"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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domenica 4 luglio 2010

IL MAREMOTO E I POLITICI

George Bush.
Sono arrabbiato per le reazioni isteriche del mondo a un evento naturale quale il maremoto asiatico. Questo inconveniente non deve farci dimenticare le gerarchie di importanza. Il vero problema del mondo, la prima e unica cosa di cui avere paura è il terrorismo. Ci ho messo anni a inventare questa balla americocentrica, e adesso non venitemi a dire che c’è qualcosa di molto più pericoloso e urgente. La catastrofe ecologica non fa rieleggere i presidenti e ostacola l’economia mondiale. Ci hanno subito accusato di essere tirchi, di essere capaci solo di invadere e sfruttare, non di aiutare. Ci hanno subdolamente chiesto: perché i mille satelliti che monitorano il pianeta metro per metro non sono serviti in un caso come questo? Rispondo: perché i satelliti li usiamo per motivi militari, e spiano i talebani, non gli tsunami. Va bene, ci sono state centoventimila vittime, ma questo è ricattatorio e poco elegante, noi non diamo mai i numeri dei morti nelle nostre guerre. In quanto al sud-est asiatico, non mi è simpatico, ci abbiamo già perso una guerra. Ho chiesto ai miei sponsor petroliferi, e mi hanno confermato che lì c’è poco petrolio e comunque le industrie estrattive sono rimaste intatte. A chi ci accusa di spendere 1000 volte di più per gli armamenti che per le ricerche sui danni all’ecosistema io rispondo: sono eletto dai produttori di armi, non dai pescatori. E gli americani vanno in vacanza alle Hawai, dove il sistema di allarme tsunami c’è da anni. E’ ora di far tacere gli ecoterroristi aizzati da psudoscienziati e traditori come Rifkin, una banda di gufi predicenti che dovremo affrontare nuovi eventi catastrofici, come lo scioglimento della banchisa e il marasma alluvionale. Paroloni a vanvera. Preferisco il vecchio Bin Laden, che almeno parla di cose che conosco. Perciò continueremo a non firmare il protocollo di Tokyo, a trivellare l’Alaska, a abbattere foreste, a far girare per il mondo sottomarini nucleari, satelliti elettromagnetici e superpetroliere col buco. Ma non è vero che siamo tirchi, la faremo vedere a quei pezzenti dell’Onu. Ho preparato una grande coalizione umanitaria: purtroppo ultimamente ho speso troppo in bombe e manco di contanti, ma presto manderemo in Asia aerei pieni di dollari, bibite, tavole da surf e marines. Cacceremo fuori i soldi, basta che la smettiate di rompere col maremoto e che si ristabilisca una sana gerarchia dei media. La catastrofe climatica deve tornare al 26º posto, la paura del terrorismo al primo, le Borse al secondo e il calcio al terzo. E in quanto alla teppaglia dell’Onu, perché nessuno ammette che il maremoto è la prova della giustezza della mia guerra in Iraq? Saddam possedeva armi di massa, e ha pensato di liberarsene scaricandole in mare. Me l’ha detto Rumsfeld, e lui non dice mai bugie. Qualcuno ha lanciato l’allarme che ci saranno altri tsunami, forse anche sulle coste Usa. Impossibile, perché Dio è con noi. Ma se decidesse di attaccarci, non ci lasceremo intimidire.

Vladimir Putin.
Quale presidente del paese autore di alcune delle catastrofi ecologiche del secolo, da Cernobyl alla morte del lago d’Aral, devo dire che il sistema russo è migliore del vostro. Sia noi che voi ci rendiamo conto del disastro solo quando è avvenuto. Ma voi ne parlate un’ora dopo, noi diamo la notizia un anno dopo.

Silvio Berlusconi.
Mi dispiace per le vittime ma non bisogna esagerare. In fondo le mia ville in Sardegna sono salve, e io i soldi in banca alle Cayman. Non è vero che le associazioni non governative si sono mosse molto più in fretta di noi. Siamo stati prontissimi. Fini ha imparato a memoria il prefisso dell’Indonesia in meno di un’ora. Abbiamo già avviato tutta una serie di iniziative preventive. Alzeremo di dieci metri il progetto del ponte di Messina. Ho mandato il mio euro di offerta attraverso Telecom. Ho detto a Emilio Fede che gli rimborserò personalmente il set di valigie e il baule delle tinture. Ma non dimentichiamo che i problemi dell’Italia sono ben altri: bisogna salvare l’economia, Dell’Utri e Previti, e soprattutto truccare le elezioni. Certo, centoventimila morti sono un bel problema, ma avete mai provato a spartire venti viceministri e sottosegretari? Inoltre ho dovuto lasciare il Milan per colpa di una legge ingiusta e bolscevica. Obiettivamente parlando, il Milan in diciotto anni ha vinto tutto, che cosa ha vinto la Thailandia? Comunque seguiamo la situazione ora per ora, e stiamo cercando l’efficiente Matteoli, che ancora non sa cos’è successo.

Giancarlo Fini.
Sì, c’è stata un po’ di confusione, ma sono nuovo del mestiere. Noi di An siamo bravissimi a occupare i posti in consolati e ambasciate, molto meno a fornirli di fondi e farli funzionare. Ma non esageriamo. In fondo Gianni Morandi, Maldini, Inzaghi e Zambrotta si sono salvati. Non possiamo farci niente se la gente va in spiaggia senza documenti o si scorda di caricare il telefonino. Comunque ricordo a tutti di non partire per le Maldive, specialmente i pensionati che lì pullulano. In quanto al competente Matteoli, l’ho trovato. Era al parco nazionale d’Abruzzo a vendere abeti natalizi. L’ho avvisato dello tsunami. Ci è rimasto molto male, e questa è la prova della sua serietà.

Attila Matteoli.
Sono il competente ed efficiente Matteoli e so tutto sullo tsunami. E’ uno sport violento ma non credevo che potesse fare tanti morti. In quanto al maremoto, come dice il nome stesso, colpisce le case in riva al mare. Perciò bisognerà subito vendere la costa amalfitana e la riviera ligure perché così, se ci sarà un maremoto, non colpirà gli interessi italiani. Ho subito formato un pool di esperti formato da Rubbia, Zichichi, Milly Carlucci, Veneziani ed Albertazzi. Dopo una proficua riunione abbiamo stabilito che:
a- l’asse terrestre si è spostato di dieci centimetri ma questo non avrà conseguenza sugli equilibri del governo
b- Sumatra si è spostata di trenta metri ma di questo passo si scontrerà con la Sicilia solo tra due milioni di anni.
c- l’Himalaia si è innalzata ma tanto non ci va quasi nessuno.
d- non firmeremo il protocollo di Kyoto perché Bush dopo Pearl Harbour non si fida dei giapponesi.
Abbiamo già posto in atto severe misure per difendere le nostre coste. Sull’Adriatico. Le sedie dei bagnini saranno alzate di un metro per poter avvistare onde anomale in anticipo.

Francesco Rutelli.
Noi della sinistra abbiamo da tempo una visione globale e non locale della politica. Sappiamo bene che il problema del crollo dell’ecosistema pende su tutti noi ed è urgente attivarsi. Per questo chiedo a Mastella di recedere dal suo proposito di scissione. Stiamo preparando una commissione che elencherà i venti punti di maggior pericolo del mondo. Quando avremo deciso chi sarà il presidente e quando Parisi, Prodi e Bertinotti la smetteranno di impuntarsi, potremo dare una svolta globale ed epocale alla ricerca. E ora preghiamo.

Roberto Calderoli.
Sappiamo che tra i dispersi ci sono dei lombardi. Ebbene, ho letto da qualche parte che questa è la vendetta di un certo Poseidone. Sappia questo signore, il cui nome evidenza chiare origini meridionali, che abbiamo posto una taglia sulla sua testa, e che nessuno può toccare un padano, neanche in vacanza. Se qualcuno dice che siamo bravi a far propaganda, mentre per il Po c’è un piano anti-alluvione insufficiente e antiquato, rispondiamo: il Po, come la Lega, è esuberante e non può essere ingabbiato. Mi chiedo inoltre: perché da tre giorni non appaio più sui titoli del telegiornale? Conto forse meno di un cingalese?

Pierflavio Cattaneo.
Chiedo scusa se la televisione italiana ha dovuto rivoluzionare un poco i suoi schemi, sembrando per un attimo una televisione vera. Anche io sono d’accordo che una semplice onda anomala non può sconvolgere i nostri programmi. I miei padroni mi hanno già sgridato e torneremo in pochi giorni ai nostri palinsesti di rassicurante merda. Ma non resteremo certo immobili davanti alla sciagura. Abbiamo già pronte tre maratone televisive di raccolta fondi. E in quanto al problema che assilla tutti, posso rassicurarvi: l’Isola dei famosi non sarà sospesa, anzi si prevede un aumento di audience. Adesso però basta fango e sismologi, tra un mese dovremo aver scordato tutto.

Wall Street Journal.
Basta con le voci che mettono a repentaglio l’equilibrio dell’economia. Confermiamo che le Borse asiatiche reggono, non essendo fatte di paglia. Ricostruiremo i villaggi turistici ancora più belli di prima, sopraelevati e robusti. Consigliamo ai risparmiatori di investire in industrie farmaceutiche, potabilizzatori di acqua, e aree edificabili in montagna. Non c’è catastrofe su cui non si possa guadagnare in borsa, come l’undici settembre ha dimostrato.

Proposta.
Modesta proposta del gruppo Lupo. Perché il manifesto non organizza in Italia una grande conferenza, una settimana di incontri sul disastro ambientale annunciato e vissuto? Chi può organizzarlo meglio di voi? Inoltre abbiamo deciso di versare aiuti soltanto su base comunale o regionale, a gruppi non governativi di cui si possano conoscere bene scopi e bisogni. Niente telefonini. Ci piacerebbe anche discutere su una nuova legge che renda meno lenta e difficile l’adozione degli orfani di guerra e di calamità.

