"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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domenica 17 giugno 2012

Terremoto Abruzzo, i soldi degli Sms imboscati dalle banche

Gira e rigira sono finiti alle banche i 5 milioni di euro arrivati via sms dopo il terremoto dell’Aquila sotto forma di donazione. E la loro gestione è stata quella prevista da qualsiasi rapporto bancario: non è bastata la condizione di “terremotato” per ricevere un prestito con cui rimettere in piedi casa o riprendere un’attività commerciale distrutta dal sisma. Per ottenerlo occorreva – occorre ancora oggi – soddisfare anche criteri di “solvibilità”, come ogni prestito. Criteri che, se giudicati abbastanza solidi, hanno consentito l’accesso al credito, da restituire con annessi interessi. I presunti insolvibili sono rimasti solo terremotati. Anche se quei soldi erano stati donati a loro. Il metodo Bertolaso comprendeva anche questo. È accaduto in Abruzzo, appunto, all’indomani del sisma del 2009. Mentre Silvio Berlusconi prometteva casette e “new town”, l’ex numero uno della Protezione civile aveva già deciso che i soldi arrivati attraverso i messaggini dal cellulare non sarebbero stati destinati a chi aveva subito danni, ma a un consorzio finanziario di Padova, l’Etimos, che avrebbe poi usato i fondi per garantire le banche qualora i terremotati avessero chiesto piccoli prestiti. E così è stato. Le donazioni sono confluite in un fondo di garanzia bloccato per 9 anni. Un fondo che dalla Protezione civile, due mesi fa, è stato trasferito alla ragioneria dello Stato. La quale, a sua volta, lo girerà alla Regione Abruzzo. E di quei 5 milioni i terremotati non hanno visto neanche uno spicciolo. Qualcuno ha ottenuto prestiti grazie a quel fondo utilizzato come garanzia, ma ha pagato fior di interessi e continuerà a pagarne. Altri il credito se lo sono visto rifiutare.

L’emergenza - Bertolaso, allora, aveva pieni poteri. Come capo della Protezione civile, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma soprattutto nella veste di uomo di fiducia del premier Silvio Berlusconi. I primi soldi che Bertolaso si trovò a gestire furono proprio i quasi 5 milioni donati dagli italiani con un semplice messaggio del cellulare. Ma lui, “moderno” nella sua concezione di Protezione civile, decise che i milioni arrivati da tutta la penisola sarebbero stati destinati al post emergenza e alle banche, non all’emergenza. Questo aspetto non venne specificato al momento della raccolta, ma Bertolaso avevailpoteredidecidere a prescindere. Spedì poi un suo emissario alla Etimos di Padova, consorzio finanziario specializzato nel microcredito, che raccoglie al suo interno, attraverso una fondazione, molti soggetti di tutti i colori, da Caritas a Unipol.

I numeri - Quello che è successo in questi 3 anni è molto trasparente, al contrario della richiesta di donazione via sms che non precisò a nessuno dove sarebbero finiti i soldi. Nemmeno a un ente, la Regione Abruzzo che, paradossalmente, domani potrebbe usare quei soldi per elicotteri o auto blu. La Etimos, accusata nei giorni scorsi su alcuni blog di aver gestito direttamente il patrimonio, ci ha sì guadagnato, ma non fatica ad ammettere come sono stati usati i soldi: dei 5 milioni di fondi pubblici messi a disposizione del progetto dal dipartimento della Protezione civile, 470 mila euro sono stati destinati alle spese di start-up e di gestione del progetto, per un periodo di almeno 9 anni; 4 milioni e 530 mila euro invece la cifra utilizzata come fondo patrimoniale e progressivamente impiegata a garanzia dell’erogazione dei finanziamenti da parte degli istituti di credito aderenti. Intanto sono state 606 le domande di credito ricevute (206 famiglie, 385 imprese, 15 cooperative). Di queste 246 sono state respinte (85 famiglie, 158 imprese, 3 cooperative) mentre 251 sono i crediti erogati da gennaio 2011 a oggi per un totale di 5.126.500 euro (famiglie 89/551mila euro, imprese 153/4 milioni 233mila e 500 euro, cooperative 9/342mila euro). Infine 99 domande sono in valutazione (68 famiglie, 28 imprese, 3 coop).

Gli aiuti e le banche - Al termine dell’operazione quello che è successo è semplice: i soldi che le persone hanno donato sono serviti a poco o a niente. Non sono stati un aiuto per l’emergenza, ma – per decisione di Bertolaso – la fase cosiddetta della post emergenza. Che vuol dire aiuti sì, ma pagati a caro prezzo. Le persone si sono rivolte alle banche (consigliate da Etimos, ovviamente) e qui hanno contrattato il credito. Ma chi con il terremoto è rimasto senza un introito di quei soldi non ha visto un centesimo. Non è stato in grado neppure di prendere il prestito perché giudicato persona a rischio, non in grado di restituire il danaro.

Che fine han fatto gli sms? - I terremotati sono stati praticamente esclusi. Se qualcosa hanno avuto lo hanno restituito con un tasso d’interesse inferiore rispetto agli altri, ma pur sempre pagando gli interessi. Chi ha guadagnato sono le banche, sicuramente, e la Regione Abruzzo che, al termine dei 9 anni stabiliti, si troverà nelle casse 5 milioni di euro in più. Vincolati? Questo non lo sappiamo. Ne disporrà come meglio crede, sono soldi che entreranno nel bilancio.

La posizione di Etimos - Fino a oggi, scoperto il metodo Bertolaso, il consorzio finanziario Etimos si è preso le accuse. Ma il presidente dell’azienda padovana al Fatto Quotidiano spiega che il loro è stato un lavoro pulito e trasparente. “Se qualcuno ha mancato nell’informazione”, dice il presidente Marco Santori, “è stata la Protezione civile che doveva precisare che i soldi erano destinati al post emergenza e non all’aiuto diretto. Noi abbiamo fatto con serietà e il risultato è quello che ci era stato chiesto”.

Emiliano Liuzzi (Il Fatto Quotidiano del 16 giugno 2012)

sabato 16 giugno 2012

Grillo contro Maciste

Le accaldate dichiarazioni dei politici su Beppe Grillo sono uno spettacolo impagabile, da scompisciarsi. Tutti contro uno, come contro la Lega delle origini. Sono talmente terrorizzati da non notare la ridicolaggine di un’intera classe politica, seduta su 2,5 miliardi di soldi pubblici camuffati da rimborsi, padrona del governo e del Parlamento nonché di tutti gli enti locali, ben protetta da Rai, Mediaset e giornaloni, infiltrata in banche, assicurazioni, aziende pubbliche e private, Tav, Cl, P2, P3, P4, ospedali, università, sindacati, coop bianche e rosse, confindustrie, confquesto e confquello che strilla come un ossesso contro un comico e un gruppo di ragazzi squattrinati, magari ingenui, ma armati solo delle proprie idee e speranze.

Il presidente della Repubblica che commemora la Liberazione dal nazifascismo lanciando moniti, anzi anatemi contro un comico (“il qualunquista di turno”), è cabaret puro. Dice che “i partiti non hanno alternative”: ma quando mai, forse per lui che entrò in Parlamento nel ’53 senza più uscirne. Tuona contro l’“antipolitica” (e ci mancherebbe pure, vive di politica da 60 anni). Ma non si accorge che nessuno ha mai delegittimato i partiti e la politica quanto lui, che sei mesi fa prese un signore mai eletto da nessuno, lo promosse senatore a vita e capo di un governo con una sola caratteristica: nessun ministro eletto, tutti tecnici più qualche politico travestito da tecnico.

E non se ne avvedono neppure i giornaloni che dedicano all’ultimo monito pensosi editoriali dal titolo “Il tempo è scaduto”. Se un comico parla del capo dello Stato e lo sbeffeggia, è normale, mentre non s’è mai visto un capo dello Stato che parla di un comico, per giunta neppure candidato, per dirgli quel che deve fare o dire. Napolitano contro Grillo è roba da “Totò contro Maciste”. Ma il meglio, come sempre, lo danno i partiti. Anche una personcina ammodo come Guido Crosetto del fu Pdl riesce a dire che Grillo gli ricorda “il fascismo”, anzi “il razzismo”, anzi “il nazifascismo”, anzi “Goebbels” in persona. Le pazze risate. Grillo dice che, se Napolitano difende i partiti, è “il presidente dei partiti”: logica pura, ma per Bersani è “insulto”. Segue minacciosa diffida per leso monito: “Grillo non si permetta di insultare Napolitano, non si arrischi a dire cosa direbbero i partigiani se tornassero: loro saprebbero cosa dire dell’Uomo Qualunque”. Brrr che paura.

Livia Turco lacrima in tv perché la gente ce l’ha con i politici e non si capacita del perché. Casini intima a Grillo di “entrare in Parlamento a misurarsi coi problemi concreti” e “smetterla con le chiacchiere”. Perché se no? Forse dimentica che Grillo in Parlamento entrò tre anni fa, per portare le firme di 300 mila cittadini su tre leggi d’iniziativa popolare: ma, siccome prevedevano l’incandidabilità dei pregiudicati, il limite di due legislature per i parlamentari e una legge elettorale democratica al posto del Porcellum, i partiti le imboscarono tutte e tre. Anche perché, con quelle, l’Unione dei Condannati si sarebbe estinta e gli altri partiti quasi. Siccome Dio acceca chi vuole rovinare, i partitocrati seguitano a confondere le cause con gli effetti. Grillo l’hanno creato loro: rifiutando le sue proposte, asserragliandosi a palazzo, barricando porte e finestre, alzando i ponti levatoi per tenere lontani dalla politica i cittadini e rovesciando su di loro pentoloni d’olio, anzi di merda bollente.

