"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 25 febbraio 2010

È il nostro Parlamento ma sembra la Chicago di Al Capone: tutti gli uomini mandati da Cosa Nostra per “fare il lavoro”.


Guardi il Parlamento e pensi al consiglio comunale di Chicago. Quello degli anni Venti, in cui Al Capone teneva il sindaco William “Big Bill” Hale Thompson jr e tutti gli altri a libro paga. E, almeno nei film, apostrofava i pochi poliziotti onesti urlando “Sei tutto chiacchiere e distintivo”. Il caso di Nicola Di Girolamo, il senatore Pdl che si faceva fotografare abbracciato ai boss e si metteva sull’attenti quando gli dicevano “tu sei uno schiavo e conti quanto un portiere”, è infatti tutt’altro che isolato. Tra i nominati a Montecitorio e Palazzo Madama, gli uomini (e le donne) risultati in rapporti con le cosche sono tanti. Troppi. Anche perché farsi votare dalla mafia non è reato. Frequentare i capi-bastone nemmeno. E così, mentre la Confidustria espelle non solo i collusi, ma persino chi paga il pizzo (persone che, codice alla mano, non commettono un reato, ma lo subiscono), i partiti imbarcano allegramente di tutto . Anche chi potrebbe aver fatto promesse che oggi non può, o non vuole, più rispettare.
Quale sia la situazione lo racconta bene la faccia di Salvatore Cintola, 69 anni, uomo forte dell’Udc siciliano dopo che pure in secondo grado Totò Cuffaro ha incassato una condanna (sette anni) per favoreggiamento mafioso. Pier Ferdinando Casini lo ha fatto entrare al Senato (come Cuffaro) sebbene Giovanni Brusca, il boss che uccise il giudice Falcone, lo considerasse un suo “amico personale”. Quattro archiviazioni in altrettante indagini per fatti di mafia, una campagna elettorale per le Regionali del 2006 (17.028 preferenze) condotta ad Altofonte - stando alle intercettazioni - dagli uomini d’onore e persino una breve militanza in Sicilia Libera, il movimento politico fondato per volontà del boss Luchino Bagarella, non sono bastate per sbarrargli le porte.
Anche perché, se si dice di no al vecchio Cintola, si finisce per dire no pure al giovane deputato Saverio Romano. Anche lui ha la sua bella archiviazione alle spalle (concorso esterno). Ma nel palmares può fregiarsi del titolo di candidato Udc più votato alle ultime Europee (110.403 preferenze nelle isole). Per questo, anche se di fronte a testimoni anni fa pronunciò una frase minacciosa che pare tratta dalla sceneggiatura del Padrino (“Francesco mi vota perché siamo della stessa famigghia” disse rivolgendosi al pentito Francesco Campanella), Romano fa carriera. È membro della commissione Finanze, Il segretario Lorenzo Cesa, lo ha nominato commissario dell’Udc a Catania, mentre Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, lo ha incluso con Cintola, Cuffaro, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, nell’elenco dei parlamentari a cui sarebbero finiti soldi provenienti dal tesoro di suo padre.
Così Romano è oggi indagato come gli altri per corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa Nostra. E se mai finirà alla sbarra qualcuno in Parlamento, c’è da giurarlo, dirà: “È giustizia ad orologeria”. Ma la verità è un’altra. I rapporti di forza tra la mafia e la politica stanno cambiando. Il dialogo tra i due poteri e sempre meno paritario. Nel 2000, quando una microcamera immortala l’attuale senatore del Pd, Mirello Crisafulli, mentre discute di appalti con il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua (appena uscito di galera), negli investigatori della polizia resta ancora il dubbio su chi sia a comandare. “Fatti i cazzi tuoi” dice infatti chiaro Crisafulli (poi archiviato), al mafioso. In altri dialoghi, invece, il rapporto sembra invertirsi.
A bordo della sua Mercedes nera Simone Castello (un ex iscritto al Pci-Pds diventato un colonnello di Bernardo Provenzano) ascolta così il capo del clan di Villabate, Nino Mandalà (nel 1998 membro del direttivo provinciale di Forza Italia), mentre sostiene di aver “fatto piangere”, l’ex ministro Enrico La Loggia. “Gli ho detto: Enrico tu sai chi sono e da dove vengo e che cosa ero con tuo padre. Io sono mafioso come tuo padre. Ora lui non c’è più, ma lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso” racconta Mandalà al compare aggiungendo che La Loggia, in lacrime, si sarebbe messo a implorare: “Tu mi rovini, tu mi rovini”. In questo caso la minaccia (smentita da La Loggia, che però ammette l’incontro) è quella di svelare legami inconfessabili. Un po’ quello che sta accadendo in questi mesi con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi che, secondo molti osservatori, starebbero subendo una sorta di ricatto. Dell’Utri, dicono i giudici, ha stretto un patto con i clan. Un patto non rispettato o solo in parte. E così adesso, visto che è difficile organizzare un attentato ai suoi danni (nel 2003 Dell’Utri e una serie di avvocati parlamentari erano stati inclusi dal Sisde in un elenco di personaggi politici che la mafia voleva ammazzare perché di fatto considerati traditori), la vendetta potrebbe passare attraverso le rivelazioni nei tribunali. Fantascienza? Mica tanto. Perché, almeno nel caso di Dell’Utri, ogni volta (o quasi) che intercetti un telefono di un presunto uomo delle cosche, corri il rischio di ascoltare la sua voce. È successo nell’indagine su Di Girolamo (vedi articolo a pagg. 4-5 de Il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2010). Ed è accaduto due anni fa, poco prima delle elezioni, con gli affiliati del clan Piromalli. Il loro referente Aldo Micciché (vedi articolo a fianco) chiamava il senatore in ufficio dal Venezuela, mentre a uno dei ragazzi della ‘Ndrina Dell’Utri affida il compito di aprire un circolo del Buon governo a Gioia Tauro.
Ovvio che tanta disponibilità al dialogo (Dell’Utri si è giustificato dicendo che lui “parla con tutti”) anche se non dovesse nascondere accordi illeciti, espone quantomeno al rischio di pericolosi equivoci. Se alla Camera entra una bella ragazza di Bagheria, priva di esperienza politica, come Gabriella Giammanco (Pdl), e poi si scopre che suo zio, Michelangelo Alfano, è un boss condannato in via definitiva, è chiaro come qualcuno nelle famiglie di rispetto possa pensare (sbagliando) di trovarsi di fronte a una sorta di messaggio. E se nel governo siede ancora un sottosegretario, Nicola Cosentino, con parenti acquisti detenuti al 41-bis e una richiesta di arresto per Camorra che pende sulla sua testa, è inevitabile che gli uomini di panza considerino il premier un loro amico. Un politico come tutti quelli con cui i patti sono stati siglati con certezza. E ai quali, parafrasando Al Capone, si può sempre gridare, in caso di cocente delusione: “Sei solo chiacchiere e distintivo”.

