"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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domenica 30 agosto 2009

La satira vive delle pagine della storia. E quindi se tu sei nella satira sei nella storia

Il 13 maggio 1998 il direttore del settimanale satirico “Boxer” Davide Riondino e il disegnatore Vauro incontrarono all’hotel Bel Azur di Hammamet Bettino Craxi. Nel numero del 19 giugno di “Boxer” apparve un resoconto completo: tutto era nato dalla notizia che Stefania Craxi era stata condannata a pagare un’ammenda di 400.000 lire “per aver dato dello stronzo a Rutelli in un ristorante”. In effetti, dopo che Rutelli aveva auspicato di vedere Craxi mangiare il rancio in galera, Stefania, incontrandolo casualmente in un ristorante, lo aveva insultato. Non solo la Cassazione le riconoscerà l’attenuante della provocazione “per avere reagito a un fatto ingiusto”, ma l’ammenda le era stata rateizzata in 36 rate. Su ogni bollettino andava indicata la causale del versamento, e così il padre sogghignava: “Grazie a mia figlia oggi si sa quanto costa dare del “grandissimo stronzo” al sindaco di Roma”. Vauro disse a Bettino che la satira in Italia aveva nostalgia di lui: “E’ un onore per me” rispose. “Perché la satira vive delle pagine della storia. E quindi se tu sei nella satira sei nella storia”. Bettino era così contento per quella visita, che si lasciò andare ad altre confidenze: Silvio Berlusconi gli aveva fatto gli auguri per il Natale 1997, ma “l’ala militare sta marciando contro di lui”. Vauro e Riondino gli avevano portato un sacchetto di terra italiana, che lui tenne sul tavolo da lavoro fino alla morte.


Massimo Pini (tratto da “Craxi – Una vita, un’era politica” – 2006 - Mondadori)


Riformisti, il coraggio di parlare controcorrente


- Da Il Messaggero del 14 agosto 2009 -


Il dibattito sulla crisi del riformismo in Europa ha tenuto banco per qualche settimana dopo le elezioni europee. Poi è sparito nel nulla senza aver prodotto alcun apparente risultato.
Lontano dalle polemiche elettorali e favoriti dalla quiete estiva conviene ritornare sull’argomento. Che i partiti riformisti siano in profonda crisi non è contestabile: il centro-sinistra è stato sconfitto nella maggioranza dei paesi europei proprio durante una crisi economica che ha rivalutato molte delle proposte che erano tipiche di questi partiti. Per spiegare questo paradosso conviene fare qualche passo indietro e ritornare al momento in cui, dopo un lungo periodo in cui la politica mondiale era stata dominata dal binomio Reagan- Thatcher, la situazione si rovesciò con la vittoria di Blair che sembrava in grado di cambiare i destini europei con il new labour, la terza via che avrebbe dovuto rinnovare il riformismo europeo e lo schema politico mondiale collegandosi con le novità che Clinton proponeva negli Stati Uniti. Con un pizzico di esagerazione, ma anche per esaltare il ruolo italiano in questo processo, si era arrivati perfino a parlare di “ulivo mondiale”. La causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour e l’ulivo mondiale erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio. Sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. Il messaggio lanciato all’elettore era il più delle volte dedicato a dimostrare che il modo di governare sarebbe stato migliore. Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale. Vent’anni fa una mia semplice osservazione che la differenza di remunerazione da uno a quaranta tra il direttore e gli operai di una stessa azienda era eccessiva, aveva causato scandali e discussioni a non finire. Oggi nessuno si stupisce del fatto che questa differenza sia in molti casi da uno a quattrocento. Durante il momento più acuto della presente crisi abbiamo assistito a una breve fase di sdegno nei confronti della remunerazione di alcuni dirigenti, ma poi tutto è stato dimenticato. Come se vivessimo in una società immutabile, come se la realtà esistente e le convinzioni dell’opinione pubblica fossero così forti da non essere riformabili. Il riformismo ha cioè perso la fiducia in se stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri, pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente criticare gli errori e i comportamenti dei governanti. A cambiare gli equilibri politici tutto ciò non basta, anche perché la rapidità con cui gli “estremisti” del mercato si sono impadroniti del linguaggio dei riformisti è davvero degna di un premio Nobel. Per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti su tutti i temi elencati in precedenza. Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito. Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale. Non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed accoglienza. Mi rendo conto che tutto ciò significa avere il coraggio di scontentare molti e aver la forza di scomporre e ricomporre il proprio elettorato. Mi rendo conto che nessun politico affronta a cuor leggero questa azione di scomposizione e ricomposizione, ma mi rendo anche conto che la crisi economica sta cambiando percezioni e mentalità. Essa rende più accettabili le proposte innovative e coraggiose che il centro-sinistra deve elaborare per essere ritenuto in grado di governare la nostra società. Un compito difficile, tutto in salita e, in una prima fase, addirittura contro corrente. Tuttavia chi non è capace di nuotare contro corrente non sarà mai in grado di risalire un fiume.


Romano Prodi

Il cappello e la coppola

Era una notte buia, ma non tempestosa. Nello scuro fitto di quella strada che avrebbe dovuto essere illuminata da un lampione che i picciottazzi avevano pigliato a petrate astutandolo, il cappello di gran marca, tanticchia scantato, camminava di prescia per arrivare dove doveva arrivare. Girato l’angolo, capì che il temuto malo incontro gli stava proprio capitando: davanti a lui, ferma come se lo aspettasse, c’era una coppola. E non era una coppola quatrigliè da turista inglisi o verdoligna d’uso catalano: nossignori, questa era una coppola siciliana, di panno nìvuro ed era macari messa storta. Con un grido soffocato, il cappello si tirò un passo narrè. “Scanto ti fici?” - s’informò, a un tempo cortese e ironica, la coppola. “Beh, sì”. “E pirchì?”. “Beh, si sa cosa rappresenta la coppola, no? E a vederti così all’improvviso davanti a me, nello scuro, in una strada solitaria, ho pensato subito a una mala coppola, una coppola che ha intenzioni tinte. Ci indovinai?”. “Ci indovinasti” - rispose la coppola cavando un revorbaro dalla sacchetta. E poi spiò: “Prima levami una curiosità. Su quale testa stai?”. “Sulla testa del più grande banchiere del mondo” - rispose il cappello. La coppola rimise in sacchetta l’arma, si fece di lato, si scoppolò rispettasamente. “Mi scusi, capo. Non l’avevo riconosciuta” - fece inchinandosi.

Andrea Camilleri (Favole del tramonto - 2000 - Edizioni dell’Altana)

Di fronte a un'ingiustizia l'inconscio ci spinge a mentire

UNA CILIEGIA tira l'altra? Per le bugie avviene la stessa cosa soprattutto se servono a vendicare una situazione che avvertiamo come ingiusta. Uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science dimostra, con un semplice esperimento, come le persone siano inconsciamente portate a diventare disoneste soprattutto di fronte a un ingiusta perdita di denaro o a un mancato guadagno.
I ricercatori hanno studiato il comportamento di oltre 170 studenti universitari durante tre distinte fasi. Nella prima i ragazzi hanno partecipato al gioco del "testa o croce", al termine del quale alcuni hanno vinto 20 dollari senza nessun merito, gli altri meno fortunati niente.
I vincitori hanno sistemato il denaro in un marsupio in modo che fosse visibile a tutti. Nelle due fasi successive i ragazzi si sono sfidati in alcune partite di "Paroliere" e "Scarabeo", durante le quali si vincevano 8 dollari per ogni parola composta di senso compiuto.
Il risultato? I giocatori che non avevano guadagnato niente durante il "testa o croce", quando venivano chiamati a giudicare le parole composte dai partecipanti svantaggiati come loro, davano come valide parole senza senso mentre, quando dovevano giudicare i più ricchi, mentivano non riconoscendo le parole con un senso.

GIUDITTA MOSCA

Tutti ladri, nessun ladro


Vorrei capire che cosa importa a me se, per dire, il direttore di un settimanale per vegetariani è uno che ogni sera si fa una fiorentina al sangue. Al massimo, smetterò di comperare quel settimanale, ammesso che lo abbia mai letto e che abbia mai influito sulla mia vita e penserò che il direttore è un ipocrita, come un po’ siamo in fondo tutti. Leggermente diverso è scoprire che una persona responsabile del governo dell’intera nazione, dunque anche di governare me e la mia famiglia indipendentemente dalle nostre simpatie politiche e dai nostri voti, è un mascalzone, un bugiardo patologico, un puttaniere e uno che vuole impedire a me di criticarlo per come si comporta. E’ chiara la differenza? Ma il trucco è sempre quello classico, tentato dal prestigiatore Bettino Craxi per salvarsi: se riesco, sollevando un colossale polverone, a convincervi che sono tutti ladri, nessuno è ladro. Ecco dove il qualunquismo dei vaffanculisti serve al gioco di quelli che si difendono sostenendo che “sono tutti uguali” (meno noi, naturalmente, noi siamo garantiti extra vergine).