E ora che, al borsino della fiducia, raccolgono tutti insieme il 2%, non trovano di meglio che fare l’ammucchiata: ABC, il Trio Alfanobersanicasini, vanno in giro a braccetto per far numero e volume, annunciando riforme elettorali, leggi sui partiti, tagli alla casta, norme anti-corruzione e misure per la crescita che nessuno farà mai. Più gli elettori si allontanano, più i capi si avvicinano, illudendosi di riempire il vuoto da essi stessi creato. Sfilano al proprio funerale come se il morto fosse un altro.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano, 28 Aprile 2012)


venerdì 15 giugno 2012

"Senza programmi la politica si suicida" la crisi dei partiti spiegata da Maltese

"Non importa chi ma cosa". E' questa la massima che Curzio Maltese offre al pubblico della libreria Ambasciatori di Bologna in cerca di idee e ragionamenti per intepretare la crisi dei partiti. Crisi dei partiti, ma non certo di interesse per la politica vista la quantità di gente che affolla anche questa sala cittadina e che segue l'evento via web. Per questo appuntamento "la Repubblica delle idee" ha scelto infatti il format del "Twitter time", una modalità di interlocuzione che sfrutta il successo del social network "a 140 caratteri" permettendo agli iscritti di formulare le loro domande e rilanciarle in rete "cinguettando".

Tra interventi della sala e richieste via web, i temi di attualità finiscono per essere trattati tutti quanti: dalle nuove nomine Rai alla legge sul finanziamento dei partiti, dal voto che ha salvato il senatore Sergio De Gregorio all'ascesa del Movimento 5 Stelle. Tutto ruota però intorno al desiderio di capire come si esce da questa fase di transizione in cui tutto appare possibile, nel bene come nel male. "E' davvero finita la fase dei partiti azienda e quelli del leader?", "Il Pd sarà in grado di autoriformarsi?", "Come si smascherano il populismo e la falsa democrazia del web"?: le domande sono moltissime, ma alla fine il succo del ragionamento che Maltese sviluppa insieme al pubblico è preciso e sintetico.

"Quello che davvero manca - chiarisce il commentatore politico di Repubblica - sono due programmi distinti che ci illustrino due modelli di economia, di società e di Europa contrapposti. E' quanto sta avvenendo in Francia e in Germania, dove le proposte delle forze conservatrici e di quelle socialiste si stanno divaricando sempre di più. Grillo va ripetendo che bisogna leggere il suo programma, ma la verità è che un programma non ce l'ha. La parte economica manca completamente e non mi pare una mancanza da poco. Pizzarotti sarà pure una brava persona ma non ci ha ancora spiegato come pensa di sanare un buco di bilancio da oltre un miliardo".

"Io - conclude Maltese - sono disposto a votare anche Zeman, uno dei pochi intellettuali rimasti, purché presenti un programma molto semplice ma chiaro che punti a ridistribuire il reddito, istituire una patrimoniale, potenziare lo stato sociale anziché smantellarlo e fare una vera lotta all'evasione che vada oltre i blitz nelle località di vacanza".

Valerio Gualerzi (La Repubblica - 15 giugno 2012)

mercoledì 13 giugno 2012

Beppe Grillo: “Non fregheranno i 5 stelle con Saviano, Passera o Montezemolo”

Ora mi tocca diventare moderato, sennò questi partiti spariscono troppo rapidamente. Sono anni che dico che sono morti, ma insomma, fate con calma, non esagerate a prendermi alla lettera…”.

Beppe Grillo se la ride mentre strimpella la sua pianola canticchiando su una base vagamente jazz, nel salotto della sua villa bianca con vista sul mare di Sant’Ilario (Genova). Accanto c’è quella rossa dove viveva Bartolomeo Pagano, l’attore che interpretava Maciste nei kolossal degli anni ’10 e ’20, ora abitata dai suoi eredi. Ma “Grillo contro Maciste” è un film che rischia di uscire presto dalle sale: l’ultimo sondaggio di La7 dà i Cinquestelle al 20 per cento, seconda davanti al Pdl, a 5 punti dal Pd.

“Se ne stanno andando troppo in fretta. Io faccio di tutto per rallentare, mi invento anche qualche cazzata per dargli un po’ di ossigeno, ma non c’è niente da fare, non si riesce a stargli dietro. Devo darmi una calmata nell’attaccare i partiti, anzi devo convincere la gente a fare politica, a impegnarsi, a partecipare. È una fase nuova, dobbiamo cambiare un po’ tutti, anch’io. La liquefazione del sistema è talmente veloce che domani rischiamo di svegliarci e non trovarli più. E poi come si fa? Non siamo pronti a riempire un vuoto così grande”. In casa, alla spicciolata per il pranzo, arriva l’intero Comitato Centrale del terribile M5S: il fratello maggiore Andrea, pensionato, la moglie Parvin e i figli più piccoli Rocco, 18 anni, e Ciro, 11. Andrea ha già letto tutti i giornali e fa la rassegna stampa al volo. Parvin dice che Renzo Piano telefona in continuazione per sapere come sta Beppe, ha paura per lui dal primo V-Day. Rocco non sopporta che il padre venga riconosciuto per strada, lo vorrebbe sempre col casco della moto in testa. Per Ciro invece, che si allena in giardino col pallone contro le finestre, un po’ di popolarità non guasta. “Ma cosa scrivi, facciamo due chiacchiere e basta. Per le interviste è presto, lasciami godere ancora qualche giorno lo spettacolo. Poi penseremo al Parlamento, che lì le rogne cominciano per davvero”.

Come te lo immagini, il prossimo Parlamento?
Me lo sogno pieno di rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di gente perbene. Ragazzi, professori, esperti. I nostri di Cinquestelle, i No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri referendari. Mi sa che, almeno per ‘sto giro, qualche avanzo travestito dei vecchi partiti ce lo ciucciamo ancora. Vediamo se ce la fanno a mettersi tutti insieme, in ammucchiata, quelli che adesso tengono su Monti: allora noi ce ne staremo soli all’opposizione. Magari ci troviamo il povero Di Pietro, mi sa che stavolta non lo vuole nessuno”.

I partiti preparano liste civiche-civetta per sfruttare l’onda.
Poveretti, si illudono di copiarci: mettiamo un Saviano qui, un Passera lì, un Montezemolo là. Partono dall’alto, non capiscono che noi abbiamo fatto l’esatto contrario. Siamo partiti dal basso e da lontano. Io ho cominciato vent’anni fa girando il mondo, visitando laboratori, intervistando ingegneri, economisti, ricercatori, premi Nobel. Ho rubato conoscenze ai grandi. Mi sono informato, mi son fatto un culo così, anche se molti mi prendono per un cialtrone improvvisatore. E ora questi pensano di metter su movimenti in quattro e quattr’otto: ma lo sanno che fra otto mesi devono presentare le liste? Fanno tenerezza, quasi quasi faccio il tifo per loro. Ma non ce la fanno.

Il rischio è che fra qualche mese scavalchiate pure il Pd.
Non mi ci far pensare. Cinquestelle primo partito, col premio di maggioranza della porcata Calderoli che non riescono a cancellare, 300 deputati…

E Napolitano che ti chiama per formare il nuovo governo.
Eh no eh, io mica mi candido.

Ma il premier può benissimo non essere un parlamentare.
Allora ci vado solo per vedere la faccia che fa Napolitano quando gli dico: ‘Presidente, stavolta l’ha sentito il boom?’.

Poi però vi tocca governare.
A me no, figurati, non ci casco. L’ho detto e lo ripeto, io nel palazzo non ci entro: non mi lascio ingabbiare. Preferisco restare un battitore libero, un franco tiratore. Ma troveremo persone competenti e oneste per fare il premier e i ministri. Con i nostri candidati abbiamo già saltato due generazioni, vista l’età media che hanno i partiti. Ma per le politiche vorrei scendere ancora: l’ideale è sotto i 30 anni. Sopra, la gente ha già il Dna corrotto dall’organizzazione-partito. E poi ci inventiamo un meccanismo di democrazia partecipativa per far governare i cittadini.

Ci vorrà anche un programma.
Fosse dipeso da me, ci saremmo fermati ai comuni e alle regioni, il movimento è nato dimensionato sulle realtà locali. Il Parlamento è fatto su misura dei partiti. Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta gente? Ci costringono a presentarci alle politiche.

Ma il programma?
Intanto ne abbiamo uno che non è niente male. Poi, ovvio, per le politiche dovremo cambiarlo, rimpolparlo, ampliarlo, dopo averlo discusso in rete. Cambieremo anche il blog, che ha i suoi anni: 2-300 mila contatti unici al giorno e, per accessi ai vari social network, mi dicono che siamo secondi solo a Obama. E siamo in Italia, con un quarto della popolazione americana e la connessione a singhiozzo.

Il problema della democrazia interna al movimento, che già fa discutere, quando entrerete in Parlamento con decine di parlamentari esploderà. Non è il caso di prepararsi per tempo con una qualche forma di struttura elettiva interna?
Non voglio sentir parlare di strutture. Siamo un movimento orizzontale, se ti sviluppi in verticale diventi un partito. Poi lo so anch’io che ci sono i dissidi, le divisioni, un Meetup contro l’altro. I gruppi storici, i mitici, i preistorici… come i New Trolls.

In quel caso, con due o tre Meetup che rivendicano il marchio per fare la lista, come vi regolate?
È capitato a Torino e a Genova. Prima ho provato a fare da paciere, fatica sprecata. Allora ho scelto i primi che mi han portato la lista con tutti i crismi. Adesso vanno abbastanza d’accordo.

Ma dovrete scegliere i candidati, che poi saranno inevitabilmente nominati con questa legge elettorale. Il gruppo parlamentare dovrà avere un coordinamento, altrimenti su ogni votazione ciascuno va per conto suo. E, senza una politica delle alleanze, rischiate l’irrilevanza.
Calma, una cosa alla volta. Le alleanze certo, se necessario le faremo, ma solo sulle cose da fare, e in forme trasparenti, senza giochini sottobanco.

