"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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giovedì 23 febbraio 2012

The snow must go on

Neve e freddo in pieno inverno. Proclamato lo stato di banalità naturale.

La penisola è bloccata da una nevicata eccezionale. Ma ne sarebbe bastata una normale.

(Fa così freddo che i tunisini arrivano coi pattini)

Decine di migliaia di persone isolate. Benvenuti in Molise.

A Torino non si ricordava così tanto gelo dal giorno della presentazione della Duna.

Roma coperta dalla neve. “Aho’, e giratela ‘sta boccetta!”

Ingenti i danni all’agricoltura. Ad esempio le sono state sottratte le braccia di Alemanno.

Tonnellate di sale per le strade di Roma. Urbe condita.

Continua lo spargimento di sale nella capitale. Il piano di emergenza prevede il lancio di grossi pizzichi dietro le spalle.

(A Roma c’è talmente tanto ghiaccio che la malavita sta regolando i conti con degli spintoni)

I volontari romani hanno consegnato duemila pale ai cittadini. Che si sono messi in cerca di Alemanno.

Il sindaco attacca la Protezione Civile: “Non aveva precisato che la neve sarebbe arrivata dal cielo”.

“A Roma l’emergenza è stata gravemente sottovalutata”. Da 783.225 elettori.

Alemanno: “Abbiamo sparso 600 tonnellate di sale”. Un vero giornalista glielo chiederebbe in chili.

Il comune di Roma ha sparso il sale mentre pioveva. Risolto il problema delle pozzanghere insipide.

Alemanno: “Se continua così, ci toglieranno anche le Olimpiadi del 1960″.

Alemanno annuncia di voler dare l’esempio ai romani. Guiderà uno spazzaneve a torso nudo.

A Porta a Porta inscenata una finta pulizia della città di Chieti. Dopo il successo di Napoli.

(A Chieti l’esercito si presta per recitare una finta pulizia. Marionette nel teatino)

Il sindaco dell’Aquila: “Restate in casa” “Eh?”

Alemanno: “Faremo un quadro allerta meteo”. Lascia perdere, l’ha già fatto Munch.

Studio Aperto ai senzatetto: “Restate a casa”. A guardare i cartoni.

Forniture, per il gas nessun problema fino a mercoledì. Poi rimarranno corda e pistola.

“Lasciate le briciole di pane sui davanzali”. Questo l’appello dell’Enpa agli uccelli.

Molti anziani malati sono rimasti bloccati in casa. E dove cazzo volevano andare?

“Solidarietà a chi è stato colpito” ha dichiarato il Papa lanciando palle di neve dal terrazzino.

Ratzinger: “Fa freddo, ma presto tornerà la primavera”. Per una volta scienza e fede coincidono.

Nonostante il freddo, il Papa non rinuncia alle sue passeggiate. Quegli ermellini non sono morti invano.

Il sindaco di Fabriano chiede lo stato di calamità. Troppa neve sull’A4.

Borghezio: “I meridionali non vogliono spalare”. E quindi è rimasto lì.

Tenta di scaldare l’acqua facendo un falò e provoca un incendio. Quante scoperte in un colpo solo!

Trenitalia annuncia la riapertura della linea Foggia-Benevento. Svelandone l’esistenza.

Un treno regionale ha impiegato 25 ore per completare il tragitto. I passeggeri hanno dovuto abbonarsi.

A Trieste anziana muore dopo essere stata travolta dalla bora. La salma sarà rimpatriata domani.

* * *

Autori: cianciafrullo, cityman, negus, frandiben, renudo, cocosauro, venividiwc, moonnets, mariomaz, fdecollibus, plinsky, edelman, lvix, amadiro, f 4 fake, miguel mosè, nerobear, milingopapa, filipio, novevonbismarck, piso, batduccio, sirboneddu, giggi, blatero, misterdonnie.

http://www.spinoza.it


domenica 19 febbraio 2012

I pm e la moglie di Cesare

Una volta tanto sono d’accordo con Giorgio Napolitano e non con Marco Travaglio, nella parte del discorso pronunciato dal capo dello Stato davanti al Csm in cui critica le “troppe esternazioni” dei magistrati e in quell’altra dove si dice contrario all’assunzione, da parte dei magistrati, “di incarichi politici e alla riassunzione di funzioni giudiziarie dopo averli svolti o essersi dichiarati disposti a svolgerli”. Un tempo il magistrato si esprimeva solo “per atti e documenti”. Non mi riferisco all’Ottocento. Nel 1970-71, quando facevo il cronista giudiziario per l’Avanti!, i magistrati non parlavano con nessuno, tantomeno con i giornalisti. Se volevi le notizie su un’indagine dovevi andartele a cercare (mi ricordo la corte che feci al buon Emilio Alessandrini, col quale c’era un’istintiva simpatia, inutilmente).

Del resto il codice di Alfredo Rocco (1931), che sarà stato anche un fascista, ma era un grande giurista (niente a che vedere con gli Alfano e i Nitto Palma), tende a staccare il più possibile, fin quasi a renderla astratta, la persona del magistrato della sua funzione, in particolare per l’attività del Pubblico ministero che è la più delicata perché si svolge nel campo, per definizione incerto, delle indagini preliminari (non a caso il Pm si chiama ‘sostituto procuratore della Repubblica’ e, in passato, era sottoposto a una rigida gerarchia).

Agli stessi criteri rispondeva l’avanzamento di carriera per anzianità. Si sacrificava il merito, e anche l’efficacia, per togliere al Pm la tentazione di pericolosi personalismi. La ragione di tutto ciò è evidente: la persona del magistrato è sempre attaccabile (se non lui, avrà una moglie, dei figli, degli amici), la funzione no. La personalizzazione di Mani Pulite nella figura di Antonio Di Pietro permise a Craxi di calare il famoso ‘poker d’assi’ (che poi erano, al massimo due sei, e come se, tra l’altro, l’eventuale corruzione del Pm sanasse quelle altrui e non si aggiungesse, invece, a esse).

Le ‘esternazioni’ indeboliscono la posizione del magistrato. Il magistrato infatti, come la moglie di Cesare, non solo deve essere imparziale, ma deve anche apparire tale. Se ‘esterna’ e fa trasparire le sue convinzioni politiche (meglio se non ne avesse) diventa facilmente attaccabile. Dice: ma il magistrato è un cittadino e la libertà di manifestare il proprio pensiero è garantita a tutti dall’articolo 21 della Costituzione. Non è esattamente così. Ci sono cariche che limitano questa libertà. Per esempio il capo dello Stato ha un dovere di imparzialità e non può esprimere giudizi su questo o quel partito, su questo o su quell’uomo politico. Così un magistrato non può esprimere giudizi su inchieste in corso, proprie o altrui, ma nemmeno giudizi politici per non minare la sua ‘terzietà’ (anche il Pm, checché se ne pensi, è ‘terzo’, tanto è vero che può chiedere il proscioglimento dell’indagato, cosa che non avverrebbe se fosse solo ‘accusa’). Si deve limitare a valutazioni strettamente tecniche.

