"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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venerdì 24 agosto 2012

Quanto ci costa la scorta del deputato Berlusconi

Una quarantina di uomini divisi in due squadre di 20 ciascuna e due auto blindate per una spesa superiore ai 200mila euro al mese. Vale a dire due milioni e mezzo l’anno. Tanto costano gli uomini dei servizi di sicurezza che ancora oggi stanno appresso all’ex premier Silvio Berlusconi. Senza contare i carabinieri dispiegati dal Ministero degli Interni per servizi ordinari presso le ville di famiglia. Un’eredità che lo stesso Berlusconi si è costruito da solo, a più riprese, con provvedimenti ad hoc e che è riuscito a mantenere anche oggi che è un deputato come altri, solo molto molto costoso. Tanto che gli 80mila euro per la scorta balneare di Fini, da settimane oggetto di furiose polemiche, diventano briciole.

Gli uomini al seguito del Cavaliere, spiegano fonti molto qualificate, hanno trattamenti economici doppi rispetto ai colleghi che svolgono servizi di sicurezza ordinari. Hanno stipendi e prerogative equiparati a quelli dei colleghi dello spionaggio e controspionaggio senza esserlo. Siamo, per essere chiari, intorno ai cinquemila euro al mese. E sono appunto quaranta. I conti sono presto fatti.

Nei suoi mandati, a più riprese, il Cavaliere è riuscito a cambiare le regole sulla sicurezza e imporre uomini di fiducia provenienti dalla sua azienda. Lo si scoprirà anni più tardi, quando i magistrati baresi cercheranno risposte all’andirivieni incontrollato di persone dalle ville del Cavaliere: possibile che nessuno della sicurezza controllasse chi entra e chi esce? Si, perché il premier, proprio per tutelare la sua “privacy”, già dal primo mandato era riuscito a sostituire gli uomini dello Stato con quelli della security di Fininvest e Standa (da quel giorno in poi a libro paga degli italiani). Un’impresa non semplice. Prima di allora, infatti, nessuno poteva entrare in polizia, carabinieri o finanza senza un regolare concorso pubblico. Per garantirsi la “sua” scorta – che obbedisca a personalissimi criteri di fedeltà privata e discrezione pubblica – Berlusconi ricorre allora a un escamotage senza precedenti: grazie alle sue prerogative di Presidente del Consiglio, s’inventa una nuova competenza ad hoc presso i Servizi, gli unici cui la legge consente di assumere personale a chiamata diretta. Nasce così un nucleo per la scorta del presidente che fa capo al Cesis (oggi Aisi, Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna) anziché al Viminale, anche se con l’attività di intelligence vera e propria nulla ha a che fare.

Gli uomini d’azienda vestiranno la divisa sotto la guida dell’uomo che, alla fine degli anni Ottanta, faceva la security alla Standa. E che di punto in bianco si trova capo-scorta del presidente del Consiglio con la qualifica di capo-divisione dei servizi. E si porta dietro almeno altre cinque ex body-guard Fininvest. Col tempo la struttura è cresciuta a ventiquattro unità, poi 31 e infine 40 che stavolta vengono in parte attinte dalle Forze dell’Ordine, ma sempre su indicazione di quel primo nucleo. Che tornerà regolarmente ad ogni successivo mandato. Anzi, non smetterà più di prestare servizio.

Quegli stessi uomini, infatti, sono lì ancora oggi che il Cavaliere è tornato ad essere un deputato. Perché? Perché ha deciso così. E’ il 27 aprile del 2006. Berlusconi ha perso le elezioni e si appresta a fare le valigie e cedere la poltrona e la “campanella” del Consiglio dei Ministri a Romano Prodi. Ma non ha alcuna intenzione di cedere anche quella struttura che i magistrati baresi tre anni dopo definiranno quantomeno “anomala” e che in fin dei conti è una sua creatura. Così, giusto 17 giorni dopo il voto, poco prima di lasciare il Palazzo, Berlusconi vara un altro provvedimento ad hoc che oggi giorno potrebbe chiamarsi a buon diritto “salva-Inserisci linkscorta”, nella migliore tradizione delle leggi ad personam. Se ne accorgono, in ottobre, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sul Corriere, che raccontano come, non fidandosi del professore, la scorta per il futuro Berlusconi abbia provveduto a farsela da solo stabilendo che i capi di governo “cessati dalle funzioni” abbiano diritto a conservare la scorta su tutto il territorio nazionale nel massimo dispiegamento. Così facendo riesce a portarsela via come fosse un’eredità personale, anche se era (e continua a essere) un servizio di sicurezza privato pagato con soldi pubblici. Al costo, ancora oggi, di due milioni e mezzo l’anno.

giovedì 23 agosto 2012

Il Manifesto della Generazione Perduta

Oggi quasi dieci milioni di italiani tra i 30 e i 40 anni vengono considerati “perduti” ed invitati ad accettare con rassegnazione un destino senza speranze né futuro. Ma noi non ci sentiamo “perduti”, né abbiamo voglia di rassegnarci ad un destino che altri hanno scritto per noi. È arrivato il momento, prima che sia davvero troppo tardi, di ritrovarci, contarci ed aggregarci attorno ad alcune parole chiave, cinque tag dai quali ripartire: rispetto, merito, impegno, progetto e fiducia.
Leggi il Manifesto della Generazione Perduta
Chi siamo “Generazione Perduta” non è un partito o un’associazione, né vuole diventarlo. Questo sito nasce per essere un punto d’incontro ove discutere e confrontarsi su come la generazione dei 30-40enni italiani può ritrovarsi e ritrovare il proprio ruolo nella società. La prima iniziativa di Generazione Perduta è il “Manifesto“, che può essere sottoscritto cliccando qui. L’elenco dei promotori del Manifesto è invece disponibile qui. Come supportarci Ti riconosci nel Manifesto della Generazione Perduta e vuoi supportare l’iniziativa? Hai quattro modi per sostenerla: Firma il Manifesto della Generazione Perduta;Metti un “Mi piace” alla pagina Facebook ed aiutaci a far conoscere il più possibile l’iniziativa;Invita i tuoi amici a sottoscrivere il Manifesto. Se lo fai via Twitter, usa l’hashtag #generazioneperduta;Scrivi un articolo o un post su Generazione Perduta e segnalacelo a manifesto@generazioneperduta.it. Cosa faremo Il primo obiettivo di Generazione Perduta è quello di porre all’attenzione di opinone pubblica, istituzioni ed organi di informazione il tema relativo al ruolo e alla condizione dei 30-40enni italiani. Nei prossimi mesi, i temi del Manifesto saranno ripresi in eventi ed altre iniziative. Se avete suggerimenti e proposte, scrivete a manifesto@generazioneperduta.it.