Vittorio Zucconi ("Tempo Reale" - Il blog del Direttore - 29 agosto 2009)


La stampa francese su Berlusconi "I suoi sono attacchi fuori luogo"

PARIGI - "Un milione per dieci domande". Così titola Libération, che in un articolo pubblicato oggi sottolinea l'attacco del premier contro "uno dei rari media che non è ancora sotto il suo diretto controllo". Il giornale della gauche ricorda le domande che ha posto Repubblica al Cavaliere, facendo notare che il primo ministro non risposto "neanche a una" delle dieci. Paradossalmente, la denuncia degli avvocati di Berlusconi sta provocando ancora più curiosità e interesse nei media francesi per le "10 domande" che gli sono state presentate da Repubblica il 14 maggio e poi, in una nuova versione, il 26 giugno. "Avevamo già pubblicato i primi quesiti" racconta Philippe Thureau- Daugin, direttore di Courrier International. "Adesso - annuncia - pubblicheremo anche le 10 nuove domande". La causa civile di Berlusconi a Repubblica ha anche rilegato in secondo piano la notizia dell'annullato incontro tra il premier e il cardinal Bertone. "Da noi, pochi presidenti francesi hanno brandito la minaccia legale contro un giornale. Nei rari casi in cui è successo, sono stati costretti a rinunciare" spiega Yves Threard, vicedirettore ed editorialista del Figaro. Anche nel giornale conservatore, molto vicino a Nicolas Sarkozy, la mossa di Berlusconi è vista come un "attacco fuori luogo e controproducente". "Un primo ministro - nota Threard - deve essere al di sopra della mischia". Il Nouvel Observateur, che continua ad avere sulla homepage la notizia come molti altri media transalpini, ricorda alcuni precedenti. L'ultimo riguarda proprio il settimanale e la minacciata querela di Sarkozy per aver pubblicato un "falso Sms" tra il Presidente e l'ex moglie Cécilia. Il capo dello Stato aveva poi rinunciato ad andare per vie legali. "E' un'usanza repubblicana" spiega il direttore del Nouvel Observateur, Denis Olivennes. Già ieri pomeriggio la citazione presentata da Berlusconi il 24 agosto al tribunale di Roma era su tutti i principali canali di all news, da Lci a BfmTv a Tv5 Monde. Molte radio francesi hanno trasmesso corrispondenze dall'Italia, poi commentate in studio. Radio France International ha intervistato l'associazione "Reporters Sans Frontières" che ha stigmatizzato ancora una volta "l'anomalia italiana": un capo del governo proprietario di un impero mediatico. "La causa contro Repubblica - ha detto Elsa Vidal, responsabile dell'ufficio europeo di Rsf - è una minaccia per tutta la stampa italiana". Ma altri responsabili dei media francesi avevano già avuto avvisagliate della controffensiva di Palazzo Chigi. "A giugno avevamo dedicato la nostra copertina agli scandali di Berlusconi - racconta Christophe Barbier, direttore dell'Express - e dopo qualche giorno abbiamo ricevuto una lettere abbastanza dura da parte dell'ambasciata italiana a Parigi". Il settimanale aveva poi deciso di pubblicare la missiva. "Non è perché un premier è eletto democraticamente e gode del sostegno della maggioranza dell'opinione pubblica - conclude Barbier - che può comportarsi come meglio gli pare. Berlusconi dimentica che è il rappresentante e garante delle istituzioni".

ANAIS GINORI (La Repubblica - 29 agosto 2009)

sabato 22 agosto 2009

Succede

E mi è successo. Dopo anni di sbattimenti, spettacoli nelle bettole e trasmissioni invedibili (in tutti i sensi), le cose sono cambiate. Le persone giuste si sono accorte finalmente di me e adesso moltissimi apprezzano il mio talento. Da imbecille a genio. Ma io non mi sento affatto cambiata. Sarà che sono rimasta imbecille o sono sempre stata un genio? Tant'è. Adesso mi capitano le cose più strane. Prima fra tutte mi si chiede il parere su qualsiasi cosa. Dai movimenti della tettonica a zolle al calo della libido. E io quasi mai ho qualcosa di veramente interessante da dire. Mi viene da rispondere: «Mah?». E mi rendo conto che è un po' pochino. Poi ricevo un sacco di inviti. Dal gran gala della trifola alla festa privata in disco dove: «Minchia, se vuoi puoi fare tutto lo spettacolo, noi ti diamo la cena, bibite comprese». Poi godo di un notevole fenomeno di riconoscibilità stradale che, a ragion del vero, mi fa un sacco piacere. Lo dice sempre anche mia zia: «Di sentirci amati non ne abbiamo mai a basta». L'abbordaggio tipico avviene più o così: «Nooo! Ma tu sei la Littizzello? La pervertita della televisione?». Oppure: «Guardaaa! C'è la Trippizzetto! Mi dici bastardo?». O ancora: «Mi scrivi sulla carta d'identità "Ti amo bastardo"? Grazie, sei gentilissima». O quando proprio si esagera: «Tu sei la Zippittetto, vero? Ci ho qui la videocassetta del matrimonio di mio cugino Ettore dove ho fatto l'imitazione di Wess e Dori Ghezzi contemporaneamente... puoi mica farla avere a Gori? A proposito: ma la Marcuzzi ce le ha vere o rifatte?» Una volta un tipo a Porta Susa con incontenibile gioia mi ha chiesto: «Ma tu sei Minchia Sabbri? Ma ti chiami Minchia di cognome?». Quello è stato un momento pesante. Ma la vera perla è successa durante la cena di un dopo spettacolo. Il gestore del ristorante mi ha accolta a braccia aperte e, dopo essersi sdilinquito in un miele di complimenti, con l'occhio pazzo da Jocker di Batman, ha zittito la compagnia con queste parole: «Silenzio, ordina prima la cantante! E poi incredibile dictu: ho fatto il cinema. Io. La nana di Cit Turin. Il cinema quello vero, non quello che evoca mia madre quando vuole che la pianti e urla: «Luciana, fa' nen tant cine!». Quello che non mi spiego è perch‚, in dieci anni di mestiere, il trucco cinematografico, teatrale o televisivo non mi sia mai servito a migliorare esteticamente. E quando dico mai dico mai. Mi peggiora sempre. Mi esalta i difetti. Si impegna a ridare vita al mostro che riposa in me. Tanto che poi la gente, quando mi incontra per strada, generalmente sbotta con apprezzamenti del tipo: «Ma non sei così racchia, in fondo...» che, vi assicuro, non fanno certo bene al mio amor proprio. Devo dire che anche i ruoli che mi scelgo son quelli che sono. In due film su tre ho fatto la moglie cornuta e nel terzo la prostituta. Mi sembra un bilancio di tutto rispetto. Si vede che ispiro. In un cortometraggio per Cinema Giovani, qualche tempo fa, sono stata conciata da prostituta picchiata. La truccatrice mi ha riempito di bozzi e graffi, poi mi ha unto e scompigliato i capelli e, dubitando ancora della buona riuscita del suo lavoro, ha chiesto a una comparsa: «Così è credibile come prostituta?». E lei: «No, per me era più credibile prima!». Praticamente come ero arrivata da casa. E avanti. Ho girato la mia prima, e suppongo ultima, scena di sesso. Ho la credibilità di Topo Gigio. Io e lui a letto. In mutande, naturalmente, sotto le lenzuola. La macchina da presa appesa al soffitto. Io sotto e lui sopra. Roba da missionario. Io l'espressione tipica del rettile. Lui l'occhio da batrace. Io che per coprirmi le tette gesticolavo col risvolto del lenzuolo come la Mondaini in Casa Vianello. Lui che cercava di distrarsi per il terrore che il suo ammennicolo potesse da un momento all'altro prendere vita. Abbiamo girato sei ciak. Poi ho deragliato di testa. Al settimo. Quando il direttore della fotografia ha urlato all'operatore: «Bene, adesso mettiamo il diaframma!». E poi. Un esercito di pazzi furiosi è stato assoldato apposta per cambiarmi il look. «Mica si può fare il tuo mestiere con 'nu jeans e' na maglietta?» Ah, no? Eppure mi sembra che Nino D'Angelo ci sia riuscito... o sbaglio? Niente. Non sentono ragioni. Ma se sono arrivata fin qui con questo muso che, certo lascia un po' il tempo che trova, perch‚ cambiarlo? Perchè la parola d'ordine è svecchiare e allora... si comincia con l'abito che a quanto pare fa un casino il monaco. Via il comodo pantalone ascellare e pronti col calzone vita bassa, cavallo mezza coscia, maglietta stretch e golfino di lana di cane. «Importante, mi raccomando, l'ombelico di fuori, meglio con l'orecchino.» No. L'orecchino non me lo sparo nella pancia! C'ho un neo. Va bene lo stesso? Eppoi, posso tirare un po' giù 'sto golf che sento freddo alle budella e mi viene la colite? «Sei pazza? Non ci hai mica sessanta anni?» Sì, ma ne ho trentasei e soffro ancora di acetone, come si spiega 'sto fatto? «Silenzio.» Passiamo alla scarpa. Ecco. «Un bei sandalo aperto (tanto siamo a marzo) con tacco a Toblerone e calzino corto, meglio se di lam‚.» Mi cade la prima lacrima. Ma Milano non era la capitale della moda? «Zitta.» Siamo alla fase capelli. «Non si discute: bionda.» No. Bionda no. «Qualche colpo di sole? Una botta di luce? Una frangia di luna?» Piuttosto mi ammazzo. «Ma il biondo è un colore molto televisivo, è per questo che fioccano le Mare Venier, le Antonelle Elie, le Marie Terese Rute!» E chisse nefrega! «Anche la mitica Marilyn è passata da questo tunnel.» Infatti io non ho niente in comune con lei. E state giù con quelle forbici. «Te li sfiliamo un po', vuoi mica tenerti 'sta chioma a raperonzolo?» E così eccomi qua. Un bell'incrocio tra Ringo Starr e La fata Fior di melo. «E per quella cellulite lì sui fianchi?» Ah no! Giù le mani! Quella sta lì. Dio me l'ha data e guai a chi me la tocca!