Primo Piano | Peter Gomez (da Il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2010)

lunedì 22 febbraio 2010

FRAMMENTI PEDAGOGICI


Una classe di scuola elementare.

Tutti i banchi, quattordici, sono vuoti, tranne uno: su questo sta riposando un furetto, dorme con la testa buttata tra le pagine di un libro, un sussidiario cardiociclico gnometrico.
Alle pareti disegni, cartelloni, incroci stradali, attimi di vuota consapevolezza.
Alla cattedra è seduta la Maestra: sta compilando il registro di classe.
Fuma voracemente: accende una sigaretta con il mozzicone dell'altra. Tossisce, impreca, ulula, viviseziona una rana.
Alla lavagna, su cui sono scritte frasi oscene e irripetibili [nota per il regista: bisogna scandalizzare ma non stupire], sta in piedi uno Scolaro, di circa otto anni: indossa un grembiule bianco sporco di erba e fango. All'orecchio destro ha un vistoso orecchino con brillante: sul brillante è incisa la figura stilizzata di un cercatore d'oro nell'atto di setacciare la sabbia di un fiume del nord America.
La maestra chiude il registro di classe e fissa lo scolaro.

S - Che cavolo stai guardando?
M - Non le permetto di parlarmi così.
S - Con te parlo come voglio.
M - Insomma, esigo rispetto!
S - Con le mie tasse ci pago il tuo stipendio.
M - A me non mi pagano mica, lo sa?
S - E perché diavolo fai 'sto lavoro?
M - Pena alternativa: sto qui invece che in carcere.
S - Hai ammazzato qualcuno?
M - No, non l'ho fatto.
S - Capisco.
M - Già.
S - Vado a posto: tu resta seduta.
M - Grazie.

Lo scolaro si avvicina al proprio banco.
Il furetto apre un occhio e lo guarda ringhiando.
La maestra scatta in piedi e con un balzo di sette metri si avventa sulla bestiola e la viviseziona.
Lo scolaro arrotola una sigaretta e la offre alla maestra, che però rifiuta.

