Gorillik (DPIF)
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martedì 26 ottobre 2010
Epifanie
Gorillik (DPIF)
“Terrona del cazzo”
La terrona sarebbe la sottoscritta, ma questo è un dettaglio secondario.
Il tipo di insulto, che non sentivo a Milano da un decennio, mi sembra però sintomatico del clima generale di questo Paese, dove si arriva ad organizzare i pullman per andare ad Avetrana e vedere da vicino dove è stata uccisa la povera Sarah Scazzi, per citare l’ultimo atto di inciviltà. Oppure si nega la mensa ai bambini di famiglie indigenti ad Adro, nel bresciano, ma si cerca di imporre loro una scuola tappezzata di simboli leghisti. Per non parlare di fatti ancora più gravi: le violenze contro le donne in quanto tali, l’ultima uccisa ieri dall’ ex compagno che si è suicidato, oppure contro gli stranieri (di pelle scura soprattutto) e i gay, appena definiti “moralmente sbagliati” dall’omofobo Rocco Buttiglione.
Una signora milanese con tacchi a spillo e piega fresca di parrucchiere, si è infuriata con me perché ho avuto l’ardire di chiederle “per favore” di raccogliere il fazzoletto di carta che aveva buttato a terra, e di metterlo nel cestino posizionato a un millimetro dalla sua mano, in una via semi centrale della città.
“Io non lo raccolgo e tu ti devi fare i fatti tuoi”, urlava, mentre appoggiava una borsa firmata su una macchina blu metallizzata e pulitissima, naturalmente. Perché quella era la sua automobile, ma il marciapiede – di tutti- poteva essere sporcato.
Io però i fatti miei non me li faccio, se sono di rilievo pubblico, si intende, anche se si tratta di difendere soltanto la pulizia di un marciapiede.
E’ proprio il credo del farsi i fatti propri, del girarsi dall’altra parte vedendo ingiustizie piccole e grandi, che favorisce l’anti cultura dei furbetti, della corruzione, della mafia. E così ho raccolto il fazzoletto (prendendolo con una carta, ammetto, perché mi faceva schifo), l’ho buttato nel cestino e ho detto alla signora che era una “gran maleducata”.
A quel punto è scattato l’insulto razzista, mentre stavo andando via, dandole le spalle: “Terrona del cazzo, vieni qua che ti aggiusto le ossa”.
Non sono tornata indietro. Di fare a cazzotti non ci ho pensato neppure per un secondo, non solo perché la forza fisica non mi contraddistingue, per usare un eufemismo, ma perché lo trovo idiota. La mia “vendetta” è stata lasciarla diventare afona per le urla. La mia speranza è che – nonostante la sua reazione scomposta – la prossima volta magari la carta non la butterà più a terra, anche se continuerà a pensare che i terroni, e chissà quante altre “ categorie” di persone, siano inferiori.
Antonella Mascali (Il Fatto Quotidiano - 26 ottobre 2010)
Corruzione, l’Italia scende nell’indice di Transparency International
Nella rilevazione del Corruption Perception Index 2010 l’Italia ha ottenuto un punteggio di 3,9 su una scala da zero (livelli elevati di corruzione) a 10 (livelli bassi), in discesa rispetto all’anno scorso, quando aveva registrato uno score di 4,3, e al 2008 (4,8 punti). Ruanda e Samoa risultano meno corrotti del Belpaese. Gli Stati definiti più onesti sono Danimarca e Nuova Zelanda. In fondo alla classifica, Paesi devastati dalla guerra (Iraq, Afghanistan e Somalia) o governati da una giunta militare come la Birmania. Gli Stati Uniti sono usciti dalla top 20 dei meno corrotti, collocandosi al 22esimo posto. (leggi la tabella)
Il Cpi, precisa Transparency International, ha una funzione “indicativa” e non “classificatoria” perché riporta la percezione della corruzione che hanno manager, imprenditori, uomini d’affari e analisti politici su un determinato Paese in base alla loro esperienza o alle notizie dei media. Questa percezione è importante per la scelta delle nazioni in cui investire.
Indispensabile – sottolinea l’ong – è il ruolo di denuncia dei media. In Italia, ad esempio, la pubblicazione di grandi scandali, come l’emergenza dei rifiuti in Campania o la gestione del post-terremoto a L’Aquila da parte della Protezione Civile, hanno aumentato la percezione della corruzione nel sistema nazionale. Per questo – vista da fuori – il Belpaese perde credibilità, mentre l’allarme sociale aumenta nella popolazione.
Tuttavia, gli esperti di TI evidenziano che a questi risultati non corrisponde “necessariamente un aggravarsi del fenomeno corruttivo”, anche se lo 19 ottobre scorso, al momento del suo insediamento, il nuovo presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino aveva sottolineato che persistono “gli episodi di corruzione e dissipazione delle risorse pubbliche”, episodi che preoccupano i cittadini “ma anche le istituzioni, il cui prestigio e affidabilità sono messi a dura prova da condotte individuali riprovevoli”. Queste situazioni sono capaci di creare gravi danni nelle casse pubbliche: “Se si considera che la politica di bilancio deve misurarsi con una perdita permanente di entrate per circa 70 miliardi – aveva sottolineano Giampaolino – e di prodotto per circa 130 miliardi (e con una spesa pubblica crescente nelle prestazioni essenziali), si comprende come sia obbligata una linea di attenta gestione della finanza pubblica”.
Tra le azioni positive intraprese in Italia dopo “oltre una decade di sottovalutazione della problematica”, Transparency International sottolinea il disegno di legge “anticorruzione”, elaborato da politici di centro-destra e centro-sinistra e ora in discussione nelle commissioni parlamentari. Il ddl introduce regole definite “innovative”, come il whistleblowing, il conflitto d’interessi, il revolving doors. Tuttavia l’organizzazione afferma che c’è bisogno della sua rapida approvazione rapida a cui deve seguire una “rigorosa applicazione”. In quest’ambito lo scorso settembre il Fatto quotidiano aveva presentato un testo più rigido preparato insieme ad alcuni giuristi.
“Benché talvolta non siano illegali in senso stretto”, ribadisce ancora l’ong, non possono non essere denunciati nel mondo politico e istituzionale stili di comunicazione, comportamenti e pratiche discutibili e inopportuni che trasmettano un’idea di malgfunzionamento e cattiva gestione della cosa pubblica. Per questo si augura da parte di tutti i politici “maggiore rigore sostanziale e formale”.
