"Dopo gli anni ovattati dell'infanzia e quelli spensierati dello studio ci si immerge nella catena lavorativa che, al di là di qualunque gratificazione, assorbe e lascia poco tempo ... e poi finalmente arriva la tua quarta dimensione ... e ritrovi quella serenità smarrita."

Il presente blog costituisce un almanacco che in origine raccoglie i testi completi dei post parzialmente pubblicati su: http://www.laquartadimensione.blogspot.com, indicandone gli autori, le fonti e le eventuali pagine web (se disponibili).

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domenica 9 febbraio 2014

M5S e stampa: siamo sicuri che la guerra ai barbari grillini porti consenso?

Cari anti-grillini, non vi nomino uno per uno, perché siete una nutrita schiera. O meglio, sembrate tali a guardare stampa e tv: politici, editorialisti, scrittori, conduttori, tutti uniti al grido di: “Daje a Grillo”. Capisco che lui e il M5S abbiano fatto parecchie sciocchezze, abbiano detto troppi no e spesso esagerino (anche in modo inaccettabile come per gli insulti sessisti, sia chiaro) sui social network e in Parlamento, ma proprio non mi capacito del vostro sdegno e delle parole pesantissime (dittatura, eversione, attentato alla democrazia, squadrismo fascista, fino ai “potenziali stupratori”) che usate nei loro confronti, peraltro mostrando ignoranza storica. Manco Berlusconi riesce più a generare una reazione simile!
Com’è che il nuovo demonio è Grillo? E lo è soprattutto per chi poteva e doveva – opinione personale – essere suo alleato, o almeno interlocutore: Pd e Sel (Inciso: il Vendola che parla dei commenti grillini alla Boldrini come di “stupro simbolico” è lo stesso che ha “simbolicamente stuprato” la fiducia degli italiani ridendo al telefono con il portavoce dei Riva, per le domande di un “provocatore” sui tumori dell’Ilva?). Ok, siete offesi perché vi ha detto sempre no e vi dà dei “morti”. Ma anche Berlusconi negli anni ve ne ha dette di tutti i colori, eppure lo trasformate da condannato decaduto in padre costituente. Siete risentiti per le proteste sulla “ghigliottina” che, ha detto la Boldrini da Fazio, non è mai stata applicata perché l’opposizione faceva un passo indietro un attimo prima? Arrabbiati perché ha informato gli italiani sul giochetto Imu-regalo alle banche (come il decreto sul femminicidio aveva dentro la proroga delle province)?
Effettivamente, questo getta un’ombra inquietante su come avete fatto opposizione e su come governate. Capisco siate turbati. Ma la reazione alla Roger Rabbit, con Grillo al posto di “Ammazza la vecchia”, non mi torna. Non mi torna che fior di giornalisti siano costretti a rovistare nei blog alla ricerca della gaffe quotidiana del grillino. Che si occupino paginate e ore di tv per fare le pulci allo sconosciuto di turno, con tutti i problemi gravi che abbiamo. Certo, si devono vendere copie, ma allora più che odiarlo dovreste ringraziarlo. Soprattutto, non mi torna che (stanti i gravi problemi di cui sopra) il premier Letta dal Qatar si preoccupi di esprimere solidarietà alla Bignardi per la “barbarie senza fine”. Gettando nel panico i giornalisti accreditati: Bignardi chi? Pensare che sintonie coi 5 Stelle si potrebbero trovare, che molte loro battaglie etiche, sui costi della politica, reddito minimo, ecologia, conflitto d’interessi, partecipazione dei cittadini… dovrebbero essere condivise, soprattutto a sinistra. Dovrebbero.
Dobbiamo pensare che non lo sono? Dobbiamo pensare con Grillo che questo è l’astio di un sistema politico e informativo che si autodifende e tenta di espellerlo come corpo estraneo? E come mai, con tutte le sciocchezze, gaffe, insulti, accuse di squadrismo, il M5S nei sondaggi è ancora al 25%? Il vostro è un segno di forza o di debolezza? Un cordiale saluto.

Luisella Costamagna (Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2014)

giovedì 6 febbraio 2014

AMICIZIA.

 «Nessuno sceglierebbe di vivere senza amici» scriveva Aristotele nell’Etica nicomachea. Nella storia della filosofia, in realtà, le trattazioni sull’amicizia non abbondano. Joseph Epstein osserva che un’espressione come «mia moglie è la mia migliore amica» non sarebbe stata immediatamente comprensibile in epoche neppure molto lontane. Ciò che ha cambiato le cose, e che ha reso i rapporti di amicizia più complessi e problematici di un tempo, è stata proprio la grande rivoluzione della condizione femminile, che ha «contribuito a trasformare radicalmente la natura di molti tipi di amicizia: tra mariti e mogli, tra uomini e donne, tra le donne stesse». L’amicizia non è neppure sempre un piacere. «Spesso» scrive Epstein «mi capita di sentirmi oppresso da un sentimento di obbligo, da una tolleranza forzata, da una noia stupefacente.» Per godere dei suoi migliori frutti, non bisogna dunque idealizzarla troppo, e per trovare il giusto equilibrio bisogna considerarla un’arte e conoscere una serie di piccoli trucchi. Per esempio, per attirare la simpatia di qualcuno, suggeriva Benjamin Franklin, a volte è meglio chiedergli un favore piuttosto che farglielo, perché ciò gratifica assai di più la sua autostima. Epstein ci ricorda che nella teoria di Sigmund Freud non c’è nessuno spazio per l’amicizia. «Nella loro visione pansessuale i freudiani pensano che l’amicizia maschile più intima sia in fondo omoerotica, mentre ritengono inconcepibile l’idea di un’amicizia maschio-femmina priva di implicazioni sessuali, convinti che l’unica cosa che gli uomini desiderano fare alle donne è saltare loro addosso.» Per questo «i freudiani, come la Germania dopo la Seconda guerra mondiale, dovrebbero essere obbligati a pagare ingenti riparazioni ai loro poveri pazienti-vittime ». L’amicizia, rispetto ad altre istituzioni, è anche un vero atto di libertà. «Diversamente dalla famiglia, che non abbiamo diritto di scegliere, le nostre amicizie sono fondate interamente sulla scelta personale. Il saggista inglese Hugh Kingsmill si divertiva a chiamare gli amici «le scuse di Dio»; voleva dire che Dio, per chiederci scusa e fare ammenda delle famiglie che ci aveva imposto, ci aveva anche donato gli amici.