Littizzetto Luciana (SOLA COME UN GAMBO DI SEDANO - 2001 - Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.)

Silvio Berlusconi: dopo il libertinaggio, la cura della virtù Articolo di Personaggi d'Italia, pubblicato sabato 8 agosto 2009 in Francia.

[Libération]

Vacanze in famiglia, visite a L’Aquila: il Cavaliere vuole fare dimenticare le sue scappatelle.

Né sedute di trapianti di capelli come in passato, né le abituali feste dionisiache nella sua sontuosa residenza sarda di Villa Certosa: le vacanze estive di Silvio Berlusconi dovrebbero essere, quest’anno, all’insegna della tranquillità, della famiglia, del lavoro e della forma fisica. Ieri, il Presidente del Consiglio ha fatto la sua ultima trasferta prima della pausa [estiva, N.d.T.], andando a firmare un accordo energetico ad Ankara. Fino alla fine, il numero uno italiano ha tentato di dare l’immagine di un uomo d’affari anche in piena estate. Mentre gli attacchi sulla sua vita privata continuano – mercoledì, uno dei suoi ex senatori, Paolo Guzzanti, l’ha definito “un gran porco che disprezza le donne” - il Cavaliere cerca di coprire gli scandali con la sua attività politica.

Papi

Silvio Berlusconi ha previsto di interrompere più volte le sue vacanze, in particolar modo per fare dimenticare le polemiche provocate dall’ apparizione pubblica, in maggio, della giovane Noemi Letizia, 18 anni, che lo chiama ‘Papi’, dalla successiva richiesta di divorzio avanzata da sua moglie, Veronica Lario, perchè non avrebbe potuto “restare con un uomo che frequenta le minorenni”, o ancora dalle rivelazioni della escort Patrizia D’Addario, che ha affermato di aver dormito con lui nel “lettone regalato da Putin”. Berlusconi ha assicurato che si recherà “almeno una volta a settimana” a L’Aquila per seguire i lavori della ricostruzione dopo il terremoto dell’aprile scorso.

Prima, dovrebbe seguire una “cura antistress”. Qualche giorno fa ha fatto arrivare in elicottero dall’Alto Adige tre medici di una clinica specializzata per portarli direttamente nella sua casa lombarda di Arcore. “Non poteva venire a Bressanone prima del 10 agosto per sottoporsi ad una visita medica, una cura disintossicante e riposo” ha spiegato il dottor Athanas Von Guggenberg. “Seguirò una cura sportiva di dieci giorni perchè col cortisone che ho preso [ufficialmente per dei dolori al collo, N.d.R.], devo perdere un po’ di peso” ha dichiarato il diretto interessato.

Nel suo entourage si sarebbe inoltre stabilito di approfittare delle vacanze per cercare di riconquistare l’elettorato cattolico, turbato dalla vita dissoluta del capo del Governo, che ha ammesso di non essere “un santo”. Una giovane deputata del suo partito del Popolo delle Libertà, Nunzia De Girolamo, l’ha anche invitato a recarsi al santuario di San Giovanni Rotondo, consacrato a Padre Pio, cappuccino molto popolare. Da Palazzo Chigi per il momento tale visita è stata smentita.

Al contrario, Berlusconi cercherebbe di sfruttare la pausa estiva per mostrare l’immagine di una famiglia unita nonostante le difficoltà. All’inizio del mese, ha dichiarato che sarebbe tornato una decina di giorni a Villa Certosa ma senza prevedere nuove feste con soubrettes in topless ed invitati nudi ai bordi della piscina, come l’ex Premier ceco Topolanek, immortalato a sua insaputa da un paparazzo. “I miei figli verranno a Villa Certosa con tutti i miei nipoti”, ha assicurato il Presidente del Consiglio. Questo tuttavia prima delle dichiarazioni di Barbara, la secondogenita del Cavaliere, nata dal suo matrimonio con Veronica Lario, che, dalle pagine di Vanity Fair, ha criticato il comportamento di suo padre.

Contro-offensiva

Dietro le quinte Silvio Berlusconi dovrebbe anche approfittare della pausa per preparare la contro-offensiva agli attacchi del gruppo editoriale La Repubblica-L’Espresso. La settimana scorsa, il giornalista Vittorio Feltri, solito agli scandali e alle polemiche, è stato nominato direttore de “Il Giornale”, il quotidiano della famiglia Berlusconi. “Il sangue scorrerà nella stampa italiana”, pronostica il quotidiano di centro sinistra “Il Riformista”.”Feltri coprirà di fango la vita privata dei dirigenti del gruppo La Repubblica-L’Espresso”. Secondo alcuni giornali Paolo Berlusconi, il fratello minore del Presidente del Consiglio, avrebbe sborsato diversi milioni di euro per assicurarsi la collaborazione di Vittorio Feltri.

[Articolo originale "Silvio Berlusconi: après la gaudriole, la cure de vertu" di Eric Joszef]

http://italiadallestero.info/archives/7116


La profezia

Nel 1943 la guerra devastava l'Europa. Il nazismo e il fascismo non avevano più la certezza di vincere, ma erano ancora molto forti. In quell'Europa, dentro una piccola città italiana, una città piemontese, lungo il Po, viveva Giovanni, un bambino di 7 anni e mezzo. Aveva una madre, Giovanna, di 36 anni. Aveva una nonna, Margherita detta Rita, di 60 anni. Aveva tre zie, sorelle di sua mamma: Ines, di 40 anni, Angiolina, di 38 anni, e Vanda, di 27 anni. Questa era la sua famiglia. C'erano poi degli uomini, anch'essi abbastanza giovani, attorno al bambino e alle cinque donne. Ma contavano poco.
Un giorno del gennaio 1943, la zia Vanda disse alla mamma di Giovanni: «Oggi pomeriggio vado da un'amica che sa fare le carte. Ci stai a fartele fare anche tu?». La mamma di Giovanni si scoprì combattuta. Il futuro la spaventava e la attraeva. È bene o male sapere quel che ci aspetta? Conviene farsi fare le carte o è meglio stare lontani da questa pratica magica?
La signora Giovanna finì con l'accettare e andò da quella donna. Che le fece le carte. Con i tarocchi. La signora Giovanna la vide rabbuiarsi. Chiese, ansiosa: «Che cosa vedete?». La donna non voleva parlare. Bisognò tirarle fuori le parole con le pinze.
Disse: «Vedo una brutta cosa che riguarda la tua famiglia. Una persona che ami toglierà la vita a un'altra persona che ami».
La signora Giovanna si sentì stringere il cuore: «Davvero vedete questo? Ne siete sicura?».
La donna ricontrollò le carte, poi confermò: «Vedo questo, purtroppo».
La mamma di Giovanni scappò da quella casa con il respiro che le mancava. L'aria fredda, un'aria di neve imminente, la rianimò. A parte la guerra, tutto sembrava normale. Il Po scorreva limpido. Le colline si preparavano all'arrivo della sera. Una tradotta militare passava sbuffando sul ponte ferroviario. Due fidanzati si baciavano in un portone. Da un caffè ancora aperto veniva il suono di una radio a tutto volume. Trasmetteva una canzone che a lei piaceva molto: "Ma l'amore no". E lei doveva tornare al suo negozio, dove l'aspettavano la nonna Rita e Giovanni.
La signora Giovanna corse col cuore in gola. Nel correre disse a se stessa: «Che stupida sono stata a farmi fare le carte! Non ci devo credere alla cosa che mi hanno detto». Ecco quello che era bene fare: non crederci. E dimenticare. Proprio così: dimenticare i tarocchi, la donna dei tarocchi, la predizione dei tarocchi.
Fu bravissima, la signora Giovanna. La mattina dopo aveva già dimenticato tutto. Nella sua memoria non rimase nemmeno una scheggia, nemmeno una briciola, nemmeno un puntino della cosa orribile che avrebbe potuto stregarla.