Il Fatto Quotidiano - 26 ottobre 2010
“Internet fa regredire la mente” Così si tornerà ad essere uomini delle caverne
Un tizio più o meno conosciuto che di cognome faceva Einstein, una volta disse che non sapeva se sarebbe mai stata combattuta la terza guerra mondiale ma era certo che, nella quarta, ci si sarebbe dati battaglia con le clave. Le clave, quelle che usavano i nostri antenati, quelle con cui si dilettavano i famosi personaggi dei Flintstones nelle caverne in cui abitavano, le stesse che, in un tempo non troppo lontano, potremmo tornare ad usare. E, se non realmente, di certo nei meandri del nostro cervello. La tesi è dello studioso statunitense Nicholas Carr, il quale in un libro sostiene che, usando troppo internet, il nostro cervello regredisce. E da qui alle caverne la distanza è breve. Una giornalista de La Stampa ha intervistato lo studioso, approfondendo i rischi per le nostre sinapsi. Alla base della regressione c’è – secondo lo studioso – l’eccessivo bombardamento di notizie che affluiscono nella nostra mente. Ne consegue che quando, ad esempio, dobbiamo leggere un libro su carta, siamo preda di continue distrazioni. Internet funge da amplificatore delle distrazioni costanti che separano spesso noi dalla nostra mente. E’ la morte della creatività, il web crea un desiderio ed un bisogno incontrollati proprio come le droghe e senza di esso ci sentiamo spogli. Certo, internet facilita mille operazioni reali ma il prezzo da pagare potrebbe essere alto. La terapia? Rinunciare. Rinunciare per qualche ora a Facebook piuttosto che alle continue ricerche su Google e così via. Pensare, frenare, creare. Tornare a vivere fuori dalle caverne virtuali.
Dario La Rosa (Sicilia Informazioni - 7 ottobre 2010)
La vita di un segreto rivelato? Un giorno e 10 minuti Quando le donne non resistono alla tentazione di parlare
"L'uomo è più fedele all'altrui segreto che al proprio: la donna invece custodisce meglio il proprio segreto che quello degli altri". Così scriveva nel 1688 lo scrittore francese Jean de La Bruyère. Ma come è cambiata la situazione nel 2010? Secondo un sondaggio condotto dalla catena anglo-canadese di negozi della Esquire Coffee Houses, il tempo impiegato per tenere un segreto è di 34 ore, se a custodirlo è una donna. Un record? Probabilmente! E’ stato chiesto a 4000 persone se è facile riuscire a mantenere una confidenza o se al contrario, trovano qualcuno a cui rivelare tutte le “informazioni” in possesso. Il risultato ha rivelato che una donna su 10 non riesce a mantenere la bocca chiusa, o meglio a non liberarsi di un segreto per non più di 45 minuti. Spettegolare, si sa, è un’arte (senza parte). E le donne non riescono proprio a tenere la bocca chiusa. In media ogni donna viene a sapere tre segreti la settimana, prova a tenerli custoditi dentro di sé il più possibile, poi però, è propensa a svelare le indiscrezioni con fiumi di parole. Valuta attentamente a chi dirlo e perché farlo. Lo fa con il fidanzato, il marito, la migliore amica oppure con la mamma, dipende dal tipo di confidenza o di pettegolezzo. E’ come un bisogno insito, quasi compulsivo, di liberarsi di un peso che potrebbe rischiare di gravare sulla propria coscienza. Questo cresce e aumenta in modo sporadico quando poi scoppia. A volte, invece, si informa la persona di fiducia solo per tenerla al passo con le notizie e le novità. L’afflizione da problemi di lavoro, le ansie d’amore sono tra gli argomenti preferiti da confidare e poi da divulgare. Insomma si “curtiglia”, si spettegola, e lo si fa bene e spesso. Infatti se il “curtiglio” è succulento, avvia una vera e propria rete inconsapevole di collegamenti costituita da gruppi di amiche dell’amica che, venute a sapere del fatto e condividendo la notizia, a loro volta, divulgano le informazioni ricevute. Un vero e proprio centralino di informazioni. Un modo libero e veloce con il quale viaggia un’informazione riservata. Il segreto non è più tale una volta che è stato riferito o rivelato, ma un’’informazione in fuga’. Forse sono poche le donne che riescono a custodire per sempre un segreto, la maggior parte di esse, però, tiene duro per un intero giorno, altre, invece, non resistono oltre i 45 minuti. Spettegolare è una cosa da donna, ma la voglia di spifferare i fatti altrui è unisex e spesso sono gli uomini a cedere per prima. Un proverbio siciliano recita: “ Servu d’autru si fa cu dici lu sigretu di chi sa”, ovvero “Chi racconta i propri segreti si fa servo degli altri”. Quindi attenzione a svelare troppo, il vostro segreto potrebbe essere mal custodito.
Roberta Ferrara (Sicilia Informazioni - 25 ottobre 2010)
Il blocco del Parlamento? Un altro “pezzo di Stato repubblicano che cade”
Tra Lodo Alfano e mancanza di fondi, la Camera non avrà niente su cui lavorare per tre settimane. Il solito privilegio?
Noto con meraviglia che ci si accorge adesso di qualcosa che era già chiaro dalla ripresa dei lavori dopo l’estate. Per mesi la Camera si è dedicata quasi esclusivamente alla ratifica di vecchi trattati che erano rimasti sugli scaffali o a mozioni, presentate quasi sempre dall’opposizione, a cui faceva da contraltare una mozione uguale e contraria della maggioranza. E così si passava una mattina a parlare e poi a votare. Ma senza che questo corrispondesse ad alcun lavoro parlamentare.
Nessuna novità di cui stupirsi, quindi?
Ne abbiamo scritto sul Fatto Quotidiano. Una, due, tre volte. Ma il tema non è mai stato raccolto dall’opposizione, anzi, al contrario si è continuato a parlare di deputati e senatori che lavorano poco, portando avanti una vecchia questione, che sarà anche verissima, ma che non si applica assolutamente a questa situazione. In questa situazione il lavoro era, ed è, impossibile.
Come siamo arrivati al blocco del Parlamento?
Quello che adesso trapela, e chi stava in aula aveva già previsto, è che non arrivano provvedimenti dal governo, né la maggioranza si azzarda a presentare leggi. A questo va aggiunta un’altra cosa: le ragioni di questo stallo sono tre, non due come detto. E’ vero che tutto gira intorno al Lodo Alfano. Ed è vero che mancano i fondi, e questo impedisce che si possa discutere qualsiasi cosa. Ma c’è una terza ragione, politica: la famosa maggioranza del fare è paralizzata dalle sue fratture interne. Perché ci sono delle questioni che potrebbero contrapporre il Pdl alla Lega. E poi ovviamente perché ci sono le questioni che contrapporranno, o certamente potrebbero contrapporre e quindi è meglio starne alla larga il Pdl al gruppo di Fini.
Berlusconi può anche solo ipotizzare di governare altri tre anni in questo modo?
Berlusconi ha la grande qualità di fingere di non vedere e di non sapere fino all’ultimo minuto. Tra un po’ ci racconterà che lui lo dice da luglio scorso che non si può governare in questo modo. Intanto invece dice che va avanti e che governa. Addirittura fino a qualche giorno fa raccontava le cinque cose che avrebbe messo in cantiere e che avrebbe incardinato nei lavori parlamentari nei consigli dei ministri successivi, in modo da mettere al lavoro le camere su questi cinque temi fondamentali. Dei previsti consigli dei ministri due sono già saltati. In bianco, nemmeno sono stati convocati.
Torniamo al punto, come è possibile?
Il governo smentisce se stesso. Soltanto che mancando di reputazione – perché un’altra grande trovata di Berlusconi è stata perdere la faccia fin dall’inizio – non gli si può rimproverare di perderla. Può annunciare, dire, non fare, cancellare. Sempre come se fosse normale e naturale soltanto l’ultima cosa che dice o dirà.
