"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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mercoledì 8 maggio 2013

Attenti al trappolone

Il primo maggio nel mio editoriale avevo deliberatamente ignorato la proposta dei «saggi» di creare un nuovo organo costituente battezzato Convenzione per le riforme addetto, appunto, a rivedere e rifare la nostra Costituzione. L'avevo ignorata perché mi interessava spiegare come ci potevamo facilmente liberare del Porcellum sostituendolo con uno dei due sistemi elettorali più accreditati e ben riusciti dell'Occidente: il sistema maggioritario a doppio turno della Francia, oppure il sistema tedesco. Ad entrambi si sarebbero poi dovute aggiungere strutture costituzionali che avrebbero richiesto più tempo; ma intanto il rischio di restare con il Porcellum sarebbe sparito. Perché i sistemi elettorali sono, in Italia, materia di legge ordinaria, e quindi disgiungibili da riforme costituzionali i cui tempi possono essere lunghi e soprattutto facilmente allungabili.
Ma oramai questa malefatta - la convenzione per le riforme - è fatta. E mi incombe ora di spiegare perché sia da temere.
In Italia non siamo alla prima prova. Si cominciò nel 1985 con la commissione Bozzi, che combinò poco o nulla. Venne poi, nel 1997, la Bicamerale presieduta da D'Alema che lavorò seriamente ma che alla fine Berlusconi fece affondare. Seguì poi la cosidetta Costituzione di Lorenzago, opera svelta di quattro gatti ma fortemente voluta e sostenuta da Bossi e Berlusconi. Per respingerla (come meritava) si dovette combattere un referendum che la bocciò nel giugno 2006. Quindi oggi siamo alla quarta prova di rilievo: e si pensa a una commissione di ben 75 membri (tanti quanti furono i costituenti del 1946-48) costituita da delegazioni di partito, più qualche esterno al Parlamento.
Sia chiaro: anche se mi contenterei di una decina di ritocchi alla Costituzione vigente, io non sono contrario ad adottare, alla grande, il semipresidenzialismo francese fondato su elezioni a doppio turno, o il sistema federale tedesco. Anzi, mi batto per una di queste due formule da un decennio o anche due. Il punto è che le buone Costituzioni debbono essere stese da giuristi e costituzionalisti. La Costituzione di Weimar fu scritta da Preuss, quella della V Repubblica francese da Debré, e così via. Le assemblee di politici non sanno e nemmeno vogliono stendere una buona Costituzione che è tale per tutti. L'America Latina ha scritto e riscritto da un secolo a questa parte decine di Costituzioni che sono l'una peggio dell'altra. Sarebbe lo stesso oggi, in Italia. Infinitamente meglio, allora, adottare una Costituzione già collaudata e sicuramente funzionante.
E vengo al trappolone. Berlusconi sostiene il governo Letta finché gli farà comodo, e cioè finché la sua popolarità anti Imu (e simili) non abbia raggiunto un livello di sicurezza a prova di bomba. Intanto la commissione per le riforme resterà impigliata nel dibattere le riforme costituzionali. E al momento giusto per lui, «Re Berlusconi» farà cadere il governo Letta, chiederà nuove elezioni che stravincerà da solo tornando a votare con il Porcellum . Il trappolone è perfetto. I suoi hanno già detto che si dovrà discutere la forma dello Stato prima o comunque insieme alla riforma elettorale. Così potranno tirare per le lunghe finché Berlusconi non sarà pronto a farsi rivotare con la legge truffa di Calderoli. Come dicevo, un trappolone perfetto. Un vecchio proverbio diceva che il mondo è fatto a scale, c'è chi scende e c'è chi sale. Nel mio scenario il nostro Cavaliere sale, continua a salire.

Giovanni Sartori (Corriere della Sera - 8 maggio 2013)

