"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."
Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).
I lettori sono personaggi immaginari creati dalla fantasia degli scrittori.
Il segreto per andare d'accordo con le donne è avere torto.
Certo che per fare grandi scoperte oltre che essere grandi geni bisogna anche essere un po' ritardati. Come può venire in mente a qualcuno che una mela possa cadere in su?
Le donne vogliono un marito che sia un genio. Quando si sposano, vogliono che sia un babbeo.
La fortuna viene dormendo, e chi si alza presto le taglia la strada.
Non c'è alcun rapporto fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima.
Mi spezzo ma non m'impiego.
Le donne ci piacciono perché sono meravigliose, o ci sembrano meravigliose perché ci piacciono?
La battuta è di Petrolini: «C’è sempre uno stupido che le inventa e un cretino che le perfeziona». Alludeva a certe trovate inconsuete o strabilianti.
Guardandosi attorno, se ne potrebbe fare un elenco: dall’autoregolamentazione, che è la pretesa di darsi una legge, possibilmente comoda, e da soli: il che ricorda Bertoldo, che non trovava mai l’albero giusto per impiccarsi; all’ultima invenzione, il «compenso incentivo», che viene assegnato ai dipendenti dello Stato, pur che vadano in ufficio, e si presentino puntuali.
E’ anche ammesso, in via del tutto eccezionale, e con possibilità di recupero, un ritardo di 59 minuti: sessanta no, perché suona male se li si traduce in un'ora.
C’è chi dice che il male del nostro paese è la corruzione, chi sostiene che sta nella mancanza di decisioni l’origine di tutti i guai; non ho la pretesa dell'infallibilità, e non possiedo neppure l’esclusiva del senso della giustizia: ma a mio parere, il vero problema è lo strapotere dei buffoni. Non escludo che le paghe o gli stipendi degli impiegati degli enti pubblici non risultino soddisfacenti, è anche quasi certo che ce ne siano più di quelli che servono, è pure provato che in queste terre ultimi decessi per scarsità di grassi e di vitamine, o troppa abbondanza di polenta, risalgono a un secolo fa: ma che si dia un premio speciale a chi rispetta il contratto, mi sembra una innovazione piuttosto assurda.
Che cosa si deve fare, in Italia, per essere licenziati? Non basta «mandare a cagare» (vedi sentenza del tribunale di Genova) un superiore, perché tutto sommato si tratta di un consiglio igienico, neppure la sottrazione di qualche somma costituisce un valido motivo per essere buttati fuori, una prolungata continua assenza dalla scrivania non provoca una punizione, ma la proposta di un compenso extra.
La pensata che ha suscitato qualche perplessità è del ministro socialdemocratico Schietroma, ma ha il merito di realizzarla è del democristiano Remo Gaspari, che alle Poste si distinse nel non far nulla ma evidentemente hanno promesso anche a lui duemila lire di premio che competono a chi dà qualche segno di vita.
Il delizioso progetto viene presentato anche dai sindacati come una preziosa conquista che, per non creare favoritismi, e per uscire dalle ristrette visioni corporative, va estesa a tutti i cittadini.
Quando il medico viene a visitarti, allungagli qualcosa sottobanco, perché si è preso il disturbo di uscire di casa, per ascoltare i tuoi stentorei «33»; il bambino che va a scuola deve essere promosso perché trascura i giardinetti per gli scomodi banchi. E non volete proprio fare un regalino alla vostra signora «se ci sta»?
Ha detto quel reazionario provocatore che è Fidel Castro: «La burocrazia improduttiva e infeconda è il polo opposto del comunismo»: tranne la nostra, che è invece il simbolo del progresso.
Leggo che il ministro Darida, pur non essendo molto informato sulla materia, trova l’accordo «ottimo». Nessuno pretende di essere governato da Disraeli o da Cavour, ma accidenti, a forza di Darida e di Gaspari non si marcia verso la ripresa, ma verso il Cottolengo.
Essere di sinistra significa forse incoraggiare la cialtroneria? Che cosa dobbiamo insegnare ai nostri figli: se non dai fuoco alla nonna, ti compero il gelato? Chi studia, chi lavora, chi sbriga la sua parte è un deficiente che va punito? Craxi avrà dei difetti, ma muoversi alla testa dell’Armata Brancaleone non deve essere facile.
