8.11.1985, G.I. Palermo) e che Balducci, benché latitante, volava anche su tragitti intercontinentali, su aerei gestiti dalla Compagnia Aeronautica Italiana (CAI) di proprietà del SISMI (sent. C. Assise Roma del 29.7.1985). Risultava così che la peculiarità di quella struttura criminale risiedeva «nell'essere un punto di emergenza, uno snodo tra l’attività delinquenziale più brutale e la successiva indispensabile sistemazione finanziaria degli enormi introiti dell'organizzazione. Co me pure emergeva la caratteristica di essere un punto di riferimento per le varie associazioni criminose, cui sembra essere in grado di fornire ogni tipo di facilitazione, dalla assistenza alla sistemazione logistica. Insomma, un terribile punto di aggregazione e di sostanziale controllo di tutte le altre forme associate criminali» (requis. 4.6.1985 P.M. Roma in proc. pen. n. 2549/82: il tutto è citato in ord. catt. P.M. Firenze 9.1.1986, proc. pen. c/Calò Giuseppe ed altri imputati della strage del 23.12.1984, verificatasi sul treno Napoli-Milano m territorio di S. Benedetto Val di Sambro). Nel processo relativo alla strage del 2 agosto 1980 (strage alla stazione di Bologna. NDR) ed in maniera più diretta nel processo relativo al delitto di calunnia pluriaggravata a carico di Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte, attraverso una serie di testimonianze, emergeva un quadro assai preciso del ruolo ricoperto tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 da tale organizzazione criminale. Semerari, Gelli, Magliana Lucioli Fulvio, interno alla banda della Magliana tra il 1978 e la fine del 1981, riferisce: «... Il prof. Semerari era lo psichiatra di fiducia della banda. Ha fatto perizie per Selis, D'Ortenzi e probabilmente anche Colafigli. Un giorno venne da noi D'Ortenzi, detto “Zanzarone”, era il 1978, per dirci che Semerari ci proponeva di collocare delle bombe, credo a Roma, e di effettuare alcuni sequestri di persona, dandoci un elenco di nomi. Ci prometteva di far uscire le persone eventualmente arrestate per questi fatti, come del resto era già riuscito a fare con D'Ortenzi e con Selis messi fuori grazie alle perizie psichiatriche di favore. Ci fu un periodo, a Roma, in cui Semerari riceveva tutte le nomine di perizie psichiatriche dai giudici. Comunque anche se era perito di parte, il suo giudizio era talmente autorevole che nessun perito di ufficio lo contestava... Probabilmente Semerari, uomo dell’ultradestra, ci propose attentati con bombe per conto della sua area. Io e Selis rifiutammo la proposta che ci fece D'Ortenzi per conto di Semerari. I nomi delle persone da sequestrare sarebbero stati riferiti a D'Ortenzi da Semerari solo a condizione che avessimo accettato di fare alcuni attentati...». Il teste ricostruisce altresì, senza conosceme il nome, il sequestro di persona subito da Aleandri ad opera di quell'ambiente, specificando i nomi dei sequestratori - fino ad allora non riferiti dall'Aleandri per la pericolosità che tuttora incute quella organizzazione - e le cause del sequestro, su cui si tornerà. Sul sequestro è Aleandri, che ne fu la vittima, a ricostruirlo nei seguenti termini: «Conobbi, per il tramite di Semerari Aldo, che me lo presentò, un personaggio di spicco della malavita romana, certo Giuseppucci Franco, detto Franco "il Negro". Questi mi chiese di custodirgli delle armi in un luogo a mia scelta. Avvenne che componenti del gruppo "Costruiamo l'Azione", ignorando la provenienza di queste armi, le prelevarono a mia insaputa. Quando il Giuseppucci me le chiese, io dovetti sostituirle con altre armi tra le quali, non posso escludere, ci fosse il "Mab"..., che verrà poi ritrovato al ministero della Sanità, dove venivano occultate armi della Magliana, di Egidio Giuliani, dei "neri" Romani». Aleandri conferma poi un'altra circostanza riferita da Lucioli; egli afferma: «Nel 1978 Fabio De Felice e Semerari mi proposero di interessarmi di reperire notizie su persone da sequestrare a scopo di estorsione, poiché loro avrebbero provveduto a passare le notizie ad ambienti della malavita organizzata romana» (al P.M. Bologna, 30.11.1984 e 11.3.1985). Inoltre, «Semerari, oltre alla richiesta di armi ("un fucile a pompa ed una pistola silenziata da parte di ambienti della camorra napoletana facente capo a Pupetta Maresca"), in quella stessa occasione ("tra la fine del 1978 e gli inizi del 1979 in presenza di De Felice Fabio") mi propose di trovare un elemento in grado di gambizzare o ammazzare, non ricordo bene, un rappresentante di auto di Napoli dietro pagamento di un congruo compenso...». Più tardi «... mi sentii dire da De Felice che egli, il Pariboni e il Semerari avevano prelevato dalle mie armi... un fucile a pompa ed una pistola e l'avevano fatti pervenire a Napoli...». Contemporaneamente, Semerari stringeva rapporti con ambienti dei Servizi di sicurezza: «Semerari parlava con una certa facilità dei suoi rapporti con i "Servizi", alludendo a persone che ricoprivano specifici ruoli professionali e che contemporaneamente svolgevano rapporti informativi con i Servizi. Ricordo, a tal proposito, che più volte fece riferimento al col. Michele Santoro, suo amico e frequentatore (v., in proposito, deposizione Santoro al P.M. Bologna, 8.2.1985) della sua abitazione, come di persona in collegamento con i Servizi segreti; più volte mi parlò anche del suo collega Ferracuti come di persona collegata alla C.I.A.» (il che confermerà egli stesso al P.M. Bologna, il 21.11.1985). Sul punto, vi saranno le dichiarazioni di Era Renato (6.3 e 12.3.1985), che aveva un rapporto informativo con il Semerari, dopo la sua cattura ed il suo rilascio ad opera della magistratura bolognese, per conto del col. Cogliandro del SISMI, che confermerà pienamente la circostanza. Inoltre, Semerari, come si rileva dalla sua agenda e dalle dichiarazioni del teste Falchi Romano, aveva rapporti con vertici delle gerarchie militari e di Pubblica Sicurezza dello Stato, dirigeva scuole di specializzazione per ufficiali dell'Arma e funzionari di Polizia. Contemporaneamente, utilizzava quei delicati incarichi per scopi eversivi, come in occasione del tentativo di consegnare, nel 1977, in Rebibbia, al detenuto Pier Luigi Concutelli, una pistola per favorirne l'evasione, il che non gli riesce solo perché il Concutelli era stato trasferito poiché scoperto in un precedente tentativo di fuga (l'episodio, riferito da più testimoni, trova conferma anche in una missiva sequestrata al Semerari e speditagli dal Concutelli). Allo stesso modo, Semerari era massone, piduista, ed aveva contatti diretti con Licio Gelli. Tali affermazioni risiedono nei seguenti elementi di prova: 1) II neuropsichiatra Ferdinando Accornero, massone dal 1945, che lo ebbe come assistente, afferma che «Semerari era iscritto alla massoneria e in seguito ho sentito negli ambienti massonici che era passato alla P2 tramite i suoi rapporti con Gamberini», intimo di Gelli e costantemente presente nelle affiliazioni alla P2 (al PM Bologna, 11.2.1985). 2) L'ing. Francesco Siniscalchi, come il primo "massone democratico" e principale fonte interna d'informazione delle deviazioni piduiste, riferisce che «Semerari venne "iniziato" alla massoneria nella "Loggia Pitagora" di Roma che faceva capo a Palazzo Giustiniani. Nel corso degli anni '60, il suo fascicolo personale venne avocato dalla Corte centrale del Grande Oriente a seguito di una procedura di carattere disciplinare; da allora si sono perse le tracce di quel fascicolo. Intorno al 1969 venimmo a sapere che il prof. Semerari era stato messo in contatto con Licio Gelli tramite il Gran Maestro Gamberini. Preciso che all'epoca non si parlava ancora di Loggia P2, né di Licio Gelli, ma di un "raggruppamento" che si riuniva nello studio dell'avv. Roberto Ascarelli in Piazza di Spagna n. 9. Quando esplode lo scandalo P2 con il sequestro delle schede, Semerari si mostrò intimorito e si mise in contatto con l'avv. Cuttica, già di Piazza del Gesù e poi passato all'orecchio" del Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, all'epoca gen. Battelli... che aveva origini di destra e non ha mai smentito di aver fatto parte delle brigate repubblichine...» (al P.M. Bologna, 23.3.1985). Peraltro «è noto come Semerari sia stato il perito del noto malavitoso Berenguer della anonima sequestri, difeso dall'avv. Gianantonio Minghelli, segretario della P2, proveniente dalla Loggia "Lira e Spada" ed appartenente al gruppo degli avvocati denominato "soccorso nero". L'avv. Minghelli fu anche difensore di Adriano Tilgher, che a me risulta essere il fratello del Tilgher indicato nelle liste massoniche piduiste. È altresì noto come l'avv. Minghelli, imputato per il riciclaggio del danaro dei sequestri di persona tra cui quello del figlio di Ortolani, venne poi prosciolto con formula dubitativa senza che il P.M. interponesse appello. Altrettanto notori sono poi i rapporti tra l'anonima