martedì 7 maggio 2013

O IMBROGLIONI O TARTASSATI



Non è vero che gli svedesi sono contenti di pagare le tasse. Non è vero che gli evasori in America finiscono in galera come capitò ad Al Capone. Non è vero che il contribuente italiano in ordine si sente felice: si considera invece un minorato, perché a lui manca il privilegio che hanno masse enormi di suoi compatrioti, che riescono a imbrogliare il fisco.
La ricevuta di un riparatore d’auto o di uno che aggiusta il televisore è rara e preziosa come un francobollo dei Ducati.
Dopo anni di prediche e di minacce, siamo arrivati al punto che metà della popolazione vive con redditi poco al di sopra dell'Uganda: questo non è il Terzo Mondo, è il Quarto. Quello dei dritti.
Risulta che coloro che, in media, stanno meglio, sono gli operai: quasi nove milioni di reddito, questi ricchi sfondati, che pretendono anche la scala mobile, mentre un povero macellaio, che deve nutrirsi di cotiche, arriva appena a sei.
E pensate a quei disgraziati dei padroni dei bar, che tra poco i cappuccini non li serviranno più, ma se li berranno tutti loro, magari con una brioscina perché non arrivano a cinque, di milioni. Con quattrocentomila lire al mese come fanno a cavarsela?
Qualche fondo di caffè, un sorso d’acqua, non minerale, e via.
E gli artigiani, che quando li cercate perché ne avete bisogno, non li trovate mai: cosa credete, che siano impegnati in un altro lavoro? Nossignore.
Un piatto di ravioli, scondito, quando a malapena raggiungono i sei, bisogna pure metterlo insieme
E gli imprenditori, così soli quando si tratta  decidere, di rischiare, e di non versare le imposte quando mandano i figli al mare a Forte dei Marmi, a Santa Margherita,  evidente che non sono ospiti di quegli altri morti di fame che appaiono gli albergatori, ma delle colonie della «Charitas».
La vera specialità di tutti i governi che abbiamo avuto è stata quella di far pagare sempre di più coloro che già pagano molto, o abbastanza, e di  implorare, ogni anno, la «vergogna nazionale» costituita da folle che proprio di balzelli non ne vogliono sapere. Le automobili che dilagano non vanno a benzina: ma a biglietti da diecimila fregati allo Stato il quale deve poi assistere i falsi mutilati del Sud, mentre si è rassegnato a farsi infinocchiare dai falsi indigenti del Nord.
Non c’è scampo: qui c’è posto solo per due categorie: o imbroglioni o tartassati. A un amico svizzero che mi chiedeva che cosa mi piace in particolare del suo paese, ho risposto: «La cittadinanza». E capisce di più Prezzolini, che dopo infiniti pellegrinaggi andò a rifugiarsi a Lugano.
Lasciamo perdere la pulizia, che è una aspirazione, ma non sta in piedi neppure la decenza. Mi fa pena Raffaella Carrà, se penso che sarà spremuta più lei di mezza Confindustria.
E poi dovremo anche ascoltare le sdegnate precisazioni delle varie categorie, attraverso i loro fieri rappresentanti, che hanno dedicato un’esistenza per cercare di evitare i registratori, che poi se uno non spinge i tasti non succede nulla. Mi fanno venire in mente quel radiocronista, che una notte, nel deserto, voleva registrare il silenzio. E’ vera.
Purtroppo, sembra che gli unici capaci di capire dove sono i quattrini siano i sequestratori, che andrebbero messi, dopo l’arresto e l’eventuale pentimento, nelle esattorie. La competenza è fuori discussione.
Non c’è proprio da scherzare: la beffa è già un fatto. E se uno ne prende nota, lo accusano di fare del moralismo. Il ministro delle Finanze Bruno Visentini commenta indignato: «E’ un vero schifo». Sembra quasi che sia rimasto sorpreso dai conti paurosi che gli sono capitati tra le mani: scusi, professore, ma lei di dov’è? Ed è convinto che i suoi colleghi appoggeranno i programmi severi? I bilanci li fanno con i voti: e chi se la sente di andare contro il ceto medio, laico, lievemente progressista, di ideali cristiani, di aspirazioni pagane, e di scarsissime propensioni sociali? Ci hanno insegnato, fin da piccoli, a far l’elemosina, non a sovvenire la comunità in proporzione ai guadagni. Date a Cesare quello che è di Cesare, e sottintendevano: ma senza esagerare. Anche perché, se ne sei capace, puoi consentirti degli sconti.

Enzo Biagi (Il Fatto - 1995 - Rizzoli)

 

Commissioni, salta l’elezione di Nitto Palma alla Giustizia: scontro Pd-Pdl

Una spartizione di poltrone tra Pd e Pdl. A questo stanno portando le elezioni dei presidenti delle commissioni parlamentari. Con Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia che si è aggiudicato la presidenza della giunta per le Autorizzazioni a procedere alla Camera. Non ce l’ha fatta per il momento Francesco Nitto Palma, l’esponente del Pdl che l’accordo raggiunto nella notte coi democratici avrebbe voluto presidente della commissione Giustizia del Senato: le prime due votazioni hanno però avuto come risultato una fumata nera, con tanto di conseguenti polemiche tra Pd e Pdl. 
A Montecitorio sono stati eletti Francesco Boccia (Pd) alla commissione Bilancio, Daniele Capezzone (Pdl) alle Finanze, Fabrizio Cicchitto (Pdl) agli Esteri, il deputato del Pdl Francesco Paolo Sisto agli Affari costituzionali, Giancarlo Galan (Pdl) alla Cultura, Donatella Ferranti (Pd) alla Giustizia, Elio Vito (Pdl) alla Difesa, Ermete Realacci (Pd) all’Ambiente, Luca Sani (Pd) all’Agricoltura, l’ex ministro del Welfare Cesare Damiano (Pd) alla commissione Lavoro, Michele Meta (Pd) ai Trasporti, Michele Bordo (Pd) alle Politiche Ue, Guglielmo Epifani (Pd) alle Attività produttive, Andrea Marcucci (Pd) alla Cultura, Pier Paolo Vargiu (Scelta civica) agli Affari sociali. 
Al Senato sono stati eletti Mauro Maria Marino (Pd) alla commissione Finanze, Antonio Azzollini (Pdl) al Bilancio, Anna Finocchiaro agli Affari costituzionali, Nicola Latorre (Pd) alla commissione Difesa, Giuseppe Francesco Maria Marinello (Pdl) all’Ambiente, Altero Matteoli (Pdl) ai Lavori pubblici – Telecomunicazioni, Massimo Mucchetti (Pd) all’Industria, Maurizio Sacconi (Pdl) al Lavoro, Roberto Formigoni (Pdl) all’Agricoltura, Emilia Grazia De Biasi (Pd) alla Sanità, Pier Ferdinando Casini (Scelta civica) agli Esteri.  
Due fumate nere per Nitto Palma, scontro Pd-Pdl
La commissione Giustizia, invece, non è riuscita a eleggere alla prima e alla seconda votazione l’esponente del Pdl Francesco Nitto Palma, che ha ottenuto solo 12 e 13 voti rispetto ai 14 necessari. “E’ un fatto politico, una cosa organizzata, non un caso di franchi tiratori – ha commentato il capogruppo del Pdl Renato Schifani - . Ognuno ora dovrebbe assumersi le sue responsabilità”. Sulla sua mancata elezione è intervenuto lo stesso Nitto Palma: “L’accordo politico non l’avevo preso io. Quindi, su quello che è successo oggi in commissione Giustizia del Senato deciderà il mio partito. Non ho preso i voti dell’altro schieramento. Ma questo è nella logica del voto segreto”.
La votazione si ripeterà domani e sulla sua eventuale ricandidatura Nitto Palma ha risposto chiaramente: ”Lo dovrà decidere il mio partito”. Sembra pertanto saltato l’accordo tra Pd e Pdl sulla commissione Giustizia del Senato: ”Domani dalla terza votazione noi voteremo un nostro candidato – ha fatto sapere Felice Casson (Pd) -. Cercavamo un candidato condiviso, ma se tutto il Pd non lo ha votato, evidentemente non lo è”. Parole più tardi smentite e attribuite a un errore delle agenzie di stampa: “L’unica dichiarazione che ho fatto è che noi siamo per un candidato condiviso”, ha precisato Casson. Durissimo Maurizio Gasparri (Pdl): “Quanto accaduto è inaccettabile. E’ chiaro ora a tutti chi viola i patti e chi li rispetta. Il Pdl è un partito serio. Il Pd è il regno del caos”.
Giunta autorizzazioni a La Russa, Giunta elezioni a M5S, Razzi segretario commissione Esteri
La presidenza della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera è andata a La Russa (Fdi). Una nomina contro cui aveva tuonato il Movimento 5 Stelle: “Lo sapete dello scambio fra Pdl e Fratelli d’Italia per la giunta? Da noi questa si chiama porcata –  ha dichiarato Roberta Lombardi, capogruppo alla Camera – danno la presidenza a Fratelli d’Italia per fare una finta opposizione”. Ma l’ipotesi non ha suscitato solo i malumori del M5S. Il nome di La Russa è considerato come una sorta di forzatura del regolamento, visto che il gruppo di Fdi non aveva una sua rappresentatività nella giunta. Un problema che è stato superato con la decisione del Pdl di cedere uno dei suoi tre seggi nella giunta al gruppo Fdi, con la presidente della Camera Laura Boldrini che ha dato parere favorevole nel corso della capigruppo di Montecitorio. Al Senato, invece, alla presidenza della Giunta per le immunità, aspira la Lega, come trapelato in mattinata. La nomina per il momento è però saltata e rinviata a domani. 
Giuseppe D’Ambrosio del Movimento 5 stelle, invece, è stato eletto presidente della Giunta delle elezioni della Camera dei deputati, con il M5S che ha indicato Vito Crimi quale presidente per il Copasir e Roberto Fico alla Vigilanza Rai. Tra i vice presidenti e i segretari spicca il nome di Antonio Razzi, l’ex Idv che evitò la caduta del governo Berlusconi per poi passare al Pdl, che è stato scelto come segretario della commissione Esteri del Senato: “Sono onorato di ricoprire una carica di tale impegno in una commissione cruciale come questa – ha dichiarato – . Il mio destino, il mio nome, la mia storia mi vuole legato all’estero anche in questa legislatura”. Franco Carraro (Pdl) è vice presidente della commissione Finanze del Senato.
Sel contro M5S: “Sono affetti da poltronismo”
E sulle scelte dei vice presidenti e segretari scoppia la polemica tra Sel e M5S: ”Ci aspettavamo il rispetto da parte del M5S dell’accordo tra le opposizioni. Lo hanno rifiutato e si sono presi tutto, accaparrandosi le poltrone di vicepresidente e segretario in tutte le commissioni della Camera”, accusa Gennaro Migliore, capogruppo di Sel a Montecitorio. “Sono affetti da poltronismo”. Beppe Grillo, dal canto suo, è tronato a ribadire via Twitter che “la prassi vuole che le presidenze del Copasir e della Vigilanza Rai vadano all’opposizione, ovvero al MoVimento 5 Stelle”, riecheggiando le parole del capogruppo al Senato, Vito Crimi, secondo cui “anche solo immaginare di dare le presidenze che ci spettano a Sel e Lega – scrive in un post sul blog di Grillo – significa tentare di fare un Gran Premio facendo correre gli avversari con il muletto, ma il risultato non sarebbe tagliare il traguardo, bensì schiantarsi contro le tribune alla prima curva seria, essendosi privati dei freni”.