Armando Massarenti (Dizionario delle idee non comuni - 2011 - Ugo Guanda Editore)

mercoledì 5 febbraio 2014

Il tempo libero più prezioso del denaro



Ricerche americane e italiane hanno rilevato che, da dieci anni a questa parte, tra quanti lavorano, c'è la tendenza a mettere al primo posto, tra le richieste, non più il denaro o i benefit di varia natura, ma il tempo libero, quasi si fossero resi conto che se è vero che per vivere occorre lavorare, non è più vita quella totalmente assorbita dal lavoro.  
In pratica si sono stancati di affidare i propri figli alle baby-sitter, i propri vecchi alle badanti, la cura della casa alle colf, le feste dei bambini alle agenzie che si incaricano, perché non hanno più tempo, e quindi sono costretti a delegare al mercato dei servizi la propria vita relazionale, quando non addirittura la propria vita intima, di cui si sentono deprivati dagli orari di lavoro o dall'impiego di entrambi i componenti la coppia genitoriale, perché altrimenti, senza due stipendi, non si arriva alla fine del mese.  
Nelle società come le nostre, dove il denaro è diventato l'unico generatore simbolico di tutti i valori, si è pensato, negli anni '80 e '90, che potendo pagare, e quindi lavorando tutto il tempo per poterselo permettere, ciascuno potesse meglio realizzare se stesso e, soprattutto in ambito femminile, realizzare la propria indipendenza. Di qui la scelta degli asili non in base ai criteri educativi, ma esclusivamente in base al tempo in cui intrattengono i bambini, l'affido degli adolescenti alle scuole, preferibilmente quelle private, dove i risultati si crede siano più garantiti, i disagi giovanili affidati agli psicologi perché i tempi di comunicazione nell'ambito familiare, quando non sono ridotti, sono del tutto assenti.
Non parliamo poi della relazione emotiva, sentimentale e sessuale tra i coniugi che, soffrendo per la mancanza di tempo, diventa svogliata, disinteressata e non compensata dai regali di compleanno, dall'offerta di cene annoiate al ristorante, o da una settimana di vacanze in paesi esotici comprata in un'agenzia di viaggio.  
Oggi questo stakanovismo nel lavoro per procurarsi denaro con cui realizzare la propria indipendenza sta svelando il rovescio della sua medaglia, che è poi la perdita della propria vita emotiva, per cui tutto diventa indifferente e nulla più stimolante. Neppure il weekend, perché non si può negli ultimi due giorni della settimana recuperare un mondo relazionale trascurato negli altri cinque giorni dove, da mane a sera, sia reperita la propria identità nella propria funzione nell'apparato, che ci prevede produttori di denaro nei giorni feriali per il suo consumo in quel di festivi.  
Lo spostamento dell'auto-realizzazione nel mondo del lavoro con conseguente de-realizzazione nel mondo della famiglia e più in generale degli affetti ha fatto crollare anche l'ideologia del "tempo-qualità", che poi non è altro che il modo con cui, ingannandoci, si chiama il tempo che si dedica agli affetti quando è "poco", quando non si ha tempo di ascoltare i figli se non per i risultati scolastici, quando non si ha tempo di vedere sulla faccia del nostro compagno o compagna di vita i segni del disagio, quando non si ha neppure il tempo di prendere contatto con quello sconosciuto che, a furia di lavorare, ciascuno diventa per se stesso.  
In questa campagna elettorale sentiamo un gran parlare di famiglia, ma sempre e ancora in termini di denaro (riduzione dell'Ici sulla casa, bonus per i nuovi nati), mai in termini di tempo. Come se il mondo emotivo, affettivo, relazionale, sempre più sacrificato, potesse essere compensato col denaro con cui affidare al mercato tutta la cura che sottraiamo ai figli, agli anziani, alle relazioni reciproche, familiari e di vicinato, cura della propria vita emotiva, senza la quale risulta difficile distinguerci dalle macchine industriali, informatiche, burocratiche, con cui quotidianamente interagiamo.  
Sembra che i giovani, carenti come sono stati di cure genitoriali, di tempo a loro dedicato, di affetto continuativo e non saltuario mescolato con ansia, siano più sensibili al valore del tempo libero (dal lavoro) che è poi il tempo per sé, anche se questo loro desiderio confligge col modello produttivo, costretto a diventare turbo - produttivo per effetto della concorrenza globale.  
Eppure qui una scelta si impone, se vogliamo evitare quell'alienazione, quella lontananza di sé da sé, che già Marx a suo tempo denunciava, con la sola differenza che al suo tempo avveniva per costrizione e oggi per autocostrizione, perché ognuno tende a consegnare la propria identità alla propria disponibilità economica e quel riconoscimento che non viene più dallo sguardo di un uomo, di una donna, di un figlio, ma dall'avanzamento in carriera, che conferisce prestigio in una società fatta più di relazioni formali che affettive.  
Chiedere tempo libero e non più solo denaro e benefit è un modo per recuperare l'umano e non soccombere a quell'atrofia emotiva in cui uno non solo non è più in grado di riconoscere l'altro, ma alla fine neppure se stesso. Le nuove generazioni sembra l'abbiamo intuito.  
Se riusciranno a rivendicare tempo libero saranno la più significativa delle rivoluzioni, perché riconsegneranno una speranza all'uomo nell'età della tecnica che, col suo sguardo guidato solo dalla più fredda razionalità, fatica a distinguere un uomo da una macchina.  

Umberto Galimberti (6 aprile 2006)

martedì 4 febbraio 2014

Boldrini, l’arbitro fa il tifo in curva

Laura Boldrini non si può criticare. Mai. Se lo si fa, arriva puntuale la crivella già usata tanto dalla Fornero quanto dalla Madia: “Sessisti”, “maschilisti”. Questo femminismo caricaturale è peraltro a singhiozzo. Vale per la Boldrini, ma non per la Carfagna o per la 5 Stelle Lupo, che si è presa uno schiaffone da un uomo ma che – secondo gli ultrà boldriniani – in fondo se lo meritava. L’esaltazione della Boldrini non è sfumata neanche dopo la sua decisione di applicare, prima volta nella storia repubblicana, la tagliola o ghigliottina. Un istituto, oltretutto, previsto soltanto a Palazzo Madama. Stava per essere sdoganato nel 2009, durante la discussione sullo scudo fiscale, ma allora il Pd (che poi fece passare lo scudo fiscale grazie all’assenza decisiva di alcuni parlamentari) si oppose: come cambiano i tempi.
La sua elezione alla Presidenza della Camera aveva legittimamente alimentato speranze. Per quanto pressoché nuda di esperienza politica, il curriculum era nobile. Quattordici anni come portavoce dell’Alto commissariato delle Nazione Unite per i rifugiati. Più nominata che eletta, come è uso in Italia, la sua ascesa fu comunque letta come simbolo di cambiamento. Di miglioramento. Che non è arrivato. Dopo neanche un anno, la Boldrini è già una delle più grandi delusioni nella storia recente della politica italiana. Per quel gioco eterno della pagliuzza e della trave, l’informazione ama usare il napalm con l’errore grillino e suole abbondare in buffetti se a sbagliare è Laura. E gli errori 5 Stelle sono pure troppi, dal “boia chi molla” ai “pompini”, dai post su “cosa faresti in macchina con Laura” ai commenti orrendamente violenti e (quelli sì) sessisti comparsi in Rete e poi cancellati.
Facile sparare sui 5 Stelle, e in non rari casi giusto. Solo che, dall’altra parte, la Boldrini è nel frattempo diventata colei che ha ammazzato l’opposizione. Contrappasso spietato, per una donna eletta con Sel e teoricamente vicina alle forze minoritarie. Non appena eletta, forse per celare l’emozione o piuttosto l’inadeguatezza, è scattato in lei il virus doppio della Preside-Macchinista. “Preside”, per giunta con voce monocorde robotica da Super Vicky, perché l’approccio è esattamente lo stesso. E “macchinista”, perché la Boldrini suole limitarsi acriticamente ad applicare regole (talora inesistenti). Mai un po’ di elasticità, mai un briciolo di moral suasion, mai la capacità di comprendere il momento. Credeva, evidentemente, che per essere brave bastasse il consenso demagogico. Nulla a che vedere con Pertini, ma neanche – in quel ruolo – con Casini e Fini. Inconsapevolmente innamorata dello sbaglio, più ha errato e più si è trincerata dietro un’arroganza piccata. Con vette di umorismo raro, tipo quando bloccò i 5 Stelle (la sua kryptonite) per avere nominato il Presidente della Repubblica. Voleva essere la nuova Nilde Iotti, ma la Boldrini sta ormai a Napolitano come la Biancofiore a Berlusconi.
Domenica, per difendere l’indifendibile (se stessa), ha invaso i palinsesti Rai. Prima Rai 1 da Giletti, poi Rai 3, da Fazio. Parlando e straparlando, tra un balbettio e l’altro, ha esplicitato la sua incapacità di essere arbitro super partes: puoi essere partigiano come deputata, non come Presidente della Camera. Boldrini ha usato toni durissimi: “(Quello dei 5 Stelle) è un attacco eversivo contro le istituzioni che deve essere respinto da tutte le forze democratiche”; “M5S non sa utilizzare gli strumenti democratici, messi a disposizione dell’opposizione dalla Costituzione (…) Ho visto tanta rabbia e odio invece che la voglia di confrontarsi. Queste cose si sono viste solo in dittatura”. La Boldrini ha anche sostenuto che “chi segue il blog di Grillo è quasi un potenziale stupratore”.
Domenica è circolato anche un tweet della Boldrini in cui si riportava quel concetto. Il tweet si è poi rivelato falso, ma quelle parole restano vere. La Boldrini dovrebbe essere arbitro, ma non può esserlo chi reputa una forza – votata da quasi 9 milioni di italiani – eversiva. Chiedere alla Boldrini di essere baluardo della democrazia parlamentare è un po’ come chiedere a Lupin di fare la guardia alla Gioconda. Forse la Boldrini dovrebbe ammettere a se stessa che non ha requisiti, competenze e lucidità per ricoprire quel ruolo. E dunque dimettersi.