Le Formiche Elettriche

Uno dei motivi che induce ad aprire un blog


Finalmente ho un blog. Ci ho pensato un bel po' prima di aprirlo, ma navigando in rete ho visto che ce ne sono diversi di molto interessanti e ho concluso che anche io ho voglia di buttarmi nella mischia. Il mio scopo è quello di mettere in linea ogni giorno una mia foto. Tutte le foto sono pubblicate il giorno stesso in cui sono realizzate. Sono momenti della mia giornata in corso che condivido quasi in tempo reale. Oltre a questo ci sarà anche una piccola notizia. A volte sarà simpatica, giocosa, a volte tratterrà di cultura e a volte di sport (mi sono ripromessa di non scrivere di politica). Dipenderà dall’umore. E visto che mi piace la musica aggiungerò anche il titolo e autore della canzone che durante la giornata ho ascoltato più volentieri. Sono Angela e vivo in Trentino. In casa con me ci sono anche Massimo (il mio compagno), Irvin (mio figlio) e Crimilde (il cane di casa). In questa mia nuova avventura starà sempre al mio fianco la mia amica Nikon D70s.

Angela (only1photo)


LA FUGA

E’ notte. Trinire di grilli, stormire di fronde. Una grande finestra aperta si staglia nel centro della scena. Giulio e Teresa tengono tra le mani un lenzuolo arrotolato. Si guardano intorno circospetti.


GIULIO Senti ancora qualche rumore?

TERESA Mi pare di sì.

GIULIO L’ora non è ancora giunta.

TERESA Sarà bene attendere ancora un poco.

GIULIO Dunque... dicevamo cinquemila al maître. E cinquemila al cameriere di tavola che è molto gentile.

TERESA Molto gentile, ma le pretende. Ieri ha trovato modo di farci sapere, senza darsene l’aria, quando è il suo giorno di libertà. Evidentemente, perché ci regoliamo in caso di partenza.

GIULIO E come aveva saputo?

TERESA Hanno la loro polizia segreta, forse. Poi c’è il secondo cameriere. E quello che ci porta il caffellatte.

GIULIO E’ una sopraffazione. Questo serve anche a tavola.

TERESA Ma non alla nostra.

GIULIO Lo faranno apposta. Perché si dia la mancia a tutti. II cameriere che serve a tavola noi, porterà il caffellatte ad altri. Poi ci sono le cameriere.

TERESA Chi le ha mai viste?

GIULIO E c’è il facchino che le aiuta. E quello che ci lucida le scarpe.

TERESA Non è il medesimo?

GIULIO Sembra di no.

TERESA E bisogna dare la mancia a tutti e due?

GIULIO Non hai visto che appaiono come fantasmi, ogni volta che percorriamo il corridoio?

TERESA E naturalmente nessuno dei due è il facchino che ci porterà giù le valigie.

GIULIO Il facchino? I facchini. Saranno almeno due, questi.

TERESA Al ragazzo dell’ascensore...

GIULIO Non ci fa niente. Sta tutto il giorno seduto a leggere Proust accanto alla cabina dell’ascensore. Ogni volta che passa un cliente, s’alza e fa un inchino. Lo stesso cliente può passare dieci volte, dieci volte lui s’alza e s’inchina. Se uno passeggia avanti e indietro, deve avere l’inchino ogni volta che va in un senso e ogni volta che torna nell’altro.

TERESA E veniamo al più grosso: il portiere.

GIULIO Fammi il piacere: è più ricco di noi.

TERESA Eppure bisogna dargli la mancia. E più che agli altri.

GIULIO Ma che ci ha fatto?

TERESA Niente. E siccome lui non ci ha fatto niente, chi ha fatto qualche cosa è il secondo portiere e perciò dovremo dare la mancia anche al secondo portiere.

GIULIO Allora ricapitolando: Maître, primo e secondo cameriere, cantiniere, caffellatte, prima e seconda cameriera, scopatore segreto, lustrascarpe, due portabagagli, ascensore, primo e secondo portiere, corriere...

TERESA Chi è?

GIULIO Quello in redingotta che va alla stazione.

TERESA Il chiamavetture?

GIULIO Il chiamavetture è un altro. Hai fatto bene a ricordarmelo. Sta anche lui sulla porta e ce lo troveremo alla partenza. Sedici con quello che fa girare la bussola quando usciamo.

TERESA Potrebbe farne a meno. E con la guardarobiera diciassette. Brutto numero.

GIULIO Non ti preoccupare. C’è il barman.

TERESA Anche lui è più ricco di noi.

GIULIO E’ più ricco di noi, proprio perché noi gli diamo le mance e lui le intasca.

TERESA Che vuoi dire? E poi c’è il cameriere del bar, quello che ci serve il caffè dopo mangiato. E la donnetta che sta al lavabo, se vogliamo darle qualcosa.

GIULIO Ma sì, poveretta. Lei è l’unica che se lo merita. Ventuno, dunque.