L’economia di Cosa Nostra al tempo della crisi

La mafia tra Nord e Sud
La notizia relativa alla confisca del patrimonio di un imprenditore siciliano che agiva nel settore delle energie rinnovabili (eolico) ha ricevuto particolare attenzione dai media. (1) Soprattutto, per l’ordine di grandezza dei beni confiscati (1,3 miliardi), tra cui compaiono quarantatré società di produzione di energia alternativa.
Viene spontaneo interrogarsi sullo “stato” dell’economia di Cosa Nostra in tempo di crisi, sulle sue strategie di investimento, sui rapporti con la politica, sull’andamento della redditività di alcuni suoi specifici settori di attività. I materiali resi disponibili dalle indagini giudiziarie ci presentano un’economia di Cosa Nostra differenziata per luogo d’azione, più che mai presente nel settore degli appalti, a maggior grado di politicizzazione (ma per converso è come se la politica si fosse più mafiosizzata). (2)

Andiamo per ordine. Nel Nord Italia, la mafia si presenta con il volto rassicurante di manager e colletti bianchi. Una sorta di aristocrazia mafiosa, in un momento di recessione, offre capitali, alle aziende locali magari accontentandosi di quote di minoranza, per colonizzare progressivamente provincie e regioni con una fitta rete di relazioni a lungo termine. (3) E questo riciclando i profitti messi da parte negli anni d’oro dei traffici di droga.
L’economia di Cosa Nostra, in Sicilia, risente della crisi economica. Il ricavato delle estorsioni serve appena a pagare gli onorari degli avvocati, a procurarsi liquidità per dare sostegno alle famiglie dei detenuti e a mantenere il controllo sul territorio. La crisi, paradossalmente, non penalizza il traffico di droga che continua a essere il “core business” di Cosa Nostra in Sicilia. Dall’agosto del 2012 al marzo scorso, nella sola Palermo, le forze dell’ordine hanno sequestrato droga per quasi un milione e mezzo di valore sul mercato. Ora, una vecchia regola stabilisce che i sequestri di sostanze stupefacenti sono appena il 20 per cento del “circolante”.
L’attenzione di Cosa Nostra, in questi tempi, si concentra anche sulla “messa a posto” dei lavori pubblici e le infiltrazioni in settori come quello alberghiero, la grande distribuzione, la cantieristica navale.
C’è un secondo aspetto della crisi. Le difficoltà nel credito e l’enorme pressione fiscale sono spesso ragioni che spingono gli imprenditori “puliti” verso il mercato parallelo dei prestiti gestito dai “commercialisti” di Cosa Nostra. Il primo passo per perdere il controllo della loro aziende.