Dio.
In ordine alle accuse di accanimento e strabismo pervenute a questa alta sede, si ricorda:
A- agli atei che io non esisto,
B- ai credenti che Mosè ce la fece grazie a un maremoto.
Sul fatto invece che l’umanità non abbia mai inferto ferite così grandi alla terra e la stia mettendo in pericolo, sono d’accordo, ma non posso farci nulla. Per gli atei, vale la motivazione precedente A. Per i credenti: perché allora continuate a credere in quelli che la distruggono?

Stefano Benni ( tratto da di venerdì 31 dicembre 2004)

Aforismi romani 1

ME PARI ER CANE DE MUSTAFA' CHE OO PIJA AR CULO E DICE CHE STA A SCOPA': sei un individuo non molto fortunato che non dice sempre il vero.

FAMO COME L'ANTICHI, CHE MAGNAVANO LE COCCE E CACAVANO LI FICHI: in risposta al quesito sul da farsi, chiamiamo in causa l'antica saggezza dell'Urbe.

MI' NONNO DICEVA: MEGLIO ER CULO GELATO CHE 'N GELATO AR CULO: non fidarti mai di chi non conosci bene.

SE TE VEDE LA MORTE, SE GRATTA: hai l'ingrata fama di iettatore.

C'HAI 'NA SFIGA TARMENTE GRANNE CHE SE TE CASCA 'R CAZZO TE RIMBARZA'N CULO: non sei una persona estremamente fortunata.

TE DEVI FA UN CLISTERE DE CERAMICA, COSI' DIVENTI UN BEL CESSO DE' LUSSO: (citazione da Thomas Milian in delitto al ristorante cinese): temo che tu non mi sia molto simpatico, ne' ti reputo gran che bello.

CHI S'ESTRANEA DA'A LOTTA E' 'N GRAN FJO DE' 'NA MIGNOTTA: colui che non prende parte di buon grado alle scorribande collettive, può andare tranquillamente a darsi fuoco.

SE 'NVECE DER VITELLO TE DANNO ER MULO, TU MAGNA, STATTE ZITTO E VAFFANCULO: proverbio popolare indicante l'unico modo possibile per reagire alle truffe (dal film Fracchia la belva umana).

FIODENA (fio de 'na mignotta): espressione dispregiativa munita di dignita letteraria (P. Pasolini).

GIAMAICA (gia m'hai cacato il cazzo): mi hai annoiato fino all'insopportabile.

MASTICA (ma 'sti cazzi): la cosa non mi sfiora minimamente.

E SI' MI' NONNO C'AVEVA CINQUE PALLE ERA 'N FLIPPER: commento sarcastico relativo ad una situazione difficile a verificarsi.

ME PIACEREBBE STA' 5 MINUTI DENTRO 'A TESTA TUA PE' RIPOSAMME 'N PO': mi ritengo particolarmente stanco.

ME PARI UNO DE CIVITAVECCHIA: ti stai arrampicando su gli specchi.


C'HAI 'NA PANZA CHE PARI ER BISO. MA CHE TE SEI INGOLLATO L'ERBEGGHE?: mi pari pingue.

J'HA STACCATO LA FACCIA: gli assomiglia.


Il Fascismo vinse e vincerà finché conserverà quest'anima ferocemente unitaria

"Il Fascismo ha vissuto perchè ha sempre stroncato sul nascere le tendenze, le correnti ed anche le semplici differenziazioni: il suo blocco é monolitico. Il Fascismo vinse e vincerà finché conserverà quest'anima ferocemente unitaria e questa sua religiosa obbedienza, questa sua ascetica disciplinà."

Benito Mussolini
(Dal . Viatico per il 1926 , pubblicato nel numero del Gennaio 1926 di Gerarchia). - V, 249 e 250.


I pensionati e i sommersi

L'Italia di Mussolini aveva otto milioni di baionette, l'Italia del nuovo millennio ha 17 milioni di pensionati. Per andare in pensione sarà necessario aspettare la loro dipartita di massa. Chi lavora (o cerca un lavoro) vede l'asticella alzarsi, 35/40 anni e forse più di contributi. In pratica, un ragazzo di venti o trent'anni in pensione non ci andrà mai. Lavorare 40 anni ininterrottamente con un posto fisso e il versamento mensile all'INPS dei contributi è come vincere al Superenalotto.
Il Paese è diviso in due classi: i pensionati e i sommersi. Sommersi perché precari, in nero, disoccupati, sottopagati, licenziati. Perché la loro pensione è un miraggio sociale. Le pensioni rappresentano il vero "class divide" italiano. Non è possibile chiedere ai giovani di spostare in avanti l'età pensionabile e gli anni di contributi fino alla consunzione mentre ci sono battaglioni di pensionati con due o tre pensioni, parlamentari con il diritto alla pensione dopo due anni e mezzo di legislatura, milioni di pensionati che percepiscono una pensione per la quale hanno versato la metà o anche meno di contributi, centinaia di migliaia di baby pensionati, pensionati dalle pensioni d'oro. La pensione minima va comunque garantita e anche tutte le pensioni per cui sono stati versati effettivamente i contributi. In tutti gli altri casi va fatta tabula rasa. Se non succederà, tutti coloro che versano i contributi all'INPS, in particolare le fasce più giovani, non devono più versare un euro. E' come buttare i soldi dalla finestra. Nessuno ti garantisce se e quando li riavrai.
I sacrifici valgono per tutti o per nessuno. Qual è la situazione pensionistica degli ex parlamentari, ex presidenti di Regione, di Provincia, ex ministri, ex presidenti di municipalizzate, ex presidenti della Repubblica? Quanti sono i pensionati consulenti? Quanti quelli che superano i 4000 euro? Quanti quelli che votano per il mantenimento dello status quo pensionistico il partito bifronte Pdelle-Pdmenoelle?
Solo chi raggiunge l'età pensionabile può fare carriera. Il duo Berlusconi-Napolitano fa quasi CENTOSESSANTANNI. Il fatto straordinario è che i "sommersi", i ragazzi senza un presente e neppure un futuro per non parlare della pensione non si incazzino. Lavoreranno da schiavi e moriranno sul luogo di lavoro, come i rematori delle galere. Intanto, i pensionati da 4000 euro in su saranno al Club Med con il Viagra sul comodino. Ragazzi, non un soldo all'INPS, meglio sotto il materasso. In futuro consigli e indicazioni sul blog.

Blog Beppe Grillo (2 luglio 2010)

Ghe pensa la P2

Ieri il Presidente del Consiglio ha utilizzato Tg1 e Tg5, per fare i suoi monologhi farneticanti sulla democrazia. Il governo Berlusconi sta alla democrazia come Josef Mengele, medico nazista nei campi di Auschwitz, stava alla medicina. Il "Ghe pensi mì" è un ritornello già sentito un anno fa, forse la sua memoria, sul far della senilità, lo ha tradito.
Il Presidente del Consiglio, in sostanza, dice che si occuperà personalmente di democrazia e libertà. Ve lo immaginate come un tesserato della P2 può occuparsi di democrazia?
Certamente a parole ha convinto e rassicurato qualche nonnina preoccupata del fatto che ultimamente, dal passo del San Gottardo a Ragusa, vede sempre più spesso riempirsi le piazze di cittadini insofferenti. Oggi per una fabbrica che chiude, ieri per la libertà di informazione, domani per il no all’acqua privata e al nucleare. Insomma, quel "Ghe pensi mi", oltre qualche nonnina, non può aver ingannato nessun altro. Mi chiedo perché allora il Presidente del Consiglio debba voler offendere l’intelligenza perfino dei propri elettori, parlando di democrazia e libertà? Dopo tutto, Berlusconi non sceglie chi ha a fianco perché è garante dei diritti civili e dell’uguaglianza sociale ma, semplicemente, valutando se questi è uno scaltro faccendiere.
Come può garantire la democrazia un governo che agevola gli evasori e perseguita i contribuenti?
Come può garantire la libertà un governo che blocca i processi riguardanti i propri esponenti, e che inventa uno sgorbio giuridico quale è il legittimo impedimento?
Come può garantire la libertà di impresa un uomo che ha azzerato la concorrenza verso le proprie aziende, distruggendo tre reti pubbliche e mettendo in ginocchio Sky con la bufala del digitale terrestre?
Come può parlare di libertà e democrazia chi ha reso inutile un organo come il Parlamento, attraverso continui decreti e colpi di fiducia?
Cosa intende il Premier per libertà? Forse si riferisce alla libertà di poter delinquere da parte delle Mafie, grazie al ddl sulle intercettazioni? Forse si riferisce alla libertà di non farsi processare come Aldo Brancher, fatto ministro per consentirgli l’utilizzo del legittimo impedimento?
O alla libertà garantita a Cosentino dopo una richiesta d'arresto da parte dei giudici? lo stesso Cosentino che ha alle spalle oltre 40 telefonate intercettate fra il 2002 e il 2004 nelle quali conversa d'affari sul traffico di rifiuti in Campania?
Il "Ghe pensi mì" di ieri sera è l’addio di un disperato. Servono un leader e una coalizione capace di fornire un'alternativa di governo entro l'autunno, perché Berlusconi non andrà oltre. Saranno l’acuirsi della crisi economica e la sua incapacità di risolverla a spazzarlo via.
Da tempo l’Italia dei Valori sta facendo opposizione come alternativa di governo con proposte programmatiche complete e di risposta concreta alla crisi economica che i media, però, non vogliono far conoscere al Paese. Pazienza, ci arrangeremo come sempre, con la Rete.