Da italiani quasi non proviamo più stupore per questi venti giorni di stop. Ci sembrano un che di folklore. Ma quali sono le vere conseguenze del blocco dei lavori?
Sono conseguenze enormi che richiederebbero un altro tipo di opposizione. Un’opposizione senza respiro, senza tregua, che non si pieghi. Ogni volta, appena arriva una legge tutta l’opposizione, compresa l’Idv, lavora a migliorare quell’emendamento e quell’altro, quel pezzettino di legge e quell’altro. Poi magari alla fine si vota contro. Ma intanto la legge passa – perché ad oggi la maggioranza ce l’hanno – e si contribuisce continuamente a questo intrecciarsi dell’una parte con l’altra. E questo non dovrebbe avvenire. Alcuni di noi lo dicono da mesi, praticamente dall’inizio, che l’opposizione vera è quella dei repubblicani americani contro i democratici.
Cioè?
Cioè mai niente insieme, in modo che gli elettori vedano bene dove passano la linea di demarcazione e le differenze. Purtroppo non è stato così. E se per caso nel fondo di un cassetto Tremonti trovasse qualche euro e lo buttasse lì, e una legge importante venisse messa in discussione, allora inizieremmo da capo: collaborazione in commissione per dire che la stiamo migliorando, poi collaborazione con gli emendamenti, che vengono bocciati, però creano grandi discorsi. Insomma, faremmo anche in quel modo del parlamentarismo a vuoto. Almeno adesso si vede che così vuoto lo è davvero.
Perché l’opposizione non ha anticipato la stampa e denunciato chiaramente: “Guardate che il Parlamento non sta facendo niente, perché non ha niente da fare, è completamente svuotato”
Ripeto, come Fatto Quotidiano ne abbiamo parlato tre volte, di cui due in editoriale, avvertendo che la Camera non stava lavorando, e che quando lavorava era pura apparenza. Perché questo argomento non sia stato ripreso non saprei come rispondere.
E’ quasi una ammissione di costernazione
Sì, sono assolutamente costernato.
Come se ne esce, se se ne esce? Esiste una prospettiva politica in cui il parlamento potrebbe ricominciare a lavorare?
Si dovrebbe passare attraverso una crisi, che al momento non c’è, non ancora. Ma non c’è nessuna possibilità di pensare che se ne possa uscire così, ricominciando a lavorare come se ci fosse stata una interruzione di corrente.
Siamo condannati all’agonia?
Alcuni di noi hanno detto abbastanza presto che Berlusconi era entrato nella sua fase discendente. Abbiamo anche detto che questa fase discendente avrebbe portato con sé dei pezzi interi dell’architettura repubblicana, rovinandola, vandalizzandola, corrompendola. Ecco, sta accadendo ora. Questa è la caduta di Berlusconi, con grande danno per il paese. Ed è pazzesco che l’uomo che ha fatto più danno al Paese salendo al potere, ora sia in grado di fare ancora più danno cadendo.
Fabio Amato (Il Fatto Quotidiano - 25 ottobre 2010)
lunedì 25 ottobre 2010
Molti Lodi, zero onore
Sul Lodo Alfano Giorgio Napolitano ha espresso le sue perplessità perché lederebbe paradossalmente le sue prerogative sottoponendolo per eventuali reati commessi al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni al voto del Parlamento a maggioranza semplice e quindi, di fatto, mettendolo alla mercè della maggioranza di governo. Ma questo è un problema minore, di secondo grado. Napolitano è molto sensibile quando si toccano le sue prerogative, ma dovrebbe esserlo altrettanto, anzi molto di più, quando si ledono principi fondamentali della Costituzione che ledono i diritti di tutti i cittadini. Il Lodo Alfano viola il principio fondamentale di qualsiasi Stato democratico dell’”uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge” garantito dall’articolo 3 della Costituzione. Ho sentito spesso affermare da esponenti del Pdl che uno “scudo processuale” per il premier esiste anche in Francia. Non è vero: in Francia si sospendono i processi solo al capo dello Stato e solo per reati commessi nell’esercizio delle funzioni (il premier, non parlamentare, non gode nemmeno dell’immunità di deputati e senatori). L’attuale Lodo Alfano invece riguarda anche il premier ed è omnicomprensivo. Cioè, in ipotesi, Berlusconi potrebbe assassinare Veronica e farla trovare cadavere in un pozzo, triturare con le eliche di un motoscafo tuo figlio e non essere processabile fino alla scadenza del suo mandato. Un’aberrazione inaudita.
Il “legittimo impedimento” non arriva a questi eccessi grotteschi ma viola ugualmente il principio di uguaglianza, per cui c’è un soggetto che non risponde delle proprie azioni al contrario di quando avviene per tutti gli altri che diventano cittadini di serie B. Una legge del genere dovrebbe sollevare l’indignazione di tutti i cittadini perché, al di là di ogni disquisizione giuridica, lede innanzitutto la loro dignità. È come se uno entrasse in un bar fumando e uno degli avventori gli facesse notare che è proibito alla legge e quello rispondesse “Giustissimo, ma questa proibizione vale per voi, non per me”. In un bar chi si comportasse in questo modo verrebbe buttato fuori a pedate nel sedere dagli altri clienti, nella Repubblica italiana invece si ritiene possibile, su questioni ben più gravi e decisive, questa disparità di trattamento.
In coda faccio notare che, ai bei tempi, quando una persona, soprattutto con un ruolo pubblico, si sentiva diffamata, per difendere il proprio onore sporgeva querela penale “con la più ampia facoltà di prova”. Berlusconi invece contro Gabanelli vuole agire con rito civile, dove ciò che si difende non è l’onore ma i quattrini, perché nell’azione civile di danno ciò che conta non è la verità dei fatti ma, appunto, il danno. E anche un ladro o un evasore fiscale riconosciuti penalmente come tali possono essere danneggiati se definiti ladri o evasori fiscali “in termini non continenti”. Ma in fondo Berlusconi agendo civilmente è coerente con se stesso. Ha sempre negato di essere “un uomo d’onore”.
Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano del 24 ottobre 2010)
Nasce l'anagrafe dei gatti: con il microchip
I proprietari potranno rivolgersi a un veterinario che aderisce all'anagrafe e accederanno alla registrazione online. È chiaro che chi ha già provveduto non deve ripetere l'operazione.
Il servizio è stato realizzato dall'associazione nazionale medici veterinari (Amvi) col supporto tecnico di Frontline Combo. Rispetto a quella canina, l'anagrafe ha due differenze. Primo, si tratta di un registro nazionale, dove confluiranno automaticamente tutti i dati riversati dagli ambulatori o dai responsabili delle colonie feline. Secondo, è un servizio su base volontaria, dunque non c'è, come nel caso dei cani, nessun obbligo di renderli rintracciabili.
L'iniziativa cade nell'anno del sorpasso. Nonostante l'ultimo rapporto Assalco (associazione nazionale imprese per l'alimentazione e la cura degli animali da compagnia) attribuisca ancora ai cani il primato fra i pet delle famiglie italiane, la realtà di chi li vede sfilare terrorizzati sul bancone d'acciaio per visite e vaccinazioni è molto diversa.