http://www.generazioneperduta.it/

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Manifesto della Generazione Perduta:
"Noi siamo la generazione perduta. Quei 30-40enni italiani per i quali – come ha di recente confermato il Presidente Monti – lo Stato non potrebbe far altro che limitare i danni. Perché è ormai troppo tardi per offrirci speranze e futuro.Siamo consapevoli – e ce lo ha ricordato lo stesso Premier – che le responsabilità di questa situazione sono di un’altra generazione: quella alla quale appartiene buona parte della classe dirigente che negli ultimi venti anni ha guidato questo Paese.Oggi i quasi dieci milioni di italiani che appartengono alla nostra generazione vengono considerati “perduti” ed invitati ad accettare con rassegnazione un destino senza speranze né futuro. E padri senza futuro non possono generare figli capaci di averne.Praticamente, il risultato di un esperimento dall’esito fallimentare, che ha avuto per laboratorio il Paese intero e noi come cavie. Dieci milioni di vittime sono un bilancio inaccettabile per il Paese, rispetto al quale è necessario interrogarsi sulle reali responsabilità di chi ha prodotto questo disastro.
Eppure non ci sentiamo “perduti”. Né abbiamo voglia di rassegnarci ad un destino che altri hanno scritto per noi, anche se siamo consapevoli che molti di noi per troppo tempo hanno atteso che ’altri’ si occupassero dei nostri problemi.
Per questo motivo, siamo convinti che non possono essere gli stessi che ci hanno condotto sin qui a farci uscire da questo guado, soprattutto se la loro più elevata ambizione è quella di ’limitare i danni’.È arrivato il momento, prima che sia davvero troppo tardi, di ritrovarci, contarci ed aggregarci attorno ad alcune parole chiave, cinque tag dai quali ripartire.
La nostra non è una iniziativa finalizzata a creare un’associazione o un movimento politico. Nè cerchiamo o vogliamo padrini di alcun tipo. Siamo professionisti, dirigenti, giornalisti, docenti, ricercatori, imprenditori, cocopro, che non vogliono – e, visti i risultati, non possono – delegare ancora ad altri il compito di scrivere il proprio futuro e quello dell’Italia.
Vogliamo impegnarci, ciascuno nel proprio ambito di competenza, a scrivere per noi e per il Paese un destino diverso rispetto a quello al quale chi ci ha governato sin qui ci vorrebbe inesorabilemnte condannati, perché siamo convinti di essere una risorsa per il Paese troppo a lungo ignorata e sacrificata.Servono, probabilmente, poche parole, tanta buona volontà, speranze ed ottimismo. Doti che, evidentemente, non appartengono più a chi ci vorrebbe convincere che il miglior futuro possibile per noi sia la limitazione dei danni.Ecco le parole per raccontare quello che vogliamo e che faremo.
1. Rispetto
- È innanzi tutto quello che chiediamo a chi ci ha condotto a questa situazione ed oggi pretende di tenerci ancora ai margini delle decisioni che riguardano il nostro presente ed il nostro futuro, e quindi quello del Paese, raccontando che per noi è troppo tardi per fare qualsiasi cosa. Rispetto è quello che diamo e promettiamo alle generazioni che ci hanno preceduto, ma alle quali chiediamo ora di passare il testimone. Senza ’guerre generazionali’ ma seguendo il normale ordine delle cose.
2. Merito
- Non chiediamo favori o ’quote giovani’ che tanti danni hanno già fatto al Paese. Vogliamo impegnarci per l’affermazione di una vera cultura del merito che premi i migliori e porti con sé un’etica delle responsabilità per la quale essere giovani non debba essere un vantaggio, ma non rappresenti nemmeno un ostacolo. Un Paese che non si doti delle necessarie regole per garantire il merito, oggi rinuncia alle migliori energie ed idee che ha a disposizione. Non perde solo una generazione, ma perde sé stesso.
3. Impegno
- Vogliamo recuperare la dimensione perduta dell’impegno. Quella dimensione che ci porta ad essere cittadini attivi nel lavoro, nella società, nella famiglia. È una dimensione troppo spesso dimenticata in questo Paese in favore proprio di quei disvalori (clientelismo, corruzione, lottizzazioni) che ci hanno condotto nella situazione attuale.
4. Progetto
- Abbiamo voglia di recuperare progettualità individuale e collettiva. La prima che ci permetta di avere un mutuo, comprare casa, fare figli. La seconda che ci consenta di disegnare il Paese che vogliamo: più moderno, solidale, competitivo. In grado di superare le contingenze guardando sempre al proprio futuro con un obiettivo chiaro.5. Fiducia - Siamo stanchi di facili disfattismi e diagnosi che, sottraendoci la speranza, ci negano la possibilità di progettare e sognare. Abbiamo deciso di avere fiducia in noi stessi perché siamo convinti di essere una risorsa per il Paese e chiediamo fiducia per non essere considerati prima eterni ragazzi che non sono ancora pronti, e poi errori di percorso da non ripetere e che basta dare per persi.

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Firma il Manifesto!


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Generazione Perduta’, ecco cosa (e chi) c’è dietro la marcia indietro di Mario Monti
Prima l’attacco frontale, poi la marcia indietro. A prima vista senza motivo. E invece un motivo c’è. Tre settimane fa Mario Monti, in un’intervista a Sette del Corriere, ha dichiarato che non c’è niente da fare: i 30-40enni che oggi non trovano lavoro sono spacciati. Quindi meglio limitare i danni della ‘generazione perduta’ e dedicarsi a quelle nuove. Al Meeting di Cl a Rimini, però, ecco il puntuale dietrofront: “Non so se pentirmi di aver usato quell’espressione. Non ho fatto altro che constatare con crudezza una realtà che è davanti agli occhi di tutti: lo ‘sperpero’ di una intera generazione di persone che oggi giovani non lo sono più, alcuni di loro hanno superato i 40 anni d’età, e che pagano le conseguenze gravissime della scarsa lungimiranza di chi, prima di me, non ha onorato il dovere di impegnarsi per loro. (…) Una perdita che danneggia tutti noi, non solo i diretti interessati, a cui non mancano né energie né competenze. Dobbiamo fare tutto quanto è possibile affinché il Paese non perda anche voi”.

Insomma, una mezza marcia indietro. Che non è farina del suo sacco. E che nasconde due notizie. La prima: a provocare il parziale ravvedimento è stato un 35enne che scrive i discorsi del Premier. Si chiama Gianluca Sgueo ed è approdato a quell’incarico dopo che, come tanti ricercatori italiani, non ha trovato collocazione in università. Quel discorso l’ha scritto di suo pugno e Monti lo ha ripercorso a braccio davanti alla plaudente platea ciellina. La seconda: allo stesso tempo, lo speech writer di Monti ha sottoscritto il Manifesto per la GenerazionePerduta, un documento che suona come una risposta al premier e come un atto d’accusa alla classe dirigente del Paese, così incollata alla poltrona da condannare gli under 40 a un futuro di incertezze e di nessun peso. Un manifesto – che per inciso Monti ha citato – con non pochi elementi di contrapposizione al governo attuale, ai precedenti e a tutti i partiti che oggi cinicamente strizzano l’occhio alla generazione che hanno contribuito a smarrire (ultimo, in ordine di tempo, è Gianfranco Fini, con l’idea dei “mille per l’Italia” una campagna d’autunno per fare incetta di idee buone raccolte da società civile e universo giovanile).
LE STORIE E LE REGOLE, ECCO DA DOVE PARTIREGenerazione Perduta, dunque. Di che si tratta? Di un movimento? Di un partito? “Niente di tutto questo – spiega Stefano Epifani, uno dei promotori – E’ una reazione pubblica, un gruppo attivo su Facebook di persone nate tra i tardi anni ’60 e i ’70, che hanno deciso di unirsi e organizzarsi, fare rete, costruire proposte e rispondere colpo su colpo a chi vorrebbe archiviare una generazione definendola irrecuperabile. Non chiediamo quote giovani ma che il tema torni al centro dell’agenda politica per consentire ai 30-40 di emergere e diventare protagonisti di una concreta opportunità di ricambio intergenerazionale”.
Un obiettivo che non sembra proprio a tiro. “E’ chiaro – dice con realismo Gianluca Sgueo – che questo governo non avrà il tempo di ricostruire quello che i precedenti hanno demolito, ma alcune cose vanno nella direzione giusta. Sulle start-up è vero che il provvedimento iniziale per le Srl agevolate era per under 35 e intercettava metà della generazione perduta, ma c’erano sostegni anche per gli over 35 e il pacchetto di misure che sta predisponendo Passera per settembre guarderà anche a questa area in grande sofferenza”. Sgueo ha il pallino della democrazia partecipata e sta lavorando a un progetto di legge che regolamenti le lobby che agiscono nell’ombra e riescono a condizionare sistematicamente le scelte economiche e politiche di governo e parlamento (ne ha descritto la fenomenologia in un libro Lobbiyng&lobbismi – Le regole del gioco in una democrazia reale, Egea, 263 pg). “Se ci fosse il tempo – e lo dico per esperienza personale – bisognerebbe riformare il sistema universitario mettendo fine alla piaga dei ricercatori a vita, ridiscutere il sistema dei concorsi pubblici che non seleziona necessariamente una classe di funzionari più capaci e soprattutto in grado di rinnovarsi”.
Insomma, ci sarebbe tanto da fare, ma il tempo stringe. L’obiettivo è dunque quello di costruire rapidamente un gruppo di pressione tale da imporre il tema anche a chi guiderà la XVII Legislatura. Il punto di partenza sembrava lontanissimo ma in 72 ore il Manifesto è stato sottoscritto da un migliaio di firme in pieno agosto. Contiene cinque punti che sono i principi (rispetto, merito, impegno, progetto e fiducia) dai quali partire per poi mettere in campo azioni concrete. Il gruppo, ad esempio, sta raccogliendo le storie di chi – nel lavoro, nella carriera e nell’impresa – ha incontrato sconfitte e vittorie.
“In poche ore – racconta Epifani – sul nostro gruppo Facebook sono arrivate testimonianze di carriere mai nate, di ricercatori afflitti in Italia e comprati a peso d’oro all’estero, di imprese nate dai giovani e morte contro il muro della burocrazia”, racconta. “Le prendiamo, le organizziamo e articoliamo per pubblicare un instant-book da diffondere in tutte le sedi istituzionali e politiche con il messaggio che la generazione non si è perduta, ma è stata dimenticata. E oggi paga il prezzo di questa scelta, che è politica e culturale, e del generale ritardo di tutto il sistema-paese”. Com’è accaduto alla pr di un’azienda del NordEst che si è dovuta fiondare negli Emirati Arabi “per sbloccare un ordine che era stato congelato in attesa di avere garanzie di solvenza, e questo solo per il fatto di operare in un Paese in cima alla black list del rischio default”.
DALL’AUTO BLU A CHI CI STA DENTRO
La prospettiva è anche quella di ribaltare il paradigma dello spreco. “Da anni – spiega Epifani – ci hanno convinto che il problema dell’Italia siano le auto blu o le province da abolire. Ma se ridurle è sacrosanto, è anche vero che questo non cambierà molto per la generazione perduta. Si punta il dito sull’auto blu e la poltrona e non su chi ci sta sopra, magari per 20 anni, togliendo spazio, accesso, ricambio a nuove generazioni. Questo è lo spreco di risorse che si sta consumando in Italia“. Per questo una delle prime proposte di legge di Generazione Perduta punterà alla riduzione dei mandati per chiunque abbia incarichi pubblici e politici. “Servono strumenti innovativi di blocco delle poltrone, dopo 10 anni a casa. Solo così si evita di avere in Parlamento e nei centri nevralgici della cosa pubblica dei settantenni che non hanno alcuna intenzione di cedere i privilegi raggiunti per far spazio a nuove generazioni; oppure i collezionisti di incarichi pubblici come Mastrapasqua, il presidente dell’Inps che ha collezionato 30 incarichi diventando uno degli italiani più ricchi e potenti”.