Laura Boldrini: al lupo al lupo arriva il fascismo | Saverio Lodato (antimafiaduemila.com). - 3 febbraio 2014.

A leggere le dichiarazioni di certi politici riportate enfaticamente da giornali e televisioni, sembra che l’Italia sia eternamente sull’ orlo del precipizio. Che abbia le ore, anzi, i minuti contati. Il fascismo è alle porte. E’ in atto un disegno eversivo. Stanno scardinando le fondamenta della democrazia. Vogliono paralizzare e sabotare il Parlamento. C’è un complotto contro il capo dello Stato. C’è un complotto contro il capo del governo. Il nuovo fascismo è alle porte. E’ tornato di moda lo squadrismo. E potremmo continuare all’infinito, con questo diffusissimo "al lupo, al lupo" che sembra non risparmiare più nessuno.
Favoletta vuole che quando il lupo finalmente arrivò, nessuno ci credeva più, e il lupo ebbe partita vinta. Allora, andiamoci piano, per favore. Dovesse accadere che il lupo arriva per davvero e poi nessuno se ne accorge…
Magari commetteremo un grande errore di superficialità, non saremo all’altezza di una lettura approfondita della situazione politica e istituzionale, non vedremo tanto lontano come i più accreditati osservatori politici, ma siamo sereni, fiduciosi, tranquilli: il fascismo non è alle porte, le fondamenta della democrazia non stanno per essere scardinate, complotto scaccia complotto (un po’ come chiodo scaccia chiodo), semmai, questo sì, c’è un bel manipolo di mascalzoni - individuati e riconosciuti - che si è insediato in tutti i piani della piramide istituzionale e da troppo tempo spadroneggia in danno dell’intera collettività.
Ma per non prenderla troppo alla lontana, va detto che scriviamo queste note sull’onda mediatica (enorme) dell’"affaire Boldrini". La presidente della Camera, infatti, è stata volgarmente apostrofata da alcuni giudizi via Internet talmente ripugnanti che si sono infatti ritorti come un boomerang contro gli stessi autori firmatari.
Laura Boldrini, presidente della Camera, si è difesa e ha contrattaccato, con numerose interviste televisive e ai giornali, ottenendo tutta la solidarietà che le era dovuta in un caso come questo.
Secondo noi, però, ha strafatto.
Infatti – a costo di apparire politicamente maleducati, maleducatissimi e qualunquisti, qualunquistissimi - osiamo dire che, fra le tante cose giustissime dette in tutela della sua onorabilità, della sua dignità, e dell’incarico che ricopre - una, la Boldrini, ne ha detta di pessimo gusto. E di repellente contenuto.
Questa: "I commenti sul blog di Grillo sono scritti da potenziali stupratori". Frase pacchiana. E non poteva, e non doveva dirla, pur liberissima di pensarla così fra le mura di casa sua, proprio per l'altissimo incarico ricoperto; alias, la terza carica dello Stato. E la terza carica dello Stato non può scendere di livello sino a questo punto.
Un movimento per il quale hanno votato otto milioni di italiani, può essere visto come un territorio in cui possono mimetizzarsi, facendola franca, "potenziali stupratori"? Certo che no.
Quando qualche giorno fa un pacco contenente una testa di maiale è stato recapitato alla Sinagoga di Roma, forse che gli israeliani hanno detto che in Italia siamo alla "vigilia di un nuovo Olocausto"? Certo che no.
Quando qualche settimana fa, il ministro Kyenge, è stata crocifissa dalla Lega, e dai suoi massimi rappresentanti istituzionali - ripetutamente, ossessivamente - per il colore della sua pelle, lei ha forse contrattaccato dicendo che in Italia siamo alla vigilia dell’ Apartheid o che "i barbari sognanti", che piacciono tanto a Maroni, sono le cellule di un nuovo Ku Klux Klan in salsa italica? Certo che no.
Corrado Augias, in risposta a quell’imbecille che - orgogliosamente (e, parafrasando Dante, verrebbe da dire: più che l’imbecillità poté l’orgoglio) - ha dichiarato di aver bruciato un suo libro, ha forse annunciato di voler espatriare dall’Italia, come il giovane filosofo ebreo Leo Lowenthal che lasciò la Germania perché sconvolto dal "rogo dei libri" voluto da Hitler? Certo che no.
Speriamo che si sia capito quello che intendiamo dire. C’è però qualcosa che resta sullo sfondo e, francamente, ci irrita. A quando, ad esempio, una presa di distanza "forte e chiara" della presidente della Camera da quel "Questore" che ha rifilato a freddo un bel ceffone a un’onorevole grillina? Le donne vanno sfiorate solo con un fiore, scrisse qualcuno. E qualcuno ha forse detto che i "picchiatori" la fanno da padroni in Parlamento? Certo che no. Ma una parolina, la Boldrini poteva dirla. Giusto?
Poi, che sia stata Laura Boldrini, presidente della Camera, non solo ad avvalersi della "ghigliottina" parlamentare, ma a non aver mosso un dito per scorporare la telenovela dell’Imu dall’horror delle regalie agli istituti di credito, sono fatti. Fatti di solare evidenza.
Finiamola qui.
Notizia di oggi: "L’Unione europea: La corruzione in Italia vale 60 miliardi, metà del totale d’Europa".
Ci permettiamo di suggerire alla presidente della Camera di dire la sua anche su questo argomento: appena il caso che l’ha investita si sarà placato, rifaccia il giro delle sette chiese televisive e giornalistiche, e usi la durlindana un’altra volta. Agli occhi degli italiani, anche un simile tasso di corruzione è ripugnante.
 Saverio Lodato (antimafiaduemila.com)