Un magistrato non dovrebbe fare politica, perché getta inevitabilmente un’ombra sulla sua attività pregressa, per quanto integerrima e imparziale possa essere stata. Meno che mai, come sottolinea Napolitano, dovrebbe poter riprendere il suo ruolo “dopo aver svolto incarichi politici o essersi dichiarato disposto a svolgerli”. Sono limitazioni pesanti. Ma quello del magistrato, come quello del medico, non è un mestiere come un altro, è, o dovrebbe essere, una vocazione in nome della quale si devono accettare sacrifici estranei agli altri cittadini. Ma mi rendo conto che le mie sono ‘prediche inutili ‘ in un Paese che ha perso tutti ‘i fondamentali’ e Adriano Celentano è un ‘maître à penser’.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano - 18 febbraio 2012)

sabato 18 febbraio 2012

La «sindrome da classe economica» non esiste

La temutissima «sindrome da classe economica» non esiste. Il pericolo di trombosi venosa profonda non aumenta se per un viaggio aereo lungo si prenota un posto in economy piuttosto che in business class: lo hanno stabilito le ultime linee guida dell'American College of Chest Physician, stilando l'elenco dei fattori di rischio che davvero favoriscono la trombosi in aereo e facendo chiarezza su quelli che invece non ne influenzano la probabilità.

LINEE GUIDA – L'innocuità del più stretto posto in economica è una buona notizia in tempi di scarse risorse economiche: «Non abbiamo evidenze definitive a supporto di una maggior incidenza di trombosi venosa nei passeggeri della classe economica, neppure in viaggi di lunga durata – spiega Mark Crowther, coordinatore della nona edizione delle Linee Guida per la prevenzione della trombosi pubblicate a febbraio su Chest –. La classe di viaggio non c'entra, conta il restare immobili molto a lungo. È ad esempio più pericoloso scegliere un posto accanto al finestrino, perché questo limita sicuramente la mobilità in volo». La trombosi venosa è un problema molto serio: consiste nella formazione di un coagulo di sangue, un trombo, che poi può andare a bloccarsi in un ramo della circolazione (l'evenienza più grave è l'embolia polmonare, quando il coagulo occlude una o più arterie polmonari). I fattori che aumentano il rischio di trombosi venosa durante o dopo un lungo viaggio aereo, sui quali c'è ormai certezza, secondo le linee guida sono: avere avuto in precedenza trombosi o soffrire di disturbi della coagulazione, avere un tumore, essere stati sottoposti di recente a un intervento chirurgico o aver subito un trauma, l'età avanzata, la gravidanza, l'uso di estrogeni (inclusa la pillola anticoncezionale), l'obesità, avere scelto un posto al finestrino e rimanere immobili durante il volo. In tutti questi casi il viaggio aereo è a maggior rischio, mentre non ci sono prove certe sugli effetti nocivi del bere alcol in volo o della disidratazione, né appunto è dimostrato che scegliere un posto in economica anziché in business influenzi la probabilità di trombosi.

PREVENZIONE – Scagionata l'economy, gli esperti d'oltreoceano danno preziosi consigli di prevenzione a chi deve mettersi in viaggio ed è in pericolo perché annovera uno o più dei fattori di rischio. Se il volo dura più di sei ore e si è ad alta probabilità di trombosi venosa bisogna muoversi spesso durante il viaggio, fare stretching dei muscoli delle gambe (specialmente i polpacci), scegliere se possibile un posto sul corridoio e indossare calze a compressione graduata sotto al ginocchio. Meglio invece non prendere l'aspirina: nei soggetti a rischio molto elevato sarà il medico, caso per caso, a decidere se è opportuna una profilassi con farmaci antitrombotici. «La trombosi venosa profonda dopo un volo aereo non è molto frequente, le ultime stime parlano di cinque casi ogni diecimila passeggeri; il pericolo cresce soprattutto per voli di otto-dieci ore od oltre. Ma in tutti i pazienti in cui si verifica la trombosi si possono riscontrare almeno uno o due dei fattori di rischio individuati dalle linee guida», osserva Crowther. L'esperto sottolinea che in passato c'è stata la tendenza a essere manica un po' larga nel prescrivere terapie preventive, proponendole anche a pazienti a basso rischio: «In questo modo a fronte di benefici scarsi si espongono le persone ai possibili effetti collaterali dei farmaci: occorre invece cautela, la decisione di dare antitrombotici va presa solo dopo aver attentamente valutato il grado di rischio complessivo di ogni singolo soggetto». Vale perciò il consiglio di rivolgersi al medico e parlarne con lui, se si deve affrontare un lungo volo e si ha uno o più fattori di rischio fra quelli individuati dalle linee guida.

venerdì 17 febbraio 2012

Titeuf

È uno dei personaggi dei fumetti più amati dai francesi e la sua proverbiale ingenuità lo fa apparire innocuo e innocente. Tuttavia mercoledì scorso la Corte di Cassazione transalpina ha stabilito che chiamare un bambino come l'eroe biondo dei cartoni animati Titeuf è pericoloso e ha proibito a una coppia d'Oltralpe di scegliere per il proprio figlio questo nome.

LA DIATRIBA - La diatriba tra la coppia del dipartimento dell'Oise e la magistratura transalpina inizia più di due anni fa. Il 7 novembre del 2009 i coniugi, grandi appassionati del fumetto che nella sola Francia in meno di 15 anni ha venduto ben 16 milioni di copie, decidono di registrare il loro neonato con il nome Titeuf Grégory Léo. L'ufficiale di stato civile si dimostra scettico e cerca, inutilmente, di far cambiare idea ai genitori. A questo punto informa la Procura della Repubblica che accoglie i dubbi dell'organo comunale e presenta il caso al Tribunale civile di Pontoise. Quest'ultimo in una successiva sentenza stabilisce che il nome scelto è contrario agli interessi del bambino.

DIRITTI - I genitori non demordono e continuano la loro battaglia legale richiamando la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che proclama il rispetto della vita privata dei cittadini. Tuttavia anche la Corte d'appello conferma la decisione di primo grado sottolineando che il nome Titeuf deve essere vietato perché potrebbe attrarre lo scherno dei bambini e degli adulti in ragione della grande popolarità del fumetto in Francia: «L'associazione di questo nome al personaggio di un ragazzo ingenuo e maldestro – dichiara la Corte - rischia di costituire un reale handicap per il bambino una volta divenuto adolescente e poi adulto tanto nelle relazioni personali quanto in quelle professionali».

DECISIONE DEFINITIVA - Mercoledì scorso è arrivato il definitivo parere della Cassazione che ha confermato le precedenti decisioni. La Corte, richiamando la Convenzione sui diritti dell'infanzia che afferma come l'interesse del nascituro debba essere considerato «primordiale», ha affermato la legittimità dei tribunali nazionali di decidere se un nome può essere contrario all’interesse del bambino. Nonostante abbia rilevato la simpatia e la fama dell'eroe con la testa a uovo creato dal disegnatore svizzero Philippe Chappuis, in arte Zep, la Corte ha voluto ribadire che chiamare un bambino Titeuf potrebbe segnare negativamente la sua crescita. Alla fine la decisione è stata netta: oltre al turbolento e credulone personaggio dei fumetti non vi sarà alcun bambino di nome Titeuf in Francia, mentre il piccolo dell'Oise, che intanto ha quasi compiuto tre anni, si chiamerà solo Grégory Léo.