Il  nuovo rapporto con la politica
Un terzo fenomeno, già ampiamente conosciuto e forse non direttamente collegato alla crisi, continua a persistere: lo scambio di know how tra Cosa Nostra e imprese del Nord che operano nel settore edilizio.
Cosa Nostra cura in Sicilia le pubbliche relazioni che garantiscono l’aggiudicazione dei bandi e aziende con competenze e requisiti per concorrere al bando. (4) In sostanza è come se per accedere dall’esterno alle gare pubbliche in Sicilia, qualunque sia il soggetto che le bandisca, fosse necessario utilizzare un “facilitatore”, Cosa Nostra appunto. Accennavamo a un nuovo modello che, come emerge dalle indagini, contraddistingue oggi i rapporti tra Cosa Nostra e la politica in Sicilia. Questa una sua descrizione: “la politica non sembra avere più un ruolo subalterno per convenienza, paura o necessità. Non c’è un mafioso che dà ordini e un amministratore che esegue. L’ingranaggio nel quale sono entrambi, li vede perfettamente compartecipi del medesimo disegno, c’è una identificazione assoluta tra chi decide fuori dal palazzo e chi lo fa nelle sedi istituzionali a tutti i livelli”. (5)
Val la pena ricordare che nell’ultimo biennio in Sicilia ben nove amministrazioni hanno subito indagini per infiltrazioni mafiose (sei nel 2012).
Contro queste e vecchie forme di “economie cattive” sono in corso efficaci azioni dello Stato (forze dell’ordine e magistratura) nella consapevolezza che oggi, in una condizione di crisi, l’economia di Cosa Nostra non è residuale né marginale all’interno del sistema Sicilia. Con preoccupanti fenomeni di adattamento da parte di alcuni soggetti produttivi.

(1) Vito Nicastri, ex elettricista di Alcamo, operava come “sviluppatore”: realizzava e vendeva, chiavi in mano, parchi eolici con ricavi milionari. Le indagini della Dia di Palermo sostengono la sua “contiguità” con Cosa Nostra. Contiguità che si sarebbe risolta in comunanza di interessi, una lunga attività di fiancheggiamento e di scambio di reciproci favori, in un rapporto fondato sulla fiducia e sui vicendevoli vantaggi che ne possono derivare.  Si veda l’articolo di S. Palazzolo, “Confiscato il tesoro del re dell’eolico”, La Repubblica Palermo, 4 aprile 2013.

(2) E. Bellavia, “C’è un nuovo patto tra i clan e la politica”, La Repubblica Palermo, 10 aprile 2013.
(3) I cantieri navali a Palermo, La Spezia e Monfalcone, il cemento depotenziato nelle autostrade e nei ponti, decine di appalti e pubbliche forniture in Lombardia, Liguria, Piemonte, l’edilizia pubblica e privata in Emilia Romagna, le energie alternative in Sicilia, Toscana e in Calabria e poi la grande distribuzione e un fittissimo reticolo di società di autotrasporti, di ortofrutta, di scommesse sportive. Ecco il volto pulito di Cosa Nostra.A. Ziniti, “Trasporti, edilizia, supermercati, appalti. Il volto pulito dell’economia di Cosa Nostra”, La Repubblica Palermo, 18 aprile 2013.
(4) Materiali interessanti su questo punto vengono offerti da A. Ziniti nell’articolo citato. Recenti testimonianze possono ricavarsi da operazioni di polizia in città (Trapani) e altri comuni siciliani.
(5) La citazione è tratta dall’articolo di E. Bellavia.

 e , lavoce.info (Il Fatto Quotidiano - 7 Maggio 2013)
 

Travaglio su Andreotti: Colpevole, ma tutti in coro gridarono "Assolto"

Il giornalista del Fatto ripercorre la storia di Giulio Andreotti. Quanto è rara la verità al giorno d'oggi

LA SENTENZA D'APPELLO, CONFERMATA IN CASSAZIONE, STABILÌ CHE IL REATO FU "COMMESSO FINO ALLA PRIMAVERA DEL 1980". LO SALVÒ LA PRESCRIZIONE.

Lo Stato non può processare se stesso", diceva Leonardo Sciascia. Senza prevedere che, in una breve e luminosa stagione, quella dei primi anni 90 del XX secolo, lo Stato avrebbe processato se stesso grazie a un pugno di magistrati coraggiosi, raccolti in poche Procure e Tribunali. Fra questi, quelli di Milano e di Palermo. Giulio Andreotti passerà alla storia come l'unico presidente del Consiglio (lo fu per ben sette volte) processato per mafia. Ma come sia finito il suo processo a Palermo, che per questo motivo è il più importante della storia non solo d'Italia, ma del mondo, lo sanno in pochi, e in pochissimi lo sapranno nelle generazioni future. Perché quel processo è stato il banco di prova di una delle più colossali manipolazioni mai viste nella storia dell'informazione.

Le prime rivelazioni sui rapporti di Andreotti con la mafia le raccolgono i pm di Palermo dalla bocca del pentito Leonardo Messina subito dopo l'omicidio del suo luogotenente siciliano, Salvo Lima, nella primavera del 1993. Poi, dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino uccisi con gli uomini delle scorte, si decidono a parlare altri collaboratori di giustizia: Gaspare Mutolo,Francesco Marino Mannoia e Tommaso Buscetta (che già aveva fatto il nome di Andreotti nel 1983 dinanzi ai giudici americani che lo interrogavano sul caso Pizza Connection, ma si era rifiutato di ripeterlo dinanzi a Giovanni Falcone perché "dottore, se parlo di politica ci mettono in manicomio tutti e due"). Seguiti a ruota da un'altra trentina (più vari testimoni, supportati da numerosi riscontri documentali) negli anni successivi.