Secondo Marco Melosi, presidente dell'Amvi, soriani, persiani, siamesi e compagni hanno preso il sopravvento nelle case italiane. «Ma è difficile da dimostrare proprio perché finora sono mancati gli strumenti per avviare un censimento», spiega. Certo è che oggi almeno la metà dei pet portati in ambulatorio sono felini. La banca dati per Melosi «è una rivoluzione. Ne esistono di regionali e incomplete. L'unica organizzata è quella della Lombardia, con 15 mila iscritti.
In Italia i felini «microchippati» e aggiunti all'elenco canino nazionale sono 29 mila e corrispondono ad altrettanti passaporti per l'estero. Il nostro obiettivo è che anche questa seconda anagrafe diventi obbligatoria perché sarà un mezzo di contrasto all'abbandono, al furto e allo smarrimento». La schedatura ha un costo che si aggira tra 20 e 40 euro. La categoria dei veterinari ha lasciato piena libertà nelle tariffe. Uno dei vantaggi è che in caso di smarrimento si potrà risalire al proprietario attraverso la lettura del codice, operazione che oggi non è possibile neppure per gli esemplari già equipaggiati di segnalatore elettronico.
La popolazione italiana comprende dai 6 agli 8 milioni di gatti capaci di graffi e fusa, ma è probabile sia molto più nutrita. Una parte dei randagi abita nelle colonie comunali, gestite a loro volta da associazioni di volontari. In Italia secondo il rapporto del Centro Studi Zoomark gli animali da compagnia sono più degli uomini, circa 60 milioni. Da questo punto di vista siamo ai primi posti in Europa.
La mente come un computer "Faremo backup del cervello"
Stavolta Ray Kurzweil ha utilizzato il palco di una convention viennese per illustrare uno dei prossimi traguardi possibili di quella che oggi è fantascienza e domani già scienza: entro vent'anni, dice Kurzweil, le persone comuni saranno in grado di effettuare un "backup" completo del proprio cervello, una copia carbone del contenuto della propria mente. In maniera non dissimile da come oggi si fa con gli hard disk, per non perdere i dati. Memorie, pensieri, connessioni, processi mentali: tutti dentro un archivio elettronico, salvi per sempre, immortali e forse pronti per essere utilizzati in qualche modo. "Il procedimento è già tecnicamente possibile oggi" spiega lo scienziato. Ma lo scenario che Kurzweil prefigura è quello in cui ognuno potrà copiare il contenuto della sua mente in una specie di pen-drive.
Secondo Kurzweil la tecnologia alla base di questo sviluppo, le nanotecnologie, porterà una serie di altri benefici: "Nei prossimi vent'anni avremo migliaia di nanobot nel sangue, microscopici computer dentro di noi in grado di curarci e potenziare le nostre abilità". Detto da uno 'scienziato della visione' come Kurzweil, che ha sempre visto verificare le sue ipotesi e le previsioni anche temporali di realizzazione, la cosa ha un certo peso. Al momento, Kurzweil ha collezionato 19 lauree ad honorem e sta collaborando con Google su progetti che riguardano la gestione e la conservazione dell'energia a livello globale. Ovvero il progetto più importante di Big G, dopo la gestione di tutte le informazioni del mondo. Forse, entro vent'anni per ricordarci quello che non ricordiamo più, potremo usare un motore di ricerca alimentato dai microcomputer vaganti nel nostro cervello.
Uno scenario che può spaventare, ma i nanobot inevitabilmente rappresenteranno la parte cibernetica della quale non sapremo più fare a meno, come accade con internet oggi. Tecnologie che apriranno la strada a infinite altre teorie del possibile.
Tiziano Toniutti (La Repubblica - 21 ottobre 2010)
sabato 23 ottobre 2010
L’onore dei soldi
Dottor Scilabra quando ha conosciuto Marcello Dell’Utri?
Nei primi mesi del 1986, il Cavaliere Arturo Cassina, mi disse: ‘Dottore Scilabra, vengo sollecitato da Vito Ciancimino per un finanziamento a un grande gruppo del Nord. Io vorrei che lei lo riceva e ascolti le sue richieste’. Dopo alcuni giorni Vito Ciancimino è venuto insieme al signor Marcello Dell’Utri. Mentre Ciancimino lo conoscevo bene, era stato già assessore e sindaco, Dell’Utri per me era uno sconosciuto. Per accreditarsi mi disse che era palermitano, aggiunse che aveva un fratello gemello. Poi entrò nel vivo. Veniva a chiedere un finanziamento per il Cavaliere Berlusconi.
Perché la Fininvest di Milano chiedeva prestiti a Palermo?
Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario e allora abbiamo tentato con l’amico Ciancimino di sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’.
La richiesta di finanziamento a quanto ammontava?
Circa 20 miliardi di vecchie lire. Il rischio però sarebbe stato suddiviso tra tutte le banche popolari della Sicilia. Feci presente a Dell’Utri che per noi, piccole banche siciliane, quelle richieste erano troppo onerose.
Cosa le disse per convincerla?
Marcello Dell’Utri disse che il gruppo Fininvest avrebbe ripagato con congrui interessi l’operazione. Voleva restituire tutto dopo 3 anni, in un’unica soluzione. Solo gli interessi sarebbero stati pagati durante i 36 mesi.
Lei cosa rispose?
Io dissi: ‘Visto che lei è venuto accompagnato da Vito Ciancimino ne parlerò con le altre banche’. Però aggiunsi che una restituzione a 36 mesi mi sembrava poco fattibile anche perché la Banca d’Italia e gli organi di vigilanza ci stavano con il fiato sul collo e avrebbero sicuramente avuto qualcosa da ridire. Proposi allora di adottare il metodo revolving, cioè con dei rientri ogni 4 mesi del capitale. In modo da permetterci anche di vedere come andavano queste aziende nel frattempo.
E in questa conversazione tra lei e Dell’Utri, che atteggiamento adottò Vito Ciancimino?
La mia impressione è che il ruolo di Ciancimino fosse un po’ quello del sensale dell’operazione.
In che rapporti erano Dell’Utri e Vito Ciancimino?
Cordiali. Si vedeva che si conoscevano bene. Comunque io mi riservai di decidere e passammo ai saluti. Da allora non ho più visto di persona Dell’Utri.
E il finanziamento?
Dall’indomani io mi misi all’opera. Contattai i presidenti e i direttori generali delle banche popolari più rappresentative per sentire il parere di colleghi più anziani di me. Tutti dissero che l’operazione non era fattibile. Era troppo rischiosa per le nostre piccole banche.
Perché il gruppo Berlusconi aveva bisogno di capitali?
Non capii esattamente se dovevano servire per la Edilnord, per la Fininvest o per la Standa (in realtà la Standa sarà comprata da Berlusconi solo anni dopo, ndr). Comunque il gruppo Fininvest allora era indebitato per migliaia di miliardi.
Chi erano questi colleghi delle altre banche con i quali ha parlato del finanziamento a Berlusconi?