Crescita demografica

Uno dei fattori determinanti dei problemi ambientali e sociali del nostro pianeta deriva dalla crescita demografica. Non si tratta tuttavia di un fenomeno recente bensì di una crescita progressiva cominciata con l'umanità stessa.

La popolazione dal neolitico ad oggi

Nel Neolitico la popolazione mondiale era stimata a 10 milioni di persone. Circa 200-300 milioni durante l'impero romano. Neanche durante i secoli bui (per l'Europa) del medioevo il trend demografico mondiale ha rallentato la sua corso, fino a raggiungere 500 milioni di persone nel 1650. Da questo momento in poi qualcosa iniziò a cambiare, la lenta crescita della popolazione dei millenni precedenti mostrò una rapida accelerazione raddoppiando nel giro di soli 150 anni. Agli inizi del 1800 il pianeta raggiunse il miliardo di persone. Negli ultimi 100 anni la popolazione della Terra è passata da 1,6 miliardi a 6 miliardi di persone. Ogni anno si aggiungono 80 milioni di anime.

crescita demografica

L'aumento della popolazione non è però omogeneo nei paesi del mondo. I paesi ad elevato sviluppo tendono a invecchiare rasentando la 'crescita zero', quelli in via di sviluppo registrano una vera e propria esplosione demografica a seguito di elevati tassi di natalità e al calo di quelli di mortalità. I ritmi di crescita stanno rallentando, pur restando molto elevati in Africa e in Asia. In base a una prospezione futura la popolazione mondiale potrebbe raddoppiare, arrivando a 10-12 miliardi di persone, entro il 2050.

Crescita demografica dal 1960 al 2010

  • Europa
    da 605 milioni a 733 milioni di persone
  • America settentrionale
    da 199 milioni a 344 milioni di persone
  • America meridionale
    da 217 milioni a 580 milioni di persone
  • Africa
    da 282 milioni a 1007 milioni di persone
  • Asia
    da 1793 milioni a 4251 milioni di persone
  • Oceania
    da 16 milioni a 34 milioni di persone

Come si può facilmente intuire dai dati i paesi industrializzati (Europa e America) ospitano soltanto il 15% della popolazione mondiale. I tassi demografici non sono sufficienti a garantire, in qualche caso, nemmeno il rinnovo delle generazioni (cosiddetta crescita zero). Al contrario i paesi in via di sviluppo rappresentano più di 3/4 della popolazione mondiale crescono in media del 2% l'anno. La stessa Europa a inizio secolo pesava per il 19% sulla popolazione mondiale, oggi soltanto dell'11%. Se quindi il mondo non vi sembra più quello che conoscevate negli anni '60 e '70... ebbene è vero. La popolazione mondiale è in rapido cambiamento.

http://www.ecoage.it

giovedì 16 febbraio 2012

Corruzione, il pm Francesco Greco al Fatto “Subito cinque leggi contro le mazzette”

“Vent’anni dopo Mani Pulite, abbiamo un governo che dice di dover e voler rispettare gli obblighi con l’Europa e con la comunità internazionale. Bene, allora non si capisce perché non si sia ancora intervenuti per adeguare la nostra legislazione alle richieste degli organismi europei e agli impegni che l’Italia stessa ha preso con la comunità internazionale. Soprattutto non si capisce perché non si voglia intervenire con leggi che contrastino seriamente le due principali cause del declino del Paese e della diseguaglianza sociale: la corruzione e l’evasione fiscale. Cioè la criminalità economica che, se continua a essere tollerata e dunque incoraggiata, costringe i poveri e gli onesti a seguitare a mantenere i ricchi e i disonesti”. Francesco Greco, procuratore aggiunto, è l’unico pm superstite del pool storico di Mani Pulite alla Procura di Milano. E, in questa intervista al Fatto, lancia la sfida ai tecnici e ai politici che li sostengono.

Dottor Greco, non le bastano i blitz anti-evasione dell’Agenzia delle Entrate?

No: quei blitz, pure sacrosanti, rischiano di essere fumo negli occhi, se non sono accompagnati da una seria riforma delle leggi di contrasto all’evasione fiscale. E anche da una cultura di ampio respiro, che consenta di collegare l’evasione alla corruzione: l’ultimo report dell’Ocse richiama pesantemente le Agenzie delle Entrate degli Stati membri a cercare negli accertamenti non solo l’evasione, ma anche le tangenti. L’Ocse ha addirittura compilato un “Manuale di sensibilizzazione alla corruzione a uso dei verificatori”.

Il ministro Paola Severino ha anche istituito una commissione per studiare una legge anticorruzione.

Queste commissioni ministeriali sono sempre più divertenti. Mi viene in mente quella istituita nel 1995 dall’allora presidente della Camera Violante: produsse un’ottima relazione del professor Sabino Cassese che, temo, abbiamo letto in due o tre, e giace in qualche cassetto del Parlamento, irrintracciabile. Il fatto è che tutti sanno benissimo quel che bisogna fare contro la corruzione e l’evasione. Basterebbe volerlo…

Ecco, che cosa dovrebbe fare il governo per essere credibile su questi fronti?

Le convenzioni internazionali, regolarmente sottoscritte dallo Stato italiano, alcune mai ratificate dal Parlamento italiano, da quella di Merida sulla criminalità organizzata del 2003 a quella di Strasburgo del 1999 sulla corruzione, ma anche le raccomandazioni dell’Ocse, impegnano gli Stati a intervenire su cinque punti fondamentali: trasparenza dei flussi contabili, trasparenza dei flussi finanziari, sistema della prescrizione, “enforcement” (efficacia d’intervento degli organi preposti alla repressione), corruzione privata nazionale e internazionale.

Cominciamo dalla trasparenza dei flussi contabili. Che cosa bisogna fare?

Se il denaro per operazioni illecite si sposta clandestinamente dalla società A alla società B come un fiume carsico, per scoprirlo bisogna intervenire quando affiora sopra il pelo dell’acqua: cioè al momento dell’uscita da A o da B. Per farlo uscire illegalmente vengono falsificati i bilanci e costruite operazioni fittizie per giustificare quelle uscite (tipo i pagamenti di fatture gonfiate o per operazioni inesistenti). Ecco la necessità di punire le opacità dei flussi contabili e di quelli finanziari. E noi siamo sguarniti su entrambi i fronti. Su quello contabile, la legge Berlusconi del 2002 ha, di fatto, depenalizzato il falso in bilancio quantitativo, mentre quello qualitativo (che non altera i grandi numeri economici della società, ma nasconde tangenti che, se scoperte, distruggerebbero la società stessa) l’ha depenalizzato anche de jure. Bisogna tornare almeno alla legge pre-2002, che punisca entrambi i falsi in bilancio, aumentando però le pene e i termini di prescrizione, anche per consentire intercettazioni e custodia cautelare.