DOPO LE STRAGI DEL '93

Nel gennaio del '93 Gian Carlo Caselli arriva a Palermo devastata dalle stragi come nuovo procuratore capo e tira le somme del lavoro svolto dai colleghi. Ce n'è abbastanza per chiedere al Senato l'autorizzazione a procedere contro Andreotti per 416-bis: "partecipazione all'associazione per delinquere di stampo mafioso denominata Cosa Nostra". Il Senato, favorevole lo stesso illustre indagato, la concede. E nel 1994, dopo il rinvio a giudizio, inizia il processo del secolo. Dura cinque anni. Nel 1999 l'imputato Giulio Andreotti, che ha presenziato a quasi tutte le udienze, rispettando almeno formalmente il potere giudiziario, viene assolto dal Tribunale di Palermo in base all'articolo 530 comma 2: la vecchia insufficienza di prove, come dimostrano le 5mila pagine di motivazioni. I giudici ritengono provate numerosissime accuse portate in aula dai pm Caselli, Lo Forte, Natoli e Scarpinato, ma non le considerano sufficienti per integrare il reato contestato. Andreotti - concludono - era in contatto diretto con vari mafiosi; incontrò il giovane boss Andrea Manciaracina a quattr'occhi in una saletta d'albergo; visitò Michele Sindona mentre quest'ultimo era latitante; aveva intensi rapporti con Licio Gelli; è addirittura "possibile" il suo incontro del 1980 con il boss Stefano Bontate narrato da Mannoia; è un mentitore professionale, avendo raccontato almeno 21 bugie su aspetti decisivi delle accuse.

In particolare: sei menzogne sull'affettuosa amicizia (sempre sdegnosamente negata) con i cugini Antonio e Ignazio Salvo; due sul generale Dalla Chiesa (le stesse testimoniate sotto giuramento al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino negli Anni 80); una sull'andreottiano mafioso Bevilacqua; due su Ciancimino; dieci su Sindona; due sull'incontro con Manciaracina. Ma le prove contro di lui, alla fine, vengono ritenute contraddittorie o insufficienti per condannarlo.

Poi però, il 2 maggio 2003, la I sezione della Corte d'appello ribalta la sentenza di primo grado, accogliendo in parte il ricorso della Procura e "dichiara non doversi procedere nei confronti dello stesso Andreotti in ordine al reato di associazione per delinquere a lui ascritto al capo A della rubrica, commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione". Per il periodo seguente invece è confermata l'assoluzione con formula dubitativa. Dunque Andreotti ha "commesso" il reato di associazione per delinquere con Cosa nostra sino alla primavera del 1980, ma il reato è coperto da prescrizione, appena scattata nel dicembre 2002 (22 anni e mezzo dopo i fatti - primavera del 1980 - e pochi mesi prima della sentenza). E solo perché, essendo incensurato, Andreotti ottiene le attenuanti generiche. E solo perché nel 1980 non esisteva ancora il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, introdotto nel 1982: per l'associazione "semplice" le pene sono più basse e i termini di prescrizione più brevi.

La data della primavera 1980 è quella dell'incontro a Palermo (pienamente accertato) fra Andreotti e il boss Stefano Bontate, all'indomani del delitto Mattarella. Ma i giudici ritengono provati anche altri vertici fra il senatore a vita e diversi boss di prima grandezza: lo stesso Bontate (nella primavera-estate 1979 a Catania, dove il boss preannunciò all'uomo politico l'intenzione di assassinare il presidente della Regione, il dc Piersanti Mattarella), Tano Badalamenti (nel 1979 a Roma, per aggiustare il processo a carico di Vincenzo e Filippo Rimi, parenti di don Tano), Andrea Manciaracina (nel 1985, a Mazara del Vallo), mentre non ritengono sufficienti le prove sul presunto incontro con Totò Riina nel 1987. Incontri diretti, dunque, e non solo mediati dai luogotenenti andreottiani in Sicilia, i cugini Nino e Ignazio Salvo (mafiosi doc che Andreotti ha sempre negato di conoscere) e Salvo Lima. Fino al 1980, dunque, l'uomo politico intrecciò "un'autentica, stabile ed amichevole disponibilità verso i mafiosi". Che non costituisce "una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante", ma "una vera e propria partecipazione all'associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo".

I RAPPORTI DEL SENATORE

Negli Anni 70, fino almeno alla primavera 1980, "la Corte ha ritenuto la sussistenza: - di amichevoli ed anche dirette relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco della c.d. ala moderata di Cosa nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, propiziate dal legame del predetto con l'on. Salvo Lima, ma anche con i cugini Antonino ed Ignazio Salvo, essi pure peraltro organicamente inseriti in Cosa nostra; - di rapporti di scambio che dette amichevoli relazioni hanno determinato: il generico appoggio elettorale alla corrente andreottiana, peraltro non esclusivo e non esattamente riconducibile a un'esplicitata negoziazione e, comunque, non riferibile precisamente alla persona dell'imputato; il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze - di per sé, non sempre di contenuto illecito - dell'imputato o di amici del medesimo; la palesata disponibilità e il manifestato buon apprezzamento del ruolo dei mafiosi da parte dell'imputato, frutto non solo di un autentico interesse personale a mantenere buone relazioni con essi, ma anche di un'effettiva sottovalutazione del fenomeno mafioso (...); - della travagliata, ma non per questo meno sintomatica ai fini che qui interessano, interazione dell'imputato con i mafiosi nella vicenda Mattarella, risoltasi, peraltro, nel drammatico fallimento del disegno del predetto di mettere sotto il suo autorevole controllo l'azione dei suoi interlocutori ovvero, dopo la scelta sanguinaria di costoro, di tentare di recuperarne il controllo, promuovendo un definitivo, duro chiarimento, rimasto infruttuoso per l'atteggiamento arrogante assunto dal Bontate".

LA SUA AMICIZIA CON I BOSS

Come si traducono questi comportamenti alla luce del Codice penale? "Il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi;ha loro chiesto favori;li ha incontrati;ha interagito con essi;ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite;ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l'assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all'omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza".