Contattai Francesco Garsia, direttore della Banca Popolare di Augusta; il barone Carlo La Lumia e il direttore Giuseppe Di Fede della Banca di Canicattì; l’avvocato Gaetano Trigilia della Banca di Siracusa; il barone Gangitano della Banca dell’Agricoltura, sempre di Canicattì; Francesco Romano della Popolare di Carini. Allora erano le banche più rappresentative della Sicilia, con tanti sportelli e attivi congrui. Feci’ da regista all’operazione perché ero nel capoluogo, Palermo, ed ero il più giovane, tanto che gli altri sono quasi tutti morti.
E come è finita la storia?
Ciancimino tornò da me, da solo. E gli dissi che l’operazione non poteva andare avanti per i motivi che ho detto.
Come la prese Ciancimino?
Molto male. Nell’operazione secondo me lui si sarebbe certamente ritagliato una mediazione perché secondo me per lui questo oramai era un mestiere. Fu sgradevole come suo solito. Mi disse che eravamo una bancarella, che eravamo tirchi, che avevamo fatto male e che dovevamo dare questi soldi a Berlusconi, un grosso imprenditore che avrebbe pagato interessi congrui.
E Cassina come la prese?
Ovviamente io avevo riferito tutto al commendatore che mi disse di fare tutto il possibile ma – comunque – sempre tutelando l’interesse della banca.
Ci può raccontare chi era secondo lei il Conte Cassina, come lo chiamavano allora?
Era in realtà un signore venuto da Como che usurpò il titolo nobiliare al fratello e che iniziò a lavorare nelle manutenzioni stradali nel dopoguerra. Così entrò in rapporti con Ciancimino, assessore ai lavori pubblici e poi sindaco di Palermo.
E chi erano gli altri soci della banca?
La banca era una piccola popolare con dei soci di riferimento. Oltre a Cassina c’era il cavaliere Alfredo Spatafora, ricchissimo titolare di una catena di negozi di scarpe in tutta Italia e il commendatore D’Agostino che operava nel campo delle opere marittime.
Sta parlando di quel Benni D’Agostino, arrestato nel 1997 e poi condannato per mafia, già socio nel periodo 1979-80 del presidente del Senato Renato Schifani?
Sì, lui era il figlio del commendatore ma si occupava anche lui dell’azienda e lo conoscevo, come il padre.
Perché Cassina era così potente?
Cassina a Palermo era come Costanzo, Rendo e Graci messi insieme a Catania. A Palermo era come Agnelli a Torino. Nella sua villa aveva impiantato uno zoo con centinaia di animali: leoni, leopardi, coccodrilli, giraffe e zebre. Gestiva l’Ordine del Grande Sepolcro di Palermo dove faceva entrare chi diceva lui. Funzionari di polizia, prefetti, politici e mafiosi e colletti bianchi facevano la fila mentre io, ovviamente, me ne fottevo. Cassina era molto amico anche di Gheddafi, che gli affidava gli appalti in Libia. Uno dei primi libretti verdi della rivoluzione del Colonnello finì nelle mie mani perché Gheddafi lo aveva donato personalmente a Cassina che aveva fatto impiantare le tende nei suoi saloni in suo onore.
Ma perché Cassina aveva il monopolio degli appalti?
Nella sua ditta c’era addirittura un distributore delle tangenti. Si chiamava ragioniere D’Agostina, detto manuzza. Il commendatore mi chiamava la sera e mi chiedeva di far preparare al cassiere decine di milioni di vecchie lire in contanti. Al mattino si presentava il ragioniere e mi lasciava un assegno che veniva addebitato sui conti di Cassina. Quei soldi servivano per politici e funzionari. Il ragioniere mi diceva: ‘Assai ci costano i politici al conte Cassina’”.
Chi erano i correntisti della banca?
Prima che io diventassi direttore c’era il papa della mafia, Michele Greco. Era amico del vicepresidente Giuseppe Guttadauro, ex deputato monarchico legato alla mafia di Ciaculli, che fu cacciato dalla banca.
Cosa pensa dei racconti di Massimo Ciancimino sui rapporti economici tra il padre e Silvio Berlusconi?
Per me, al 99 per cento, Massimo Ciancimino dice la verità. Comunque da quello che ho visto io, Ciancimino era un uomo venale. A lui interessava l’argent , cioè i soldi della mediazione. Non era una persona raffinata. Il raffinatissimo, secondo me, era Marcello Dell’Utri.
Quali erano i rapporti tra Ciancimino e Cassina?
Erano culo e camicia. Quando Ciancimino era assessore, tutte le strade, gli acquedotti e le fognature erano appaltate alle ditte di Cassina. Al punto che tutte le mappe delle reti non erano in comune ma in mano a Cassina, anzi nella casa di un capomastro. Se il comune voleva riparare una strada doveva chiedere le mappe a lui. Fu proprio il capomastro a spiegarmi il meccanismo. Un giorno si presentò nel mio ufficio e mi chiese un prestito di 500 milioni di lire dell’epoca, che ovviamente gli rifiutai. Lui allora si inalberò e mi spiegò che non era un capomastro qualsiasi ma quello che aveva le mappe. Alla fine ottenne il prestito, anche se molto inferiore.
A proposito di prestiti rischiosi, lei si è pentito di non avere dato quei 20 miliardi all’uomo più potente d’Italia?
No. Ma che scherziamo? La centrale rischi bancari indicava per il gruppo Berlusconi un’esposizione per migliaia di miliardi. Era troppo rischioso e avremmo rischiato seriamente di perdere tutti i soldi.
Perché oggi racconta questa storia?
Perché sono stufo delle bugie. Per capire l’Italia di oggi bisogna partire dalle storie come quella di Cassina, che io ho vissuto. E per costruire un paese migliore bisogna cominciare a raccontare tutta la verità.
Marco Lillo (Il Fatto Quotidiano del 23 ottobre 2010)
venerdì 22 ottobre 2010
Più buonsenso per gli evasori (aggiornamento)
L'ultimo segnale in questo senso è stata la sortita del Ministro Altero Matteoli al Salone Nautico Internazionale di Genova. Di fronte ad una platea di costruttori di yacht, a proposito dei controlli antievasione, ha invocato "il buon senso" della Guardia di Finanza, a suo dire colpevole in qualche caso di essersi mossa con eccessiva aggressività.
La notizia è stata riportata con grande evidenza sul Fatto. Per scovarla nel Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, occorre andare a pag. 17 del numero del 3 ottobre, e leggere tra le righe di un articolo intitolato asetticamente "Governo in campo per la nautica".