Secondo: trasparenza dei flussi finanziari.

Anzitutto, occorre riformare il diritto penale tributario. Le soglie quantitative di evasione non penalmente rilevante sono assurdamente alte: decine di migliaia di euro sfuggono al controllo penale. E anche le norme che puniscono l’evasione e la frode sono complicatissime, con l’aggravante di pene troppo basse, che fanno scattare la prescrizione dopo appena 7 anni e mezzo: siccome l’Agenzia delle Entrate ci segnala evasioni e frodi dopo 4-5 anni da quando sono avvenute, a noi restano 2-3 anni per fare indagini e tre gradi di giudizio. Con prescrizione assicurata. Poi ci sono altre assurdità, come le pene previste per l’evasore totale, che sono addirittura inferiori rispetto a chi evade un po’ con le fatture false. Insomma, un sistema che sembra fatto apposta per salvare gli evasori. E forse lo è.

L’altro sistema per nascondere i flussi finanziari illeciti è il riciclaggio. Perché in Italia si fanno così pochi processi per questo reato?

Perché l’Italia – caso unico al mondo assieme alla Cina e a qualche paese africano – non punisce l’autoriciclaggio: cioè il reato di chi accumula denaro illegalmente con tangenti, evasioni o altri traffici illeciti e poi lo ripulisce da sé. Tant’è che oggi, nei tribunali italiani, il reato di riciclaggio serve solo a punire i taroccatori di auto rubate, cambiando la targa o il numero di matricola. Sui flussi finanziari della grande criminalità organizzata ed economica, non serve a nulla: non si riesce a fare un solo processo. Anche perché oggi il vero riciclaggio non è tanto quello di chi lava soldi sporchi reinvestendoli in attività pulite; ma quello di chi fa l’opposto: sporca soldi puliti, nascondendoli all’Erario e/o ai soci di minoranza. I soldi puliti divenuti occulti hanno un grande valore sul mercato criminale: perché uno dovrebbe reinvestirli in attività lecite? Sarebbe ora di istituire anche da noi il reato di autoriciclaggio, peraltro previsto dalla Convenzione di Strasburgo.

Ogni tanto c’è qualche colpo di fortuna, come la lista Falciani dei grandi evasori-riciclatori…

Guardi, noi magistrati non riceviamo mai segnalazioni di esportazioni di capitali illeciti. Le sole indagini che si fanno in materia riguardano i pochi casi che scopriamo noi pm, spesso grazie alla Guardia di Finanza, o che riceviamo da fuori come la lista Falciani. Ma anche lì abbiamo le mani legate dalla legge. Non esistono soggetti iscritti all’albo dei riciclatori: le norme sul riciclaggio non si applicano, perché di solito il riciclatore è anche un complice del reato presupposto, cioè dell’evasione o dell’appropriazione indebita commesse per occultare i soldi. Dunque chi ricicla partecipa all’autoriciclaggio, che da noi non è punito. Intanto il procuratore di New York processa per riciclaggio la banca svizzera Wegelin, con l’accusa di avere ricevuto i soldi di evasori americani, e le sequestra cifre da capogiro.

Terzo punto, la prescrizione: altro record tutto italiano.

Non c’è convenzione internazionale che non ci chieda di mettere mano a questo scandalo. Ora, visto che il ritornello dei nostri politici e del governo tecnico è “ce lo chiede l’Europa”, perché non fanno nulla contro la prescrizione, visto che ce lo chiedono tutte le convenzioni e gli organismi europei? E’ vero: le indagini non possono durare in eterno, infatti bisogna prevedere una drastica causa di decadenza dopo sei mesi se il pm sta fermo; ma se compie atti investigativi (interrogatori, sequestri, rogatorie, consulenze tecniche), questi interrompono la decadenza e consentono di indagare fino a 1-2 anni al massimo. Poi basta. Ma, alla richiesta di rinvio a giudizio, quando esercitiamo l’azione penale, la prescrizione deve fermarsi, come in Francia e altri paesi. Oggi invece la prescrizione è un’amnistia ingiusta perché selettiva: fatta apposta per rendere impunita la criminalità economica, mentre chi commette reati di strada, perlopiù delinquente abituale, col moltiplicatore della recidiva introdotto dall’ex-Cirielli finisce dentro con pene altissime e prescrizione lunghissima: si butta la chiave. Intanto il colletto bianco, di solito incensurato, colleziona prescrizioni e diventa un “incensurato a vita”.

Quarto punto: l’ “enforcement”.

Organismi e convenzioni internazionali insistono nel pretendere dagli Stati una capacità organizzativa degli organi preposti perché siano in grado di combattere efficacemente la criminalità economica. Da noi ciascuno va per la sua strada, senza coordinamento: Forze dell’ordine, Agenzia delle Entrate, Consob, Banca d’Italia e Uif (l’ufficio informazione finanziaria di Bankitalia). Quest’ultimo riceve le segnalazioni di operazioni sospette dagli intermediari finanziari e le trasmette alla Gdf: alle Procure, delle 50 mila segnalazioni ricevute nel 2011 dall’UIF, ne sono arrivate poche decine, quasi tutte in odore di evasione, elusione e frode, quasi nessuna di riciclaggio. Siccome l’Italia, sull’ “enforcement”, è inadempiente con l’Ocse, per fingere di fare qualcosa il governo Berlusconi si inventò l’Autorità anticorruzione, che è subito fallita e alla fine è stata sciolta perché era diventata il solito poltronificio. La Procura di Milano si era permessa di suggerire come presidente Gherardo Colombo, che aveva appena lasciato la magistratura: naturalmente invano. Un’Autorità di coordinamento dei vari organismi statali preposti a lottare contro la criminalità economica è necessaria per superare le gelosie reciproche, armonizzare le competenze, favorire lo scambio di informazioni e far sì che chiunque scopra notizie di reato sia obbligato a girarle subito alla magistratura. Cosa che oggi è lasciata alla buona volontà dei singoli e spesso avviene dopo anni, allo scadere della prescrizione. Ma, per funzionare, l’Autorità dev’essere svincolata dai partiti e dai ministeri, per sottrarre la lotta a evasione e corruzione al controllo del governo e della maggioranza del momento.

L’ “enforcement” riguarda anche la magistratura?

Certo. La Procura di Milano è sotto organico del 10 per cento per i magistrati e del 40 per cento per il personale amministrativo. La commissione Mastella, di cui facevo parte, elaborò un progetto per usare il denaro recuperato con le indagini e con le cauzioni sulle impugnazioni per autofinanziare il servizio Giustizia. Tremonti ne ha fatto tesoro e ha istituito il Fondo Unico Giustizia, che gestisce una giacenza media di 2 miliardi, ma purtroppo è diventato un bancomat del ministero dell’Economia: non un euro finisce alla Giustizia, che avrebbe bisogno di un’organizzazione al passo coi tempi, niente carta o notifiche a mano, tutto via computer e via mail. Perché gli uffici legislativi del ministero, invece di fare leggi ad personam, non progettano la Giustizia del futuro? Poi c’è l’Agenzia dei beni confiscati alle mafie: funziona male ed è diventata una dependance del ministero dell’Interno. Occorrono norme sulla confisca dei beni anche per la corruzione e per l’evasione, oggi praticamente impossibili visto che i processi finiscono regolarmente in prescrizione.