Blog Antonio Di Pietro (3 luglio 2010)


La storia del Banco di Napoli, dove i poveri dei Quartieri impegnavano la biancheria usata, si confonde con quella dell’antica capitale borbonica

Ha fatto crac pure ‘o babà Vesuvio. Il tracollo della celeberrima pasticceria Scaturchio, messa all’asta, ha segnato un anno che già era nato male. Niente da dire sui nuovi padroni: erano già proprietari dei ristoranti «Palazzo Petrucci» e «Mimì alla Ferrovia » e godono fama di professionisti coi fiocchi. Lo schianto della bottega dolciaria sotto una montagna di debiti, valutati dal Sole 24 Ore in 9 milioni, rappresenta però un piccolo trauma epocale. La «Scaturchio», dove assicurano che «tutto sarà come prima, stessa frutta candita, stessa pasta di mandorle, stessa pasta reale…», non era solo una pasticceria: era una leggenda.

Suo era il brevetto del «Ministeriale», inventato con quel nome («quanta burocrazia! Pare un affare ministeriale! ») in onore di una diva del café chantant, Anna Fougez, che all’anagrafe faceva Annina Laganà Pappacena. Suo il brevetto del «babà Vesuvio », a forma del vulcano. Sue tante altre ricette celeberrime. Tutto spazzato via da un degrado gestionale da spingere il curatore fallimentare a sbottare: «Non ho trovato alcuna documentazione contabile a eccezione dei libretti di lavoro». Spiega il rapporto appena edito dalla Banca d’Italia, in verità, che è tutta l’economia campana a versare in condizioni allarmanti. Una riduzione del Pil del 5,4%, superiore di un punto perfino a quella del resto del Sud. Un crollo dell’export del 16,9%. Un «forte peggioramento della situazione occupazionale» riassumibile in tre dati: 1) E’ campana la metà delle persone che hanno perso il lavoro nel 2009 nel Mezzogiorno. 2) Il tasso dei disoccupati è schizzato al 12,9% contro il 7,8 italiano (e il dossier sottolinea che in realtà sarebbe al 18% tenendo conto dei cassintegrati e di quanti non cercano più lavoro perché scoraggiati). 3) Il 38% del calo occupazionale è concentrato nell’industria. Un panorama da brividi.

Tanto più che parallelamente «tra il 2006 e il 2008, la spesa delle Amministrazioni pubbliche locali campane è aumentata, al netto degli interessi, del 4,4% in media all’anno». Di più: alla fine del 2009 il debito di queste amministrazioni «è ancora cresciuto raggiungendo i 13,1 miliardi (erano 12,1 alla fine del 2008) e il 13,9% del Pil regionale, circa il doppio rispetto al complesso delle altre regioni italiane ». Di più ancora: i fornitori dello sgangherato sistema sanitario sono così convinti che la Regione ci metterà una vita a pagare i 5 miliardi abbondanti che deve loro, da aver ceduto a terzi parte di questi crediti, pari a «2,2 miliardi, oltre il 28% del totale nazionale». Un disastro. Che spinge la destra a scaricare tutto sul «catastrofico Regno Bassoliniano». Parole pesanti. Velenose. Basate su tante accuse. La gestione della Sanità denunciata da Bankitalia. La distribuzione di «birbe» (il tozzo di pane quotidiano, nell’antico linguaggio della fame) a migliaia di clientes. Come i 3.500 sottoccupati coinvolti per 600 euro il mese nel progetto «Isola» e mandati a distribuire casa per casa sacchetti per la raccolta differenziata anche dove la raccolta differenziata non c’è.

Una scelta politica che ha coltivato una sventurata cultura del lavoro (assenteismo da record planetario: «per quel che mi danno, perché dovrei lavorare?») e gonfiato un’aspettativa che, tradita infine dal governo, ha spinto due settimane fa i rivoltosi a bloccare la stazione centrale, incendiare cassonetti e interrompere la messa in Duomo. Per non dire del tormentone costosissimo della «monnezza», che fece svergognare Napoli sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo e che ancora non è stato risolto, a dispetto dei trionfi berlusconiani, se è vero che montagne di rifiuti continuano a rovesciarsi a ondate nelle strade e che i giornali raccontano che a Scampia, «i narcos, piuttosto che spingere la gente a protestare, organizzano per così dire la raccolta della spazzatura quando questa arriva a ostruire le strade » e «così facendo, non viene richiamata l’attenzione delle forze dell’ordine».

E come giustificare la lentezza biblica («E’ di tutta evidenza l’enormità del ritardo», secondo la Corte dei conti) del progetto di risanamento dell’area industriale di Bagnoli, che solo in queste settimane, un secolo esatto dopo l’apertura dello stabilimento siderurgico e venti anni dopo lo spegnimento del grande altoforno, vede profilarsi i primi risultati concreti? «A Bagnoli— ha spiegato Rocco Papa, già vice di Rosa Russo Iervolino—ognuno immaginava di realizzare la propria utopia. Risultato: tutto si è ingolfato». Cosa sia successo lo ha raccontato Antonello Caporale su Repubblica (che certo di destra non è) a proposito dei soldi arrivati tra il 2000 e il 2007: 32 miliardi di euro da Bruxelles, 14 da Roma e 5 dai privati per un totale di 51. Un fiume amazzonico di soldi. Sperperati in cose talora demenziali. «Decreto dirigenziale n. 386, "Progetto ponte tra l’Eccellenza Campana e le Potenzialità russe". 500 mila euro di spese suddivise così: 50 mila a consulenze specialistiche, 40 mila a studi e indagini di mercato, 25 mila a interpretariato e traduzioni, 215 mila a spese per fiere e workshop, 50 mila per il classico sito web.

Poi viaggi, comunicazione, eccetera. In sintesi: il nulla ». Ancora: «Decreto dirigenziale n. 456: "DolCina, progetto per il lancio di prodotti liquoristici della provincia di Benevento nel mercato cinese"… » E poi 70 mila euro per lo studio «Elementi di memoria storica della Castagna di Montella». E 250 mila per un volume più dvd dedicato a Giustino Fortunato, il grande meridionalista che certo si chiederebbe: ma è questo il modo di gestire il Meridione? L’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato, titolare della Seda, «rarissimo se non unico caso di multinazionale con cuore e cervello a Sud» e più precisamente ad Arzano, il «Nordest napoletano» caratterizzato da folti cespugli di aziende e aziendine che lavorano più o meno sommerse, risponde di no. A Paolo Grassi del Corriere del Mezzogiorno, però, ha spiegato che è troppo facile scaricare tutto su un capro espiatorio e pensare che tutto si risolva magicamente col federalismo: «Questa riforma non ha niente a che vedere né con il rilancio economico del Paese e del Meridione, né con il rigore. Di più, penso che renderebbe ancor più pesante la dinamica dei conti pubblici, rischiando di farli letteralmente esplodere. Se poi aggiungiamo che non unisce ma spacca l’Italia...». Esagerato? «Non è un rischio, è una certezza. Del resto sono gli stessi fautori della riforma, e mi riferisco ai leghisti, che dicono chiaramente (...) che il loro obiettivo è di disarticolare l’Italia». Parole dure.

Anche sul governo di quel Berlusconi che gli offrì un ministero e pensò a lui come candidato governatore: «Di solito il benaltrismo viene utilizzato per attaccare un governo che cerca di fare le cose. Lo si incalza, cioè, dicendo si dovrebbe fare ben altro. Qui invece viene utilizzato dal governo per non fare le cose. Invece di mettere mano alle riforme veramente necessarie si tirano fuori iniziative fuori contesto». Il governo non guarda al Sud? «Poco o niente. Ma questo è ovvio in un’Italia che da venti anni or centrodestra e centrosinistra, ci tengo a specificarlo, che cedono spesso e volentieri alle sirene del Carroccio…». E allora cosa fare: un partito del Sud? Per carità: «Lacererebbe ulteriormente l’Italia… ». La banca! «Ecco quello che ci vorrebbe: una vera Banca del Sud!», hanno strillato per anni in coro vari meridionalisti di vario colore. Finché Giulio Tremonti non ha deciso di accontentarli. Facendo sbottare Giuseppe Castagna, direttore generale del Banco di Napoli: «Siamo già noi la banca del Mezzogiorno e dei meridionali. Non credo proprio che un istituto di credito, pur se a forte vocazione pubblica, possa avere una presenza pari alla nostra. Forse solo i carabinieri sono più capillari di noi nel Meridione».

Uomo d’acqua, si vanta di avere nuotato da Napoli a Capri, da una sponda all’altra del Nilo e attraverso il Canale di Suez. Ma in particolare di aver partecipato alla maratona acquea Santa Fé-Coronda, sul Rio Paraná, in Argentina, a dispetto dei caimani. Che al Banco di Napoli avvertissero il bisogno di qualcuno capace di restare a galla tra i flutti e indifferente agli alligatori la dice lunga. La storia di quello che è stato il più importante istituto di credito del Mezzogiorno, infatti, aiuta forse a capire l’anima della capitale borbonica del Regno delle due Sicilie meglio di cento trattati di sociologia. A partire da un dettaglio nient’affatto secondario: un cortile interno. Nove porte, nove targhe, nove sigle diverse. «’O cortile ‘e sindacat’ », nel grande palazzo del Banco di Napoli in via Toledo, dirimpetto ai vicoli dei Quartieri spagnoli, non poteva avere nomignolo migliore. Su 7 mila dipendenti, i sindacalisti sono 800. Uno ogni nove. Abbondante.