GIAMPAOLO PANSA (MA L'AMORE NO - STORIA DI GENTE COMUNE NELL'ITALIA DELLA GUERRA CIVILE)

I 4 Re

Scordato dintra a un cascione della càmmara di mangiare, il mazzo di carte addiventò tanticchia ammuffito. Nella lunga aspettanza che qualcuno lo ripigliasse in mano per giocarci, tra le quaranta carte del mazzo principiò a esserci un certo malumore. Il re di denari, ch’era un vero dongiovanni, non aveva altro pinsèro che di assicutàre fìmmine; il re di coppe era addiventato un alcoolizzato cronico; il re di spade un attaccabrighe pronto ad ammazzare per il solo piacere d’ammazzare; il re di bastoni uno che sfruttava i suoi sudditi con tasse sempre più alte e non aveva in testa che riempire i suoi forzieri. I quattro cavalieri dei diversi colori, che erano vicerè, fecero una congiura e decisero d’ammazzare i loro re indegni. Il proposito arrivò alle orecchie del due di coppe il quale andò a parlare ai quattro cavalieri. “Voi volete levare di mezzo i re per mettervi al loro posto?” - spiò. “Manco per sogno!” - disse il cavallo di spade ch’era il capo della congiura - “Noi non siamo mossi da ambizioni personali! Noi aboliremo la monarchia e proclameremo la repubblica!” “Statemi a sentire” - disse il due di coppe - “Io sono uno che sa come va la vita: quando giocano a tressette io valgo tantissimo e invece non valgo niente quando giocano a briscola. Non è la forma che conta, ma a che gioco decidono di giocarci. Se levate di mezzo i re.” Non vollero stare a sentire oltre, lo cacciarono via. La rivolta scoppiò, i re vennero fatti a pezzi, i quattro cavalieri divennero ognuno presidente della repubblica del loro seme. Un giorno un picciliddro per caso trovò il mazzo. E volle farsi un solitario. Subito però vide che le carte erano trentasei. Cercò nel cascione, non trovò le quattro carte mancanti. “Un mazzo di carte senza i re è inutile” - disse. Raprì il secchio della spazzatura e gettò nella munnizza le carte.

Andrea Camilleri (Favole del tramonto - Roma, Edizioni dell’Altana, 2000)

Favola inutile

Una vespa si posò sul collo di un contadino. “Ora ti pungo” - fece la vespa. “Ragioniamo un momento” - disse il contadino - “Che te ne viene? Io massimo massimo mi faccio due giorni di febbre, tu invece, dopo avermi punto, sei costretta a morire. Ti pare cosa?” La vespa non rispose e lo punse. Colto da choc anafilattico, il contadino morì. Il suo ultimo pensiero fu: “Se l’ammazzavo con una botta invece di farla ragionare, a quest’ora sarei ancora vivo”. A poca distanza, sconciata, la vespa stava per morire. Il suo ultimo pensiero fu: “Se ragionavo invece di pungerlo, a quest’ora sarei ancora viva”.
Questa è una favola assolutamente inutile.

Andrea Camilleri (Favole del tramonto - Roma, Edizioni dell’Altana, 2000)

Sul profilo Facebook, leader Pd confessa: da 10 anni pago l’affitto in nero

Per fare outing sull’affitto ha scelto il social network più famoso del mondo. Sul profilo Facebook di Mario Adinolfi, ex candidato alla Segreteria del Partito democratico, infatti, è comparso ieri uno “stato-confessione” secondo cui Adinolfi avrebbe pagato l’affitto in nero per dieci anni senza mai denunciare il fatto (vedi immagine sotto). Questione di solidarietà, secondo quanto il proprietario del profilo spiega nei commenti: l’affittuaria è una donna sola con un figlio a carico. Il fatto di per sé potrebbe essere assimilabile alla normalità tutta italiana che contraddistingue tanta parte del sommerso nazionale. Ma il punto di vista cambia se si tratta del profilo di un candidato alla Segreteria del principale partito di opposizione italiano.

Di seguito, la schermata in cui viene raccontata la disavventura. Più uno sfogo che non un racconto puntuale. Ma è proprio da questo eccesso d’ira che si comprende il secondo passaggio di un esempio che la politica avrebbe dovuto dare e non ha dato: non viene denunciato l’illecito.

La domanda che facciamo al proprietario del profilo Facebook di Adinolfi è: dobbiamo davvero credere a voi politici quando andate in giro a sbandierare il senso civico e la legalità? Se i piccoli esempi sono una cartina a tornasole del modus operandi generale, la risposta – temo – non è positiva.

Emilio Fabio Torsello – 22 agosto 2009 (Diritto di critica)


Ho deciso: non parteciperò alle primarie!

Alla fine è una decisione sofferta, ma visto l'andazzo e le candidature espresse, e soprattutto visto gli "sponsor" e gli "staff" dietro a ciascun candidato, cosa non di secondo piano nell'organizzazione di un partito, ho deciso di passare questo giro. Non parteciperò alle primarie. Si facciano pure il loro segretario, io non mi farò complice di un'operazione la cui cronaca io affiderei senza batter ciglio a Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Ritengo peraltro il PD stia facendo un errore mortale con l'idea di fare un segretario anche futuro candidato presidente del Consiglio, scimmiottando Berlusconi che, al contrario, è un unicum irripetibile e inimitabile nel bene e nel male.
Ma chi lo ha detto che uno bravo in un ruolo lo sia anche nell'altro? Non è che comunque qualunque candidato raggiungerebbe comunque, in uno dei due ruoli, il suo livello di incompetenza?

Un esempio per tutti: Bersani. Ogni volta che apre bocca è la dimostrazione palese di come potrebbe essere la prima scelta per il ruolo di Presidente del Consiglio. Un Bersani presidente del Consiglio lo voterei a occhi (quasi) chiusi. Ma sul ruolo di segretario, beh quella è tutta un'altra cosa. E' un altro ruolo, e basterebbe guardare gli scivoloni dell'ultim'ora per capire che non è proprio cosa.

Per non parlare di Marino, altro grande nel suo ruolo, ma altra grande testa parziale, per dirla con il Montalbano dell'odore della notte; grandissimo in tutto ciò ha a che vedere con la sua area di competenza, che è la medicina, e le aree ad essa collegate; ma cosa c'entra con il gestire un partito?

Franceschini aveva detto che non si sarebbe presentato.

Novità? nessuna. Gente nuova? nessuna. Dietro sempre gli stessi e molti quelli che se ne dovrebbero andare ma rimangono lì inamovibili.
Si sperava in un under 40, ma si è allineato e coperto pure lui.
E allora: io passo.

http://www.democraticionline.it (19 agosto 2009)

Il 'manifesto' di Ignazio Marino

Come molti ragazzi della mia generazione preparavo gli esami di medicina in compagnia di un mito, un medico anche lui, Che Guevara, il cui sguardo spiccava sul poster appeso nella mia camera. Crescendo ho affiancato a quella immagine la foto di Enrico Berlinguer con i capelli scompigliati dal vento, pubblicata sulla prima pagina de l’Unità quando morì. In quegli stessi anni in cui si formava la mia coscienza di adulto, attraverso l’educazione familiare e lo scoutismo consolidavo le mie convinzioni di credente su principi che non escludevano la partecipazione al fermento sociale degli anni Settanta. Tempo dopo, vivendo e lavorando negli Stati Uniti, mi sono ritrovato a curare con il trapianto il fegato decine di veterani del Vietnam che si erano ammalati di epatite durante la guerra. Dai drammatici racconti di quei soldati contro i quali avevo manifestato da ragazzo, e dalle loro sofferenze di uomini, ho compreso meglio le responsabilità della politica, le colpe di governi che non esitano a manipolare la realtà e a privare della felicità le persone che, in genere, aspirano ad una vita serena e onesta.

Il mondo è cambiato negli ultimi quarant’anni con una rapidità sconosciuta in precedenza: nel 1969 esistevano solo quattro computer collegati in una rete tra altrettante università americane. Oggi le persone che accedono a Internet sono più di un miliardo e gli studenti forse non sanno nemmeno cosa sia un poster perché scaricano le immagini dei loro miti dalla rete e le condividono con gli amici su Facebook. Però non è cambiata la loro aspirazione a costruire insieme un mondo migliore.

Mi sono entusiasmato due anni fa quando milioni di persone, studenti e pensionati, lavoratori e casalinghe, in un clima festoso sono scesi nelle piazze italiane per partecipare in prima persona, con il loro voto, alla fondazione del Partito democratico. Fu un’esperienza straordinaria perché nasceva da una sentita esigenza di dare vita ad una grande forza democratica che avesse l’ambizione di governare il paese per modernizzarlo, strapparlo all’assenza di meritocrazia, alla corruzione dilagante, alla paura della diversità, eliminando l’abitudine a spacciare la furfanteria per competitività, ma soprattutto restituendo la speranza, la cui perdita in particolare tra i giovani, è l’elemento di disgregazione sociale più distruttivo che si conosca.