Ultimo punto: la corruzione privata.

Anche questa è prevista dalla Convenzione di Strasburgo, eppure siamo praticamente i soli a non prevederla come reato. Nei nostri processi è una costante: è impressionante il numero dei manager infedeli che derubano le loro società, tanto da diventare una delle prime cause del degrado dell’economia reale. Anche perché chi lavora contro la sua società ha tutto l’interesse a renderla sempre più opaca. E poi il reato di corruzione privata ci eviterebbe i salti mortali per punire i tangentari delle società pubblico-private, delle municipalizzate, delle joint-venture, che si trincerano dietro la loro natura di Spa anche se sono a capitale interamente o parzialmente pubblico. Si travestono da società private e negano che i loro dirigenti siano pubblici ufficiali: così, se rubano, rischiano ogni volta di farla franca. Lo stesso avviene nella corruzione internazionale, dove il sistema del “general contractor” rende difficilissimo individuare la figura del pubblico ufficiale tra gli amministratori.

Se è tutto così chiaro e risaputo, perché il governo Monti è tanto reticente su questi temi? Davvero la riforma del mercato del lavoro è più importante della lotta a corruzione ed evasione?

Bè, non credo che l’articolo 18 ci costi più dei 60 miliardi all’anno di corruzione e dei 150 miliardi all’anno di evasione. Ma, visto che in Italia si continua a parlare d’altro, mi domando perché la famosa lettera della Bce al nostro governo, firmata da Trichet e Draghi e diventata una sorta di Vangelo, non abbia messo al primo posto la lotta alla criminalità economica, questa enorme zavorra che, oltre ai danni che fa all’economia e allo sviluppo, inquina tutto il tessuto politico, culturale e civile. In una parola: la nostra democrazia. Draghi e Trichet non hanno citato la lotta alla corruzione e all’evasione perché la danno per scontata, come una precondizione di esistenza di uno Stato democratico? O perché per loro non conta? Avrei preferito se ci avessero imposto, assieme a tutto il resto, anche di adeguarci agli impegni che abbiamo preso con gli organismi a cui liberamente abbiamo scelto di aderire, per ricondurre finalmente evasione e corruzione da livelli patologici a livelli fisiologici. In ogni caso questo governo che vuole “salvare l’Italia” e “sviluppare l’Italia” deve partire da lì. Altro che articolo 18.

Lei è ottimista?

Le rispondo con la frase di un ragazzo di Zuccotti Park: “Sorrido perché il potere delle persone è molto più forte delle persone al potere”.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano - 16 febbraio 2012)

martedì 14 febbraio 2012

Altro che San Valentino, in Olanda ci si separa nel DivorceHotel

Mentre la maggior parte delle coppie nel mondo si accinge, oggi, a celebrare San Valentino a suon di cenette a lume di candele e frasi smielate come giusto condimento, nei Paesi Bassi invece coppie in crisi stanno prenotando un weekend in un divorcehotel. Un fine settimana fuori dagli schemi, non c’è che dire. Oppure è solo la modernità che avanza e stravolge sentimenti e costumi facendo passare per datata la consueta trafila che certifica la fine di un matrimonio. E allora modernità sia. Con un semplice click si ci si avventura nel mare magnum del web alla ricerca del sito “www.divorcehotel.com”, ideato da Jim Halfens.
FORMULA TRADIZIONALE – E si ha subito la certezza che l’Olanda non smentisca la sua fama per modernità e senso degli affari. Due i servizi offerti dall’hotel: per i più pigri c’è la formula tradizionale, che permette di divorziare restando comodamente a casa propria e per giunta spendendo poco. “Abbiamo 20 sedi nei Paesi Bassi – recita il sito – dove si può avere il divorzio organizzato da uno dei nostri avvocati (tariffa oraria: € 150 IVA inclusa oppure a prezzo fisso a partire da € 1.199 IVA inclusa)”.
PACCHETTO COMPLETO – Seconda opzione il “pacchetto completo”: la nuova catena di “alberghi del divorzio”, offre, alle coppie che intendono porre fine, di comune accordo, al proprio matrimonio, un pacchetto completo che comprende l’intera consulenza legale necessaria. Il costo dell’operazione è su richiesta, e parte da una base di €. 2.500,00. Naturalmente le coppie saranno soggette ad una selezione iniziale, poiché la formula weekend prevede che l’acquisizione della documentazione sia rapida, non essendo dunque possibile accettare coppie in conflitto o litigiose. Analogamente, laddove il conflitto dovesse sopraggiungere e l’accordo risultasse impossibile da raggiungere secondo gli standard descritti, la procedura verrebbe automaticamente interrotta.
BUSINNESS IN CRESCITA – Alla fine del soggiorno, agli interessati non resta che presentare la documentazione al giudice, affinché sia formalmente registrata e trascritta, in circa due settimane. L’iniziativa ha immediatamente fatto registrare un discreto successo, tanto da far ipotizzare al signor Halfens di esportarla in altri Paesi, in primis Stati Uniti e Germania. Ma, ancora più singolare, è che l’entusiasmo per l’iniziativa si è avuta per l’idea in sé, che ha suscitato molto interesse da parte di società televisive americane, per l’eventuale realizzazione di documentari e/o format ispirati da questo modello di impresa. E allora, in tempi scanditi da reality e talk show strillati, divorziare sì e perché no in diretta. Nell’idea di unire l’utile al dilettevole, col gettone di presenza ci si coprono le spese e magari ci si innamora di nuovo.

Donatella Mazza (Avanti - 14 febbraio 2012)

La preside e quel bidello trasformato in autista

La preside Anna Maria Gammeri come pensa di spiegare, lo Stato, ai ragazzi di un liceo di Messina, che occorre rispettare le regole? La loro preside è stata condannata perché usava un bidello come autista e cavalier servente per la spesa al supermercato. Eppure la dirigente è ancora lì, al suo posto. E han dovuto andarsene gli insegnanti che avevano testimoniato contro di lei.

Quella di Anna Maria Gammeri è una piccola storia esemplare. Che dimostra come, oltre ai contratti di lavoro di cui si discute in questi giorni, sia urgente mettere mano anche ad alcune storture inaccettabili nel mondo della giustizia (quasi sette anni per una sentenza di primo grado!) e della scuola. A partire dalle scelte del ministero della Pubblica istruzione: com'è possibile che, lanciando un messaggio omertoso agli studenti di quella scuola, di tutta Messina e dell'Italia intera, non si sia costituito parte civile nel processo contro quella sua dirigente che usava un bidello come lacchè?

Ma partiamo dall'inizio. Siamo nel 2005 e i magistrati ricevono un esposto. È anonimo, ma così ricco di dettagli, date, circostanze, che decidono di non buttarlo nel cestino ma di controllare se c'è qualcosa di vero. La Guardia di Finanza, come spiegherà la sentenza, si apposta e nel giro di qualche giorno accerta che è proprio così: la preside Anna Maria Gammeri utilizza un collaboratore scolastico, Nicola Gennaro, come fosse un servitore personale messo dallo Stato a sua completa disposizione.