Il triplo, in proporzione, di quelli del gruppo Intesa Sanpaolo del quale l’istituto di credito partenopeo oggi fa parte, che non raggiungono il 4%. Quella stessa proporzione, il 12% e passa, è immutabile da anni. Sono cambiati solo i numeri: una volta c’erano 13 mila dipendenti e 1.600 delegati. Un record planetario. Una sola differenza, forse, c’è: adesso i rappresentanti sembrano avere un po’ meno potere. Allora erano padreterni. Non si muoveva foglia che il sindacato non volesse. Promozioni, trasferimenti, nomine: tutto era subordinato al suo placet. I segretari delle organizzazioni facevano carriera, diventavano alti dirigenti, condizionavano le scelte aziendali. Dettavano legge, come quando nel 1990 accettarono un piano di esodi imponendo che per ogni padre pensionato venisse assunto il figlio: 500 padri in uscita, 500 figli in entrata. Poi sono arrivati i «lombardo-piemontesi». E il giocattolo, ahiloro, si è rotto. Per secoli che da queste parti avevano adattato i conti alla politica. A cominciare dalla rivolta di Masaniello nel 1647. Quando i quattro Banchi dei pegni, radici del «Banco» di oggi, vennero presi d’assalto dai ribelli. I quali dopo aver saccheggiato le dimore patrizie volevano impegnare gli argenti razziati: «Quanto mi date?». Per quieto vivere pagarono.

Quando la rivoluzione finì e i legittimi proprietari rivendicarono i beni loro sottratti, il colpo fu duro. E dura, tra guerre, epidemie, eruzione del Vesuvio, è stata tutta la vita della banca. Esposta ai capricci della sorte almeno quanto ai capricci dei Borboni. Per centinaia di anni i Banchi sono stati l’anima di una città che muore e rinasce continuamente. C’è un dettaglio che rivela tutto. Siamo nel 1983. Il governo di Bettino Craxi, nella convinzione che le banche siano orti di proprietà della politica, manda alla guida del Banco Ferdinando Ventriglia, potentissimo direttore del Tesoro e probabile depositario di alcuni dei segreti più scottanti della prima Repubblica, a cominciare dalla fantomatica lista dei 500 grandi evasori su cui si favoleggiò per anni. Com’è possibile, chiede Ventriglia, che il Monte dei pegni dell’istituto perda 9 miliardi di lire l’anno? Lo portano ai magazzini: montagne e montagne di lenzuola. Usate. Che riempiono tutto fino ai soffitti. Il valore minimo dei beni che si potevano impegnare era di 5 mila lire e le famiglie povere dei Quartieri, quando non sapevano come svoltare la giornata, si regolavano così. Impegnando le lenzuola. Che solo raramente andavano poi a riscattare. Una silenziosa e interminabile processione che si traduceva per il Banco di Napoli in una perdita secca: e chi te lo compra un lenzuolo usato? Narrano le cronache che Ventriglia decise di farla finita aumentando il tetto da 5 a 20 mila lire e che per il blitz attese Ferragosto. Non calcolò che i poveri dei «bassi» non ci vanno, in vacanza.

Come seppero, uscirono dai vicoli e riempirono via Toledo assediando minacciosi la banca. Dalla quale «’o Viceré» potè uscire solo a notte fonda. E scortato dalla polizia. Per capire cos’è il Banco bisogna andarci, a via Toledo. Che il marchese Alphonse-François de Sade descriveva come «superba» sia pure «fetida e sudicia» per le botteghe di macelleria che invadevano la strada e «il ritmo tumultuoso e il perenne, quotidiano frastuono». E osservare quel palazzo con le finestre dai vetri d’alabastro (d’alabastro!), piazzato davanti ai vicoli dei Quartieri. Se non lo osservi con attenzione girandogli intorno quasi non ci fai caso: è praticamente lo stesso isolato del municipio, palazzo San Giacomo. Solo che la facciata di questo guarda il mare, il porto e il Maschio Angioino. Come se la politica non avesse il coraggio di guardare in faccia i bassi. Quel compito spetta al Banco di Napoli. Punto fermo in un caos perenne e totale. «Regnum neapolitanum paradisus est sed a diabolis habitatus», dice un antico proverbio citato nel 1707 all’università di Altdorf e ripreso tra gli altri da Benedetto Croce: «Il regno napoletano è un paradiso, ma popolato da diavoli».

Una città dove si prende l’autobus al semaforo bussando sul vetro al conducente. Dove circolare in motorino senza casco equivale a una sfida al potere e alla legalità. Dove i vigili per strada bisogna cercarli con il lanternino, visto che dei 2.200 in servizio ce ne sono 500 «inabili» per l’«incrocite», una misteriosa infezione dovuta agli incroci. Dove la camorra, come racconta a tinte forti Roberto Saviano, è padrona. Dove l’Istituto autonomo case popolari, secondo la Corte dei conti, incassa mediamente 13 euro e 58 centesimi al mese per abitazione e più del 50% degli affittuari degli alloggi pubblici, come ha denunciato il procuratore della Corte dei conti Arturo Martucci di Scarfizzi aprendo l’ultimo anno giudiziario, non paga la pigione. Dove il commercio abusivo è dappertutto, anche sui marciapiedi davanti al Banco, e i giovani africani aprono e chiudono sveltissimi i loro teli pieni di falsi nell’intervallo fra il passaggio di un’auto civetta e l’altra.

Il Banco «è» Napoli. Con tutti i suoi pregi, tutti i suoi difetti. Con la sua storia antichissima e marcata, anche molto dopo l’Unità d’Italia e l’imbarco di Garibaldi per Caprera, dal diritto di battere moneta. Con i suoi compromessi obliqui. Con i suoi strettissimi legami con la politica, che a lungo ha finanziato e dalla quale è stato a lungo inondato di presidenti, funzionari, commessi e portaborse scelti per la tessera. Come sia finita si sa: un buco di 12.400 miliardi di lire. Nove miliardi di euro di oggi. Ispezioni della Banca d’Italia. La scoperta di scelleratezze leggendarie. Che spinsero al commissariamento nonostante qualche istituto di credito fosse in condizioni perfino peggiori. E che ancora oggi, a distanza di 15 anni, hanno uno strascico. La società «Sga», messa in piedi per recuperare i crediti, è ancora lì. E ancora lì stanno i tre commissari e i 70 dipendenti e la trentina di consulenti. Tutti regolarmente retribuiti. E non poco, se si pensa che la spesa per gli organi societari ammonta a 800 mila euro l’anno. C’è chi dice che basterebbe ripercorrere la storia recente per sconsigliare una nuova avventura bancaria targata Sud.

Ma Tremonti non ha dubbi: senza una banca il Sud non si può risollevare. Certo è che quando il progetto è stato presentato a Napoli, poco prima delle «regionali» in Campania (coincidenza...) giurando che non stava per battezzare l’ennesimo carrozzone, il ministro dell’Economia si premurava di dichiarare: «C’è la fila per entrare». Oddio, come «banca meridionale» è piena di «polentoni». Gli azionisti sono il Tesoro in mano al lombardo-veneto Tremonti, l’Unioncamere del cuneese Ferruccio Dardanello, l’Ismea controllato dal ministro dell’Agricoltura padovano Giancarlo Galan, le Poste amministrate dal veronese Massimo Sarmi, le Banche di credito cooperativo che fanno riferimento alle coop bianche del bolognese Luigi Marino... «Terroni» niente? Ma sì: nel meno importante comitato promotore. Ci sono i presidenti delle Bcc meridionali, quello tarantino dell’Ismea Arturo Semerari, l’avvocato «finiano» Gianluca Brancadoro... Il «gioiello» è il vicepresidente dell’Unioncamere, Pasquale Lamorte. Già deputato dc di lungo corso, sottosegretario, strenuo difensore della Cassa del Mezzogiorno. Della serie: rinnovamento nella continuità. Ma i soldi? Chi mette i soldi? Pochi, il Tesoro e gli enti pubblici. Un po’ di più (un centinaio di milioni) le Poste e le banche di credito cooperativo, cioè le ex casse rurali e artigiane.

Che dovrebbero mettere a disposizione anche le strutture fisiche. Già, perché il nuovo istituto meridionale non avrà sportelli propri, ma utilizzerà quelli già esistenti delle «casse» e forse degli uffici postali. Direte: che razza di banca è una banca così, che non c’è? Tranquilli: non è una banca-banca, piuttosto una cosa simile a quelle che una volta si chiamavano gli «istituti a medio termine». Ovvero, una struttura che raccoglie il denaro da chi non lo rivuole subito indietro per prestarlo alle imprese. Certo è che, banca o non banca, non è cambiato moltissimo da quando il Cavour, dice la leggenda, sospirò morendo «Ah, il reste les napolitaines... ». «La questione meridionale», al di là del rancore dei neoborbonici e delle loro ricostruzioni storiche su misura, resta. Dicono i dati Unioncamere che, fatto 100 il patrimonio complessivo (case, terreni, titoli, depositi...) degli italiani, le famiglie aostane o milanesi svettano a 135,5, quelle napoletane sprofondano a 75. Le prime hanno mediamente un «tesoro» di 518 mila euro, le seconde non arrivano a 290. Quanto ai redditi, il paragone tra quelli delle famiglie del Nord e quelle partenopee toglie il fiato: le prime possono mediamente contare su 83 mila euro, le seconde su 37... Ed è difficile immaginare che possa essere una Banca del Mezzogiorno a cambiare questi destini. Tanto più se dovesse essere gestita come il vecchio Banco di Napoli delle lenzuola a pegno...