lunedì 3 febbraio 2014

Professione indignato a targhe alterne

Il 'boia', peraltro metaforico, affibbiato a Giorgio Napolitano dal deputato 5 Stelle Giorgio Sorial, ha suscitato uno «sdegno collettivo», bipartisan e tripartisan mentre la Procura della Repubblica di Roma ha incriminato il reprobo per 'vilipendio al Capo dello Stato'. Enrico Letta: «L'indegno attacco del Movimento 5 Stelle è un punto di non ritorno di deriva estremista inaccettabile per chiunque pratichi principi democratici». E Matteo Renzi (poteva mancare?): «E' un atteggiamento insopportabile...che non ha eguali nella storia repubblicana». Ma il più scandalizzato di tutti è Pierluigi Battista (Il Corriere della Sera, 29/1) per un vilipendio commesso da «Un parlamentare. Un uomo delle istituzioni». Silvio Berlusconi non era un semplice parlamentare ma il presidente del Consiglio italiano quando dichiaro', oltretutto all'estero, che «la magistratura è il cancro della democrazia». Che non è solo vilipendio alle Istituzioni, è un atto eversivo degno di un brigatista. Altro che «atteggiamento...che non ha eguali nella storia repubblicana», come dice Matteo Renzi, che ha appena patteggiato le Istituzioni con un pregiudicato in fase di condanna, questo si' che non si era visto mai (e se Berlusconi era in carcere o ai domiciliari o ai servizi sociali, come dovrebbe essere da tempo, come avrebbe trattato con lui, tramite dei 'pizzini'?). Pierluigi Battista sul 'cancro della democrazia' non battè ciglio. Battista si indigna anche perchè «Quando Napolitano fu votato per la seconda volta al Quirinale, nel movimento di Grillo si grido' apertamente al 'golpe'». Silvio Berlusconi, per dieci anni premier di questo Paese e per altri otto capo indiscusso dell'opposizione, ha testè dichiarato di essere stato «vittima di quattro colpi di Stato». Ma nemmeno questa volta Pierluigi Battista ha mosso orecchio.
Battista lamenta poi «la degenarazione del linguaggio politico: ci vorrà molto tempo per tentare di risanarlo». Avrebbe ragione se non dimenticasse disinvoltamente che il primo ad aprire la strada al vilipendio delle Istituzioni fu proprio, vent'anni fa, quel Francesco Cossiga che sembra goda della sua ammirazione. Comincio' definendo il Parlamento «un'accozzaglia di zombie e di superzombie» e passo' poi a insultare personalmente i suoi rappresentanti: «piccolo uomo e traditore» (Onorato), «Poveretto» (Flamigni), «zombie con i baffi» (Occhetto), «analfabeta di ritorno» (Zolla), «Cappone» (Galloni), «emerito mascalzone, piccolo e scemo» (Cabras). E non è che un piccolo florilegio.
Confesso che l'altro giorno quando ho visto nel cielo di San Pietro il nero corvo attaccare e inabissare 'la bianca colomba della Pace' liberata dal Papa ho avuto quasi un orgasmo. Perchè, in un colpo solo, faceva giustizia dell'insopportabile 'buonismo' di Bergoglio, degli animalisti, degli antivivisezionisti, dei vegetariani ideologici, dei vegani. E anche di quello di Pierluigi Battista.


IL TRADIMENTO DI GRILLO

Se fossi un militante del Movimento 5 Stelle oggi chiedereil’impeachment di Beppe Grillo per alto tradimento. È evidente che l’ex comico e Casaleggio stanno imbrogliando otto milioni di elettori. Dicono di voler andare al governo per cambiare l’Italia. Ma sono terrorizzati dall’idea e badano soltanto ai propri interessi aziendali. Non si spiegano altrimenti le mosse della Grillo&Casaleggio spa di questi giorni. Un vero e proprio tradimento dei valori e dei principi fondanti del M5S, anche di quelli positivi, che ci sono.
La cagnara ordita in Parlamento e sul blog dalla strana coppia è servita a far passare sotto silenzio l’oggetto di una battaglia troppo sbagliata nei modi per risultare poi giustificata nella sostanza, quella dell’opposizione all’ennesimo regalo di un governo italiano alle banche. I molti difensori d’ufficio del grillismo, che ama dipingersi come isolato dai media, insistono nel dire che i linguaggi e i gesti non contano. Quando si bruciano i libri, come quello di Corrado Augias, quando si stilano liste di proscrizione dei giornalisti, quando s’incita a insulti sessisti nei confronti di una delle poche donne che occupa una carica pubblica importante, Laura Boldrini, non si possono accampare alibi o giustificazioni. Il mezzo in questi casi è per intero il messaggio. E il messaggio, piaccia o non piaccia agli amici Dario Fo e a quelli de Il Fatto è uno solo chiaro, riconoscibile e in una parola: fascista.
È questo il primo tradimento, nei confronti di un elettorato che fascista non è per niente. Ma non è il solo. Ancora più paradossale, rispetto agli obiettivi dichiarati, è l’opposizione frontale della coppia di leader alla discussione di una nuova legge elettorale e delle riforme istituzionali: abolizione del Senato e delle province, riduzione del numero dei parlamentari, taglio ai costi della politica.
Non si tratta di un’opposizione a questo o quel modello di legge, si badi, ma il rifiuto di fare qualsiasi legge elettorale e qualsiasi riforma. In nome, di fatto, del mantenimento dello status quo, anzi addirittura di un ritorno alla prima repubblica, con un sistema proporzionale puro.
Ora, il sistema escogitato da Renzi e Berlusconi è pieno di difetti e bizzarrie, a cominciare da questo strano uso del doppio turno, che di solito o si fa o non si fa. Ma agli occhi dei grillini il cosiddetto Italicum dovrebbe avere almeno un pregio e non da poco. È l’unico sistema elettorale che rende possibile una loro vittoria. Alle condizioni poste dai fondatori, ovvero senza alcuna alleanza. Per il partito che a febbraio è diventato il primo sul suolo italiano, basterebbe un lieve aumento di consensi per arrivare al ballottaggio. E se arrivasse al secondo turno contro la destra o la sinistra, per come sono fatti gli italiani, Grillo avrebbe già vinto.
Gli elettori di Berlusconi o quelli del Pd lo voterebbero in massa pur di non vedere vincere l’altro. Il fatto che Renzi e Berlusconi non abbiano minimamente preso in considerazione tale ipotesi, non significa che non si possa realizzare. Si tratta al contrario di uno scenario, a mio parere, assai probabile.
Perché dunque Grillo butta al vento la storica occasione di vincere e governare da solo? Perché si aggrappa a un proporzionale che può rendere possibile una sola maggioranza, la grande coalizione fra destra e sinistra? Perché nei fatti è questo che vuole: l’emergenza eterna e per sé il monopolio di un’opposizione ciarliera quanto inconcludente. Per quanto, certo, redditizia per la Grillo&Casaleggio spa o meglio srl. Società a responsabilità limitata.
Lo stesso discorso si può fare per le riforme costituzionali. L’abolizione delle province e del finanziamento pubblico ai partiti, la riforma del Senato e la riduzione dei parlamentari sono da sempre fra i principali obiettivi del movimento grillino, addirittura le ragioni fondanti. Il fatto che ora anche i vecchi partiti si siano convinti della necessità di cambiare il sistema dovrebbe spingere Grillo a festeggiare la vittoria e a collaborare alle riforme. Al contrario, si lamenta che gli hanno rubato il programma. Come se farsi copiare il programma dagli avversari non fosse il più straordinario dei successi.
Grillo e Casaleggio tradiscono in questo modo i propri elettori. Dirigono con animo manageriale un redditizio partito azienda, fingendo di voler dar voce a chi non l’aveva, a chi voleva un cambiamento reale. E oggi sono proprio loro il maggior fattore di conservazione del sistema. Si tratta di un film già visto in questi venti anni e non sarebbe un dramma. Se non che il M5S è necessario alla nostra democrazia, perché esprime davvero un pezzo di società senza voce.
Oggi con il M5S, così come ieri con Lega e Forza Italia, il disgusto per i leader confonde le idee e spinge a sottovalutare la portata sociale del fenomeno. Non si arriva al 25 per cento dei voti in una grande nazione come la nostra perché un leader è bravo a comunicare e a occupare la scena. Lega e Forza Italia erano, ben oltre pregi e difetti di Bossi e Berlusconi, l’espressione di un blocco sociale di piccola e media borghesia da sempre conservatrice minacciata dalla globalizzazione.
Il M5S è oggi l’espressione di un altro blocco sociale, composto in parte da un ceto medio impoverito e disilluso dal berlusconismo, e per l’altra da intere generazioni di giovani esclusi dal mondo del lavoro. Queste due componenti della società italiana hanno mille e giustificati motivi per chiedere un cambiamento radicale di un sistema che le esclude e le emargina, eppure sono quasi totalmente ignorate dai partiti e dai media al seguito.
Grillo e Casaleggio hanno occupato il vuoto e se le sono prese, ma per portarle dove? A cambiare l’Italia e questa povera concezione d’Europa? No. Nei fatti, no. All’azienda Grillo&Casaleggio interessa soltanto mantenere le cose come stanno e intanto appagare il narcisismo dei capi, le ambizioni personali loro e del seguito di servi che si portano appresso. Proprio come prima di loro hanno fatto Bossi e Berlusconi.