E i vecchi, frusti concetti di responsabilità, di obbligo morale, dove sono andati a finire? Una volta si premiavano con una medaglia i maestri che avevano insegnato per quarant’anni, la banda accompagnava il pompiere, riferivano le cronache, «caduto nell’adempimento del dovere»; le fedeli domestiche comparivano nei necrologi: tutto questo sa di De Amicis, ma non di sciatteria. Si può scegliere: anche lanciando, coi crismi del diritto, delle piccole truffe alla collettività, costretta a pagare una retribuzione speciale a individui che, per il loro passato, meriterebbero spesso di essere buttati fuori.
Ma chi incoraggia queste pazzie? Avete già dimenticato quando a Napoli, quelli dell’Alfa, mollavano la catena di montaggio per andare a raccogliere i pomodori?
E quando quelli di Arese fischiavano i compratori di vetture arrivati dagli Usa, perché avevano la colpa di essere americani? Quanto sono costati questi esercizi, tollerati o addirittura incoraggiati e difesi
Se c’è da dare una indennità speciale, perché non chi produce? E dato che l’uomo non è perfetto, anche Dio, magnanimo, contempla per il peccato la penitenza, quando è che le assurdità prepotenti verranno distinte dalle legittime rivendicazioni sociali?
Platone dice che “se uno, con la parte migliore del suo occhio (la pupilla) guarda la parte migliore dell’occhio dell’altro, vede se stesso”. Questo riconoscimento, reso possibile dal reciproco incontro degli sguardi, oggi è in qualche modo impedito dall’uso sempre più diffuso degli occhiali da sole, grazie ai quali, chi li porta può vedere senza essere visto. Una prerogativa questa che gli uomini hanno sempre temuto, e come tutte le cose temute e scongiurate, hanno espulso dalle pratiche della loro vita comunitaria e attribuito alla divinità che, col suo occhio, vede senza essere vista. Nel primo libro della Bibbia leggiamo che Adamo ed Eva si aggiravano nel Paradiso terrestre in ingenua nudità, ma non appena gustarono il pomo dell’albero proibito “s’accorsero di essere nudi e ne provarono vergogna” (Genesi 3,7). È una vergogna che non nasce dalla nudità del loro corpo, ma dallo sguardo di Dio che li “mette a nudo”. Erano nudi, ma solo dopo quello sguardo “divennero” nudi e perciò si nascosero e fuggirono. Ma che succede quando un occhio vede senza essere visto? Succede che chi è visto viene spogliato della sua soggettività e ridotto a “oggetto” dello spettacolo altrui, viene negato come persona e ridotto a cosa. Ne è un esempio l’episodio di Jole, narrato da Erodoto e ripreso da Hegel nelle pagine della sua Estetica dedicate al pudore. Candaule, re dei Lidi, offre la sua sposa nuda alla vista di Gige, suo alabardiere, per mostrargli che è la più bella donna del mondo. Ma Jole, la sposa, vedendo Gige sgusciare dalla porta, ne prova vergogna. L’indomani lo convoca e, per riparare l’onta, gli offre un’alternativa: o uccide il re e si impossessa di lei e del regno, oppure muore. Con la morte dell’alabardiere, la regina ritiene di poter spegnere lo sguardo che l’ha guardata senza essere visto, privandola della soggettività e riducendola a oggetto del suo spettacolo. In alternativa, facendo accedere l’alabardiere al suo talamo, la regina ritiene di poter recuperare la soggettività consentendo al proprio corpo di rivestirsi della reciprocità degli sguardi. Nella reciprocità, infatti, non c’è più il pericolo dell’oggettivazione della persona, del suo decadimento a cosa, della sua alienazione laggiù, in quello sguardo nascosto che segretamente la deruba, esponendola senza difesa. Se queste sono le dinamiche sottese allo sguardo di chi vede senza essere visto, portare gli occhiali da sole, anche quando il sole non c’è, non è un atto innocente. Sotto, inosservato, lavora un esercizio di potenza che degrada le persone a oggetti nel mondo, a cose tra le cose, perché il non poter vedere chi mi guarda disintegra la reciprocità della relazione. Coperti dagli occhiali da sole, gli occhi dell’altro sono su di me senza distanza, e insieme mi tengono a distanza. La presenza su di me dello sguardo nascosto stabilisce infatti una