Altro obiettivo è dare profondità alla massa di persone perdute che finora ha fatto solo piatta e fredda statistica. “Sappiamo che i 30-40enni sono circa 10 milioni, conosciamo quali sono i problemi. Ma non si va molto oltre. Eppure in ambito accademico l’Italia può contare su un buon numero di studiosi dei problemi delle generazioni che potrebbero avere ancora molte cose da dire, da proporre, da spiegare e trasmettere. Esperti che non hanno voce, non vengono ascoltati. Ecco, noi li stiamo identificando e li vogliamo collegare al progetto perché il loro sapere sia a disposizione di chi sarà chiamato a fare scelte che ricadono sui cittadini e sulla società italiana”.
(Il Fatto Quotidiano - 23 agosto 2012)


mercoledì 22 agosto 2012

Oliver Stone e Michael Moore: registi in difesa di Assange e Wikileaks

Dalla macchina da presa alle colonne del quotidiano più famoso del mondo. Michael Moore e Oliver Stone, i due registi più anticonformisti e discussi d’America, firmano sul New York Times un appello a quattro mani a favore di Julian Assange e della libertà di informazione. Una presa di posizione immediatamente successiva al discorso tenuto pochi giorni fa dal fondatore di Wikileaks all’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove è attualmente ospitato.

Nella sua prima sortita pubblica dopo mesi, Assange si era rivolto direttamente al presidente degli Stati uniti d’America Barack Obama chiedendogli di sbrogliare la complessa situazione che lo vede coinvolto, con la Svezia che vorrebbe interrogarlo per supposta violenza sessuale nel 2010, pur senza garantirgli l’estradizione Oltreoceano. Lì, infatti, Assange potrebbe essere severamente giudicato per le fughe di notizie degli ultimi anni, che hanno messo seriamente in crisi il sistema diplomatico statunitense, svelando retroscena e documenti top-secret.

Ora, la posizione scomoda di Julian Assange viene presa a modello dai premi Oscar Michael Moore e Oliver Stone, che hanno da sempre distinto la loro carriera cinematografica per critiche feroci al lato oscuro dell’american way of life, mettendo spesso in discussione la retorica del governo statunitense e le troppo morbide giustificazioni che questo ha accampato per tragedie come la guerra in Vietnam (vedi “Platoon“, di Oliver Stone) o la facilità di procurarsi un’arma da fuoco nel territorio a stelle e strisce (paradigmatico “Bowling a Columbine“, di Moore).

Critiche pesanti, che i due cineasti non risparmiano anche nel caso Assange, con il sistema di potere americano da una parte, surretiziamente coinvolto nella spy story giuridica e, dall’altra, assai indispettito per essersi trovato “nudo” di fronte all’opinione pubblica mondiale dopo le rivelazioni di Wikileaks. Non a caso, Stone e Moore citano come grandi successi del giornalismo l’aver mostrato i veri volti della guerra in Iraq e Afghanistan, o “alcune riprese che sembrano mostrare l’uccisione indiscriminata di civili a Baghdad da pare di un elicottero militare satunitense”.

Tutti esempi che dimostrano, una volta di più, come “il sistema delle notizie negli Stati Uniti spesso fallisca nell’informare gli Americani sulle azioni peggiori attuate dal nostro stesso governo“, scrivono i due registi. Un compito che, oggi, ha deciso di svolgere Wikileaks, portando, però, il suo fondatore Assange sulla graticola della giustizia internazionale, con epiteti poco lusinghieri come quello di “terrorista high-tech”, piovuto da esponenti di punta dei due maggiori partiti americani.

Ma la maggior parte degli Americani, degli Svedesi e anche dei cittadini britannici ignora, scrivono Stone e Moore “che Assange non è stato accusato formalmente dalla Svezia di nessun reato. Piuttosto, è stata richiesta la sua autorizzazione all’arresto per interrogarlo riguardo le testimonianze che lo descrivono responsabile di uno stupro nel 2010. Affermazioni che dovrebbero essere ampiamente verificate, prima che Assange venga costretto a spostarsi in un Paese che potrebbe portarlo al di là della portata del proprio sistema di giustizia“. Eppure, lo stupro di cui viene additato Assange, altro non sarebbe, secondo la legislazione svedese, che un rapporto tra due persone consenzienti, in cui si omette di precisare di non stare usando anticoncezionali.

A questo proposito, non va dimenticato che è stato proprio Assange a epsrimere la volontà di essere interrogato a Londra. E proprio l’Ecuador, che i registi applaudono per aver garantito asilo al giornalista più famoso del mondo, avrebbe messo a disposizione la propria ambasciata in terra inglese per l’interrogatorio. Addirittura, “Assange – scrivono Moore e Stone – ha preso l’impegno di spostarsi in Svezia fin da subito, se il governo scandinavo garantirà di non estradarlo negli Stati Uniti“. Proposte alle quali il governo svedese ha recisamente voltato le spalle.

Ecco, dunque, svelato il vero intendimento dei governi svedese e britannico:

Il loro vero obiettivo – puntano il dito i due premi Oscar – è portare Assange in Svezia, da dove potrebbe essere più facilmente estradato negli Stati Uniti per essere accusato“, stante l’opera di investigazione portata avanti da alcuni organi governativi contro Wikileaks, come il Dipartimento di Giustizia. Ecco, dunque, che la battaglia di Julian Assange non è quella di un uomo che cerca di sfuggire alla giustizia, ma una lotta della libera informazione contro i condizionamenti e i freni posti dal sottile equilibrio internazionale che mantiene le relazioni tra gli Stati.

Assange – ricordano Oliver Stone e Michale Moore – non è cittadino americano e nessuna delle sue azioni ha avuto luogo sul territorio americano. Se gli Stati uniti possono perseguire un giornalista in queste condizioni, i governi di Russia e Cina potrebbero, seguendo la stessa logica, richiedere l’estradizione di reporter stranieri dovunque sul pianeta per aver violato le loro leggi“. Dunque, consegnare Assange agli Stati Uniti potrebbe generare un precedente molto più grave della fuga di notizie o della “cattura” di un ricercato illustre che conosce a menadito i mezzi di informazione: quello di poter scatenare una caccia globale ai giornalisti scomodi alle superpotenze, che arrivi a calpestare qualsiasi recinto di giurisdizione e in totale sfregio alla libertà di espressione degli uomini.