Per cominciare, si fa venire a prendere a casa la mattina e riaccompagnare al pomeriggio come si trattasse di uno chauffeur. «Vado a prendere la preside» dice l'uomo ai colleghi uscendo di scuola. Manco fosse la cosa più normale del mondo, dirà il verdetto, ironizzando sulla tesi della difesa secondo cui l'accompagnamento della signora rientrava «nelle mansioni di servizio del Gennaro» in quanto lei non guidava «a suo dire, per scarsa inclinazione personale». Testuale: non era portata al volante...

Ma non basta. Gli investigatori accertano che la dirigente manda il bidello anche a sbrigare qualche commissione in banca e al supermercato: «In data 25 ottobre 2005, alle ore 09.25 l'autovettura condotta dal Gennaro veniva vista giungere presso l'abitazione della Gammeri, in via La Farina n.165, e fermarsi in doppia fila. Egli scendeva dal veicolo, prelevava dal cofano n.3 borse della spesa ed entrava nel portone dove è ubicata l'abitazione della dirigente scolastica».

Il magistrato convoca un po' di testimoni. Giovanna Fichera, Natale Inferrera, Sebastiano Feliciotto, Giovanni Parisi, Daniela Picciolo, Teresa Saccà, Geremia Melara... Quelli confermano: tutto vero. Gli investigatori vanno a vedere le tabelle degli straordinari e salta fuori che Nicola Gennaro risulta essere uno stakanovista infaticabile. Accumula ore su ore. «Almeno quattrocento l'anno» accusa Daniela Picciolo, della Gilda, sindacato dei docenti.

Insomma, c'è quanto basta per il rinvio a giudizio. A quel punto la Gilda chiede per la donna una sospensione cautelare. Macché: la lasciano al suo posto. Anzi, come riconoscerà la sentenza, la preside ne approfitta per creare intorno ai suoi protetti, cioè il bidello-attendente e chi altri le reggeva la corda, «un'aurea di intangibilità». Di più: ne approfitta per «disincentivare gli altri dipendenti dal presentare esposti o segnalazioni al riguardo».

Il risultato sarà sconcertante: mentre le udienze vengono rimandate una dopo l'altra (sette rinvii per arrivare alla prima udienza dibattimentale!) tutti i professori e i collaboratori che avevano testimoniato a carico della preside, sentendosi a torto o a ragione esposti a ogni genere di ripicca, chiedono uno dopo l'altro il trasferimento in un altra scuola. E il ministero, come dicevamo, non si costituisce parte civile.

Il processo, intanto, non arriva mai a chiudersi: c'è per caso lo zampino della massoneria? Se lo chiede sul suo blog il cronista Antonio Mazzeo in un articolo di denuncia. Dove ricostruirà il ruolo di Anna Maria Gammeri come «Commendatore del Sovrano Ordine Imperiale Bizantino di San Costantino il Grande» e «relatrice in importanti convegni nazionali della famiglia massonica del Supremo Consiglio d'Italia e San Marino».

Finalmente, sei anni dopo la prima denuncia e cinque dopo il rinvio a giudizio, arriva la sentenza. È il 24 ottobre 2011. Il giudice monocratico Bruno Sagone, ricordando che tutte le deposizioni dei testimoni «appaiono perfettamente sovrapponibili, concordando univoche nello stigmatizzare questa "cosa un po' curiosa" che appariva prassi costante ("li vedevo sempre", "tutte le mattine", "era un'abitudine")» sancisce che la donna ha compiuto «"artifici e raggiri" finalizzati a conseguire, tramite l'uso privatistico dei propri poteri e funzioni, un ingiusto profitto». E la condanna la preside a 10 mesi di reclusione e 400 euro di multa. Quanto al bidello, 7 mesi e 300 euro di pena pecuniaria. Pene evaporate per entrambi grazie al condono del 2006.

Da allora, come sottolinea scandalizzato un comunicato del coordinatore nazionale della Gilda, Rino Di Meglio, la preside e il bidello sono ancora al loro posto. Nonostante sia «prioritaria la tutela dell'interesse pubblico che si concretizza nel ripristino della legalità e della serenità dell'ambiente del suddetto liceo». E il ministero? Tace. Proprio un bel segnale di pulizia e di legalità, per gli alunni di quella scuola...

Gian Antonio Stella (Corriere della Sera - 14 febbraio 2012)


domenica 12 febbraio 2012

Solo un onorevole su quattro ha rivelato il suo patrimonio

Solo 224 parlamentari su 945, cioè uno su quattro, sono disposti ad alzare il velo sui loro patrimoni e redditi, accettando che siano pubblicati online sul sito di Camera e Senato. In questo modo sono in grado di consultarli tutti i 50.276.247 elettori e non solo (com'è ora) quelli - pochissimi - che si recano negli uffici del Parlamento per prenderne visione su documenti cartacei. L'operazione trasparenza via web, promossa dalla deputata
radicale Rita Bernardini, ha trovato, però, la resistenza dei Questori, che s'erano opposti appellandosi ad argomentazioni giuridiche. Il presidente Fini ha poi deciso di consentirne la pubblicazione previa la sottoscrizione
di una liberatoria. Ma appena una piccola parte di senatori e deputati ha accettato di firmarla: 139 del Pd, 42 del Pdl, 4 della Lega Nord, 12 dell'Idv, 8 dell'Udc, 5 di Fli e i restanti del Gruppo Misto.

Ecco alcuni dei parlamentari che hanno acconsentito alla pubblicazione dei propri patrimoni:

Brunetta - Da Ravello alle Cinque Terre proprietà con panorama-mare.
Inizia la legislatura - ancora single - vantando una casa con terreno a Ravello (Salerno), una a Monte Castello di Vibio (Perugia), una a Roma e un'altra a Venezia. Viaggia, a scelta, su una Fiat 500 del '68, su una Lada Niva o una Jeep Wrangler. Esibisce un 740 da 228 mila euro. Nel 2009, mentre è ministro della Funzione pubblica, acquista per 40mila euro una casa di 40 metri quadri, con giardino di 400 (da ristrutturare), a Riomaggiore, alle Cinque Terre (La Spezia). Il reddito negli anni successivi passa a 182 mila, 310 mila e 279 mila.

Veltroni - Un reddito super fino al 2007 poi nel 2011 scende a 136 mila.
Walter Veltroni viene eletto nel 2008 presentando un reddito 2007 invidiabile, 477 mila euro. Paga 198mila euro di tasse. Con ogni probabilità, agli emolumenti politici si sommano le royalty delle vendite dei suoi libri. Una volta eletto, l'imponibile dell'ex segretario democratico ha un brusco calo, quasi si dimezza passando nel 2009 (relativo all'anno prima) a 238mila mila e a 214mila l'anno successivo. Ma nel 2011 (rispetto al 2010), il reddito si riduce a 136 mila.