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (Corriere della Sera - 3 luglio 2010)

giovedì 1 luglio 2010

Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere - Comunicazioni del Presidente

Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere

Comunicazioni del Presidente Sen. Giuseppe Pisanu (mercoledì 30 giugno 2010)

I GRANDI DELITTI E LE STRAGI DI MAFIA 1992-'93

Premessa - Il tema delle stragi di mafia del 1992-93 è tornato all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale nella primavera del 2008, sotto la spinta di eventi giudiziari e di autorevoli commenti politici che, nel loro insieme, hanno arricchito il quadro delle nostre conoscenze e, allo stesso tempo, hanno risollevato inquietanti interrogativi intorno a quelle vicende complesse e sanguinose. Tra gli eventi giudiziari ricordo le nuove testimonianze di Massimo Ciancimino, Gaspare Spatuzza e Angelo Fontana, nonché il processo Mori-Obinu ed il processo d'appello al Senatore Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Tra i commenti di autorevoli esponenti istituzionali e politici del tempo ricordo quelli del Presidente della Repubblica Scalfaro, del Presidente del Consiglio Ciampi, del Sottosegretario alla Presidenza Maccanico, dei ministri dell'Interno Scotti e Mancino, del ministro di Grazia e Giustizia Martelli, del ministro del Bilancio Cirino Pomicino e del presidente della Commissione Antimafia Violante. Tra gli interventi dei magistrati ancor oggi impegnati sul fronte antimafia, ricordo quelli del procuratore nazionale Grasso, del procuratore di Caltanissetta Lari, del procuratore aggiunto della DDA di Palermo Ingroia. Ricordo infine una intervista inattesa del dott. Lorenzo Narracci, funzionario dell'AISI, già vice-caporeparto del SISDE a Palermo e ora, a quanto pare, indagato. Come sapete, la nostra Commissione aveva preso in esame il tema delle stragi, limitandosi però alle questioni di metodo e riservandosi di aprire il dibattito dopo aver ascoltato una mia comunicazione sull'argomento. Per la verità, con l'audizione del Procuratore Nazionale Antimafia dott. Grasso, il 3 novembre 2009, entrammo anche nel merito, ma con un approccio parziale che comunque rinviava ogni eventuale decisione alla seduta odierna. In entrambe le occasioni convenimmo che era necessario evitare interferenze con le delicate attività della magistratura inquirente e giudicante, senza però rinunziare ai poteri e alle prerogative che la legge ci assegna. Non sempre questo scrupolo istituzionale ha trovato in altre sedi la dovuta considerazione. Tuttavia sarà opportuno mantenerlo, a meno che, come hanno osservato alcuni colleghi, non finisca per nuocere al buon andamento dei nostri lavori. Cercherò dunque di proporvi più che una relazione esauriente, una rilettura ordinata dei tragici fatti del 1992-93, basandomi sugli accertamenti della magistratura e prestando tutta la necessaria attenzione alle questioni non ancora chiarite e bisognevoli di ulteriori indagini. Naturalmente conosco le diverse e talvolta contrastanti motivazioni politiche che ci hanno condotto a questo dibattito. Penso comunque che si possa partire da una preliminare, obiettiva considerazione: la spaventosa sequenza del 1992-93 ubbidì ad una strategia di stampo mafioso e terroristico, ma produsse effetti divergenti: perché se da un lato determinò un tale smarrimento politico-istituzionale da far temere al Presidente del Consiglio in carica l'imminenza di un colpo di stato; dall'altro lato determinò un tale innalzamento delle misure repressive da indurre Cosa Nostra a rivedere le proprie scelte e, alla fine, a prendere la via, finora senza ritorno, dell'inabissamento.Nello spazio di questa divergenza si aggroviglia quell'intreccio tra mafia, politica, grandi affari, poteri occulti, gruppi eversivi e pezzi deviati dello Stato che più volte, e non solo in quegli anni, abbiamo visto riemergere dalle viscere del paese. Nelle relazioni redatte dai colleghi che ci hanno preceduto, affiora costantemente l'esigenza di esplorare e capire fin dalle origini il rapporto mafia-politica. A quelle relazioni intendo fare riferimento, ma con una avvertenza per me decisiva. Di fronte ad eventi anche meno terribili di quelli che ebbero luogo in Sicilia, a Firenze, a Milano e a Roma, si giustappongono, senza mai fondersi, tre verità: quella giudiziaria, quella politica e quella storica. Esse si basano su metodi di ricerca e a volte su fonti assai diverse, con la conseguenza di dare luogo a risultati parziali o solo insoddisfacenti. Ciò è nella maggioranza dei casi inevitabile. La verità giudiziaria è quella racchiusa nelle indagini che sfociano nelle sentenze dei magistrati. In esse prevale la ricerca della prova. Tale è una testimonianza, soprattutto se trova l'avallo di altri soggetti. Ma questo tipo di verità lascia l'amaro in bocca anche a giudici scrupolosi come il compianto Dott. Chelazzi: il magistrato infatti può trovare la prova della colpevolezza di un imputato, ma irrogare una pena non significa aver fatto luce, dal momento che possono rimanere in ombra sia il contesto generale sia i collegamenti interni di una vicenda delittuosa. Senza contare che le confessioni degli imputati, a cominciare dai pentiti, sono spesso funzionali a cogliere delle convenienze e a trarre dei vantaggi, come sconti di pena o migliori condizioni di detenzione. La verità politica è quella in cui siamo impegnati tutti noi per cercare di spiegare ai nostri elettori e a tutti gli italiani quali pericoli ha corso la democrazia nel biennio 1992-'93, e come possiamo evitare che questi rischi mortali si ripetano. La verità storica dovrebbe riuscire a combinare la verità politica e quella giudiziaria e raggiungere risultati meno parziali e circoscritti di entrambe. Ma anche in questo caso è bene non alimentare illusioni. Gli storici lavorano su archivi e documenti che sono anch'essi incompleti, di parte, pre-selezionati. Fino ad una decina di anni fa i fondi archivistici della questura di Palermo non erano consultabili. Quando è caduto il vincolo temporale che li rendeva inaccessibili, gli storici hanno potuto constatare che i mafiosi di ogni rango, sia alla fine dell'Ottocento sia del Novecento, "parlavano", si confrontavano, si scambiavano favori, stabilivano intese con confidenti, poliziotti e questori. Se erano o no "trattative" ognuno di noi è libero di giudicare. Bisogna anche ricordare che le stesse fonti usate dagli storici sono frutto di selezioni preventive da parte di coloro che versano i documenti agli Archivi dello Stato; perché non lo fanno alla cieca, ma oculatamente, cioè tenendo per sé i materiali ritenuti più sensibili ai fini della tutela dell'interesse generale. Tutta la storiografia sulla mafia risente di questi condizionamenti. Ed è bene tenerlo presente quando si fanno ricostruzioni che, in carenza di documenti, si appoggiano a vecchi schemi, a supposizioni e perfino a pregiudizi politici. Ma veniamo al merito. Per facilitare le cose allego alla mia esposizione una tavola sinottica che riporta da un lato gli eventi delittuosi e dall'altro gli eventi politici più significativi che vanno dal settembre 1988 all'aprile del 1994.

Dall'Addaura alle stragi - Per le sue caratteristiche il fallito attentato all'Addaura può essere correttamente considerato come il prologo dei grandi delitti e delle stragi di mafia del 1992-93. Come è noto il 21 giugno 1989 sulla scogliera antistante la villa abitata dal giudice Giovanni Falcone all'Addaura nel lungomare di Palermo, furono trovate dagli agenti della scorta attrezzature subacquee ed una borsa sportiva contenente 58 candelotti di esplosivo comandanti a distanza. Erano ospiti del Dott. Falcone i magistrati svizzeri Carla Del Ponte e Carlo Lehmann che indagavano su fatti di droga e criminalità organizzata, dei quali si occupava per competenza territoriale lo stesso Dott. Falcone. Obiettivo dell'attentato era il giudice palermitano, divenuto ormai principale punto di riferimento per tutti coloro che contrastavano l'organizzazione mafiosa. La sua eliminazione fisica avrebbe assunto un alto valore simbolico, punitivo e preventivo allo stesso tempo. La notizia dell'attentato destò scalpore, polemiche e perfino il sospetto, forse di origine mafiosa, di una messa in scena voluta dallo stesso Dott. Falcone. All'epoca le indagini si indirizzarono su un commando proveniente dal mare a bordo di un gommone. Ma l'ipotesi è messa in dubbio dalle recenti dichiarazioni del pentito Fontana che ha ricostruito dettagliatamente i fatti attribuendone la responsabilità ad alcuni mafiosi, tra i quali Antonino Madonia che disponeva di un villino nelle adiacenze. L'attentato dell'Addaura, comunque, trova un'eco nella sentenza del Tribunale di Palermo del 4 aprile 1996 che condanna il Dott. Bruno Contrada, già dirigente del SISDE, per aver agevolato la fuga del professionista Oliviero Tognoli, un riciclatore di proventi del narcotraffico per conto della mafia. Costui era indagato in Svizzera dal pubblico ministero Carla Del Ponte e in Italia dal giudice istruttore Giovanni Falcone che lo avevano interrogato più volte congiuntamente. Anche la Dott.ssa Del Ponte poteva dunque essere inclusa nell'obiettivo degli attentatori. Sulla scena dell'Addaura è stata anche ipotizzata la presenza di due agenti della Polizia di Stato, Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, probabilmente collaboratori esterni dei servizi di informazione e sicurezza, e quella di un terzo agente definito "faccia da mostro". Un personaggio simile a quest'ultimo è stato descritto dal padre dell'Agente Agostino che lo sospetta come possibile complice nell'uccisione del figlio. L'omicidio dell'agente Piazza sarebbe invece da ascriversi a "Cosa Nostra". La tragica scomparsa di entrambi gli agenti alimenta congetture diverse, ma allo stato attuale delle indagini non è possibile definire la loro posizione e trarre conseguenti deduzioni. Tuttavia, fra tante luci ed ombre, oggi riusciamo a comprendere meglio l'espressione del Dott. Falcone, secondo cui "menti raffinatissime" avevano ideato il piano criminoso.