I candidati come li sceglierete?
Abbiamo otto mesi per decidere. Su 200 mila iscritti al movimento – esclusi ovviamente i sindaci, i consiglieri comunali e regionali che non potranno correre perché devono completare il loro mandato – troveremo i nomi giusti. Ma li sceglieremo in rete, e così le procedure per sceglierli. Certo non mi metto a selezionarli io.

Finora come vi siete regolati?
Semplice. Il Meetup locale indica i candidati, mi manda i documenti di residenza e la fedina penale e, se è tutto in regola, se nessuno ha avuto più di un mandato elettivo con altri partiti, può usare il simbolo di Cinquestelle sulla lista. Ora è chiaro che, per le elezioni nazionali, dovremo cambiare. Ma il principio resta valido: niente condannati, niente riciclati, competenza e professionalità, scelta dal basso. Se qualche cialtrone si infiltra, la rete lo smaschera subito. Parliamo di buonsenso e onestà, mica di chissà quale rivoluzione.

Così anche per eventuali ministri?
No, i ministri devono essere esperti nelle loro materie. Ci vuole una selezione molto più stringente: vedremo.

Le “materie” e le “cose da fare” sono tutt’altro che scontate. Chi decide come si vota sull’euro, sulla politica estera, sulla cittadinanza, sull’immigrazione, sulla bioetica e le altre grandi questioni di principio?
Appunto: questioni troppo grandi perché possa decidere un partito, o un non-leader. Faremo referendum popolari propositivi. In Svizzera fanno così da 200 anni. Lo so, è difficile. Ma è difficile anche continuare così.

Per far questo bisogna cambiare la Costituzione.
E la cambieremo, se gli italiani vorranno. Non per dare l’impunità alle alte cariche o altre menate tipo la devolution o il premierato. Ma per far decidere ai cittadini. Stiamo per lanciare una nuova manifestazione, un “Costituzione Day”, con alcune proposte. Primo, ancorare la nuova legge elettorale alla Costituzione: non è possibile che ogni maggioranza si faccia la legge elettorale su misura. Modello libanese corretto alla turca… Secondo, ampliare le forme di democrazia diretta: referendum propositivo senza quorum e obbligo per il Parlamento di discutere le leggi di iniziativa popolare. E magari ci mettiamo anche la class action e i bilanci partecipativi. Così ci portiamo avanti col lavoro, per quando ci tocca governare”.

Referendum anche per uscire dall’Europa?
Ma qui c’è una grande mistificazione. Io mica ho detto questo: me l’han fatto dire per spaventare la gente. Intanto uscire dall’euro non significa uscire dall’Europa: ci sono fior di paesi che stanno in Europa e non hanno l’euro.

Sì, ma – obietta il fratello Andrea, leader dell’“ala prudente” del Comitato Centrale di casa Grillo – chi ha l’euro non può abbandonarlo senza uscire pure dalla Ue.
E allora ci mettiamo a tavolino con gli altri e facciamo i conti dei pro e dei contro, dei costi e dei benefici dell’euro. Poi decidiamo. Mica lo dico io che il sistema dell’euro così non va: lo dice Krugman, premio Nobel, non comico. E ‘sti due Parlamenti europei, uno a Strasburgo e uno a Bruxelles, che cazzo fanno? E del trattato di Lisbona, che ci ha sottratto sovranità, chi sa qualcosa? Non ho soluzioni in tasca bell’e pronte, ma voglio che i cittadini ne discutano.

Porte aperte a gente di destra e di sinistra?
Etichette preistoriche. Dobbiamo ricostruire un’identità, una comunità, locale e nazionale. Se lo Stato diventano i cittadini, non più i partiti, anche ‘nazionalizzare’ diventa una bella parola: le reti autostradali e telefoniche, le frequenze radio e tv, sono roba di tutti, quindi i gruppi privati che se ne sono impossessati le dovranno restituire ai cittadini. E settori vitali come energia e acqua devono essere pubblici. Nessuno deve rimanere indietro. In Italia ci sono un milione di volontari: io ne vorrei 60 milioni, di volontari. Il mio dentista, per qualche ora alla settimana, dovrà operare gratis chi ha bisogno.

Chiunque governi, non ha mai un euro in cassa. Voi che fareste?
Si studia quel che serve e quel che non serve. Il Tav Torino-Lione non serve, via: si risparmiano 20 miliardi. I cacciabombardieri non servono, via: si risparmiano 15 miliardi. Le province non servono, via: altri miliardi risparmiati. Le pensioni non devono superare i 3 mila euro netti al mese, tanto se guadagnavi milioni qualcosa da parte avrai messo, no? Altro che ‘spending review’.

Torniamo alla democrazia interna al movimento. È normale che il marchio sia nelle mani di Grillo e Casaleggio?
Ahah, Casaleggio viene dipinto come una figura luciferina, misteriosa, oscura. Sarà, ma sono anni che lo rivoltano come un calzino e non gli han trovato un belino di niente fuori posto. Mai visto una vita più normale, ripetitiva e noiosa della sua. Va in ufficio la mattina, lavora tutto il giorno, la sera torna a casa dalla moglie e dal bambino. Un persuasore talmente occulto che non riesce nemmeno a convincere la moglie a seguirlo nella casa di campagna a Quincinetto, sopra Ivrea. Ogni tanto mi chiama dall’orto e mi chiede di andare a fargli compagnia. Ecco, la centrale operativa della Spektre è a Quincinetto.

Ma nel movimento in Emilia ancora brucia l’espulsione di Tavolazzi.
Non voglio parlar male di Tavolazzi, lo conosco da una vita, l’ho sostenuto quando presentò la sua lista a Ferrara e al Cinquestelle manco ci pensavo. È onesto e competente. Ma fa politica da troppi anni, ha la testa a forma di partito: faceva riunioni, parlava ai nostri ragazzi di votazioni, organismi interni, cariche, strutture verticali. Noi non siamo così. Non essendo iscritto, non c’è stato bisogno di espellerlo. Ma ci portava lontano dai nostri obiettivi e divideva il movimento. Semplicemente non gli abbiamo più dato il simbolo.

Sta di fatto che Pizzarotti voleva farlo assessore e ha rinunciato.
Tu puoi non credermi, ma da quando è stato eletto Pizzarotti non l’ho più visto né sentito. Nemmeno al telefono. Qui non mi telefona mai nessuno, a parte Casaleggio che chiama sette volte al giorno per il blog. Ma è giusto che sia così: se non chiamano, vuol dire che se la cavano da soli. Se poi han bisogno, siamo qui coi nostri consulenti. Molti hanno il complesso di Grillo alla rovescia: vogliono dimostrare di essere totalmente autonomi. Uno dei nostri candidati, sul palco in una piazza di non so più dove, appena l’ho presentato e invitato la gente a votarlo, ha detto: ‘Guardate che io con Grillo non ho nulla a che fare, se mi gira lo mando pure affanculo!’. Il nostro sindaco di Mira s’è subito ridotto lo stipendio, ma mica gliel’ho detto io. Ha fatto tutto lui.

Pizzarotti non ha cominciato benissimo. Prima l’intervista a “Chi”, poi quell’idea di mandare i rifiuti a bruciare in Olanda perché tanto, se i bambini olandesi si beccano il cancro, “non sono io che governo l’Olanda”. E la giunta non c’è ancora.
“Ma dai, dobbiamo concedere qualcosa all’inesperienza di questi ragazzi. Parlo dell’intervista e alla giunta, che comunque adesso arriva: se è del livello dei consulenti che ha scelto il Pizza, da Pallante alla Napoleoni e Ganapini, sarà ottima. Quanto ai rifiuti, meglio mandarli – in attesa di arrivare al traguardo massimo della differenziata e al ciclo completo di smaltimento – in paesi ecologicamente avanzati come la Germania, dove si brucia la minima parte, il resto viene separato, riciclato, o diventa compost o va in discarica.

Se le penali sono troppo alte, l’inceneritore di Parma si fa lo stesso?
Non scherziamo. Le penali, se obbligatorie, si troverà il modo di pagarle. Ma l’elezione di Pizzarotti è stata anche un referendum contro l’inceneritore. Che non è nemmeno un impegno preso dal Comune di Parma sotto l’ultimo sindaco. È una truffa col “project financing”, che vede al centro una società privata finanziata dalle banche a loro volta garantite dal Cip6 sulla bolletta energetica. Queste ‘multiutility’ sono il cancro dei comuni, hanno buchi stratosferici, sono fallite, campano solo sulla garanzia di un tot di rifiuti da bruciare. Nessuno in Europa progetta nuovi inceneritori: entro il 2020 saranno proibiti. Ma possibile che a San Francisco e in tutta la California queste cose sono normali e da noi sembrano follie? Conosco fior di ingegneri che vetrificano i tossico-nocivi senza emissioni, costretti a vendere i brevetti all’estero perché qui i petrolieri non vogliono.

Vedi mai i dibattiti politici in tv?
Una goduria pazzesca. La miglior prova della bancarotta mentale dei partiti: la prendono alla larga, partono dai massimi sistemi, non vorrebbero parlare di noi, poi girano e rigirano nel labirinto e alla fine si ritrovano tutti al punto di partenza, con una grande foto dell’orco: ‘Aaaarghhhh Grillo!’. Finiscono sempre per parlare di me, non ci dormono la notte, è più forte di loro.

Quando ancora pensavi di costringerli ad autoriformarsi, alcuni politici li hai incontrati.
Qui no, in casa mia è entrato solo Di Pietro, una volta. Gli ho fatto vedere un dvd, che avevo solo io, di una sua lezione di procedura penale al Cepu. Se l’è messo in tasca e se l’è portato via.