sequestri marsigliese e Pier Luigi Concutelli. All'atto del suo arresto, Bergamelli, che faceva parte della stessa organizzazione di sequestratori, fece riferimento ad una "grande famiglia" che lo avrebbe protetto e fu indicato, in diversi articoli di stampa, come frequentatore di una loggia massonica di Ventimiglia» (Siniscalchi, loc. cit). Semerari, come si è detto, era massone. Anche tale risultanza è assolutamente certa poiché proviene da una discussione interna all'esecutivo di Palazzo Giustiniani, del 6 settembre '80, all'indomani dell’arresto dello psichiatra, che, come si legge nel verbale, viene definito «fratello», «incriminato per la strage di Bologna», sostenendosi che «in realtà egli è un ideologo le cui idee strampalate sono state messe in pratica da un gruppo di pazzi, poiché il modo con cui è stata attuata la strage dimostra che essa è stata opera di pazzi patologici...» e che dunque non è possibile coinvolgere la intera massoneria nelle attività terroristiche, che vengono date per scontate, del Semerari (v. verbale giunta esecutiva 6.9.1980, all. al rapporto Digos Bologna 3.6.1985). Costui era inoltre piduista ed in stretto contatto, da anni, con Licio Gelli. In proposito vanno richiamate le precise affermazioni testimoniali dei due "massoni democratici" Accornero e Siniscalchi di cui sopra. Va poi rilevato come, accertatasi la appartenenza a Palazzo Giustiniani del Semerari e non essendo figurato il suo nominativo nei piè di lista sequestrati al Grande Oriente, ne consegue necessariamente, come afferma la Commissione d'inchiesta in presenza di tali casi, che il fascicolo personale sia stato richiamato direttamente dal Maestro Venerabile della P2. Ma vi è di più: vi è cioè la prova dei rapporti diretti tra Semerari e Gelli: si fa riferimento, innanzitutto, alla testimonianza di Geirola Giacomo, frequentatore, amico e cointeressato in commerci vari con Raffaello Gelli, figlio del Maestro Venerabile, sin dal «settembre-ottobre 1978» (al P.M. Firenze, 19.6.1981), tanto che è al corrente di una serie di episodi, che diversamente non avrebbe potuto conoscere (tra l'altro, fa riferimento, analogamente alla Lazzerini (al P.M. Bologna, 2.4.1985, pag. 11), all'irriducibile odio di Gelli verso l'avv. Ambrosoli, riferendo al teste la frase «questo è uno che parla troppo, vedrai che la smette!» (al P.M. Firenze, 19.6.1981). Un giorno, «parlando con il Raffaello, gli riferii che sotto le armi, a causa di un incidente, avevo subito un danno neurologico al capo e gli chiesi se era possibile, anche tramite sue conoscenze, avviare una pratica per il riconoscimento della invalidità. Il Gelli mi disse che conosceva, il padre, il prof. Semerari di Roma, professionista esperto in questo ramo...» (al P.M. Firenze, 20.6.1981); con maggiore precisione, al G.I. Bologna, il teste riferisce che «tra la fine dell'aprile e l'inizio del maggio 1980, quando era in corso una istruttoria a mio carico... Raffaello Gelli... ebbe a dirmi di non preoccupami (del processo) in quanto lui e suo padre disponevano di un amico che era psichiatra a Roma ed era molto introdotto nell'ambiente giudiziario... Mi disse che potevo ricorrere al Semerari perché era una persona fidata alla quale essi si rivolgevano quando ne avevano bisogno perché era disponibile; scherzosamente, e alludendo alle remote simpatie del Semerari per la sinistra, ed al fatto che anch'io mi professavo di sinistra, aggiunse: "era uno dei suoi, però si è rinsavito"...» (26.6. e 6.7.1981). Infine vi è la prova documentale di tali rapporti: sulla sua agenda, alla data del 12.6.1980, venne trovato un appunto che indicava un incontro, alle ore 16.00, tra Semerari e Gelli: il docente ha più volte tentato di nascondere il valore di quell'appunto, affermando che esso si riferiva ad un suo collega, tal prof. Gilli. Ora, a parte che la grafia, inequivocabilmente, indica nel Gelli la persona interessata a quell'incontro, va detto che, sentito il Gilli, questi ha obiettato un’impossibilità materiale e professionale ad un incontro del genere. Dice, categoricamente, in proposito il prof. Gilli, che non ha alcur interesse a mentire, che dal 1956, epoca di uno scontro verbale sui sistemi scientifici con il collega, «non ho mai avuto occasione d’intrattenermi con lui, data anche la sincera antipatia che provavo io nei suoi confronti e lui nei miei... escludo nel modo più assoluto di avere mai avuto colloqui telefonici con il predetto. Consultando la mia agenda, rilevo che il 12.6.1980 (v. rel. servizio) era un venerdì e che il giorno 8 precedente era iniziata la sessione di esami di medicina legale presso l'Università di Torino ove allora insegnavo... Escludo, quindi, di avere incontrato o parlato con il Semerari in qualunque modo il giorno 12 giugno 1980. Prendo atto che, sulla base di una annotazione rinvenuta nella agenda di Semerari, nella quale figura la scritta "Gelli ore 16", lo stesso Semerari avrebbe dichiarato che l'annotazione si riferisce a me, ma evidentemente egli ha mentito su tale punto. Non ho mai dato il mio numero di telefono a Semerari» (al G.I., 28.5.1985). Semerari inoltre, rappresentò, grazie alle sue perizie di comodo ed alla impunità che ne derivava a taluni componenti di tali orga nizzazioni, il filo conduttore, uno degli elementi di continuità tra la banda della Magliana e la banda dei "Francesi". Esatta appare, dunque, la affermazione del suo collega dr. Falchi Romano, direttore sanitario dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, che ebbe a conoscerlo bene per ragioni professionali: «Semerari era al centro di molteplici rapporti: dalla malavita era considerato l'apice, ed egli, che ha periziato i più pericolosi elementi della malavita organizzata, era certamente in grado di chiedere contropartite per la sua opera di perito che, a volte, svolgeva anche gratuitamente, come mi risulta personalmente. In tal modo egli era in grado di ottenere da questo ambiente affiliazioni e disponibilità per i suoi scopi personali e politici. Egli, inoltre, aveva rapporti stretti, oltre che con boss malavitosi, anche con i più accesi fascisti e, poiché era portatore di ideologie antisemitiche e anticomuniste, ho avuto più volte la convinzione che egli tendesse ad amalgamare il mondo della eversione di destra con quello della malavita organizzata, dentro e fuori dal carcere. Questo progetto di riorganizzazione eversiva grazie al Semerari otteneva appoggi dappertutto... Mi diceva, anche, che quando invitava personaggi di spicco, tra cui vertici giudiziari, alle battute di caccia nella sua tenuta, partecipavano anche a tali battute malavitosi del calibro di D'Ortenzi ed altri. In verità tale affermazione mi fu fatta non dal Semerari, ma dal D'Ortenzi. Il D'Ortenzi, al pari di altri boss malavitosi romani come Selis, Provenzali, Amici, Sgobba, Proietti e Colafìgli (di questi ultimi due non ho notizie dirette) furono prosciolti tramite l'azione di Semerari; così anche Scala Francesco, fra gli autori del sequestro Fabbrocini, venne prosciolto per vizio di mente, nonostante la mia perizia d'ufficio affermasse che lo Scala era sano di mente» (al P.M. Bologna, il 6.12.1984). Come si vede, vi è un incrocio preciso tra le dichiarazioni provenienti da ambienti così diversi, nel dar credito e certezza alla funzione del Semerari, così come delineata dal dr. Falchi. Ne consegue che risulta provato che Semerari, al centro di un progetto eversivo ben preciso che in qualche modo cementava in un unico potenziale antistatuale il neofascismo di "Costruiamo l'Azione", del "M.R.P.", di "Ordine Nuovo", con le organizzazioni malavitose non soltanto romane, di estrema pericolosità sociale, che era al centro di progetti di attentati dinamitardi, di sequestri di persona, traffici di armi, in grado di assicurare la impunità a trafficanti di stupefacenti, sequestratori di persona, terroristi, grazie alle sue influenze sui vertici della magistratura romana, aveva altresì da tempo rapporti massonici e personali con il capo della Loggia P2 Licio Gelli, peraltro persona influente in tali organizzazioni criminali. Si pensi che Aleandri già faceva la spola tra ordinovisti e Loggia P2, e che Gelli, comparso nell'anticamera di Occorsio alla vigilia del suo assassinio, per la inchiesta sulla banda dei Marsigliesi (l’episodio lo ricorda Cioppa ed è ripreso dalla Conmissione d’inchiesta, ma vedi anche Battistini al G.I. 9.4.1986 Lazzerini, Siniscalchi, Accomero etc.), aveva collegamenti con Abbruciati e Diotallevi, feroci capi della Magliana che «lavoravano per conto della P2» (si pensi al ferimento di Rosone, nel corso del quale perse la vita Abbruciati, all'omicidio Pecorelli e all'omicidio dell’on. Mattarella, di cui si iniziano a scorgere taluni squarci e venrità su cui v. infra) ed erano cointeressati in giri finanziari molto elevati, specializzati nel riciclaggio del danaro proveniente da gravissimi delitti sopra indicati. [...]