Se non è alto tradimento questo, come vogliamo chiamarlo?

 

I casi di Egitto e Ucraina la democrazia funziona solo quando ci fa comodo

Nel 1991 si svolsero in Algeria le prime elezioni libere dopo decenni di una sanguinaria dittatura militare e furono vinte dal Fis (Fronte islamico di salvezza) a larghissima maggioranza. Allora i militari annullarono le elezioni, con il plauso dell'intero Occidente (che evidentemente non ha atteso l'11 settembre per diventare islamofobico) sostenendo che il Fis avrebbe instaurato un regime totalitario. Per impedire una dittatura del tutto ipotetica (il Fis era composto da varie componenti, in maggioranza moderate) si ribadiva quella precedente. I dirigenti del Fis furono arrestati e il movimento messo fuorilegge. Cosa succede in un Paese dove la volontà della popolazione, democraticamente espressa, viene cancellata in modo brutale? Una guerra civile. E cosi' fu. Gli elementi più decisi del Fis formarono il GIA (Gruppo Islamico Armato) e diedero vita a una guerriglia, ferocemente combattuta da entrambe le parti, costata decine di migliaia di morti, durata anni e che solo negli ultimi tempi si è un po' acquietata.
E' quanto, e in termini ancor più crudi e paradossali, sta avvenendo in Egitto. Nel gennaio 2011 le rivolte di piazza Tahrir rovesciarono la trentennale dittatura di Hosni Mubarak sostenuta dall'esercito a sua volta foraggiato dagli americani. Le prime elezioni libere egiziane furono vinte dai Fratelli Musulmani che erano stati gli unici, veri, oppositori di Mubarak pagandone prezzi altissimi. Presidente divenne il loro leader Mohammed Morsi. Dopo solo un anno e mezzo di governo, nell'estate del 2013, ci furono delle violente manifestazioni contro Morsi. Di cosa era accusato? Di aver imposto leggi integraliste, la sharia? No, di scarsa efficenza. I militari colsero l'occasione, sempre che, com'è molto probabile, non siano stati loro a sollecitarla, per deporre Morsi, arrestarlo insieme a migliaia di suoi seguaci mentre altre centinaia di Fratelli Musulmani venivano uccisi. I media sono stati messi sotto stretto controllo dagli apparati di sicurezza agli ordini del generale Al Sisi, il nuovo 'uomo forte'. Il sostenitore del dittatore Mubarak governa al posto di coloro che lo hanno abbattuto.
Il referendum per la nuova Costituzione promosso da Al Sisi ha ottenuto il 97,7% dei consensi, peccato che a votare sia andato solo il 27,7%. Non è vero quindi, come scrive la stampa occidentale, che «in un Egitto che vuole solo un po' di pace, la maggioranza della popolazione appoggia i militari». La maggioranza sta ancora con i Fratelli Musulmani che, dichiarati nel frattempo ufficialmente «un gruppo terroristico», ovviamente reagiscono con la violenza che la repressione di un regime nato da un colpo di Stato sanguinario legittima. Di qui le bombe esplose al Cairo e i durissimi scontri fra esercito e Fratelli Musulmani, con un bilancio di almeno 50 morti avvenuti nei giorni in cui si 'celebrava' la caduta di Mubarak. Non è che l'inizio. Cio' che dobbiamo aspettarci è un lungo periodo di caos e di violenze, come fu per l'Algeria.
La cosa curiosa, si fa per dire, è che mentre in Egitto l'Occidente sta sostanzialmente con i dittatori (Morsi viene definito «l'ex rais», non era un 'rais' ma un presidente democraticamente eletto), in Ucraina sta con la piazza contro un presidente, Yanukovich, eletto nel 2010 in consultazioni considerate regolari dagli stessi occidentali. Insomma è la solita storia: la democrazia va bene solo quando ci fa comodo.


domenica 2 febbraio 2014

La questione Banca d’Italia, spiegata bene. Il decreto approvato mercoledì è davvero "un regalo alle banche", come dice il M5S?