Napolitano mai incontrato?
No. Pertini sì, mi invitava il 1° giugno nei giardini del Quirinale. Parlavamo in genovese. ‘Cumme scia stà, presidente?’. E lui: ‘A bagasce’…

Non portasti a Napolitano le firme alle tre leggi popolari?
No, a Franco Marini, allora presidente del Senato. Mi disse che suo figlio è ingegnere elettronico, dunque va in rete. Lui no, mica è ingegnere elettronico.

Poi tornasti in Senato da Schifani?
No, mi ha cercato lui. Lo incalzavo sulle tre leggi popolari imboscate al Senato, allora un giorno che eravamo entrambi in Emilia mi ha fatto cercare. Prima da un poliziotto, poi dal questore, infine dal prefetto. Voleva un incontro privato. E io: ‘Vengo con la webcam, così le persone che hanno firmato vedono l’incontro in streaming’. Ma quelli, alle parole ‘webcam’ e ‘streaming’, si spaventavano e correvano a riferire ai superiori. Non se n’è fatto nulla.

E Prodi?
Gli ho portato il programma delle primarie online. Prima ha chiuso gli occhi per concentrarsi, poi s’è appisolato.

Ora però i politici han cominciato a parlar bene di te.
E questo mi preoccupa molto. Ci copiano. Dicono tutti: fuori i condannati dal Parlamento, massimo due legislature, cambiare la legge elettorale: erano le tre leggi popolari del primo V-Day, quando ci davano dei fascisti qualunquisti anti-politici. Perché non le hanno discusse e approvate? Adesso è tardi.

Bersani dice che vuol dialogare.
Sì, dopo aver detto che parlo come i mafiosi e che ho fatto l’accordo col Pdl a Parma. Crede ancora che gli elettori siano proprietà privata dei partiti.

Anche Vendola parla di dialogo.
Beh, prima ha detto che io grugnisco: in che lingua dialoghiamo?

Berlusconi ti sta studiando.
Povero nano, si sta guardando tutti i miei discorsi. Ma te la immagini la scena? ‘Via, basta, tutti fuori, niente più figa o Ghedini, via tutti gli avvocati e le bagasce, voglio vedere solo Grilloooo!’. Fa quasi pena. Prima, di me, non parlava mai. E io lo chiamavo psiconano e testa d’asfalto. Poi mi sono stufato. Ma, appena ho smesso di parlare di lui, lui ha cominciato a parlare di me. Pensa che il movimento vinca per le mie battute. Ora magari andrà in giro a urlare in genovese ‘Belìn è una cosa pazzescaaaa!’ (si autoimita, ndr). Vede solo la vetrina. È proprio bollito.

Nessun politico ha mai pensato di avvicinarti, cooptarti, anche solo di contattarti?
Mai sentito nessuno. Si vede che mi vedono irrecuperabile, e han ragione.

Non temi qualche polpetta avvelenata? Nei cambi di regime, chi rompe lo status quo rischia.
Mah, preferisco non pensarci. Magari qualche operazione di discredito… Ma son cinque anni che ci provano. Scheletri nell’armadio non ne trovano: vita privata, cose fiscali, tutto a posto. Andrea (il fratello, ndr) conserva tutto dalla notte dei tempi, anche le bollette, le ricevute, le fatture degli spettacoli, anche di quella festa dell’Unità dei primi anni 80 che il Tg1 tirò fuori per insinuare chissà cosa. Provano a dire che dalla politica ci guadagno: meglio che non ti faccia il calcolo di quanto ci ho rimesso di tasca mia con i due V-Day e la Woodstock in Romagna. Abbiamo provato a ripagarci le spese con qualche libro e dvd a offerta libera, ma la gente s’è fatta l’idea che tanto sono ricco e quindi non li compra. Ora abbiamo dovuto mettere un po’ di pubblicità sul blog. Ma finanziamenti pubblici mai.

E se fallite?
Se falliamo, ci appendono per i piedi: almeno quelli che si ostinano a pensare che l’Italia la salva l’uomo della Provvidenza che mette le cose a posto mentre loro delegano e si disinteressano. Ma dai, ragazzi, basta coi leader e i guru, diventiamo adulti: a Parma Pizzarotti non l’ho mica messo io, ce l’han messo i parmigiani, e tocca a loro aiutarlo a salvare Parma. Così per l’Italia. La gente si dia da fare, partecipi, rompa i coglioni, s’impegni. E io sarei il nuovo Mussolini: più democratico di così! Lo so benissimo che non posso salvare l’Italia: io getto le basi, faccio il rompighiaccio, dissodo il terreno, propongo un metodo e qualche strumento. Poi ogni cittadino deve camminare con le sue gambe. Io il mio lavoro l’ho fatto. Ora tocca agli italiani.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano del 13/06/2012)


I voltagabbana di Silvio Berlusconi

Marco Travaglio raccontava qualche giorno fa degli ‘antemarcia’ cioè, flaianamente parlando, degli specialisti nel salire, all’ultimo momento, sul carro del vincitore. Fenomeno che da noi ha una lunghissima tradizione che risale alla nascita dell’Italia unitaria. Si cominciò col garibaldinismo. Se tutti quelli che dicevano di aver partecipato alla spedizione dei Mille l’avessero fatta, i Mille non sarebbero stati mille, ma qualche milione.

Si è continuato con gli ‘antemarcia’ propriamente detti, i fascisti che millantavano di aver partecipato alla peraltro ridicola ‘Marcia su Roma’. Il 25 aprile 1945 si assistette al miracolo gaudioso: gli italiani da tutti fascisti, o quasi, che erano stati, erano diventati, in un sol giorno, tutti antifascisti. Arturo Tofanelli, il fondatore di “Tempo illustrato”, il primo rotocalco italiano, mi raccontò che quel giorno stava tornando in treno da Torino a Milano. Affacciato al finestrino vedeva brillare, a centinaia, dei cerchietti ma, a causa del riflesso, non capiva cosa fossero. A una sosta del treno ne raccolse uno: era il distintivo del Pnf di cui gli italiani si stavano sbarazzando.

I ‘retromarcia’ sono una variante degli ‘antemarcia’. È gente troppo pubblicamente compromessa con l’antico regime per poter salire subito sul carro del vincitore. Hanno bisogno di fare prima un po’ di retromarcia che consiste nello sparare sul Capo che hanno caninamente servito per anni, ricavandone ogni sorta di prebende. Martelli adversus Craxi.

Adesso è l’ora di Berlusconi. Il 23 maggio ho aperto il Corriere e ho letto questa dichiarazione: “Il Cavaliere è un leader finito”. Di chi era? Di Di Pietro, di Vendola o almeno di Bersani? Era di Marcello Pera. Berlusconi sarà anche un uomo finito, ma Pera non è mai esistito. Presidente del Senato dal 2001 al 2006 di lui si ricorda solo una memorabile confessione: “In casa mi piace stare in mutande” (davanti a Berlusconi invece se le calava).

Pera fa parte di quel gruppo di ‘professori’, si fa per dire, di cui il Cavaliere, ignorante come una scarpa, amò circondarsi all’inizio della sua avventura politica (sbagliando perché gli intellettuali sono i più infìdi, i primi a lasciare la nave che affonda e non per nulla Bossi non ne ha mai voluto sapere).

Nelle riunioni di Forza Italia poi Pdl, i ‘professori’ si distinguevano più degli altri, ed è tutto dire, negli applausi scroscianti a ogni cazzata che diceva il Capo. La cosa era talmente bulgara che una volta che Saverio Vertone si dimenticò di battere le mani fu preso da Berlusconi letteralmente per le orecchie, che divennero rosse di vergogna.

Adesso è la volta di Schifani, un’altra ameba: “Il governo di Berlusconi è caduto per gli errori del Pdl”. Ho l’impressione che fra poco dovremo cominciare a difendere il nano di Arcore. Perché Berlusconi è quello che è, ma in quello che fa ci mette tutta la sua enorme energia. Alla fine degli anni 80 lo intervistai ad Arcore sul calcio (Fu una cosa divertente. A un certo punto il Berlusca si indispettì per le mie domande e pretendeva di farsele lui – come dopo la sua ‘discesa in campo’ sarebbe regolarmente avvenuto. Gli risposi: “Presidente, le domande spettano a me, a lei le risposte”).

Comunque in quell’intervista mi raccontò che quando, ragazzo, aveva messo su, con Confalonieri e altri amici di gioventù, una squadretta di calcio, era lui, alle nove di mattina, a tracciare col gesso le linee del campo, dell’area di rigore, di quella del portiere, eccetera. Gli altri, per questi lavori di bassa manovalanza, se la squagliavano. Credo fosse sincero. Berlusconi è quello che è. Ma i Pera, gli Schifani, i Cicchitto, i Bonaiuti e gli infiniti altri sono dei saprofiti, dei parassiti, delle zecche che gli hanno succhiato il sangue. E se Berlusconi può fare, o aver fatto paura, questi fanno solo schifo.

Massimo Fini per “Il Fatto Quotidiano”


Editoriale di Eugenio Scalfari del 10 giugno 2012 e risposta del Primo Ministro Mario Monti

Il cantiere per la costruzione dell’Europa e per la messa in sicurezza dell’euro è stato finalmente aperto e registra alcune novità di notevole importanza. Per comprendere che cosa stia accadendo occorre anzitutto distinguere due diversi livelli operativi: quello dell’emergenza, con obiettivi di breve e brevissimo termine, e quello a più lungo raggio della nascita di un’Unione europea molto più integrata e con maggiore sovranità politica.

I protagonisti che operano su entrambi i campi di gioco sono la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Hollande, il presidente del Consiglio italiano Mario Monti, il presidente della Bce, Mario Draghi, e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Cinque leader di diverso peso divisi in due schiere: la Merkel da un lato, gli altri quattro dall’altro. Ma le novità verificatesi negli ultimissimi giorni è la cancelliera tedesca ad averle messe in campo: la Germania esce dall’angolo in cui era stata chiusa dai fautori d’una politica europea di sviluppo e propone l’obiettivo di costruire lo Stato federale europeo attraverso la necessaria cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali per quanto riguarda i bilanci, il fisco, il ruolo della Banca centrale.