Fonte: dalla requisitoria dei pubblici ministeri Libero Mancuso e Attilio Dardani, 15.3.1986 (Istruttoria dell'autorità giudiziaria di Bologna sulla strage del 2 agosto 1980)


lunedì 5 gennaio 2009

Lettera di Aldo Moro a Eleonora Moro

Lettera di Aldo Moro indirizzata a Eleonora Moro (recapitata il 5 maggio)

Tutto sia calmo. Le sole reazioni polemiche contro la D.C. Luca no al funerale.

Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell'incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l'indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E' poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall'idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato. Per il futuro c'è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto.
Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta.
Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo*

*La lettera è priva di firma

domenica 4 gennaio 2009

L’istinto della potenza

Uno degli uomini politici che ho più stimato per l’ingegno, la passione e la moralità dei suoi comportamenti, parlo gi Ugo La Malfa, mi spiegò un giorno la regola principe del comportamento politico. Era la sera di un capodanno e la passavamo insieme in un casale d’un comune amico nella Maremma di Orbetello. Avevamo giocato alle carte, chiacchierato di varia umanità, brindato all’anno nuovo. Lui aveva voglia di passeggiare prima d’andare a dormire e mi invitò ad accompagnarlo. Faceva freddo e c’erano banchi di nebbia dalla parte del mare. Lui aveva una sciarpa avvolta intorno al collo, io m’ero rialzato il bavero della giacca. Arrivammo ad un bar dove si vendevano anche tabacchi e giornali. Ancora aperto. In una saletta sul retro c’era un biliardo ed era in corso una partita. “Sai giocare a biliardo?” chiese lui mentre bevevo un caffè. Sì, sapevo giocare. “Allora conosci le sponde”. Debbo averlo guardato un po’ perplesso perché aggiunse: “Voglio dire, sai giocare di sponda?”. “Me la cavo”, risposi. “Ecco, non si può far politica se non si sa giocare a biliardo e se non si conosce il gioco di sponda”. “Che c’entra la politica”, dissi io. “C’entra e come. Se giochi all’italiana, lo sai, devi far punti mandando la palla dell’avversario sui birilli. E devi tirare in modo da impallare l’avversario mettendo il castello dei birilli tra la sua palla e la tua. Lui, se è bravo, farà lo stesso con te. Sia te sia lui dovrete dunque arrivare sulla biglia avversaria usando le sponde, disegnando sulle sponde un angolo che porti la tua biglia sulla sua in modo da spingerla sui birilli, fare punti e lasciarlo impallato”. Sì, il gioco è questo, ma non vedo ancora che c’entri la politica. “L’uomo politico deve fare punti, deve conquistare il successo, vincere la partita. Perciò il gioco di sponda, gli effetti da imprimere alla biglia perché allarghi o restringa l’angolo, la forza del colpo di stecca, sono gli strumenti del mestiere. Non arrivi mai al successo in modo diretto. Ci arrivi di sponda. La tua biglia deve fare un percorso complicato. Mi fanno ridere quei catoni che ci fanno la predica: “Dovete parlar chiaro, esser coerenti, andare dritti allo scopo”. Che ne sanno della politica? Dritti allo scopo! Non era semplice passare dalla monarchia alla repubblica. Non era semplice governare con la DC e coinvolgere i sindacati operai nel disegno di ricostruire il paese. Non esa semplice essere amici leali della democrazia americana e dialogare con il Partito comunista cercando di mantenerlo nell’ambito della Costituzione. Niente è semplice in politica. Bisogna saper giocare a biliardo”. Uscimmo da quel bar un po’ più riscaldati. Io gli dissi: “Però tu non riesci ad andare sopra il 5 per cento dei voti. Spesso neppure lo raggiungi”. “Appunto, - rispose, - io guido il più piccolo partito italiano. Però influisco. Conto assai di più della dimensione numerica del mio partito. Sbaglio?”. “No, hai ragione, tu conti molto più di quanto pesi il Partito repubblicano”. “Perché so giocare di sponda”. “Va bene, ho capito. Ma quale è l’obiettivo? Arrivare al 7, al 10, al 12 per cento? Ci metterai trent’anni e saremo tutti morti”. Lui si fermò, mi strinse il braccio. Mi disse: “Non mi importa nulla di fare aumentare i voti del mio partito. Anzi non m’importa del mio partito. Io voglio che i comunisti diventino democratici, la destra italiana diventi democratica, il capitalismo italiano diventi democratico, la borghesia diventi democratica. Noi viviamo in un paese diviso tra due chiese, entrambe con vocazione teocratica, entrambe con due diversi paradisi. Io voglio che cambi sia la sinistra sia la destra. Voglio una democrazia compiuta e matura. A quel punto potrò morire in pace”. Passarono molti anni da quella notte e accaddero molte cose in Italia e nel mondo. Ma ricordo ancora la mattina in cui le agenzie diffusero il testo del discorso di Enrico Berlinguer quando disse che la Rivoluzione d’ottobre aveva perduto la sua spinta propulsiva e bisognava cercare vie nuove per il comunismo. Era l’autunno del ’78, Aldo Moro era stato rapito e ucciso dalle Brigate Rosse, un’atmosfera cupa e tesa gravava sul paese. Squillò il telefono, dall’altro capo del filo riconobbi la sua inconfondibile voce e l’accento siciliano che ancora conservava. “Hai sentito?” mi disse. “Ho sentito, sì”. “Sono arrivati all’appuntamento. Capisci? Sono arrivati!”. “Avremo ancora molta strada da fare”, dissi io. “Certo, molta strada, ma si è messo in moto un processo irreversibile. Irreversibile”, ripetè scandendo quella parola. “Adesso tocca a noi, perché tutti gli altri tenteranno di non farli uscire dal ghetto. Tocca a noi aprirgli la strada. Gli hanno buttato quel cadavere di traverso per tenerli dietro ai cancelli del ghetto, ma non sarà così. Tocca a noi aiutarli e pungolarli”. Era una voce appassionata e missionaria. Quella telefonata io la pubblicai sul giornale che dirigevo. E poi cercai come potevo di tener fede all’impegno di pungolarli e aiutarli ad uscire dal ghetto e ad approdare alla democrazia compiuta. Lui morì poche settimane dopo. Un colpo improvviso. La politica fu per lui, non a parole, la visione del bene comune. Cioè una visione morale. Però fu una rara eccezione.

Eugenio Scalfari (da “L’uomo che non credeva in Dio” – Einaudi - 2008)

La Bugia - Elogio della menzogna come gioco dell'intelligenza

Forse la bugia è decisamente più utile alla vita di quanto non lo sia la verità. E in ogni caso non c'è dubbio che chi sa mentire ha capacità cognitive decisamente più ampie di chi sa dire solo la verità. Senza possibilità di mentire infine l'umanità non avrebbe mai conosciuto ciò di cui si vanta: la cultura, che è una forma di non rassegnazione al reale, e quindi un'ideazione di mondi non veri perché non reali, anche se poi sono i soli capaci di incidere e modificare la realtà. Me ne sono convinto leggendo due libri: uno di Andrea Tagliapietre, Filosofia della bugia. Figure della menzogna nella storia del pensiero occidentale (Bruno Mondadori, pagg. 464, lire 48.000), un capolavoro destinato a diventare un classico sull'argomento. L'altro di Maria Bettetini, Breve storia della bugia. Da Ulisse a Pinocchio (Raffaello Cortina, pagg. 160, lire 22.000), dove i giochi tra verità e menzogna appaiono, come peraltro sono, indiscernibili. Per prima cosa occorre dire che la bugia non è una prerogativa esclusiva degli uomini. Anche gli animali mentono, e mentono ogni volta che, nella lotta per la vita, invece di attaccare, si nascondono. Il fatto di nascondersi è forse la sorgente e il modello di ogni menzogna, perché priva l'avversario delle informazioni necessarie per orientare la sua condotta. Quando il predatore, infatti, non percepisce più la sua vittima, diventa incapace di inseguirla. E questo vale sia per gli animali sia per i più sofisticati 007 che, invece di affrontare l'avversario, si sottraggono alla sua vista e attendono che questi, deluso, se ne vada. Se la vita animale è un gioco di attacco e difesa, quando non si hanno abbastanza forze per sopravvivere o per vincere non resta che il ricorso alla menzogna che, modificando lo stato di informazione dell'avversario, mette fuori gioco la sua forza rendendola semplicemente inutile. L'inganno appartiene quindi alla logica del vivente ed è rintracciabile sia nel mondo vegetale, dove ad esempio l'orchidea africana imita l'aspetto di fiori ricchi di nettare per attirare insetti e farfalle, sia nel mondo animale, dove infiniti sono gli stratagemmi mimetici, sia nel mondo umano dove, per raggiungere un obiettivo, si preferisce all'uso della forza quello della menzogna. L'Iliade, il primo grande romanzo dell'Occidente, è la descrizione di questo passaggio che porta dall'uso brutale della forza all'uso sofisticato dell'intelligenza la cui prima espressione è l'inganno. Nietzsche, grande ammiratore della grecità, coglie immediatamente questo passaggio, e senza esitazione dice: "L'intelletto, come mezzo per conservare l'individuo, spiega le sue forze principali nella finzione". Ma come si fa a dire che l'inganno è la forma più sofisticata di intelligenza? Perché, come dice anche quell'insospettabile moralista che è Platone: "Mentire coscientemente e volutamente ha più valore che dire involontariamente la verità"? Perché chi dice la verità conosce solo quella, mentre chi mente conosce la verità e la sua alterazione. E alterare la verità non è cosa facile. Occorre mettersi nei panni dell'altro, interpretare rapidamente le sue attese, studiare i suoi comportamenti ed evitare nel contempo di fare apparire troppo trasparenti i propri. Se questo non è un gioco di intelligenza? E infatti non c'è pedagogista che non indichi nel gioco dei bambini l'esercizio più idoneo per lo sviluppo dell'intelligenza. Quel che i pedagogisti non dicono è che il gioco, ogni gioco, da quello dei cuccioli a quello dei bambini, non è altro che una serie di mosse per ingannare l'avversario, è un "far finta che" o, come si dice nel gioco del calcio, è un "fare la finta", accennare una condotta per poi intraprenderne un'altra. Non a caso la parola latina che sta per "giocare" (ludere) è la stessa di "il-ludere" e "in-lusio" significa letteralmente "entrare in gioco", in pratica: dire bugie. Senza bugie molte specie, e soprattutto quella umana, che è la meno fornita di istinti e di difese naturali, difficilmente avrebbero potuto sopravvivere, al punto che gli etologi concordano, ma anche gli antropologi ne potrebbero convenire, che i "falsi segnali" sono sempre stati più vantaggiosi di quelli veridici per la conservazione e la selezione della specie. L'inganno dunque appartiene alla logica del vivente, anzi molto spesso è la condizione della sua vita. Ma siccome per ingannare bisogna essere almeno in due, la bugia non è solo il primo segnale dell'intelligenza, ma anche il primo veicolo della socializzazione. Chi dice il vero, infatti, è esonerato dall'entrare nella mente dell'altro, mentre chi mente non può esonerarsi da questo lavoro di intima penetrazione su cui si fonda ogni relazione sociale. Inoltre chi mente deve conoscere le aspettative di chi ascolta per poter anticipare ciò che l'altro vorrebbe sentirsi dire o per lo meno ciò che è già disposto a credere. Tutto ciò esige una rappresentazione della mente dell'altro oltre che un piano per manipolarla. I leader hanno questa virtù e per questo si differenziano dai gregari. Le informazioni che diffondono con i mezzi a loro disposizione non hanno lo scopo di istruire gli altri, ma di istruire se stessi sulle intenzioni degli altri per potere, al momento giusto, sottrarre loro ogni autonomia e ogni libertà di movimento. I sondaggi di opinione non hanno lo scopo di sondare l'opinione della gente per poi venire incontro alle loro richieste, ma hanno lo scopo di sondare l'efficacia delle persuasioni che si è riusciti a diffondere con i mezzi di informazione. E qui siamo arrivati alla televisione con le sue fiction (le sue "finzioni") così tanto seguite dal pubblico. Ma dalla televisione possiamo passare a Internet dove, come ci ricorda Maria Bettetini, il reale sconfina nel virtuale, che non riproduce esattamente il reale, come ben sa chi cerca l'amore in rete. Accanto a loro e prima di loro c'è il cinema, il teatro, l'arte, la letteratura il cui scopo, come scrive Oscar Wilde, è di "narrare delle cose non vere", perché è proprio della cultura inventare la realtà e non sottomettersi, come invece vorrebbero i sostenitori del "sano realismo", a cui manca qualsiasi forma di immaginazione per ipotizzare che la realtà potrebbe anche essere diversa da quella che è. Ma per immaginare, per mentire, per ideare scenari diversi da quelli esistenti occorre uno sdoppiamento della coscienza capace di far convivere, come in una scena di teatro, la condizione mentale dell'ingannatore e dell'ingannato. Queste condizioni mentali possono anche riunificarsi come nel caso dell'autoinganno che Cartesio, ben prima della psicoanalisi, aveva descritto ne Le passioni dell'anima, dove l'idraulica degli impulsi, degli stimoli e delle passioni poteva far credere alla mente che le cose sono come l'ordine pulsionale desidera che siano. Tirata all'osso, la psicoanalisi non è altro che lo svelamento dell'autoinganno, quindi l'apertura della coscienza che si rende conto, come diceva Freud, di "non esser padrona in casa propria", perché la gran quantità dei pensieri che elabora sono razionalizzazione di desideri inconsci. Lo stesso diceva Marx a proposito dell'ideologia: "Le idee dominanti sono le idee della classe dominante". E lo stesso diceva Nietzsche quando, nella Genealogia della morale, indicava i vizi sottesi alle virtù e mascherati dalle virtù. Il fatto che Marx, Freud e Nietzsche siano stati bollati da Giovanni Paolo II come "filosofi del sospetto" significa solo che la cultura religiosa preferisce le coscienze opache, appollaiate nella "verità" che giunge dall'alto, e non le coscienze articolate che vivono la drammaticità di ospitare ad un tempo la "verità" e la consapevolezza del suo essere "finzione". Qui Nietzsche ha scritto pagine essenziali in quel breve saggio giovanile che ha per titolo Verità e menzogna in senso extramorale. Che significa "extramorale"? Che il problema della verità e della menzogna non va confinato e sepolto in ambito etico, ma visualizzato a partire da ciò che torna utile e vantaggioso per la vita. Qui la "verità" cede la sua maschera e mostra il suo vero volto, che non è quello di dire il vero, ma di offrire delle "stabilità" a tutti quegli spiriti gregari che non saprebbero come vivere senza punti fermi. Alla base della verità c'è quindi quella stessa volontà di vita che abbiamo scoperto essere la sorgente di tutte le menzogne. Chi mente ingaggia una guerra con l'altro, vuole avere di più a spese dell'altro. Chi non regge il conflitto si accorda con l'altro e chiama questo accordo, questo patto, questa convenienza reciproca, per esistere in società come gregge, "verità". A questo patto si vincola moralmente, per cui è etico dire la verità (cioè stare ai patti che riducono i conflitti), perché altrimenti non si avrebbe altra forza o capacità per vivere. Come scrive Andrea Tagliapietra nel suo saggio magistrale: "Alla scuola della bugia la tradizione occidentale impara la nozione di volontà". Volontà di avere di più, che è alla base della menzogna; e volontà di avere quel tanto che l'accordo con gli altri concede, che è alla base della verità. Resta allora da concludere che la vera contrapposizione non è tra vero e falso sul registro della "conoscenza", o della "morale", ma tra vantaggioso e svantaggioso sul registro della "volontà", essendo la verità null'altro che l'espressione della volontà dei deboli che non avrebbero risorse sufficienti per vivere se non si accordassero su punti stabili e fermi e non si impegnassero moralmente a tenerli stabili e fermi. Così Nietzsche conclude la parabola dell'Occidente: non capovolgendo i valori come i più credono, ma mostrando che anche "la verità è una forma di inganno", l'inganno condiviso da quanti, non sapendo mentire: "Mentono secondo una salda convenzione, come si conviene a una moltitudine, in uno stile vincolante per tutti". Ma se anche la verità è una forma di inganno, allora cade l'opposizione tra menzogna e verità, allo stesso modo della bestemmia che, se consapevolmente proferita, lungi dal contrapporsi alla devozione, è invocazione e preghiera nei confronti di un Dio più vero e più giusto. Tolta la contrapposizione, ciò che resta in gioco è solo la "volontà di vita" che si serve sia della menzogna, sia della verità per riuscire a vivere. E perciò Nietzsche, togliendo la maschera alla "verità" promossa dalla filosofia dell'Occidente, può dire "Sono ancora in attesa di un filosofo medico, nel senso eccezionale della parola - inteso al problema della salute collettiva di un popolo, di un'epoca, di una razza, dell'umanità -, che abbia in futuro il coraggio di portare al culmine il mio sospetto e di osare questa affermazione: in ogni filosofare non si è trattato per nulla, fino ad oggi, di verità, ma di qualcos'altro, come salute, avvenire, sviluppo, potenza, vita".