L'Angolino
Salutami a tua sorella
Ormai non si può più mentire. L'unica salvezza è ammettere l'atroce verità e confessare: «Nonna cara, so che la mia cartolina non ti è ancora arrivata e ho fondatissimi dubbi che non ti arriverà mai. E sai perché? Perché non te l'ho mai spedita. Fattene una ragione. Sempre tua... eccetera eccetera». Che questa purga delle cartoline cessi (mai due parole hanno fatto più pendant). La questione è che ogni anno chi va in ferie si scolla di dosso amici e parenti pronunciando una frase rischiosa: «Stammi bene, ti mando una cartolina». Poi parte e la promessa gli evapora dalla mente. Perché la vacanza è un allenamento a scordare. Si fa il possibile per allungare le gomene e allontanarsi dal tedioso quotidiano. E tutto procede per il meglio fino a che non si raggiunge il capolinea e si piomba inesorabilmente nell'inferno della cartolina da mandare. Che poi anche lì. Se la cartolina la spedisci appena arrivato, ha un senso. E cioè: ti mando il mio saluto caro perché sono lontano e, nonostante tutto, ti penso. Ma se la spedisci alla stazione prima di salire sul treno sei un emerito pida. Fai prima a salutare di persona e risparmi pure i soldi. Poi la cartolina è un impegno mentale e si sa che in vacanza la testa serve solo per tenere separate le orecchie. In spiaggia i neuroni si riducono visibilmente, nuotano solitari nel cervello come particelle di sodio nell' acqua Lete e persino scrivere due righe con il soccorso dei compagni di merengue richiede uno sforzo ciclopico. È vero anche che le cartoline sono di una bruttezza urticante. Le più gettonate sono quelle anatomiche dove ci trovi piogge di culi, ombelichi del mondo, pettorali bisunti, piedi piatti che tra i due occhi di pernice portano scritto «Saluti da Riccione». Altrimenti puoi optare per le cartoline tristi che di solito sono divise in quattro quadratini, ciascuno con uno scorcio di paesaggio: la stazione, il municipio, la fontana degli alpini e il tramonto sul palazzo dell'Enel. Oppure per quelle artistiche. Con paesaggi e tramonti, grosse più o meno come la cartina dell'Africa, con un costo che potrebbe risolvere il debito pubblico dell'Africa medesima. E tutto questo spreco di soldi e di energia, per che cosa? Devo dire che mia madre, che in fatto di riciclo la sa lunghissima, ha scovato per la cartolina un uso strepitoso: la adopera come paletta per raccogliere le briciole appena scopate. E tanti saluti da Riccione.
Luciana Littizzetto (da "La principessa sul pisello")
Nuovo Lodo Alfano: "Tutti i dubbi del Quirinale"
Una questione che investe l'intero "impianto costituzionale". La pseudo-riforma voluta da Silvio Berlusconi per sfuggire ai suoi processi rischia di stravolgere la "forma di governo parlamentare", sancita dagli articoli 55-69. Di alterare le "prerogative del presidente della Repubblica", fissate dagli articoli 87-91. Di squilibrare i "poteri del governo", disciplinate dagli articoli 92-96. Chi in questi giorni difficili ha avuto occasione di parlare con Giorgio Napolitano, ha potuto toccare con mano la sua grande preoccupazione per questo strisciante sovvertimento del nostro "ordine costituzionale".
Sulla scrivania del Capo dello Stato c'è un dossier sul nuovo Lodo Alfano (allestito e aggiornato quotidianamente dai suoi collaboratori Donato Marra, Salvatore Sechi e Loris D'Ambrosio) in cui sono raccolti gli interventi e i contributi di giuristi e costituzionalisti. E l'attenzione del Quirinale si concentra soprattutto su questo secondo aspetto del disegno di legge che porta il nome del ministro della Giustizia. Gli "effetti costituzionali", prima ancora delle sue implicazioni processuali. Effetti potenzialmente dirompenti, in primo luogo sul piano ordinamentale, e in secondo luogo anche sul piano politico. Perché le nuove norme previste dal Lodo-bis, di fatto, avviano la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale", attraverso la tappa impropria e intermedia del "premierato elettivo".
Il passaggio cruciale (già segnalato dal Sole 24 Ore di domenica scorsa e descritto su questo giornale da Giuseppe D'Avanzo e Carlo Galli) è la "metamorfosi" del presidente del Consiglio implicita nella riforma costituzionale pretesa dal centrodestra. Con il nuovo Lodo il premier, in forza della legittimazione che gli deriva dall'investitura popolare sancita dall'indicazione del suo nome nella scheda elettorale, viene "elevato" di rango rispetto ai ministri del suo governo (nei cui confronti è "primus" non più "inter", ma "super pares") ed equiparato a tutti gli effetti al presidente della Repubblica. Si introduce così una forma spuria di "dualismo istituzionale" che non ha raffronti in nessun altra democrazia occidentale, e che altera l'intero meccanismo di formazione e di bilanciamento dei poteri.
Il primo Lodo Alfano, varato con legge ordinaria all'inizio della legislatura, prevedeva lo scudo processuale per le cinque "alte cariche" dello Stato: presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, presidenti delle due Camere, presidente della Consulta. La Corte costituzionale lo bocciò, con la sentenza 262 del 2009. E lo fece, sia pure riconoscendo l'interesse repubblicano al "sereno svolgimento" delle funzioni del presidente del Consiglio, stabilendo che lo stesso dovesse comunque restare sullo stesso piano dei suoi ministri, secondo l'interpretazione consolidata dell'articolo 92 della Costituzione: il presidente, organo monocratico nominato dal Capo dello Stato, non essendo definito "primo ministro" né "capo del governo" dalla carta, non è considerato in posizione di supremazia gerarchica o di "preminenza" nei confronti del Consiglio dei ministri. Inoltre, stabilì allora la Consulta, essendo il primo Lodo Alfano una legge ordinaria, non era in alcun modo "idonea a modificare la posizione costituzionale del presidente del Consiglio".
Uscì sconfitta, allora, la tesi opposta sostenuta in giudizio dall'ex avvocato difensore del premier, Gaetano Pecorella: il premier non è "sullo stesso piano dei ministri", poiché la Costituzione e le leggi "gli attribuiscono espressamente rilevantissimi poteri-doveri politici, di cui è il solo responsabile". E la conferma di queste "attribuzioni speciali" sarebbe proprio la legge elettorale vigente, che "collega l'apparentamento dei partiti politici a un soggetto che si candida espressamente per esercitare le funzioni del presidente del Consiglio".
Ora, nel secondo Lodo Alfano, questa volta di rango costituzionale secondo le procedure previste dall'articolo 138, il Pdl recupera e reintroduce nell'ordinamento proprio il "teorema Pecorella". L'esclusione dei ministri dalla copertura processuale, decisa dalla maggioranza il 29 settembre scorso, formalizza e costituzionalizza la "preminenza" del presidente del Consiglio, che lo rende "sovraordinato" rispetto ai suoi ministri (perché eletto dal popolo) e meritevole delle stesse "guarentigie" assegnate al Capo dello Stato (perché ugualmente "speciale" dal punto di vista costituzionale). Questa forzatura delle regole vigenti, bocciata dalla Consulta un anno fa perché tentata con la via semplice della legge ordinaria, diventa adesso possibile con la procedura rinforzata della legge di revisione costituzionale. Se il Lodo Alfano bis fosse approvato dalle Camere con la maggioranza dei due terzi, o se venisse approvato a maggioranza semplice ma poi ratificato dagli elettori con il referendum confermativo, il "delitto" sarebbe perfetto.