TERESA La difficoltà non è tanto nel numero, quanto nella misura. Almeno ti dicessero: io voglio tanto. No. Ti lasciano nell’incertezza Sarà poco? Sarà troppo? Si brancola nel buio. Dobbiamo indovinare: e poi capire dal tono del ‘grazie’ se abbiamo avuto la mano felice.

GIULIO Certe volte bisognerebbe tornare indietro a dire: Sa, ho scherzato, eccole altre cinquemila lire.

TERESA Io credo che cinquemila al capo cameriere e cinquemila al primo portiere...

GIULIO Non facciamo confusioni, poi passeremo alla porta, adesso restiamo nella sala da pranzo. Non so se cinquemila bastino, al capocameriere. Gli inglesi, furbi, la mancia la nascondono sotto il piatto con la scusa di non voler offendere il personale, e ci mettono pochi scellini. Noi invece la diamo in mano, come un diploma d’onore. E io non voglio far brutte figure. Forse si aspetta di più. Diecimila...

TERESA Ma che cosa fa?

GIULIO Non lo so. Viene a domandarci se abbiamo mangiato. Ti pare poco?

TERESA Ma allora dovremmo dare di più al cameriere di tavola, che ci ha favorito talvolta nelle porzioni.

GIULIO Non si può dare al maître meno di quello che si dà al cameriere.

TERESA E non è giusto dare, a chi ci ha fatto mangiar bene, meno di quello che diamo a chi ci ha soltanto domandato se avevamo mangiato bene. Cinquemila per uno credi che basteranno?

GIULIO Quanto hanno dato gli altri?

TERESA Non mi interessa. Sono dei cafoni arricchiti. Noi siamo dei signori, e i camerieri lo capiscono.

GIULIO E perciò non dobbiamo deluderli, dando meno del cafoni arricchiti. Che cosa sono oggi cinquemila lire?

TERESA E quante ne vuoi dare? Diecimila? C’è già il servizio. Tremila sono anche troppe. E non fare al solito che di nascosto dài di più. Se ti senti così generoso, dà a me i quattrini, che ho bisogno di tante cose.

GIULIO Io vorrei essere invisibile al momento di uscire dalla porta. Mi sento prigioniero. Oppure restare eternamente qui, per non affrontare quel momento, quando si deve passare fra tutte quelle facce che ti guardano con ansia, speranza e ostilità. Ma prendetevi tutto!

TERESA Abbiamo dimenticato il portiere di notte. Poveretto, ci aspettava sempre.

GIULIO E’ il suo mestiere.

TERESA Tutti fanno il proprio mestiere. Non vedo perché giusto col portiere di notte... E poi c’è il facchino di notte, quello che ci porta l’acqua minerale. E un certo numero di fattorini vari...

GIULIO Taci...

TERESA Che c’è?

GIULIO Dormono tutti!

TERESA Finalmente!

GIULIO Allora, mia Teresa, pazienza.. Il conto è pagato. Nessuno può dirci nulla.

TERESA Sì, Giulio! Nessuno può dirci nulla.

GIULIO Certo! Per questo, possiamo calarci dalla finestra a testa alta!

TERESA Che il cielo ce la mandi buona!

GIULIO Tieniti forte!


Giulio e Teresa scavalcano il davanzale e scompaiono lentamente. Il trinire dei grilli si fa più forte mentre calano le luci.