L’originalità dell’idea e la sua audacia risiedevano nella convinzione di voler edificare un partito non funzionale a se stesso e alla propria classe dirigente ma costruito da persone di diversa estrazione e orientato ad ascoltare tutti sui grandi temi della nostra epoca. Un partito in grado di ricreare luoghi di incontro e di discussione, anche accesa: luoghi non per pochi che si riuniscono per parlare del paese ma per molti che vogliono parlare con il paese. Oggi spiace constatare con amarezza che la politica spinge il dibattito pubblico a imputridire su argomenti che nulla hanno a che vedere con le esigenze della società, mentre buona parte della classe dirigente eletta si balocca intervenendo a proposito di vicende irrilevanti o semplicemente fastidiose, chiusi in palazzi dove non giunge l’eco della vita quotidiana.

Dove sono finiti i temi che riguardano la vita di ognuno? Il diritto al lavoro, ad un salario dignitoso, alla casa, la gestione dei rifiuti nelle grandi aree metropolitane, i treni per i pendolari, i cinquecento ospedali a rischio sismico, il milione di persone che ogni anno emigra dal sud per curarsi in un ospedale del nord, gli oltre 200 mila precari di una scuola sempre più povera, la giustizia senza risorse che costringe le persone nel limbo dell’incertezza? In Italia esiste una maggioranza che non vota centro-destra, che non frequenta le feste alla panna montata nei palazzi lussuosi, che si riconosce nei principi della solidarietà e dell’uguaglianza, ma che oggi si sente orfana e disunita in assenza di un interlocutore credibile, di un partito politico che si assuma delle responsabilità e sappia creare le alleanze essenziali per proporsi credibilmente al governo del paese. Non è un ragionamento scontato per me che, sino al 2009, non ho mai posseduto una tessera di partito anche per il disgusto che provavo, e provo, quando apprendo che qualcuno è diventato primario o impiegato all’aeroporto perché il politico giusto ha fatto la telefonata giusta. Eppure, mi sono convinto che la forza organizzata di un grande partito politico possa contribuire a raddrizzare le sorti di un paese zoppicante anche per quel che riguarda il rispetto delle regole democratiche.

Purtroppo, dopo la campagna elettorale del 2008, l’intuizione iniziale si è arrestata di fronte ai limiti o ai timori di un gruppo dirigente che non ha saputo gestire la forza del cambiamento. La reazione è stata la chiusura, l’autoconservazione più che la sfida, in pieno stile gattopardesco, uno stile che oggi mostra tutta la sua debolezza e che rischia di ferire mortalmente quel che resta del progetto. La vicenda del testamento biologico è stata esemplare: la posta in gioco non era solo consegnare una legge laica al paese, attraverso la quale ognuno potesse fare una scelta in base alle proprie convinzioni o alla propria fede. Significava affermare il principio secondo cui uno stato laico deve sempre proteggere i diritti civili con norme che siano davvero rispettose degli orientamenti e della libertà di ciascuno. Non “diritti speciali”, ma diritti uguali per tutti, siano essi gli ammalati, le donne, le coppie di fatto, gli omosessuali o chiunque altro.

Per questo il testamento biologico è stato la cartina di tornasole che ha dimostrato come la maggioranza della nomenclatura ha preferito una falsa unità, solo di facciata, piuttosto che dare una risposta chiara ad uno dei mille interrogativi che la modernità ci pone. E lo stesso accade per molti altri temi. Il Partito democratico ha mai discusso e poi stabilito una linea sull’opportunità o meno di tornare all’energia nucleare quando anche il Nobel per la fisica Carlo Rubbia ci ricorda che non esistono metodi sicuri per smaltire le scorie radioattive? E come si pone nei confronti di un paese nei fatti multietnico ma dove la cultura dell’integrazione è ancora un miraggio? Perché non si parla quasi mai del controllo che la criminalità organizzata esercita su parte delle attività produttive e dunque sull’influenza che ha sull’economia del paese? La mia risposta è netta: l’intuizione è stata giusta ma il percorso è sbagliato e perseverare nell’errore porta al fallimento.

E’ necessario, non per il Partito democratico che io concepisco come strumento, ma per il paese ascoltare le persone, raccogliere le idee migliori, offrire opportunità a chi è pronto ad impegnarsi, favorire meccanismi che diano la certezza che pagare le tasse non significa sovvenzionare lo sperpero del denaro pubblico ma affidare a chi accetta di sottoporsi al pubblico scrutinio le risorse per migliorare la vita di tutti. Le persone che incontro nelle piazze, negli ospedali, nelle scuole, nelle aziende continuano a credere in questi valori, ma vogliono il confronto, chiedono di essere ascoltati perché non si fidano più di un progetto a scatola chiusa proposto da chi ha dimostrato di non essere più al passo con i tempi. I sostenitori del Partito democratico sono stufi, delusi, nauseati dalle incertezze e chiedono posizioni nette e trasparenti dove, come si legge nel Vangelo di Matteo, il sì è sì, il no è no, tutto il resto è del maligno. E se non si trova un accordo, o se vogliamo chiamarla una “mediazione alta”, su un tema specifico, io penso che tutto il partito debba esprimersi liberamente e poi esigere fedeltà alla linea decisa democraticamente dalla maggioranza: è un diritto che gli iscritti dovrebbero rivendicare e poi sarà compito dei dirigenti dirigere e conciliare. Perché se manca questo, manca l’efficacia dell’azione. E tutti sappiamo di quanto sia necessario in Italia abbandonare gli annunci e agire, agire, agire.

Condivido questi sentimenti con moltissimi sostenitori del Partito democratico che in questo momento non si sentono pienamente rappresentati dai leader attualmente in campo e che mi chiedono di impegnarmi in prima persona. Per questo credo che il congresso debba servire soprattutto a fare chiarezza, a raccogliere una sfida e a dimostrare che è possibile cambiare, costruire attraverso il lavoro di persone giovani di spirito e solide negli ideali, appassionate, libere, visionarie ma determinate a far uscire dal tunnel della crisi economica e della mediocrità informe di chi lo governa, un paese conosciuto in tutto il pianeta per la generosità e l’intelligenza del suo popolo.

Prof. Ignazio Marino
chirurgo, senatore Pd


venerdì 21 agosto 2009

Unipol, D'Alema e l'Opa sul PD

"Buongiorno a tutti, proseguiamo nell’ultima puntata di Passaparola versione estiva, la nostra galoppata nei processi che verranno, quello che potremmo chiamare il “come è andata a finire” di tante vicende di cui avevamo sentito parlare all’inizio, che poi sono state immediatamente silenziate dai media, ma avremo un giornale tra poco, Il Fatto Quotidiano, che potrà raccontare tutto, anche il come è andata a finire.

Tre processi a conclusione

Oggi vi do qualche ragguaglio: intanto avevo raccontato, qualche mese fa, che la signora Mastella era finita nel mirino della Corte dei Conti di Napoli, a proposito di alcuni regalucci che aveva fatto a Consiglieri Regionali - lei è Presidente del Consiglio Regionale della Campania, tra l’altro caso incredibile: Mastella è passato con il centrodestra, è al Parlamento europeo con il Popolo della Libertà, la sua signora invece continua a fare impunemente il Presidente del Consiglio Regionale della Regione Campania nel centrosinistra, è una famiglia bipartisan, quando c’è da arraffare poltrone! - era finita sotto osservazione da parte della Corte dei Conti per aver regalato delle medagliette commemorative piuttosto dispendiose e invece, alla fine, la Procura della Corte dei Conti ha sostenuto che quelle rientravano nelle spese di rappresentanza, come già aveva deciso, per altro, per le spese forse un po’ eccessive sostenute dalla signora e dal suo codazzo per il Columbus Day di alcuni anni fa. Quella vicenda - tanto dovevamo - si è conclusa almeno davanti alla Corte dei Conti con un nulla di fatto.
In autunno avremo probabilmente, almeno entro la fine dell’anno, la sentenza del processo Dell’Utri, che in primo grado era stato condannato a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa: fortuna ha voluto che i Pubblici Ministeri trovassero proprio in extremis quelle lettere di Provenzano a Berlusconi, di cui Dell’Utri avrebbe dovuto fare da postino e quindi, se il Tribunale, anzi se la Corte d’Appello accetterà questo versamento di nuovi atti in extremis fatto a luglio, i giudici avranno un elemento in più per giudicare il ruolo che era stato ritenuto, dimostrato dai giudici di primo grado di Dell’Utri di trait d’union tra la mafia e il gruppo Berlusconi ai tempi in cui il gruppo Berlusconi era soltanto un gruppo editoriale, imprenditoriale e poi, invece, nei tempi in cui si era trasformato in un partito politico.
Avremo la conclusione, probabilmente, almeno di una tranche, ossia quella a carico degli imputati che hanno chiesto il rito abbreviato, come l’ex numero uno della Juventus Antonio Giraudo nel processo Calciopoli di Napoli, che sta andando avanti anche a carico di Moggi e di tanti altri dirigenti di squadre di calcio, sia ex dirigenti come nel caso di Moggi, sia nel caso di attuali dirigenti come Diego Della Valle della Fiorentina, come Claudio Lotito della Lazio, come i vertici del Milan etc. etc..