Umberto Galimberti

sabato 3 gennaio 2009

Il bene pubblico

Mentre se ne stava stinnicchiato al sole, al Cavaliere scappò un bisogno urgente. Visto che la spiaggia era deserta, s’arriparò darrè un cespuglio. In quel preciso momento vide passare uno scrafaglio merdarolo che faticosamente trascinava nella sua tana una pallina di sterco. «Ti basterà per mangiare tutta l’invernata», spiò il Cavaliere. «Non credo», arrispunnì lo scrafaglio. «Siamo tutti preoccupati. Quest’anno, tra una cosa e l’altra, abbiamo raccolto picca e nenti. Rischiamo tutti la fame». «Ci sono qua io!», disse il Cavaliere. E fece il bisogno suo. Sul quale si gettarono tutti gli scrafagli merdaroli inneggiando alla generosità del Cavaliere.

Andrea Camilleri

Sull'uguaglianza delle razze

L'ammissione dell'uguaglianza delle razze diviene il fondamento di un eguale giudizio dei popoli e, per di più, del singolo. E il marxismo internazionale non è altro che il trasferimento, fatto dall'ebreo Carlo Marx, di una idea che in realtà c'era già da molto tempo, ad una data professione di fede. Se non ci fosse stato questo avvelenamento ampiamente divulgato, non sarebbe stato possibile lo sbalorditivo successo di questa dottrina. Carlo Marx, in verità fu solo uno fra moltissimi, che nella situazione disperata di un mondo in distruzione, individuò coll'occhio lungimirante del profeta i principali veleni e li trasse fuori, per raccoglierli, come negromante, in una miscela destinata a distruggere subito la vita indipendente di libere nazioni sulla terra. Ma fece ciò per giovare alla sua razza. Così la dottrina marxista è l'essenza, la caratteristica tipica della mentalità corrente. Già per questa ragione è irrealizzabile, anzi comico, ogni combattimento del nostro mondo borghese contro di esse; poiché anche questo mondo borghese è imbevuto di questi veleni ed ha un concetto del mondo che differisce da quello marxista solo per sfumature e per individui. La società borghese è marxista, ma ritiene possibile un dominio di alcuni gruppi umani (borghesia) mentre il marxismo tende regolarmente a mettere il mondo nelle mani degli ebrei. Invece, l'idea nazionale razzista ammette il valore dell'umanità nelle sue originarie condizioni di razza. Concordemente con i suoi principi, essa riconosce nello Stato solo un mezzo per conseguire infine, il fine del mantenimento dell'esistenza razziale degli uomini. Quindi non ritiene vera l'eguaglianza delle razze, ma ammette che sono differenti e che hanno un valore maggiore e minore, e da questa ammissione, si sente costretta a pretendere, conforme con l'eterna volontà che domina l'Universo, la vittoria del migliore, del più forte, la sconfitta del peggiore, del più debole. E così rispetta l'idea di base della Natura, che è aristocratica e crede che questa legge sia fondamentale anche per l'uomo più umile. Essa non solo ammette un diverso valore delle razze, ma anche quello dei singoli. Mette in luce l'uomo di valore e agisce così da ordinatrice, di fronte al marxismo creatore del disordine. Riconosce il bisogno di idealizzare l'umanità, vedendo solo in questa idealizzazione la base della vita dell'umanità stessa. Ma non può permettere ad un'idea morale di esistere se questa idea costituisce un rischio per l'esistenza razziale dei sostenitori di una morale superiore: perché un mondo corrotto «negrizzato» resterebbe per sempre privo dei concetti di umanamente bello e del sublime, e di ogni cognizione di un futuro idealizzato della umanità. Cultura e civiltà del nostro continente sono strettamente collegate, con la presenza degli Ariani. Il declino e la sparizione dell'Ariano riporterebbe sul mondo ere di barbarie. Distruggere il contenuto della civiltà umana con la distruzione di quelli che la simboleggiano, appare il più disprezzabile dei delitti agli occhi di un'idea nazionale del mondo. Chi ha il coraggio di alzar la mano sulla migliore delle creature fatta a immagine di Dìo, pecca contro il munifico creatore e coopera alla espulsione dal Paradiso. Perciò l'idea nazionale del mondo, corrisponde alla più profonda volontà della Natura, perché ripristina quel libero scontro delle forze che deve portare ad una prolungata, mutua educazione delle razze, fin quando, mediante il raggiunto dominio della terra, sia facilitata la strada ad una umanità migliore, la quale possa agire in campi posti al di sopra e al di fuori di essa. Tutti noi sentiamo che in un lontano futuro gli uomini dovranno trattare tali problemi, che per risolverli sarà scelta una razza superiore, una razza di padroni, che avrà i mezzi e le disponibilità di tutto il mondo. Com'è chiaro, una determinazione così vaga delle idee di una concezione razzista del mondo lascia ampia possibilità di interpretazioni diverse. In verità non c'è nessuna delle nuove strutture politiche che in qualche punto non si riallacci a questa concezione. Ma quest'ultima, proprio per il fatto di avere una realtà propria di fronte a molte altre, rende chiaro che in questo caso si tratta di concezioni differenti. Così alla concezione marxista guidata da un organismo supremo unitario, si oppone una mescolanza di concezioni che già riguardo alle idee colpisce sfavorevolmente al cospetto del chiuso fronte nemico. Non si vince con armi così fragili. Soltanto quando alla concezione internazionale marxista (costituita in politica dal marxismo organizzato) si porrà contro una concezione nazionale ugualmente e unitariamente organizzata e guidata, e solo se nelle due parti sarà uguale la forza, nella lotta avrà la vittoria la verità eterna.