Un’ipotesi drammatica, che un baluardo della democrazia come sono da sempre gli Stati Uniti dovrebbe combattere con tutte le proprie forze, morali e materiali. La vicenda di Assange, probabilmente, durerà ancora a lungo, ma una cosa è certa: se, su di essa, un film verrà mai girato, Michael Moore e Oliver Stone, con un taglio tra il documentaristico, l’inchiesta e la spasmodica ricerca per le verità ingombranti, ne darebbero una lettura impeccabile.

www-leggioggi.it

Leggi l’appello di Michael Moore e Oliver Stone sul New York Times

"WE have spent our careers as filmmakers making the case that the news media in the United States often fail to inform Americans about the uglier actions of our own government. We therefore have been deeply grateful for the accomplishments of WikiLeaks, and applaud Ecuador’s decision to grant diplomatic asylum to its founder, Julian Assange, who is now living in the Ecuadorean Embassy in London.

Ecuador has acted in accordance with important principles of international human rights. Indeed, nothing could demonstrate the appropriateness of Ecuador’s action more than the British government’s threat to violate a sacrosanct principle of diplomatic relations and invade the embassy to arrest Mr. Assange.

Since WikiLeaks’ founding, it has revealed the “Collateral Murder” footage that shows the seemingly indiscriminate killing of Baghdad civilians by a United States Apache attack helicopter; further fine-grained detail about the true face of the Iraq and Afghanistan wars; United States collusion with Yemen’s dictatorship to conceal our responsibility for bombing strikes there; the Obama administration’s pressure on other nations not to prosecute Bush-era officials for torture; and much more.

Predictably, the response from those who would prefer that Americans remain in the dark has been ferocious. Top elected leaders from both parties have called Mr. Assange a “high-tech terrorist.” And Senator Dianne Feinstein, the California Democrat who leads the Senate Select Committee on Intelligence, has demanded that he be prosecuted under the Espionage Act. Most Americans, Britons and Swedes are unaware that Sweden has not formally charged Mr. Assange with any crime. Rather, it has issued a warrant for his arrest to question him about allegations of sexual assault in 2010.

All such allegations must be thoroughly investigated before Mr. Assange moves to a country that might put him beyond the reach of the Swedish justice system. But it is the British and Swedish governments that stand in the way of an investigation, not Mr. Assange.

Swedish authorities have traveled to other countries to conduct interrogations when needed, and the WikiLeaks founder has made clear his willingness to be questioned in London. Moreover, the Ecuadorean government made a direct offer to Sweden to allow Mr. Assange to be interviewed within Ecuador’s embassy. In both instances, Sweden refused.

Mr. Assange has also committed to traveling to Sweden immediately if the Swedish government pledges that it will not extradite him to the United States. Swedish officials have shown no interest in exploring this proposal, and Foreign Minister Carl Bildt recently told a legal adviser to Mr. Assange and WikiLeaks unequivocally that Sweden would not make such a pledge. The British government would also have the right under the relevant treaty to prevent Mr. Assange’s extradition to the United States from Sweden, and has also refused to pledge that it would use this power. Ecuador’s attempts to facilitate that arrangement with both governments were rejected.

Taken together, the British and Swedish governments’ actions suggest to us that their real agenda is to get Mr. Assange to Sweden. Because of treaty and other considerations, he probably could be more easily extradited from there to the United States to face charges. Mr. Assange has every reason to fear such an outcome.The Justice Department recently confirmed that it was continuing to investigate WikiLeaks, and just-disclosed Australian government documents from this past February state that “the U.S. investigation into possible criminal conduct by Mr. Assange has been ongoing for more than a year.” WikiLeaks itself has published e-mails from Stratfor, a private intelligence corporation, which state that a grand jury has already returned a sealed indictment of Mr. Assange. And history indicates Sweden would buckle to any pressure from the United States to hand over Mr. Assange. In 2001 the Swedish government delivered two Egyptians seeking asylum to the C.I.A., which rendered them to the Mubarak regime, which tortured them.

If Mr. Assange is extradited to the United States, the consequences will reverberate for years around the world. Mr. Assange is not an American citizen, and none of his actions have taken place on American soil. If the United States can prosecute a journalist in these circumstances, the governments of Russia or China could, by the same logic, demand that foreign reporters anywhere on earth be extradited for violating their laws. The setting of such a precedent should deeply concern everyone, admirers of WikiLeaks or not.

We urge the people of Britain and Sweden to demand that their governments answer some basic questions: Why do the Swedish authorities refuse to question Mr. Assange in London? And why can neither government promise that Mr. Assange will not be extradited to the United States? The citizens of Britain and Sweden have a rare opportunity to make a stand for free speech on behalf of the entire globe.

Michael Moore and Oliver Stone are Academy Award-winning filmmakers."


martedì 21 agosto 2012

“Eugenio che dici”, i 10 motivi per cui Scalfari sbaglia sulla trattativa Stato-mafia

Domenica, su Repubblica, Eugenio Scalfari ha risposto a Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale nonché illustre collaboratore del suo giornale, che venerdì aveva fatto a pezzi il conflitto di attribuzione di Napolitano contro la Procura di Palermo e gli argomenti dei supporter del Quirinale, Scalfari in primis. Ma, oltre a contrapporre i propri argomenti a quelli di Zagrebelsky, il fondatore di Repubblica lo ha anche attaccato personalmente, dipingendolo come uno sprovveduto, ignorante, disinformato e scorretto (“Zagrebelsky mostra di non rendersi conto…”, ha commesso “una scorrettezza che è lui il primo a considerare grave”, “non dovrei esser io a ricordare a un ex presidente della Corte…”, “forse Zagrebelsky non era al corrente di questo interessante dettaglio”, per non parlare della “delusione” provocata in lui dall’adesione del giurista all’appello del Fatto per i magistrati siciliani). E, già che c’era, ha offeso la logica, la verità storica, la professionalità di tutti i magistrati antimafia degli ultimi vent’anni e persino la memoria di Giovanni Falcone.

1. Cui prodest? “L’articolo di Zagrebelsky… rafforza e conforta col prestigio giudiziario del suo autore la campagna in corso da tempo contro il Quirinale… prima ancora che le inchieste palermitane fornissero un’ulteriore occasione e che ha poi acquistato una virulenza che va molto al di là del sacrosanto diritto di informazione e di critica… Invito perciò Zagrebelsky a porsi il problema dell’uso che verrà fatto da quelle forze politiche e da quei giornali delle sue dichiarazioni”. Scalfari dipinge una scena di pura fantapolitica: un Napolitano solo e inerme dinanzi all’assalto congiunto di forze vastissime e potentissime. La realtà è opposta: l’intera maggioranza parlamentare (Pdl, Udc, Pd) con l’aggiunta della Lega stanno acriticamente con Napolitano, così come tutti i tg e i giornali. Gli unici che si permettono critiche argomentate sulla gestione sgangherata e autolesionistica del caso Quirinale-Mancino (dunque dopo e non prima degli esiti dell’inchiesta palermitane) sono: in Parlamento, l’Idv; in edicola, il Fatto; sul web, Grillo. Fra i costituzionalisti, solo Zagrebelsky ha criticato il Presidente, tutti gli altri l’hanno difeso a spada tratta; idem fra i processualisti, con l’eccezione di Cordero. Ma, siccome “amicus Plato, sed magis amica veritas”, un giornalista dovrebbe verificare cosa dice la legge e come si sono svolti i fatti, non chi si “rafforza” e da chi si viene “usati” sostenendo questa o quella tesi. Altrimenti, a furia di “cui prodest?”, si potrebbe sostenere che gli attacchi di Scalfari ai pm antimafia rafforzano il Pdl e B., che infatti (vedi Giuliano Ferrara), difendono Napolitano e persino su Scalfari “usando” i suoi scritti per screditare la magistratura. Del resto, se un intellettuale deve tenere per sé le sue critiche a Napolitano per non lasciarle “usare” da chi “attacca il Capo dello Stato”, perché Scalfari attaccò almeno tre capi dello Stato come Antonio Segni (per il piano Solo sull’Espresso), Giovanni Leone (sull’Espresso) e Francesco Cossiga? Forse che il Capo dello Stato è criticabile e attaccabile solo quando non piace a Scalfari?