Unipol: uno scandalo che non dimentichiamo

Avremo anche l’inizio, invece, del processo per il caso Unipol: qualcuno dirà “già, il caso Unipol che fine ha fatto?”, Massimo D’Alema e i suoi fedelissimi ritengono che la gente ormai se lo sia dimenticato e conseguentemente si stanno riprendendo il partito, si accingono a riprendersi il partito, mandando avanti Pierluigi Bersani. In realtà questo processo riaccenderà, si spera, i riflettori su uno scandalo che non è stato affatto archiviato, perché c’era stato raccontato che, a differenza della scalata di Fiorani e della Popolare di Lodi all’Antonveneta, invece la scalata della Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro era tutta regolare: col cavolo! La Procura di Milano, in un’udienza preliminare che sta durando da più di un anno, vuole che venga processato e conseguentemente rinviato a giudizio un bel po’ dei processati inizialmente ipotizzati. Sono stati esclusi da responsabilità penali e quindi sono stati chiesti i proscioglimenti per tredici figure che, inizialmente, erano indagate per concorso nell’aggiotaggio, che avrebbe commesso Consorte, ossia nella turbativa del mercato nel momento in cui Consorte intestava occultamente a prestanomi suoi le quote della Banca Nazionale del Lavoro, che non poteva permettersi, almeno subito, di comprare in proprio: il tutto, avendo ormai raggiunto una quota superiore al 30%, che avrebbe dovuto imporgli immediatamente di lanciare l’offerta pubblica, in modo da fare alzare il prezzo delle azioni dei piccoli risparmiatori e poter consentire loro di vendere le loro azioni, nel caso avessero saputo di questo suo interessamento e invece l’accusa è quella che Consorte abbia fatto tutto aumm aumm, in segreto, per non dover pagare tutte le azioni che, evidentemente, non poteva permettersi di pagare. Questo è l’aggiotaggio ipotizzato dalla Procura di Milano, se ne stanno occupando, coordinati dal Procuratore aggiunto Francesco Greco, i Pubblici Ministeri Luigi Orsi e Gaetano Ruta in quest’udienza preliminare, che è davanti al G.I.P. Luigi Varanelli. I tredici che sono stati chiesti di archiviazione, di proscioglimento, sono il Credit Swisse Fest Boston, la banca giapponese Nomura, le cooperative Talea, Estense, Nova e Adriatica con i loro dirigenti, il finanziere bresciano Emilio Gnutti, il costruttore Marcellino Gavio e l’immobiliarista Alvaro Pascotto, questi dovrebbero uscire dal processo. Chi rimane invece?
Rimangono i big: rimangono intanto Giovanni Consorte, già Presidente dell’Unipol, rimane l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, il suo capo della vigilanza Francesco Frasca, il braccio destro di Consorte e braccio sinistro, ossia Sacchetti e Cimbri, banchieri italiani del BPV Zonin e Ivo Gronchi, il banchiere della BPR Leoni, il banchiere della Carige Berneschi e poi Giampiero Fiorani, che ha già chiesto di patteggiare la pena anche in questo processo. Questi, secondo l’accusa, erano il nocciolo duro della scalata Unipol alla BNL illegale, secondo l’accusa.
E poi c’è quel patto parasociale, ossia c’è il fronte dei furbetti del quartierino: gli immobiliaristi legati a Francesco Gaetano Caltagirone, che avevano sostanziose quote della BNL e che si erano impegnati, più o meno segretamente, a girarle a Consorte, quindi stiamo parlando di Francesco Gaetano Caltagirone, ma anche del quartetto dei furbetti del quartierino, ossia Ricucci, Statuto, Coppola più Vito Bonsignore che, oltre a fare l’affarista, fa anche l’Europarlamentare del Popolo della Libertà. Quelli avrebbero costituito, secondo l’accusa, la sponda indispensabile a Consorte per la scalata: senza le loro quote Consorte non avrebbe potuto conquistare così agevolmente la maggioranza della grande banca romana, Banca Nazionale Del Lavoro, appunto.
Poi c’è il cotè politico e questo è molto interessante, perché con l’aprirsi del processo, del dibattimento, li vedremo sfilare questi politici: non sono potuti sfilare come imputati, perché si sono salvati - adesso vediamo come - grazie a vari tipi di immunità italiani e europei e dovranno quindi sfilare come testimoni, verranno citati come testimoni, dovranno giurare di dire la verità e poi dovranno dirla, perché se non la diranno rischieranno un’incriminazione per falsa testimonianza. Quindi non so se è convenuto loro comparire in quel processo come testimoni o invece come indagati perché l’imputato, a differenza del testimone, ha il diritto di mentire, mentre invece il testimone, se mente, commette un reato.

Il macigno morale di Fassino, D'Alema e Latorre

Sapete che i politici coinvolti in quella scalata erano almeno tre: erano Piero Fassino, segretario dei DS, Massimo D’Alema, sostegno forte a Giovanni Consorte e poi Nicola Latorre, l’uomo di mano di D’Alema per queste e altre vicende, quello del pizzino, quello che è solito passare pizzini a esponenti del centrodestra in televisione per suggerire loro che cosa dire, quando manca loro la parola. Bene, questo terzetto di dirigenti dei DS fu beccato al telefono con Giovanni Consorte nei giorni caldi della scalata, a scambiare informazioni anche riservate, illegali secondo i Pubblici Ministeri, almeno nel caso di D’Alema e di Latorre. Fassino ha una posizione diversa, perché Fassino fu avvertito a cose fatte, era un po’ l’ultimo a sapere poveretto, era il segretario del partito e non gli dicevano mai niente. Quindi, secondo la Procura, non solo Fassino non ha commesso reati, ma anche nelle telefonate con Fassino Giovanni Consorte non ha commesso reati e conseguentemente, per quelle telefonate, va prosciolto, perché inizialmente quelle telefonate erano state ipotizzate come prove di insider trading, ossia di informazioni privilegiate che venivano date a qualcuno rispetto a qualcun altro prima che queste informazioni venissero comunicate al mercato. Bene, scrivono i giudici che il tenore delle telefonate di Consorte a Fassino o tra Consorte e Fassino ha un contenuto informativo assai povero, al di sotto di quanto Fassino stesso avrebbe potuto leggere sui giornali: non gli dicevano niente, gli dicevano poco e glielo dicevano anche tardi, dopo che era uscito sui giornali e quindi Fassino ce lo dimentichiamo. Invece ci sono le telefonate di Consorte con Latorre e con D’Alema e spesso era Latorre a passare il telefono a D’Alema, che parlava con Consorte sul cellulare di Latorre. Qui le cose cambiano: scrivono i magistrati, proponendo che Consorte venga processato anche per insider trading, sulla base di quello che aveva confidato nelle telefonate sul telefono di Latorre, quando parlava con Latorre e con D’Alema, beh, qui le informazioni invece erano piuttosto sostanziose, qui si entra nel vivo. Scrivono i magistrati “ Consorte in quelle telefonate non è così vago: anzi, il 6 e 7 luglio offre a Latorre informazioni che non stanno sui giornali e il 15 luglio - siamo nel 2005 - ribadisce di avere già il 51, 5% della Banca Nazionale Del Lavoro”, notizia che effettivamente non era pubblica, anche perché sopra il 30% avrebbe dovuto lanciare l’Opa e qui aveva già il 51% e l’Opa pare che non l’avesse ancora lanciata. Conseguentemente la notizia non solo non era pubblica, ma era la notizia di un reato che si stava commettendo. Consorte ha chiesto di essere interrogato di nuovo, perché sostiene che il quadro accusatorio è stato ridimensionato, perché non ci sono, insieme a Consorte, gli ipotetici concorrenti nel reato di insider trading? Cioè perché non ci sono Latorre e D’Alema? Ricorderete che la Procura di Milano aveva intenzione di indagare anche loro per concorso nel reato commesso da Consorte: aveva chiesto alla Forleo, la quale aveva inoltrato al Parlamento quelle telefonate, per avere l’autorizzazione a utilizzarle in base alla legge Boato. Il Parlamento aveva fatto il pesce in barile per un bel po’, aveva massacrato di botte la Forleo, la quale è stata poi cacciata da Milano da un Consiglio Superiore supino e obbediente agli ordini politici, l’inchiesta però è andata avanti comunque: la Procura di Milano ha reiterato, attraverso un altro G.I.P., al Parlamento la richiesta dell’utilizzo delle telefonate di Latorre e il Senato ha risposto picche per la seconda volta. Intanto D’Alema se l’era svignata, sostenendo che all’epoca delle telefonate lui non era parlamentare italiano, ma era parlamentare europeo e che quindi la richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle telefonate andasse inoltrata al Parlamento europeo. Anche lì il Parlamento europeo, con il contributo fattivo dei Deputati italiani di centrodestra e di centrosinistra, compreso Bonsignore, che ha votato per salvare D’Alema, il Parlamento europeo ha deciso che non bisognava autorizzare l’utilizzo di quelle telefonate e conseguentemente, senza la prova contenuta in quelle telefonate, non si possono processare, ovviamente, i due politici. Questo per quanto riguarda l’aspetto penale dovrebbe metterli al riparo da qualunque conseguenza di quelle telefonate intercettate: rimane l’aspetto politico, ovvero rimane l’aspetto di una scalata bancaria per la quale stanno per essere rinviate a giudizio una ventina di persone, banche, banchieri, dirigenti, affaristi, finanzieri etc. etc., ritenuta illegale, ritenuta viziata da reati di aggiotaggio e insider trading, alla quale contribuivano addirittura, in telefonate che costituiscono reato a carico di Consorte, perché nei suoi confronti quelle telefonate possono essere utilizzate, due dirigenti dell’attuale Partito Democratico, che praticamente se, come pare, Bersani vincerà il congresso, saranno i veri azionisti di maggioranza del Partito Democratico, visto che Bersani è uomo di D’Alema, appoggiato ventre a terra da Massimo D’Alema e dal suo entourage, Latorre in primis.
Ecco: chi rinfaccia le questioni morali e le questioni politiche, le questioni di correttezza, giustamente, a Berlusconi, dovrebbe ricordarsi anche delle proprie e il caso Unipol è un macigno che può anche essere rimosso, con le immunità italiane e europee, dal punto di vista penale, ma dal punto di vista morale questo è macigno che il signor D’Alema e il signor Latorre si porteranno finché campano sulle spalle. Passate parola."