Tratto da "Main Kampf" (La mia battaglia) di Adolf Hitler

Potere Benedetto

Fra gli intellettuali è oggi motivo di vanto aver tenuto un convegno col Papa e in politica dilaga il partito ratzingeriano. Finita l'epoca dei mangiapreti, i «compagni di strada» della sinistra di ieri sono diventati i compagni di processione di oggi. Con poche, isolate, eccezioni. L'Italia di Benedetto XVI ha cambiato sarto. È il tipico segno di chi è arrivato quello del cambiare sarto: in un mondo di stoffe qual è quello del braccio secolare di Santa Romana Chiesa (sia esso l'alta burocrazia, la finanza, il Centro studi ciceroniani, qualche stanza della Rai o il delizioso Giardino della veranda, il ristorante dei cardinali), l'esatto rigore s'impone nella scelta tra tessuti inglesi, mentre invece Ermenegildo Zegna già vanta nel proprio campionario la «tela vaticana». È una lana fredda ritorta, dal peso leggero, ad alta tenuta. Pare sia eccellente. Non era prevista una notizia simile, ma nella conta di 200 e passa giorni di regno di Joseph Ratzinger c'è anche questa del cambio di forbici (il fornitore della Santa Sede è l'Euroclero) e un'altra ancora: l'aver acquisita tra le cronache una scelta definitiva sulle scarpe. I calzari di Sua santità, infatti, sono di Miuccia Prada, la stessa azienda che fornisce sandali alle signore dei girotondi per la democrazia. Alle 17.51 di martedì 19 aprile (un pomeriggio di pioggia, a Roma) nessuno immaginava di dover aggiornare l'iconologia profana, né tanto meno di farne un innesto nella vaticanologia, scienza per eccellenza orba di verificabilità, ma l'Italia di questo Papa che miete negli Angelus della domenica più folla del suo predecessore, questo timido dalla faccia da monello, così inviso agli omosessuali immediatamente per conquistarseli subito dopo, sfoderando, diremmo con Franco Grillini, «la fragorosa bellezza del rito». Questo Dirimpettaio di là dal Tevere così tedesco da «dire poco e molto fare» ha incontrato un'Italia tutta sua (e tutta per sé) che ha deviato dal suo radicato sentimento popolare e materialista e molto democristiano. Non ci sono più i mangiapreti di una volta perché questa volta il prete è fatto di una pasta elaborata, sofisticata, perfino ambita al punto di essere diventato un gioco di società «l'aver fatto un convegno col Papa». Papa Benedetto XVI in udienza. I testimonial della fede più demodè e caricaturali (nella migliore delle ipotesi il solo Antonino Zichichi, ancora fotografato in copertina con Karol Wojtyla) sono stati sostituiti dai Cacciari, dai Severino, dai Mieli, da Paolo Flores d'Arcais persino, il laico dell'eccellenza laicista, primo per virtù della sua prestigiosa rivista, Micromega, ad aver avuto confidenza con l'allora capo della Sacra congregazione per la fede. Tutti amici del Papa per virtù intellettuale, alcuni gratificati dalla confidenza del darsi del tu. «Mi sento percorrere da brividi di commozione all'idea che Ratzinger possa diventare papa»: così diceva un altro amico dell'intelletto, ossia Marcello Pera, non a caso filosofo, quando il teologo raggiungeva la fumata bianca dal comignolo della Cappella Sistina. E chissà che non sia invece Flores quello che più di ogni altro possa godere il lusso di dire: «Come stai Santità?». L'Italia di Benedetto XVI ha cambiato registro, l'eterno spettro laico della nazione «in fondo massonica», quello che celebrava i suoi riti da Napoli con Benedetto Croce, da Torino con Norberto Bobbio, e che oggi guarda la bandiera dello Stato laico tenuta orgogliosamente in alto dal solo Eugenio Scalfari, a 200 giorni e passa di regno sembra rassegnarsi al pontificato di questo teologo che da sempre ha saputo corrodere il pregiudizio dell'establishment guadagnandosi la patente di filosofo; di filosofo tedesco soprattutto, affascinante interlocutore culturale con tanto di passaporto germanico. «È sempre la cultura tedesca che detta legge» dice Antonio Socci, lo strano cristiano di una stagione culturale che s'è lasciata alle spalle la clandestinità clericale: «Me lo spiegava Franco Fortini: possiamo anche avere le rimasticature dalla Francia, ma è sempre la Germania che affascina». Anche Geminello Alvi, bella testa di pensatore fuori dall'ordinario, indulge sulla natura tutta tedesca di questo pontefice, «più obbedito di Giovanni Paolo II». La «rivoluzione di Dio» propugnata da questo Papa è per forza di cose il revolvere, il ritornare alla tradizione ininterrotta, la sua Italia s'imbarazza delle schitarrate sull'altare. Franco Battiato che ha composto una messa solenne sostiene questa non insolita battaglia del Santo padre, indice di una volontà che si fa forte del bello e non della scipita cena moralistica cui s'era ridotto il rito senza più il latino. E a proposito di latino è stato Ratzinger a scrivere le parole più pesanti: «Come si può pensare di proibire la lingua con cui s'è celebrato per quasi 2 mila anni?». Ama la musica e la liturgia, come tutti i tedeschi. A Trastevere, quartiere limitrofo all'aura della Città santa, c'è un pub, precisamente il Ma che ce siete venuti a fa', dove viene servita la birra del papa. Forse non è proprio una deriva secolare perché c'era il torrone di Pio XII, ma alla guerra al relativismo ognuno partecipa per come può. Sua santità, poi, riceve quelle che un tempo sarebbero state definite le sue divisioni. Pier Ferdinando Casini, il presidente della Camera, s'è visto passare sotto il naso Clemente Mastella che già ha visto due volte il pontefice: una prima così, chiedendo udienza, la seconda imbucandosi in una delegazione di parlamentari partenopei. Ma la Chiesa non cerca privilegi. Così ha ricordato il Santo padre lunedì scorso nell'indirizzo di saluto a Montecitorio, proclamando «la legittima laicità dello Stato» ma rivendicando il diritto di pronunciarsi «a favore della persona». Sul versante tragico dei valori trovano spazio quelli che Filippo Ceccarelli sulla «Repubblica» definisce «i valori all'italiana». C'è Claudia Koll che ha fatto il lifting spirituale al cuore; c'è monsignor Rino Fisichella che prepara due distinte penitenze per Romano Prodi e Casini (uno chiamato per via della scelta a favore dei Pacs, l'altro per la sua storia d'amore); c'è la fiction simoniaca di santi e papi per rinforzare i palinsesti di Rai e Mediaset; e c'è la balconata mistica, i décolleté corredati di croce fotografati da Umberto Pizzi. E l'Italia di Benedetto è la stessa che magari non ridiscute la via crucis della scristianizzazione, ma scommette politicamente sulla mobilitazione dei teocon. E che, per rispetto reverenziale, non trova lontani, oltre i leader cattolici, Massimo D'Alema, leader dei riformisti, e Roberto Capezzone, segretario radicale, già seguaci del negromante Giordano Bruno. Quel che non può riuscire al più paziente dei santi, mettere d'accordo un Carlo Caffarra con un Carlo Maria Martini, un Angelo Scola con un Severino Poletto, riesce solo con i laici, in verità tutti amici per virtù intellettuale, alcuni perfino sotto contratto là dove la Chiesa, grazie al prestigio dell'Università San Raffaele a Milano, ieri con Massimo Cacciari, oggi con Ernesto Galli della Loggia nel ruolo di rettore, riesce a ripetere uno schema già collaudato ai tempi del Pci: la cooptazione del ceto colto. Si sta facendo insomma con i professori quello che Palmiro Togliatti faceva con gli indipendenti di sinistra, «i compagni di strada» di ieri, oggi «compagni di processione», un capolavoro di strategia machiavellica che spiazza le ragioni di un conflitto ormai remoto, quello che Sergio Romano nel nuovo saggio descrive tra «la libera Chiesa» e il «libero Stato», non mancando di aggiungere a quest'ultimo un definitivo punto di domanda. Appunto: «Libero Stato?».

Potere Benedetto di Pietrangelo Buttafuoco (PANORAMA | Attualità Italiana | Vaticano - 18/11/2005)

Il mio ultimo viaggio

È un saluto in extremis, ma ironico, gioioso, nello stile di un grande reporter che racconta se stesso. Sono due risate, che esplodono dalla gran barba bianca, ad aprire e chiudere l'intervista. C'è la curiosità irriducibile del grande giornalista, che ci racconta come un reportage sette anni di battaglia contro il cancro. C'è la sua strepitosa faccia da pirata, la voce tonante, l'ironia, l'orgoglio del fiorentino che «la sa sempre lunga» ma infine supera la barriera del proprio scetticismo. E c'è tutta la forza di Tiziano Terzani, dell'uomo bello e vitale che sta per abbandonare in serenità il proprio corpo, del vecchio reporter di guerra che maledice ogni guerra, nell'intervista televisiva che Mario Zanot ha realizzato e che Rete 4 trasmetterà lunedì prossimo. È stata girata il 27 e 28 maggio scorsi, esattamente due mesi prima della morte di Terzani. Repubblica l'ha vista in anteprima. Si intitola "Anam, il senzanome": così Terzani aveva scelto di chiamarsi nei tre mesi passati in un ashram indiano, nel tentativo di tagliare i ponti col mondo dei sensi, dei desideri, di «ritirare gli anni e la testa nel guscio come fa la tartaruga e prepararsi a lasciare la vita». È questo intento che gli aveva fatto declinare, in un primo tempo, l'offerta di una intervista televisiva su di sé: «Alla fine della mia vita - scriveva a Zanot - non voglio ricadere nella orribile trappola dell'ego che, assieme a quella dei desideri, ho dedicato recentemente molto tempo a distruggere. Giustamente lei suggeriva come titolo del suo lavoro Anam, punto di arrivo di quel tentato azzeramento dell'Io. Fare oggi un documentario su di me, ex-Tiziano Terzani diventato Anam, significherebbe in fondo tradire il lavoro a cui ho dedicato gli ultimi anni». Il regista insiste, e riesce a strappargli una promessa: poter registrare con la telecamera almeno un suo sorriso, o una risata. Terzani acconsente («Una risata non la si nega a nessuno»), e infine quell'attimo si dilata in due giorni di racconto. E comincia con una risata. «Un tumore? Ne ho vari, un po' di qua, un po' di là. Ma la cosa divertente è che ci convivo da sette anni. Beh, non credo che durerà molto a lungo. Ma la cosa curiosa, la cosa interessante è che io e quelli siamo una cosa sola, e sarebbe stupido pensare: loro ammazzano me, io ammazzo loro. Ce ne andiamo insieme perché siamo cresciuti insieme. E con questo voglio dire che per me questo cancro è stata una grande benedizione. Perché ero ricaduto nella routine della vita e questo cancro mi ha salvato. Perché finalmente all'invito di un ambasciatore a cena, a una conferenza stampa, a un viaggio a cui non ero più interessato, io potevo sottrarmi. Io ho il cancro. Il cancro è diventato una sorta di scudo, di barriera, di divisione tra me e il mondo da cui volevo staccarmi». In seguito verrà il lungo viaggio attraverso medicine alternative, luoghi di meditazione orientale, santoni e lama tibetani. Ma, quando arriva la rivelazione del «malanno», Terzani sceglie la ragione e la scienza: «Io ero vissuto in Asia fino ad allora quasi trent'anni. Ma quando si è trattato di scegliere che cosa fare non è che mi sono affidato a uno con il pendolo, o all'altro con delle pozioni magiche raccolte nella foresta. Io sono andato nel più grande centro di cancro del mondo e mi sono affidato alla ragione e alla scienza, della quale conoscevo bene i limiti, e durante la terapia questi limiti sono saltati agli occhi. Però ho fatto questo». A New York dagli «aggiustatori»: «Però bravi, bravi, a loro modo bravi. Non devo assolutamente disprezzare il loro lavoro. Tutto sommato mi hanno tenuto a giro ancora per sette anni». Quella New York dove già una volta era fuggito, a imparare il cinese dopo cinque anni di lavoro all'Olivetti: «Allora già una volta New York mi aveva salvato e di nuovo torno in questa città, meravigliosa e orribile nella sua violenza, per cercare la salvezza. E questa contraddizione l'ho sentita molto forte, perché in fondo c'era qualcosa di ideologicamente sbagliato in quello che facevo. Cioè, disprezzavo questa macchina di guerra e di violenza che l’America è. Per cui, come una grande macchina di guerra, è anche una grande macchina di guerra contro il cancro. E io, disprezzando un aspetto, andavo lì e mi facevo curare da questi qua. Infatti mi è piaciuto molto alla fine, quando sono andato dopo tutti questi anni per l’ultima visita, e mi hanno detto che non c’era più niente da fare… E ho trovato che la migliore cosa che potevo fare era tornare a vivere in pace nella mia baita, senza più medicine, senza più contraddizioni, senza più questo senso che andavo a chiedere aiuto a qualcuno che poi disprezzavo per altri versi». Al centro c'è la malattia, combattuta con ogni mezzo, tra medici e guaritori, chemio e stravaganze. Mesi a New York, da solo, il racconto della «Ragna», la macchina della radioterapia: «Questa macchina, la Ragna l'ho chiamata, era buffissima. Era in questa stanza, piena di luci, stranissima, con questa testa e questo busto, tonda con tutte le luci... ». Le mutazioni del corpo: «Entravo nel bagno, guardavo lo specchio e c'era uno che mi sorrideva, ma non ero io. Glabro, senza capelli, gonfio di chemioterapia. E mi continuava a sorridere». Poi, «la grande avventura», il viaggio per il mondo alla ricerca di una salvezza alternativa: «Strada facendo — e io adoro viaggiare, è il mio modo di reagire a tutto, anche a questo ho reagito viaggiando, mettendomi sulla strada, vivendo delle avventure — mi sono reso conto che in verità io non volevo una medicina per il mio cancro, volevo una medicina per quella malattia che è di tutti, che non è il cancro: la mortalità». Un viaggio che il gran curioso Terzani racconta con ironia, con stupore: «Cose curiose ne ho fatte di tutti i colori. Lavaggio del colon, dieci giorni in un'isoletta della Thailandia con digiuni completi e clisteri di 18 litri al giorno due volte. Poi sono stato dai guaritori filippini, quelli che tolgono sangue, budellina di pollo dalle tue interiora». L’India fantastica: «Un'altra grande esperienza che ho fatto è in questo famoso ospedale ayurvedico, dove sono arrivato e la cosa che più mi ha colpito era l'elefante. C'era un elefante! Nel cortile! E ogni giorno c'era una cosa stupenda, calava il sole e iniziava un teatro meraviglioso, fino all'alba. Con suoni di cimbali, barriti di elefanti, balli, strane danze, che erano parte della cura perché i malati assistevano a questo spettacolo degli dèi scesi sulla terra, come a parte della loro terapia». E alla fine del viaggio, dopo i lama tibetani, le pozioni diluite con piscio di vacca («Ma io, fiorentino, piglio una pozione col piscio di vacca?»), le palline d'orzo, l'ashram («Ero Anam, senzanome, è stato buttare alle ortiche una cosa, come un vestito che ti sta stretto»), la conclusione: «I miracoli esistono, ma tu devi essere l’artefice del tuo». E il miracolo è l’accettazione della sofferenza, l’equilibrio ritrovato: «A un certo momento, paf, basta, chiuso. Non voglio più sentire niente di tutta questa roba, perché la cura ho capito che è un’altra. Non è la cura, è la guarigione che cerco. E la guarigione è la ricostruzione dell’equilibrio. In mezzo, l’11 settembre, l’orrore, il pensiero «che potesse essere il momento di un grande ripensamento», le Lettere contro la guerra, «dopo aver fatto per tutta la vita il corrispondente di guerra mi pareva arrivato il momento per dire che mi sentivo ormai in verità uomo di pace». Infine il ritorno all’Orsigna, alla casetta di legno che s’era costruito dove stare solo: «Per me era importante aver capito questo, che il fine della mia vita era di ristabilire un’armonia, con quel che mi circonda, con la gente a cui tengo, e con questo prepararmi all’ultimo passo della vita, che è la morte, senz’angoscia, senza la pretesa che troverò una cura». Godere di ogni giorno «come fosse un altro giro di giostra». «Io sono in pace. Sono in una condizione stupenda, sto benissimo. E il mio corpo, me ne staccherò, lo lascerò lì e andrò via». Un solo cruccio: «Mi incuriosisce morire, mi dispiace solo che non potrò scriverne». E un consiglio finale: «Ridere, io trovo che ridere è una cura, è parte della guarigione. Infatti un’altra delle terapie che ho scoperto in India è la terapia del sorriso, del ridere. Per cui il consiglio che do a tutti è cominciare con una gran risata e finire con una gran risata».