La Costituzione sarebbe stravolta, e non ci sarebbe nessuna Consulta e nessun altro organo di garanzia titolato a fermare il "colpevole". Ecco perché Napolitano osserva con una comprensibile inquietudine ciò che sta avvenendo al Senato. L'esito di questo ennesimo strappo berlusconiano è "imprevedibile", da tutti i punti di vista. Sul piano costituzionale, si profila l'avvento di un "premierato elettivo", che è molto più di una "coabitazione all'italiana" tra capo del governo e capo dello Stato. E' in realtà l'anticamera di un presidenzialismo anomalo, in cui convivono e fatalmente confliggono un presidente del Consiglio consacrato dal popolo e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento. E in cui fatalmente, presto o tardi, il primo sostituirà il secondo. O renderà comunque necessario un definitivo e a quel punto forzoso "consolidamento" dei due poteri in uno solo.
Nel frattempo, sul piano politico si profilano conseguenze altrettanto imprevedibili. La nuova "forma di governo" implicita nel Lodo bis, mai vista altrove, giustifica ulteriori preoccupazioni. Si pone un "caso di scuola". Se la pseudo-riforma fosse approvata anche solo dal primo ramo del Parlamento, e se si dovesse arrivare a una crisi di questa maggioranza nella prossima primavera (come qualcuno ipotizza anche dentro il Pdl) chi può escludere che il Cavaliere non userebbe proprio il principio del "premierato elettivo" implicito nel Lodo bis come una "clava" da brandire contro il Quirinale, per impedirgli di affidare l'incarico a chiunque non sia stato "votato dal popolo italiano", e per scongiurare così qualunque ipotesi di "governo tecnico"?
Eccola qui, "l'improvvida e affrettata riforma della Costituzione" denunciata su questo giornale da Carlo Galli, che dà corpo all'idea "erronea, semplificatoria, illusoria oltre che in stridente contrasto con la Costituzione, che il presidente del Consiglio sia eletto direttamente dal popolo". Ed eccolo qui, il "corollario" avvelenato di questa idea: che nella nostra Repubblica sia illegittimo qualunque governo diverso da quello guidato da chi ha ricevuto la sacra unzione operata dalla sola "divinità laica (il popolo sovrano) capace di trasformare qualitativamente l'eletto, e di conferirgli un carisma speciale".
Sembra fanta-politica. Ma non lo è affatto. Per questo, sul Colle si segue passo passo il "percorso del Lodo bis". Napolitano, per usare una formula ciampiana, è "silente ma tutt'altro che assente". La riforma lo chiama in causa direttamente, ma mai come nel caso di una legge di revisione costituzionale il presidente della Repubblica deve limitare il suo ruolo pubblico a quello di "notaio". Si spiega così il comunicato di tre giorni fa, con il quale il Quirinale ha ribadito per la seconda volta (come già aveva fatto il 7 luglio) la sua assoluta e rigorosa estraneità "alla discussione, nell'una e nell'altra Camera, di qualunque proposta di legge e di sue singole norme, specialmente ove si tratti di proposte di natura costituzionale o di iniziativa parlamentare".
Anche in questo caso, com'è ormai prassi consolidata nel settennato di Napoltano, nessuna intromissione e nessuna "moral suasion". Ma questa "neutralità" formale, ovviamente, non significa affatto conformità sostanziale. Al contrario. Sul Colle è in corso una "riflessione profonda" su ciò che sta accadendo a Palazzo Madama, e su ciò che accadrà nelle prossime settimane intorno al Lodo Alfano bis. L'auspicio del Capo dello Stato, in attesa di mettere a fuoco i modi e i tempi di un suo possibile intervento istituzionale sul tema, è che di questa riflessione si facciano carico tutti coloro che hanno a cuore i destini della Repubblica. Sarebbe paradossale se, nell'Italia troppo disincantata e assuefatta di oggi, funzionasse al contrario quello che ai tempi della Costituente, sulle macerie della dittatura fascista, fu definito "il complesso del tiranno".
Massimo Giannini (La Repubblica - 22 ottobre 2010)
Il Cavaliere e gli imbecilli
Nella intervista al Frankfurter Allgemeine Zeitung Silvio Berlusconi svela un retroscena che ai più, in queste settimane, era sfuggito: “Il Lodo Alfano? Io non l’ho mai chiesto”. Davanti a questa frase una parte consistente degli italiani – e credo perfino dei lettori tedeschi – avrà l’impulso immediato di sbellicarsi dalle risa. E invece c’è poco da ridere. Perché la frase del Cavaliere, dietro la sua palese assurdità, dimostra tre cose.
Primo: Silvio Berlusconi, capo del governo italiano, considera i suoi concittadini degli imbecilli.
Secondo: tanti dei suddetti concittadini continuano a farsi trattare da imbecilli senza fiatare.
Terzo: tutti quelli che invece trasecolano per l’assurdità proferita dal premier penseranno una volta di più che i milioni che lo votano sono imbecilli.
Marco Bracconi (La Repubblica - 22 ottobre 2010)
giovedì 21 ottobre 2010
"Toto Lodo"
Il bello dei titoli e dei sommari della stampa nazionale è che chi li fa non ha la più pallida idea di ciò che scrive né un pizzico di memoria storica; così come i presunti oppositori del Pd, che menano scandalo per la retroattività perché non osano dire chiaro e forte che la legge è uguale per tutti (infatti Bersani, Violante e altri hanno più volte ripetuto di non essere affatto contrari a uno scudo per le alte cariche dello Stato, o addirittura per tutti i parlamentari, mentre Letta jr s’è detto convinto che B. abbia tutto il diritto di “difendersi dai processi”).
Anzitutto, qui non c’è nessun “lodo”: il lodo è la soluzione a una controversia fra due parti decisa da personalità autorevoli e super partes. Ma qui non c’è alcuna controversia, bensì un impunito che non vuole farsi processare; e nessuna personalità autorevole e super partes, bensì un Alfano qualunque. Lo scandalo è che il presunto lodo è “retroattivo”? Assolutamente no: una legge fatta per bloccare i processi al premier o è retroattiva o non è. A che gli servirebbe una norma che sospendesse i processi ancora da cominciare, o per reati ancora da commettere, visto che i suoi processi sono già cominciati e i suoi reati già commessi? Tutte le norme ad personam (questa è la quarantesima) varate in 16 anni per salvarlo dai processi erano retroattive (altrimenti non l’avrebbero salvato dai processi). Compresi i precedenti “lodi”, il Maccanico-Schifani e l’Alfano modello base. La questione dunque non è se la legge costituzionale licenziata martedì dalla commissione Giustizia del Senato debba o meno essere retroattiva, ma se sia giusto, ragionevole, legittimo sospendere i processi per reati comuni a carico dei presidenti della Repubblica e fino al termine dei loro mandati. La risposta è un No planetario, che viene da tutte le altre democrazie del mondo, nonché dalla Corte costituzionale.