Achille Campanile



Dolcetto e gorgonzola


Per gli uomini è diverso. Con l'età guadagnano punti. Più diventano vecchi e più migliorano. Come il dolcetto. Noi donne invece siamo più come il gorgonzola. Più diventiamo vecchie e più diventiamo grasse. Quel bel grasso stagionato che cola. E ci vengono anche le vene varicose blu cobalto. Tali e quali alle muffe della gorgo. È come il crollo di una diga. Da un momento all'altro. Cric cric... un leggero avvertimento e poi sbarabaquak... Il disastro. Io un giorno sì e uno no mi farei a pezzettini e mi infilerei nel bidoncino dell'umido. Chissà che riciclandomi insieme alle pelli del salame cotto e ai gusci di noce non ne esca qualcosa di buono. Dovrei provare a potarmi, come si fa coi gerani. Via il naso, via le orecchie, via anche il mento. Tanto con la primavera e i primi tiepidi mi rispunta tutto. Anche più fresco. La mia amica Marcella ha fatto la «befanoplastica». Beh, si trattava di un caso disperato. Era una befana proprio fatta e finita. Non riusciva più a sollevare le palpebre tanto era il peso della pelle in esubero. Era come se dormisse sempre. Con due origami di cartacrespa appoggiati sugli occhi. Adesso è un'altra cosa. Non riesce quasi più a chiuderli. Ha un'espressione stupita ventiquattr'ore al giorno, come se avesse visto un dinosauro comprare la pizza bianca in panetteria. Di notte dorme con l'occhio socchiuso da guardia giurata. E per lei viene giorno sempre un po' prima. Ma è abituata. Ha più silicone Marcella che una veranda esposta a nord. Si è rifatta le tette due volte. Le ha così grosse che non riesce più a farle stare separate, una di qua e l'altra di là. Le tiene praticamente l'una sull'altra. Incolonnate. Devi vederla in macchina. Tranquilla come un fringuello. Eh certo. Con quell'air bag lì può scaraventarsi giù come Thelma e Louise senza farsi neanche un livido. Io ne conosco una di chirurga estetica. Che ti rimette a postino come un puzzle da poco prezzo. Lei che lo fa di mestiere. Si sistema le labbra da sola. Infatti ce le ha tutte storte e sgonfie come un canotto abbandonato al sole. Dice che per eliminare le guanciotte da pesca melba non c'è niente di meglio che togliersi i molari, così il muso si rilassa. Che comodo! Una volta, senza che le fosse in alcun modo richiesto, mi ha appoggiato le mani sul volto e in una specie di trance ha sentenziato: «No, mi dispiace. Con te non si può fare nulla. È la struttura ossea che è proprio brutta». Pazienza, sono rimasta tutta biodegradabile. Se mi addormento in un bosco di montagna rischio di marcire insieme alle castagne. Ma adesso mi impegno. Faccio la maschera almeno una volta la settimana. Dove? Al Teatro Carignano? Mah. Per queste rughe non basta una crema. Mi sa che ci vuole direttamente una smerigliatrice.

Luciana Littizzetto (Sola come un gambo di sedano - 2001 - Mondadori)

sabato 20 febbraio 2010

Il derivato bipartisan e la madre di tutti i falsi contabili


Immaginate di avere un mutuo di 100 mila euro a 20 anni sulla vostra casa e pagate il 4% di tasso. Si presenta da voi un banchiere internazionale e vi propone di darvi 20 mila euro subito, che potete spendere come vi pare. In cambio alzerà il tasso del vostro mutuo al 5%. Mentre tutti i vostri vicini continueranno a pagare il 4% e magari, se i tassi sono bassi, potranno passare dal tasso fisso al tasso variabile voi continuerete a pagare il 5% ed i 20 mila euro li avrete già spesi. È questo, grosso modo, che ha fatto la Grecia con la banca d’affari Goldman Sachs ed è questo che sembra avere fatto l’Italia con JP Morgan.
Il New York Times che ha riportato la notizia che, grazie ai derivati, dal 1996 l’Italia avrebbe truccato i conti non ha trovato né conferma né smentita dal nostro governo. In realtà sul Fatto Quotidiano del 19 dicembre 2009 avevamo segnalato la stranezza del fenomeno che si osservava intorno al debito pubblico italiano: i tassi di interesse scendevano, ma lo Stato continuava a pagare sempre lo stesso tasso sullo stock di debito. Ci eravamo chiesti se tale anomalia non fosse data dall’uso della "finanza creativa" per far rientrare il nostro paese nei parametri europei, taroccando di fatto i conti con l’aiuto di qualche banchiere compiacente e ben pagato. La questione non è di poco conto per due motivi. Il primo è di ordine politico: il derivato che il New York Times sostiene essere stato stipulato nel 1996 con JP Morgan è un derivato bipartisan, perché da Carlo Azeglio Ciampi in poi, tutti i ministri delle Finanze successivi devono esserne venuti a conoscenza.
Il trucco contabile, se davvero ci fosse, non sarebbe mai stato denunciato e quindi il dibattito sui conti pubblici italiani si sarebbe sviluppato per anni intorno ad una bugia contabile ben custodita dentro il ministero di via XX Settembre, dal direttore della Finanza della Cassa depositi e prestiti Matteo Del Fante, all’epoca dei fatti banchiere di Goldman (secondo la ricostruzione del Nyt).
Il secondo motivo riguarda la moralità e trasparenza delle istituzioni poste a guardia della correttezza dei conti e della trasparenza verso gli investitori internazionali. Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha lavorato a Goldman Sachs negli anni in cui la Grecia ha realizzato lo swap con la banca d’affari. La stessa banca si è affrettata a smentire che Draghi abbia avuto un qualsiasi ruolo nella vicenda. Esiste tuttavia una singolare coincidenza: Draghi era anche direttore generale del Tesoro nel 1996 e se avesse realmente realizzato l’operazione di maquillage contabile spostando al futuro il debito, sarebbe anche lecito pensare che tale expertise possa essere stata messa al servizio di altri paesi europei una volta passato nelle file di Goldman Sachs. Ma i condizionali e i periodi ipotetici, ovviamente, sono obbligatori in attesa di riscontri concreti.
Goldman Sachs in Italia ha poi potuto vantare come consulenti nomi del calibro di Romano Prodi, Gianni Letta, Mario Monti e addirittura un Goldman boy, Massimo Tononi, era stato nominato sottosegretario al Tesoro nel 2006. Che fine a fatto Tononi? È tornato a lavorare per Goldman Sachs che lo ha riassunto con un lauto stipendio proprio mentre infuriava la bufera finanziaria e venivano licenziati centinaia di bancari a New York e Londra. Bastano questi esempio per capire perché ci sia l’impressione diffusa che nei luoghi deputati al controllo della trasparenza e della correttezza delle operazioni finanziarie dello Stato siano state installate porte girevoli che permettono agli uomini delle banche d’affari americane di entrare e uscire quanto vogliono. Se esista o meno questo gigantesco swap che ha gravato, o ancora grava sui nostri conti pubblici non è più una questione economica finanziaria, ma diventa una questione di credibilità della nostra classe dirigente.
L’inchiesta giornalistica del New York Times ha messo in allarme la city londinese. Ora anche il Financial Times e il Wall Street Journal sono a caccia dello scoop, sognando di smascherare il più grande falso contabile della storia. Forse sarebbe opportuno che, per la prima volta nella storia, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti si presentasse in Parlamento e svelasse esattamente lo stato delle finanze italiane scoprendo quello che sembra essere il segreto meglio custodito della storia recente: la posizione complessiva in derivati del Tesoro e le relative controparti. Meglio sapere subito se dobbiamo stringere la cinta a causa di una classe dirigente scriteriata che ha ipotecato il nostro futuro piuttosto che scoprirlo a mercati aperti con conseguenze disastrose per i nostri titoli di Stato e i nostri risparmi.
Se i derivati ci sono e alterano i nostri conti possiamo ancora correre ai ripari. Ma per favore ci si risparmi la tiritera che sono stati stipulati in condizioni di emergenza, è una scusa che non regge per le vicende di Bertolaso figuriamoci se vale per chi entra ed esce da una banca d’affari.