Maroni - Una casa a Varese, un terreno anche una barca per l'ex ministro.
Tra i "beni mobili iscritti in pubblici registri" di proprietà di Maroni Roberto-Ernesto risultano, nel 2008, una barca di sedici metri (una quota del 33%) immatricolata nel 1980, due Fiat Panda e un'Audi A4. Dichiara fabbricato più terreno a Lozza, vicino a Varese, e dichiara un imponibile di 220 mila euro (di cui 90 da lavoro autonomo). Negli anni successivi acquista un immobile a Varese con la consorte. E vende un'auto. Mentre è ministro non esercita la professione di avvocato, e dunque il reddito scende a 170 mila euro.

Bersani - Il leader pd a quota 137 mila euro e allega lo stipendio della moglie.
Pier Luigi Bersani dichiara nel 2008 50 mila euro di spese elettorali per approdare alla sedicesima legislatura. Il segretario Pd pare non amare le auto made in Italy visto che dichiara due auto d'Oltralpe (Renault Megane e Twingo). Il suo reddito oscilla da 163mila euro nel 2007, a 150, 137 e 136 mila negli anni successivi. Il politico democratico allega al suo anche il 740 della moglie, che ha un reddito complessivo di 15mila euro. Al netto delle tasse, la signora Bersani guadagna all'incirca mille euro al mese.

Di Pietro - Un appartamento a Bruxelles e investimenti a Montenero.
Antonio Di Pietro, nel 2008, denuncia di possedere sei fabbricati, uno persino a Bruxelles (ma solo al 50%), uno a Curno (Bg), e poi a Montenero di Bisaccia (Cb). L'appartamento a Milano è di una Srl, Antocri, di cui è proprietario. Viaggia su una Hyundai Santa Fè, dichiara 219mila euro, ed ha 26mila azioni Enel. Negli anni successivi cessa l'usufrutto dei fabbricati a Bergamo e Milano, vende Curno, compra e vende terreni e fabbricati nella sua zona natia. E si libera della Santa Fè. Il suo reddito si assesta alla fine intorno ai 190mila euro.

Bonino - Immobili e 217 mila euro di reddito ma il 70 per cento va ai Radicali.
Emma Bonino, stando al suo stato patrimoniale, nel 2010 ha incassato un reddito complessivo di 217 mila euro (compresa la pensione da parlamentare europea di 17 mila euro). Di questi, però, ne ha versati al partito Radicale, stando alla documentazione presentata, 158 mila. Per essere eletta, ha speso 447 euro in volantini. Il suo patrimonio immobiliare è composto da un negozio a Roma, in piazza della Malva, un fabbricato a Roma, un box a Bra (Cn), e una casa ad Alassio, in Liguria.

Casini - Azioni del Monte dei Paschi e quote in sei fabbricati.
Pier Ferdinando Casini, appena eletto, dichiara 150mila euro e di essere proprietario di sei fabbricati (ma in quote che vanno da un sesto al 50%), a Bologna. Nel 2008 ha 489 azioni San Paolo, 115 Unicredito Italiano e 400 della Banca Alto Reno Lizzano in Belvedere. Ma negli anni successivi il leader Udc incrementa il suo portafoglio azionario acquistando 13 mila azioni del Monte dei Paschi di Siena. E svariati titoli stranieri: dai tedeschi Solarword, Basf e Siemens ai francesi Peugeot e Citroen, dagli spagnoli della Telefonica Sa ai lussemburghesi D'Amico Shipping Luxemburg.

Della Vedova - Un rustico da 200 metri, azioni e un reddito da 126 mila euro.
Benedetto Della Vedova (uno dei quattro di Fli ad aver accettato la pubblicazione online dei dati fiscali), nel 2008 dichiara di aver un rustico a Tirano, vicino a Sondrio, un alloggio a Milano di sessanta metri quadri e una Fiat Croma. Dichiara 126 mila euro. Gli anni successivi acquista una Sedici, il rustico cresce da 75 a 200 metri quadri, e il portafoglio azionario s'arricchisce di azioni del Credito Valtellinese, del Fondo Carmignac. Nel 2011, l'anno in cui i finiani furono cacciati dal Pdl, stipula una polizza vita rivolgendosi al Capital Progress di Allianz.

Alberto Custodero (La Repubblica - 12 febbraio 2012)

Come (è possibile) cambiare gli italiani?

Se davvero Mario Monti volesse cambiare il modo di vivere degli italiani, Giulio Andreotti dovrebbe aggiornare la sua massima: i pazzi non sono soltanto quelli che credono di essere Napoleone e riformare le Ferrovie dello Stato. Ma il presidente del Consiglio non è pazzo. Semmai silenziosamente euforico e, di conseguenza, incauto. Perché bisogna abbandonare ogni cautela per dire agli italiani una cosa semplice e ovvia come questa: «Qualsiasi riforma sarà effimera se non entra gradualmente nella cultura della gente».

Non credo che Mario Monti, nella sua intervista a Time, intendesse «bocciare gli italiani», come riassume il Giornale . Ma è evidente: non intende neppure assolverci e applaudirci qualsiasi cosa facciamo. È questa la tentazione di ogni leader in ogni tempo e in ogni Paese: si chiama populismo, e porta prima illusioni, poi amare sorprese. Un leader non ha facoltà di condurre; ne ha il dovere. Se seguisse tutti gli istinti dei suoi elettori, in cambio di popolarità e voti, farebbe il loro male. Non è così che si aiutano le nazioni a crescere (neppure i figli).

Noi italiani non dobbiamo diventare qualcos'altro. Possiamo tenerci tutte le nostre virtù, frutto di secoli di storia, e lavorare sulle nostre debolezze, figlie di recenti sciatterie. Le prime sono inimitabili, e ci vengono invidiate nel mondo. Le seconde sono correggibili, e quasi sempre frutto di furbizie, ingordigia, pressapochismi e disonestà, denunciate sempre con squilli di retorica, ma sostanzialmente impunite. Le sanzioni italiane infatti sono sempre spaventose, lentissime e improbabili; quando dovrebbero essere moderate, rapide e certe.

Anni di viaggi e di mestiere mi hanno portato a incontrare italiani in tutti gli angoli del mondo: credo di sapere cosa ci ha danneggiati e cosa ci ha aiutati. Ci hanno danneggiato l'intelligenza (asfissiante), l'inaffidabilità, l'individualismo, l'ideologia e l'inciucio. Ci hanno aiutato la gentilezza, la generosità, la grinta, il gusto e il genio. Soprattutto il genio di trasformare una crisi in una festa - ed è quello che potremmo fare anche stavolta, se saremo determinati e fortunati.

A costo di sembrare retorico, riscrivo una splendida frase di Luigi Barzini Jr, talvolta accusato di denigrare l'Italia (che invece capiva bene e amava molto): «Essere onesti con se stessi è la miglior forma di amor di patria». Un concetto che molti patrioti da strapazzo - in ogni Paese - non capiscono. Difendono orgogliosamente l'indifendibile, irritando chi sarebbe disposto a comprendere. Il motto di costoro è «I panni sporchi si lavano in famiglia!» - dimenticando che chi sceglie questa soluzione i panni nazionali non li lava mai, e va in giro con i vestiti che mandano cattivo odore.