distanza che mi separa da lui e insieme la sensazione di essere vulnerabile, in uno spazio da cui non posso evadere, in cui sono senza difesa, in breve “sono visto”. La posizione di “guardato”, genera la vergogna. Questa parola che deriva da “vereor gognam”, temo la gogna, è quanto vuol ottenere chi guarda senza essere visto, e cioè la mia riduzione a oggetto in un mondo da cui lo sguardo dell’altro mi ha espropriato, come capita agli innamorati quando sono visti. Il mondo delle loro effusioni non è più il loro mondo, perché è diventato lo spettacolo dello sguardo altrui. Nel guardare senza essere visti non c’è solo un esercizio di potenza ma una vera e propria violenza che, oltre a oggettivarmi, mi espropria del mio mondo. Il mondo che poc’anzi era mio defluisce infatti verso l’altro e, in questa fuga senza fine, io mi perdo nella mia esteriorità. In questa esteriorità, scrive Sartre, è la mia alienazione, perché chi mi guarda senza poter essere guardato nega le mie relazioni col mondo e dispiega le sue. Gli occhiali da sole sottendono anche il desiderio di mascherare il proprio aspetto, di non offrirlo nella naturalezza dei suoi tratti. La maschera infatti dissimula il volto, e, quando degrada a trucco, di cui gli occhiali da sole sono una componente, lo altera per ingannare e fuorviare lo sguardo dell’altro. In tutto ciò c’è una spaventosa fuga da sé che fa dire ad ogni donna e a ogni uomo mascherato dai suoi occhiali neri o fumé: “Io sono un altro”. Che tradotto significa: io non sono più me stesso, ma il mio simulacro. Tentare di comunicare con chi nega il suo sguardo rischia di arrestarsi di fronte all’incomunicabilità di quella donna o di quell’uomo con se stessi, e chi prova a decifrarne il messaggio coglie solo una negazione, un nascondersi, non solo all’altro ma anche a sé. Se però dovessimo cogliere nello sguardo che si nega dietro gli occhiali da sole l’invocazione a una decifrazione, andiamogli incontro, e, con tutto il garbo necessario a chi sa di mettere in crisi un’identità, chiediamogli per prima di cosa di togliersi gli occhiali da sole.
Umberto Galimberti (La Repubblica, 30 aprile 2006)
Fu il terzo giorno dalla scoperta della Stanza che me lo vidi apparire all'improvviso, come se fosse un fantasma. Mi somigliava in modo impressionante: aveva un po' di pancetta, gli occhi azzurri e i capelli grigi. Avesse avuto anche la barba avrei detto che ero io allo specchio. Tra l'altro era vestito come me: aveva i jeans celesti e la sahariana bianca a maniche corte, quella che mi aveva regalato il mio amico Federico quando era tornato dalla Malesia. All'inizio mi spaventai. Poi, siccome mi venne incontro con un bel sorriso, capii di avere a che fare con una persona gentile e lo stetti a sentire. Provo a raccontare l'incontro e, volutamente, da questo momento in poi, almeno nei dialoghi, userò sempre il presente. "Ciao" mi dice e si siede su una delle seggioline. "Come hai fatto a entrare?" chiedo io. "Non sono entrato, sono apparso". "Che vuol dire 'sono apparso'?" "Che mi sono materializzato." "Ancora non capisco. Vorrei sapere, però, chi sei e che vuoi da me." "Io sono te". "In che senso?" "Nel senso che ti sono uguale in tutto e per tutto, a eccezione della barba ovviamente. Ti dirò, anzi, che il giorno in cui decidesti di fartela crescere anch'io ci feci sopra un pensierino. Poi ebbi paura che m'invecchiasse e ci rinunziai. Tra l'altro vorrei convincerti a tagliartela. Staresti meglio senza". "E secondo te perché me la sono fatta crescere?" "Boh? Vallo a capire. Forse per sembrare più intellettuale. Forse per piacere alla critica..." "Ho capito: mi somigli, ma non mi conosci. Se c'è una cosa che desidero evitare è proprio l'aspetto dell'intellettuale. Mi travestirei da barbone analfabeta se solo servisse a comunicare meglio col prossimo. Sia nel modo di scrivere, infatti, che in quello di conversare, cerco sempre di essere il più comune possibile. È una scelta che feci a suo tempo e non me ne sono mai pentito". "Che intendi per 'comune'?" "Adesso con esattezza non te lo saprei dire, posso però farti degli