2. La legge dell’ex. “Sconcerta constatare che un ex presidente della Consulta si è già espresso (sul conflitto innescato da Napolitano contro i pm di Palermo, ndr)… Una scorrettezza che è lui il primo a considerare grave”. Cioè: un ex presidente della Consulta sarebbe scorretto solo perché commenta un conflitto di attribuzioni promosso dal capo dello Stato dinanzi alla Consulta di cui non fa più parte? E allora perché Scalfari non ha accusa di scorrettezza tutti gli altri presidenti emeriti della Consulta – Mirabelli, Onida, Capotosti, De Siervo, Casavola e Flick – che quel conflitto l’han commentato eccome, per dare ragione al Colle? È scorretto commentare per criticare, mentre è corretto commentare per plaudire? In questo caso Scalfari confonderebbe la libertà di espressione col dovere di encomio.

3. Armi pari o impari? “La Corte si è più volte espressa, in varie occasioni e con vari presidenti della Repubblica, con sentenze e giudizi contrastanti con decisioni del Capo dello Stato. Ha bocciato atti da lui firmati, iniziative da lui prese, perfino leggi elettorali da lui promulgate. Nel caso in questione Zagrebelsky ha caricato il ricorso di significati che esso non ha”. Insomma nessun duello ad armi impari e dall’esito scontato (pro-Napolitano), come scrive Zagrebelsky. Forse a Scalfari sfugge che mai un presidente della Repubblica ha attivato un conflitto di attribuzioni contro un ufficio giudiziario, tantomeno perché la Consulta gli conferisca una nuova prerogativa costituzionale (Scalfari invoca una sentenza “additiva” o “interpretativa”, ammettendo dunque che quella prerogativa nel testo della Costituzione non esiste). Insomma, non esistono precedenti: dichiarare incostituzionale una legge promulgata dal Presidente (tutte le leggi sono promulgate dal Presidente, altrimenti non entrano in vigore) non significa bocciare il Presidente, visto che le leggi sono responsabilità di chi le propone e di chi le approva in Parlamento e il Presidente – come Scalfari e Napolitano hanno sempre sostenuto – non può respingerle se non in casi eccezionali e solo in prima battuta.

4. Immunità da Comma 22. “Il ricorso (di Napolitano alla Consulta contro i pm di Palermo, ndr) chiede soltanto che… venga chiarito se l’irresponsabilità politica del Presidente per atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni contempli anche l’inconoscibilità di quegli atti qualora essi siano ritenuti processualmente irrilevanti”. Inconoscibilità? Ma quando mai una Costituzione potrebbe prevedere che gli atti compiuti da un Presidente nell’esercizio delle sue funzioni, dunque pubblici per definizione, siano inconoscibili? Questa è talmente grossa che non la sostiene neppure Napolitano. Il quale invece pretende l’“inconoscibilità” delle sue conversazioni indirettamente e casualmente intercettate sul telefono di Mancino: e anche questa è impossibile, visto che anche per distruggerle subito (come chiedono Napolitano e Scalfari), i magistrati dovrebbero comunque prima valutare se erano nell’esercizio delle funzioni, dunque ascoltarle e conoscerle. Scalfari ricorda che la Procura le ha giudicate “processualmente irrilevanti”: cosa che non avrebbe potuto fare se le avesse distrutte senza ascoltarle. Da un lato si chiede di distruggerle perché relative all’esercizio delle funzioni e giudicate irrilevanti; dall’altro si pretende che i magistrati non le conoscano e si accusa la Procura (vedi decreto Napolitano del 16 luglio) di aver leso le prerogative del Presidente nell’atto stesso di ascoltarle e valutarle. Roba da Comma 22: per ottenere l’esonero dalla guerra, il soldato deve dichiararsi pazzo; ma il Comma 22 stabilisce che chi chiede l’esonero non è pazzo.

5. La fantavvocatura. “L’Avvocatura dello Stato, prima che il ricorso presidenziale fosse redatto, era andata in visita alla Procura di Palermo ed aveva proposto la distruzione delle registrazioni in questione. Ne aveva ricevuto un rifiuto. E dunque il ricorso. Forse Zagrebelsky non era al corrente di questo interessante dettaglio”. Per forza che non era al corrente: questo dettaglio interessante non è mai avvenuto. Se l’è inventato Scalfari per attribuire alla Procura un conflitto partito dal Quirinale. Infatti ieri l’hanno smentito la Procura di Palermo e persino l’amato Quirinale. Il procuratore Francesco Messineo spiega che l’Avvocatura non ha reso alcuna visita in Procura: ha solo scritto una lettera per sapere se esistessero conversazioni intercettate Mancino-Napolitano e, se sì, perché non fossero state distrutte. Il procuratore Messineo ha risposto che, ove mai esistessero, non avrebbero rilevanza penale (infatti non risultano agli atti depositati a fine indagine) e spetterà al gip decidere se distruggerle nell’apposita udienza alla presenza degli avvocati. Se l’Avvocatura avesse proposto alla Procura di distruggerle su due piedi, fra il lusco e il brusco, senza passare dal gip e dal contraddittorio fra le parti, in violazione dell’art. 269 del Codice di procedura, avrebbe commesso il reato di istigazione a delinquere. E, se questi avessero accolto la proposta indecente, avrebbero commesso un reato e un illecito disciplinare. Ma per fortuna nulla di tutto ciò è mai accaduto.

6. Pm fannulloni. “Ci sarebbero da esaminare i risultati delle inchieste che da vent’anni si svolgono a Palermo e Caltanissetta e che finora hanno dato assai magri risultati tranne quello – a Caltanissetta – d’aver fatto condannare… un mafioso accusato dell’omicidio di Borsellino, poi rivelatosi innocente dopo aver scontato otto anni di carcere duro”. Dunque, in vent’anni, le Procure antimafia di Palermo e Caltanissetta non han combinato nulla, se non far condannare un innocente – il falso pentito Scarantino – per via d’Amelio. I procuratori Caselli, Grasso, Messineo, Tinebra, Lari e decine di loro aggiunti e sostituti si sono grattati la pancia dal 1992 a oggi. Strano, pensavamo che avessero decapitato il clan dei corleonesi, facendo arrestare e condannare all’ergastolo centinaia di boss, fra cui Riina, Provenzano, Bagarella, Brusca, i Graviano, Aglieri ecc. rischiando la pelle e scoprendo autori e mandanti diretti delle stragi e di centinaia di delitti eccellenti, e sequestrando centinaia di milioni di euro. Evidentemente ci sbagliavamo. Nessun arresto, processo, condanna, sequestro. Solo un errore giudiziario: quello su Scarantino, peraltro reo confesso con un’autocalunnia pianificata da dirigenti e agenti di Polizia che nessun ministro dell’Interno (nemmeno Napolitano) ha mai ritenuto di mettere sotto inchiesta disciplinare per scoprire perché e per chi depistarono. Senza contare che il depistaggio Scarantino è stato poi smascherato dagli stessi pm di Caltanissetta che, grazie alle rivelazioni del pentito Spatuzza, hanno istruito il processo di revisione.