I giudici scolpiscono così, in poche righe, la storia dei rapporti fra Andreotti e Cosa nostra, smentendo preventivamente (e profeticamente) chiunque tenti di gabellare la loro sentenza per un'assoluzione o per una prescrizione che non entra nel merito dei fatti: "L'imputato ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi. In definitiva, la Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione all'associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all'ambiente siciliano, il quale, nell'arco di un congruo lasso di tempo, anche al di fuori di un'esplicitata negoziazione di appoggi elettorali in cambio di propri interventi in favore di un'organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento territoriale nell'Isola: a) chieda e ottenga,per conto di suoi sodali, a esponenti di spicco dell'associazione interventi paralegali , ancorché per finalità non riprovevoli; b) incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione; c) intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio tagliate fuori da tali rapporti; d) appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso; e) indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati; f ) ometta di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti con i mafiosi; g) dia, in buona sostanza, a detti esponenti mafiosi segni autentici - e non meramente fittizi-di amichevole disponibilità,idonei,anche al di fuori[...] di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento dell'organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale".

VIA ALLA DISINFORMAZIONE

E allora, fino al 1980, niente assoluzione, ma prescrizione del reato "commesso", e solo grazie alla concessione delle attenuanti generiche prevalenti, che la accorciano: "Alla stregua dell'esposto convincimento, si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione, il giudizio negativo espresso dal Tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente , siano nel merito fondate le censure dei pm appellanti. Non resta allora che confermare, anche sotto il profilo considerato, il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione".

Parole talmente pesanti da indurre gran parte della classe politica (centrodestra, ma anche Margherita, Udeur, Sdi) e l'informazione al seguito a orchestrare la campagna di disinformazione, anzi di sterminio della verità, per ribaltare il verdetto che suona come campagna a morto per tutta la Casta. E spacciare Andreotti come "assolto", cioè perseguitato ingiustamente dalle toghe rosse palermitane. Dalla commissione Antimafia al Parlamento, su su fino al premier Silvio Berlusconi, che in una celebre intervista al settimanale britannico The Spectator, dichiara: "Andreotti non è mio amico. Lui è di sinistra [sic]. Ma hanno creato questa menzogna per dimostrare che la Dc non era un partito etico, ma vicino alla criminalità. Non è vero. È una follia! Questi giudici sono doppiamente matti! Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana". Intanto il caso Andreotti approda in Cassazione: la Procura generale di Palermo ricorre contro l'assoluzione post-1980 e la difesa Andreotti contro la prescrizione pre-1980.

Il senatore, almeno lui, la sentenza l'ha letta e capita, dunque chiede di essere assolto con formula piena, ben sapendo che quella prescrizione è un'ombra infamante su gran parte della sua lunga carriera politica. Ma il 15 ottobre 2004 la II sezione penale della Cassazione conferma tale e quale la sentenza d'appello e "condanna l'imputato al pagamento delle spese processuali". Insomma le macchie restano. E diventano indelebili. Ma ancora una volta la politica e la sottostante "informazione" si attivano immantinente per spacciare la merce avariata dell' "assoluzione definitiva". Con annessa beatificazione dell'imputato. Berlusconi, grande esperto in prescrizioni, si dice "molto felice per Andreotti". Pera si rallegra per la "fine del calvario". Casini addirittura esulta per la "sentenza liberatoria per le istituzioni", come se ci fosse qualcosa di liberatorio nell'apprendere che, fino al 1980, un sette volte presidente del Consiglio fu alleato di Cosa nostra. Il Vaticano esprime "grande soddisfazione". Emanuele Macaluso pubblica sul Riformista un commento dal titolo "Andreotti assolto, il Teorema è finito. Ma ora cancelleranno anche l'infamia?", in cui parla di "Procura battuta", di "vicenda politico-giudiziaria iniziata male, molto male dalla Procura di Palermo e chiusa da un verdetto che certamente assolve Andreotti dal reato di associazione mafiosa" Romano Prodi parla di "bella notizia". Giuseppe Fioroni (ex Margherita ora Pd) si spinge oltre: "Andreotti esce a testa alta da accuse infamanti contro le quali ha usato solo la forza della verità".

Non male, per un imputato che già secondo il Tribunale aveva mentito 21 volte. Di fronte all'ennesima colata di menzogne, Caselli scrive un articolo su La Stampa intitolato "Ma Andreotti è stato mafioso", per ricordare il contenuto della sentenza appena confermata. Nessuno lo può smentire, sentenza alla mano. Anche perché la sentenza non l'ha letta nessuno. Ma un coro unanime di politici di ogni colore, a Camere unificate, con l'eccezione dei Ds e Di Pietro, lo zittisce come un impiccione importuno. Il laico forzista del Csm Giorgio Spangher propone di trasferirlo lontano da Torino per incompatibilità ambientale e raccomanda di escluderlo dalla prossima corsa per la Procura nazionale Antimafia. Verrà accontentato per legge (poi bocciata dalla Consulta). Il 28 dicembre 2004 arrivano le motivazioni della Cassazione, eccezionalmente firmate da tutti e cinque i membri del collegio. I quali definiscono "logica", "razionale", "esaustiva", "conseguente", "ineccepibile", "non censurabile" la sentenza d'appello e ricordano che la prescrizione comporta l'accertamento del reato commesso da Andreotti: "La sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione". Non sempre è vero che, come diceva Sciascia, lo Stato non può processare se stesso. È vero però che, le rare volte in cui processa se stesso, i cittadini non devono saperlo. 
  