L'omicidio Lima - Due anni dopo, il 12 marzo 1992, viene assassinato, con un classico agguato di mafia, l'On. Salvo Lima, parlamentare europeo e autorevole esponente della Democrazia Cristiana. Inizia così la sequenza dei gravissimi fatti criminosi deliberati dagli organi di autogoverno di "Cosa Nostra" che insanguineranno l'Italia fino a tutto il 1993, turbando profondamente la pubblica opinione e l'ordinato svolgimento della vita democratica. La magistratura ha individuato con chiarezza i mandanti, gli esecutori e il movente di questo delitto. Lima fu "punito" come principale rappresentante siciliano del gruppo politico che non aveva saputo assicurare le necessarie tutele al "maxi-processo": lo storico evento giudiziario ideato da Falcone che, per la prima volta, aveva messo a nudo l'organizzazione e le modalità operative di Cosa Nostra, insidiandone la stessa sopravvivenza. La necessità di attenuare gli esiti del maxi-processo e della legislazione antimafia costituì l'ossessione di Riina, il motivo scatenante delle vendette politiche, delle stragi e dell'attacco allo Stato.

La strage di Capaci - Viene da lì la feroce determinazione con cui il 23 maggio 1993 fu compiuta la strage di Capaci, dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Le responsabilità del reato di strage sono state chiaramente accertate ed ascritte ai vertici di "Cosa Nostra". In particolare è stata affermata la responsabilità sia della "Commissione regionale" sia della "Commissione provinciale di Palermo", e ciò in applicazione del cosiddetto "teorema Buscetta", secondo il quale sussiste la piena condivisione dei delitti eccellenti, in quanto essi corrispondono alla realizzazione e alla tutela degli interessi vitali dell'organizzazione. Il movente della strage era incarnato nella straordinaria personalità del Dott. Falcone, in quel momento titolare di un ufficio di alto profilo istituzionale e, prima di allora, protagonista di interventi processuali che avevano portato la mafia alla grande sconfitta del maxi-processo. Ma nonostante le solide verità processuali, resta da chiedersi, come ha osservato in quest'aula il P.N.A. Piero Grasso, perchè mai Cosa Nostra abbia rinunziato al tentativo di assassinare facilmente il Dott. Falcone a Roma e abbia invece preferito la soluzione assai più complessa e rischiosa di Capaci. Si trattò soltanto di una ostentazione di potenza militare? O ci furono altre motivazioni, come, per esempio, induce a ritenere la sparizione dei files dal computer del Dott. Falcone presso il Ministero di Grazia e Giustizia?

La strage di Via D'Amelio - Pressocchè identica, sia nell'impostazione mafioso-terroristica, sia nell'esecuzione, è la "strage di Via D'Amelio". Il 19 luglio 1992 una violentissima esplosione si verifica a Palermo in Via Mariano D'Amelio, provocando la morte di Paolo Borsellino, procuratore aggiunto presso la Procura Distrettuale della Repubblica di Palermo, e degli agenti di scorta Claudio Traina, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Eddie Walter Cosina, nonchè il ferimento di numerose persone ed una generale devastazione delle cose circostanti. Il gravissimo attentato produceva l'istruzione di tre diversi procedimenti denominati rispettivamente "Borsellino 1", "Borsellino bis" e "Borsellino ter". Il primo nasceva dai rilievi tecnici sull'autobomba utilizzata per l'attentato e conduceva rapidamente a colui che aveva commissionato il furto della stessa auto, Vincenzo Scarantino, al garagista che l'aveva custodita e imbottita di tritolo, Giuseppe Orofino, al tecnico dei telefoni che avrebbe controllato l'utenza telefonica della famiglia Borsellino, Pietro Scotto, e all'"uomo d'onore", Salvatore Profeta, che avrebbe gestito la fase preparatoria dell'attentato. Dopo l'arresto ed un periodo di carcerazione, lo Scarantino iniziava a collaborare con la giustizia e, tra accuse, ritrattazioni, conferme e smentite, consentiva di istruire anche i due successivi processi. In definitiva, nel primo processo veniva condannato all'ergastolo il solo Profeta, mentre nel secondo e nel terzo venivano condannati all'ergastolo gli altri esecutori materiali ed i mandanti, tutti appartenenti alla mafia militare e alla "commissione di Cosa Nostra". Il movente veniva individuato, seppure con alcune riserve, in due direttrici fondamentali: la vendetta nei confronti di uno dei magistrati più incisivamente impegnati contro "Cosa Nostra"; la prevenzione a fronte delle indagini che Paolo Borsellino aveva in corso anche in ordine alla morte del suo più caro amico Giovanni Falcone. Entrambe le direttrici possono ricollegarsi alla strage di Capaci anche perchè, come è emerso da numerose dichiarazioni, i due omicidi erano stati deliberati congiuntamente da "Cosa Nostra" sin dagli inizi degli anni ottanta. Ciò detto, occorre subito precisare che taluni aspetti fondamentali della strage sono ancora da chiarire. Infatti le dichiarazioni di Spatuzza e la parallela ritrattazione di Scarantino hanno sconvolto l'iniziale ricostruzione della scena. A tutt'oggi non conosciamo la composizione del commando stragista; sappiamo ben poco sulla provenienza dell'esplosivo impiegato, il "plastico T4 o pentrite"; e sembra definitivamente scomparsa l'agenda rossa" che, a detta dei familiari, il giudice Borsellino consultò e ripose nella borsa prima di recarsi in Via D'Amelio. Osservo, comunque, che la nuova e più attendibile ricostruzione sposta il baricentro della strage dalla famiglia mafiosa del boss Aglieri a quella di Brancaccio, capeggiata dai fratelli Graviano, condannati in via definitiva per le stragi continentali del 1993. Ciò conferma la continuità della linea stragista di Cosa Nostra imposta dalla componente egemone e più violenta di Riina, Bagarella, Brusca, Madonia e, per l'appunto, dei fratelli Graviano. Le prime indagini su Via D'Amelio avrebbero subìto rilevanti forzature anche ad opera di funzionari della Polizia di Stato legati ai Servizi Segreti. Ora è legittimo chiedersi se tali forzature nacquero dall'ansia degli investigatori di dare una risposta appagante all'opinione pubblica sconvolta o se invece nacquero da un deliberato proposito di depistaggio. Non ci sono, almeno per ora, risposte documentate. Sulla scena, comunque riappaiono le ombre dei servizi Segreti. Prima fra tutte, quella del Dott. Lorenzo Narracci, già collaboratore del Dott. Contrada, come funzionario del SISDE a Palermo, tuttora in servizio all'AISI, e a quanto pare indagato a Caltanissetta. Gaspare Spatuzza lo ha vagamente riconosciuto in fotografia come persona esterna a Cosa Nostra; mentre Massimo Ciancimino, testimone piuttosto discusso, lo ha indicato come accompagnatore del misterioso signor Franco o Carlo che avrebbe assiduamente seguito suo padre Vito Ciancimino nel corso della cosiddetta "trattativa" tra Stato e "Cosa Nostra". Sulla strage di Via D'Amelio e sugli sviluppi successivi, la "trattativa" ebbe un impatto rilevante. Non è facile misurarne la portata a causa della segretezza delle indagini in corso. Come è noto, essa si sarebbe svolta tra l'allora Colonnello di CC Mario Mori e il suo collaboratore Capitano Giuseppe De Donno, da un lato, e l'ex Sindaco di Palermo Vito Ciancimino, dall'altro. Secondo l'opinione prevalente il primo contatto fu stabilito nello spazio di tempo compreso tra la strage di Capaci e quella di Via D'Amelio e si protrasse fino al dicembre del 1992, praticamente fino alla vigilia dell'arresto di Riina avvenuto il 16 gennaio successivo. Di questi contatti - che nelle loro intenzioni costituivano un'ardita operazione investigativa - i due ufficiali informarono alcune Autorità politico-istituzionali. Secondo l'ipotesi accusatoria invece essi intavolavano un vero e proprio negoziato in virtù del quale "Cosa Nostra" poneva fine alle stragi e otteneva, in cambio, provvedimenti favorevoli all'organizzazione. E' probabile che Ciancimino abbia enfatizzato il suo ruolo di mediatore tra mafia e istituzioni con l'idea di trarre vantaggi personali da una parte e dall'altra. Ed è altrettanto probabile che l'iniziativa degli ufficiali dell'Arma sia stata percepita da Cosa Nostra come il segno della disponibilità di settori delle istituzioni a scendere a patti con essa, inducendola così a colpire ancora per piegare ogni eventuale resistenza. Brusca e Ganci sostengono che fu Riina a voler stringere i tempi della strage di Via D'Amelio, tanto da disporre il rinvio dell'esecuzione, già deliberata, di importanti personaggi politici. Il Giudice Borsellino era diventato ormai il numero uno tra i nemici di Cosa Nostra e, oltretutto, sarebbe stato sicuramente contrario alla trattativa: ebbe perciò precedenza assoluta. Va detto che la risposta dello Stato fu immediata e dura, l'esatto contrario di quel che Cosa Nostra poteva aspettarsi. Già nelle ore immediatamente successive alla strage il Ministro di Grazia e Giustizia Martelli disponeva la riapertura delle carceri di Pianosa e l'Asinara ed il trasporto dalla Sicilia di circa 250 "uomini d'onore" per scontarvi la pena in regime di 41 bis. Il giorno successivo, il 20 luglio 1992, lo stesso Ministro, emette altri 325 provvedimenti di applicazione del 41 bis con scadenza annuale. Il 7 agosto viene rapidamente convertito in legge il cosiddetto Decreto Martelli che aveva prima incontrato molte resistenze. Due mesi dopo e precisamente in data 1° novembre 1992 vengono emessi ulteriori 567 provvedimenti di applicazione del 41 bis con scadenze al novembre 1993 e al gennaio 1994. Richiamo l'attenzione sulle date di scadenza dei tre blocchi di provvedimenti, perché, come chiarirò più avanti, esse appaiono sincronizzate col succedersi delle stragi.