Superbonus (da il Fatto Quotidiano del 20 febbraio 2010)

Come far sparire i nostri file


Nel mondo reale, sparire non è così difficile. Per lo meno se «Chi l’ha visto?» non si mette di mezzo. Ma cancellare tutte le tracce della nostra vita digitale diventa sempre più complicato. Tra computer, telefonini, email, social network, forum e blog far piazza pulita del mosaico di bit è un’impresa.
Quando si parla di dati memorizzati su pc, una pulizia accurata è possibile. L’importante è seguire qualche avvertenza. Non basta buttare i file nel cestino e svuotarlo. Diversi casi di cronaca recente (da Parmalat al giallo di Garlasco) hanno dimostrato che è possibile ricostruire i contenuti rimossi dal disco fisso. «Quando si svuota il cestino sul pc, i documenti non sono davvero cancellati – spiega Paolo Salin, manager di Kroll Ontrack, azienda leader nel recupero di file danneggiati - Restano accessibili finché non sono sovrascritti». Esistono programmi, anche gratuiti, che permettono il recupero di questi dati. E neppure un intervento più radicale, come la formattazione del sistema, ci mette del tutto al riparo da sorprese.
Il consiglio è allora di ricorrere a un programma specifico di “Wiping” (pulizia) o “Shredding” (“fare a pezzetti”) del disco fisso. Quelli più sofisticati rendono del tutto irrecuperabili i dati, senza danneggiare l’hard disk.
Per i più paranoici l’alternativa è la distruzione fisica del supporto di memoria. Su Internet i consigli abbondano: si va dall’acido muriatico, all’uso di campi magnetici, al forno a microonde (pare ottimo per i cd-rom), fino al più classico “sega elettrica e martello”. «Ma in quest’ultimo caso sinceratevi di ridurlo in pezzetti davvero piccoli, perché se no possiamo recuperarlo», chiosa Paolo Salin che ricorda come furono ricostruiti gli hard disk dello Shuttle Columbia esploso nel 2003. Il discorso è più o meno analogo per i cellulari. Anche qui esistono efficaci software di pulizia.
La faccenda si fa più complessa quando si passa ai dati sul web. Soprattutto se - tra Facebook, MySpace, Twitter e blog - la nostra identità digitale è aggiornata con continuità. Oggi i “cacciatori di teste” esaminano i candidati cercando anche sui social network. Per evitare affannose corse a cancellare vecchi video in cui si fumano sostanze proibite o si tracanna whisky, è meglio tenere presente la posizione del Ceo di Google, Eric Schmidt: «Se c’è qualcosa che vuoi nascondere agli altri, allora non dovresti fare del tutto quella cosa». È la privacy versione XXI secolo.
Il professor Antonio Pizzetti, presidente dell’autorità Garante per la privacy, mette l’accento sull’informazione personale: “I cittadini devono imparare a distinguere tra comunità chiuse, in cui si fa solo “comunicazione”, e pagine web aperte, in cui si applica il codice della privacy. Tenendolo presente si eviterebbero il 90% dei comportamenti illegittimi”.
Le informative dei siti sui personali, aggiunge Pizzetti «non sono ancora adeguate. Abbiamo chiesto un metodo a pop-up del testo, tipo pubblicità, e uno sportello reclami più visibile». La posizione di Google è chiara:«Offriamo agli utenti una reale scelta in merito alla gestione dei loro dati, attraverso strumenti quali la Privacy Dashboard (www.google.com/dashboard), un pannello di controllo dal quale chiunque può controllare e gestire le informazioni del suo account Google», dice la portavoce dell’azienda per l’Italia, Simona Panseri.
Sia Google che Facebook offrono una pagina in cui è possibile cancellare il proprio profilo, rendendo inaccessibili i file su di esso memorizzati. Chi teme di dimenticare in giro per la rete qualche file importante, può rivolgersi a un’azienda specializzata nel ripulire la reputazione online. Ne esistono diverse, da ReputationDefender.com a TigerTwo.co.uk, solo per citarne un paio. Si parte da una decina di euro al mese.