esempi. Tutti quelli che conosco, e che nella vita hanno avuto un successo fuori misura, prima o poi hanno finito col pagare questo successo in termini di felicità. Una volta ridevano e scherzavano dalla mattina alla sera, oggi ridono e scherzano molto di meno. Dove pensi che stia in questo momento Roberto Benigni?" "Dove?" "Sta a casa sua agli arresti domiciliari. È costretto a stare davantial televisore per non essere aggredito per strada. Vent'anni fa,invece, ai tempi dell' 'Altra domenica', era una persona normale. Arbore, la sera, usciva con la chitarra a tracolla e si andava tutti a mangiare da Candido. A fine cena Roberto cantava e improvvisava monologhi in versi: era un essere comune che più comune non si può. Poi sono arrivati il successo, la celebrità e l'Oscar. Oggi, se lo vuoi vedere, lo puoi trovare a Parigi, sotto forma di statua, nel Museo delle cere. Più difficile, invece, incontrarlo in carne ed ossa in una trattoria. Risultato finale: si è tolto il nome dal citofono, ha la segreteria telefonica sempre innestata ed è estremamente difficile, per non dire impossibile, comunicare con lui". "Sì, d'accordo, ma non mi hai ancora spiegato che vuol dire 'comune' ". "Te lo ricordi il mito di Er, quello che Platone racconta nel libro X della Repubblica?" "No, non me lo ricordo: chi era questo Er?" "Era un soldato greco ferito in battaglia che, caduto in coma e creduto morto dagli dèi, fu inviato per errore nell'aldilà, dove finì per assistere a una specie di Giudizio universale. Ebbene, il disgraziato vide le anime dei suoi commilitoni morti, prima giudicate e poi inviate, a seconda dei casi, o nell'alto dei cieli, o in un baratro sottoterra". "E tutto questo che c'entra con l'essere comune?" "Ci arrivo subito. Er a un certo punto vide riemergere migliaia e migliaia di anime che avevano appena terminato la loro pena, o goduto il loro riposo, e che dovevano reincarnarsi. A queste ultime le Moire, le dee del Destino, gettarono dei sassi su ognuno dei quali avevano scritto in precedenza un tipo di vita. Ogni anima poteva scegliersi l'esistenza che più avrebbe gradito. E così Er vide Aiace Telamonio accaparrarsi la vita di un leone, Tamiri quella di un usignolo, Atalanta quella di un atleta olimpionico, e per ultimo Ulisse quella di un uomo comune. Ebbene, dice Platone, fu proprio Ulisse a vivere poi la vita più felice". "L'avrà pure detto Platone, ma io non ci credo. E anche volendo, come si fa a diventare comuni?" "Innanzi tutto dubitando del proprio successo. In secondo luogo non perdendo di vista gli amici. Detto in altre parole, riuscendo a prendere le distanze da se stessi. Devi sapere, infatti, che tutti quelli che superano un certo livello di notorietà finiscono prima o poi col diventare vittime dell'ipertrofia dell'ego". "L'ipertrofia dell’ego? Che cos'è? È una malattia?" "È uno stato psichico che ti fa credere di essere unico al mondo: si comincia con l'autoreferenzialità e si finisce con l’autoammirazione". "L'autoreferenzialità, l'autoammirazione... tutte parole che non conosco. Di che si tratta?" "Dell'incapacità di fare un qualsiasi discorso, o di scriverlo, senza ficcarci dentro un qualcosa di sé". "E tu cosa pensi di essere diventato: uno scrittore di successo? Un grande pensatore? Un filosofo? Un opinion leader? Su, coraggio, dammi un giudizio obiettivo di te stesso". "Ho capito: mi vuoi incastrare, ma io non ci casco. Cominciamo col dire che penso di essere stato fortunato. Sono convinto, ad esempio, che in Italia ci siano tanti, ma proprio tanti scrittori. Molti anche bravi. Alcuni di loro, però, non sono stati sorteggiati dall'angelo degli scrittori e resteranno per sempre sconosciuti, o quanto meno lo resteranno fino al giorno della morte. Basti pensare ai vari Kafka, Morselli e Tomasi di Lampedusa, per capire quanto si può soffrire facendo questo mestiere: sono passati tutti e tre a miglior vita senza avere la soddisfazione di essere stati mai letti da qualcuno. Io, invece, ho la sensazione di aver vissuto almeno due vite. Mi sono reincarnato alla bella età di quarantotto anni. Nella prima vita