La sera di mercoledì 29 gennaio, dopo una movimentata giornata alla Camera – il giorno dell’ormai famosa “tagliola” o “ghigliottina” – il Parlamento ha convertito in legge un decreto che riguardava temi diversi: i principali erano la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia e l’abolizione della seconda rata dell’IMU.
La minoranza parlamentare, e in particolare il Movimento 5 Stelle, si è opposta molto duramente alle novità sulla Banca d’Italia. Secondo alcuni si tratta del regalo di un sacco di soldi per le banche private; secondo altri si apre alla possibilità che la Banca d’Italia venga comprata da qualche società straniera: come vedremo al momento non è possibile dire quanto e se ci guadagneranno le banche, mentre la seconda paura è del tutto ingiustificata. Secondo molti commentatori, comunque, la rivalutazione delle quote è stata in effetti quantomeno avventata, se non proprio sbagliata: compiuta solamente per trovare in fretta i soldi per abolire l’IMU e con possibili conseguenze difficili da gestire. Il blog noiseFromAmerika, curato da economisti italiani che vivono soprattutto negli Stati Uniti, l’ha definita “una porcata”. Per capire bene cosa è cambiato e quali sono le incognite, bisogna cercare di capire come funzionava fino a ieri la Banca d’Italia e cosa modifica il decreto.
Com’era ieri
Dell’ipotesi di rivalutare le quote della Banca d’Italia si è parlato con una certa insistenza a partire dai primi di novembre 2013, quando è cominciato a diventare pressante il problema di trovare i soldi per l’abolizione della seconda rata dell’IMU.
Alla base di tutto c’è il fatto che il capitale nominale della Banca d’Italia era fino a ieri di soli 156 mila euro: 300 milioni delle vecchie lire che furono versati nel 1936 dagli istituti di credito italiani, allora pubblici. Quegli istituti di credito sono oggi le banche private italiane e una sessantina di loro, insieme a qualche assicurazione e a INAIL e INPS, sono ancora oggi formalmente i proprietari della banca (l’elenco completo e la distribuzione delle quote è qui). A causa di una serie di acquisizioni e cessioni, oltre il 50 per cento delle quote è in mano ai grandi gruppi Intesa e Unicredit.
Nonostante la proprietà formale da parte di banche e assicurazioni – che periodicamente genera diverse teorie complottiste – più il 5,66 per cento ciascuno per INAIL e INPS, la Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico, in cui le banche private non hanno alcun controllo di gestione, che rimane interamente al Tesoro e al Parlamento. Non possono neppure vendere le proprie quote. Le banche private hanno, in concreto, solo qualche carica di controllo in organismi di vigilanza come il Consiglio superiore. Anche se la formazione storica delle banche centrali da parte di diverse banche private è comune ad altri paesi del mondo, la situazione è comunque anomala e nel 2005 si stabilì che, entro tre anni, le quote sarebbero dovute essere trasferite allo Stato (scadenza che poi, in concreto, venne ignorata).
La Banca d’Italia guadagna?
Sì, la Banca d’Italia ogni anno ha dei guadagni, che in parte gira al Ministero del Tesoro e in parte accantona nelle riserve. Una delle fonti di guadagno – anche se non l’unica – è un aspetto tecnico dell’emissione della moneta che si chiama “signoraggio” ed è al centro di una delle più famose teorie del complotto mondiali. Anche se sarà difficile convincervi del contrario, il signoraggio non è alla base di tutti i mali del mondo, ma ugualmente porta dei soldi alle banche centrali (i meccanismi precisi del suo funzionamento sono un’altra storia, che trovate per esempio qui).
Per dare una cifra, la media dei trasferimenti di Bankitalia al Tesoro negli anni 2001-2011 – che comprende i proventi da signoraggio, ma anche molto altro – è stata di 370 milioni di euro l’anno, mentre cifre ancora superiori sono state accantonate. L’euro non ha modificato molto queste quantità, anche se c’è stata una riduzione.
Qualcuno potrebbe pensare – e c’è chi lo ha fatto – che, dato che la proprietà formale della Banca d’Italia è degli istituti privati, questi traggano da decenni grandi guadagni dal signoraggio e dalle altre attività economiche della banca centrale. Non è così, al momento, ed è un punto molto importante: secondo lo statuto della Banca d’Italia i guadagni sono ripartiti tra i proprietari fino a un massimo del 10 per cento circa del capitale nominale, che, lo ricordiamo, è di soli 156.000 euro. Ogni anno quindi la sessantina di banche che possiede la Banca d’Italia si deve spartire poche decine di migliaia di euro (15.600 euro nel 2006, per esempio). A questo si aggiunge un altro 4 per cento massimo, calcolato però sul totale delle riserve. Maggiori informazioni sui guadagni della Banca d’Italia e su come vengono distribuiti si trovano in questo post di Mario Seminerio.
Che cosa cambia con il decreto contestato
E veniamo al decreto convertito in legge dalla Camera nella famosa seduta della “tagliola”, mercoledì 29 gennaio. Si parlava almeno dal 2007 – governo Berlusconi, tra i più grandi sostenitori Renato Brunetta – di rivalutare le quote della Banca d’Italia. Secondo una stima della stessa Banca d’Italia, che ha fatto studi per diverso tempo su questa possibilità, il valore poteva essere alzato da 156 mila euro a 5-7 miliardi. Il decreto lo fissa a 7,5 miliardi di euro (nota a margine: Renato Brunetta è contrario, perché da tempo sostiene che il valore debba essere più alto).
Quei 7,5 miliardi di euro non dovranno essere versati concretamente alle banche, e per questo il Ministero dell’Economia ha potuto scrivere questa nota negando che sia stato un “regalo”: la sessantina di banche e assicurazioni se li scriveranno nel bilancio, ciascuna secondo la propria quota, e ci avranno guadagnato in solidità patrimoniale davanti alla Banca Centrale Europea. Un guadagno “astratto” che, in questo momento di crisi per il settore bancario, è comunque molto conveniente.
Perché fare tutto questo, e proprio ora? Nonostante l’operazione sia contabile, senza trasferimenti di liquidità o di altre attività alle banche, queste devono pagare tasse sulle cosiddette plusvalenze di questa operazione. Lo Stato ne riceverà quindi un gettito fiscale una tantum di oltre un miliardo di euro: e questi soldi serviranno a pagare parte della seconda rata IMU.
Tutto qui?
Cambiano altre due cose di un certo rilievo. La prima è che le quote diventano trasferibili, cioè teoricamente comprabili e vendibili in base al valore stabilito dal mercato. Per questo motivo alcuni hanno sostenuto che sia possibile dare la proprietà della Banca d’Italia a enti stranieri. In realtà questa possibilità è esplicitamente esclusa dal decreto, che stabilisce la necessità per i proprietari della banca di avere “sede legale e amministrazione centrale in Italia”.
La seconda è che viene fissato un limite del 3 per cento per la partecipazione al capitale. Le banche o le assicurazioni che hanno più del tre per cento dovranno vendere la parte eccedente. Non è ancora del tutto chiaro come verrà venduta questa parte eccedente, ma il decreto stabilisce un periodo di tre anni in cui le quote potranno essere ricomprate dalla Banca d’Italia. Quanto care non si sa, perché la cifra dipenderà dai dividendi che la Banca d’Italia deciderà di pagare: in questa eventualità, che rimane un’eventualità, ci sarebbe un effettivo trasferimento di denaro dalla Banca d’Italia ai proprietari delle quote.
Il tetto massimo dei dividendi, che si ottengono dagli utili netti, è comunque stabilito al 6 per cento del valore del capitale. Dato che questo è diventato di 7,5 miliardi di euro, il massimo teorico che la Banca d’Italia pagherà in dividendi è 450 milioni di euro l’anno, ma anche in questo caso non è chiaro quanti soldi andranno concretamente, in futuro, a banche e azionisti privati.
Quali sono i problemi
Le motivazioni che sono alla base del decreto sembrano in primo luogo legate a migliorare i bilanci delle banche italiane e a ricevere subito i soldi per abolire la seconda rata dell’IMU, senza tenere troppo in conto i problemi che potrebbero venire in futuro dall’operazione, per esempio per quanto riguarda i dividendi. Lo spiega un post di noiseFromAmerika:
Il provvedimento prende almeno tre piccioni con una fava: le banche si ricapitalizzano semplicemente con un tratto di penna; riceveranno trasferimenti monetari, almeno potenzialmente tramite maggiori dividendi oltretutto immediatamente liquidabili; per un anno il governo riceve in cambio un introito tramite la tassazione delle plusvalenze.