L'omicidio Salvo - Ma Cosa Nostra non si ferma. Due mesi dopo viene ucciso a Casteldaccia (PA) Ignazio Salvo, potente esattore delle imposte in Sicilia, già arrestato nel 1984 con il cugino Nino per associazione mafiosa. E' un'altro atto della resa dei conti che aveva già colpito Lima e preso di mira diversi uomini politici, tutti colpevoli di non aver saputo salvare "Cosa Nostra" dagli effetti devastanti del maxi-processo. Ma le esecuzioni individuali già programmate vengono disdette per aprire la fase più cruenta e politicamente eversiva: quella della produzione indiscriminata di terrore in tutto il paese, mediante gravissimi attentati al patrimonio artistico e culturale. La successione di sette operazioni stragiste, con le prime cinque concentrate nello spazio di soli tre mesi, non ha precedenti in Italia. Le ricordo rapidamente.

Alle ore 21.40 del 14 maggio 1993 un ordigno esplosivo deflagra all'incrocio tra Via Ruggero Fauro e Via Boccioni in Roma, subito dopo il passaggio dell'autovettura del noto presentatore Maurizio Costanzo che rimane fortunatamente illeso. L'esplosione provoca il ferimento di 24 persone e il danneggiamento di numerosi veicoli e degli edifici adiacenti.

Alle ore 1.00 del 27 maggio 1993 una violenta esplosione in Via dei Georgofili a Firenze fa crollare un'ala della Torre del Pulci, e altri palazzi storici vicini. Perdono la vita il vigile urbano Fabrizio Nencioni, la moglie Angela, le figlie Nadia e Caterina, lo studente universitario Dario Capolicchio. I feriti sono 37. Alla Galleria degli Uffizi i danni sono gravissimi: tre dipinti perduti per sempre e 173 danneggiati, insieme a 42 busti e 16 statue.

Alle ore 23.14 del 27 luglio 1993 un altra potente esplosione in Via Palestro a Milano, cagiona ingenti danni al Padiglione di arte contemporanea, agli automezzi e agli edifici vicini. Restano uccisi i vigili del fuoco Alessandro Ferrari, Carlo La Catena e Sergio Pasotto, il vigile urbano Stefano Picerno e l'immigrato Moussafir Driss. I feriti sono 12.

Alle ore 23.58 del 27 luglio 1993 un ordigno esplosivo deflagra nella piazza San Giovanni in Laterano, a Roma, danneggiando le strutture murarie della Basilica e del Palazzo Lateranense, nonché i veicoli in sosta o in transito nelle vicinanze. A distanza di qualche minuto, una seconda esplosione danneggia la chiesa di San Giorgio al Velabro in Roma, gli edifici limitrofi ed i veicoli in sosta o in transito. Il 23 gennaio del 1994, una "Lancia Thema" imbottita con oltre 120 kg di esplosivo viene collocata nel viale dei Gladiatori a Roma, nelle immediate vicinanze dell'Olimpico, in un punto dove al termine di manifestazioni pubbliche sportive, transitano gli autobus dei carabinieri in servizio allo stadio. L'autovettura non esplode per il difettoso funzionamento del congegno di attivazione della carica.

Il 14 aprile 1994, infine, in Formello (Roma) viene trovato un ingente quantitativo di materiale esplosivo occultato sul ciglio della Via Formellese, dove solitamente passa il collaboratore di giustizia Salvatore Contorno che abita da quelle parti.

Osservo che l'esplosivo impiegato da Via Fauro in poi è lo stesso di Via D'Amelio: il plastico "T4 o pentrite". Prodotto in Austria, Regno Unito, Svezia e Stati Uniti, il "T4" è fuori commercio in Italia e lo hanno in dotazione soltanto le nostre Forze Armate. Cosa Nostra ne disponeva in grandi quantità: nei primi cinque episodi or ora richiamati ne fece esplodere ben 670 Kg. Tutti questi fatti, la cui connessione apparve evidente dopo pochi giorni, sono stati giudicati avanti la Corte di Assise di Firenze, città nella quale la strage aveva provocato il più alto numero di vittime. La nuova strategia di tipo terroristico, basata sull’esecuzione di attentati indiscriminati fuori dalla Sicilia, principalmente contro beni nazionali di interesse artistico, aveva, come chiariranno i processi, i seguenti obiettivi immediati: l'abrogazione della normativa penitenziaria con l’isolamento carcerario dei mafiosi; la chiusura di alcune carceri “speciali” (Pianosa e l’Asinara); la sterilizzazione della normativa sui “collaboratori di giustizia”; la degradazione della cultura dell’antimafia mediante l’eliminazione di un giornalista considerato suo sostenitore.

Considerazioni finali - Fin qui, dunque, i fatti e le responsabilità che sono state accertate nel corso dei relativi procedimenti penali. Vorrei ora riconsiderarli, anche alla luce dei nuovi elementi che sono emersi per vie diverse negli ultimi due anni.

Il punto di svolta della strategia politico-militare della mafia siciliana è dunque il 30 gennaio del 1992, quando la Corte di Cassazione, pronunciandosi definitivamente sul "maxi-processo", rigetta tutti i ricorsi delle difese e consacra il criterio della responsabilità implicita della "Commissione", l'organo di autogoverno di Cosa Nostra. Lì si interrompe la lunga "pax mafiosa" iniziata nella seconda metà degli anni '80 e "Cosa Nostra" presenta immediatamente il conto a coloro che non avevano saputo proteggere l'associazione dalla bufera giudiziaria. Per Salvatore Riina ed i suoi "uomini d'onore" non aveva alcuna importanza chiedersi se i tradizionali referenti, come Lima e Salvo, avessero fatto veramente tutto il possibile per mantenere le promesse; ciò che contava era solo che essi non apparivano più in grado di assolvere ai loro compiti in un momento cruciale per la vita dell'organizzazione. Avendo esaurito la loro funzione, da vivi non servivano più. Serviva, invece, la loro morte e quella di coloro che, come i giudici Falcone e Borsellino, erano stati, sul fronte opposto, i principali protagonisti dello storico "maxi-processo". Mentre sembrava dileguarsi il mito della sua invincibilità ed impunità, quelle morti dovevano dimostrare a tutti, che "Cosa Nostra" era e restava, comunque, più forte dei suoi nemici ed anche dei potenti amici che le avevano voltato le spalle; tanto forte da poter lanciare allo Stato una sfida temeraria. Il mutamento strategico di "Cosa Nostra" e la sua radice terroristico-eversiva furono colti immediatamente dai vertici della sicurezza. Già nel corso dell'audizione dell'11 giugno 1993, il Capo della Polizia Prefetto Parisi non appare che situabile in un disegno ancor più ampio, laddove interessi macroscopici illeciti, sistemazioni di profitti, gestioni d'intese con altre componenti delinquenziali ed affaristiche, nazionali ed internazionali, emergono con ogni evidenza [...]".

Recentemente, il Presidente Emerito della Republica Oscar Luigi Scalfaro, ha riferito nel corso di una intervista, che in quei giorni il prefetto Parisi "teneva in grande conto una segnalazione del Mossad, secondo la quale nel mondo della destra estrema c'era una forte spinta a destabilizzare la situazione italiana, puntando anche alle dimissioni del Capo dello Stato". A sua volta, il dott. Gianni De Gennaro, allora Direttore della DIA, pur riconoscendo il contesto mafioso della strage di Via d'Amelio, intravedeva "elementi tali da far sospettare che l'intero progetto eversivo non fosse di esclusiva gestione dei vertici di Cosa Nostra, bensì che allo stesso potessero aver contribuito altri esponenti di un più vasto potere criminale. Era infatti evidente nell'omicidio Borsellino una chiara anomalia nel tradizionale comportamento mafioso, aduso a calibrare le proprie azioni delittuose sì da raggiungere il massimo risultato con il minimo danno; al delitto, infatti, era stata data una cadenza temporale tale da accelerare anziché infrenare l'azione reattiva delle istituzioni, con un conseguente ed apparente danno per l'organizzazione criminale". Le analisi di Parisi e De Gennaro troveranno successivamente ripetute conferme nelle sedi giudiziarie. E' dunque ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica. Questa attitudine a entrare in combinazioni diverse è nella storia della mafia e, soprattutto è nella natura stessa della Borghesia mafiosa. Basti pensare al mancato golpe di Junio Valerio Borghese, al finto rapimento di Michele Sindona, alla regia di Pippo Calò nella strage del "rapido 804". Quella storia ci dice, secondo la nota affermazione di Buscetta, che "la mafia non prende ordini da nessuno", è autonoma. La sua stella polare è l'utilitarismo, cioè il concreto interesse dell'organizzazione. Lo stesso Giovanni Falcone ci aveva spiegato che non esistono "terzi livelli"di alcun genere capaci di influenzare o addirittura determinare gli indirizzi di "Cosa Nostra"; e che ipotizzare l'esistenza di centrali del crimine, burattinai e grandi vecchi che dall'alto dettano l'agenda o tirano le file della mafia, significa peccare di "rozzezza intellettuale". Probabilmente nei giorni in cui faceva queste affermazioni il grande magistrato considerava prematuro andare fino in fondo nell'analisi del rapporto mafia-politica. Tuttavia esse costituiscono ancora oggi un monito ineludibile per chi, come noi, ha il dovere di fondare sulla realtà dei fatti le proprie valutazioni. Ora è del tutto evidente, come hanno stabilito i magistrati e come ha confermato l'incerta copia del misterioso "papello", che l'obiettivo essenziale, il fine ultimo pratico delle stragi del 92-'93 era quello di costringere lo Stato ad abolire il 41 bis e a ridimensionare tutte le attività di prevenzione e repressione. Era una posta altissima, perchè il 41 bis, la normativa sui collaboratori di giustizia e quella sul sequestro dei patrimoni illeciti, avevano ed hanno una tale forza eversiva da far saltare gli assetti interni del potere mafioso e disgregare alla lunga l'intera organizzazione. Per questo "Cosa Nostra" tratta o cerca di trattare con lo Stato. Oggi abbiamo notizie abbastanza chiare su due trattative: quella "dai contorni anomali" tra Mori e Ciancimino che forse fu la deviazione di una audace attività investigativa; e quella tra Bellini-Gioè-Brusca-Riina, dalla quale nacque l'idea di aggredire il patrimonio artistico dello Stato, avendo spiegato Bellini ai suoi interlocutori che "ucciso un giudice questi viene sostituito, ucciso un poliziotto avviene la stessa cosa, ma distrutta la Torre di Pisa, viene distrutta una cosa insostituibile con incalcolabili danni per lo Stato" (atti Corte Assise Firenze). Recentemente l'allora Ministro della Giustizia Martelli ha ribadito che mentre il Governo era impegnato in uno scontro frontale con la mafia "c'erano altre parti di Stato che viceversa pensavano che le cose si potevano aggiustare, se per un verso la mafia rinunciava alla strategia terroristica e dall'altra parte lo Stato si toglieva dalla testa l'idea di portare il colpo definitivo a Cosa Nostra".