Nessuna democrazia al mondo conosce la sospensione dei processi al premier, ma solo ad alcuni capi dello Stato e solo per delitti “funzionali”, cioè collegati con la carica. La legge Alfano invece sospende i processi anche al premier e solo per i delitti comuni, cioè scollegati dalla carica. Per quelli “funzionali” contestati ai membri del governo, infatti, la nostra Costituzione già prevede la possibilità che il Parlamento valuti l’eventuale fumus persecutionis e blocchi il processo negando al Tribunale dei ministri l’autorizzazione a procedere (come ha fatto l’altroieri la Camera per Lunardi, peraltro senza adombrare alcun fumus persecutionis); quanto al capo dello Stato, la Costituzione già prevede che non sia responsabile degli atti commessi nell’esercizio delle funzioni presidenziali. Dunque la legge Alfano concede ai due presidenti l’autorizzazione a delinquere come pare a loro da privati cittadini. Questo è lo sconcio, non la retroattività. Sulla questione, poi, s’è già pronunciata pure la Corte costituzionale, quando bocciando le porcate Schifani e Alfano ricordò che il presidente del Consiglio non è un “primus super pares” (come sosteneva quel buontempone di Pecorella), ma un “primus inter pares”, dunque non può godere di trattamenti preferenziali rispetto agli altri ministri. Testuale: “Non è configurabile una preminenza del presidente del Consiglio, che ricopre una posizione tradizionalmente definita di primus inter pares”. Quindi la legge costituzionale nasce incostituzionale. Quando la infileranno nella Costituzione, dovranno scriverla con caratteri diversi, magari in gotico, per distinguerla dagli altri articoli. Quelli scritti dai Padri costituenti, non dai figli delinquenti.
Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 21 ottobre 2010)
Mik Kirk, P.I.
Soltanto che con le divise Roy si era dovuto accollare anche una dozzina di cinesi sporchi e ammaccati che erano riusciti chissà come a infilarsi nel container, e Putzu Chan ne aveva approfittato per piazzarne un paio a Lenny Sparacello, cui doveva un favore.
E Lenny Sparacello, che ce l'aveva con me dai tempi in cui gli avevo fatto fare quattro anni di galera per averlo beccato a rubare mezza pizzetta nella panetteria Freddie's (allora mi pagavo gli studi universitari lavorando come addetto alla sicurezza in molti locali della Cinquantottesima), aveva addestrato subito i due cinesi trasformandoli in sicari e me li aveva mandati fin dentro casa, travestendoli da testimoni di Geova. Voglio chiarire una cosa: io non ho niente contro i testimoni di Geova nè contro un'altra mezza dozzina di religioni monoteiste. Ma se c'è una cosa che mi fa andare su tutte le furie è quella di essere svegliato la domenica mattina dal suono del campanello e sentire un tizio che, dopo aver sfondato la porta di casa mia, inizia a parlare in cinese mandarino alitandomi contro un misto di aglio e gatto fritto e intanto mi mette sotto il naso una .45 grossa quanto una Bibbia mormone, senza neanche darmi il tempo di togliermi un po' di crosticine dagli occhi e senza darmi il tempo di svuotare la vescica.
Tra l'altro io ho la cattiva abitudine di dormire nudo, ma ho ancora il sano vizio di andare a letto con un paio di armi, da fuoco o da taglio, infilate in due o tre orifizi del mio corpo, giusto per essere pronto a ogni evenienza, buona o cattiva che sia. E così il cervello del cinese con la pistola finì tutto sparpagliato sul soffitto, mentre il suo complice se la dava a gambe urlando per le scale mentre lo inseguivo correndo con i piedi nudi sulla moquette condominiale. Tanto rumore fece il fuggitivo che la signora Johnson, la vecchia vedova un tempo massaggiatrice sui treni interstatali che abitava all'appartamento 158, socchiuse la porta per controllare cosa diavolo stesse accadendo: e vedendomi nudo, urlò anche lei e cadde svenuta.
E fu così che lasciai perdere il cinese e Lenny Sparacello e le passeggiate al parco della mattina, e mi sollazzai con l'anziana vedova per tutta la santa domenica.
Mentre gustavo le lasagne che mi aveva preparato per cena, pensai che non avevo mai mangiato nulla di così buono.
Almeno, da quando la mia ex mi aveva lasciato per andarsene con Lenny Sparacello...
mercoledì 20 ottobre 2010
Cattolici e Cognomi
Ottanta italiani su cento credono in Dio. Saremmo, dunque, il popolo più devoto d'Europa: ma solo un terzo è convinto che, dopo la morte, ci sia una possibilità di dannazione. La colpa più grave è la violenza: seguono bestemmia, calunnia e droga. Lievissimi peccati per questi religiosi sono l'evasione fiscale e l'assenteismo dal lavoro. Al servizio dei fedeli funzionano quasi 26.000 parrocchie, governate da 226 diocesi. C'è un sacerdote per ogni 972 abitanti e nei conventi pregano 150.000 suore.
La maggioranza dei seguaci della Chiesa di Roma non condanna il sesso fuori dal matrimonio: incerta è la valutazione dell'omosessualità, che molti però assolvono. Il papa non ha divisioni, Stalin voleva sapere: quante?, ma comanda quasi 39.000 preti e 238 vescovi, che dispongono per l'apostolato di giornali, case editrici, radio e anche di 54 tv. C'è anche una Associazione cristiana dei lavoratori (Acli). Nessun segno apparente di anticlericalismo: i giovani non sanno nulla dell'Asino di Podrecca, un giornale che difendeva il popolo, paragonato al somaro utile, paziente e bastonato, dagli inganni dei frati, delle monache e del pontefice, o del Don Basilio, che sparì dalle edicole dopo le elezioni del 1948. Solo trenta pecorelle, come le chiama il Vangelo, sulle cento che dovrebbero formare il gregge, si ritrovano alla messa della domenica. Le altre sono smarrite e non rispondono neppure più all'appello del pastore, quando le esorta a votare per la Dc.
Una volta, alla radio, un bravissimo giomalista, Gigi Marsico, fece una esilarante intervista con un brav'uomo che dalla nascita viveva un dramma: si chiamava Pernacchio. Cercava disperatamente una soluzione. Ricordo che nell'elenco telefonico di Milano alla lettera C figurava una signora dall'identità imbarazzante: Culin Rosa.
Da un articolo di Andrea Lambertini imparo che in base alle norme di legge contenute nel Regio Decreto 1238 c'è un ripiego per i cognomi ridicoli, vergognosi, o che denotano origine illegittima. Sembra che il maggior numero di richieste di un cambiamento si registri in Puglia, dove si segnalano diversi Pisciavino, Cacchio e Chiappa, mentre in Campania sono in imbarazzo, al momento delle presentazioni, i signori Muoio e Mastronzo, e in Sicilia hanno qualche problema le famiglie Ficarotta. Attenti i coniugi Vacca a non battezzare la figlia Vera. Anche il Nord ha i suoi Contacessi, Bastardi, Maiale, Pissarotti, Finocchi, Figuccio e Purgato, e non potevano mancare i Puzzone. Ogni anno più di mille cittadini di questo Paese cercano dunque di sottrarsi al sorriso ironico, o alla battuta allusiva: e penso alla soddisfazione del signor Cacchio quando ha potuto cambiare con una sola lettera - diventando Lacchio un triste destino, cominciato magari sui banchi di scuola C'era già, ai miei tempi, qualche maestro spiritoso che rifacendosi a una canzonetta di moda mi diceva: Adagio, Biagio. Che risate.
Enzo Biagi (I Come Italiani - 1993)
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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)