7. La trattativa buona. “Ci sarebbe da distinguere tra trattativa e trattativa. Quando è in corso una guerra la trattativa tra le parti è pressoché inevitabile per limitare i danni. Si tratta per seppellire i morti, per curare i feriti, per scambiare ostaggi. Avvenne così molte volte ai tempi degli anni di piombo. Il partito della fermezza che non voleva trattare con le Br, e quello della trattativa. Noi fummo allora per non trattare; socialisti, radicali e una parte della Dc erano invece per la trattativa”. Dunque quella che per Scalfari fino a due settimane fa era la “presunta trattativa”, ora è una sicura e sacrosanta trattativa. Nel 1992 era “in corso una guerra” fra due “parti”, l’esercito dello Stato e quello della mafia, che poi si misero d’accordo per “limitare i danni” (di chi? come?), “seppellire i morti” (di chi? quali?), “curare i feriti” (di chi? quali?), “scambiare ostaggi” (c’erano ostaggi? e chi li aveva catturati?). Fu così anche “negli anni di piombo”, anzi solo quando le Br sequestrarono uomini politici democristiani: prima Aldo Moro, poi Ciro Cirillo. Nel primo caso si tentò di trattare, ma non ci si riuscì. Nel secondo, ci si riuscì, chiamando in soccorso la camorra di Cutolo. Già, ma la prima volta chi era per trattare (parte della Dc, Craxi, Martelli, Signorile, Pannella, Sciascia), lo dichiarò alla luce del sole e la possibile contropartita era un atto legittimo, confessabile e confessato: la grazia presidenziale a una brigatista non accusata di fatti di sangue, Paola Besuschio, ma il presidente Leone arrivò troppo tardi. Nel caso Cirillo, chi trattò lo tenne nascosto, ma fu scoperto dalle indagini dei magistrati. Che c’entra tutto questo con le stragi? Nulla. Le Br volevano abbattere lo Stato. Cosa Nostra nel ’92 voleva costringere lo Stato a trattare per stabilire un nuovo patto di convivenza con una nuova classe politica, visto che la vecchia stava sfarinandosi per Tangentopoli. Infatti Riina eliminò subito il traditore Salvo Lima e programmò di assassinare altri politici che avevano tradito i patti o le attese, e poi Falcone che lavorava con Martelli nel governo Andreotti. “Fare la guerra per fare la pace”, disse il boss. Lo Stato ufficialmente dichiarò la guerra e invece si attivò segretamente per fare la pace: la prima mossa, secondo l’accusa, l’avrebbe ispirata Mannino per salvarsi la pelle. Riina se ne felicitò con gli altri boss (“si sono fatti sotto”) e, quando la prima trattativa del Ros sembrò arenarsi, decise di “dare un altro colpetto” eliminando Borsellino che era stato informato della trattativa. Nel 1978 chi voleva trattare sperava di salvare la vita a Moro (anche infischiandosene della morte degli uomini della sua scorta nella strage di via Fani). Nel 1992 chi trattò provocò indirettamente altri morti. Per salvare i politici, fu sacrificato Borsellino insieme alla scorta. E poi i civili morti nelle stragi del ’93 a Firenze, Milano e Roma. Altro che trattare per seppellire i morti: trattando, si condannarono decine di persone a morte, perché i boss capirono dall’atteggiamento dello Stato che le stragi “pagavano”. Non c’erano ostaggi da liberare, anzi lo Stato divenne ostaggio di Cosa Nostra, in particolare di Provenzano, che aveva agevolato la cattura di Riina e da allora divenne un intoccabile. Lo Stato non ne ebbe alcun vantaggio: si salvarono alcuni politici e si seppellì un magistrato onesto che si opponeva al cedimento dello Stato all’anti-Stato. Scalfari era contrario alla trattativa per Moro anche perché all’epoca era il suggeritore del compromesso storico Dc-Pci, mentre Craxi era per trattare anche per spezzare l’asse Andreotti-Berlinguer. Ora Scalfari si converte alla trattativa buona con la mafia perché è il suggeritore del nuovo compromesso storico Pdl-Udc-Pd benedetto dal Colle. I suoi sì e i suoi no non dipendono dai fatti e dai princìpi, ma dalle convenienze politiche del momento.

8. Trattare non è reato. “A nessuno sarebbe venuto in mente di tradurre in giudizio Craxi, Martelli, Pannella ed anche Sciascia e molti altri intellettuali che volevano trattare. Qual è dunque il reato che si cerca, la verità che si vuole conoscere?”. Ma nessun magistrato ha mai incriminato o criminalizzato chi ha condotto o giustificato o chiesto trattative con terroristi o mafiosi. Se Scalfari leggesse le carte dell’inchiesta di Palermo di cui si occupa ogni domenica, o almeno i giornali che le riassumono (compreso il suo), scoprirebbe che nessuno dei 14 imputati è accusato del reato di “trattativa” con la mafia. Il reato contestato dai pm a 11 di essi è “violenza o minaccia a corpo dello Stato”: cioè il ricatto perpetrato dai boss e dai loro emissari (Riina, Provenza-no, Bagarella, Brusca, Cinà, Ciancimino jr) contro le istituzioni, con l’aiuto di un politico (Mannino), un aspirante politico (Dell’Utri) e tre ufficiali del Ros (Subranni, Mori e De Donno). I ministri dell’epoca, rappresentanti dello Stato costretto a suon di bombe a trattare, furono vittime di quell’estorsione (così come poi il premier Berlusconi). Ma due di essi, Mancino e Conso, sentiti come testimoni, sono stati smentiti da altri testi ritenuti credibili e da documenti inoppugnabili: dunque sono imputati per falsa testimonianza, come l’ex capo del Dap Capriotti). Per questo, con buona pace di Valerio Onida e del Corriere che lo ospita, nessun atto è stato trasmesso al Tribunale dei ministri: perchè nessun ministro è accusato per alcun atto compiuto nell’esercizio delle sue funzioni tra il 1992 e il ’94.

9. Falcone zitto e muto. “Falcone non era un magistrato che rilasciasse facilmente interviste a destra e a manca”. Il solito giochino di glorificare i giudici morti per demonizzare quelli vivi. Ma basta consultare gli archivi di Rai, di Mediaset e dei giornali per scoprire che Falcone era presentissimo nel dibattito pubblico, politico e giornalistico: libri-intervista (celebre quello con Marcelle Padovani), colloqui con i giornali, presenze al Costanzo Show e a Samarcanda, addirittura un programma tutto suo su Rai2, articoli su La Stampa e su Repubblica.

10. Falcone insabbiatore. ”Un ultimo ricordo a proposito dei magistrati che invocano il favore popolare e gli intellettuali che ritengono necessario darglielo. Falcone… andò in Usa per interrogare il ‘soldato’ Buscetta che era lì detenuto. Dopo l’interrogatorio Buscetta gli disse che avrebbe potuto rivelargli qualche altra cosa di più a proposito del coinvolgimento di uomini politici. La risposta di Falcone fu che aveva già risposto alle sue domande ed altre non aveva da fargli e questo fu tutto. Riteneva che non fosse ancora venuto il momento di inoltrarsi su quel cammino. Buscetta riferì alla Commissione antimafia quanto sopra”. Nella foga di attaccare a testa bassa i magistrati, Scalfari non si rende conto di rendere un pessimo servizio non solo alla verità dei fatti, ma anche alla memoria di Falcone, che purtroppo non può più difendersi. Per fortuna esistono i verbali e le interviste di Tommaso Buscetta, che ha sempre raccontato il contrario di quanto gli attribuisce Scalfari: Falcone fece di tutto per costringerlo a parlare dei politici già nel 1984, ma lui non ne volle sapere perché – dovendo parlare di Andreotti e altri big, all’epoca potentissimi – ritenne che lo Stato italiano non fosse pronto per verità così dirompenti. Tant’è che fece il nome di Andreotti al procuratore Usa Dick Martin (che l’ha testimoniato al processo), ma non a Falcone. Basta leggere le parole di Buscetta in commissione Antimafia, al processo Andreotti e nel libro-intervista con Saverio Lodato “La mafia ha vinto” (Mondadori, 1999): “A Falcone chiesi scusa di non aver detto tutto, e principalmente della politica. È del 1984 quella mia frase che viene ricordata spesso: ‘Dottore Falcone, se le dicessi determinate cose, finiremmo tutti e due al manicomio, io in quello criminale, lei in quello civile’. Io di politica non volevo parlare per nessuna ragione. E quando Falcone si avvicinava ai Salvo dovevo parlare di politica. Cercai di sottrarmi persino di fronte alle intercettazioni delle telefonate che provavano che ero stato ospite a casa loro. Allora fui costretto a parlare, limitandomi però a raccontare il lato mafioso della vicenda…”. Al massimo, come ipotizza Maria Falcone nell’intervista al Fatto, Buscetta confidò qualcosa a Falcone fuori verbale, ma premettendo che mai l’avrebbe confermato a verbale. Si decise a fare il nome di Andreotti e di altri politici nazionali e uomini delle istituzioni solo dopo Capaci, perché ne sentì il “dovere morale”. Se fosse vero, come scrive Scalfari, che fu Falcone a tappare la bocca a un Buscetta ansioso di parlare dei politici, avrebbe violato il principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale, addirittura commesso il reato di favoreggiamento ai politici collusi. Non contento, Scalfari addita il falso Falcone che non fa domande a Buscetta, anzi lo imbavaglia sui politici, come modello per i pm di oggi: anch’essi dovrebbero silenziare i pentiti che parlano di trattativa. Noi pensavamo che lo scopo della giustizia, e anche quello dell’informazione, fosse quello di accertare la verità: giudiziaria nel primo caso, storica nel secondo. Scalfari invece suggerisce di non fare domande: c’è il rischio che qualcuno risponda.

Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano - 21 agosto 2012)


Famiglia Cristiana attacca il Meeting: “Cl applaude soltanto i potenti”

“C’è il sospetto che a Rimini si applauda non per ciò che viene detto. Ma solo perché chi rappresenta il potere é lì, a rendere omaggio al popolo di Comunione e Liberazione“. E’ quanto si legge in un lungo editoriale che Famiglia Cristiana dedica all’intervento del presidente del consiglio Mario Monti al Meeting di Comunione e Liberazione in corso a Rimini. Intervento al quale è seguito, sulla stessa linea, quello del superministro Corrado Passera. Entrambi convinti nell’affermare che la crisi è ormai superata. Alla domanda del fattoquotidiano.it sulle vittime della disoccupazione e sulle speranze dei quarantenni Passera ha detto che la generazione, quella generazione, ha ancora 25-30 anni di lavoro. E su questo punto il settimanale cattolico, molto vicino alla potentissima Curia di Trento e ai Paolini, ovviamente, da sempre distante dalle posizioni di Cl, ha risposto: ”Le parole di Monti sono servite a dar fiducia a un Paese con il freno a mano tirato. Anche se il cammino di risanamento è lungo. Un discorso di speranza, con forti contrasti con la realtà. Ma quali provvedimenti stanno creando lavoro e contrastando la disoccupazione giovanile? Il Paese è stremato. Dieci milioni di famiglie tirano la cinghia. La disoccupazione è al 10,8%. Solo un italiano su tre ha un posto regolare a tempo indeterminato (meno che in tutti i Paesi europei). Secondo Eurostat, gli occupati in Italia sono 450 mila in meno che nel 2007. Aumentano i cassaintegrati. Su una popolazione di 60,8 milioni di residenti, solo il 36,8% (22,3 milioni di persone) lavora”.

Là dove gran parte della stampa italiana non aveva osato, è arrivato il settimanale cattolico a sferrare l’attacco che forse fa più male al popolo di Cl, consapevole che da oggi in poi il ripensamento del Meeting diventa una tappa quasi obbligatoria. Meeting che, come raccontano al fattoquotidiano.it fonti interne, ha rischiato anche di saltare, causa le vicende giudiziarie di Formigoni e l’assenza di molti sponsor.

Formigoni però, al contrario di quanto i suoi si aspettavano, ha rilanciato la sua personale posizione di fronte alla magistraturta, proprio attraverso il Meeting. Il suo appartamento all’interno della fiera è stato arredato come ogni anno, e nel solito appartamento il “celeste” ha ricevuto sia Monti che Passera. Per complimtarsi – come ha detto lo stesso Formigoni – sulla presa di posizione forte del governo in merito alle intercettazioni.

”Un lungo applauso del popolo dei ciellini ha accolto il premier. Tutti gli ospiti del Meeting”, spiega l’editoriale, “a ogni edizione, sono stati sempre accolti cosi’: da Cossiga a Formigoni, da Andreotti a Craxi, da Forlani a Berlusconi. Qualunque cosa dicessero. Poco importava se il Paese, intanto, si avviava sull’orlo del baratro. Su cui ancora continuiamo a danzare. Non ci sembra garanzia di senso critico, ma di omologazione. Quell’omologazione da cui dovrebbe rifuggere ogni giovane. E che rischia di trasformare il Meeting di Rimini in una vetrina: attraente, ma pur sempre autoreferenziale”.

Emiliano Liuzzi (Il Fatto Quotidiano - 21 agosto 2012)


lunedì 20 agosto 2012

Siamo tutti populisti

Oggi Alessandro Gilioli nel suo blog segnala un’intervista di Luciano Violante su La Stampa, intervista che evidenzia quella che sarà la strategia elettorale designata del Partito Democratico: chi non la pensa come loro è populista.
Nelle parole di Violante, è populista Grillo (il precursore), populista il giudice Ingroia e i suoi pari, populista Di Pietro, populista persino il giornale “Il Fatto Quotidiano” nonché populista Michele Santoro.

La fatidica paroletta “populismo-populista”, nel breve pezzo, viene ripetuta la bellezza di tredici volte. Se fossimo Google, sarebbe una bella keyword. E forse lo è: una paroletta estratta da severi brainstorming tra addetti alla comunicazione, la parola chiave per mettere a tacere chi si oppone al pensiero unico finanziario-liberista nonché alla presa di potere piddina. Un vocabolo inoltre di facile presa sul pubblico, insomma un’operazione di comunicazione in pieno stile berlusconiano.

Per il momento, l’accusa è rivolta a chi mette in discussione, con le parole o con i fatti (vedi i giudici), il governo del Presidente. Ma non abbiamo dubbi che si presterà benissimo ad infamare -perché di questo si tratta- chiunque proponga alternative al ferreo sistema vigente. Da chi critica l’Europa o l’euro, a chi avrà da obiettare su rigassificatori e trivelle tanto cari a Bersani e a Passera; da chi invoca pulizia nella classe politica, a chi mette in discussione lo sviluppo a suon di cemento; da chi ha qualcosa da ridire su liberalizzazioni e privatizzazioni, a chi difende il welfare state; da chi vorrebbe fermare le svendite delle proprietà pubbliche, a chi propone la ridiscussione del debito; da chi suggerisce il salario sociale a chi vuol porre un freno alle spese militari.

In pratica, chiunque proponga qualcosa di sinistra è un populista. Ricordatevelo, quando andrete a votare. O siete di sinistra e quindi populisti, oppure votate per il Pd. Le due cose, e non da oggi, sono incompatibili.

Debora Billi (Il Fatto Quotidiano - 20 agosto 2012)



La lettera di dimissioni del generale Marchetti

Roma, 13 agosto 2012

Preg. mo Sen.

Leoluca ORLANDO

Sindaco della Città di Palermo

Palazzo delle Aquile


Ti scrivo perché ritengo corretto lasciare traccia di una decisione così importante e sofferta, e scrivo soltanto a Te che reputo l'unico a cui, nel mio attuale incarico, debba rendere il conto; ma Ti scrivo anche per il rispetto e l'affetto dovuti ed avvertiti alla Tua persona, al Tuo passato, al Tuo significato nella Storia della Nostra Città.

Credo sia giunto, Luca, il momento di segnare il passo e riprendere il cammino che ho temporaneamente sospeso. E' inevitabile che io interrompa questa esperienza per le ragioni che sinteticamente Ti esporrò di seguito e che Tu non potrai che condividere.

Non c'è più, infatti, alcuna corrispondenza tra quanto ci si era ripromessi di realizzare, quanto si sta concretizzando e quanto è invece necessario attuare, da un lato, e, dall'altro lato, quanto tutto questo costi alla mia persona sul piano ideale, professionale, familiare.

Il progetto stava, per quanto mi riguarda, in un radicale recupero economico - finanziario della Città, attraverso una riedizione della funzione di Bilancio, quale premessa per una rinascita civile, sociale e culturale.

Ma come è possibile, Luca, perseguire questo obiettivo se le cause del dissesto del Comune di Palermo sfuggono alla mia competenza? Se l'universo, cioè, delle Partecipate e tutta la negativa induzione economico-finanziaria ad esse riconducibile può essere soltanto subita e non prevenuta? Se, di fatto, non è possibile intervenire sulle forze realmente originatrici delle disfunzioni - che si riflettono sistematicamente sulle dinamiche del bilancio - ed è, conseguentemente, impedita ogni azione autenticamente ricostruttiva?

Ovviamente non è possibile; e ciò non soltanto in esito, direttamente, alle Partecipate, ma più ampiamente in rapporto all'intera funzione di Bilancio. Infatti, vigente quella carenza potestativa e a motivo dell'ampiezza dei riflessi delle Partecipate sull'intero Bilancio, rimane talmente contenuta l'area di intervento potenziale che le funzioni residue dell'Assessore al Bilancio si dimensionano sostanzialmente in una proiezione puramente contabile, una proiezione che segue gli effetti economici e non può anticiparli.

Peraltro, le misure di intervento sarebbero, invece, certamente praticabili; esse si concretizzano in criteri e direttive di gestione economico - finanziaria innovativi, connessi ad interventi strutturali modificativi e complementari, che tengano conto delle contingenze e degli assetti del momento e, contestualmente, siano calibrati sugli obiettivi e sulle finalità future.