Per l'ex Ministro Mancino non ci fu trattativa: "noi l'abbiamo sempre respinta ... anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia". Sono due punti di vista diversi e comunque meno contraddittori di quel che appare, perché entrambi ribadiscono l'estraneità del Governo alla trattativa. Ma qualcosa del genere ci fu e Cosa Nostra la accompagnò con inaudite ostentazioni di forza. Voglio segnalare a questo proposito una singolare corrispondenza di date che si verifica, a partire dal maggio del 1993, tra le stragi sul territorio continentale e la scadenza dei tre blocchi di 41 bis emessi nell'anno precedente. Il 27 maggio esplode la bomba di Via dei Georgofili, a meno di un mese dalla scadenza dei primi provvedimenti adottati dal Ministro Martelli. E' il "colpettino... per stuzzicare la controparte" di cui parlarono Riina e Brusca? O, in altri termini, un messaggio diretto a caldeggiare una richiesta o a riavviare una trattativa? Il messaggio, comunque, non viene raccolto e infatti i 325 provvedimenti vengono prorogati di un altro anno fino al 1994. Il 27 e 28 luglio esplodono le bombe di Milano e Roma e "Cosa Nostra" assume una iniziativa senza precedenti: rivendica gli attentati in perfetto stile brigatista ed alza il tiro minacciando una nuova strage con la "garanzia di centinaia di morti". Forse è il preavviso della strage programmata allo Stadio Olimpico che, per fortuna, fallirà. Andiamo avanti. disse alla nostra Commissione: "[...] il coinvolgimento della mafia nelle ultime operazioni criminali ... Il 1° novembre del 1993 scade un altro blocco di provvedimenti 41 bis, ma nel frattempo "Cosa Nostra" tace. Imprevedibilmente, tre giorni dopo quella scadenza, il 4 e il 6 novembre, il Ministro di Grazia e Giustizia non proroga il 41 bis a 140 detenuti nel carcere dell'Ucciardone di Palermo. Se ne può desumere che la "trattativa-ricatto" abbia prodotto i suoi effetti tra il 29 luglio e il 6 novembre? E' comunque plausibile ritenere che l'organizzazione mafiosa avesse interpretato quella revoca come un cedimento o una concessione dello Stato per i colpi subiti e che, pertanto, la campagna stragista dovesse andare avanti. Tanto più che il 31 gennaio 1994 sarebbe scaduto il provvedimento più importante, nel cui elenco figuravano alcuni dei boss più autorevoli di "Cosa Nostra": Gerlando Alberti, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Stefano Fidanzati, Giacomo Gambino, Salvatore Greco, Luciano Liggio, Francesco Madonia, ecc.. Questa ipotesi si rafforzerebbe se la data della tentata strage allo Stadio Olimpico fosse quella indicata da G. Spatuzza: e cioè il 23 gennaio 1994, in occasione della partita di calcio Roma-Udinese. Naturalmente queste sincronie vanno prese con cautela, anche perché le stragi continentali erano state programmate con largo anticipo. Dobbiamo peraltro considerare che, secondo il compianto Dr. Chelazzi, "la causale delle stragi si è strutturata progressivamente con dei temi trainanti e altri che si sono aggiunti in corso d'opera", determinando forse delle variazioni rispetto al programma iniziale. In ogni caso resta il fatto che la seconda revoca non ci fu, che la strage all'Olimpico non fu più tentata e che lo Stato non cedette. Anzi, andò via via intensificando le attività di prevenzione e di contrasto; attività che non avrebbero più avuto soste né con i governi di centro-sinistra né con quelli di centro-destra. Ma torniamo a noi. La stagione terribile delle stragi si chiuse il 27 gennaio 1994 con l'arresto dei fratelli Graviano, capi indiscussi dell'ala più violenta, e con l'ascesa del "moderato" Bernardo Provenzano ai vertici di Cosa Nostra. Costui spingerà l'associazione mafiosa a fare impresa, ad immergersi sempre più nell'economia e nella società, facendo tacere le armi: sarà la fine dei "viddani" di Totò Riina, rinchiuso in carcere e reso impotente dal rigore del 41 bis. Anche la semplice narrazione dei fatti induce a ritenere che vi furono interventi esterni alla mafia nella programmazione ed esecuzione delle stragi. Fin dall'agosto del 1993, un rapporto della DIA, aveva intravisto e descritto "una aggregazione di tipo orizzontale", in cui rientravano, oltre alla mafia, talune logge massoniche di Palermo e Trapani, gruppi eversivi di destra, funzionari infedeli dello Stato e amministratori corrotti. Sulla stessa linea, pur restringendo il campo, il procuratore di Caltanissetta Dr. Lari ha sostenuto recentemente che Cosa Nostra non è stata "eterodiretta da entità altre", ma che al tavolo delle decisioni si siano trovati, accanto ai mafiosi, "soggetti deviati dell'apparato istituzionale che hanno tradito lo Stato con lo scopo di destabilizzare il paese ... mettendo a disposizione un know-how strategico e militare". Nel luglio scorso lo stesso Dr. Lari aveva anticipato che, a seguito delle dichiarazioni di Spatuzza, "le investigazioni hanno lasciato la pista puramente mafiosa e puntano a scoprire un patto fra i boss di Cosa Nostra e Servizi Segreti". Probabilmente Provenzano fu insieme a Ciancimino tra i protagonisti di trattative del genere, mentre Riina ne fu, almeno in parte, la posta. "Trattative" complesse e a tutt'oggi oscure, nelle quali entrarono a vario titolo, per convergenza di interessi, soggetti diversi, ma tutti dotati di un concreto potere contrattuale da mettere sul piatto. Altrimenti "Cosa Nostra" li avrebbe rifiutati. Proprio per questa intuibile o evidente complessità, dobbiamo guardarci bene dalle semplificazioni come dalle generalizzazioni: una testimonianza sul "sentito dire" ha bisogno di riscontri obiettivi e l'accostamento arbitrario di pezzi di verità diverse può darci, al massimo, solo una congettura. Mi riferisco soprattutto alla dimensione strettamente politica della trattativa e, in particolare, agli interessi politici della mafia nel periodo delle stragi. Uccisi, o minacciati di morte o abbandonati i suoi tradizionali referenti, "Cosa Nostra" faticava a orientarsi e a costruire nuove alleanze in un contesto politico che, dopo la caduta del muro di Berlino, si stava ormai disgregando sotto i colpi di tangentopoli e quelli delle stesse stragi. Tanto è vero che cercò una soluzione, costruendosi un proprio partito regionale, "Sicilia Libera", che avrebbe poi cercato di spendere sulla scena politica nazionale, ancora troppo confusa ed incerta. Perciò è probabile che all'indomani dell'arresto dei fratelli Graviano e della sconfitta dell'ala stragista, "Cosa Nostra" si sia adeguata al nuovo ordine di Bernardo Provenzano e si sia messa alla finestra, in attesa di quel che sarebbe successo dopo le dimissioni del Governo Ciampi (13 gennaio 1994), lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate. Da allora ad oggi, bloccato il braccio militare, Cosa Nostra ha certamente curato le sue relazioni, i suoi affari, il suo potere. Ma da allora ad oggi ha perduto quasi tutti i suoi maggiori esponenti, mentre in Sicilia è cresciuta grandemente una opposizione sociale alla mafia che ha i suoi eroi e i suoi obiettivi civili e procede decisamente accanto alla magistratura e alle forze dell'ordine. Anche per questo "Cosa Nostra" ha forse rinunziato all'idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunziato alla politica. Al contrario, con l'espandersi del suo potere economico ha sentito sempre più il bisogno di proteggere i suoi affari e i suoi uomini. Specialmente con gli strumenti della politica comunale, regionale, nazionale ed europea.

Ma a questo punto entriamo nella seconda fase del nostro programma di lavoro: la lotta alle mafie italiane e straniere sul versante economico-finanziario: la nuova frontiera dell'antimafia. E' dunque opportuno concludere qui questo lungo e tuttavia lacunoso intervento.

da Il Fatto Quotidiano


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)