Paolo Ottolina (Corriere della sera - 20 febbraio 2010)

venerdì 19 febbraio 2010

I giochi di carte


I giochi di carte sono, naturalmente, tanti che non possiamo qui ricordarli tutti. I tre più diffusi sono:

Il tresette. Si gioca con dieci carte a testa. Durante la partita si può dire “Busso”, “Striscio”, “Volo”, o “Brucio” se il vostro compagno vi fa cadere la sigaretta sulla coscia. E’ proibito dire frasi come “Ho sette bastoni” o “Sono nella merda”.

La briscola. Gioco molto semplice. L’avversario sbatte sul tavolo una carta, e voi dovete sbatterla più forte. I buoni giocatori rompono dai quindici ai venti tavoli a partita. E’ opportuno, prima di sbattere la carta sul tavolo, inumidirla con un po’ di saliva. Le carte prendono la caratteristica forma a cartoccio, e la durezza di un sasso. In molti bar, per mescolare un mazzo di carte da briscola, si usa un’impastatrice. Quando la carta è abbastanza vecchia, diventa molto dura e pesante, e se non siete allenati è opportuno giocare con guanti da elettricista.

Il poker. Il poker si gioca in quattro, oppure in tre col morto, o anche meglio in tre col pollo. Per prima cosa bisogna dare le carte. Il vero giocatore compie l’operazione in sei secondi con la sigaretta in bocca. Il dilettante ci mette tre minuti con la lingua fuori. Al termine dell’operazione quasi sempre il suo compagno di destra urla perché ha ricevuto in mano quattro carte e una cicca accesa, mentre il dilettante sta fumando il re di quadri. Oltretutto è molto facile che il dilettante si sia dato nove carte e che due siano finite sul lampadario. Il dilettante non deve, a questo punto, lasciarsi prendere dal panico, e soprattutto non commettere nessuno dei seguenti errori:

  1. Fare le pile e i giochini con le fiches, e chiedere agli altri: “Chi mi da due tonde rosse per due tonde blu, che voglio fare la bandiera francese?”.
  2. Quando gli si chiede di aprire, non dire: “Vado subito, in effetti c’è molto fumo”, e spalancare la finestra.
  3. Fare il rumore del motorino col mazzo di carte durante il gioco.
  4. Chiedere prima due, poi tre, poi quattro, poi anzi, no, cinque carte e non ricordarsi quali erano le vecchie e quali le nuove.
  5. Quando sono rimasti solo in due a disputarsi un piatto grosso, scivolare alle spalle di uno e strappargli le carte di mano per vedere il punto.
  6. E ancora: quando bluffa, il dilettante non cerchi di darsi un contegno. Un mio conoscente, tutte le volte che bluffava, tirava ostentatamente fuori dalla tasca pennello, crema e lametta, e si faceva la barba fischiettando. Naturalmente era nervoso e alla fine della serata si era tagliato la faccia come Frankenstein. Non fate la faccia impassibile: molti dilettanti cercano di bloccare ogni muscolo facciale, col risultato di avere poi effetti secondari rivelatori, come grosse scorregge, per lo sforzo. La stessa cosa vale se avete un poker. L’ideale sarebbe avere sempre lo stesso atteggiamento durante tutta la sera. Un giocatore molto bravo, che conoscevo, appena si sedeva al tavolo, si metteva a fare il verso della sirena dell’ambulanza, e tirava di lungo tutta la sera senza una pausa. Un altro giocava con baffi e naso alla De Rege, ma si tradiva perché quando aveva un buon punto sveniva.