(Fabrizio Revelli - "La Repubblica" - 24 settembre 2004)

Archivio blog

Post più popolari ultimi 7 giorni

Questo BLOG non è una testata giornalistica: viene aggiornato con cadenza casuale e pertanto non è un prodotto editoriale (ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001) bensì un semplice archivio condiviso di idee e libere opinioni. Tutto ciò ai sensi dell'art.21 comma 1 della Costituzione Italiana che recita come: TUTTI HANNO DIRITTO DI MANIFESTARE LIBERAMENTE il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Dissertazioni su Street Art, ne vogliamo parlare? A cura di Toti Clemente

Dissertazioni su Street Art, ne vogliamo parlare? A cura di Toti Clemente
Dissertazioni su Street Art. Ne vogliamo parlare?

Post più popolari dall'inizio

Lettori fissi

Visualizzazioni totali

Economia & Finanza Verde

Cagando todos somos iguales

Cagando todos somos iguales
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001

Un'immagine, un racconto

Un'immagine, un racconto
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

Etichette

"Sbankor" (2) 10 storie del Cavaliere (10) Abbate Ciccio (1) Abbate Lirio (2) Accolla Dario (1) Accorinti Renato (1) Adinolfi Massimo (1) Aforismi (18) Ai Weiwei (1) Aiosa Lorella (2) Al Capone (1) Alberton Mariachiara (1) Alfano Angelino (2) alias C215 (1) Alice ed Ellen Kessler (1) Alinari Luca (1) Allende Isabel (1) Allievi Stefano (1) Almerighi Mario (1) Amato Fabio (2) Amato Giuliano (2) Ambrosi Elisabetta (1) Amurri Sandra (1) Andreoli Vittorino (4) Andreotti Giulio (4) Andrews Geoff (1) Aneddoti (21) Angela (1) Angelo Rivoluzionario (1) Annunziata Lucia (2) Anselmi Tina (2) Anzalone Morena (1) Articoli (2068) articolo (10) ARVIS (2) Ascione Marco (1) Assange Julian (1) Assante Ernesto (2) Attias Luca (1) Augias Corrado (2) Autieri Daniele (1) Avedon Richard (1) Avveduto Virginia (1) B1 (2) Bachis Roberto (1) Baglioni Angelo (1) Bagnasco Angelo (1) Ballarò (1) Balocco Fabio (1) Banca d'Italia (31) Banche & Finanza (61) Baraggino Franz (1) Barbacetto Gianni (3) Barbareschi Luca (1) Barbera Davide (1) Barca Fabrizio (2) Barone Giacomo (1) Barra Francesca (1) Basile Gaetano (2) Bassi Franco (1) Basso Francesca (1) Battaglia Letizia (10) Battiato Franco (8) Battisti Lucio (1) BCE (1) Beccaria Antonella (1) Beha Oliviero (3) Bei Francesco (1) Belardelli Giovanni (1) Belardelli Giulia (3) Bellantoni Pietro (1) Beltramini Enrico (1) Bene Carmelo (1) Benedetti Carla (1) Benetazzo Eugenio (1) Benigni Roberto (1) Benincasa Giuseppe (1) Benni Stefano (35) Berengo Gardin Gianni (1) Bergoglio Jorge Mario (2) Bergonzoni Alessandro (10) Berlinguer Bianca (1) Berlinguer Enrico (4) Berlusconi Silvio (17) Bernabei Ettore (1) Bersani Pierluigi (3) Bertini Carlo (1) Bertinotti Fausto (1) Bertolini Gregorio (2) Bertolucci Lionello (1) Biagi Enzo (26) Bianca Nascimento Gonçalves (1) Bianchi Enzo (1) Bianchini Eleonora (3) Bianchini Gabriella (1) Bianconi Giovanni (1) Bicocchi Silvano (5) Bignardi Daria (1) Bilderberg (1) Billeci Antonio (2) Billi Debora (1) Billitteri Daniele (1) Bindi Rosy (1) Bini Flavio (2) Biondani Paolo (1) Biscotto Carlo Antonio (1) Bisio Caludio (1) Biussy Nick (1) Bizzarri Sura (7) Blair Cherie (1) Bobbio Norberto (3) Bocca Giorgio (7) Bocca Riccardo (1) Bocconi Sergio (1) Boggi Paolo (1) Boldrini Laura (1) Bolzoni Attilio (2) Bongiorno Carmelo (3) Bongiorno Giulia (1) Bongiorno Mike (1) Bonini Carlo (1) Bonino Carlo (1) Bonino Emma (1) Borghi di Sicilia (1) Borromeo Beatrice (3) Borsellino Paolo (4) Borsellino Rita (1) Borsellino Salvatore (2) Bossi Umberto (2) Botti Antonella (1) Bowie David (1) Bozonnet Jean-Jacques (1) Bracconi Marco (4) Brambrilla Michele (1) Branduardi Angelo (2) Breda Marzio (1) Brera Guido Maria (1) Brusini Chiara (1) Bucaro Giuseppe (1) Buffett Warren (1) Buinadonna Sergio (1) Bukowski Charles (1) Buonanni Michele (1) Burioni Roberto (1) Busi Maria Luisa (1) Buttafuoco Pietrangelo (1) Buzzati Dino (1) Cacciari Massimo (3) Cacciatore Cristian (1) Cacioppo Giovanni (1) Calabresi Mario (4) Calabrò Maria Antonietta (1) Calderoli Roberto (1) Callari Francesco (1) Calvenzi Giovanna (1) Calzona Piero (1) Camilleri Andrea (25) Cammara Nuccia (2) Cammarata Diego (1) Campanile Achille (13) Campi Alessandro (1) Campofiorito Matteo (1) Cancellieri Anna Maria (3) Canfora Luciano (1) Canini Silvio (1) Cannatà Angelo (1) Cannavò Salvatore (3) Cantone Raffaele (1) Canzoni (19) Caponnetto Antonino (1) Caporale Antonello (4) Caprarica Antonio (4) Carbone Chiara (1) Carchedi Bruno (1) Carli Enzo (1) Carlisi Franco (2) Carmi Lisetta (1) Carminati Massimo (1) Carofiglio Gianrico (2) Carpenzano Emanuele (1) Caruso Cenzi (1) Casaleggio Gianroberto (1) Caselli Gian Carlo (5) Caselli Stefano (2) Caserta Sergio (1) Cassese Sabino (1) Castellana Giovanni (1) Castigliani Martina (1) Cat Stevens (1) Catalano Carmela (3) Catalano Massino (2) Catilina Lucio Sergio (1) Cavallaro Felice (2) cazzegio ma non tanto (1) Cazzullo Aldo (1) Ceccarelli Filippo (2) Cedrone Giovanni (1) Cei Enzo (1) Celentano Adriano (3) Celestini Ascanio (12) Celi Lia (1) Centro Paolo Borsellino (1) Cerami Gabriella (1) Cernigliaro Totò (1) Cerno Tommaso (1) Cerrito Florinda (3) Cetto La Qualunque (1) Change.Org (1) Chessa Pasquale (1) Chi controlla il controllore? (1) Chiarucci Giancarlo (1) Ciancimino Massimo (3) Ciancimino Vito (2) Ciccarello Elena (1) Cicconi Massi Lorenzo (1) Cicozzetti Giuseppe (1) Cimato Claudia (1) Cimò Valeria (1) Ciotti Luigi (1) Cipiciani Carlo (1) Cirino Mariano (1) Citelli Zino (1) Cito Francesco (5) Civati Giuseppe (1) Claudel Paul (1) Clemente Toti (2) Cocuzza Luigi (1) Colletti Giampaolo (1) Collini Pietro (1) Colombo Furio (4) Colombo Gherardo (6) Coltorti Fulvio (1) Conte Giuseppe (9) Conti Paolo (1) Copasir (1) Coppola Gerardo (11) copyright (1) Cordà Eliane (1) Cordero Franco (1) Cornaglia Carlo (2) Corsi Cristina (2) Corsini Daniele (29) Cortese Renato (1) Cosimi Simone (1) Costamagna Luisella (9) Covatta Giobbe (1) Covid 19 (7) Craxi Bettino (3) Crispi Maurizio (1) Crocetta Rosario (1) Crozza Maurizio (2) Curcio Antonio (3) Cuscunà Salvo (1) Custodero Alberto (1) Cusumano Antonino (1) Cuticchio Franco (1) Cuzzocrea Annalisa (1) d (1) D'alema Massimo (2) D'Alessandro Nicolò (2) D'Amato Daniele (1) D'Ambrosio Simone (2) D'Avanzo Giuseppe (11) D'Eramo Marco (1) D'Esposito Fabrizio (2) D'Orta Marcello (19) da altri blog (1488) Dacrema Pierangelo (1) Dalla Chiesa Carlo Alberto (1) Dalla Chiesa Nando (1) Dalla Lucio (1) Damilano Marco (6) Dandini Serena (1) Davigo Piercamillo (8) De Andrè Fabrizio (4) De Angelis Alessandro (1) De Angelis Attilio (1) De Bac Marcherita (1) De Bortoli Ferruccio (2) De Crescenzi Davide (8) De Crescenzo Luciano (25) De Crescenzo Paola (1) De Curtis Antonio (2) De Francesco Gian Maria (1) De Gasperi Alcide (1) De Gregori Francesco (2) De Gregorio Concita (3) De Luca Erri (2) De Luca Maria Novella (1) De Magistris Luigi (5) De Marchi Toni (1) De Masi Domenico (1) De Riccardis Sandro (1) De Scisciolo Cristiano (2) Deaglio Enrico (3) Dedalus (1) Del Bene Francesco (1) Del Corno Mauro (1) Dell'Utri Marcello (4) Della Valle Diego (1) Deneault Alain (1) Di Bartolo Marica (1) Di Battista Alessandro (1) Di Cori Modigliani Sergio (1) Di Domenico Marco (1) Di Donato Michele (1) Di Feo Gianluca (1) Di Giorgio Floriana (1) Di Maio Luigi (1) Di Matteo Antonino (6) Di Napoli Andrea (11) Di Nicola Primo (2) Di Nuoscio Enzo (3) Di Pietro Antonio (28) Di Romano Arianna (1) Di Stefano Jolanda Elettra (2) Di Stefano Paolo (1) Diamanti Ilvo (28) Didonna Donato (1) Discorsi (1) Documenti (117) Dominici Piero (1) Donadi Massimo (2) Donati Antonella (1) Dondero Mario (1) Dones Merid Elvira (1) Draghi Mario (11) Dusi Elena (1) Eco Umberto (2) Editoriali (1) Eduardo De Filippo (1) Educazione Finanziaria (4) Einstein Albert (1) Elio e Le Storie Tese (1) Email (24) Emanuello Daniele (1) Enigmistica (1) Erika Tomasicchio (1) Ernesto Bazan (2) Erwitt Elliott (1) Esopo (7) Esposito Antonio (1) essec (643) essec.Raffaella (1) Etica e società (2) Eugenia Romanelli (1) Evangelista Valerio (1) Evita Cidni (3) Ezio Bosso (1) Fabozzi Andrea (1) Fabri Fibra (1) Facchini Martini Giulia (1) Facci Filippo (1) Facebook (28) Falcone Giovanni (5) Falcone Michele (1) Faletti Giorgio (1) Fallaci Oriana (1) Famiglie Arcobaleno (6) Famularo Massimo (1) Fantauzzi Paolo (1) Faraci Francesco (1) Faraone Davide (1) Farinella Paolo (7) Fatucchi Marzio (1) Fava Giuseppe (1) Favale Mauro (1) Favole (11) Fazio Antonio (1) Federica Radice Fossati Confalonieri (1) Federico Vender (2) Fedro (6) Feltri Stefano (6) Feltri Vittorio (1) Ferla Giuseppe (1) Ferrandelli Fabrizio (2) Ferrara Gianluca (1) Ferrara Roberta (1) Ferrarella Luigi (1) Ferro Ornella (2) FIAT (1) Ficocelli Sara (2) Fierro Enrico (2) Filastrocche (1) Finanza (2) Fini Gianfranco (5) Fini Massimo (348) Fiorio Giorgia (1) Fittipaldi Emiliano (2) Flaiano Ennio (1) Flores d'Arcais Paolo (7) Floris Giovanni (2) Flusser Vilem (1) Fo Dario (3) Foà Arnoldo (1) Fontanarosa Aldo (1) Fontcuberta Joan (2) Forleo Maria Clementina (1) Formigli Enrico (1) Fornaro Placido Antonino (1) Fotogazzeggiando (1) Fotografia (364) Franceschini Dario (2) Franceschini Enrico (3) Franceschini Renata (1) Franco Luigi (1) Frangini Sara (1) Fraschilla Antonio (1) Friedman Alan (1) Fruttero Carlo (1) Fruttero e Lucentini (1) Furnari Angelo (1) Fusaro Diego (3) Gaarder Jostein (2) Gab Loter (1) Gabanelli Milena (5) Gaber Giorgio (11) Gaglio Massimiliano (1) Gaita Luisiana (1) Galantino Nunzio (1) Galeazzi Lorenzo (1) Galici Marina (2) Galimberti Umberto (10) Galli della Loggia Ernesto (1) Galligani Mauro (1) Gallo Andrea (2) Gallo Domenico (1) Garbo Rosellina (1) Garcin Gilbert (1) Garibaldi Giuseppe (1) Gasparri Maurizio (1) Gattuso Marco (1) Gaudenzi Daniela (3) Gawronski PierGiorgio (2) Gebbia Totò (1) Gelmini Mariastella (2) Genovesi Enrico (3) Gentile Tony (1) georgiamada (1) Gerbasi Giuseppe (4) Gerino Claudio (1) Ghedini Niccolò (2) Giampà Domenico (1) Giamporcaro Concetta (1) Gianguzzi Rosalinda (1) Giannelli (1) Giannini Massimo (31) Giannone Eugenio (1) Giannuli Aldo (3) Giaramidaro Nino (9) Gilardi Ando (1) Gilioli Alessandro (5) Gino e Michele (2) Ginori Anais (1) Giordano Lucio (1) Giordano Paolo (1) Giuè Rosario (1) Giuffrida Roberta (1) Giulietti Beppe (1) Gomez Peter (24) Gonzalez Silvia (1) Google (1) Gotor Miguel (1) Graffiti (2) Gramellini Massimo (9) Granata Fabio (3) Grancagnolo Alessio (1) Grassadonia Marilena (2) Gratteri Nicola (1) Greco Francesco (3) Greco Valentina (1) Grillo Beppe (45) Grimoldi Mauro (1) Grossi Alberto (1) Gruber Lilli (1) Gualerzi Valerio (1) Guémy Christian (1) Guerri Giordano Bruno (3) Gump Forrest (2) Gusatto Lara (1) Guzzanti Corrado (10) Guzzanti Paolo (4) Guzzanti Sabina (1) Hallen Woody (1) Harari Guido (1) Herranz Victoria (1) Hikmet Nazim (1) Hitler Adolf (1) Horvat Frank (1) Hutter Paolo (1) IA (3) Iacchetti Enzo (1) Iacona Riccardo (1) Iannaccone Sandro (1) Idem Josefa (1) IDV - Italia dei Valori (23) Il Ghigno (2) Il significato delle parole (5) Imperatore Vincenzo (4) Imprudente C. (1) Ingroia Antonio (3) Innocenti Simone (1) Intelligenza Artificiale (1) Invisi Guglielmo (1) Ioan Claudia (1) Iori Vanna (1) Iossa Mariolina (1) Iotti Nilde (1) Iovine Sandro (1) ITC Francesco Crispi (2) Iurillo Vincenzo (1) Jarrett Keith (1) Jodice Mimmo (1) Jop Toni (1) Joppolo Francesca (1) Julia Jiulio (1) Kashgar (1) Kipling Rudyard (1) Kleon Austin (1) L'Angolino (6) L'apprendista libraio (1) L'Ideota (1) La Delfa Giuseppina (1) La Grua Giuseppe (1) La Licata Francesco (2) La Rocca Margherita (1) La Rosa Dario (1) LAD (Laboratorio Arti Digitali) - Palermo (1) Lana Alessio (1) Lannino Franco (2) Lannutti Elio (1) Lannutti Wlio (1) Lanzetta Maria Carmela (1) Lanzi Gabriele (1) Laurenzi Laura (1) Lauria Attilio (2) Lavezzi Francesco (1) Le Formiche Elettriche (19) Le Gru (3) Leanza Enzo Gabriele (1) Lectio Magistralis (1) Lella's Space (1) Lenin (1) Lerner Gad (1) Letta Enrico (3) Letta Gianni (1) Levi Montalcini Rita (1) Lezioni (3) Li Castri Roberto (1) Li Vigni Monica (1) Licandro Orazio (1) Licciardello Silvana (1) Lido Fondachello (1) Lillo Marco (14) Limiti Stefania (1) Lingiardi Vittorio (1) Littizzetto Luciana (8) Liucci Raffaele (1) Liuzzi Emiliano (3) Livini Ettore (1) Lo Bianco Giuseppe (2) Lo Bianco Lucia (1) Lo Piccolo Filippo (1) Lodato Saverio (8) Lolli Claudio (1) Longo Alessandra (1) Lorenzini Antonio (8) Lorenzo dè Medici (2) Loy Guglielmo (1) Lucarelli Carlo (1) Lucci Enrico (1) Lungaretti Celso (1) Luongo Patrizia (1) Luporini Sandro (7) Lussana Carolina (1) Luttazi Daniele (3) M5S (3) Mackinson Thomas (3) Magris Claudio (1) Maier Vivian (1) Maiorana Marco Fato (1) Maltese Curzio (22) Manca Daniele (1) Manfredi Alessia (1) Manna Francesco (1) Mannheimer Renato (1) Mannoia Fiorella (1) Manzi Alberto (1) Maraini Dacia (2) Maratona di Palermo (8) Maratona di Palermo 2023 (1) Marcelli Fabio (1) Marchetti Ugo (1) Marchionne Sergio (3) Marcoaldi Franco (1) Marconi Mario (1) Marcorè Neri (1) Marenostrum (1) Marino Ignazio (2) Marra Wanda (3) Marrazzo Piero (1) Marro Enrico (1) Martelli Claudio (4) Martini Carlo Maria (2) Martorana Gaetano (5) Marzano Michela (2) Mascali Antonella (2) Mascheroni Luigi (1) Masi Mauro (1) Massarenti Armando (4) Massimino Eletta (1) Mastella Clemente (1) Mastropaolo Alfio (1) Mattarella Sergio (2) Mauri Ilaria (1) Maurizi Stefania (1) Mauro Ezio (22) Mautino Beatrice (1) Max Serradifalco (1) Mazza Donatella (1) Mazzarella Roberto (1) Mazzella Luigi (1) Mazzola Barbara (2) Mazzucato Mariana (1) McCurry Steve (1) Meletti Giorgio (3) Meli Elena (1) Mello Federico (4) Melloni Mario (3) Meloni Giorgia (1) Menichini Stefano (1) Mentana Enrico (3) Merella Pasquale (1) Merico Chiara (1) Merkel Angela (1) Merlino Simona (1) Merlo Francesco (5) Messina Ignazio (1) Messina Sebastiano (3) Mesurati Marco (1) Milella Liana (2) Milla Cristiana (1) Mincuzzi Angelo (1) Mineo Corradino (2) Minnella Liana (1) Minnella Melo (1) Mogavero Domenico (2) Molteni Wainer (1) Monastra Antonella (1) Montanari Maurizio (1) Montanari Tomaso (2) Montanelli Indro (8) Montefiori Stefano (2) Monti Mario (7) Moore Michael (1) Mora Miguel (2) Morelli Giulia (1) Moretti Nanni (1) Moro Aldo (6) Mosca Giuditta (1) Munafò Mauro (1) Murgia Michela (1) Musolino Lucio (1) Mussolini Benito (4) Myanmar (1) Napoleoni Loretta (1) Napoli Angela (1) Napolitano Giorgio (10) Narratori e Umoristi (269) Nemo's (1) Nicoli Sara (6) Nietzsche Friedrich (2) Norwood Robin (1) Notarianni Aurora (1) Nuzzi Gianluigi (4) Obama Barak (4) Oian Daniele (1) Oliva Alfredo (1) Onorevoli e .... (282) Oppes Alessandro (1) Orlando Leoluca (5) Ortolan Maurizio (1) Ottolina Paolo (1) P.T. (6) Pace Federico (2) Pace Vincenzo (1) Padellaro Antonio (32) Padre Georg Sporschill (1) Pagliai Giovanni (1) Pagliaro Beniamino (1) Pagnoncelli Nando (1) Palazzotto Gery (1) Palminteri Igor (1) Palombi Marco (2) Panebianco Angelo (1) Panizza Ghizzi Alberto (1) Pannella Marco (1) Pansa Giampaolo (3) Papa Bergoglio (2) Papa Francesco (1) Papa Roncalli (2) Pappalardo Pippo (35) Paragone Gianluigi (1) Parise Goffredo (1) Parisi Francesco (1) Parisi Giorgio (1) Parlagreco Salvatore (5) Pasolini Caterina (1) Pasolini Pierpaolo (1) Pasqualino Lia (1) Passaparola (84) Peccarisi Cesare (1) Pellegrini Edoardo (1) Pellegrino Gianluigi (1) Pellizzetti Pierfranco (9) Penelope Nunzia (1) Pericle (1) Personaggi (7) Pertini Sandro (1) Petizioni (1) Petraloro Vito (1) Petrella Louis (1) Petretto Francesca (1) Petrini Diego (1) Petrolini Ettore (4) Piana degli Albanesi (1) Picciuto Salvatore (1) Piccolo Francesco (5) Pignatone Giuseppe (1) Piketty Thomas (2) Pillitteri Nino (2) Pini Massimo (4) Pini Valeria (2) Pink Floyd (2) Pino Sunseri (1) Pinotti Ferruccio (1) Pipitone Giuseppe (5) Pisanu Giuseppe (1) Pitta Francesca (1) Pitti Luca (1) Pivano Fernanda (1) Poesia (39) Politi Marco (2) politica (50) Polito Antonio (1) Pomi Simone (4) Pomicino Paolo Cirino (1) Pompei (1) Popolo Viola (1) Porro Nicola (1) Porrovecchio Rino (2) Portanova Mario (1) Pretini Diego (1) Prezzolini Giuseppe (1) Prodi Romano (3) Puppato Laura (1) Purgatori Andrea (1) Quagliarello Gaetano (1) Querzè Rita (1) Quinto Celestino (1) Raiperunanotte (1) Rajastan (1) Rame Franca (1) Rampini Federico (13) Randazzo Alessia (1) Ranieri Daniela (1) Ranucci Sigfrido (1) Ravello (1) Recalcati Massimo (2) Recensioni (97) Referendum (2) Reguitti Elisabetta (2) Reina Davide (1) Remuzzi Giuseppe (1) Renzi Matteo (12) Report (2) reportage (2) Reportage siciliano (4) Reski Petra (2) Retico Alessandra (1) Reuscher Costance (1) Revelli Marco (1) Riboud Marc (1) Ricci Maurizio (1) Ricciardi Raffaele (1) Rijtano Rosita (1) Riondino David (4) Riva Gloria (1) Rizza Sandra (2) Rizzo Marzia (2) Rizzo Sergio (9) Rizzoli Angelo (1) Roberti Franco (2) Roccuzzo Antonio (1) Rodari Gianni (3) Rodotà Maria Laura (1) Rodotà Stefano (6) Roiter Fulvio (1) Romagnoli Gabriele (1) Rosalio (1) Rosselli Elena (1) Rossi Enrico (1) Rossi Guido (1) Rossi Paolo (1) Rosso Umberto (1) Ruccia Gisella (1) Rusconi Gianni (1) Russo Stefano (1) Rutigliano Gianvito (2) Ruvolo Mariastella (1) Sacconi Maurizio (2) Safina Arturo (1) Saggistica (137) Saglietti Ivo (1) Said Shukri (1) sallusti Alessandro (1) Salvati Michele (1) Sander August (1) Sannino Conchita (1) Sansa Ferruccio (3) Sansonetti Stefano (1) Santamaria Marcello (1) Santarpia Valentina (1) Santoro Michele (6) Sardo Alessandro (1) Sargentini Monica Ricci (1) Sartori Giovanni (9) Sasso Cinzia (1) Sava Lia (1) Savagnone Fabio (1) Savagnone Giuseppe (1) Saviano Roberto (12) Savoca Tobia (7) Savona Paolo (1) Scacciavillani Fabio (1) Scaglia Enrico (1) Scalfari Eugenio (33) Scalzi Andrea (1) Scanzi Andrea (9) Scarafia Sara (1) Scarpinato Roberto (11) Schillaci Angelo (1) Scianna Ferdinando (12) Sciascia Carlo Roberto (1) Scorza Guido (2) Scuola (2) Scurati Antonio (1) Segre Liliana (1) Sellerio Enzo (3) Serra Michele (14) Serra Michele R. (1) Serradifalco Massimiliano (1) Severgnini Beppe (12) Sgroi Fabio (3) Shopenhauer Arthur (1) Shultz (1) Sicilcassa (2) SID (5) Sidari Daniela (3) Sideri Massimo (2) Siena (2) Signorelli Amalia (1) Siino Tony (1) Silena Lambertini (1) Simonelli Giorgio (2) Sisto Davide (1) Slide show (68) Smargiassi Michele (3) Snoopy (1) Socrate (1) Soffici Caterina (1) Sofri Adriano (1) Sollima Giovanni (1) Sommatino Francesca (2) Soth Alec (1) Sparacino Tiziana (1) Spencer Tunick (1) Spicola Mila (3) Spielberg Steven (1) Spinelli Barbara (6) Spinicci Paolo (1) Sport (1) Springsteen Bruce (4) Staino Sergio (1) Stasi Davide (1) Stella Gian Antonio (10) Stepchild adoption (1) Stille Alexander (2) Stone Oliver (1) Storie comuni (6) Strada Gino (1) Strano Roberto (1) street art (16) Studio Seffer (1) Superbonus (1) Svetlana Aleksievic (1) Sylos Labini Francesco (1) Szymborska Wislawa (1) T.S. (1) Tafanus (1) Taormina Carlo (1) Tarantino Nella (1) Tarquini Andrea (2) Tartaglia Roberto (1) Tava Raffaella (1) Taverna Paola (1) Tecce Carlo (4) Telese Luca (7) Temi (4) Terzani Tiziano (4) Tholozan Isabella (1) Tinti Bruno (16) Tito Claudio (2) Tocci Walter (1) Tomasi di Lampedusa Giuseppe (1) Tomasoni Diego (2) Tonacci Fabio (1) Toniolo Maria Gigliola (1) Toniutti Tiziano (2) Tornatore Giuseppe (1) Torresani Giancarlo (9) Torsello Emilio Fabio (2) Tortora Francesco (3) Totò (3) Trailer (1) Tramonte Pietro (1) Travaglio Marco (252) Tremonti Giulio (2) Tribuzio Pasquale (5) Trilussa (15) Troja Tony (1) Trump Donald (1) Truzzi Silvia (8) TT&P (1) Tundo Andrea (1) Turati Giuseppe (1) Turco Susanna (1) Turrini Davide (1) Twain Mark (1) U2 (1) UIF - Unione Italiana Fotoamatori (4) Usi ed Abusi (8) Valesini Simone (1) Valkenet Paulina (1) Vandenberghe Dirk (1) Vannucci Alberto (1) Varie (114) Vauro Senesi (3) Vazquez Luisa (3) Vecchi Davide (9) Vecchio Concetto (3) Veltroni Walter (3) Vendola Niki (3) Venturini Marco (1) Verderami Francesco (1) Verdini Denis (3) Vergassola Dario (4) Verrecchia Serena (1) Viale Guido (1) Video (103) Villaggio Paolo (6) Violante Luciano (2) Viroli Maurizio (3) Visetti Giampaolo (1) Vita Daniele (1) Vittorini Elio (1) Viviano Francesco (2) Vivirito Cettina (1) Volàno Giulio (1) Vulpi Daniele (1) Vultaggio Giuseppe (1) Walters Simon (1) Weinberger Matt (1) Wenders Wim (2) Wikipedia (20) Wilde Oscar (3) WWF (1) www.toticlemente.it (3) You Tube (97) Yourcenar Margherite (1) Zaccagnini Adriano (1) Zaccagnini Benigno (1) Zagrebelsky Gustavo (9) Zambardino Vittorio (1) Zanardo Lorella (1) Zanca Paola (1) Zecchin Franco (2) Zucconi Vittorio (3) Zucman Gabriel (1) Zunino Corrado (1)

COOKIES e PRIVACY Attenzione!

Si avvisano i visitatori che questo sito utilizza dei cookies per fornire servizi ed effettuare analisi statistiche anonime. E’ possibile trovare maggiori informazioni all’indirizzo della Privacy Policy di Automattic: http://automattic.com/privacy/ Continuando la navigazione in questo sito, si acconsente all’uso di tali cookies. In alternativa è possibile rifiutare tutti i cookies cambiando le impostazioni del proprio browser.

Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

Collaboratori