Lettere di Aldo Moro a A Benigno Zaccagnini (non recapitate)



"Caro Zaccagnini,

ecco, sono qui per comunicarti la decisione cui sono pervenuto nel corso di questa lunga e drammatica esperienza ed è di lasciare in modo irrevocabile la Democrazia Cristiana.  Sono conseguentemente dimissionario dalle cariche di membro e presidente del Consiglio Nazionale e di componente la Direzione Centrale del Partito.  Escludo ovviamente candidature di qualsiasi genere nel futuro.  Sono deciso a chiedere al Presidente della Camera, appena potrò, di trasferirmi dal Gruppo Parlamentare della D.C. al Gruppo Misto. E' naturale che aggiunga qualche parola di spiegazione.  Anzi le parole dovrebbero essere molte, data la complessità della materia, ma io mi sforzerò di ridurle al minimo, cominciando, com'è ovvio, dalle più semplici.  Non avendo mai pensato, anche per la feroce avversione di tutti i miei familiari, alla Presidenza della Repubblica, avevo immaginato all'inizio di legislatura di completare quella in corso come un vecchio al quale qualche volta si chiedono dei consigli e con il quale si ama fare un commento sulle cose, che l'età ed il personale disinteresse rendono, forse, obiettivo.  Come più volte ti ho detto, fosti tu a deviare questo corso delle cose, mentre furono ancora tuoi amici che fecero riserve, sempre nell'illusione che io dovessi dare ancora qualche cosa al Partito, non appena si accennò ad una presidenza di Assemblea, per concludere in tal modo la mia attività politica.  Così mi sono trovato in un posto difficile e ambiguo, che dava all'esterno la sensazione di un predominio (inesistente) della D.C. ed all'interno creava imbarazzi, gelosie, equivoci, timori.  Essendoci lasciati in ottima intesa la sera del martedì, già pochi giorni dopo, qui dove sono, avevo la sensazione di avervi in qualche modo liberato e che io costituissi un peso per voi non per il fatto di non esserci, ma piuttosto per il fatto di esserci.  E questo per ragioni obiettive, perché non c'è posto, accanto al Segretario Politico eletto dal Congresso, per un Presidente del Partito che abbia rispetto di sé e delle cose.  E se il vostro profondo pensiero coincideva con quello che io avevo fatto valere, perché non accontentarci tutti in una volta?  Aggiungerò poi (e questo va al di là della Presidenza del Consiglio Nazionale di cui abbiamo parlato sin qui) che io non ho compreso e non ho approvato la vostra dura decisione, di non dar luogo a nessuna trattativa umanitaria, anche limitata, nella situazione che si era venuta a creare. L'ho detto cento volte e lo dirò ancora, perché non scrivo sotto dettatura delle Brigate Rosse, che, anche se la lotta è estremamente dura, non vengono meno mai, specie per un cristiano, quelle ragioni di rispetto delle vittime innocenti ed anche, in alcuni casi, di antiche sofferenze, le quali, opportunamente bilanciate e con il presidio di garanzie appropriate, possono condurre appunto a soluzioni umane.  Voi invece siete stati non umani, ma ferrei, non attenti e prudenti, ma ciechi.  Con l'idea di far valere una durissima legge, dalla quale vi illudete di ottenere il miracoloso riassetto del Paese, ne avete decisa fulmineamente l'applicazione, non ne avete pesato i pro e i contro, l'avete tenuta ferma contro ogni ragionevole obiezione, vi siete differenziati, voi cristiani, dalla maggior parte dei paesi del mondo, vi siete probabilmente illusi che l'impresa sia più facile, meno politica, di quanto voi immaginate, con il vostro irridente silenzio avete offeso la mia persona, e la mia famiglia, con l'assoluta mancanza di decisioni legali degli organi di Partito avete menomato la democrazia che è la nostra legge, irreggimentando in modo osceno la D.C., per farla incapace di dissenso, avete rotto con la tradizione più alta della quale potessimo andar fieri.  In una parola, l'ordine brutale partito chissà da chi, ma eseguito con stupefacente uniformità dai Gruppi della D.C., ha rotto la solidarietà tra noi.  In questa (cosa grossa, ricca di implicazioni) io non posso assolutamente riconoscermi, rifiuto questo costume, questa disciplina, ne pavento le conseguenze e concludo, semplicemente, che non sono più democratico cristiano.  Essendo scontata in ogni caso dal momento del mio rapimento (e della vostra mistica inerzia) il mio abbandono della Direzione e del Consiglio Nazionale, restava, se il vostro comportamento fosse stato diverso e più costruttivo, la possibilità della mia permanenza senza alcun incarico nella famiglia democratica cristiana e che è stata mia per trentatré anni.  Oggi questo è impossibile, perché mi avete messo in una condizione impossibile.  E perciò il mio ritiro da semplice socio della D.C. è altrettanto serio, rigido ed irrevocabile quanto lo è il mio abbandono dalle cariche nelle quali avevamo creduto di poter lavorare insieme.  Tutto questo è finito, è assolutamente finito.  Ed ora che posso parlare, senza che nessuno pensi ad una pretesa di successione, a parte il mio durissimo giudizio sul Presidente del Consiglio e su tutti coloro che hanno gestito in modo assolutamente irresponsabile questa crisi, c'è, per dovere di sincerità ed antica appannata amicizia, la valutazione su di te, come, per così dire, il più fragile Segretario che abbia avuto la D.C., incapace di guidare con senso di responsabilità il partito e di farsi indietro quando si diventa consapevoli, al di là della propaganda, di questa incapacità.  Guidare e non essere guidato è il compito del Segretario del più grande partito italiano.