Stefano Benni

L’AMERICA SECONDO GIOBBE COVATTA


Io non sono mai stato in America: la conosco solo attraverso la televisione, ma mi è sufficiente.
Già dal titolo dei telefilm si capisce che gli americani sono una razza a parte: loro hanno E.R. Medici in prima linea, noi abbiamo la dottoressa Giò, loro hanno Hill Street giorno e notte, noi Linda e il brigadiere.
Non c'è lotta! Il poliziotto americano si chiama Jo McAllan, e quando senti un titolo come Una 44 per Jo McAllan, subito pensi a una pistola micidiale. Il poliziotto italiano è diverso: si chiama Ciro Scapece, e quando senti un titolo come Una 44 per Ciro Scapece, subito pensi a un paio di scarpe troppo larghe.
Jo McAllan, dopo un inseguimento in cui ha distrutto quattrocento macchine e sessanta aerei e ha ammazzato quarantacinque mafiosi, ma non con la pistola, perchè aveva finito i colpi, ma a mozzichi sulle orecchie, finalmente torna a casa: una villetta bianca con finestre verdi dove un bambino di sei anni ha lasciato la bicicletta in giardino.
Anche Ciro Scapece, dopo otto ore a piazza Dante a correre appresso agli scippatori, torna a casa, ma nel suo giardino non c'è nessuna bicicletta da bambino, per almeno tre buoni motivi: primo, se il bambino lascia la bicicletta in giardino, non ce la ritrova; secondo, forse non ci ritrova nemmeno il bambino; terzo, dove cazzo ce l'ha il giardino Ciro Scapece con lo stipendio da poliziotto?
Jo McAllan entra a casa e chiama la moglie: "Donna!" (si chiama Donna per non confondersi con lui, che è uomo). Donna è di spalle, si gira: è una bambola gonfiabile con tre chili di capelli biondo-Carrà, centotrenta denti bianco-cocaina, trentacinque metri quadrati di labbra rosso-rubino! Da noi una così non se la può permettere neanche il sottosegretario ai Lavori Pubblici, pagando, naturalmente. Ciro Scapece entra a casa e chiama la moglie: "Filumena!". Filumena è di spalle ed è meglio che non si gira: anche se si gira, la differenza è minima. Filumena ha tre chili di bigodini, cinquesei denti di cui tre giallo-pianerottolo, trentacinque metri quadrati di labbra per via dell'herpes.
Donna guarda Jo e chiede: "Giornata dura, amore?". "No", risponde il marito. "No, bambola, come al solito"...Ma come sarebbe? Tu hai fatto chillu burdello, chilla carneficina, che da noi manco se uno passa tre giorni a Malpensa succede tutto quello che è successo a te negli ultimi cinque minuti, e dici "come al solito" ?
All'anima 'e chi tè stramuorto! Donna sorride a Jo; Donna è un monumento di ormoni che se un poliziotto italiano, compreso Ciro Scapece, la vede, non sopravvive. Filumena è un monumento di cellulite che se un poliziotto italiano, compreso Ciro Scapece, la vede, difficilmente sopravvive.
Jo attraversa tutta la casa per arrivare in cucina (ci mette venti minuti, abita in una specie di Versailles). Arriva in cucina, apre il frigo, beve un whisky triplo con dentro sei uova e si versa un bicchiere di latte da ventiquattro litri (le quote latte, in America, fanno paura).
Ciro Scapece entra a casa e già sta in cucina; apre il frigo, ci guarda dentro e si mette a piangere.
Jo McAllan guarda Donna: "Tu sei il mio tipo, bambola. Saranno i tuoi occhi..."
Ciro Scapece guarda Filumena: "Sembri una Tipo, bambola, anzi una 127. Saranno i tuoi occhiali".
Donna si sfila maliziosa una vestaglia che da noi non se la può permettere nemmeno la moglie di un camorrista, figuriamoci la moglie di un poliziotto. Sotto appare una mutanda di pizzo da tre chili e un reggiseno che costa come tutta la tredicesima.
Donna sembra la Barbie: l'unica differenza è l'altezza. Filumena si sfila, sudaticcia, la tuta da ginnastica con l'aiuto di un cacciacopertoni e sotto compaiono due calzini di lana grigi. Filumena sembra Omar Sivori. L'unica differenza sono i baffi: Sivori non li ha mai portati.

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)

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