Viceversa la Merkel concede pochissimo spazio ai provvedimenti dettati dall’emergenza: nessuna federalizzazione dei debiti sovrani, nessun mutamento nel ruolo della Banca centrale, limitatissime concessioni sui bond a progetto e sul finanziamento degli investimenti transfrontalieri.

Nessun allentamento del rigore, approvazione immediata del “fiscal compact” e della riduzione dei debiti sovrani eccedenti il 60 per cento del rapporto con il Pil.

Su un solo punto importante tra quelli imposti dall’emergenza anche Berlino sembra d’accordo: il Fondo europeo di stabilità è pronto a finanziare le banche spagnole purché il governo di quel Paese dia garanzie di adottare in tempi rapidi i provvedimenti di riforma già concordati con le autorità europee ma non ancora resi esecutivi. La risposta positiva di Madrid renderà possibile l’intervento che finanzierebbe le banche spagnole fino a cento miliardi di euro. A fronte di quest’operazione la “proprietà” di quelle banche passerà temporaneamente al Fondo europeo separando il debito sovrano spagnolo dal debito del suo sistema bancario e interrompendo così il perverso circuito che rappresenta una minaccia diretta contro l’intera architettura finanziaria dell’eurozona.

La strategia della Merkel può essere letta da due diversi punti di vista: la manifestazione di una decisa volontà della Germania di mettersi finalmente alla guida della costruzione d’un vero Stato federale europeo con tutte le implicazioni che riguardano il rafforzamento delle istituzioni dell’Unione, dal Parlamento ai poteri della Commissione e a quelli del presidente del Consiglio europeo dei ministri. Oppure lo si può guardare come un bluff utilizzato per coprire l’ennesimo “niet” sui provvedimenti di emergenza e di rilancio dello sviluppo. La costruzione dello Stato federale europeo richiederà almeno cinque anni; la Merkel avrebbe perciò lanciato la palla in tribuna solo per guadagnar tempo fino alle elezioni politiche che avverranno nel suo Paese nell’autunno del 2013. Poi si vedrà.

Gli altri quattro protagonisti del quintetto europeo hanno a questo punto una sola strada da battere: prendere la Merkel in parola per quanto riguarda l’obiettivo di lungo termine e ottenere il massimo possibile per fronteggiare l’emergenza e salvare l’euro e le banche europee. Draghi ha guadagnato all’Europa sette mesi di tempo iniettando fino al 15 ottobre del 2013 (con scadenza finale nel gennaio 2014) liquidità illimitata nel sistema bancario dell’eurozona. Ha evitato in questo modo che i depositanti facciano ressa agli sportelli delle banche per trasferire i loro capitali verso i titoli pubblici tedeschi. Sette mesi e una capsula d’ossigeno dentro la quale custodire i depositi bancari facendo migliorare lo “spread” e l’andamento delle Borse. Sempre che le elezioni greche del 17 prossimo non portino all’uscita di quel Paese dall’euro con le devastanti conseguenze che ne seguirebbero. Non credo che ciò avverrà sicché continuo a restare ottimista per quanto riguarda la tenuta dell’euro e - spero - la costruzione dell’Europa federale. Talvolta dal male nasce il bene e dopo la tempesta arriva la quiete.

Vale la pena di ricordare che nel quintetto europeo ci sono due italiani: Mario Draghi, che opera a tutto campo e con strumenti che gli consentono interventi immediati e concreti, e Mario Monti (con Giorgio Napolitano alle spalle) che rappresenta nel concerto europeo uno dei Paesi fondatori dell’Unione, dell’euro e della Comunità che ebbe inizio nel 1957 e da cui tutto cominciò.

Monti è alla guida d’un governo sorretto dalla “strana maggioranza” di tre partiti. Uno di essi, quello fondato a suo tempo da Berlusconi, è in una fase di implosione confusionale e in calo verticale dei consensi. Gli altri due - Udc e Pd - sono il vero appoggio su cui si regge questo governo. Il Pd in particolare, che è tuttora stimato attorno al 25-30 per cento dei consensi degli elettori decisi a votare, che a loro volta però rappresentano soltanto uno scarso 50 per cento del corpo elettorale.

In questa situazione una parte del Pd, alla vigilia dei vertici europei dei quali abbiamo già sottolineato l’importanza, ha dichiarato la sua propensione ad accorciare la vita del governo andando al voto nell’autunno prossimo anziché nel maggio del 2013. Il segretario Bersani ha ribadito che l’appoggio dei democratici al governo durerà, come stabilito, fino alla scadenza naturale della legislatura, ma i fautori delle elezioni anticipate hanno proseguito la loro azione in raccordo con Vendola e Di Pietro. Questa situazione non è sostenibile soprattutto perché i “guastatori” fanno parte della segreteria del partito. La logica vorrebbe che, acclarato il loro contrasto con il segretario, si fossero dimessi dalla segreteria. In mancanza di questa doverosa decisione, spetterebbe al segretario stesso di sollecitare quelle dimissioni o alla direzione costringerli a darle ma il tema non è stato neppure accennato nella riunione dell’altro ieri della direzione, come si trattasse d’una questione di secondaria importanza.

È presumibile perciò che continueranno a svolgere il loro ruolo di guastatori con la conseguenza di indebolire il governo in carica.

La stessa coltre di silenzio è caduta sul caso Penati di cui è imminente il rinvio a giudizio. Questa era l’ultima occasione utile per separare le responsabilità del partito dal gruppo dirigente del Pd in Lombardia. Non si invochi la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva: è una giusta garanzia che non si applica però al giudizio politico che un partito ha l’obbligo di emettere: o fa corpo con l’imputato fino in fondo o lo espelle fin dall’inizio dai propri ranghi.

Ma c’era un terzo tema di cui il Pd avrebbe dovuto discutere e che ha anch’esso sepolto invece sotto un silenzio tombale ed era quello dell’elezione dei membri dell’Agcom e della Privacy, due importanti Autorità pubbliche che hanno il compito di esercitare il controllo sui rispettivi e importantissimi settori di competenza.

Si sperava che i partiti avrebbero scelto - secondo quanto prescrive la legge istitutiva di quelle agenzie - persone di provata indipendenza e di specifica competenza nei settori sottoposti alla vigilanza. Ma non è stato così. C’è stato tra i tre partiti in questione un ignobile pateracchio di stampo tipicamente partitocratico. Veltroni ha sollevato la questione in direzione e Bersani si è doluto di quanto era accaduto impegnandosi a riscrivere la legge. Ma in realtà la legge sulla nomina di quelle agenzie è chiarissima ed è stata violata dalle scelte dei partiti.

Le nomine hanno la durata di sette anni e quindi se ne riparlerà soltanto nel 2019.

Sulle altre questioni, programma, legge elettorale, rinnovamento del gruppo dirigente, eventuali liste civiche collegate al partito e infine elezioni primarie per l’elezione del capo del partito, Bersani è stato chiaro e determinato riscuotendo a buon diritto l’unanimità dei consensi.

Il governo Monti, come ripetiamo ormai da tempo, ha fatto molto per evitare che l’Italia fosse travolta dalla crisi mondiale in corso ormai da cinque anni, alla quale il governo del suo predecessore non aveva opposto alcun rimedio negandone anzitutto l’esistenza e praticando poi una politica economica di totale immobilismo.

Negli ultimi tempi tuttavia è sembrato che Monti abbia perso smalto, in parte per l’ovvia impopolarità dei sacrifici che ha dovuto imporre e in parte per alcuni errori compiuti, anche ed anzi soprattutto sul piano della comunicazione.

A questo riguardo gli rivolgiamo qui due domande che ci riserviamo di ripetergli quando lo incontreremo al “meeting” di Repubblica sabato 16 a Bologna dove ha cortesemente accettato di intervenire.

1. Esiste in Italia una questione morale? La domanda non riguarda, o non soltanto, i casi di disonestà di singoli uomini politici. Purtroppo ce ne sono stati e ce ne sono molti in tutti i partiti. La domanda riguarda soprattutto le istituzioni dello Stato e degli enti pubblici che sono state da gran tempo occupate dai partiti e che debbono essere liberate da quell’occupazione e restituite alla loro autonomia istituzionale. Il caso delle autorità è tipico di quest’occupazione, la Rai è un altro esempio desolante (alla quale Monti ha posto parziale rimedio proprio ieri). E così le Asl e ogni sorta di enti della Pubblica amministrazione. È stupefacente che l’Unità di venerdì scorso pubblichi un articolo in cui si difende l’intervento politico dei partiti nelle nomine dei componenti dell’Agcom e della Privacy. Stupefacente che si teorizzi il criterio della supremazia partitocratica anche sugli enti “terzi” chiamati a garantire il controllo e l’efficienza della Pubblica amministrazione. Questo quadro non configura una questione morale da affrontare da un governo che giustamente vorrebbe cambiare i comportamenti degli italiani?

2. L’ex ministro dell’Economia Vincenzo Visco formulò qualche anno fa un progetto di grande interesse che prevedeva il conferimento ad un Fondo europeo di quella parte dei debiti sovrani eccedenti il rapporto del 60 per cento con il Pil di quel Paese. Il Fondo avrebbe applicato un interesse ottenuto dalla media ponderata degli interessi vigenti nei singoli Paesi i quali sarebbero comunque rimasti titolari dei propri debiti. Piacerebbe sapere dal nostro presidente del Consiglio se un progetto del genere rientri tra le proposte per la costruzione dell’Europa federale. Sembrerebbe infatti molto strana un’Unione federale senza una messa in comune anche se parziale del debito degli Stati membri della federazione.