 http://www.ilpost.it/2014/01/31/

venerdì 31 gennaio 2014

Un giorno i giapponesi getteranno 30 Atomiche su New York

Caroline Kennedy, figlia di JFK, nuova ambasciatrice americana a Tokyo, ha denunciato la mattanza di 40 delfini avvenuta nella baia di Taiji, nel distretto di Wakayama, dicendosi "profondamente preoccupata dalla disumanità della caccia e dell'uccisione dei delfini" e ricordando che "il governo degli Stati Uniti si oppone a questa pratica". La caccia ai delfini, specie non a rischio di estinzione, in Giappone comincia in autunno e finisce a marzo e "come la signora ambasciatrice deve sapere noi viviamo di questa attività" ha detto il capo dei pescatori di Taiji.
Sono curiosi questi americani, negli ultimi anni con i loro bombardamenti alla 'chi cojo cojo', con i loro dardo senza equipaggio, hanno ucciso, in Afghanistan e in Iraq, centinaia di migliaia di persone, uomini, donne, vecchi, bambini, ma poi si inumidiscono fino alle lacrime per 40 delfini. Il governatore di Wakayama, Yoshinobu Nisaka ha replicato "La cultura alimentare varia ed è saggio che le diverse civiltà si rispettino a vicenda. Ogni giorno vengono abbattuti maiali e vacche per la catena alimentare. Sarebbe crudele solo uccidere i delfini?". E il governo nipponico ha tenuto il punto: "Questa forma di caccia è una tradizione culturale".
E' il secondo incidente diplomatico che, in soli due mesi, la signora Kennedy provoca in Giappone. A dicembre si era detta "delusa" perché il primo ministro Shinzo Abe si era permesso di visitare il sacrario di Yasukuni dove sono onorati "anche 14 leader politici e militari giapponesi", condannati per crimini di guerra nel 1946 (nei processi di Tokyo, l'equivalente nipponico di quello di Norimberga. Nel settembre 1986 il ministro dell'Educazione giapponese, Masayuki Fuijno, sollevò un putiferio ponendo l'elementare domanda: "Chi ha dato ai vincitori il diritto di giudicare i vinti?").
In realtà dietro queste schermaglie c'è qualcosa di molto più profondo. Qualche anno fa mi recai in Giappone invitato dall'università di Kyoto (nemo propheta in patria) a tenere una conferenza su "Americanismo e antiamericanismo. Il ruolo dell'Europa". In apparenza i rapporti fra Stati uniti e Giappone, che nel Pacifico è 'la quarta sponda' degli Usa, erano ottimi, i rapporti commerciali intensissimi. Ma nell'animo dei giapponesi cova un sordo rancore, anche se, chiuso nel loro impenetrabile formalismo, non viene mai espresso. Lo si può notare solo da dei dettagli. Nel periodo in cui ero in Giappone c'era stata una partita di baseball fra americani e giapponesi, che in questo sport sono assai forti, vinta dai primi 4-3 con un punto contestatissimo. Ebbene per giorni e giorni lo Yumiuri Shimbun e l'Asahi Shimbun, giornali serissimi, che parlano solo di economia e di politica internazionale, sono andati avanti a polemizzare su quel punto a loro dire 'rubato'. La partita era solo un pretesto. I giapponesi non hanno mai digerito l'Atomica su Hiroshima e Nagasaki e, ancor meno, anche se a noi può sembrare strano, che gli americani, vinta la guerra, gli abbiano imposto di 'dedivinizzare' l'Imperatore. L'Imperatore è la simbolica e intoccabile anima del Giappone, non è un uomo in carne e ossa (tanto che il mio giovane interprete, Ken, non ne sapeva nemmeno il nome, non per ignoranza, ma perché non ha importanza). In tanti secoli non c'è stato un solo tentativo di attentato all'Imperatore. Eppure le mura del palazzo imperiale di Kyoto, in legno, sono così basse che anche un ragazzino potrebbe saltarle agevolmente. Attraverso la 'dedivinizzazione' dell'Imperatore gli americani, col consueto tatto da elefanti in un negozio di cristalli, hanno cercato di uccidere l'anima stessa del Giappone. I giapponesi non glielo hanno mai perdonato. E sono convinto che verrà il momento in cui getteranno una trentina di Atomiche su New York.