Marco Travaglio (Blog di Beppe Grillo - 17 Agosto 2009)


Un conflitto di interessi singolare

Il presidente del Consiglio sputa nel piatto dove mangia e dichiara che "vorrebbe passare alla storia come uomo che ha sconfitto la mafia". Ma questo, oltre ad essere un chiaro e singolare conflitto di interessi, e' anche una presa per i fondelli degli italiani e dei veri eroi della lotta alla mafia, uomini del calibro di Falcone e Borsellino.

Come intende sconfiggere la mafia Silvio Berlusconi allevandola in casa? Prendendone il controllo dall’interno? Invitando alle sue solite cene private i vari Provenzano, Riina, De Stefano? I padrini di Cosa Nostra non li può comprare a buon prezzo come Bossi o Fini, se ci stringi un patto (di sangue) viene stralciata la clausola di risoluzione del contratto!

E poi, con quali voti pensa di fare la differenza politicamente nel Paese, il Cavalier nostrano, se non con quella dei sodali malavitosi?

Non è per caso lui che ha ospitato un assassino di Cosa Nostra in casa propria sotto le mentite spoglie di uno stalliere?

Non è per caso il suo partito un ottimo vivaio - nel presente Dell’Utri e, nel passato, Cuffaro - per uomini con forti relazioni con la criminalità organizzata?

Non è per caso proprio lui ad aver favorito con le leggi gli affari e l’incolumità dei criminali, attraverso la depenalizzazione dei reati finanziari, la contrazione dei tempi di prescrizione, l’eliminazione delle intercettazioni, il condono fiscale?

Non è per caso proprio il CDM da lui presieduto che ha deciso di non sciogliere il comune di Fondi per infiltrazioni della ‘Ndrangheta, dopo 17 arresti e più di 500 cartelle di atti giudiziari testimonianza della collusione tra la giunta Pdl e criminali organizzati?

Non è per caso lui che trattò, come ci dice la sentenza di primo grado che ha condannato a nove anni Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, con i padrini delle cosche accordi e favori economici per le sue aziende, oltre la nascita di Forza Italia?

Presidente del Consiglio, come ho scritto appena due giorni fa, il suo è il governo del “favoreggiamento alla mafia” e passerà alla storia per aver rafforzato economicamente e fatto penetrare fin nei più alti ranghi delle istituzioni il flagello della criminalità organizzata.

Riporto per non dimenticare uno stralcio della sentenza che riguarda Marcello Dell’Utri e che non leggerete mai sui giornali (leggi il testo integrale). Stampatelo e diffondetelo tra i vostri amici e conoscenti perché la menzogna si combatte con l’informazione.

"Vi è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico e, di contro, vi è la prova che la mafia, in esecuzione di quella promessa, si era vieppiù orientata a votare per Forza Italia nella prima competizione elettorale utile e, ancora dopo, si era impegnata a sostenere elettoralmente l’imputato in occasione della sua candidatura al Parlamento Europeo nelle fila dello stesso partito, mentre aveva grossi problemi da risolvere con la giustizia perchè era in corso il dibattimento di questo processo penale."

Blog Antonio Di Pietro (19 Agosto 2009)



Quanti amici ha Totò Riina. E scoppia la polemica con l'Arma

I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle tacite regole di coesistenza. L'opinione di Giorgio Bocca di questa settimana ha scatenato una reazione compatta a difesa dell'Arma sia da parte della maggioranza che dall'opposizione. L'articolo è risultato particolarmente indigesto al comandante dei carabinieri, il generale Leonardo Gallitelli, che ha ricevuto la solidarietà del ministro dell'Interno Roberto Maroni. Indignato anche il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che ha parlato di "accuse farneticanti da parte di chi, come Giorgio Bocca, non ha esitazioni ad infangare una delle principali, se non la principale, eccellenza italiana riconosciuta come tale nel mondo". Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, promette un'azione legale contro il giornalista per le "deliranti accuse di collusione in Sicilia tra Carabinieri e mafia". Ed è insorta anche l'opposizione. "Si può - ha osservato Marco Minniti responsabile Sicurezza del Pd - discutere di tutto. Si continui come si sta facendo ad indagare su periodi tra i più dolorosi ed oscuri della storia repubblicana, ma la consapevolezza che l'Arma dei Carabinieri costituisca e abbia costituito nel passato un pilastro fondamentale nell'azione di contrasto contro le mafie non può essere messa in discussione". Infine il leader del'Udc, Pier Ferdinando Casini, ha invitato "tutto il Paese in ogni sua componente, maggioranza ed opposizione, a stringersi intorno all'Arma dei Carabinieri nel ricordo dell'alto prezzo pagato per combattere la mafia e la criminalità e nella consapevolezza di ciò che rappresenta per il presente e per il futuro. L'articolo di Giorgio Bocca è infame e ogni altro commento è superfluo'. Ecco l'opinione della discordia: leggete e commentate.
L'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capo siciliano della mafia Totò Riina, lo scrittore della sicilitudine Leonardo Sciascia, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia perché la conosceva bene, Massimo Ciancimino il figlio del sindaco mafioso di Palermo don Vito e altri esperti della onorata società hanno spiegato invano agli italiani che il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale. Se ci sono due scrittori italiani e siciliani che hanno larga e meritata popolarità nel paese essi sono Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore del 'Gattopardo' e Andrea Camilleri i cui libri sono in testa alle vendite, salvo il libro migliore, uno dei primi edito da Sellerio in cui spiegava per filo e per segno i compromessi fra mafia e Stato su cui si fonda l'unità d'Italia. Senza alcuna presunzione di avvicinarmi a questi maestri, vorrei umilmente ricordare ai miei connazionali le ragioni per cui il capo delle mafie Totò Riina ha potuto scrivere il famoso 'papello' al capo del governo italiano per chiedergli, come ora ci fa sapere Massimo Ciancimino custode del documento, se, viste le buone relazioni correnti, il capo del governo non poteva mettere a disposizione del capo della mafia una rete della televisione. Proprio come chiesero e ottennero la Terza rete i comunisti quando condizionavano il mercato del lavoro. Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la 'onorata società'. Del pari sono rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste di chiarezza mosse, quando era sindaco a Palermo, da Leoluca Orlando. Eppure una ragione del 'comportamento speciale' della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia. In ogni paese siciliano accanto alla Chiesa e al parroco c'è una caserma dei carabinieri e una cosca mafiosa. Spiega Camilleri nel suo aureo libretto: i parroci sono persone oneste, ma sanno che a mettersi apertamente contro la mafia restano isolati, senza sussidi, senza ragazzi negli oratori. E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?

Giorgio Bocca (L'Espresso - 12 agosto 2009)

venerdì 7 agosto 2009

Ontosofia del doberman

Intervista esclusiva con Hans Pahniermelsky, pensatore di destra recentemente rivalutato dalla sinistra. Prolegomeni a una Gelassenheit.

Hans Pahniermelsky è un pensatore di destra recentemente rivalutato dalla sinistra, che rilegge con attenzione le sue opere, fino a qualche anno fa ritenute inaccettabili e provocatorie.
Nato nel 1908 in Transilvania da genitori russo-tedeschi, fiancheggiatore del nazismo in modo assai ironico e originale, dopo la guerra ha insegnato Storia delle dottrine politiche all'Università di Asunción in Paraguay. Dieci anni fa è tornato in Europa, in un paesino della Baviera dove possiede un allevamento di dobermann. In questo periodo alcuni editori hanno ristampato le sue opere, specialmente Il sadismo della politica (1942) Tantra e Dialettica (1946) e soprattutto il discusso L'etica nazista e il caos orfico (1958) che gli attirò a lungo l'ostracismo della cultura progressista. La stessa cultura che oggi studia e discute appassionatamente l'ontosofia di questo singolarissimo pensatore.
Questa conversazione, ottenuta in condizioni assai difficili (chiusi in una gabbia circondata da cinquanta dobermann nervosissimi) è la prima intervista che il filosofo concede a un giornale italiano.