Questo significa rifondare le Società Partecipate, collegandole connettivamente e orientandole su profili di economicità imprenditoriale, assumendo tutte le iniziative conseguenti anche in termini di proposte statutarie, regolamentari, normative. Così operando, costantemente filtrando - preventivamente, durante e consuntivamente - i profili di economicità delle Partecipate sul Bilancio del Comune, si conseguirebbe, progressivamente, una stabilizzazione finanziaria dell'Ente oltre l'attuale crisi, verso una obiettiva rinascita. I passaggi conseguenti si individuano nell'esercizio, in Bilancio, di una diffusa bonifica di sacche di inefficienza economico - finanziaria e di forme di pluriennali contaminazioni negative, originate, quest'ultime, ancora una volta, dalle Società Partecipate. Attività da avviare contestualmente ad una ordinata programmazione ricostruttiva radicata su un progetto formale e, quindi, su un tracciato documentario che segni le scelte della classe politica responsabile dell'Ente. Un progetto ponderato, innovativo nelle soluzioni ma, nello stesso tempo, stabilizzato sulla base delle vigenti prescrizioni del diritto pubblico economico e, nello stesso tempo, pronto a recepire tutte le evoluzioni che saranno o potranno essere indotte da direttive nazionali e comunitarie, a motivo di sovraordinate, vincolative, progettualità.

Come Tu sai, però, nulla di questo è accaduto, malgrado più volte ne avessi, nel pur breve periodo di investitura che mi riguarda, rappresentato la necessità.

Peraltro, non nascondo che, a parte le ragioni sostanziali e funzionali che sollecitano gli interventi di riforma, esistono, anche, indicazioni istituzionali che suggeriscono particolare sensibilità al tema e, congiuntamente, l'urgenza di una testimoniata azione di vigilanza e controllo.

Mi riferisco al sistematico interessamento istruttorio, indagativo ed investigativo della Corte dei Conti, della Procura Ordinaria della Repubblica, di tutti gli Organismi di Polizia Giudiziaria del Paese, Enti che con richieste, istanze o provvedimenti di singolare frequenza ed in molte occasioni di particolarissima qualità informativa e/o repressiva, testimoniano una precarietà delle Partecipate - passata, ma anche presente - sotto versanti amministrativi, contabili e penal - processuali che dovrebbe alimentare iniziative concrete e vigili. Ma anche questo impulso non ha avuto la risposta che ritengo avrebbe dovuto meritare.

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Muovendo da queste premesse, ribadisco, ancora una volta, come, sotto plurimi profili, risulti assolutamente necessaria una azione decisa e tempestiva in rapporto a questo tema, una azione che si concretizzi, almeno, come accennavo, in un progetto palese; un progetto la cui rilevanza sarebbe a doppia anima: valido, cioè, intanto, per la sua stessa esistenza, espressiva, già di per sé, di discontinuità ed innovazione, e poi, ancora una volta, valido per i riflessi migliorativi che sarebbero progressivamente acquisiti, in parallelo ai crescenti mutamenti. Ovviamente, in questo senso non opera il previsto Comitato che prenderà le mosse il 27 agosto p. v., Comitato di cui ancora mancano i lineamenti, ma che si orienta, inutile negarlo, lungo logiche certamente diverse.

Naturalmente, in una visione più ampia e tendenzialmente omnicomprensiva, l'obiettivo di risanamento dell'area partecipativa in vista di una ripresa del contesto economico - finanziario può e deve affiancarsi ad altre iniziative di grande respiro, anche profondamente evolventi rispetto all'attualità. Lungo tale logica si muovono possibili programmi di cartolarizzazione e/o cessione o altre misure riguardanti lo straordinario patrimonio immobiliare di Palermo. Questi itinerari, tuttavia, - che pure andranno percorsi - si aggiungono ma non surrogano i precedenti; hanno natura completamente diversa ed impongono analisi e riflessioni ponderate e, quindi, una tempistica che non si concilia con le urgenze di bilancio - ma anche sociali - del momento.

Ma a parte questo ultimo profilo che ai presenti fini non rileva, non c'è corrispondenza, come Ti accennavo, tra gli obiettivi iniziali, ciò che è stato realizzato e ciò che invece si deve ancora fare. Peraltro, a quanto Ti ho innanzi riportato sinteticamente, si aggiungono altri aspetti che non si conciliano con il mio modo di interpretare il ruolo, costantemente orientato, quando si tratti di gestire pubblici interessi e funzioni, alla più ampia condivisione delle regole e partecipazione delle scelte. Ma qui siamo su un altro piano, un piano non più tecnico - giuridico e, quindi, a me proprio ma, più squisitamente, politico per il quale a me spetta, soprattutto, un diritto di opinione, seppure qualificato da una partecipazione al Governo locale.

Sotto questo aspetto, come Tu sai, non ho particolarmente condiviso la nomina dei responsabili delle Società Partecipate, e ciò per le ragioni che coralmente rappresentai ma anche per altre motivazioni che puoi intuire e che attengono alle procedure di nomina.

Alla stessa maniera, non rientra nel mio modo di orientare le decisioni di pubblico rilievo aventi contenuto e riflesso giuridico, il percorso adottato per sancire la previsione e, quindi, prospetticamente, la nomina del Direttore Generale.

Ovviamente, anche in questo caso non esiste una questione attinente ai nomi o alle persone; il tema ha esclusivamente connotazioni giuridiche e procedurali.

La normativa attuale nel suo insieme e con terminologie singolarmente esplicite, cautelativa degli interessi economici e finanziari del Paese, vieta ogni assunzione - comunque si definisca ed a qualsiasi titolo - particolarmente quando il provvedimento comporti incremento di spesa in rapporto a Comuni finanziariamente eccedentari sotto questo profilo.

Ogni interpretazione funzionale che consenta effetti diversi è semplicemente acrobatica e, se anche paradossalmente legittimasse, in apparenza, il risultato voluto, questo, comunque, rimarrebbe eccepibile in sé introducendo una versione che la volontà del legislatore, espressa secondo una formulazione letteraria la più ampia possibile, non concepisce. Peraltro, una difformità insinuata proprio dal Comune di Palermo, frutto di una singolare distillazione interpretativa, in questi tempi e nelle specifiche condizioni economico - finanziarie, non credo illustri, comunque, in positivo, la Nostra Città.

Noi ci eravamo riproposti di costituire un esempio comportamentale, un emblema, l'embrione di una rinnovata, terza Repubblica. Queste decisioni e le formule adottate non rispecchiano le nostre originali intenzioni e non me la sento di sostenerle.

Tutte le circostanze che Ti ho fin qui rappresentato, si caricano sul primo piatto della bilancia: i progetti iniziali, quanto difformemente realizzato, quanto ancora da fare e gli scarti rispetto alle mie proiezioni e alle mie attese. Sull'altro piatto, il costo di tutte queste inadeguatezze; costo professionale, personale, ideale. Un costo altissimo per me, un costo oggi non più giustificato e che perciò non mi sento più di sostenere, per me, la mia Famiglia, per la mia coscienza.

Rimane, Luca, la mia profonda stima per Te, Capo carismatico di una Città di cui personifichi lo Spirito ed interpreti le speranze. E questo è.

Ma in più, Luca, oggi ritengo sia necessario vivere - per chi è investito di alte responsabilità - in una nuova dimensione, in un rinnovamento valoriale e comportamentale che deve necessariamente filtrarsi attraverso una sorta di ribellismo etico che si alimenta soprattutto di esempi, esempi che devono camminare in piazza esprimendo platealmente e fisicamente il rispetto delle regole e rivendicando la condanna dell'errore, dell'asocialità, della persecuzione del diritto, della legalità, della civiltà, del bene comune. Questo il mio progetto di vita, ma anche il mio limite.

Tu, Luca, il Sindaco lo sai fare; lo hai fatto splendidamente nell'altro secolo; spetta ora ancora a Te interpretare questo ruolo in questi tempi nuovi, in questo secolo e nella Nostra superba Città. Che Tu possa farlo costituendo un esempio per tutti, protagonista esemplare di una spiritualità sociale e civile rinnovata.

E' questo l'augurio più profondo, più vissuto, credimi, che mi sento di rivolgere a Te, per Te, per Noi, per il nostro Paese.

Ugo Marchetti (La Repubblica - 20 agosto 2012)


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