Concludiamo richiamando quanto detto da Monti l’altro giorno a Palermo al convegno delle Casse di risparmio a proposito dei “poteri forti” che avrebbero abbandonato il suo governo schierandoglisi contro.
Non sappiamo quanto sia pertinente questa denuncia con la politica del governo, ma una cosa è certa: alcuni “poteri forti” sono insediati fin dall’inizio nella struttura del governo stesso e quelli sì, remano sistematicamente contro la sua politica.

Qualche nome per non esser generici: il capo di gabinetto di Palazzo Chigi, Vincenzo Fortunato; il sottosegretario alla Presidenza, Antonio Catricalà; il ragioniere generale del Tesoro, Mario Canzio, sono certamente abili conoscitori della Pubblica amministrazione, ma hanno un difetto assai grave: sono creature di Gianni Letta (Catricalà) e di Giulio Tremonti (Fortunato, Canzio). Sono sicuramente poteri forti e sono sicuramente contrari alla linea del governo come ogni giorno i loro comportamenti dimostrano. Forse il presidente Monti dovrebbe risolvere questo problema. Spesso la paralisi governativa viene perfino da quegli uffici.

Eugenio Scalfari (La Repubblica - 10 giugno 2012)

***

CARO direttore, la ringrazio per l’invito, che ho accolto volentieri, ad un’intervista pubblica con lei, Eugenio Scalfari e Claudio Tito per sabato prossimo a Bologna, nell’ambito della “Repubblica delle idee”.

Nel suo bell’editoriale di ieri (“Draghi, Bersani, varie ed eventuali”), Eugenio Scalfari ha voluto farmi conoscere in anticipo due delle domande che potrebbero venirmi rivolte in quell’occasione: se esista in Italia una “questione morale”; se un’Europa federale comporti la messa in comune di una parte del debito pubblico degli Stati membri. Implicitamente, ha anche accennato ad un terzo tema che immagino verrà evocato: i cosiddetti “poteri forti”. Sarò lieto di discutere con voi su questi ed altri argomenti. Mi preme tuttavia replicare fin d’ora in merito ad alcune esemplificazioni che Scalfari ha ritenuto di fare a proposito del terzo tema. Per comodità dei lettori, cito l’intero passaggio.

“… Alcuni ‘poteri fortì sono insediati fin dall’inizio nella struttura del governo stesso e quelli sì, remano sistematicamente contro la sua politica. Qualche nome per non esser generici: il capo di gabinetto di Palazzo Chigi [in realtà, del ministero dell'Economia e delle finanze], Vincenzo Fortunato; il sottosegretario alla Presidenza, Antonio Catricalà; il ragioniere generale del Tesoro, Mario Canzio, sono certamente abili conoscitori della
Pubblica amministrazione, ma hanno un difetto assai grave: sono creature di Gianni Letta (Catricalà) e di Giulio Tremonti (Fortunato, Canzio). Sono sicuramente poteri forti e sono sicuramente contrari alla linea del governo come ogni giorno i loro comportamenti dimostrano”.

Quando ho nominato sottosegretario Catricalà e confermato nelle loro posizioni Fortunato e Canzio, non ero certo all’oscuro dei loro rispettivi percorsi di carriera, né di chi avesse avuto un ruolo decisivo nel valorizzarli in passato. Ma si tratta di qualificati funzionari dello Stato e nel decidere di avvalermi della loro collaborazione li ho valutati alla luce di quelle che, dopo attento esame, mi sono parse le loro caratteristiche di competenza, integrità, autorevolezza nell’esercitare le funzioni ad essi attribuite, lealtà. Lealtà allo Stato e alle linee programmatiche del Governo, non ad una “mia” parte politica (che, come è noto, non esiste).

Certo, le due posizioni al ministero dell’Economia e delle finanze – oltre, beninteso, a quella di sottosegretario – rientrano nello “spoil system”. Avrei perciò potuto modificarne a mia discrezione i titolari, magari per il fatto che il Ministro che li aveva nominati non sempre aveva mostrato particolare rispetto per le mie tesi di politica economica (o per la mia persona) nel corso degli anni. Ma non credo che sia questo il modo corretto di intendere lo “spoil system”. Soprattutto se si è a capo di un governo sostenuto da una maggioranza che è composta da forze politiche antagoniste tra loro, con anime culturali e ambienti di riferimento spesso antitetici. Devo cercare, è stata la mia convinzione fin dall’inizio, di estrarre il meglio da ogni forza e di rendere compatibile ciò che “in natura” (cioè nei molti anni di acceso bipolarismo che ci hanno portato alla crisi del novembre 2011) ha mostrato di non esserlo.

In altre parole, non avrei potuto – ma neppure voluto – evitare di prendere in considerazione professionalità di valore solo perché erano “creature” di Gianni Letta o di Tremonti. O di Bersani, Casini o Alfano.
Nel caso di Catricalà, Fortunato e Canzio (il quale in più, come Ragioniere generale dello Stato, deve essere visto e rispettato dallo stesso ministro dell’Economia e perfino dal presidente del Consiglio, oltre che ovviamente da ciascun ministro, come imparziale garante della credibilità dei conti pubblici), non ho avuto finora alcun motivo per rammaricarmi delle scelte che ho fatto nel novembre scorso. Ho anzi apprezzato le loro qualità e il loro spirito di servizio.

Naturalmente, nel caso riscontrassi in loro, come in qualsiasi altro collaboratore, anche un solo caso di mancata correttezza o lealtà, non esiterei a privarmi della loro collaborazione. Nei primi mesi del mio mandato di Commissario europeo, nel 1995, un direttore generale si mise d’accordo con il governo del suo Paese, in una procedura di infrazione, senza riferirmene preventivamente, come avrebbe dovuto. Quell’alto funzionario, pur appartenente ad un grande Stato membro, venne rimosso dal servizio.

Mario Monti (La Repubblica - 11 giugno 2012)

***

Grazie, ma io resto preoccupato

Ringrazio il presidente Mario Monti per le gentili parole che mi ha indirizzato 1 e attendo con interesse le risposte che darà alle domande che gli rivolgeremo nel nostro incontro a Bologna nel corso del meeting su la Repubblica delle Idee 2 del 16 giugno prossimo.

Il presidente si intrattiene sull’ultima parte del mio articolo di ieri e sulle osservazioni che ho rivolto ad alcuni importanti componenti del suo staff: il sottosegretario alla presidenza Antonio Catricalà e il suo capo di gabinetto Vincenzo Fortunato, nonché il segretario generale del Tesoro, Mario Canzio. Per quest’ultimo il professor Monti ricorda che il ragioniere generale esercita con scrupolo il suo ruolo di controllore della pubblica spesa e della sua corretta copertura. Non metto in dubbio quel ruolo ma osservo che il tema della copertura contiene inevitabilmente una dose di discrezionalità che in alcuni casi deve essere sottoposta al ministro del Tesoro, il quale di quella copertura ha comunque la responsabilità politica oltre che tecnica. Se così non fosse il ministro del Tesoro verrebbe scavalcato proprio nella sua funzione più gelosamente esclusiva. Il professor Canzio segue – così mi sembra – la filosofia tremontiana dei tagli lineari che è stata ritenuta esiziale dallo stesso Monti, che è per l’appunto titolare
del Tesoro.

Per quanto riguarda le altre due personalità da me indicate comprendo bene le ragioni politiche fatte presenti dal presidente Monti; faccio però dal canto mio due osservazioni a proposito di Catricalà.

1) Mentre il governo era ancora in fase di formazione si parlò di due vicepresidenti del Consiglio “politici”, nelle persone di Gianni Letta e di Giuliano Amato. In corso d’opera quest’ipotesi fu abbandonata e la candidatura di Letta, spostata al sottosegretariato alla Presidenza, fu rifiutata dallo stesso interessato. Nel frattempo era stata avanzata la proposta di nominare Giuliano Amato ministro degli Esteri mentre al posto di Letta veniva indicato Catricalà. Il Partito democratico chiese allora che quella carica fosse divisa tra due persone aggiungendo che Giuliano Amato sarebbe certamente stato un ottimo ministro degli Esteri ma non rappresentava il Pd. Amato si ritirò, Catricalà rimase e la conseguenza fu che l’equilibrio politico risultò sbilanciato.

2) Il sottosegretario Catricalà propose un disegno di legge che tutti i costituzionalisti hanno giudicato ad altissimo rischio di incostituzionalità; esso modificava le proporzioni tra membri togati e membri laici a favore di questi ultimi negli organi disciplinari della magistratura. Inizialmente esso riguardava anche il Csm, cioè la giustizia ordinaria ma le proteste immediate del vicepresidente di quell’organo di autogoverno indussero il governo ad escludere quella norma dal disegno di legge preparato dal sottosegretario. Quest’ultimo però proseguì nella sua iniziativa per quanto riguardava la magistratura amministrativa e quella contabile (Consiglio di Stato e Corte dei conti). A questo punto l’intera vicenda venne alla luce, scoppiò un vero e proprio scandalo e Catricalà ammise (in una lettera a noi indirizzata e da noi pubblicata) d’aver fatto un errore e ritirò il disegno di legge che aveva già inoltrato alle magistrature interessate e che dal canto loro dissero che non avrebbero mai dato parere favorevole a quelle disposizioni che contrastano palesemente con l’ordinamento costituzionale.
Il minimo che il sottosegretario doveva fare sarebbe stato di dimettersi ma non lo fece.

Ho già detto che mi rendo ben conto che il nostro presidente del Consiglio deve tener conto della “strana maggioranza” che sostiene il suo governo ma il fatto che il suo segretario proceda così leggermente in una materia delicatissima è motivo di preoccupazione per tutti coloro che seguono con attenzione l’operato d’un governo prezioso in questo momento per tutta la collettività. Sul capo di gabinetto Fortunato non aggiungo nulla. Che sia un tremontiano di stretta osservanza lo sanno tutti ed anche questo, trattandosi della persona più vicina al presidente del Consiglio, ci lascia molto perplessi.