ho fatto l'ingegnere, mi sono sposato e ho avuto una figlia. Nella seconda ho fatto lo scrittore, il regista e l'uomo di spettacolo". "E in quale delle due vite ti sei più realizzato? Nella seconda immagino..." "... sì, nella seconda, ma non perché fare lo scrittore sia più gratificante del fare l'ingegnere, bensì solo perché sono diventato più vecchio, e diventare vecchio vuol dire diventare più sensibile, più attento a quello che ti circonda. Io oggi mi commuovo per un nonnulla. Tu non ti commuovi mai?" "Certo che mi commuovo. Per chi mi hai preso, per uno zombi?" "A proposito: non ti sei ancora presentato. Com'è che ti chiami?" "Chiamami come vuoi. Chiamami Sosia, Alter ego, Copia, Fotocopia, Luciano due, Doppio, Duplicato, Idem, Controfigura... Insomma, scegli tu il nome che più ti fa comodo". "Mi piacerebbe chiamarti Taleequale. Che ne pensi?" "Per me va benissimo. Sempre, però, fatta eccezione per la barba". Luciano De Crescenzo (Tale e quale)
Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Fare il bagno nella vasca è di destra
far la doccia invece è di sinistra
un pacchetto di Marlboro è di destra
di contrabbando è di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Una bella minestrina è di destra
il minestrone è sempre di sinistra
tutti i films che fanno oggi son di destra
se annoiano son di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Le scarpette da ginnastica o da tennis
hanno ancora un gusto un po' di destra
ma portarle tutte sporche e un po' slacciate
è da scemi più che di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
I blue-jeans che sono un segno di sinistra
con la giacca vanno verso destra
il concerto nello stadio è di sinistra
i prezzi sono un po' di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
I collant son quasi sempre di sinistra
il reggicalze è più che mai di destra
la pisciata in compagnia è di sinistra
il cesso è sempre in fondo a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
La piscina bella azzurra e trasparente
è evidente che sia un po' di destra
mentre i fiumi, tutti i laghi e anche il mare
sono di merda più che sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
L'ideologia, l'ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è la passione, l'ossessione della tua diversità
che al momento dove è andata non si sa
dove non si sa
dove non si sa.
Io direi che il culatello è di destra
la mortadella è di sinistra
se la cioccolata svizzera è di destra
la Nutella è ancora di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Il pensiero liberale è di destra
ora è buono anche per la sinistra
non si sa se la fortuna sia di destra
la sfiga è sempre di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Il saluto vigoroso a pugno chiuso
è un antico gesto di sinistra
quello un po' degli anni '20, un po' romano
è da stronzi oltre che di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
L'ideologia, l'ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché
con la scusa di un contrasto che non c'è
se c'è chissà dov'è
se c'é chissà dov'é.
Tutto il vecchio moralismo è di sinistra
la mancanza di morale è a destra
anche il Papa ultimamente è un po' a sinistra
è il demonio che ora è andato a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
La risposta delle masse è di sinistra
con un lieve cedimento a destra
son sicuro che il bastardo è di sinistra
il figlio di puttana è di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Una donna emancipata è di sinistra
riservata è già un po' più di destra
ma un figone resta sempre un'attrazione
che va bene per sinistra e destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Da molto tempo la società di Fantozzi versava in gravi condizioni. Ma ultimamente una fioca speranza: forse arrivava un investimento da una ...
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Il poliedrico SID in B/N
Nella pittura, nella scultura, nella grafica e nella Street Art
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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari
La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)