Noi italiani non abbiamo alcun bisogno di rifugiarci in queste tattiche difensive: siamo un grande popolo con alcune debolezze. Quasi sempre, purtroppo, spettacolari. Qualche esempio? Altre culture hanno prodotto malavita organizzata - spesso frutto di un'idea degenerata di famiglia - ma soltanto la mafia ha creato tanta letteratura, tanto cinema e tanta televisione. Molte belle città hanno attraversato momenti difficili: ma Roma e Napoli sono riuscite a trasformare problemi normali (immondizia e neve) in pasticci clamorosi, fornendo sfondi gloriosi a polemiche imbarazzanti. Alcuni Paesi importanti hanno eletto leader teatrali: ma nessuno ha eletto (tre volte!) un personaggio come Silvio Berlusconi, vero detonatore di stereotipi. A proposito: Mario Monti è sincero quando dice che il predecessore, lasciando il campo e sostenendo l'attuale governo, «guadagna terreno nella sua credibilità, reputazione e autorevolezza» (anche perché, diciamolo, partiva piuttosto indietro).

In una recente pubblicazione del Reuters Institute for the Study of Journalism (Oxford University), l'autore - Paolo Mancini, professore a Perugia - titola così il capitolo conclusivo: «Are the Italians bad guys?», gli italiani sono grami? La sua risposta, e la nostra, è negativa. È vero tuttavia che - dopo l'illusione di Mani Pulite, trasformata da catarsi in farsa - l'autoindulgenza è diventata la norma italiana. «La gente è buona, lo Stato è cattivo!». Come se non fossimo noi - la gente - a impersonare, rappresentare, ingannare e mungere lo Stato nelle sue varie forme.

Ma l'Italia non è come gli orologi, che avanzano regolarmente. È come i bambini: cresce a balzi irregolari, di solito quando uno non se lo aspetta. Abbiamo visto l'abisso finanziario, nei mesi scorsi, e insieme la possibilità della fine di una convivenza basata sul lavoro, il risparmio e i reciproci aiuti familiari (quelli leciti e lodevoli, ci sono anche gli altri). Nella nostra vita pubblica c'è un aspetto operistico che gli osservatori stranieri - bramosi di metafore colorate e comprensibili - non mancano mai di notare: gli italiani applaudono il tenore fino al momento in cui lo cacciano dal palco a suon di fischi, pronti ad accoglierne un altro. Lo stesso abbiamo fatto con chi ci governa: la musica non cambia.

Credo che abbiamo improvvisamente capito alcune cose - tutti, anche chi si rifiuta di ammetterlo per questioni ideologiche (quarta «i», vedi sopra). Non possiamo pretendere servizi sociali nordeuropei mantenendo comportamenti fiscali nordafricani. Non possiamo permetterci buone scuole, buoni ospedali e buone strade se le risorse finiscono nell'economia malavitosa (140 miliardi), nelle banche svizzere (120 miliardi), in corruzione, rendite ingiustificate e sprechi. Non possiamo andare in pensione quando siamo ancora attivi, per essere mantenuti da giovani che manteniamo inattivi (chiudendo loro il mercato del lavoro).

Non siamo previdenti come la formica della favola; ma siamo troppo smaliziati per non intuire il destino della cicala. È un inverno allegoricamente perfetto, quello che stiamo attraversando: duro e freddo, così poco adatto a una nazione considerata solare, nelle semplificazioni del mondo.

La sensazione - la speranza - è che noi italiani ci siamo convinti di una cosa: la gentilezza, la generosità, la grinta, il gusto e il genio possono portarci lontano; l'intelligenza (asfissiante), l'inaffidabilità, l'individualismo, l'ideologia e l'inciucio ci stavano conducendo nel baratro. La nostra è una saggezza preterintenzionale, ma ci ha salvato diverse volte della storia. È il senso del limite: inconfessabile, per gente che ama presentarsi come spontanea, emotiva e sregolata (ascoltate/guardate le pubblicità delle automobili: il commercio conosce chi vuol sedurre).

È presto per sapere se qualcuno saprà interpretare queste novità, e offrire tra un anno un prodotto elettorale all'altezza delle nuove aspirazioni. Per ora possiamo assistere al distacco del prodotto vecchio, che si allontana nel cosmo politico a velocità vertiginosa: oggi Santanché sembra il nome di un satellite di Saturno (come il piccolo Febe, l'unico con moto di rivoluzione retrogrado).

Di sicuro c'è chi, nel mondo, è disposto a darci credito. È un esame? Certo: non finiscono mai, per tutti i Paesi. Le reputazioni nazionali esistono: negarlo può essere consolante, ma è inutile. Sono fatte di tante cose: di storia e di economia, di eroismi e di serietà, di salite e di ricadute, di conquiste e di disastri, di comparse e di protagonisti. La sensazione è che Mario Monti sia servito, ai tanti nostri amici nel mondo, per poter dire a quelli cui stiamo meno simpatici: «Visto? L'Italia è anche questa».

Ed è un'Italia - questa - che in tutti i continenti hanno imparato a conoscere e ad apprezzare: fa quello che dice, e dice quello che fa. Negli uffici e negli ospedali, nelle aziende e nelle università, nei ristoranti e negli alberghi, nelle organizzazioni non governative e nelle nostre rappresentanze all'estero c'è tanta gente che non meritava di diventare lo zimbello del mondo. «II misero uccelletto al quale i cacciatori tirano con la funicella la gamba, per farlo saltare» - evocato in autunno da Emma Marcegaglia - non è diventato di colpo un'aquila; diciamo che si è slegato, è scomparso e non lo rimpiangeremo.

Non è mai esistito un complotto internazionale contro l'Italia e la sua reputazione: esiste invece un'informazione vorticosa, che cerca notizie succose, le mastica e le risputa. L'opinione pubblica internazionale è vorace e frettolosa: sempre, comunque e verso tutti. Tende alla semplificazione e cerca occasioni. Ieri trovava quelle per deriderci (esageratamente), oggi scopre quella per applaudirci (prematuramente?). La narrazione internazionale cerca trame, svolte e volti. In pochi mesi l'Italia ne ha fornito in abbondanza: la maschera di Silvio e il sudario di Mario; una società gaudente disposta ad accettare la penitenza; il Paese più divertente d'Europa che diventa decisivo: anche per l'America pre-elettorale e il suo banchiere cinese.

Stiamone certi, tuttavia: anche queste novità, presto, sbiadiranno. Sarà allora che dovremo provare d'essere seri, e dimostrare d'aver scelto, tra le nostre diverse anime, quella sana e realista. Noi italiani - lasciatemelo ripetere - abbiamo qualità permanenti e difetti rimovibili. Quando decidiamo di essere seri e affidabili, non ci batte nessuno, e tutti ci ammirano. Perché gentilezza, generosità, grinta, gusto e genio - salvo eccezioni, e purtroppo non sono poche - ci vengono spontanei. Sono le qualità che mancano ai nostri critici. E questo, statene certi, non ce lo perdoneranno mai.

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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