Eugenio Scalfari (La Repubblica - 11 giugno 2012)




venerdì 8 giugno 2012

Slide show: Selezione UIF 2011


Immagini realizzate nel corso del 2011, scelte fra quelle conferite da 32 soci dell'UIF (Unione Italiana Fotoamatori) della Provincia di Palermo.
Fotografie di: Pino Aiello, Pino Amantea, Maurizio Anselmo, Elio Avellone, Marca Barone, Angelo Battaglia, Nino Bellia, Paolo Carollo, Toti Clemente, Maria Pia Coniglio, Elisa Chiarello, Salvo Cristaudo, Ennio De Mori, Franco Di Maria, Paolo Ferrara, Concetta Giamporcaro, Nino Giordano, Pietro Longo, Pietro Meli, Vincenzo Montalbano, Antonino Munafò, Domenico Pecoraro, Carlo Pollaci, Lia Rosato, Giusy Rosato, Giovanni Siino, Anna Streva, Pino Sunseri, Francesco Terranova, Paolo Terruso, Paolo Tomeo e Salvo Zanghì.
Selezione e montaggio di Toti Clemente.
Brano musicale: "You took advantage of me" di Keith Jarrett

La giustizia non è merce di scambio

Cosa sta succedendo sulla giustizia? Sul campo di battaglia in cui si sono consumati i peggiori misfatti dell'epoca berlusconiana, continuano ad accadere fatti difficili da spiegare. O spiegabili solo alla luce dei "soliti sospetti".

Sospetti che sempre accompagnano, purtroppo, i rapporti tra politica e codice penale. Norme "ad processum" per inquisiti eccellenti, salvacondotti trasversali per parlamentari da arrestare. Erano pane quotidiano con il governo del Cavaliere. Non vorremmo che ne restassero tracce anche con il governo del Professore.

C'è un primo indizio, che fa riflettere. Il voto con il quale l'assemblea di Palazzo Madama ha salvato dall'arresto Sergio De Gregorio, accusato della maxitruffa che ha coinvolto anche Lavitola. È un segnale inquietante. Non perché a negare la richiesta dei pm siano stati i 127 senatori del Pdl o i 22 della Lega, che a questo genere di blindature corporative ci hanno abituato da anni. Ma perché quel voto non sarebbe passato senza il contributo di almeno 40 franchi tiratori, di cui si ignora il partito ma si sospetta l'ordito: oggi noi salviamo De Gregorio, e la settimana prossima voi salvate Luigi Lusi.

Il 12 giugno, infatti, la giunta per le autorizzazioni dovrà decidere se accettare o respingere la richiesta d'arresto per il senatore della ex Margherita, coinvolto nello scandalo degli oltre 20 milioni di fondi sottratti al partito, mentre l'aula dovrà decidere a luglio. Scatterà, a parti invertite, lo stesso meccanismo? Funzionerà la stessa logica bipartisan, al riparo del voto segreto? Si fa fatica anche solo a crederlo, per un ceto politico già così irrimediabilmente screditato di fronte all'opinione pubblica. Ma qualche diffidenza si insinua, se persino Roberto Saviano adombra l'ipotesi del "voto di scambio".

C'è un secondo indizio, che fa diffidare. Il disegno di legge contro la corruzione. Su quel testo, riveduto e corretto dal ministro Severino rispetto al ddl varato dal suo predecessore Angelino Alfano, va in onda da giorni una strana manfrina. Alla Camera, prima in Commissione e poi in aula, i partiti della "strana maggioranza" discutono e si accapigliano sulle questioni più diverse. Alcune anche interessanti (l'incandidabilità dei condannati per delitti non colposi) altre quasi irrilevanti (la white list delle imprese virtuose depositate presso le Prefetture). Ma al di là delle schermaglie di superficie, su un tema di fondo tutti sembrano d'accordo: la riforma del reato di concussione, che anche nel testo corretto dalla mediazione del Guardasigilli, di fatto esce dal nostro ordinamento.

L'articolo 317 del codice penale viene riscritto, per volontà condivisa del centrodestra e del centrosinistra, che si appellano a una bugia: "Ce lo chiedono l'Ocse e l'Europa". La verità, come ha spiegato più volte il direttore del Servizio studi Davide Bonucci, è che "l'Ocse non ha mai chiesto all'Italia di eliminare la concussione". Poco importa. La "riforma" va fatta. Il Pdl lo esige, il Pd lo tollera. Il testo attuale prevede una pena fino a 12 anni per chiunque, abusando della propria posizione di pubblico ufficiale, induce o costringe un altro soggetto a fornire denaro o altri vantaggi per sé o per un terzo. Il nuovo testo spacchetta questo reato, e lo riconfigura in due reati diversi: la concussione "per costrizione" (per la quale la pena massima resta di 12 anni ma la minima sale da 4 a 6) e la "indebita induzione" (per la quale la pena si riduce da un minimo di 3 a un massimo di 8 anni).

L'impatto di questa modifica è devastante. Riduce ulteriormente i tempi della prescrizione, già pesantemente abbattuti dalle leggi ad personam (come la ex Cirielli) imposte al Parlamento da Berlusconi per fuggire dai suoi processi. Questa sì, una prassi per la quale l'Europa ci ha più volte accusato. Di Pietro, con una forzatura storica, parla di "un colpo di spugna" simile a quello tentato dal Cavaliere nel '94. L'ex pm esagera. Ma l'effetto di questa riforma, sui procedimenti in corso, rischia comunque di essere pesantissimo. Sul "padre di tutti i processi", innanzitutto: il Ruby-gate, che a Milano vede coinvolto proprio Berlusconi. Reato di prostituzione minorile. E reato di concussione per induzione, per la famosa telefonata alla Questura, in cui l'allora premier chiese il rilascio della ragazza perché "nipote di Mubarak". Con la riforma che potrebbe passare entro l'estate, questo processo rischierebbe di saltare: lo paventano gli stessi Pm di Milano.

Ma c'è un altro processo che, con questa legge, finirebbe al macero: quello che riguarda Filippo Penati, accusato di concussione per le aree ex Falck. Con la riformulazione del reato, anche l'ex coordinatore della segreteria di Bersani sarebbe salvo: l'ha detto ieri al "Sole 24 Ore" il pm di Monza, subito dopo aver emesso il provvedimento di chiusura indagini nei confronti dell'ex presidente della provincia di Milano. Se arriva la riforma, il reato addebitato a Penati risulterà estinto a fine 2012: "E io chiudo la baracca", è la conclusione di Walter Mapelli. Ma questo allarme non fa notizia. Nessuno si scandalizza. Nessuno, in Parlamento, si interroga sugli effetti pratici di questa riscrittura del codice. Alla vigilia della probabile fiducia che il governo porrà la settimana prossima, Pdl e Pd litigano su tutto, ma concordano sul via libera al testo votato in Commissione (quello che elimina, appunto, l'attuale concussione per induzione).

Due indizi non fanno una prova. Ma ce n'è abbastanza per chiedersi se questa riforma, per com'è formulata, sia davvero giusta e opportuna. Solo in quest'ultima legislatura, i parlamentari indagati e/o condannati per corruzione, concussione, truffa e abusi d'ufficio sono stati 90, di cui 59 del Pdl, 13 del Pd e 8 dell'Udc. Nello stesso periodo, gli amministratori locali coinvolti in inchieste giudiziarie per gli stessi reati sono stati circa 400, di cui 110 del Pd e quasi il triplo del Pdl. La nuova norma impatta su tutti i processi in corso per concussione, che sono quasi un terzo dei 90 nei quali sono coinvolti politici nazionali e più della metà degli oltre 400 in cui sono imputati i politici locali. Se questa è la realtà dei fatti, si giustifica una riserva mentale: evidentemente forse questa riforma conviene a molti.

Ma proprio questo è il punto. La stagione delle "guarentigie" improprie, a vantaggio di questo o quel potente, è finita per sempre. Se ci sono accordi da fare, avvengano almeno alla luce del sole, perché i cittadini-elettori li possano conoscere e valutare. La giustizia è un nervo scoperto della nostra democrazia. Non può più essere merce di scambio. Qualunque "patto segreto", su questo terreno, sarebbe scellerato. m.giannini@repubblica.it

Massimo Giannini (La Repubblica - 08 giugno 2012)

domenica 3 giugno 2012

Il pagliaccio che ride ma dovrebbe piangere

Il pagliaccio che ride ma dovrebbe piangere. Stampare euro, Berlusconi smentisce “Grave scambiare battuta per proposta”.
Ce ne sono tante di questioni delle quali oggi bisogna occuparsi: la recessione mondiale che ormai morde dovunque e non solo in Europa e in America ma anche nei Paesi emergenti come la Cina, l’India, il Brasile, il Sudafrica; la corruzione presente ovunque vi sia il potere ed ha raggiunto con drammatica intensità perfino i vertici della Chiesa di Cristo; l’incapacità europea di darsi un governo e una linea di politica economica. E poi ci sono le questioni italiane dove il dramma e a volte la tragedia si mescolano con il “burlesque” determinando una miscela esplosiva e comica. Il “ridi pagliaccio, la faccia infarina” con dietro la maschera dell’attore che piange lacrime di dolore e di sofferenza meriterebbe d’essere oggi assunto come simbolo delle sventure nazionali che contengono una dose di comicità tale da configurare un personaggio mostruoso in preda a passeggere ma intense emozioni prive di qualunque punto di riferimento razionale.