- Professor Pahniermelsky, cosa significa per lei oggi il termine "sinistra"?
- Porre domande come questa è come richiedere una diagnosi scientifica su una panoplia di sintomi allucinatori e morbosi diversi, è come chiedere di che colore è la morte. Ma io non ho alcuna paura delle domande assurde, in quanto non ho alcun rispetto delle domande logiche. Quindi le risponderò subito che la "sinistra" non esiste. Riguardo al passato, è un'inestricabile aporia di illusioni rivoluzionarie e delusioni sanguinose, è un plesso tra la presunta percezione dell'ingiustizia e un concetto statuale già guasto e putrescente nel momento stesso in cui si "incide" in traccia storica. Non esiste nulla "di sinistra" nella storia, in quanto non esiste dialettica, ma solo il dominio dell'informe e il contro-dominio del tantra, ovvero del mio pensiero individualizzante. Riguardo al presente, poi, la sinistra è una neotenia breve e assurdamente felice, un'infanzia che si spezza e corrompe nel momento stesso in cui pronuncia parole come "giustizia" e "libertà". Riguardo al futuro, il senso di ciò che accadrà è il senso di rotazione di una galassia implodente al centro, quindi di sinistra se muoviamo da destra, ma di destra se veniamo da sinistra, il tutto disturbato dal rollio di continue oscillazioni semantiche e sprofondamenti metafisici, che causano una motalgia del sensorio interpretativo non curabile con l'antistamina dell'hic et nunc. Se tutto tende al centro, tutto è già destinalmente ed epocalmente centro, se tutto va seguendo l'economico, ciò che l'ecos porterebbe a sinistra il nomos ricondurrà a destra, e ne nascerà una traccia bustrofedica fondamentalmente inseminabile di senso ideale. ln quanto al cosiddetto "futuro virtuale" esso è già spazialmente neutralizzato dal suo atto creativo, non si va "verso" ma "facendosi verso" e perciò non vi è alcuna differenza tra Internet e Interioritas.
- Potrebbe chiarire quest'ultima asserzione?
- Nemmeno per sogno.
- Ma se non esiste la sinistra, che politica dovrebbe perseguire una formazione che si dice di sinistra?
- Ecce iterum, aridaje, come diceva Sant'Agostino. Se non esiste sinistra non esiste neanche politica. La politica è la tecnica statuale di rendere impossibile ogni intervento politico. Mi spiego (anche se epistemologicamente mi fa orrore spiegarmi): compito dello Stato non è risolvere i problemi, ma diffonderne la complessità e la irrimediabilità, in modo che il cittadino, oppresso e frustrato da uno Stato presente/assente, abbia nella condizione di sfiduciato e "scampato" l'ultima difesa. Si senta cioè due volte graziato, dal dolore e dalla frustrazione della non-cura, divenendo, proprio come lo Stato, irriconoscente e irresponsabile dei suoi atti e delle sue parole, poiché se fosse responsabile, giudicherebbe lo Stato e "prenderebbe misura" della sua solitudine ideale.
- Se ho ben capito...
- Lei non deve capire, deve "scampare" al capire: compito della politica non è far "vivere insieme" i cittadini, ma separarli continuamente in sottocategorie di frustrazione reciproca, gli scioperanti e gli utenti, gli automobilisti e i vigili, i cassieri e i pensionati. Fino a creare il cittadino ideale, che vive il rilassamento, la Gelassenheit, in una contrada "in cui noi soggiorniamo, e non v'è nulla da rispondere di..." nulla di cui assumere la responsabilità! Felice il cittadino che vive "insieme" la sua integrità di scontento e di creatore di scontento: evade le tasse ma protesta contro l'evasione fiscale, è contro l'inquinamento ma ha tre auto, è contro la violenza ma gira armato, non è razzista ma odia il vicino di casa, non tira le pietre sull'autostrada ma guida ai duecento ubriaco, odia chi ruba ma ruba quotidianamente. Questo è l'esempio che lo Stato dà e il cittadino segue.
- Ma gli ideali...
- Non dico che lo Stato non debba parlare di ideali. Ma li deve lanciare, come missili, come fuochi pirotecnici, e guai a seguirli. Devono partire verso cerimoniali, utopie, ucronie, eterotipie lontane. Appena accesa la miccia bisogna allontanarsi, e tornare là dove lo Stato e la sua Bocca Televisiva promuovono parole d'ordine di sostanziale egoismo, bassezza e rassegnazione. Guai allo Stato che rinunci non dico alla neutralità, ma all'ostilità verso il migliorarnento sociale! Invece di un paese governabile nella rassegnazione, dovrebbe affrontare un paese ingovernabile nella speranza.
- In politica dunque, non esistono idee?
- Guai! La politica è l'ordine pietrificato della verità dei bisogni e delle idee, così come la televisione lo è dei sentimenti e delle diversità. Ma attenti! Il caos orfico della società desiderante è sempre in agguato. L'uomo forte, pastore dell'essere, deve scatenare i cani della paura contro il gregge dei governati, guai a far entrare una sola stilla di delirio, perché il delirio esclude la ragione più di quanto la ragione possa escludere il delirio. D'Alema delira ma ha ragione quando parla di "suicidio" della sinistra, perché chiunque farà seguire a parole esemplari azioni esemplari non può che morire, poiché il gesto (da gerere, portare), nel momento in cui "porta" luce, annichila e cancella.
- E sulla violenza?
- La violenza non può essere esorcizzata perché non è testuale ma contestuale, quindi uscendo da un corpo, entra automaticamente in un altro. E' piacevole, ma facile, scrivere e fare film e dibattere sulla violenza, godendo della libertà di stare lontani, e di non subirne il pondus, come i deboli. Nemmeno possiamo liberarcene artisticamente rifutando il ricatto della pietà, il vecchio "assommons les pauvres" baudelairiano. Bisogna effettivamente bastonare i poveri, o presto prenderanno loro in mano il bastone! Nel duemiladieci ognuno di noi godrà di dieci minuti di esecuzione. Ma non ci sarà altro ruolo che vittima o carnefice, a noi scegliere! Questo anche la sinistra comincia a capirlo, infatti, si occupa di economia e giustizia solo nel momento in cui assolvono o condannano, non nella "sofferenza" del dover essere vere e utili. Certo, continuate i vostri piagnistei sulla pena di morte, ma sono patetici, come quelli sull'Olocausto: se aveste lasciato vincere Hitler ora avreste un vero e sentito antinazismo. La responsabilità del revisionismo storico e del neonazismo è della sinistra, che ha combattuto la possibilità di vivere da "scampati" un'estetica pangermanica più goliardica che aggressiva. La sinistra fa bene a frequentare gli stessi cimiteri televisivi e gli stessi salotti della destra, perché solo così può ribaltare il ricatto dell'"essere sinistra" e togliere alla destra ogni spessore fascinatorio. Bisogna essere fortemente di destra per essere custodi di una prospettiva di sinistra, ma poiché una prospettiva di sinistra, come ho detto prima, è impossibile, bisogna essere di destra e basta...
- Ecco, su questo punto alcuni flosofi di sinistra hanno espresso un garbato dissenso...
- Come nel motus primus universale, è inutile dis-sentire su cosa è accaduto nei tre secondi "dopo" la nascita del cosmo, il problema è dis-sentire sui tre secondi prima, e poiché di essi ci sfugge l'appropriamento fontale, accogliamo il tantra del dominio che fa sfolgorare l'assenza eroica del senso, e respingiamo la dialettica che avvicina la presenza del senso col suo contagio di peste.
- Mi scusi, ma non la seguo...
- Neanch'io mi seguo, io mi "rifletto" in quanto sono sempre "davanti" al mio pensiero, quello che lei vede è l'orma del mio pensiero, il segno dell'artiglio da cui lei immagina il mostro, ma il mostro è lei, il debole vittimismo del pensiero parassitario, che insegue, per-secutorio, il pensiero-servo della sinistra, o sindestra, come preferisce...
- Un'ultima domanda riguardo ai termini "maggioranza" e "opposizione".
- Le risponderò con una storiella yiddish: dunque, ci sono due ricchi mercanti di nome Franz e Hermann...
- Mi scusi, ma non mi sembrano nomi appropriati...
- Odio pronunciare nomi ebraici... allora, Franz ed Hermann vogliono giocare a scacchi e devono decidere chi farà la prima mossa. Franz dice: i casi sono due...
- Sì, e allora?...
- Allora basta! La storia finisce qui. Le mie storie, come la mia ontosofia, hanno solo il centro, l'inizio è una pura formalità conversativa, la fine è persa nel tantra del dominio che fa sfolgorare infiniti esiti diversi.
- Però, se lei mi spiegasse...
- Se ne vada o slego i cani.
- E stata una conversazione molto interessante. La ringrazio, professor Pahniermelsky.
- Grazie a lei e mi saluti MicroMega.

Stefano Benni (tratto da 1/97)

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)