martedì 28 gennaio 2014

Come trasformare una minoranza elettorale in una maggioranza parlamentare

Il Porcellum non esiste più. La Corte costituzionale lo ha dichiarato incostituzionale. Se si dovesse votare domani si voterebbe con una legge proporzionale con sbarramento al 4%. Che – sbarramento a parte – per la democrazia e i cittadini è infinitamente meglio di qualunque marchingegno maggioritario. Ma è proprio questo il punto: ciò che va bene per la democrazia e i cittadini non può andar bene per Renzi e Berlusconi, i due che – scopertisi in profonda sintonia – si sono messi d’accordo per una nuova legge truffa maggioritaria. L’obiettivo è quello di andare verso un sistema bipolare: due schieramenti (Pd e FI con i relativi cespugli) o, ancora meglio, due partiti, tenendo fuori dalla rappresentanza parlamentare quei milioni di elettori che non si sentono rappresentati da Pd o Fi. Modello Usa. Saremo così finalmente un paese moderno, libero da ideologie socialisteggianti e da nostalgie novecentesche. E per meglio far capire l’aria che tira, il decisionista Renzi ha chiarito che l’intesa con Berlusconi è “non modificabile in aula”. Quattro parolette che significano: emendamenti potranno essere discussi, ma solo con l’accordo di tutti, cioè solo se Berlusconi è d’accordo. Così, tanto per rafforzare il ruolo del Parlamento, difendere la Costituzione e valorizzare la democrazia rappresentativa.
Ma una legge elettorale non dovrebbe essere compito del Parlamento che, prima ancora che votarla, dovrebbe discuterla nelle sue commissioni? Niente di tutto questo. La nuova legge elettorale nasce da un accordo extra parlamentare fra uno che non è parlamentare e un pregiudicato, parlamentare decaduto. Per fare una legge elettorale più democratica? Macché. Per fare una legge elettorale che metta d’accordo Pd, FI e Alfano in base alle reciproche convenienze elettorali. Con questo colpo di genio, Renzi riporta Berlusconi, anzi il “presidente Berlusconi” come lui lo chiama, al centro della politica (ma non doveva asfaltarlo?) dandogli un insperato aiuto per la sua già iniziata campagna elettorale. Spacca il Pd, ma forse è quello che vuole per liberarsi di una fastidiosa minoranza interna. Contribuisce al prossimo successo elettorale del M5S, che raccoglierà i voti di altri elettori delusi del centro sinistra. E ridimensiona la figura politica di Letta, il che non è male come effetto collaterale. Insomma, un successone.
Cosa prevede la nuova legge truffa? Vediamone i due aspetti principali. Primo, niente preferenze (come col Porcellum), e quindi di nuovo un Parlamento di nominati. Secondo, sbarramenti al 5% e all’8% (peggio che col Porcellum), e quindi un Parlamento in cui ci saranno solo Pd, Fi e M5S. Per Berlusconi meglio di così non poteva andare. Potrà riaggregare gli alfaniani, la Lega e fascisti vari in una coalizione che batterà a mai basse un Pd in stato confusionale, mentre Grillo starà a guardare.
Per convincere gli italiani a trangugiare l’ennesimo rospo, si dice che, eliminato il Porcellum, non c’è più una legge elettorale, che c’è un vuoto legislativo. Falso. La legge elettorale c’è, è quella andata in vigore automaticamente dopo la decadenza del Porcellum, è il sistema elettorale proporzionale. Ma questo viene nascosto dalla maggioranza dei media, da giornali e tv allineate e omologate al sistema. E quindi, siccome tutto questo non appare, è come se non esistesse e si può raccontare la storiella del vuoto legislativo.
Si dice anche che il proporzionale renderebbe ingovernabile il Parlamento. Ma questa ingovernabilità c’è stata anche con un sistema ultramaggioritario come il Porcellum. E allora cosa bisognerebbe inventarsi per rendere governabile il Parlamento, cioè per metterlo in condizioni di non nuocere, e cioè per escluderne tutti i partiti tranne i due che quasi per “diritto divino” sarebbero chiamati a governare con il sistema dell’alternanza? Uno sbarramento al 20%?
E mentre tutto questo accade, Letta porta l’assalto finale ai beni pubblici. Il governo ha deciso di privatizzare le Poste. Il 40% per cominciare, poi si vedrà. Così dice Saccomanni, il ministro dell’economia. Le Poste, raccogliendo il risparmio di milioni di italiani, portano ogni anno un fiume di denaro nelle casse dello stato, tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Dopo la privatizzazione questo fiume di denaro andrà ogni anno nelle tasche di quelli che si sono comprati le Poste (probabilmente a prezzi di saldo, come l’esperienza di tutte le privatizzazioni insegna). Secondo il governo la cifra raccolta con la privatizzazione sarà utilizzata per diminuire il debito pubblico. Attenzione! Non per migliorare il servizio, ma per abbassare di qualche punto percentuale un debito pubblico che comunque continuerà a salire negli anni successivi, dato che nessuna delle cause che ne stanno alla base viene affrontata. Letta queste cose le sa benissimo, ma per tentare di stare in piedi deve far vedere ai liberisti di Bruxelles che è più liberista di loro.

 

Le Vele di Meier (Roma: Tor Tre Teste)


lunedì 27 gennaio 2014

LA LEZIONE DI MACHIAVELLI: «REPUBBLICA INETTA NAZIONE CORROTTA»

Nonostante gli angeli vendicatori di Tangentopoli la corruzione dilaga ancora in Italia. E la spiegazione si trova in Machiavelli: è l’incapacità di governare a produrre malaffare e conflitti d’interessi
Corruzione, corrotti, corruttori. Non si parla d’altro. Ma come? Non avevamo stretto un patto col destino dopo Tangentopoli? Che mai più saremmo incorsi in simili peccati? Non erano discesi dal Sinai eserciti di Di Pietro, con il loro seguito di angeli vendicatori? E ancora non vi è chi tema le loro pene? Neppure i nipotini di Berlinguer e i giovani scout? Nulla dunque può spezzare l’aurea catena che dalle origini della patria va ai Mastellas e da lì ai Boccias, e abbraccia in sé destri e sinistri, senes, viri et iuvenes?
Ah, se invece di moraleggiare pedantemente, leggessimo i padri! «Uno tristo cittadino non può male operare in una repubblica che non sia corrotta» (Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Libro III, cap.8). Niccolò vedeva dall’Albergaccio meglio che noi ora da Montecitorio. Tristi cittadini sempre ci saranno. Ma in una repubblica che non sia, essa, corrotta, poco potranno nuocere e facilmente essere “esiliati”. Gli “ordini” contano, le leggi, che non sono fatte dai giudici. Le leggi non cambiano la natura umana, ma la possono governare. È la repubblica corrotta che continuamente produce i corrotti.
E quando la repubblica è corrotta? Quando è inetta. Quando risulta impotente a dare un ordine alla molteplicità di interessi che la compongono, quando non sa governare i conflitti, che sono la ragione della sua stessa vita, ma li patisce e li insegue. Se è inetta a mutare in relazione all’”occasione”, se è inetta a comprendere quali dei suoi ordini siano da superare e quali nuovi da introdurre, allora è corrotta, cioè si corrompe e alla fine si dissolverà. Corruzione è anzitutto impotenza. E impotenza è incapacità di “deliberare”.
Una repubblica strutturata in modo tale da rendere impervio il processo delle decisioni, da rendere impossibile comprendere con esattezza le responsabilità dei suoi diversi organi, una repubblica dove si è costretti ogni volta alla “dannosissima via di mezzo” (sempre Niccolò docet), alla continua “mescolanza” di ordini antichi e nuovi, per sopravvivere – è una repubblica corrotta e cioè inetta, inetta e cioè corrotta.
Ma questa infelice repubblica darà il peggio di sé? Con megagalattiche ruberie da Tangentopoli? Purtroppo no. Piuttosto (“banale” è il male), allorchè diviene quasi naturale confondere il privato col pubblico, concepire il proprio ruolo pubblico anche in funzione del proprio interesse privato. Magari senza violare norma alcuna – appunto perché una repubblica corrotta in questo massimamente si manifesta: nel non disporre di norme efficaci contro i “conflitti di interesse”, di qualsiasi tipo essi siano.
Una repubblica è corrotta quando chi la governa può credere gli sia lecito perseguire impunemente il «bene particulare» nello svolgimento del proprio ufficio. Che questo “bene” significhi mazzette, o essere “umani” con amici e clienti, “essere regalati” di qualche appartamento, manipolare posti nelle Asl o farsi le vacanze coi soldi del finanziamento pubblico ai partiti, cambia dal punto di vista penale, ma nulla nella sostanza: tutte prove della corruzione della repubblica.
Poiché soltanto “il bene comune è quello che fa grandi le città” (Discorsi, Libro II, cap.2). Il politico di vocazione può riuscire nel difficile compito di tenerlo distinto sempre dal suo privato. Il politico di mestiere, mai. Quello che si è messo alla prova nei conflitti della repubblica senza corrompersi, può farcela. Il nominato, il cooptato, che abbia cento anni o venti, mai.
Ma abbiamo forse toccato il fondo. E questo deve darci speranza. Per vedere tutta la virtù di Mosè, diceva Niccolò, era necessaria tutta la miseria di Israele.

Massimo Cacciari (Jack's Blog - 26 gennaio 2014
 

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Monte Pellegrino visto dalla borgata di Acqua dei Corsari

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