In questo ampio ventaglio di problemi partiamo dal più urgente che minaccia di sospingere tutti gli altri verso la catastrofe: la Spagna e la crisi bancaria spagnola. Si scatenò anche nel 2008 a ridosso della bolla immobiliare americana che provocò poco dopo il fallimento della Lehman Brothers. In Spagna stavano fallendo le principali casse di risparmio del Paese. Zapatero, ancora per poco al potere, le riunì nella Bankia, un nuovo istituto capitalizzato dallo Stato che avrebbe dovuto intraprendere una più tranquilla navigazione.

Sono passati quattro anni. Nel 2008 c’era la crisi finanziaria e bancaria ma non c’era la recessione, non c’era la crisi dei debiti sovrani, non c’era il crollo del mercato del lavoro. Adesso è l’economia reale a soffrire senza però che la finanza abbia distrutto i virus che l’avevano invasa. Bankia è di nuovo con la febbre a quarantuno e altrettanto male stanno le Casse di risparmio di Madrid e di Barcellona. Servono per domani diciannove miliardi e nei giorni seguenti un’altra cinquantina. Il governo spagnolo aveva pensato di procurarli emettendo un’analoga cifra di titoli di Stato e spostando d’un anno in avanti il pareggio del deficit. Ma poi ha pensato che l’aggravamento del debito avrebbe scatenato i mercati e perciò si è fermato. I mercati però si sono scatenati egualmente e per di più i depositanti creditori delle banche spagnole si sono messi in fila agli sportelli per ritirare i loro risparmi. Le società finanziarie hanno fatto prima: cliccando sui computer aziendali hanno trasferito milioni di euro dalla Spagna a più sicuri rifugi. Dove? In Germania ovviamente. Infatti l’interesse del Bund tedesco è calato di quasi un punto: valeva due euro, ora ne vale uno o poco più. La Spagna è in stato agonico, le banche tedesche e la clientela ingrassano.

Capisco che non bisogna irritare la Merkel perché l’Europa ha bisogno di lei. Però c’è un limite. Mi vengono in mente i “furbetti” di casa nostra che alla notizia del terremoto dell’Aquila ridevano commentando al telefono i pingui appalti che avrebbero ottenuto. Forse è irriverente paragonare le banche tedesche ai furbetti di casa nostra, ma purtroppo si tratta d’un paragone appropriato che non si verifica solo in Spagna ma in tutta Europa.
Dall’Italia, dalla Francia, dall’Olanda, dall’Austria, dal Portogallo, dalla Grecia, le banche rimborsano i depositanti mettendo in moto flussi di capitali a senso unico da tutta Europa alle banche tedesche. Salgono gli spread da un lato, scendono gli interessi dall’altro. Il governo tedesco ha una responsabilità politica e con esso ce l’ha la Commissione di Bruxelles e il presidente del Consiglio europeo. La Bce di Draghi ha lanciato l’sos, raccolto l’altro ieri dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Monti ha lanciato lo stesso segnale, Obama e Hollande altrettanto. Analogo allarme è stato manifestato da alti esponenti tedeschi dell’Spd e dei Verdi. Ma temo che non bastino i segnali. Bisogna che entro i prossimi giorni, anzi entro le prossime ore, ci sia una pubblica riunione di tutti i protagonisti e sia avanzata al governo tedesco una proposta concreta, accettabile ma ultimativa. Draghi l’ha già formulata: garanzia europea sui debiti bancari e unificazione del mercato bancario continentale. Contemporaneamente finanziamento alla Spagna coi fondi del Salva-Stati da rendere operativo con una dichiarazione comune del Consiglio dei ministri europeo e della Commissione. Se il fondo non disponesse materialmente dei denari necessari la Bce sia autorizzata ad anticiparli.

Queste sono misure d’urgenza e di estrema necessità senza le quali gli spread europei saliranno alle stelle e le Borse scenderanno in picchiata. È vero che Grillo e la Santanché, in prevista alleanza tra loro, predicano la nostra uscita dall’euro ed è vero anche che l’altro ieri un redivivo Berlusconi, tra gli applausi dei suoi deputati e senatori, ha proposto che la Zecca italiana stampi euro da distribuire alle famiglie e alle imprese in difficoltà.
Questa è la (involontaria) comicità di Berlusconi. Come se il ritorno alla lira fosse neutrale sul potere d’acquisto degli stipendi e delle pensioni; come se la Zecca italiana fosse agli ordini di Cicchitto e non della Banca centrale di Francoforte. Eppure queste dichiarazioni o esternazioni che dir si voglia non sono fatte a caso. Servono alla convergenza politica di quel che resta del Pdl, della Lega di Maroni (“Siamo disposti a costruire un nuovo rapporto amichevole col Pdl se ritirerà da subito la fiducia al governo Monti”), di Di Pietro e di Grillo. Gli obiettivi di questo schieramento le cui linee di tendenza sono ormai ben visibili, sono: abbattere Monti, abbattere le tasse, abbattere l’euro. Ridi pagliaccio, la faccia infarina: tragedia e comicità. Non fanno ridere, ma piangere sì.

Abbiamo già indicato una via d’uscita urgentissima, ma c’è una via d’uscita più solida da realizzare. Anche questa è stata prospettata da Draghi nel rapporto indirizzato ai governi del G8 e resa pubblica giovedì scorso. Si tratta d’una proposta lanciata quattro anni fa da Vincenzo Visco e recuperata l’anno scorso dal comitato dei cinque saggi nominato dal Parlamento europeo per trovare una soluzione al problema dei debiti sovrani europei (nel comitato c’era anche un tedesco e le conclusioni furono approvate all’unanimità). Si tratta di mettere in un Fondo comune europeo tutta la parte dei debiti sovrani in euro che eccedano il 60 per cento del rapporto tra il singolo debito sovrano e il Pil del Paese in questione. Il tasso d’interesse pagato dal Fondo sarebbe una media dei tassi d’interesse vigenti nei vari Paesi che hanno conferito una parte del debito. La media ponderata penalizzerebbe i Paesi virtuosi e premierebbe i Paesi meno virtuosi. L’Italia cioè pagherebbe un tasso minore del quattro per cento e la Germania un tasso maggiore del due. La proprietà del debito sovrano conferito al Fondo resterebbe tuttavia di pertinenza del Paese conferente. La Germania cioè – per andare al concreto – non dovrebbe addossarsi la compartecipazione dei debiti conferiti ma soltanto del proprio e così l’Italia, la Spagna e tutti gli altri. Non ci sarebbe cioè nessun trasferimento di titolarità del debito; il sacrificio (o il beneficio) sarebbe limitato al tasso d’interesse. La garanzia dei debiti conferiti al Fondo sarebbe europea e la sua copertura sarebbe il bilancio europeo opportunamente ricapitalizzato secondo le quote che spettano a ciascun Paese in base al reddito e alla popolazione.

Una riforma di questo genere sarebbe risolutiva, bloccherebbe la speculazione, farebbe scendere gli spread, consentirebbe importanti programmi di crescita economica e di tutela sociale e fiscale. Dovrebbe essere accompagnata anche da alcune importanti cessioni di sovranità dai governi alle Autorità europee a cominciare dall’unità del mercato bancario, dalla politica dell’immigrazione e dalla politica fiscale.

Questi obiettivi, quelli di emergenza e quelli di sfondo, hanno bisogno evidentemente di una politica per esser realizzati e – come è evidente – alcuni debbono essere raggiunti nei prossimi giorni, altri tra pochi mesi e altri ancora tra un paio d’anni. Alla confusa, demagogica e pericolosa convergenza anti-Monti e anti-euro va dunque opposta una responsabile coalizione di tutte le forze di centrosinistra in Europa e in Italia. Ripeto: centrosinistra, cioè la sinistra di governo e il centro. Negli altri Paesi i partiti hanno il peso che gli spetta per le funzioni che debbono svolgere: mettere in comunicazione il popolo e le istituzioni. In Italia purtroppo da molti anni non è più così. Quale più quale meno i partiti sono diventati clientele e uffici di collocamento del personale dirigente. C’è chi ha conservato una dignità ed una visione moderna del bene comune; chi è rimasto appoggiato a valori arcaici e ideologici e chi infine ha perso anche la dignità. Perciò è giusto dire – come dice Bersani – che non si può fare di ogni erba un fascio, ma è altrettanto spiacevole dover constatare che i partiti, anche quelli che hanno conservato la dignità, hanno tuttavia trascurato il rapporto con il popolo ed hanno contribuito a occupare le istituzioni invece di riconoscerne ed esaltarne l’autonomia.

Tutto il discorso sulle liste civiche – che rischia tuttavia di esser fattore di confusione se viene affrontato con retropensieri inaccettabili – verte su questo punto. La società civile, cioè gli elettori sovrani al momento del voto, dovrebbero riscoprire i partiti e “invaderli” laddove si riconoscano nei loro valori. Oppure formare liste civiche collegate con quei partiti, legge elettorale permettendo. Cioè: trasfusioni di sangue nuovo oppure circolazione extracorporea di sangue nuovo. I partiti – se vorranno rinnovarsi – debbono accogliere sia l’una sia l’altra soluzione purché gli obiettivi siano chiari e le persone appropriate per quanto riguarda l’etica pubblica, la competenza e l’entusiasmo per un’impresa molto audace.

PS. Alcuni giornali (Il Foglio, Il Fatto) e alcune trasmissioni televisive (il Tg di La7) hanno dato notizie che io, Carlo De Benedetti ed Ezio Mauro propugneremmo una lista civica di Repubblica che intraprenda una “scalata ostile” al Pd portando come personaggio di sfondamento Roberto Saviano. Saviano da un lato e noi dall’altro abbiamo smentito questa notizia degna soltanto del sito Dagospia, peraltro preclaro per chi ama il gossip.
Queste sono invece questioni molto serie e non gossippare e come tali dovrebbero esser trattate. Il giornalismo che usa il gossip fa molto male il suo mestiere e reca danno non alle persone ma al Paese.

Eugenio Scalfari (La Repubblica - 3 giugno 2012)


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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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