Giunti a questo punto, i motivi di dissenso, che non ci faranno incontrare più, sono evidentemente molti.  Tu non penserai che possa trattarsi solo del modo chiuso e retrivo che ha caratterizzato il vostro comportamento in questa vicenda, nella quale vi sembrerà di avere conseguito chissà quale straordinario successo.  Questa è una spia, la punta dell'iceberg, ma il resto è sotto.  Ho riflettuto molto in queste settimane.  Si riflette guardando forme nuove.  La verità è che parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente.  La verità è che ci illudiamo di essere originali e creativi e non lo siamo.  La verità è che pensiamo di fare evolvere la situazione con nuove alleanze, ma siamo sempre là con il nostro vecchio modo di essere e di fare, nell'illusione che, cambiati gli altri, l'insieme cambi e cambi anche il Paese, come esso certamente chiede di cambiare.  Ebbene, caro Segretario, non è così.  Perché qualche cosa cambi, dobbiamo cambiare anche noi.  E, a parte il fatto che davvero altri (socialisti ieri, comunisti oggi) siano in grado di realizzare una svolta in accordo con noi - il che possiamo augurarci e sperare - la D.C. è ancora una così gran parte del Paese, che nulla può cambiare, se anch'essa non cambia.  E per cambiare non intendo la moralizzazione, l'apertura del Partito, nuovi e più aperti indirizzi politici.  Si tratta di capire ciò che agita nel profondo la nostra società, la rende inquieta, indocile, irrazionale, apparentemente indominabile.  Una società che non accetti di adattarsi a strategie altrui, ma ne voglia una propria in un limpido disegno di giustizia, di eguaglianza, di indipendenza, di autentico servizio dell'uomo.  Ecco tutto.  Benché sia pessimista, io mi auguro che facciate più di quanto osi sperare.  Non era questa la conclusione cui avevo pensato né l'addio immaginato per te ed i colleghi.  Ma le cose sono così poco nelle nostre mani, specie se esse sono troppo deboli o troppo forti.  Che Iddio ti aiuti ed aiuti il Paese.  Cordialmente.

Aldo Moro"



"Caro Zaccagnini,
la lunga e tormentata vicenda della mia prigionia presso le Brigate Rosse pone dei problemi ai quali è doveroso e sempre più urgente rispondere.  Mi riferisco all'atteggiamento di totale indifferenza assunto dal Partito nei confronti della mia persona e della mia famiglia, la quale paga un prezzo altissimo per un modo di fare che non ha assolutamente precedenti nella D.C. Quest'ultima è venuta incontro, più o meno, alle necessità che premevano sui suoi associati, ma mai, come in questo caso, è restata del tutto fuori da una vicenda gravissima, delicatissima e per la quale non era certo priva di mezzi d'intervento.  Si poteva fare, solo che si fosse voluto rimuovere una inconsistente pregiudiziale, ed invece non si è fatto.  Il culto esasperato del rispetto della legalità formale ha reso rigidi e insensibili, ha ridotto ad essere soffocante, come mai era stata, la disciplina di partito, ha tolto ogni libertà di ragionevole movimento, ed ha sacrificato, con me e con la mia famiglia, quelle ragioni umanitarie che militano a favore, oltre che di vittime innocenti, ma anche di persone condannate le cui condizioni di salute e di vita abbisognano di particolare cura e per le quali si offre l'ospitalità, caritatevole o amichevole, di un paese straniero.
 
Questi sono i principi sanciti nella nostra coscienza civile, e nei paesi più evoluti non manca mai una giusta considerazione di ragioni umanitarie, siano esse prevalenti, di volta in volta, per le vittime innocenti o per persone ormai condannate. Io pensavo che, al di là della mia persona sofferente ed in pericolo, in un partito d'ispirazione cristiana a queste cose non si potesse guardare con indifferenza.  E proprio mentre i socialisti, sia pure in modo incompiuto, si fanno carico di cose delle quali ben prima proprio i cristiani dovevano avere la maggiore sensibilità.
 
Da qui un profondo stupore ed un profondo disagio.  Certo l'impresa portata a termine dalle Brigate Rosse è di notevole rilievo politico: ma è pur vero che essa pone in luce quei problemi umanitari dei quali parlavo innanzi e dei quali né il partito né tu potete assolutamente disinteressarvi.  Ed invece ve ne disinteressate con sfacciato cinismo, essendo del resto in buona compagnia.  Mi stupisco del fatto che così si manifesti la tua sensibilità umana e cristiana.
Questo, a prescindere da tante altre cose, per gli aspetti personali e per quelli obiettivi, è un capitolo importante, ed altamente deludente, dei miei rapporti con la D.C. Questo disagio di fondo l'ho capito ogni giorno di più, questa incomprensione, questa diversità tra noi diventano ogni giorno più vistose, rendendomi impossibile di ritrovarmi con gli antichi amici con la scioltezza e la naturalezza di sempre.

Questa irremovibile intolleranza, che nasce, sia ben chiaro, da un fatto morale più che politico mi induce a questo punto a rendere formali le mie dimissioni dal Partito, intendo non solo dalle cariche, comprese quelle ipotetiche e future, ma proprio dal corpo, dalla famiglia della D.C. Passerò perciò, per la durata della legislatura al Gruppo Misto.  Dopo tanti anni di amicizia, che ha sofferto anch'essa di questa crisi ci troviamo su posizioni estremamente lontane ed incongiungibili.  Stranamente vedo in te quell'arroganza del potere che abbiamo tante volte lamentato in altri e che, ricordalo, il paese sente con crescente insofferenza, senza che possa essere questa assurda gara di resistenza nello sbarazzarci di ogni ragione umanitaria a farcelo perdonare.
Sia dunque ben chiaro, perché non vi siano equivoci, che non si pone solo il problema della mia persona per quel che poco significa per la D.C., ma il problema oggetto del modo di reagire con senso cristiano e democratico di fronte a situazioni di obiettivo pericolo e che richiedono interventi umanitari.  Ritengo dunque sbagliata e urtante la linea del partito che hai assunto e che incautamente si è fatto in modo che tu assumessi.  La colpa è grave in entrambi i casi.  Siamo guidati male, in modo insicuro e non coerente ai principi.
Ma in un travaglio così complesso non sono solo queste le ragioni della mia decisione".[...]

[...] la lettera s'interrompe senza conclusione

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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Un'immagine, un racconto

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La fotografia è in genere un documento, la testimonianza di un ricordo che raffigura spesso persone e luoghi, ma talvolta può anche costituire lo spunto per fantasticare un viaggio ovvero per inventare un racconto e leggere con la fantasia l’apparenza visiva. (cliccando sopra la foto è possibile visionare il volume)